Lettori fissi

mercoledì 19 agosto 2026

GLOSSA NUMERO DUE ALLA POLEMICA "CINESE"
ALCUNI APPUNTI DI ALESSANDRO VISALLI 


Avendo letto alcune note di Alessandro Visalli a margine della polemica sulla natura della società cinese (vedi post precedenti), associate a un suo intervento in altro contesto, gli ho chiesto il permesso di pubblicarle su queste pagine e, avendolo ottenuto, ne riproduco gran parte qui di seguito. 

l'articolo di Moreno mette i piedi sulle orme scavate da secoli. Direi che la disputa sul nome, condotta a colpi di autorità del testo (e senza contesto), è a dir poco ammuffita. Ma una questione esiste, per così dire, tra le righe: Moreno teme che chiamare 'socialista' la Cina renda il socialismo analogo ad un capitalismo che produce molto (e alza tutte le barche, per usare una nota immagine liberale). Ma è un punto che si fonda sull'implicita associazione tra 'capitalismo' e 'modernizzazione'. Quel che vede chiunque vada in Cina è, infatti, un'imponente modernizzazione, e, naturalmente, vede anche molto capitalismo. Cioè molti capitalisti. Qui la richiesta di "direzione" di Moreno è giusta ed è, naturalmente, un problema aperto ed un conflitto in corso. Ma, tra le molte cose che si potrebbero dire, la rivendicata "visione teorica ex ante" (usando come elementi dirimenti del 'vero' socialismo una lettura formalistica e statica dei marcatori "assenza di forma-merce", di "denaro", di "lavoro salariato"), riconduce interamente la prospettiva socialista nell'alveo della mera utopia. Non è difficile notare che si sta parlando in effetti di assenza della divisione del lavoro e di società organica (ovvero di non-società). 


Il mio punto su questo: confondere modernità e capitalismo disarma qualsiasi possibilità di pensare il nuovo (che non necessariamente assomiglia al vecchio). I suoi marcatori sono marcatori di modernità (o di società complessa tout court), non di capitalismo, e anche l'horror vacui che al termine esprime verso l'evoluzione tecnica (anche se il tema è importante, ma non in questi termini) mostra una tendenza ad immaginare come alternativa una comunità organica. 


Propongo una diversa ipotesi di marcatori, oltre la mera divisione del lavoro: 1) l'accumulazione è subordinata a fini politicamente posti, o la politica all'accumulazione? 2) la ricchezza è convertibile in potere politico ed è trasmissibile? 3) chi paga i costi delle crisi. Nel finale del mio "Classe e partito" (Meltemi, 2023) ho scritto: "Nel caso del libro di Formenti, e anche di questo, ci si potrebbe chiedere se tutto questo è ancora marxismo (soprattutto per la profondità della decostruzione), ma è una domanda frivola. È più rilevante chiedersi se individua almeno alcuni problemi cruciali e aiuta a risolverli." La questione non è l'etichetta, è la cosa. E dare all'etichetta-anatema "capitalismo" i caratteri della divisione del lavoro e della pluralità sociale significa individuare come nemico l'intera società umana storicamente nota. Non serve a nulla. 


Aggiungo che molto spesso in queste impostazioni, direi tradizionalmente, la critica diventa gnosi — rifiuto del mondo in quanto mondo, con il socialismo come Regno che per definizione non può venire -. Si lamenta una civiltà, tutte le civiltà in effetti, e non si analizza concretamente un modo di produzione. C'è anche un'ironia filologica: Marx quasi non usa "Kapitalismus" come sostantivo — parla di "modo di produzione capitalistico", un aggettivo che serve a focalizzare processi sociali. Il nome-anatema, la reificazione del termine, viene dopo (con Sombart e la Seconda Internazionale), e la disputa sull'estensione del nome è, in definitiva, una disputa interna alla teologia post-marxiana, non al pensiero di Marx stesso. Questo è rilevante perché mostra il carattere liturgico del modo di argomentare del nostro amico, un modo che serve all'appartenenza. 


Capital-ismo, se è qualcosa, è l'accumulazione come fine autonomo cui viene subordinata la riproduzione sociale, ovvero la convertibilità illimitata della ricchezza in comando. Io uso raramente la parola "capitalismo", anche se penso spesso dentro quella cornice (dello strapotere della forma-capitale), perché porta automaticamente con sé una teologia ed una trascendenza fantasmatica. Ovvero una promessa del Regno che per definizione qui ed ora non può darsi. Svolge la funzione che alcuni attribuiscono (riduttivamente, ritengo) alle religioni. In altre parole, Moreno difende una sua chiesa. La scomunica ("negazionisti") è il sacramento residuo quando ogni capacità istituente è perduta; la polemica non serve a stabilire nulla sulla Cina ma a mantenere il confine di un campo che si restringe. Moreno pratica una sorta di escatologia negativa — il Regno mai ancora dato, il messianismo senza messia, la purezza dell'attesa come virtù - perché non dispone di una positiva. 


C'è, tuttavia, un angolo interessante tra le righe della chiusa: se la posta è il controllo dell'inserimento sociale della tecnica (ovvero, chi definisce gli standard, chi cattura il surplus dei flussi, chi regola e soprattutto per chi e come) allora la formazione cinese andrebbe descritta e non subito classificata. Da questo punto di vista Arrighi ("economia di mercato senza capitalismo", crescita smithiana) introduce elementi da vagliare. Aggiungo, in fine: scriverò una replica a Moreno, perché anche se non mi chiama in causa (ma mi ha mandato il pezzo), la mia vecchia amicizia con Carlo (e con Vladimiro) e, soprattutto, il fatto che insieme abbiamo appena pubblicato "Oltre l'Occidente" (vol.1 mio e vol 2 di Carlo) con Meltemi, mi chiama in gioco. Il punto del mio libro è che l'alternativa a una piattaforma tecnica non è mai nessuna piattaforma, ma un'altra piattaforma: la lotta si svolge anche, se non soprattutto, sul piano della scelta ed adattamento della piattaforma tecnica alla propria società (o meglio la modifica di uomo e società insieme alla tecnica).

lunedì 17 agosto 2026

UNA GLOSSA DI PIERO PAGLIANI
ALLA MIA POLEMICA CON PASQUINELLI SULLA CINA 


Ricevo e pubblico volentieri questa mail che l'amico Piero Pagliani mi invia dopo avere preso visione della polemica (vedi post precedente) con Moreno Pasquinelli sulla questione della Cina: complesso processo di transizione al socialismo (il sottoscritto) o ultima mutazione del mdp capitalistico (Pasquinelli)?  

Caro Carlo, 
non lo facevo così disattrezzato il nostro amico Moreno.
Come tutti i marxisti dovrebbero sapere, Lenin scriveva: «Non si può comprendere a pieno Il Capitale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita tutta la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!».
Ora, o si pensa che Lenin non fosse marxista o bisogna prenderlo sul serio, perché le riflessioni di Lenin avevano sempre un fondo e un intendimento politico. 
Concetti fondamentali di Hegel sono usati ripetutamente da Marx, basti pensare alla differenza tra "apparenza della sfera della circolazione (der Schein der Warenzirkulation)" e la sfera della circolazione come l'apparire fenomenico (Erscheinung) della sfera della produzione. Una differenza, quella tra "Schein" ed "Erscheinung", squisitamente hegeliana e che in Marx diventa un perno della sua analisi di classe.
Se uno ignora o disdegna Hegel ovviamente non può capire il significato della famosa "risalita dall'astratto al concreto" che è una diretta critica a Hegel, che Marx critica proprio perché riconosce la sua importanza. Dire che bisogna partire dall'elementare (elementare complesso come le cellule di un organismo che procedono per differenziazione, non un elementare semplice come i blocchetti del Lego che procedono per assemblaggio) perché il concreto è sintesi di molte determinazioni, non vuol proprio dire che bisogna partire da una "teoria ex ante". 
Marx nelle Glosse a Wagner scriveva esplicitamente: «Prima di tutto, io non parto da "concetti", quindi neppure dal "concetto di valore"».
Tu scrivi che «è proprio la trilogia braudeliana su civiltà materiale, economia e capitalismo 
a smontare l’equazione produzione di merci = capitalismo». 
Esattissimo. Già Polanyi distingueva tra "società con mercato" e "società di mercato" ed è necessario ricordare che il capitalismo è accumulazione monetaria, verso la quale l'economia materiale deve "pompare risorse" come scrive Braudel.
Se non si capisce questo non si capisce la differenza tra capitale e capitale fittizio (altra declinazione della differenza tra Erscheinung e der Schein der Warenzirkulation), non si capisce perché è il prestatore di denaro il vero capitalista, l'inizio e la fine del ciclo di accumulazione, e quindi non si capisce cosa è la finanziarizzazione e perché essa è segnale (Arrighi) di una crisi sistemica (l'economia materiale non riesce più a "pompare" a sufficienza, per motivi strutturali che coinvolgono tutta un'economia-mondo e quindi anche i rapporti interstatali - non è per caso che il "Sud, o Sud+Est, del mondo" si è stufato di "pompare" risorse verso la nostra finanza e che il cambiamento dei rapporti di forza geopolitici gli consentono di vedere alternative?).
Se si ignora tutto questo è impossibile capire ad esempio che cosa è il controllo statale cinese sulla sfera finanziaria, la sua importanza politica e geopolitica e il suo rapporto col socialismo.
Che poi ci siano contraddizioni, anche serie, nel sistema misto cinese non può sorprendere, semmai preoccupare.
Scrivi ancora: «I veri eretici non erano il “rinnegato” Kautsky e la II Internazionale, che incarnavano la visione “evoluzionista” dell’ultimo Engels, bensì Lenin e i bolscevichi, che rompevano con la tradizione del marxismo occidentale». 
Mi sembra incredibile che sia ancora necessario ricordare questa cosa, capita al volo e sul momento da Gramsci ("La rivoluzione contro il Capitale").
Mi fermo qui.
Se queste cose non sono chiare si cadrà facilmente in qualche forma di giudizio  infantilmente estremista o, se vogliamo, "purista" (i vari Zurück zu Marx che si dimenticano che dopo Marx c'è stato Lenin).

A mò di appendice

1) Segnalo un interessante articolo di Alessandro Testa su " Il cavallo di fuoco" dal titolo "Perché la Cina non è capitalismo di Stato" : https://share.google/kaNLIUx3tqLqFf9IC 

2) l'amico Vladimiro Giacché che, diversamente dal sottoscritto, non ha voluto sprecare tempo per replicare all'attacco che gli viene rivolto da Pasquinelli su "Sollevazione" ha preferito ammettere le proprie colpe inviandomi la foto che pubblico qui di seguito quale prova inconfutabile della sua appartenenza alla setta dei "filo-cinesi".



TOCCA A NOI OPPORCI AI RISCHI DI UNA DERIVA NUCLEARE  (Riflessioni a margine della dichiarazione di Nuova Delhi) di Piero Pagliani Ringrazio...

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