Lettori fissi

mercoledì 18 febbraio 2026

Marco Rubio a Monaco: il ritorno del suprematismo civilizzazionale


di Alessandro Visalli



Avendo letto in anteprima il testo del post sul discorso del Segretario di Stato americano Rubio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco che l'amico Visalli ha pubblicato sul suo blog, gli ho chiesto il permesso di rilanciarlo integralmente su questa pagina, perché condivido il suo sgomento di fronte all'arrogante rivendicazione del progetto di restaurare il dominio dell'Occidente sul mondo facendo girare indietro le lancette della storia fino ai tempi "felici" dell'imperialismo coloniale ottocentesco e primo novecentesco. Una vignetta sul "Fatto Quotidiano" di qualche giorno fa, dedicata alle divergenze fra Stati Uniti e Ue recitava: "ora abbiamo un'alternativa: essere nazisti americani o nazisti europei". In realtà, come certificano gli applausi scroscianti dei boss europei a Rubio, non abbiamo alcuna alternativa: possiamo essere solo nazisti occidentali. Con buona pace di quei "sinistri" che si beano della volontà europea di contiuare a foraggiare il regime ucraino per consentirgli di proseguire la guerra, ignorando che questo è solo il primo passo verso la Terza guerra mondiale. 


Carlo Formenti




Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il 14 febbraio 2026, il Segretario di Stato Americano, Marco Rubio, ha pronunciato un atteso discorso (1) nel quale ha invitato i leader europei ad unirsi agli USA nella difesa della civiltà occidentale. E proprio di quella civiltà che dal XV secolo in poi, per cinquecento anni, ha di fatto oppresso, schiavizzato, barbaramente trucidato, oscurato e calpestato millenarie civiltà colpevoli di essere solo troppo deboli.

Oggi, al primo quarto del sesto secolo, quando troppo debole il resto del mondo non è più, Rubio, come un novello conquistador, invita ad unirsi sotto lo stendardo della ‘civiltà’ per rinnovarne i fasti.  




Un anno fa anche il vicepresidente Vance pronunciò nella stessa occasione un vibrante discorso (2) nel quale, tuttavia, spostava con vigore il tema dalla sicurezza esterna a quella dei valori. In quella occasione disse apertamente che l’Amministrazione era impegnata e credeva di poter “raggiungere un ragionevole accordo tra Russia e Ucraina” e che lo preoccupava, casomai, “la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali”. In particolare, dalla democrazia (l’Unione si era appena vantata del fatto che il governo rumeno avesse annullato un’elezione non gradita), tramite il controllo dei social, le restrizioni alla libertà di espressione, di opinione (nella fattispecie contro l’aborto). Uno dei passaggi più forti, echeggiante un apocrifo Voltaire fu “a Washington c’è un nuovo sceriffo in città e sotto la guida di Donald Trump potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro diritto di esprimerle nella piazza pubblica, che siate d’accordo o meno.” Insomma, Vance si travestiva da più puro e coerente liberale, di fronte al totalitarismo europeo.  


Ora, invece, l’amministrazione americana ha mandato un funzionario di livello meno alto, il Segretario di Stato, ma, soprattutto, lo ha mandato a dire una cosa del tutto diversa: mentre Vance parlava di democrazia e di pace, Rubio parla di scontro e di espansione. Gli elementi fondamentali del discorso sono adesso la fuoriuscita dalla cornice universalista liberale, in favore di un approccio “civilizzazionale”. Un approccio che, al contempo, rifiuta di pensarsi come opzione tra altre, e rilancia l’idea che esista qualcosa come l’Occidente, guidato dagli Stati Uniti ed ai quali l’Europa deve aderire per “sopravvivenza”. Inoltre, espone l’idea che questo Occidente deve smettere di avere paura (un tema presente anche in Vance) ed espandersi, di nuovo.


Tutto il discorso, pronunciato con un tono fermo e assertivo, mostra in realtà l’opposto di quel che dice. Gli Stati Uniti erano sicuri di poter controllare la situazione, dodici mesi fa, di chiudere la ferita ucraina (dove la Russia non sembrava proprio voler perdere) e di raddrizzare con mezzi legali, se pure bruschi, le ragioni di scambio al fine di suturare le proprie vene aperte e creare le condizioni di inversione del declino. Infine, di poter porre sotto controllo con i medesimi mezzi, minacciando dazi, le catene di fornitura strategiche. I primi sei, o nove, mesi dopo quel discorso sono stati impiegati a cercare di portare avanti quell’agenda. È partita prima una guerra dei dazi, con tutto il mondo, poi delle catene di fornitura. I risultati sono stati modesti, c’è stata un poco di inflazione, meno dell’un per cento, la Cina ha opposto una vigorosa stretta sulle ‘terre rare’ che ha costretto rapidamente a ripiegare. L’India non è sembrata piegarsi. Così il resto. 

Allora nell’ultimo trimestre l’amministrazione è passata alle maniere forti: prima ha attaccato l’Iran per evitare che Israele subisse troppi danni nella “Guerra dei 12 giorni” contro l’Iran; poi ha assediato il Venezuela. Infine, ha minacciato direttamente il Canada, la Danimarca sui possedimenti della Groenlandia. Ma anche qui le reazioni non sono state confortanti.

L’amministrazione sembra aver capito ed essere passata, malgrado le apparenze “muscolari”, ad una percezione difensiva del momento del mondo. Ovvero di essere passata all’idea di essere effettivamente sotto assedio. E che questo si risolve solo con una vigorosa sortita. Dunque, è passata all’invito di andare nuovamente all’offensiva. Coerente, peraltro, con una Conferenza che ha proposto venti di guerra.


Richiamando l’origine della Conferenza, al tempo della Guerra Fredda (1963), Rubio nel suo discorso ha evocato la vittoria finale sull’Urss e, dopo di questa, la “pericolosa illusione” per la quale la storia sarebbe stata allora finita. Che ogni nazione sarebbe, al termine di un percorso di apprendimento e crescita, diventata “liberale” e “democratica”. Affermando anche l’altra grande idea settecentesca per la quale i legami del “dolce commercio” avrebbero prevalso, sostituendo le passioni obsolete e, con esse, le nazionalità. 

Queste venerabili, vecchie, idee sono state definite, nel discorso, “sciocche”. Una idea che “ignora la natura umana” e le “lezioni di 5000 anni di storia”. Dopo aver quindi evocato un’antropologia hobbesiana il Segretario ha individuato i quattro nemici dell’amministrazione e la meccanica della loro azione: il libero commercio, colpevole di aver provocato la deindustrializzazione e la perdita di controllo delle supply chain (ad esempio, nelle terre rare), la deviazione di risorse dalla difesa allo Stato Assistenziale e, il culto del clima, per il quale sono state imposte politiche energetiche che “impoveriscono la nostra gente”. Quindi l’apertura ad una immigrazione di massa che “minaccia la coesione delle nostre società”. 

Quattro temi che sono dei “fatti” nella mente del Segretario. Ma fatti che vengono tutti attribuiti a forze esterne e decisioni politiche. Si tratta di retorica, Rubio sa bene che si è trattato piuttosto di una dinamica dello stesso capitalismo americano, ovvero, casomai, di mancanza di politica. Si è trattato della resa della direzione politica a quelle grandi aziende internazionali monopolistiche che, loro, hanno delocalizzato per decenni per ridurre il costo del lavoro, estrarre più profitti da lavoratori e consumatori e nasconderli nei paradisi fiscali (riciclandoli nell’alta finanza). È stata la ricerca parossistica della prossima migliore trimestrale, al prezzo di scegliere fornitori insicuri, purché costassero un dollaro in meno. Infine, la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico in particolare dopo shock che hanno provocato all’Europa le guerre americane in Medio Oriente dell’amministrazione Bush (e qui, palesemente Rubio parla da venditore, essendo l’Amministrazione Trump alla ricerca di acquirenti per quello shale gas nel quale la grande finanza Usa di Black Rock e Vanguard ha investito migliaia di miliardi negli ultimi anni, dopo il 2008 come abbiamo visto nell’ultimo post (3)). L’immigrazione, infine, è stata di nuovo per anni una risposta esattamente alla ricerca costante di minore costo del lavoro e aumento del plusprofitto da parte del capitalismo monopolistico occidentale.

Ancora una volta, l’anno scorso Vance pensava di combattere una battaglia di ‘valori’, fidando nella forza per raddrizzare l’economico, Rubio è stato mandato a recuperare i sospesi. Deve salvare il capitale nazionale statunitense, gli investimenti ciclopici della finanza americana nei gassificatori sulla costa e nei campi nell’interno, trovare soldati di ventura per le prossime incursioni. Prima che la Cina pareggi il conto delle portaerei, nel prossimo decennio, bisogna battere il ferro e passare dalla fiducia nella mano “invisibile” del “dolce commercio” (se mai incoraggiato con qualche spintarella) al semplice saccheggio diretto delle risorse minerarie. In Venezuela come altrove.

L’obiettivo esplicito del Segretario è invertire il declino, rigettare l’ordine multilaterale e riaprire la storia. Con le sue parole, “rinnovamento e restaurazione”, un “futuro orgoglioso, sovrano e vitale come il passato della nostra civiltà”. In questa battaglia, per Rubio, Stati Uniti ed Europa sono “intrecciati”, in quanto “parte della stessa civiltà”. Ovvero “secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri antenati hanno fatto insieme”. Parola alate, come sempre, quando bisogna alzare gli stendardi di guerra.


A seguito di questa ri-essenzializzazione dell’Occidente come soggetto storico unitario si crea un campo polare “Noi/Altri”, che fronteggia direttamente la visione cinese di “tutti sotto il cielo” e “destino comune dell’umanità”. Nessuna dimensione planetaria viene dunque ammessa come legittima. Né il diritto di movimento (come visto l’immigrazione è espressamente denunciata come minaccia identitaria), né la tutela del clima come bene comune (anche qui la questione ecologica è derubricata a leva geopolitica ed industriale). Il mondo immaginato da Rubio è piuttosto un’arena nella quale grandi guerrieri combattono per la vita. Un “Grande spazio” da occupare e contendere.

C’è una conseguenza ovvia, se l’universalismo è abbandonato e la lotta tra civiltà è l’unica verità del mondo, allora, per il Segretario di Stato, il centro normativo deve essere a Washington e l’Europa si deve allineare. Abbandonando le sue politiche ed i propri valori, la migrazione ed il clima sono minacce alla civiltà comune.

Quella civiltà che ha “piantato i semi della libertà che hanno cambiato il mondo”, che ha concepito – qui, in Europa – “il diritto, le università e la rivoluzione scientifica”, un continente che ha prodotto “Mozart e Beethoven, di Dante e Shakespeare, di Michelangelo e da Vinci, dei Beatles e dei Rolling Stones”. Ma anche “i soffitti a volta della Cappella Sistina e le torri imponenti della grande cattedrale di Colonia”. Una eredità, dunque, di cui essere fieri, orgogliosi. Un sentimento, questo, che è l’unica condizione necessaria per plasmare il futuro.


Insieme alla paura che si legge tra le righe, emerge dal testo una specifica visione, un sentimento ed una percezione acuta: la civiltà è minacciata e il declino è alle porte, il male è da identificare non più nell’autoritarismo (come nella posizione dell’universalismo liberale che Vance ha rovesciato nel suo discorso di un anno fa), ma nella dissoluzione identitaria, perdita di sovranità e declino, frammentazione. Se la dissoluzione è davanti a noi, dice Rubio, resta solo la forza. Ciò che ostacola il male è solo la forza. Chiaramente quella dell’Occidente a guida americana, un blocco forte, orgoglioso, sovrano. Portatore di una forma di vita e di un ordine che ha diritto di sopravvivere e usare la spada verso i “barbari”. 

Questa postura tragica, questi toni drammatici, da ultimo scontro, risaltano con l’antropologia armonica e relazionale proposta dal mondo orientale, e cinese in particolare. Con l’idea di Dao, di tessitura di destini, di riferimento all’unico Cielo. Con l’orientarsi alla stabilità, all’equilibrio (4). 


Ma il punto è che questo ritorno del tragico, nel discorso di Rubio, evidenzia ed esplicitamente la fine della fase liberale. O meglio, la transizione nella polarità liberale dal volto delle regole a quello del suprematismo civilizzazionale (entrambi sempre presenti). 


In uno dei passaggio più densi dice:


“L'unica paura che abbiamo è la vergogna di non lasciare le nostre nazioni più orgogliose, più forti e più ricche per i nostri figli. Un'alleanza pronta a difendere il nostro popolo, a salvaguardare i nostri interessi e a preservare la libertà d'azione che ci consente di plasmare il nostro destino – non un'alleanza che esiste per gestire uno stato sociale globale ed espiare i presunti peccati delle generazioni passate. Un'alleanza che non permette che il suo potere venga esternalizzato, limitato o subordinato a sistemi al di fuori del suo controllo; un'alleanza che non dipende da altri per le necessità critiche della sua vita nazionale; e un'alleanza che non mantiene la cortese pretesa che il nostro stile di vita sia solo uno tra i tanti e che chieda il permesso prima di agire”.


In un discorso di preparazione alla guerra, dentro una Conferenza che ha solo questo scopo, Rubio parla quindi di “difendere il nostro popolo”, non la “libertà e democrazia” come i suoi predecessori, “salvaguardare i nostri interessi” e preservare una specifica forma di libertà, quella “di azione”. 

Ciò che attacca è la visione per la quale l’Occidente promuove universalmente il benessere (lo “stato sociale globale”). 

Soprattutto, afferma che lo “stile di vita” occidentale (ma, chiaramente, attaccando lo Stato Sociale, intende quello americano) non è “uno dei tanti”. Non si affianca a quello russo, o cinese, quello iraniano, africano, sudamericano, etc… ma viene prima, non deve “chiedere il permesso”. Può agire (rivendica le azioni recenti). Rifiuta la contingenza e non riconosce nessuna autorità sovranazionale, decide da solo. Invade, bombarda, rapisce.


Compete anche, con le economie del “Sud globale”. E lo fa nei settori che definiranno il XXI secolo, che elenca così: “viaggi spaziali commerciali e intelligenza artificiale all'avanguardia, automazione industriale e produzione flessibile, una catena di approvvigionamento occidentale per minerali critici non vulnerabile alle estorsioni di altre potenze”. 


In uno dei passaggi più shoccanti del suo discorso Rubio, dopo aver ricordato le aggressioni unilaterali in Iran e Venezuela, ha chiesto all’Europa di unirsi all’America per ricolonizzare il mondo. Come ha detto, 


“un percorso che abbiamo già percorso insieme e speriamo di percorrere di nuovo. Per cinque secoli prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l'Occidente si era espanso. I suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il mondo. Ma nel 1945, per la prima volta dall'epoca di Colombo, l'Occidente ha iniziato a contrarsi. L'Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino terminale, accelerato dalle rivoluzioni comuniste senza Dio e dalle insurrezioni anticoloniali che avrebbero trasformato il mondo e avrebbero steso il martello e la falce rossa su vaste aree della mappa negli anni a venire”.


Dunque, molti credettero che “l’era di dominio dell’Occidente” fosse terminata. Che restasse da “espiare i presunti peccati delle generazioni passate”. 

Questo “dominio” è ciò che gli USA vogliono riattivare, contro la paura, “del cambiamento climatico, della guerra, della tecnologia”. Vogliono restituirsi “un posto nel mondo” (centrale, ovviamente) e respingere “le forze di cancellazione della civiltà che oggi minacciano sia l'America che l'Europa”.


I due discorsi, separati solo da un anno, segnano quindi uno spartiacque: dalla destra “populista” di Vance, che cercava accordi esterni per concentrarsi sulla cura delle fratture interne ed il disciplinamento ideologico dell’Europa si passa, con Rubio alla destra “imperiale”, che cerca proiezioni di potenza esplicitamente neocoloniali e le rivendica. Questa nuova chiamata alle armi invita ad una ricolonizzazione delle materie prime, dei flussi finanziari e della moneta, che è vissuta, dopo il fallimento della politica del primo anno di mandato, come necessità industriale. Quando si è giunti alla conclusione che il controllo sulle catene di fornitura del blocco alternativo è inscalfibile e che la sfida per l’efficienza di sistema è persa, allora resta la mentalità dei conquistadores. Prendere tutto, semplicemente. 

Serve controllare le rotte marine, possedere letteralmente la geopolitica dell’energia, è indispensabile punire chi alza la testa (l’Iran in primo luogo), sacrificare chi non è indispensabile (il popolo ucraino), prendere le risorse minerarie (in Groenlandia come in Sudamerica, poi in Africa). Una “chiamata alle armi” che potrebbe essere ascoltata con entusiasmo da quella parte delle élite europee più legate al sistema militare-industriale e ai circoli che ruotano intorno ad esso. 

Tuttavia, in Usa come in Europa, alla fine una posizione molto meno sicura di sé, divenuta incapace di pensarsi nel mondo e aggressivamente rivolta a imporsi sopra questo.


Note


(1) Qui il video dell’intervento, https://www.youtube.com/watch?v=yOjBJ89aeXA qui l’abstract del Governo americano, https://www.state.gov/releases/2026/02/secretary-of-state-calls-on-european-leaders-to-defend-western-civilization-in-munich-security-conference-speech-2/ qui il testo trascritto www.astrid-online.it/static/upload/marc/marco-rubio-remarks-at-msc-2026.pdf

(2) https://it.insideover.com/politica/letture-il-discorso-integrale-di-j-d-vance-alla-conferenza-di-monaco.html

 (3) Strutture, energia, gioco imperiale: lo shale gas”, in Tempofertile, 8 febbraio 2026.

(4) Tema comunque complesso, e non senza angoli strategici e posture ambigue, si veda “La Caccia al Cervo nella Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán”, Tempofertile, 19 gennaio 2026.

domenica 8 febbraio 2026

C’ERA UNA VOLTA IL GIAMBELLINO
MEMORIE DI UN QUARTIERE “SCOMODO”



Fra me e l'amico Manolo Morlacchi c'è una differenza d’età di più di vent'anni (io del 47 lui del 70) ridotta dalla comune passione politica, tinta di rosso. Ovviamente abbiamo avuto percorsi di vita diversi, visto che si sono svolti in contesti temporali lontani, non tanto in termini assoluti (per la storia vent'anni sono un battito di ciglia), quanto relativi (il peso tremendo di quei vent'anni si rispecchia nella ininterrotta sequenza di sconfitte che hanno annullato le conquiste di un secolo di lotte proletarie). 


Quando Manolo gattonava e io militavo da qualche anno nei movimenti filocinesi, mi è capitato d'incontrare, sia i compagni del Gruppo Luglio 60 nato al Giambellino (e chissà, forse c’era anche uno dei suoi genitori, se non entrambi), sia alcuni membri della redazione di "Lavoro Politico", la rivista nata all'Università di Trento sulle cui pagine scriveva, fra gli altri, Renato Curcio, il quale, assieme a Morlacchi padre e altri proletari, avrebbe di lì a poco fondato il nucleo originario delle Brigate Rosse. 


Oggi quella storia è stata ridotta a una narrazione tragica intessuta di tenebrosi luoghi comuni (anni di piombo, terrorismo rosso, ecc.) associata a piccole frange di giovani intellettuali infarciti di utopie e ideali astratti. In un libro precedente, La fuga in avanti, Morlacchi ne ha riscattato la memoria, mettendo allo scoperto le radici di una realtà del tutto diversa: minoranze sì, ma minoranze proletarie, accomunate dalla delusione nei confronti della svolta moderata del PCI – nel quale la maggior parte aveva militato - e decise a rilanciare  il sogno rivoluzionario della Resistenza. Un'eresia che ha suscitato condanne più feroci da parte dei comunisti "ortodossi" - preoccupati per il "danno di immagine" - che degli stessi partiti borghesi. 


Certo quell'assalto al cielo è stato, come recita il titolo del libro appena citato, e come la maggior parte di noi militanti delle sinistre radicali del tempo pensavamo, una "fuga in avanti". Ma se le masse non sono insorte, come nella scena finale del film "Tempi moderni", nella quale a un ignaro Charlot basta raccogliere casualmente una bandiera rossa per ritrovarsi alla testa d’un corteo di migliaia di persone, solo la malafede dei pennivendoli liberal democratici può negare che nelle fabbriche e nei quartieri “quelli della stella a cinque” punte godessero di diffuse simpatie. Soprattutto in un quartiere storicamente comunista e proletario qual era il Giambellino. 


Io l'ho frequentato episodicamente, perché i gruppi extraparlamentari in cui militavo quand’ero ancora studente, mi inviavano a diffondere la stampa rivoluzionaria in altre zone della cerchia periferica. Dopodiché, divenuto lavoratore e dirigente sindacale, i proletari li ho frequentati nelle fabbriche e negli uffici. Eppure, quando ho letto Fuga in avanti, mi è venuto un gruppo in gola: fabbrica e quartiere potevano cambiare ma gli operai comunisti erano quelli che descriveva lui.


Nostalgia canaglia, come canta una banale canzonetta? Piuttosto dolore e rabbia per le sconfitte che quegli uomini e quelle donne hanno subito, finendo stritolati nei meccanismi della ristrutturazione capitalistica e della globalizzazione liberista. Volgersi indietro non è, o almeno non è detto sia, una postura nostalgica, può essere, come scrive, citando Benjamin, Maurizio Guerri nella Introduzione al nuovo libro di Morlacchi, Memorie della periferia. Storie del Giambellino (Milieu Edizioni) speranza di redenzione. Il grande filosofo tedesco usa la metafora dell'Angelo che, trascinato dal vento della storia, si volge indietro a contemplare i disastri del passato per significare che "nulla di ciò che è avvenuto dev'essere mai dato per perso", che non può darsi emancipazione degli oppressi di oggi "fino a quando saranno dimenticate le vite degli sconfitti di ieri". Vista da questa angolazione, la memoria è dunque speranza di redenzione, non nostalgia. 


In Memorie della periferia, Morlacchi fa un balzo in avanti di dieci/vent'anni rispetto agli anni Sessanta/Settanta in cui è ambientato il libro precedente, ma lo scenario è ancora il Giambellino, o meglio, questa volta si parla piuttosto delle sue rovine, d'un quartiere sventrato, degradato, dal quale sono stati espulsi gran parte dei proletari (ad eccezione dei vecchi), sostituiti da una fauna di individualità deprivate di identità sociale: sottoproletari, balordi, bulli, pazzi, "scarti di produzione" di ogni tipo, destinati a essere a loro volta espulsi dal processo di gentrificazione che avanza. Nel corso di una lunga passeggiata - reale o immaginata, poco importa - Morlacchi incontra una serie di questi esemplari, o meglio i loro fantasmi, le tracce che hanno lasciato di sé nei luoghi in cui hanno vissuto, o in cui tuttora vivono. 


Ho detto della distanza generazionale che ci divide, ma nel "mood" con cui Manolo ricostruisce questo catalogo di "vite perdute", ho avvertito una eco dello spirito con cui mi sono aggirato per il Parco Lambro nel 1976, in quella fatidica edizione inaugurale del Festival di re Nudo che ho vissuto come profezia della fine imminente di una stagione di lotta, destinata a squagliarsi e ad affondare nella retorica della pseudo trasgressione e dello sballo. Nel momento in cui propongo questo accostamento, mi rendo però conto che può suonare un po’ “proiettivo”, quindi rimedio citando un paio fattori che rappresentano altrettanti elementi – il primo, per dir così “oggettivo”, il secondo soggettivo - di differenza fra i due contesti. 


In primo luogo, la composizione socioculturale del pubblico del Parco Lambro (ancor più nelle edizioni successive del Festival) era radicalmente diversa da quella del Giambellino raccontato da Morlacchi: prevalentemente, anche se non esclusivamente, piccolo borghese-studentesca nel primo caso, prevalentemente, anche se non esclusivamente, sottoproletaria o post proletaria nel secondo. Passando all’aspetto soggettivo: il mio stato d’animo di allora era un misto di frustrazione e rabbia, perché i picchi d’intensità raggiunti dalla lotta di classe e dalle speranze che vi erano associate erano troppo vicini nel tempo per permettermi di accettare serenamente quello scenario di conversione della cultura antagonista in pratiche trasgressive individuali, pop e americanizzate (o pseudo-orientalizzate, vista la linea culturale di ”Re Nudo”). Il che determinava la mia radicale sfiducia nei confronti della possibilità di “redenzione” di quei soggetti. 


Viceversa lo sguardo di Morlacchi appare in una certa misura pacificato, se non rassegnato, dal fatto che la sconfitta si è consumata da tempo in tutta la sua portata, e nei soggetti sui cui si posa riconosce un profondo legame di classe – ancorché anestetizzato – con i protagonisti d’antan (in qualche caso sono gli stessi, invecchiati), per cui sulla rabbia prevalgono la pietas e la volontà di salvare alcune storie dall’oblio, perché come scrive ancora Guerri nella Introduzione sulle tracce di Benjamin, “neppure i morti saranno al sicuro dal nemico se vince” e solo ricordandosi di loro è possibile “tenere accesa per noi oggi una piccola scintilla della speranza”. 


A questo punto non mi resta che evocare alcune delle ombre che, novello Ulisse in visita agli Inferi, Morlacchi richiama dalla sua memoria.


C’è Arturo che “come gli uomini della sua epoca, è capace di fare tutto:l’idraulico, l'elettricista, l’antennista, il falegname, il meccanico, il calzolaio, il vetraio” e che, mentre lavora, manda giù un bicchiere di rosso dopo l’altro, bestemmia senza interruzione in dialetto milanese, non sa dire con precisione quanto gli è dovuto per la riparazione e finisce per accettare qualsiasi offerta, magari solo una promessa di pagamento dilazionato. 


C’è il barbiere detto “mano gialla” per la pelle delle dita intrisa di nicotina, che distribuisce fumetti erotici ai ragazzini in attesa del proprio turno e si raggiunge solo passando da una via che le deiezioni canine hanno trasformato in una specie di campo minato, dove ogni passo può risultare fatale per lo stato delle proprie scarpe. Ci sono i negozi dove si può ritirare la merce riferendo che “mamma ha detto di segnare che a fine settimana paga lei” e le case popolari (ora semidiroccate o in fase di demolizione per lasciare posto alla speculazione del momento) dove il PCI raccoglieva l’80%. C’è Dante, già grande promessa del pugilato trasformato dalla vita in relitto umano, che si diverte a spaventare i ragazzini, ma appena ne trova uno che ha il coraggio di guardarlo negli occhi se ne va borbottando “No scusa, scherzavo. Sei bravo tu! Non ti spaventi!”


Poi ci sono i veri squinternati. Come Giovanna La Pazza che urla contro tutto e tutti ma nessuno le dà retta, gli sguardi le scivolano addosso come fosse trasparente, anche se alza le gonne e si mette a cagare in strada davanti a tutti. O come le bande di tamarri che aggrediscono e picchiano senza ragione il primo malcapitato, a meno che non sia più cattivo di loro. Sono figli di proletari disoccupati che scaricano la rabbia contro i propri simili, a proposito dei quali Morlacchi scrive: “La delinquenza perdeva il suo alone romantico, descritto da canzoni, e diventava essa stessa strumento di coercizione”. 


C’è il ricettatore che garantisce orgogliosamente “è tutta roba regolarmente rubata”. C’è Ercole, un bestione che pare un incrocio fra un musicista punk e un motociclista degli Hells Angels, il quale entra in piscina scavalcando la recinzione perché “Quelli come lui non pagavano. Punto” e poi si tuffa vestito fra l’entusiasmo dei ragazzini.


Infine c’è un racconto sul carcere di San Vittore dove vengono descritte le gesta di personaggi come un certo Troiano (ignoriamo se anche lui apparteneva alla fauna del Giambellino). Costui, quando viene distribuita della carne alla pizzaiola dura e secca, condita con un sugo rancido: “Prende la carne, la sciacqua nel lavandino e toglie l’insulso intingolo. Poi taglia a pezzettini piccolissimi le bistecche e le mette a friggere in padella con i nostri pomodori in scatola. Alla fine, salta fuori un ragù e siamo tutti un po’ più contenti”.


Se fra una quindicina d’anni a Morlacchi verrà in mente di scrivere una terza puntata della sua epopea del Giambellino, è assai probabile che io non sarò più fra i vivi. Gli auguro solo di non dover descrivere uno scenario di grattacieli in stile Piazza Gae Aulenti e/o di locali da movida in stile Corso Como. 

lunedì 19 gennaio 2026

LE RADICI DELLA RUSSOFOBIA OCCIDENTALE
SVELATE DA UN NOSTALGICO DELLA OSTPOLITIK






Hauke Ritz è un giovane (Kiel 1975) filosofo tedesco che si occupa di relazioni fra Europa e Russia (ha insegnato, fra le altre, all'Università Statale di Mosca) e, più in generale, del conflitto Est-Ovest. Il suo Perché l'Occidente odia la Russia? (appena uscito per i tipi di Fazi) è, assieme alla Sconfitta dell'Occidente di Emmanuel Todd (ancora Fazi), uno dei libri più interessanti che mi sia capitato di leggere sul tema (del resto hanno pochi concorrenti, visto che la cultura europea sforna propaganda più che ragionare). La sua analisi è articolata, complessa, a tratti convincente ma presenta anche limiti, contraddizioni e illusioni utopistiche. Per esporne le linee essenziali, organizzerò l'argomentazione in sei sezioni, nelle quali tratterò, fra gli altri temi: similitudini e differenze fra cultura e storia russa e cultura e storia europea (con particolare attenzione al permanere dell'influenza sovietica sulla Russia contemporanea); differenze radicali fra Usa ed Europa, mascherate dal costrutto artificiale del cosiddetto "Occidente collettivo"; la perdita di memoria storica che ha favorito l'americanizzazione di intellettuali, politici e media europei; filosofia neocons e miti fondativi americani; la guerra fredda culturale e i successi del soft power Usa; la Ostpolitik come modello utopistico di un'Europa sovrana e indipendente, capace di assumere il ruolo di mediatore dei conflitti globali. 



I.

Non è possibile capire i motivi dell’odio antirusso, argomenta Ritz, se non si tiene conto del fatto che l’Occidente che nutre tale sentimento è un’entità geopolitica storicamente recente, nata dopo la Seconda guerra mondiale e frutto della rimozione delle differenze di civiltà fra Stari Uniti ed Europa. È vero che i primi hanno origini europee, ma è altrettanto vero che, fin dalle origini, ne hanno preso le distanze, costruendo la propria identità sul rifiuto di una civiltà e di una cultura che li aveva espulsi, sia perché ne perseguitava le idee religiose (sette protestanti) , sia perché opprimeva certe minoranze etniche (irlandesi, ebrei, ecc.), sia perché marginalizzava certi gruppi sociali. I primi coloni paragonavano questo esodo di massa a quello degli Ebrei dall’Egitto, e lo interpretavano come la fondazione di una nuova Terra Promessa, un'impresa messianica che avrebbe cambiato il mondo intero, Europa compresa. Questo mito si è progressivamente secolarizzato, trasformandosi in religione laica della democrazia liberale (identificata con il peculiare modello che tale sistema ha assunto oltreoceano), non ha tuttavia rinunciato alla convinzione di agire al servizio dell’umanità, di essere dalla parte del bene che lotta contro l’altrui male: “l'America è grande perché è buona” ebbe a dire Hillary Clinton in campagna elettorale. Una visione, scrive Ritz “ che rende ancora oggi molti americani ciechi di fronte al livello di violenza della politica estera del loro Paese”.


Come è stato possibile che la tradizione illuminista e razionalista della civiltà europea abbia progressivamente rinnegato la propria differenza da questa mitologia, ingenua e aggressiva ad un tempo? La tragedia dell’Europa, secondo Ritz, inizia con lo scoppio della Prima guerra mondiale, ma soprattutto diventa irreversibile con la pace di Versailles che, con la sua cieca volontà punitiva nei confronti della Germania, ha creato i presupposti della Seconda guerra mondiale, come previsto da Keynes. La sconfitta della Germania nazista, un mostro suscitato dalla cecità delle scelte appena esposte, è stata possibile solo grazie dal concorso degli eserciti americano e russo, eppure il contributo dell’Unione Sovietica è stato immediatamente ridimensionato e oggi si cerca di cancellarne persino la memoria. La Germania, in particolare, sembra avere dimenticato di avere condotto una guerra coloniale di annientamento per decimare la popolazione russa e asservire i sopravvissuti (e oggi dimentica di dover ringraziare l’Urss per la propria riunificazione). Nella stagione della lunga guerra civile europea, come alcuni hanno definito le due guerre mondiali, e nel corso delle guerre coloniali di conquista in Asia e Africa, le potenze imperiali del Vecchio Continente erano lucidamente – e cinicamente - consapevoli di agire come colonizzatori, di lottare cioè per acquisire il monopolio di determinate risorse naturali e umane (“il fardello dell’uomo bianco” evocato da Kipling era una mera copertura ideologica). Viceversa, l’imperialismo americano che ne prende il posto, dopo averle salvate, è convinto di espandersi al servizio della libertà, per cui la fine della Seconda guerra mondiale coincide con l’inizio della Guerra Fredda e con il progetto di estendere il dominio occidentale (identificato col dominio statunitense) sull’intero continente eurasiatico. 


Gli europei non capiscono subito – o fingono di non capire – che cosa implica anche per loro l’accettazione di una cultura liberale d’impronta americana che avrebbe plasmato lo sviluppo globale, occidentalizzato il mondo e imposto un’unica concezione di modernità. Se lo avessero capito, secondo Ritz, si sarebbero resi conto che non era troppo tardi per imboccare la via della coesistenza pacifica, invece di quella della Guerra Fredda. Ma la paura dell’Unione Sovietica era troppo forte, per cui si sono allineati alla paura ancora maggiore che gli Stati Uniti provavano nei confronti di quella minaccia. 


La paura americana era più forte a causa della peculiare natura di un sistema politico solo apparentemente simile a quello delle democrazie europee: ciò che è determinante negli Stati Uniti, scrive Ritz, è infatti l’influenza che potenti gruppi di interesse, riconducibili a ristretti gruppi di singole persone e famiglie molto ricche, esercitano sul processo decisionale. In America, la ricchezza va di pari passo con il potere politico, per cui la libertà da proteggere è quella dei super ricchi e delle loro reti sociali. Ecco perché la minaccia comunista (che dopo la Seconda guerra mondiale si è aggravata con la rivoluzione cinese) è, per l’oligarchia americana ancor più che per le élite borghesi europee, una minaccia esistenziale. Per questo il “fronte culturale” della Guerra Fredda non ha diviso solo Occidente e Sistema Socialista, ma anche Stati Uniti ed Europa. 



II: 


Secondo Ritz, la Guerra Fredda culturale, ovvero l'irresistibile - fino alla recente crisi che lo ha ridimensionato - fascino che il soft power Usa esercita sul resto del mondo, è stato il fattore che più d’ogni altro ha determinato il crollo del Muro e del sistema socialista. Personalmente, ritengo che questa tesi sottovaluti altri elementi. Ritengo inoltre che sia più fondata nel caso del processo di americanizzazione dell'Europa Occidentale, piuttosto che nel caso della guerra culturale contro i Paesi socialisti. Per questo motivo discuterò prima il processo di americanizzazione dell’Europa occidentale (decisivo per capire come gli Usa sono riusciti ad arruolare l’Europa nella crociata antirussa), poi, nell’ultima parte dell’articolo, l’attacco alla Russia e la sua rezione.


Sono sempre stato refrattario alle teorie complottiste, per cui non credo che la progressiva neutralizzazione, non solo dei partiti e delle organizzazioni comuniste, ma anche delle velleità riformiste delle socialdemocrazie nell’Europa Occidentale, siano da attribuire esclusivamente ai diabolici piani e all’azione coordinata di think tank, servizi, media e governi d’oltreoceano. Ciò detto, e aggiunto che sono convinto che la dissoluzione della cultura europea di sinistra non sarebbe avvenuta in assenza di precise cause socioeconomiche e politicoculturali endogene, confesso di essere rimasto impressionato dalla quantità e dalla rilevanza dei dati che il libro di Ritz offre in merito allo sforzo americano di indurre una profonda trasformazione della cultura e della civiltà europee occidentali. La penetrazione in Europa delle idee, dei valori etici, dei concetti teorici, delle visioni del mondo e delle aspettative individuali che caratterizzano la civiltà nordamericana è stata promossa con uno schieramento impressionante di mezzi: fondazioni, riviste, convegni, scambi interuniversitari, media, ong, il tutto con finanziamenti colossali da parte della CIA e altri servizi , oltre che dei colossi dell’economia e della finanza. Da alcuni documenti, oggi desecretati, emergono in particolare due obiettivi: scommettere sulle giovani generazioni per diffondere un’immagine positiva della cultura e della civiltà americane, costruire una sinistra non marxista. Al primo contribuiscono potentemente i prodotti dell’industria culturale (film, tv, musica ecc.) e le mode, al secondo i principi e i valori libertari della New Left, che scalzano progressivamente l'influenza comunista e ispirano i nuovi movimenti europei a partire dal 1968. 


Autori come Boltanski e Chiapello (1) hanno descritto, ancora meglio di Ritz, il divorzio fra critica sociale e critica di tutte le forme di autoritarismo (che evolvono in critica dell’autorità in quanto tale) che caratterizza i movimenti post sessantottini. L’attenzione si sposta progressivamente dal conflitto di classe al conflitto di genere, al conflitto fra uomo e natura, alla critica della morale cattolica che limita la libertà sessuale cristallizzando ruoli e identità, preparando la grande mutazione che culminerà nel nuovo millennio con la nascita della sinistra “woke”.


Ancora più spettacolari i cambiamenti in campo filosofico-accademico e ideologico-politico. In Francia Sartre viene rimpiazzato dai vari Glucksmann, Henry Levy, Deleuze, Guattari mentre Foucault diventa, assai più di Marx, il punto di riferimento obbligato di ogni riflessione critica. Hegel, sul quale le femministe invitano a sputare (2), lascia il posto a Nietzsche, un pensatore di destra che, benché odiasse i ceti inferiori e i socialisti ed inneggiasse all’antichità classica e ai suoi valori elitari e razzisti, viene reinterpretato dallo stesso Foucault e dai teorici del pensiero debole (3) come il nuovo maestro della sinistra filosofica: non a caso, Adorno e Lukács vedono in questa svolta i sintomi della distruzione della ragione (4). La fine dei grand récit teorizzata da Lyotard (5) inaugura, assieme al pensiero decostruzionista che rimbalza fra le università americane e francesi, la stagione che decreta, dopo la morte di Dio, la morte della verità, degradata a opinione. 


Parallelamente a questi processi culturali, avanzano quelli ideologici. Assumendo il concetto di totalitarismo di Hannah Arendt (6) (che avvia il processo di progressiva identificazione fra fascismo e comunismo, sancito dalla recente, infame delibera del Parlamento europeo) i partiti europei di sinistra cercano legittimazione nella presa di distanza dal socialismo reale (vedi Berlinguer sull'esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre e sulla garanzia di sicurezza offerta dall’ombrello della Nato). E ancora più dure nei confronti dell’Urss appaiono le prese di posizione della sinistre radicali, a partire dai movimenti operaisti e post operaisti che si ispirano alle teorie di Antonio Negri. La sintesi finale ed estrema di questi mutamenti è la parabola dei Verdi tedeschi, partiti come movimento ecologista e approdati a posizioni liberal fasciste in politica estera (7). Tutto ciò, osserva Ritz, è stato possibile solo oscurando l’effetto della Rivoluzione d’Ottobre sul mondo capitalistico stesso, rimuovendo cioè sia il fatto che la mera esistenza dell’Urss aveva costretto i Paesi occidentali a pacificare i conflitti di classe attraverso le politiche sociali, sia il supporto sovietico ai movimenti di liberazione del Terzo Mondo.


Queste regressioni sono soprattutto il prodotto della guerra fredda culturale, come sembra ritenere Ritz? Non credo: chi scrive al pari di tantissimi altri, si è impegnato per anni ad analizzare, da un lato, le contraddizioni socioeconomiche generate dal processo di unificazione europea, dall’altro, gli effetti dei processi di ristrutturazione tecnologica e organizzativa e del decentramento produttivo che hanno disarticolato la composizione di classe e distrutto i rapporti di forza degli strati popolari europei, assieme alle scelte delle organizzazioni tradizionali che, dopo avere a lungo rappresentato gli interessi di tali strati, hanno cercato nuovi referenti elettorali negli strati superiori delle classi medie, concentrati nei maggiori centri metropolitani (8). E’ tuttavia innegabile che tali scelte siano ampiamente ispirate ai modelli ideologici e culturali elaborati dalle sinistre liberal americane (il caso dei Dem italiani è paradigmatico). Così come è innegabile che l’adesione a tale modello ha comportato la perdita pressoché totale di un orizzonte storico. Accettando l’annuncio di “fine della storia” (9), la cultura europea ha accettato di ridursi a ricerca di stili  di vita e differenze personali (do you remember lo slogan “il personale è politico”?) e di sfumature estetiche in un mondo occidentale sempre più uniforme. Ma questo esito conclusivo è stato preceduto e accompagnato dalla radicalizzazione del disegno americano di egemonia globale, che ha fatto seguito al crollo dell’Urss. Un disegno che ha ricevuto la propria espressione più coerente nella filosofia neocons.



III.


Per spiegare fino a che punto l’Urss era considerata dagli Usa una minaccia esistenziale, Ritz cita quei piani militari americani del secondo dopoguerra che non escludevano, per impedire che l’Unione Sovietica ascendesse al rango di superpotenza concorrente, il ricorso a una guerra nucleare preventiva e aggiunge che analoghi piani rimasero in vigore perlomeno fino alla crisi dei missili cubani dei primi anni Sessanta, allorché si prese atto che l’Urss era sua volta dotata di un poderoso deterrente atomico (per inciso, andrebbe aggiunto che il progetto era condiviso da quel criminale di guerra (10) che fu Churchill, così come andrebbe aggiungo che, durante la Guerra di Corea, il generale Mc Arthur  chiese a Truman, senza ottenerlo, il permesso di usare le atomiche contro la Cina comunista). 


Trent’anni dopo, il famigerato consigliere per la sicurezza militare di Carter, il polacco naturalizzato americano Zbigniew Brzezinski, anticipava la visione neocons della geopolitica come gioco a somma zero, rilanciando l’obiettivo di impedire la comparsa di un rivale in grado di competere alla pari con gli Stati Uniti. È a lui, fra gli altri, che risale il progetto di usare l’Ucraina (e la Georgia) come strumento per indebolire la Russia e come testa di ponte per appropriarsi delle enormi risorse naturali dell’Asia Centrale. 


Quanto al ruolo dell’Europa in questo grande gioco geopolitico per il controllo del continente eurasiatico, scrive Ritz, l’appoggio Usa alla nascita della Ue e al suo successivo allargamento a Est era funzionale all’espansione della Nato e alla trasformazione economica degli ex Paesi socialisti dell’Europa Orientale: Gli Usa contavano sul fatto che l’allargamento avrebbe frenato, se non reso impossibile, la nascita di una sovranità europea autonoma e acquisito alleati anticomunisti e antirussi da sfruttare come testa di ponte per destabilizzare una Russia in crisi dopo il crollo del sistema socialista. 


La filosofia neocons, refrattaria alla diplomazia e al compromesso, che considera segni di debolezza e di riduzione del potere e dell’autorità, ispira gli slogan dell’immediato dopo Guerra Fredda: fine della storia, nuovo ordine mondiale, momento unipolare, nuovo secolo americano; ma soprattutto interpreta come una vittoria irreversibile il crollo dell’Urss, finendo per ripetere gli errori commessi da Francia e Inghilterra con la pace di Versailles. Molti ”esperti” occidentali davano per scontato che la Russia, ormai esclusa dal novero delle potenze globali, sarebbe decaduta a livello di semicolonia come i Paesi dell’America Latina. Per gli Usa si apriva dunque una nuova frontiera paragonabile all’Ovest ottocentesco, un “Oriente selvaggio” in cui sarebbe stato possibile spostare sempre più a Est il confine. A partire dalla guerra jugoslava le guerre preventive senza mandato Onu divengono la regola: gli Stati Uniti rivendicano per sé i ruoli di legislatore globale, accusatore globale, giudice globale, poliziotto globale (11). Con il ritiro dal trattato antimissili balistici nel 2001, si riaffaccia lo spettro del progetto di sferrare un primo colpo nucleare contro una Russia privata della sua capacità di deterrenza (due decenni dopo l’entrata in funzione dei missili ipersonici russi imporrà un duro risveglio a coloro che avevano accarezzato tale sogno). 


Assieme al tasso di aggressività sui teatri di guerra globali, crescono le richieste nei confronti degli alleati europei di fedeltà e partecipazione attiva a ogni nuova impresa imperiale. E il prezzo economico e di immagine di tali pretese aumenta a mano a mano che le “vittorie” si rovesciano in sconfitte, vale a dire a mano a mano che i processi paralleli di finanziarizzazione e deindustrializzazione, al pari dell’aumento illimitato del debito, sia pubblico che privato, che si basa sulla presunta inscalfibilità del signoraggio del dollaro, rivelano l’altra faccia della medaglia, aumentando le disuguaglianze e i conflitti sociali, favorendo l’ascesa della Cina e la nascita dello schieramento antimperialista dei Brics, mentre l’inattesa ripresa economica e politico-militare della Russia sbarra l’accesso alle risorse dell’Asia Centrale. È a questo punto che la strategia neocons si converte in politica del caos, favorendo rivoluzioni arancione, primavere arabe (12) e tentativi di regime change a ripetizione, a prescindere dalle conseguenze disastrose che puntualmente accompagnano simili eventi. Così l’odio antirusso, mai sopito nemmeno dopo la caduta del socialismo, aumenta ulteriormente. Prima di analizzare come il bersaglio di tanto livore reagisce alla sfida, occorre porsi un’altra domanda: come e perché, ammesso che la sua civiltà e la sua cultura differiscano da quelle americane, l’Europa si è lasciata trascinare in questa direzione priva di sbocco? 



IV.


Nel titolo definisco Hauke Ritz come un nostalgico della Ostpolitik. Del resto è lui stesso a legittimare tale definizione laddove afferma che, dopo il 1989, l’Europa ha avuto un’occasione unica per realizzare la promessa di un’Europa unica da Lisbona a Vladivostok, latrice di pace e democrazia. Il nostro fonda tale utopia retrospettiva su due considerazioni: da un lato, cita l’elenco di leader politici tedeschi, da Brandt a Schroeder passando per Schmidt e Kohl, che hanno sognato di creare un rapporto di collaborazione e scambio pacifici con la Russia, attraverso quella che è stata appunto definita la Ostpolitik; 2) dall’altro lato, sostiene che, per quasi vent’anni, la diplomazia estera russa ha teso la mano al’Occidente. Ad onta del devastante impatto socioeconomico della shock terapy liberista, argomenta Ritz, le élite postsovietiche sembravano avere riscoperto le tradizionali aspirazioni russe (rimuovendo le altrettanto tradizionali ragioni di conflitto, di cui ci occuperemo più avanti) a vedere riconosciuta la propria appartenenza al concerto delle nazioni europee, tanto che si arrivò a ipotizzare l’ingresso (che Washington non avrebbe mai permesso”!) di Mosca nella Nato. 


Non solo questa eventualità non si è mai realizzata ma, con la fine della stagione della Ostpolitik, coincisa con l’ascesa al potere della Merkel, le relazioni russo tedesche sono progressivamente peggiorate, in sintonia con le esigenze americane di sfruttare il momento di debolezza della Russia per ridurla a semicolonia dell’Occidente. La svolta è stata così radicale che la Germania non ha di fatto reagito di fronte all’attentato al gasdotto del Baltico (che pure ne ha gravemente danneggiato gli interessi), mentre la Merkel ha ammesso pubblicamente (al pari di Hollande) che gli accordi di Minsk sono serviti solo a guadagnare tempo per armare l’Ucraina, ha cioè ammesso che l’Europa si è posta al servizio del vecchio progetto americano di Brzezinski e dei neocons che mira a strappare l’Ucraina all’area di influenza russa per usarla come testa di ponte per penetrare in Asia Centrale. In altre parole: Ritz sostiene che la caduta del socialismo sovietico ha determinato, nel contempo, anche la caduta delle socialdemocrazie europee, sgombrando così il campo dagli ultimi ostacoli al progetto di americanizzazione e conversione al neoliberalismo dell’Europa. 


In quale misura i rapporti di forza fra le due sponde dell’Atlantico fossero sbilanciati a favore degli Usa era del resto già chiaro negli anni Novanta, allorché gli europei non furono minimamente coinvolti nello sviluppo delle nuove tecnologie digitali, totalmente monopolizzate dalle industrie americane di un settore strategico sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico-militare. Dopo una breve e timida resistenza europea, la capitolazione è apparsa totale. Mi è parso che, nell’analizzare le ragioni di tale resa, Ritz dia un peso insufficiente ad alcuni fattori essenziali: dalla massiccia presenza di basi e truppe americane sul territorio europeo, al pesante condizionamento dell’economia del Vecchio Continente da parte di una finanza globale caratterizzata dal signoraggio del dollaro. Mi pare che dia al contrario peso eccessivo a fattori ideologici e sovrastrutturali: per esempio, scrive che era arrivata al potere una generazione di politici cresciuti senza principi né valori ideologici, che si sentono responsabili solo della propria carriera, una generazione priva di solide competenze culturali, “che si fa spiegare il mondo dalla tv e dai giornali”. Sottoscrivo, ma resta da spiegare come è perché questa banda di politici europei incompetenti, corrotti e mediocri sia potuta giungere al potere. Ritz associa tutto ciò soprattutto agli effetti che la Guerra Fredda culturale ha avuto anche nei nostri Paesi (vedi paragrafo II) ma, come ho già detto, mancano all’appello i fattori più direttamente connessi alle trasformazioni socioeconomiche e della composizione di classe. In questa sede non intendo approfondire tale aspetto, per cui passo ad occuparmi di quella che considero la maggiore debolezza del libro di Ritz, vale a dire il sogno di un “risveglio” europeo che cambi le regole del gioco geopolitico globale.



V.


E’ possibile pensare a un’Europa che rilegga criticamente il proprio passato, sopravviva alla crisi dell’Occidente e si reinventi come civiltà? Questo l’interrogativo con cui Ritz introduce il suo sogno di un mondo pacificato sotto l’egida di una rianimata cultura europea. Se fosse coerente con tutti gli argomenti da lui stesso esposti, dovrebbe rispondere con un sonoro no. Ma le vie dell’idealismo culturalista sono infinite: basta rimuovere tutti gli ostacoli materiali (interessi economici, rapporti di forza fra le classi, sottomissione a un “alleato” che dispone di un soverchiante potere militare e può affossare la tua economia perché detiene il monopolio della moneta che domina lo scambio globale ecc.) dopodiché, nel mondo della storia intesa come storia delle idee, tutto diventa possibile. 


Ecco quindi che il no diventa un sì, a condizione, argomenta Ritz, che l’Europa rivendichi il proprio universalismo. Certo la civiltà e la cultura americane si presentano come l’ultima incarnazione dell’universalismo europeo, ma la verità è che il loro universalismo si fonda sulla narrazione mitico-religiosa del presunto destino che affida all’America la missione di esportare il bene (ciò che l’America considera il bene) in tutto il mondo, con le buone o con le cattive. Niente a che vedere con l’universalismo europeo che è figlio dell’illuminismo, ma soprattutto della rinuncia, sancita dalla pace di Vestfalia, di imporre alle altre nazioni i propri valori e i propri principi. Ma già qui Ritz inciampa: sottovaluta cioè il fatto che la rinuncia in questione valeva esclusivamente per i rapporti fra Paesi europei, laddove le conquiste coloniali europee sono state il frutto della violenza e della sopraffazione, rese possibili non dalla superiore civiltà europea, bensì dalla sua maggiore efficienza tecnico militare. Sorvola poi sul fatto che i crimini contro l’umanità commessi dall’imperialismo europeo in tutte le sue varianti (Inglese, Francese, Spagnolo, Italiano, Belga, ecc.) non hanno nulla da invidiare a quelli della Germania nazista (13). Ciò che conta, scrive, è che “solo gli europei sono stati capaci di unire in una storia universale tutte le culture e si sono eletti a rappresentanti di tutta l’umanità”. Peccato che quella storia sia divenuta “universale” negando le storie altrui (spesso ben più antiche della nostra) e che quella auto elezione a rappresentati dell’umanità intera sia ormai rifiutata dalla schiacciante maggioranza dell’umanità.


Che dire infine della Cina? I Cinesi, risponde Ritz, erano sì consapevoli di essere portatori di una civiltà più antica – nonché economicamente più ricca e tecnicamente più sviluppata dell’Europa fino alla fine del XVIII secolo (14) – ma “non pensavano di essere portatori di una verità universale” perché “non erano cristiani”. Affermazione, che ha il merito di ribadire che cristianesimo e  universalismo fanno rima con eurocentrismo, per cui nessun “ripensamento critico” indurrà l’Europa a rinunciare al proprio mal riposto senso di superiorità, nemmeno se ridotta a semicolonia americana, nemmeno se declassata a comparsa del grande gioco che oppone Usa, Russia e Cina. 


Liquidata l’utopia di Ritz, il suo sogno di un’Europa che, liberandosi degli Usa e delle proprie velleità imperialiste, potrebbe fungere da mediatore globale, svolgendo il ruolo di una specie di “grande Svizzera”, mi avvio a concludere esponendo quelli che considero i suoi argomenti più convincenti, contenuti nella parte finale del libro, laddove spiega perché la Russia è indissociabile da un’eredità civile, culturale, religiosa e politica che la condannano a essere il bersaglio dell’inestinguibile odio occidentale.



VI.


Ignoro se  chi mi legge abbia avuto la stessa sensazione che il sottoscritto ha provato vedendo che sulle torrette di alcuni carri armati russi in azione sul fonte ucraino sventolavano bandiere dell’Armata Rossa. È probabile che qualcuno le abbia ingenuamente associate al fatto che quei carristi si erano fatti convincere dalla narrazione di Putin, il quale, fra le varie giustificazioni addotte per l’intervento del 2022, aveva inserito l’obiettivo di “de-nazificare” l’Ucraina. Dimentichiamo pure il fatto – inoppugnabile e documentato – che molti reparti dell’esercito ucraino erano effettivamente formati da militanti neonazisti. Dimentichiamo poi che la guerra, come ormai tutte le persone oneste e informate riconoscono, non è iniziata nel 2022, bensì nel 2014, con un golpe di estrema destra (appoggiato dai servizi occidentali) contro un governo democraticamente eletto e che, subito dopo, il nuovo governo e le sue milizie hanno scatenato una guerra civile contro la popolazione russofona delle regioni orientali del Paese. Dimentichiamo infine che la “nuova”Ucraina ha eletto a eroe nazionale tale Bandera, un boia che si è schierato con il Terzo Reich e macchiato di crimini orrendi. 


Certo è tanta roba da dimenticare, ma si tratta di una operazione necessaria, perché aiuta a porre le domande giuste: perché l’argomento di Putin è apparso tanto convincente a centinaia di migliaia di giovani russi, spingendoli ad arruolarsi volontari e a rischiare la propria vita, in quanto consideravano doveroso battersi per la patria, convinti che quest’ultima si trova di fronte alla stessa sfida esistenziale e allo stesso nemico che i loro nonni avevano respinto, al prezzo di spaventosi sacrifici?  E ancora: perché, come giustamente osserva Ritz nel suo libro, a partire dalla guerra con l’Ucraina, lo Stato russo a iniziato a riconoscersi maggiormente nel passato sovietico? 


Evidentemente, scrive ancora Ritz, tutte le grandi rivoluzioni non spariscono mai del tutto dalla memoria storica dei popoli che le hanno fatte, citando in merito il rapporto fra la memoria della Rivoluzione Francese e la perdurante disponibilità dei cittadini francesi a scendere in piazza ogniqualvolta sono scontenti dell’operato di chi li governa. 


Non si era detto che la Russia postsovietica aveva riscoperto l’antica aspirazione a essere riconosciuta come parte integrante dell’Europa, e più in generale del mondo occidentale? Non si era poi detto che il soft power di Washington – grazie ai rutilanti prodotti della industria culturale americana – aveva fatto breccia nei cuori e nelle menti delle giovani generazioni russe? Per l’Occidente è un doloroso mistero la resilienza che l’economia e l’industria bellica russa hanno saputo dimostrare già prima, ma ancor più durante questa guerra, ma è un mistero ancora più doloroso l’improvviso dileguare del fascino di quel soft power. 


Ritz spiega il mistero con il fatto che la Russia non ha solo molti elementi comuni, ma anche molte differenze rispetto all’identità culturale e civile europea: dall’impronta religiosa ortodossa, che la accomuna all’antica Bisanzio più che alla Chiesa cattolica romana (per tacere del protestantesimo) alla summenzionata memoria storica del 1917, che fa sì che l’opinione pubblica russa ammiri assai meno la ricchezza di quella occidentale (la popolarità di Putin è indubbiamente levitata a mano a mano che liquidava il potere degli oligarchi) e valuti assai più preziosa l’idea di giustizia sociale. Anche Todd (15) ha sottolineato questi aspetti, aggiungendovi la distanza fra una tradizione culturale comunitaria e patriarcale di origine contadina e l’individualismo borghese occidentale (non a caso la cultura woke è assai meno apprezzata in quei lidi). Per inciso, mi pare significativo  che la Guerra Fredda culturale abbia riscosso più successo negli altri Paesi del blocco socialista, laddove storia e tradizioni erano assai più affini a quelle dei Paesi dell’Europa Occidentale e laddove la vicinanza geografica e la penetrazione dei media incideva più a fondo (16).


Né va dimenticata la geopolitica: dal risorgere della potenza politico-militare russa che sbarra l’accesso alle risorse dell’Asia Centrale, alla continuità – anche questa eredità del passato sovietico – di una politica antimperialista che vede la Russia schierata con i Brics a fianco di tutti i Paesi che si sentono minacciati dagli Stati Uniti. Se prima gli strateghi americani pensavano che la Russia   andasse “punita” per il suo passato comunista, e pensavano di essere vicino a riuscirci, oggi tornano a paventare l’insopportabile sfida di una potenza che, soprattutto se alleata con la Cina – è in grado di contrastarne il disegno egemonico. Ecco perché il sogno di terzietà europea accarezzato da Ritz non ha la minima possibilità di realizzarsi.


Prima di concludere, aggiungo due parole su un tema che sia Ritz che Todd ignorano, o almeno sottovalutano. Non sono state solo le differenze antropologiche: sono stati anche i conflitti di classe a frustrare le strategie della Guerra Fredda culturale. Se è vero, come argomenta Rita Di Leo (17) che le classi medie russe sono state la quinta colonna che ha potentemente contribuito al crollo del socialismo, è altrettanto vero che le classi popolari, immiserite dalla shock terapy liberista imposta dai vincitori della Guerra Fredda, hanno vissuto nella nostalgia di un passato sovietico che garantiva a tutti una sopravvivenza dignitosa. Lo testimonia l’ampio consenso che continua a riscuotere il Partito Comunista Russo (se nessuno rimpiangesse il passato sarebbe sparito) e lo testimonia il consenso plebiscitario a Putin, che lo premia per avere restituito dignità e potere al Paese. Per tutti questi motivi, cari amici che vi professate di sinistra, non posso più ascoltare chi parla della guerra fra l’Ucraina fascista (spalleggiata da Nato e Ue) e Russia come di uno”scontro fra imperialismi”. Se vi resta un po’ di sale in zucca provate a farlo funzionare prima di sparare simili idiozie. 


NOTE


(1) L- Boltanski, L. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.


(2) Cfr. C. Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, La Tartaruga 2023.


(3) Cfr. G. Vattimo, Il pensiero debole, Feltrinelli, Milano 1985.


(4) Cfr. rispettivamente T. W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo, Einaudi, Torino 2010 e G. Lukács, La distruzione della ragione, Mimesis, Milano-Udine 2011.


(5) J-F. Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1980.


(6) H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2009.


(7) A sancire la svolta reazionaria dei Verdi in politica estera fu l’allora ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, allorché legittimò l’aggressione della Nato alla Serbia e la prima partecipazione tedesca a operazioni belliche dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi i Verdi sono fra i più accaniti sostenitori del riarmo ucraino in funzione antirussa ma soprattutto, come nota Sahra Wagenknecht nel suo libro Contro la sinistra neoliberale (Fazi), da un lato, promuovono politiche ambientali che pesano sui bilanci dei cittadini più deboli, dall’altro, esibiscono una presunta superiorità etica dovuta al fatto che acquistano cibi biologici, biciclette elettriche, e installano nelle proprie case pompe di calore e pannelli solari. Tipico esempio di sinistra “alla moda”, questi movimenti sono caratterizzati, oltre che dall’ambientalismo d’élite, dalle politiche dell’identità e dall’uso manicheo del linguaggio politicamente corretto.


(8) Il processo di gentrificazione dell’elettorato di sinistra è oggetto di numerosi studi: vedi fra gli altri, il concetto di postdemocrazia elaborato da Colin Crouch (Laterza, Roma-Bari 2013) e le analisi di C. Guilluy sul conflitto di classe fra centri metropolitani e periferie in Francia: La France périphérique (Flammarion 2014) e La fin de la classe moyenne occidentale (Flammarion 2018).


(9) Cfr. F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET 2023.


(10) Sulla carriera di criminale di guerra di Churchill vedi C. Elkins, Un’eredità di violenza, Einaudi, Torino 2024.


(11) Dal processo a Milosevic davanti a una Corte Internazionale di Giustizia che esegue gli ordini di Washington benché gli Usa non ne riconoscano la giurisdizione sui propri crimini di guerra, fino al sequestro di Maduro, ultimo anello di una lunga catena di esecuzioni, carcerazioni, guerre illegali e altre palesi violazioni del diritto internazionale, gli Stati Uniti hanno ininterrottamente espresso la propria volontà di arrogarsi, come scrive appunto Ritz, il ruolo esclusivo di legislatore, accusatore, giudice e poliziotto globali.


(12) Le cosiddette Primavere Arabe, gabellate dai media occidentali (e celebrate dai gonzi delle sinistre, sempre occidentali) come un risveglio democratico del mondo arabo, secondo Ritz furono in realtà una serie di rivoluzioni colorate pianificate e preparate da Washington. Un giudizio che condivido pienamente.


(13) Sulla storia dei mostruosi crimini di guerra perpetrati dall’Impero britannico in tutti i continenti in cui stabilì le proprie colonie Cfr. C. Elkins, op. cit.


(14) Di ciò era consapevole Adam Smith, come spiega Arrighi nel suo Adam Smith a Pechino (Feltrinelli 2007) e come confermano storici di lunga durata come Fernand Braudel (Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll. Einaudi) e Kenneth Pomeranz (La grande divergenza, il Mulino).


(15) Cfr. E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024.


(16) Particolarmente impressionante fu lo sbarco in massa di migliaia di cittadini albanesi sulle coste del nostro Paese, dove, suggestionati dalle trasmissioni tv che avevano captato per anni, credevano di trovare il paradiso in terra. Personalmente, ho vissuto l’esperienza di visitare Budapest poco prima della caduta del Muro e di assistere allo spettacolo delle code interminabili di fronte ai negozi che vendevano prodotti occidentali (carissimi per gli autoctoni). Ma fra i Paesi dell’Est Europa esistevano grandi differenze. Ad esempio, per la stragrande maggioranza dei cittadini occidentali la DDR è stata un orribile campo di concentramento in cui milioni di tedeschi sono rimasti imprigionati  dopo la fine della Seconda guerra mondiale, un incubo totalitario che il film di Florian Henckel von Donnersmarck Le vite degli altri, santificato da un Oscar, ha descritto con toni claustrofobici. Ma la realtà era davvero questa? In verità, sostiene il penultimo presidente del Consiglio della DDR Hans Modrow (cfr., di questo autore, Costruttori di ponti, Meltemi 2022) la maggioranza dei cittadini di quel Paese, almeno fino agli anni Settanta, ha convintamente sostenuto il governo, anche perché le loro condizioni di lavoro e di vita erano decisamente migliori rispetto a quelle di tutti gli altri Paesi dell’Est Europa. In quegli anni, contrariamente a quanto sostenuto dai media occidentali, l’opposizione rappresentava una frazione minoritaria della popolazione, ma soprattutto non voleva abbattere il socialismo, bensì riformarlo.


(17) Cfr. R. Di Leo, L'esperimento profano, Futura, Roma 2011.

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