Lettori fissi

venerdì 6 marzo 2026

RIUSCIRA' CUBA 
A SOPRAVVIVERE ANCHE A TRUMP?







Premessa


E' appena uscito, nella collana "Visioni eretiche" che dirigo per Meltemi, Su Cuba. Riflessioni su 70 anni di lotta e rivoluzione, di Noam Chomsky e Vijay Prashad. E' un libro importante in un momento in cui, dopo avere aggredito Venezuela e Iran, il Moloch criminale a stelle e strisce potrebbe rivolgere l'attenzione all'isola che considera da sempre una spina nel fianco. Prima di entrare nel merito, tuttavia, vorrei fare chiarezza in merito al mio pensiero in merito alle immagini che testimoniano l'esistenza  di un rapporto fra Chomsky ed Epstein, che ça va sans dire, verranno sfruttate per neutralizzare le crude verità sui delitti yankee contro il popolo cubano documentate nel libro. Inizio citando qui di seguito il comunicato che l'editore Meltemi ha emesso qualche giorno fa:


Questo venerdì uscirà in libreria il volume “Su Cuba”, che vede come autore, insieme a Vijay Prashad, Noam Chomsky. Quando nell’autunno del 2024 abbiamo acquisito i diritti per l’edizione italiana di questo volume, si trattava di una scelta mirata ad ampliare quella parte del nostro catalogo dedicata all’analisi del post colonialismo e dell’imperialismo con l’aggiunta di due autori di primo piano.

Come molte e molti di voi, siamo rimasti scioccati dalla pubblicazione di numerose email e immagini che testimoniano lo stretto rapporto intercorso tra Chomsky e Jeffrey Epstein negli anni precedenti al secondo arresto di quest’ultimo. Anche nel caso in cui questi scambi non andassero a mettere in luce alcuna specifica condotta illegale, rimangono la testimonianza di una compromissione morale con un mondo di élite spregiudicate che non è giustificabile in alcun modo, a maggior ragione da parte di un intellettuale dalla storia di Chomsky. Questo volume è il frutto di un lungo lavoro di confronto e riflessione che ha coinvolto numerose persone, a partire dal musicista Silvio Rodríguez, che ispirò per primo a Prashad l’idea di scrivere un libro su Cuba, a Manolo de Los Santos, che ne ha scritto l’introduzione, e a Marc Favreau e Ishhan Desai-Geller, che ne hanno curato l’edizione originale. Le loro riflessioni rimangono un punto di partenza prezioso per comprendere Cuba oggi.

In questo momento oltre dieci milioni di cubani sono bersaglio di una politica violenta e vendicativa degli Stati Uniti, che si inserisce in oltre settant’anni di embarghi, tentati colpi di stato, attacchi mediatici e isolamento internazionale. Dopo l’operazione militare del 3 gennaio, terminata con il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro, e il conseguente blocco totale delle esportazioni di petrolio verso Cuba, tenere in vita un discorso critico sulla situazione di Cuba è più importante che mai.


Condivido, ma aggiungo alcune riflessioni. Ho sempre criticato lo slogan coniato dalle femministe "il personale è politico", che considero uno degli strumenti più efficaci con cui la cultura neoliberale è riuscita a convertire i movimenti post sessantottini in altrettanti cavalli di Troia del proprio progetto egemonico sulla "nuova" sinistra (1). Dopodiché il "personale" di cui si parla nel caso in questione è inevitabilmente intrecciato con la dimensione etico-politica. Detto che, mentre non ritengo Chomsky sospettabile (se non altro per raggiunti limiti di età...) di avere fatto ricorso ai "servizi particolari" che Epstein (e il Mossad dietro le quinte?) offriva ai potenti per poterli ricattare, penso piuttosto che fosse interessato - in quanto barone accademico - ai finanziamenti che Epstein ha ripetutamente elargito alla sua istituzione, il MIT di Boston. È chiaro che ciò non lo assolve. Del resto va ricordato che uno dei tratti distintivi della cultura americana (e ahimè sempre più europea) sono le relazioni trasversali (che prescindono dalle appartenenze ideologico-politiche) fra gli esponenti di vertice di diverse branche del potere (manager, politici, accademici, giornalisti, intellettuali, star dello sport e dello spettacolo etc.). Le amicizie (e gli interessi) personali "fanno" politica, sovvertendo il senso dello slogan di cui sopra e le intenzioni di coloro che lo hanno coniato. Ciò non cambia di una virgola il fatto che Chomsky, il quale non è mai stato un rivoluzionario ma un liberale di sinistra (del resto gli Stati Uniti non producono di più e di meglio...), ha l'indiscutibile merito di avere sempre preso posizioni radicali sulla criminale politica estera di Washington (a differenza di personaggi più politicamente schierati e dalle inappuntabili credenziali woke, come Bernie Sanders e altri). Ciò posto vengo al libro. 


Invece che dal lungo elenco delle malefatte di Washington ai danni di Cuba, parto da un’interessate annotazione di carattere generale sulla politica estera Usa, contenuta nel capitolo XIII. Oggi circolano spesso battute sulla “follia” di Trump che, a chi scrive, richiamano le idiozie di chi attribuisce la responsabilità della Seconda guerra mondiale alla follia di Hitler. Mentre è evidente che entrambi questi loschi figuri non hanno quel che si dice la testa a posto, è altrettanto chiaro che il Terzo Reich e lo stato imperialista americano sono macchine poderose, funzionali a precisi interessi e progetti politici collettivi (di classe) che possono sfruttare personaggi del genere ai propri fini ma non diventare docili strumenti nelle loro mani. Nel caso degli Usa ciò trova conferma in un interessante documento, citato nel capitolo in questione, dello STRATCOM (acronimo per US Strategic Command) del 1995 (presidenza Clinton) in cui si afferma che, caduta l’Urss, è venuto meno  il concetto di deterrenza fondato sulla mutua distruzione assicurata per cui, al suo posto, si raccomandava di adottare un approccio definito “strategia del pazzo”, consistente nel far credere a qualunque interlocutore riottoso che le decisioni americane non sono razionali, bensì animate da un irrazionale e spietato spirito di sopraffazione e vendetta: “Il fatto che gli Stati Uniti possano diventare irrazionali e vendicativi se i loro interessi vitali sono attaccati dovrebbe far parte dell’immagine che proiettiamo sulla nostra nazione...” Quale migliore esecutore di tale strategia di un Donald Trump? Gli attacchi a Venezuela e Iran possono rivelarsi, sulla lunga distanza e al di là di ogni successo tattico, dei boomerang, ma evidentemente si conta sul fatto che essi avranno comunque ottenuto l’effetto di “terrorizzare” altri potenziali nemici (ecco perché gli Usa sono stati, sono, e resteranno finché la loro egemonia militare non incontrerà un ostacolo insuperabile, la più grande organizzazione terroristica del mondo).


Fatti e parole 


Inizio riportando l’elenco (incompleto) degli interventi militari diretti che gli Usa hanno compiuto in America Latina: Cuba (1906-1909), Nicaragua (1907), Honduras (1907), Panama (1908), Nicaragua (1910), Honduras (1911), Cuba (1912) , Panama (1912), Honduras (1912), Nicaragua (1912-1933), Repubblica Dominicana (1914) , Messico (1914-1918), Haiti (1914-1934) e, naturalmente, Venezuela (2026). L’elenco di quelli indiretti (golpe e cambi di regime perpetrati con la complicità di forze interne ai Paesi vittime) è troppo lungo e si riferisce a date più recenti, per cui la maggior parte dei lettori non hanno probabilmente bisogno di sentirseli ricordare. 


La storia della dottrina Monroe (1823), che attribuisce agli Usa il diritto di decidere del destino di tutte le nazioni del proprio emisfero, e di impedire che altre potenze interferiscano con tale diritto, è fin troppo nota. Meno note sono le radici profonde di tale dottrina, il fatto cioè che non si tratta solo di radici politiche ma anche religiose. Queste ultime risalgono alla fede dei primi colonizzatori, membri di sette protestanti in fuga dall’Europa che vedevano nell’America la Terra Promessa e che erano convinte di essere portatrici della missione di fondare una nuova Gerusalemme, nonché di doverne estendere i principi e i valori al mondo intero. Una visione della “eccezionalità” americana e del “destino manifesto” degli Stati Uniti che spiega anche l’inestricabile legame, fondato sulla convergenza fra protestantesimo di ispirazione calvinista e sionismo, fra Stati Uniti e Israele.


Del resto, prima ancora di Monroe, Thomas Jefferson aveva detto (1817) “se ci impadronissimo di Cuba saremmo i padroni dei Caraibi” e, qualche decennio dopo, gli Usa invasero il Messico impossessandosi di metà del territorio del vicino. Tornando a Cuba: dopo il 1898, dopo cioè che l’isola venne sottratta alla Spagna, essa divenne una colonia virtuale e il presidente Roosevelt le impedì con ogni mezzo di ottenere l’indipendenza. Sempre Roosevelt ebbe a dire “sono così arrabbiato con quell’infernale minuscola repubblica cubana che vorrei cancellare la sua gente dalla faccia delle terra” e, nel 1904, parlando più in generale della sua peculiare interpretazione della dottrina Monroe: “"qualunque stato su comporti bene può contare sulla nostra calorosa amicizia...la dottrina Monroe può costringere gli Usa, seppure com riluttanza, in casi di malefatte o impotenza flagrante, all'esercizio di un potere di polizia internazionale".


Fino alla rivoluzione tutte le infrastrutture dell’isola erano controllate da multinazionali americane e il Paese funzionava come una specie di grande parco divertimenti per ricchi turisti americani, un vero e proprio paradiso per gangster, visto che molti di questi turisti erano conclamati mafiosi che, in quel luogo, potevano fare tutto quel che volevano senza incorrere nei rigori della legge. 


Castro: la spina nel fianco che gli Usa non sono riusciti a levarsi 


Nel 1953 Castro dichiara in un’intervista: “non nutriamo alcuna animosità verso gli Usa e il popolo americano lottiamo per una Cuba democratica e la fine della dittatura”. Sulla base del precedente mezzo secolo di storia non poteva tuttavia ignorare che sarebbero stati perseguitati per il solo fatto di voler  realizzare la sovranità dell’isola. E infatti: subito dopo la vittoria la rivoluzione, scrivono gli autori, la rivoluzione deve affrontare sei problemi cruciali: ridistribuzione della terra, industrializzazione, alloggi, disoccupazione, istruzione, salute, il che non è possibile se non cacciando fuori dal Paese le multinazionali americane. Gli Usa reagiscono adottando immediatamente le prime misure finalizzate a indebolire con ogni mezzo possibile la vita economica di Cuba e Castro contro reagisce nazionalizzando tutte le attività statunitensi. Nel 1961 vengono interrotte le relazioni diplomatiche fra i due Paesi. 


Kennedy, idolo degli pseudocomunisti di casa nostra prima ancora che si convertissero in controfigura da operetta dei Democratici americani, mostra subito le sue zanne da cane da guardia dell’imperialismo a stelle e strisce. Aizzato dal consigliere Schlesinger, che lo avverte che i latinoamericani prenderanno a modello quei temerari che osano sfidarli, leva il guinzaglio alla CIA e agli esuli cubani acquartierati  in Florida che oltre al patetico tentativo di invasione della Baita dei Porci (2) organizzano bombardamenti sull’Avana, sui campi di canna da zucchero e su infrastrutture oltre ad una lunga serie di attentati, compresi vari tentativi di assassinare Castro (saranno centinaia prima della sua morte di vecchiaia). Sarà invece Kennedy ad essere ucciso a Dallas nel 1963, ma prima di morire farà in tempo a dire “questa specie di società socialista sta per essere spazzata via insieme alle macerie della storia”. Mentre un anno dopo, nel 1964, il Consiglio di pianificazione politica del Dipartimento di Stato affermerà, con trumpiana franchezza ante litteram: “ il pericolo principale che affrontiamo con Castro sta nell’impatto che la stessa esistenza del suo regime ha sul movimento di sinistra in molti paesi latinoamericani “



Haiti:la fine che gli Usa vorrebbero far fare a Cuba 


Nel suo bel libro sulla rivoluzione haitiana (3) R. L. James racconta l’epopea dei “giacobini meri”. Anticipando le imprese di Bolivar, gli schiavi insorsero contro i padroni bianchi alla fine del Settecento, convinti che i diritti dell’uomo così solennemente proclamati dalla Grande Rivoluzione spettassero anche a loro. Ma per conquistare l’emancipazione prima e l’indipendenza  poi (1804) dovettero sconfiggere, sotto la guida di quell’antenato nero di Castro che fu Toussaint Louverture, tre eserciti: inglese, spagnolo e francese (quest’ultimo inviato dall Repubblica “rivoluzionaria” per restituire ai padroni bianchi il loro sacrosanto diritto alla proprietà degli schiavi in quanto ”beni privati”!). 


Dopodiché la Francia impose all’isola un bloqueo che anticipò di due secoli quello contro Cuba, costringendo Haiti a riconoscere un mostruoso “risarcimento” ai piantatori borghesi per essere stati privati di terre e schiavi. Un debito che ha divorato per un secolo e mezzo l’80% dei redditi haitiani, immiserendone i cittadini e arricchendo le banche americane che acquistarono i loro debiti dalla Francia. Per inciso gli Stati Uniti, che vedevano come un dito nell’occhio quella sfida alla schiavitù, non riconobbero Haiti fino al 1862 e occuparono l’isola (dal 1914 al 1934) per garantire che i crediti delle loro banche fossero onorati, poi se ne andarono lasciando il Paese nelle mani di dittatori come Papa Doc e figlio. Dopodiché ispirarono due golpe contro il presidente Aristide, che tentava di restituire democrazia, sovranità e dignità ad Haiti. Infine tutte le potenze occidentali hanno invaso Haiti con le loro ONG, le quali hanno privatizzato quasi tutte le funzioni statali (4)



I successi della rivoluzione e il rischio che vengano annullati


Anche il bloqueo contro Cuba è stato legittimato come ritorsione  per il mancato risarcimento delle imprese americane espropriate dalla rivoluzione. È stato invece quando quelle stesse imprese si sono dichiarate interessate a tornare a investire e ad avere scambi commerciali con Cuba che Obama ha parlato di “normalizzazione” dei rapporti fra Washington e L’Avana. In realtà, scrivono gli autori, voleva “sostituire l'arma della violenza con l’arma del consumismo con l’appoggio delle imprese che vogliono tornare a fare affari sull'isola”. Eppure il Congresso si è opposto ad abrogare le norme sull’embargo, perché la sfida di Cuba continua ad essere un esempio intollerabile per gli altri condomini del “cortile di casa” latino americano. Così Castro, ormai prossimo alla morte, ha potuto dire che Trump e Obama sembrano diversi ma sono uniti dalla tessa fedeltà agli interessi imperiali Usa” ( né Biden è si è comportato diversamente).


Eppure la rivoluzione cubana non solo ha sempre resistito, ma ha conquistato straordinari successi in materia di sistema sanitario e sistema educativo, ha dato un contributo decisivo alle lotte di liberazione di alcuni Paesi africani, ha retto alla sfida terribile del “periodo speciale”, quando il crollo del socialismo in Russia e negli altri Paesi dell’Est Europa ne ha falcidiato il PIL e quando Castro ebbe a dire: “nessuno verrà lasciato al proprio destino, solo un paese socialista può permettere ciò che stiamo facendo: distribuire ciò che abbiano tra tutti noi” (5). 


E’ stata anche la rivoluzione venezuelana ad aiutare Cuba a superare quella prova e, dopo l’aggressione a Caracas, le sue condizioni già terribili rischiano di aggravarsi ulteriormente, per cui la tentazione delle iene di Washington di balzarle alla gola per darle il colpo di grazia non può che crescere. Non concludo con il solito appello alla solidarietà internazionalista, perché sono consapevole che gran parte delle “sinistre” occidentali, convertite al neoliberalismo, hanno cessato da tempo di amare, capire e sostenere la lotta del meraviglioso popolo cubano, per cui, almeno alle nostre latitudini, quella solidarietà sarà ahimè alquanto scarsa (spero ovviamente di essere smentito). Concludo invece dicendo che, anche se la splendida epopea cubana dovesse concludersi, il suo esempio resterà come un imperituro monumento alla lotta contro l’imperialismo e ispirerà nuove sfide e nuove rivolte finché la testa del serpente non verrò schiacciata.


Note


(1) Sulla conversione liberale della cultura postsessantottina cfr. L. Boltanski, L. Capello, Il nuovo spirito del capitalismo, Meltemi, Milano-Udine 2014.


(2) Una delle accuse più frequenti alla politica estera statunitense, che le è stata rivolta, fra gli altri, da un conservatore illuminato come George Kennan, è quella di non capire la cultura e la logica dei propri avversari. Il caso della Baia dei Porci è in tal senso paradigmatico: i dirigenti americani erano convinti che i cubani avrebbero accolto a braccia aperte i “liberatori” e che l’esercito rivoluzionario non sarebbe stato in grado di respingere l’invasione, in altre parole, ignoravano completamente l’entusiasmo con cui la rivoluzione era stata accolta dalla stragrande maggioranza del popolo dell’isola.


(3) Cfr. R. L. James, I giacobini neri. La prima rivolta contro l’uomo bianco, DeriveApprodi, Roma 2015.


(4) Nell’estate del 2013, trovandomi a Quito per una ricerca sulla rivoluzione ecuadoriana, alcuni docenti della locale università usarono il neologismo “oenegismo” per definire ironicamente le pratiche di occidentalizzazione e di diffusione dei valori neoliberali che le ONG euroamericane mettevano in atto nel Paese. Cfr C. Formenti, Magia bianca magia nera, Jaka Book, Milano 2013.


(5) E’ questo il motivo per cui Lukács ebbe a dire: “preferisco vivere nel peggior paese socialista che nel miglior paese capitalista”. Detto poi che, fino al crollo dell’Urss, l’aiuto dei Paesi socialisti fu determinante per la sopravvivenza di Cuba, gli autori ricordano il famoso discorso di Guevara ad Algeri, nel quale il leader rivoluzionario disse che gli stati socialisti avrebbero dovuto fornire capitale ai paesi poveri non per legarli a sé ma per favorirne lo sviluppo. È esattamente quanto fa la Repubblica Popolare Cinese, ma questo nel libro non viene detto, nemmeno in nota: evidentemente per gli americani, ancorché di sinistra, riconoscere i meriti della Cina è difficile, se non impossibile...

mercoledì 18 febbraio 2026

Marco Rubio a Monaco: il ritorno del suprematismo civilizzazionale


di Alessandro Visalli



Avendo letto in anteprima il testo del post sul discorso del Segretario di Stato americano Rubio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco che l'amico Visalli ha pubblicato sul suo blog, gli ho chiesto il permesso di rilanciarlo integralmente su questa pagina, perché condivido il suo sgomento di fronte all'arrogante rivendicazione del progetto di restaurare il dominio dell'Occidente sul mondo facendo girare indietro le lancette della storia fino ai tempi "felici" dell'imperialismo coloniale ottocentesco e primo novecentesco. Una vignetta sul "Fatto Quotidiano" di qualche giorno fa, dedicata alle divergenze fra Stati Uniti e Ue recitava: "ora abbiamo un'alternativa: essere nazisti americani o nazisti europei". In realtà, come certificano gli applausi scroscianti dei boss europei a Rubio, non abbiamo alcuna alternativa: possiamo essere solo nazisti occidentali. Con buona pace di quei "sinistri" che si beano della volontà europea di contiuare a foraggiare il regime ucraino per consentirgli di proseguire la guerra, ignorando che questo è solo il primo passo verso la Terza guerra mondiale. 


Carlo Formenti




Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il 14 febbraio 2026, il Segretario di Stato Americano, Marco Rubio, ha pronunciato un atteso discorso (1) nel quale ha invitato i leader europei ad unirsi agli USA nella difesa della civiltà occidentale. E proprio di quella civiltà che dal XV secolo in poi, per cinquecento anni, ha di fatto oppresso, schiavizzato, barbaramente trucidato, oscurato e calpestato millenarie civiltà colpevoli di essere solo troppo deboli.

Oggi, al primo quarto del sesto secolo, quando troppo debole il resto del mondo non è più, Rubio, come un novello conquistador, invita ad unirsi sotto lo stendardo della ‘civiltà’ per rinnovarne i fasti.  




Un anno fa anche il vicepresidente Vance pronunciò nella stessa occasione un vibrante discorso (2) nel quale, tuttavia, spostava con vigore il tema dalla sicurezza esterna a quella dei valori. In quella occasione disse apertamente che l’Amministrazione era impegnata e credeva di poter “raggiungere un ragionevole accordo tra Russia e Ucraina” e che lo preoccupava, casomai, “la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali”. In particolare, dalla democrazia (l’Unione si era appena vantata del fatto che il governo rumeno avesse annullato un’elezione non gradita), tramite il controllo dei social, le restrizioni alla libertà di espressione, di opinione (nella fattispecie contro l’aborto). Uno dei passaggi più forti, echeggiante un apocrifo Voltaire fu “a Washington c’è un nuovo sceriffo in città e sotto la guida di Donald Trump potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro diritto di esprimerle nella piazza pubblica, che siate d’accordo o meno.” Insomma, Vance si travestiva da più puro e coerente liberale, di fronte al totalitarismo europeo.  


Ora, invece, l’amministrazione americana ha mandato un funzionario di livello meno alto, il Segretario di Stato, ma, soprattutto, lo ha mandato a dire una cosa del tutto diversa: mentre Vance parlava di democrazia e di pace, Rubio parla di scontro e di espansione. Gli elementi fondamentali del discorso sono adesso la fuoriuscita dalla cornice universalista liberale, in favore di un approccio “civilizzazionale”. Un approccio che, al contempo, rifiuta di pensarsi come opzione tra altre, e rilancia l’idea che esista qualcosa come l’Occidente, guidato dagli Stati Uniti ed ai quali l’Europa deve aderire per “sopravvivenza”. Inoltre, espone l’idea che questo Occidente deve smettere di avere paura (un tema presente anche in Vance) ed espandersi, di nuovo.


Tutto il discorso, pronunciato con un tono fermo e assertivo, mostra in realtà l’opposto di quel che dice. Gli Stati Uniti erano sicuri di poter controllare la situazione, dodici mesi fa, di chiudere la ferita ucraina (dove la Russia non sembrava proprio voler perdere) e di raddrizzare con mezzi legali, se pure bruschi, le ragioni di scambio al fine di suturare le proprie vene aperte e creare le condizioni di inversione del declino. Infine, di poter porre sotto controllo con i medesimi mezzi, minacciando dazi, le catene di fornitura strategiche. I primi sei, o nove, mesi dopo quel discorso sono stati impiegati a cercare di portare avanti quell’agenda. È partita prima una guerra dei dazi, con tutto il mondo, poi delle catene di fornitura. I risultati sono stati modesti, c’è stata un poco di inflazione, meno dell’un per cento, la Cina ha opposto una vigorosa stretta sulle ‘terre rare’ che ha costretto rapidamente a ripiegare. L’India non è sembrata piegarsi. Così il resto. 

Allora nell’ultimo trimestre l’amministrazione è passata alle maniere forti: prima ha attaccato l’Iran per evitare che Israele subisse troppi danni nella “Guerra dei 12 giorni” contro l’Iran; poi ha assediato il Venezuela. Infine, ha minacciato direttamente il Canada, la Danimarca sui possedimenti della Groenlandia. Ma anche qui le reazioni non sono state confortanti.

L’amministrazione sembra aver capito ed essere passata, malgrado le apparenze “muscolari”, ad una percezione difensiva del momento del mondo. Ovvero di essere passata all’idea di essere effettivamente sotto assedio. E che questo si risolve solo con una vigorosa sortita. Dunque, è passata all’invito di andare nuovamente all’offensiva. Coerente, peraltro, con una Conferenza che ha proposto venti di guerra.


Richiamando l’origine della Conferenza, al tempo della Guerra Fredda (1963), Rubio nel suo discorso ha evocato la vittoria finale sull’Urss e, dopo di questa, la “pericolosa illusione” per la quale la storia sarebbe stata allora finita. Che ogni nazione sarebbe, al termine di un percorso di apprendimento e crescita, diventata “liberale” e “democratica”. Affermando anche l’altra grande idea settecentesca per la quale i legami del “dolce commercio” avrebbero prevalso, sostituendo le passioni obsolete e, con esse, le nazionalità. 

Queste venerabili, vecchie, idee sono state definite, nel discorso, “sciocche”. Una idea che “ignora la natura umana” e le “lezioni di 5000 anni di storia”. Dopo aver quindi evocato un’antropologia hobbesiana il Segretario ha individuato i quattro nemici dell’amministrazione e la meccanica della loro azione: il libero commercio, colpevole di aver provocato la deindustrializzazione e la perdita di controllo delle supply chain (ad esempio, nelle terre rare), la deviazione di risorse dalla difesa allo Stato Assistenziale e, il culto del clima, per il quale sono state imposte politiche energetiche che “impoveriscono la nostra gente”. Quindi l’apertura ad una immigrazione di massa che “minaccia la coesione delle nostre società”. 

Quattro temi che sono dei “fatti” nella mente del Segretario. Ma fatti che vengono tutti attribuiti a forze esterne e decisioni politiche. Si tratta di retorica, Rubio sa bene che si è trattato piuttosto di una dinamica dello stesso capitalismo americano, ovvero, casomai, di mancanza di politica. Si è trattato della resa della direzione politica a quelle grandi aziende internazionali monopolistiche che, loro, hanno delocalizzato per decenni per ridurre il costo del lavoro, estrarre più profitti da lavoratori e consumatori e nasconderli nei paradisi fiscali (riciclandoli nell’alta finanza). È stata la ricerca parossistica della prossima migliore trimestrale, al prezzo di scegliere fornitori insicuri, purché costassero un dollaro in meno. Infine, la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico in particolare dopo shock che hanno provocato all’Europa le guerre americane in Medio Oriente dell’amministrazione Bush (e qui, palesemente Rubio parla da venditore, essendo l’Amministrazione Trump alla ricerca di acquirenti per quello shale gas nel quale la grande finanza Usa di Black Rock e Vanguard ha investito migliaia di miliardi negli ultimi anni, dopo il 2008 come abbiamo visto nell’ultimo post (3)). L’immigrazione, infine, è stata di nuovo per anni una risposta esattamente alla ricerca costante di minore costo del lavoro e aumento del plusprofitto da parte del capitalismo monopolistico occidentale.

Ancora una volta, l’anno scorso Vance pensava di combattere una battaglia di ‘valori’, fidando nella forza per raddrizzare l’economico, Rubio è stato mandato a recuperare i sospesi. Deve salvare il capitale nazionale statunitense, gli investimenti ciclopici della finanza americana nei gassificatori sulla costa e nei campi nell’interno, trovare soldati di ventura per le prossime incursioni. Prima che la Cina pareggi il conto delle portaerei, nel prossimo decennio, bisogna battere il ferro e passare dalla fiducia nella mano “invisibile” del “dolce commercio” (se mai incoraggiato con qualche spintarella) al semplice saccheggio diretto delle risorse minerarie. In Venezuela come altrove.

L’obiettivo esplicito del Segretario è invertire il declino, rigettare l’ordine multilaterale e riaprire la storia. Con le sue parole, “rinnovamento e restaurazione”, un “futuro orgoglioso, sovrano e vitale come il passato della nostra civiltà”. In questa battaglia, per Rubio, Stati Uniti ed Europa sono “intrecciati”, in quanto “parte della stessa civiltà”. Ovvero “secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri antenati hanno fatto insieme”. Parola alate, come sempre, quando bisogna alzare gli stendardi di guerra.


A seguito di questa ri-essenzializzazione dell’Occidente come soggetto storico unitario si crea un campo polare “Noi/Altri”, che fronteggia direttamente la visione cinese di “tutti sotto il cielo” e “destino comune dell’umanità”. Nessuna dimensione planetaria viene dunque ammessa come legittima. Né il diritto di movimento (come visto l’immigrazione è espressamente denunciata come minaccia identitaria), né la tutela del clima come bene comune (anche qui la questione ecologica è derubricata a leva geopolitica ed industriale). Il mondo immaginato da Rubio è piuttosto un’arena nella quale grandi guerrieri combattono per la vita. Un “Grande spazio” da occupare e contendere.

C’è una conseguenza ovvia, se l’universalismo è abbandonato e la lotta tra civiltà è l’unica verità del mondo, allora, per il Segretario di Stato, il centro normativo deve essere a Washington e l’Europa si deve allineare. Abbandonando le sue politiche ed i propri valori, la migrazione ed il clima sono minacce alla civiltà comune.

Quella civiltà che ha “piantato i semi della libertà che hanno cambiato il mondo”, che ha concepito – qui, in Europa – “il diritto, le università e la rivoluzione scientifica”, un continente che ha prodotto “Mozart e Beethoven, di Dante e Shakespeare, di Michelangelo e da Vinci, dei Beatles e dei Rolling Stones”. Ma anche “i soffitti a volta della Cappella Sistina e le torri imponenti della grande cattedrale di Colonia”. Una eredità, dunque, di cui essere fieri, orgogliosi. Un sentimento, questo, che è l’unica condizione necessaria per plasmare il futuro.


Insieme alla paura che si legge tra le righe, emerge dal testo una specifica visione, un sentimento ed una percezione acuta: la civiltà è minacciata e il declino è alle porte, il male è da identificare non più nell’autoritarismo (come nella posizione dell’universalismo liberale che Vance ha rovesciato nel suo discorso di un anno fa), ma nella dissoluzione identitaria, perdita di sovranità e declino, frammentazione. Se la dissoluzione è davanti a noi, dice Rubio, resta solo la forza. Ciò che ostacola il male è solo la forza. Chiaramente quella dell’Occidente a guida americana, un blocco forte, orgoglioso, sovrano. Portatore di una forma di vita e di un ordine che ha diritto di sopravvivere e usare la spada verso i “barbari”. 

Questa postura tragica, questi toni drammatici, da ultimo scontro, risaltano con l’antropologia armonica e relazionale proposta dal mondo orientale, e cinese in particolare. Con l’idea di Dao, di tessitura di destini, di riferimento all’unico Cielo. Con l’orientarsi alla stabilità, all’equilibrio (4). 


Ma il punto è che questo ritorno del tragico, nel discorso di Rubio, evidenzia ed esplicitamente la fine della fase liberale. O meglio, la transizione nella polarità liberale dal volto delle regole a quello del suprematismo civilizzazionale (entrambi sempre presenti). 


In uno dei passaggio più densi dice:


“L'unica paura che abbiamo è la vergogna di non lasciare le nostre nazioni più orgogliose, più forti e più ricche per i nostri figli. Un'alleanza pronta a difendere il nostro popolo, a salvaguardare i nostri interessi e a preservare la libertà d'azione che ci consente di plasmare il nostro destino – non un'alleanza che esiste per gestire uno stato sociale globale ed espiare i presunti peccati delle generazioni passate. Un'alleanza che non permette che il suo potere venga esternalizzato, limitato o subordinato a sistemi al di fuori del suo controllo; un'alleanza che non dipende da altri per le necessità critiche della sua vita nazionale; e un'alleanza che non mantiene la cortese pretesa che il nostro stile di vita sia solo uno tra i tanti e che chieda il permesso prima di agire”.


In un discorso di preparazione alla guerra, dentro una Conferenza che ha solo questo scopo, Rubio parla quindi di “difendere il nostro popolo”, non la “libertà e democrazia” come i suoi predecessori, “salvaguardare i nostri interessi” e preservare una specifica forma di libertà, quella “di azione”. 

Ciò che attacca è la visione per la quale l’Occidente promuove universalmente il benessere (lo “stato sociale globale”). 

Soprattutto, afferma che lo “stile di vita” occidentale (ma, chiaramente, attaccando lo Stato Sociale, intende quello americano) non è “uno dei tanti”. Non si affianca a quello russo, o cinese, quello iraniano, africano, sudamericano, etc… ma viene prima, non deve “chiedere il permesso”. Può agire (rivendica le azioni recenti). Rifiuta la contingenza e non riconosce nessuna autorità sovranazionale, decide da solo. Invade, bombarda, rapisce.


Compete anche, con le economie del “Sud globale”. E lo fa nei settori che definiranno il XXI secolo, che elenca così: “viaggi spaziali commerciali e intelligenza artificiale all'avanguardia, automazione industriale e produzione flessibile, una catena di approvvigionamento occidentale per minerali critici non vulnerabile alle estorsioni di altre potenze”. 


In uno dei passaggi più shoccanti del suo discorso Rubio, dopo aver ricordato le aggressioni unilaterali in Iran e Venezuela, ha chiesto all’Europa di unirsi all’America per ricolonizzare il mondo. Come ha detto, 


“un percorso che abbiamo già percorso insieme e speriamo di percorrere di nuovo. Per cinque secoli prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l'Occidente si era espanso. I suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il mondo. Ma nel 1945, per la prima volta dall'epoca di Colombo, l'Occidente ha iniziato a contrarsi. L'Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino terminale, accelerato dalle rivoluzioni comuniste senza Dio e dalle insurrezioni anticoloniali che avrebbero trasformato il mondo e avrebbero steso il martello e la falce rossa su vaste aree della mappa negli anni a venire”.


Dunque, molti credettero che “l’era di dominio dell’Occidente” fosse terminata. Che restasse da “espiare i presunti peccati delle generazioni passate”. 

Questo “dominio” è ciò che gli USA vogliono riattivare, contro la paura, “del cambiamento climatico, della guerra, della tecnologia”. Vogliono restituirsi “un posto nel mondo” (centrale, ovviamente) e respingere “le forze di cancellazione della civiltà che oggi minacciano sia l'America che l'Europa”.


I due discorsi, separati solo da un anno, segnano quindi uno spartiacque: dalla destra “populista” di Vance, che cercava accordi esterni per concentrarsi sulla cura delle fratture interne ed il disciplinamento ideologico dell’Europa si passa, con Rubio alla destra “imperiale”, che cerca proiezioni di potenza esplicitamente neocoloniali e le rivendica. Questa nuova chiamata alle armi invita ad una ricolonizzazione delle materie prime, dei flussi finanziari e della moneta, che è vissuta, dopo il fallimento della politica del primo anno di mandato, come necessità industriale. Quando si è giunti alla conclusione che il controllo sulle catene di fornitura del blocco alternativo è inscalfibile e che la sfida per l’efficienza di sistema è persa, allora resta la mentalità dei conquistadores. Prendere tutto, semplicemente. 

Serve controllare le rotte marine, possedere letteralmente la geopolitica dell’energia, è indispensabile punire chi alza la testa (l’Iran in primo luogo), sacrificare chi non è indispensabile (il popolo ucraino), prendere le risorse minerarie (in Groenlandia come in Sudamerica, poi in Africa). Una “chiamata alle armi” che potrebbe essere ascoltata con entusiasmo da quella parte delle élite europee più legate al sistema militare-industriale e ai circoli che ruotano intorno ad esso. 

Tuttavia, in Usa come in Europa, alla fine una posizione molto meno sicura di sé, divenuta incapace di pensarsi nel mondo e aggressivamente rivolta a imporsi sopra questo.


Note


(1) Qui il video dell’intervento, https://www.youtube.com/watch?v=yOjBJ89aeXA qui l’abstract del Governo americano, https://www.state.gov/releases/2026/02/secretary-of-state-calls-on-european-leaders-to-defend-western-civilization-in-munich-security-conference-speech-2/ qui il testo trascritto www.astrid-online.it/static/upload/marc/marco-rubio-remarks-at-msc-2026.pdf

(2) https://it.insideover.com/politica/letture-il-discorso-integrale-di-j-d-vance-alla-conferenza-di-monaco.html

 (3) Strutture, energia, gioco imperiale: lo shale gas”, in Tempofertile, 8 febbraio 2026.

(4) Tema comunque complesso, e non senza angoli strategici e posture ambigue, si veda “La Caccia al Cervo nella Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán”, Tempofertile, 19 gennaio 2026.

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