OLTRE L'OCCIDENTE (2)
Ieri ho ricevuto le copie staffetta del secondo volume di Oltre l'Occidente. Il libro è già acquistabile online e, salvo ritardi, sarà in libreria fra un paio di giorni. Qualche giorno fa ho anticipato la mia Introduzione al primo volume (quello di Visalli), qui anticipo la Introduzione di Visalli al secondo volume, il mio. Entrambi gli autori saranno a Pisa sabato prossimo, 11 Luglio, per discutere di questa atipica opera a due mani al festival di Ottolina TV. Se sarete da quelle parti vi aspettiamo.
Introduzione
Quello che leggerete è il secondo volume di un’opera che è stata
concepita a due mani e scritta separatamente. Si tratta di due saggi
che si guardano reciprocamente, pur nelle differenze stilistiche,
espositive e in alcuni casi di accentuazione. Questo libro, come
l’altro che è il primo volume di una insolita sequenza, può
essere letto da solo, ma gioverebbe del rispecchiamento in quello
complementare. Durante tutta la lunga concezione e preparazione,
infatti, si è tenuto un fitto scambio di stesure, osservazioni e
suggerimenti, in particolare bibliografici, tra gli autori. Non per
caso molti testi sono presenti in entrambi, ma letti secondo la
prospettiva ed angolazione specifica.
Il medesimo titolo, Oltre l’Occidente, indica l’ambizione
dell’opera; al contempo, la sua enormità ha costretto ad allargare
le reti e optare per un’opera come quella che avete per le mani.
Oltre indica la direzione verso la quale gli autori ritengono
si debba andare per portarsi all’altezza delle sfide del presente.
Quel che chiamiamo Occidente, con dizione che è essa stessa
scelta politica e separa ciò che è storicamente rinvio e
coevoluzione, non è per gli autori finito, tramontato, non è
sconfitto, per ripercorrere formule illustri, è piuttosto chiamato a
confrontarsi e superarsi, per salvare la parte migliore della sua
storia. Siamo, a questo torno del primo quarto del secolo, infatti,
ad uno snodo critico dal quale è possibile prendere la strada della
mutua distruzione come quella del superamento della modernità. Di
quella postura che vede la libertà individuale e del progresso come
possesso di una parte, il cosiddetto ‘Occidente’. Ma che, nel
presumerlo e pretenderlo, in effetti afferma solo la cosmotecnica
dell’Occidente (in particolare anglosassone). Ovvero, secondo la
nomenclatura presentata nel primo volume, la forma storica del
rapporto tra la tecnica e i quadri di senso propri dell’Occidente.
I due testi hanno in comune l’esplorazione di questa modernità,
nella convinzione che giunge oggi ai suoi limiti la hybris che l’ha
guidata nel lungo periodo di affermazione della centralità europea.
Con essa l’incubazione e poi affermazione dei capitalismi e
dell’industrialismo, ma anche del sistema-mondo, imperniato su
scambi ineguali e strutture di dipendenza, come qui si vedrà a
partire dalle lezioni di Arrighi. Inoltre, condividono lo sforzo di
saggiare dall’interno la tenuta della tradizione critica marxista,
per molti versi coinvolta in questa postura. Infine, di ripercorrere
la difficile storia dei soggetti storici della liberazione. In questo
libro saranno protagonisti quei rivoluzionari, quei partiti e
movimenti che hanno posto la domanda della rivoluzione e tentato il
cambiamento e superamento del capitalismo insieme alle strutture del
dominio dei popoli e delle nazioni. Si troveranno Cabral, Rodney,
Mariátegui, poi Lukács e la rilettura della storia del capitale
tramite Braudel e Arrighi. Si esplorerà con cura il fuori
dell’Occidente, o meglio, quel che lui ritiene essere fuori di sé.
Il testo è diviso in quattro Parti.
Nella Prima, viene individuato il ‘nemico’, identificato in noi
stessi. Si tratta di sviluppare un racconto orientato a mettere in
evidenza la logica, i valori e le pratiche che trascinano l’Occidente
verso una costante postura bellicista. Ogni volta proposta per
difendere “valori” universali e non negoziabili nei quali è
presente quella particolare cecità alla esistenza stessa dell’Altro
tipica della postura ‘monoteista’. Nel Primo Interludio vengono
ripercorse le ultime idee di Lukács, e nella Seconda parte quelle di
Fernand Braudel e Giovanni Arrighi, per esplorare i limiti di quelle
potenti categorie marxiane e soprattutto marxiste che possono
contribuire, se non riguardate alla luce dell’esperienza trascorsa
e le sfide del presente, ad accecarci verso l’Altro. La Seconda
Parte prosegue e porta a termine questa impresa.
Nella Terza Parte, come nella Quarta, vengono osservati e raccontati
i tentativi di alcuni paesi del Sud del mondo di emanciparsi dal
dominio e imboccare, ognuno secondo i suoi termini, la via del
socialismo. Come nel primo volume, una particolare attenzione viene
prestata a quello che è il principale punto di dinamizzazione della
situazione contemporanea: l’incredibile successo del socialismo con
caratteristiche cinesi nell’emancipare centinaia di milioni di
persone e transitare verso una modernità non occidentale.
Segue un’Appendice nella quale il testo prende le distanze dalle
sinistre postmoderne occidentali che diventano parte del problema,
contribuendo ad accecare l’Occidente collettivo verso la necessità
di oltrepassarsi ed aprirsi ad una modernità finalmente plurale.
All’avvio viene richiamata l’appassionata requisitoria di Césaire
contro l’ipocrisia dell’Occidente che produce i suoi crimini
sentendosi innocente. Nascondendosi dietro giustificazioni morali,
proiettando costrutti come la direzione della Storia, sin dall’inizio
costruiti per la giustificazione del dominio. Orientati di fatto
all’affermazione di quel capitalismo razziale denunciato dalla
prima generazione degli intellettuali panafricanistichi. Per fornire
il quadro di contesto di questa denuncia vengono ripercorsi il
colonialismo inglese, e poi quello belga, ricordando la tragedia del
Congo.
Andare Oltre l’Occidente, significa fare fino in fondo i
conti con questa eredità. Ma non nel senso superficiale di abbattere
qualche statua, come se fosse questione di individui. Ciò che va
compreso nei suoi termini ed oltrepassato è quella strana idea per
la quale qualunque crimine, massacro, bombardamento (a Dresda, come a
Falluja, a Gaza o Belgrado) servono uno scopo superiore. Se una volta
si trattava di salvare le anime immortali, ora si tratta di affermare
i ‘diritti dell’uomo’, la ‘libertà individuale’, la
‘democrazia’. Ogni volta si dice, sulla base di una tradizione
storica affermatasi non per caso mentre l’Europa espandeva i suoi
imperi, che si tratta di ‘valori universali’, figli unici del
“miracolo greco”.
Nel Secondo Capitolo viene posto sotto attenzione un secondo nodo
esplicativo di questa postura: la tragedia mediorientale, qui
l’occupazione della Palestina, seguendo il racconto di Caroline
Elkins e di Pegoraro, ma anche di Ilan Pappé, arrivando fino al
genocidio di Gaza di questi anni, viene messo in relazione con gli
effetti ultimi di quella costruzione del mito dell’unicità della
Shoa (una tragedia genocidiaria enorme, ma certo non unica), che
viene cinicamente sfruttato per perseguire le mire di dominio
regionale ed espansione territoriale.
Nel Terzo Capitolo si arriva al presente da un altro angolo: la sfida
geopolitica della Cina e dei paesi non allineati del Brics, o
multiallineati, sollecita antiche posture. L’Occidente è tentato
di chiamare la “guerra santa” contro gli eretici che non ne
riconoscono il primato. Non c’è forse un unico Dio? A questo fine
l’economia entra in campo, insieme alla sua gemella, la sociologia.
Il declino relativo dell’egemonia statunitense, mostrato in
controluce molto bene dalle posture muscolari della nuova
amministrazione, dovrebbe portare ad una sorta di ritirata strategica
sul difficile crinale tra una fuga precipitosa “alla Kabul” e una
difficilmente sostenibile guerra sulle frontiere avanzate. Qui aiuta
la lettura culturalista di Emmanuel Todd, la quale pure nei suoi
limiti ha il merito di evidenziare l’erosione interna della
coesione che spicca rispetto alla superiore omogeneità esibita dalle
controparti. Secondo la sua tesi, al di là dei fattori economici e
strutturali (come i fratelli siamesi della deindustrializzazione e
della finanziarizzazione, ed il loro figlio bastardo della
distruzione della classe media) è la caduta del senso collettivo,
fondato a suo dire sull’antropologia protestante, a rendere
impossibile la competizione all’Occidente. Nel primo volume
avevamo, in proposito, parlato di competizione per la “Piattaforma
tecnologica”, per l’affermazione del proprio ambiente tecnico e
normativo e della propria ‘cosmotecnica’.
L’interludio su Lukács individua qui, nella capacità umana di
darsi progetti, la posizione teleologica, l’essere sociale umano.
Fondato quindi sul lavoro. La coscienza è determinata (in
senso hegeliano) dal ‘complesso di complessi’ che incarna il
ricambio organico uomo-natura ed è in questa determinazione che si
rende disponibile la libertà soggettiva. Ovvero il fattore
soggettivo della libertà. Sarà l’insieme di entrambi i momenti a
costituire la totalità dell’essere sociale. È questo il livello
dello scontro in essere, o, visto dal punto di vista delle forze
controegemoni, il necessario oltrepassamento della postura
dell’Occidente. Ma anche del marxismo, nella misura e quando
presume di avere scoperto “leggi di movimento” della storia verso
una finalità trascendente (sia pure secolarizzata). Piuttosto,
l’ampliamento della ‘libertà’, nel contesto di una costante ed
ineliminabile dialettica con la ‘necessità’ (ovvero il complesso
dei complessi e le loro conseguenze) è un obiettivo ideologico. Ma,
nel senso di Lukács, ciò significa che è stimolo e traguardo
attivo, se pure irraggiungibile compiutamente. Secondo la famosa
formula di Marx, richiamata nel Secondo Interludio, la libertà “può
consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i
produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio
organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo,
invece di essere da esso dominati come da una forza cieca”. Questa
formula densissima, dove troviamo i concetti di ‘uomo
socializzato’, che regola ‘razionalmente’ la produzione (il
ricambio organico) e ‘sotto il comune controllo’, è finalizzata
all’esclusione del dominio da forze cieche.
Oltrepassando la prospettiva implicitamente eurocentrica del grande
tedesco, figlia del tempo nel quale è vissuto, questa può essere
la traccia della liberazione. Ma si tratta di vederla dal punto
di vista del mondo e non da quello di una sua parte che si pensa
tutto. L’uomo è sociale e come tale opera, definendo il suo
ricambio con la natura ed esprimendo su di essa un comune controllo.
Ma questo accade sempre nelle diverse forme storiche del sociale e
dell’essere umano. Forme che non sono ricondotte all’una.
Costrette sotto l’unità del dominio, imposto da una forma che da
particolare si pensa e pretende universale. E come tale si dichiara
come progresso
Nella Parte Seconda questa costruzione viene messa alla prova nel
confronto con l’ultima parte de Il capitale di Marx. Salire
a questo livello di astrazione può far girare la testa al lettore.
Tuttavia, la ricostruzione ha un fine: mostrare come l’impostazione
immanentista e teleologica marxiana, derivata filosoficamente da
Hegel, conduce per sua dinamica alla irrealizzata diagnosi
dell’estensione erga omnes del ‘modo di produzione
capitalistico’. Questa è, in sostanza, la versione critica della
medesima diagnosi progressista dell’Occidente. Versione che
riconosce l’accumulazione per espropriazione, ovvero il fatto dello
sfruttamento coloniale e post-coloniale, ma lo confina in una fase
‘immatura’, operando sulla base della logica hegeliana. Questo
schema è posto in crisi e contestato. Con esso il suo scolio per il
quale sarebbe solo la produzione industriale, e in conseguenza la
lotta tra capitalisti e salariati, a rappresentare l’intima natura
del capitalismo. L’accumulazione ‘primitiva’ non è una ‘fase’
e non è ‘primitiva’. Rappresenta, al contrario, l’espressione
organica dei rapporti ineguali e di dipendenza che si generano a
livello di sistema-mondo dal confronto tra ‘sistemi tecnici’ e
‘piattaforme tecnologiche’. O, in altre parole, tra diversi modi
di relazione organica con la natura.
D’altra parte, anche l’analisi successiva, imperniata sul III
libro del Capitale, mostra come anche per Marx la produzione, e
l’estrazione di plusprodotto, dipendesse sempre dall’intero
sistema di divisione sociale del lavoro stesso. Ovvero, dalla
totalità del sistema tecnico nel quale si agisce. Il capitale è
dunque una potenza sociale, e il suo detentore pro tempore ne è
funzionario. Questa considerazione può essere estesa a livello
mondo. Il tema diventa riportare sotto controllo collettivo questa
potenza alienata. Ma qui compare la questione dei ‘tre mondi’ di
Mao, o della lotta internazionalista leniniana. Ovvero quella della
comprensione della lotta di classe come conflitti delle libertà e
con il capitale, nel sistema-mondo. Sapendo che, come sostiene Zhao
Tingyang, lo sfruttamento internazionale, che deriva dalla dialettica
tra capitali e tra sistemi tecnici, è ancora più forte ed
oppressivo di quello entro il singolo paese. Come ricordava anche
Lenin, anzi, capita che le classi lavoratrici in un paese
‘metropolitano’ siano beneficiari, se pure minori,
dell’estrazione di valore dai popoli sfruttati ‘periferici’.
Questa è la molla nascosta del conflitto in corso.
Qui interviene l’allargamento analitico che questo secondo volume
ripercorre sistematicamente, ed è solo accennato nel primo, facendo
uso dei fondatori della World History, Fernand Braudel in primo
luogo. Rileva, in particolare, la centralità storica da questo
attribuito al commercio di lunga distanza, la sua natura ‘contro
mercato’ e ‘congiunturale’. Una forza adattiva, parassitaria,
intrinsecamente opportunista, ed estrattiva. Imbricata con il potere,
statuale in particolare, e gerarchica. In relazione simbiontica con
lo Stato e da questo costantemente potenzialmente minacciata. Si
tratta, come si vedrà, di una delle caratteristiche che divaricano
la traiettoria cinese da quella occidentale (ed anglosassone in
particolare). Infatti, come appare ancora evidente nel contesto
cinese il rapporto strumentale tra capitalismo e direzione collettiva
(di stato, commercio e produzione) è invertito.
Dopo aver attraversato diversi interludi, trattando di autori
importanti come Samir Amin e (nel Secondo interludio) il testo
capitale di Robert James I giacobini neri, Formenti
arriva nella Parte Terza a concentrare tematicamente l’attenzione
sul marxismo nero e la “blackness”. Qui si intrecciano autori
contemporanei come Kevin Ochieng Okoth, che inquadra nel contesto di
quella che vede come controrivoluzione, il riflusso postmoderno e la
normalizzazione dei Black Studies soprattutto nel contesto americano.
Spazio elettivo della ‘ontologizzazione’ della Blackness, o in
altri termini di una tendenza essenzialista che dimentica le
dinamiche strutturali, per concentrare la critica in forme radicali
di culturalismo. E spazio, come si è visto anche nel primo volume,
per l’ascesa degli Studi decoloniali sulle braci fredde della
Teoria della Dipendenza e di quella dei Sistemi-Mondo.
Il delinking promosso da Amin (autore, peraltro in contatto
con il vasto mondo post-coloniale) viene rimpiazzato da una sorta di
delinking dall’episteme occidentale. Si tratta di temi che hanno
qualche buona ragione, e che, infatti, sono attraversati anche da
questi due libri. Ma in Oltre l’Occidente, in entrambi i
volumi, non si propone un approccio culturalista né essenzialista.
La liberazione è, infatti, un processo che non può darsi senza
muovere la totalità. E questa si compone dell’insieme delle
questioni sollevate in entrambi: la lotta per l’affermazione della
propria cosmotecnica e l’indipendenza della propria ‘piattaforma
tecnologica’; la rivendicazione del proprio diritto allo sviluppo
autocentrato; il contrasto al potere del capitale di istituire
relazioni ineguali e stati di dipendenza; l’affermazione del potere
collettivo sulle tendenze disgregatrici dell’egoismo individuale,
in particolare quando fondato sul possesso.
A partire dal Secondo Capitolo della Terza Parte, Formenti si dedica
ad un compito non facile: dare conto del vastissimo dibattito di
quella che chiama una ‘informale internazionale nera’, nella
quale hanno operato autori famosissimi come Frantz Fanon, Malcom X,
ed altri di minore successo mediatico, ma importanti come Eric
Williams, George Padmore, Aimée Césaire, Walter Rodney, Cedric
Robinson, per dire alcuni. I temi sono diversi. In primo luogo, la
centralità della Tratta degli schiavi nella formazione del capitale
e quindi nella specializzazione e autonomizzazione di questo dalle
forme di controllo dello Stato (ovvero, in altri termini, per
l’insorgenza del capitalismo nel contesto europeo), oltre che della
progressiva evoluzione tecnico-industriale, la quale, a sua volta,
retroagisce sulla capacità di istituire rapporti ineguali
estrattivi. La relazione tra colonialismo e fascismo, o, in altri
termini, l’esperienza coloniale come brodo
di coltura di questo. Il focus sulla
traiettoria del sottosviluppo africano, condotta senza sconti da
Walter Rodney in Come l’Europa ha
sottosviluppato l’Africa. Ed,
infine, la traiettoria rivoluzionaria e originale di Amilcar Cabral
in Guinea Bissau.
Questi ha rifiutato una visione schematica dell’opposizione
analitica tra struttura e sovrastruttura, comprendendo in profondità
la capacità di mobilitazione delle differenze culturali e la
possibilità di rifunzionalizzare anche forze ordinariamente
considerate inaffidabili, come le piccole borghesie urbane (il cui
strato acculturato è, tuttavia, come mostra Rodney, storicamente il
motore umano della mobilitazione anticolonialista in Africa),
rivolgendole verso un progetto socialista. Di qui l’utilizzo di
parole d’ordine come return to the source e
ri-africanizzazione di cui comprendeva perfettamente l’ambiguo
rischio. Rielaborare la propria esperienza e tradizione culturale non
è necessariamente ripiegamento su sé stessi e fuga antimoderna
(dove a questa parola, si “attacca” nella mente occidentale tutta
un’ontologia sulla quale non è qui necessario tornare), quanto
esercizio di libertà, se ancorato all’esperienza della lotta
antimperialista.
Dopo l’ultimo interludio, dedicato al caso della rivoluzione e del
socialismo originario in America Latina, la Quarta Parte giunge a
trattare il caso della Cina.
In questa ultima e decisiva parte, Formenti parte dalla storia, poco
conosciuta, del gigante asiatico. Il problema è spiegare la Grande
Divergenza tra le traiettorie di sviluppo europea e cinese.
Divergenza che si fissa nella sorprendente (per i contemporanei) e
netta sconfitta del Celeste impero ad opera degli Inglesi prima e di
una larga coalizione i paesi europei con l’apporto anche degli
Stati Uniti, poi. Formenti cita la tesi di Braudel, alla quale oppone
Pomeranz. Per il primo l’Europa prese il sopravvento in quanto a
partire dal XVIII secolo il relativo abbandono dei commerci di lunga
distanza e l’invadenza di uno Stato centralizzato e fortemente
burocratizzato, determinò la stagnazione tecnologica e
socioeconomica. Il secondo, sulla base di una valutazione comparativa
ad ampio spettro, individua la divergenza a partire dal 1750 e in
particolare dal contributo delle terre coloniali. La Cina sarebbe
stata, cioè, intrappolata in una sorta di crisi ecologica, mentre
ampie aree dell’Europa, e l’Inghilterra in particolare, potevano
sfruttare enormi aree altamente produttive e masse di forza lavoro
servile nelle colonie. La dinamica di crescita non sarebbe
sostanzialmente endogena (come voleva anche Marx), quanto
combinazione di fattori naturali, come la disponibilità di carbone,
e geopolitici.
Contribuisce in modo probabilmente decisivo a determinare la parabola
del “secolo delle umiliazioni” la duplice sconfitta nelle Guerre
dell’Oppio, i decenni in cui questa potente droga distrugge
dall’interno la società cinese e drena verso l’Occidente le sue
immense ricchezze, la rivolta dei Taiping alla metà del XIX secolo
e, infine, quella dei Boxer, dopo la sconfitta della guerra
cino-giapponese del 1895. Insomma, una sequenza di tracolli, tutti
interconnessi e provocati sostanzialmente da forze esterne.
In questo contesto Formenti racconta come il processo di
modernizzazione e nazionalista dell’avvio del Novecento sia
intrecciato con l’ascesa del marxismo, poi con la guerra civile che
infuriò nel paese per oltre quindici anni, fino al trionfo di Mao
nel 1949. Dopo il Grande Balzo e la Rivoluzione Culturale e la morte
del Grande Timoniere l’ala destra del PCC prese però il
sopravvento e avviò le “Quattro modernizzazioni”. Si trattava,
sostiene Formenti, di una sorta di NEP in salsa cinese. Di certo fu
il più incredibile successo di una linea politica registrato
dall’epoca moderna ad oggi. Prima le Zone Speciali, poi dopo
l’esplodere delle contraddizioni sociali inevitabili in processi di
impetuoso sviluppo, la vicenda di Piazza Tienanmen. Qui, nel 1989,
sincronicamente con la dissoluzione del mondo sovietico europeo (lo
stesso anno della caduta del Muro di Berlino e degli altri paesi
europei del Patto di Varsavia e poco prima della dissoluzione della
stessa Urss), ceti sociali emergenti nella vivace economia cinese
rivendicarono “libertà” di tipo liberale e “riforme”
probabilmente finalizzate a far cessare l’egemonia del Partito
Comunista. Anche se enormemente sopravvalutata, quanto a vittime
effettive, la repressione della protesta, dopo una lunga esitazione,
fu decisa e risolutiva.
Come racconta Formenti, nei venti anni successivi la lezione portò a
recuperare il tradizionale approccio della “società armoniosa”
di lascito confuciano. Da un’economia rivolta all’esportazione di
prodotti a basso costo e valore aggiunto, la cui redditività era
sostanzialmente fondata sull’estrazione di valore dai lavoratori di
recente urbanizzazione dalle immense campagne, si passò ad
un’economia sempre più sviluppata. L’obiettivo diventò
transitare nella fascia di medio reddito, ridurre l’impatto
ambientale, innalzare il livello tecnologico. Questa è la strada,
accelerata con il mandato di Xi Jimping, che porta la Cina ad essere
oggi una grande potenza mondiale.
Nel Secondo Capitolo Formenti prende di petto la questione-Cina.
Ovvero la questione se il “Socialismo con caratteri cinesi” possa
essere considerato, o meno, una forma di “socialismo”, anziché,
semplicemente, “capitalismo”. La medesima questione, con altri
strumenti, è stata affrontata anche nel Primo volume di Oltre
l’Occidente. Il punto si risolve ragionando sulla nozione
marxiana di “Modo di produzione”, che va resa più flessibile, e
la “Teoria della transizione”.
Partendo da quest’ultima Formenti ricorda brevemente le polemiche
che seguirono alla svolta della NEP, voluta da Lenin per risollevare
la società e l’economia russa, piegata dalla guerra civile e nella
quale, letteralmente, nelle città si moriva di fame. Già nel 1918
la necessità di riattivare le fabbriche e di sviluppare un’economia
moderna, nel mezzo di una guerra, portò Lenin a combattere le
minoranze parolaie ed estremiste che avrebbero voluto, sulla scorta
di alcuni testi di Marx e Engels, l’immediata cessazione
dell’economia monetaria e della proprietà privata. Il punto non è,
afferma Formenti sulla scorta di Lenin, definire su “vecchi libri”
quanto spazio resti al libero mercato, quanto al controllo pubblico,
quanto alle cooperative consiliari, e via dicendo: ciò che conta è
chi detiene il potere politico e quali interessi di
classe difende e promuove. Inoltre, conta farlo nella
situazione concreta.
La domanda chiave, pur nelle contraddizioni che non mancano e di
fronte alle tensioni e rischi incorporati in percorsi di sviluppo che
sono per loro natura squilibranti, è cioè in che direzione si
muove la situazione. Da questo punto di vista ha ben ragione di
preoccuparsi l’Occidente, perché non si muove verso di lui.
Nel prosieguo, sulla scorta di alcuni lavori di Gabriele, Formenti
ricostruisce la traiettoria e la consistenza dell’economia cinese e
riproduce alcune definizioni non dogmatiche di socialismo e
capitalismo. Altri autori utilizzati a tal fine sono Cheng Enfu e
Vladimiro Giacché.
La questione successiva è se la Cina sia da pensare come una forma
di ‘totalitarismo’ o di ‘democrazia non Occidentale’. Posto
che per il pensiero standard questa formula, ‘democrazia non
Occidentale’ non esiste e non può esistere, il punto è che,
semmai, è l’Occidente a non essere, da tempo, più democratico.
Come ricorda Formenti all’avvio del capitolo, quella occidentale è
ormai per lo più formalità della democrazia. Ciò in quanto il
potere reale è transitato verso l’alto in organismi sovranazionali
(in Europa) altamente schermati e sotto il controllo dell’alta
finanza, oltre che di aziende enormi (le prime sette negli Usa hanno
una patrimonializzazione simile al Pil dell’intera UE). È del
tutto evidente, per rovesciare il test chi qui detiene
il potere politico e quali interessi di classe difende e
promuove.
“Democrazia” e “Totalitarismo” sono, è evidente, etichette
polemiche che servono da armi nella lotta per il dominio sulla scena
del mondo. Tutte le altre forme di governo, anche se elette
ripetutamente, sono tacciate di “totalitarismo”, se ostili, e,
viceversa, tutte, anche se uscite dai più sanguinosi regimi di
apartheid sono “democratiche”, se utili o amiche. Il “doppio
standard” è, in pratica, la religione dell’Occidente.
La vera differenza figlia delle diverse tradizioni filosofiche e
politiche, come del differente percorso di sviluppo, è che la
concezione di consenso e di governo per il popolo
cinese non è “procedurale” come quella occidentale. Non è
imperniata sulla figura della persona individuale (figura di
derivazione cristiana). La scena originaria vede piuttosto il mondo
come soggetto politico ed il wuwai (niente fuori). La figura
metafisica centrale, affermatasi in epoca Zhou, è qui il Cielo
(Tian) e quindi tutto ciò che gli sta sotto (xia). E con esso quello
di Datong (“Grande Armonia”) messo a punto da Xunzi (Confucio).
La ricerca, insomma, della sicurezza, pace, reciproco supporto e
aiuto, senza richiedere uniformità culturale o religiosa. Se pure
questo sta cambiando, resta una differenza di aspettativa e attesa.
Come scrive Formenti, la totale, sollecita ed
efficace risposta dei governanti nei confronti dei bisogni e delle
esigenze dei governati è infatti vissuto come un imprescindibile
obbligo morale. È parte della costituzione metafisica del mondo.
Al contrario, non sembra replicata nel
“totalitario” sistema di governo cinese la straordinaria capacità
delle élite occidentali di imporre, sistematicamente, politiche del
tutto impopolari ed antipopolari, ignorando completamente ogni
protesta, quando non criminalizzandola. Sistema, quello cinese, nel
quale sono attivi plurimi e sistematici processi di consultazione,
per quella che Daniel Bell chiama una “meritocrazia democratica
verticale”, fondata su una tradizione millenaria che risale alla
dinastia Ming. La formula sarebbe: democrazia in basso,
sperimentazione nel mezzo, meritocrazia ai vertici.
L’ultima parte del capitolo ripercorre alcuni temi del primo
volume, intorno al tema del confronto tra l’universalismo
“monoteista” occidentale e il singolare universalismo cinese del
Tianxia. Infine, lo svolgimento dell’ultimo capolavoro di Giovanni
Arrighi, Adam Smith a Pechino, per dare conto della
traiettoria cinese antevista dal grande teorico italiano.
In questi due volumi ci sono spesso gli stessi autori citati, in
sostanza la medesima letteratura con differenze di accentuazione.
Resta quindi un progetto comune, strettamente intrecciato e figlio di
quasi quotidiani confronti. Indubbiamente figlio del suo tempo, delle
emergenze di questo presente tragico e delle contraddizioni che in
esso stanno venendo al pettine.
Per questo in entrambi c’è l’urgenza di un conflitto, da
dichiarare, alzare e condurre a termine. Ma c’è anche una
differenza. Di temperamento e priorità. Nel libro che avete per le
mani sono tracciati confini netti. Amici e nemici chiari. In questo è
un testo profondamente occidentale, e radicato nella tradizione
critica marxista. Avevo diciotto anni quando iniziai a leggere Il
Capitale, non capivo molto, direi nulla. Ma sono sempre stato
ostinato ed ho continuato. Tuttavia, una cosa passava subito: la
chiara passione, la determinazione a definire il mondo e farlo per la
lotta. Essere insieme filosofo, che cerca il vero del mondo,
scienziato, che del mondo ricerca l’utile e l’efficace,
politico, che nulla trattiene se non porta all’azione.
Questo è il maggior pregio di Carlo Formenti.