Lettori fissi

mercoledì 17 giugno 2026

QUELLI CHE LA CINA NON E' SOCIALISTA

Burgio, Chinappi, Leoni e Sidoli spiegano alla sinistra radicale
perché la Cina è socialista
 ma è come descrivere il rosso ai ciechi 



Nell’ultimo post, in coda a una recensione del libro di Cremaschi Solo il socialismo ci può salvare (1), ho commentato un documento, pubblicato sul sito chinadiplomacy.org da un think tank cinese che si occupa di relazioni internazionali. Quel testo, a conclusione di un’ampia analisi dell’evoluzione delle relazioni Cina-USA, sostiene che tale rapporto si trova oggi in un fase di “stallo strategico”(2) e che ciò alimenta la possibilità di evitare lo scoppio di una Terza guerra mondiale. Nel post, prima di discutere il documento, avvertivo che avrei dato per scontato che la Cina è socialista e, a sostegno di tale giudizio, rinviavo a precedenti testi del sottoscritto e a Oltre l'Occidente, un libro di imminente uscita (3). 


In attesa di presentare i due volumi dell’opera in questione, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, mi occupo volentieri di un testo di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, La Cina (prevalentemente) socialista, pubblicato su “World Politics Blog” (4). Molti degli argomenti avanzati in questa raccolta di articoli convergono con quelli che potete trovare in alcuni miei lavori. Mi riferisco, in particolare, al primo articolo che polemizza con Ernesto Screpanti, assunto a esempio e modello dei pregiudizi ideologici (e degli svarioni teorici) che ispirano l’atteggiamento delle sinistre radicali occidentali che etichettano il sistema cinese come “capitalismo di Stato”.In un precedente post su queste pagine (5), mi ero a mia volta occupato delle tesi di Screpanti, che liquidavo ironicamente senza attribuirvi peso. Gli autori dell’articolo le prendono invece sul serio, sfruttandole come spunto per stilare un elenco delle “rimozioni” che impediscono a un certo marxismo occidentale di prendere atto dell’immensa portata storica dell’esperimento cinese. 


Prima di entrare nel merito delle argomentazioni dell’articolo richiamo l’attenzione sul titolo: “La Cina (prevalentemente) socialista”. L’aggettivo fra parentesi evoca un punto di vista che si pone a centottanta gradi rispetto alla vulgata secondo la quale un determinato sistema socioeconomico può essere solo socialista o capitalista. Gli autori condividono cioè l'approccio di Alberto Gabriele (6) , il quale nega la possibilità di classificare i sistemi socioeconomici in campi nettamente distinti e contrapposti, applicando in modo astratto e formale (antistorico) il concetto marxiano di modo di produzione. Nella concreta realtà storica, secondo Gabriele, il primato di un determinato modo di produzione può essere, in differenti contesti, assoluto o relativo. Gli Stati Uniti sono un esempio di supremazia assoluta del modo di produzione capitalistico, viceversa in altre formazioni socioeconomiche, due o più modi di produzione possono coesistere, né si può stabilire a priori quale di essi prevarrà nel lungo periodo.


Ricordando che la forza storica del marxismo consiste appunto “nella capacità di analizzare la realtà concreta, di coglierne le trasformazioni, di sviluppare nuove categorie e di misurarsi con il progresso delle forze produttive”, gli autori dell’articolo apparso sul “World Politics Blog” adottano un punto di vista analogo, per cui osservano che la presenza di imprese private, investimenti esteri e relazioni mercantili non giustificano l’affermazione di chi, come Screpanti, sostiene che la Cina è un Paese capitalista. Per definirne la natura occorre, piuttosto che stabilirne l’appartenenza a uno dei due campi contrapposti che esistono nella testa dei marxisti volgari, chiedersi qual è la sua posizione nel continuum di sistemi concreti, storicamente esistenti, che va dal capitalismo al socialismo, il che significa stabilire “quali rapporti di proprietà siano egemoni nei settori decisivi, chi controlli la terra, le infrastrutture, il credito, l’energia, le grandi imprese, le reti logistiche, le telecomunicazioni, le risorse strategiche e gli strumenti della pianificazione”.


Prima di rispondere a tali interrogativi, occorre sgombrare il terreno da un equivoco che è inscritto nel concetto stesso di capitalismo monopolistico di Stato. Concetto, notano gli autori dell’articolo, che una sinistra occidentale in cui convivono subalternità ideologica al liberalismo e radicalismo verbale mutua dalla propaganda occidentale, ignorandone le stesse origini nella tradizione teorica del marxismo rivoluzionario. Già Lenin, polemizzando con la “sinistra” bolscevica e con alcuni esponenti dei partiti comunisti occidentali (7), aveva chiarito la radicale differenza fra il capitalismo monopolistico di Stato dei Paesi capitalisti e la proprietà pubblica dei mezzi di produzione instaurata dalla Rivoluzione d’Ottobre. Riferendosi implicitamente a quelle critiche, Burgio Chinappi Leoni e Sidoli sottolineano come nel capitalismo di Stato che esiste negli Stati Uniti, nella Ue, in Giappone e in Corea del Sud, l’azione dello Stato è finalizzata a servire la riproduzione del capitale privato, salvando dalla crisi banche e grandi gruppi industriali, finanziando monopoli, coprendo perdite, garantendo mercati di sbocco e proteggendo le rendite, viceversa in Cina il settore pubblico non agisce come stampella degli interessi del capitale privato, ma come motore e supervisore dell’accumulazione, della modernizzazione industriale e della sicurezza economica della nazione. In altre parole: non ogni intervento dello Stato è “capitalismo di Stato”, e non ogni mercato implica egemonia capitalistica (8).


Inoltre il capitalismo di Stato occidentale è stato, tanto durate l’era coloniale quanto in quella postcoloniale, uno strumento (finanziario, politico, diplomatico e militare) dell’oppressione e dello sfruttamento imperialista nei confronti dei popoli del Sud del mondo, laddove la Cina, scrivono i nostri, “non si limita a crescere dentro l’ordine esistente, ma contribuisce a incrinarne le gerarchie, offrendo a molti Paesi del Sud globale margini più ampi di sovranità, sviluppo infrastrutturale, accesso al credito, cooperazione tecnologica e autonomia rispetto ai vecchi centri imperialisti”. Per inciso, ricordo che, come ho messo in luce nel post citato in precedenza, lo stesso Screpanti riconosce quest’ultimo dato fatto, dopodiché afferma – con supremo sprezzo del ridicolo – che questo “imperialismo di tipo particolare”, ancorché apprezzato dai Paesi che ne sono beneficiari, non cessa di essere tale, perché la Cina trae a sua volta vantaggio dai propri investimenti esteri...


Veniamo ora alla lunga serie di omissioni e rimozioni dei marxisti occidentali nei confronti di tutti quegli aspetti dell’economia e della società che connotano in senso socialista (ancorché assumendo l’aggettivo nel significato “debole” che vi attribuisce Gabriele - vedi sopra) il sistema cinese. Qui di seguito cito quasi parola per parola alcuni passaggi dell’articolo che sto commentando. 


1) Proprietà della terra. “molti economisti occidentali non informano i loro lettori sul fenomeno indiscutibile per cui in Cina, da molti decenni e senza soluzione di continuità, vige la proprietà statale (di tipo collettivo nelle campagne, invece) del suolo e del sottosuolo, forniti in usufrutto a precise condizioni dal Governo e dalle autorità locali rurali”.


2) Fonti energetiche. “le preziose terre rare vengono estratte e raffinate sul suolo cinese solo da parte di grandi imprese pubbliche, sotto lo stretto controllo dell'apparato statale; un ragionamento analogo va effettuato anche per le risorse di idrocarburi del gigantesco paese asiatico, quasi tutte in mano a potenti aziende di matrice statale”.


3) Cooperative di produzione. “Molti studiosi occidentali hanno commesso la non piccola "dimenticanza" di non citare mai i due milioni di cooperative di produzione agricola registrate ufficialmente nel 2024 in Cina: strutture organizzative con molte decine di milioni di soci e di lavoratrici/lavoratori che operano al loro interno, tutelati da una serie di associazioni di carattere nazionale”.


4) Finanza. “Anche all’interno del centrale e strategico settore finanziario, la Cina è contraddistinta, senza soluzione di continuità, dall’egemonia quasi totale delle banche statali, le Big Four, e cioè Industrial and Commercial Bank of China, Agricultural Bank of China, China Construction Bank e Bank of China.


5) Pianificazione e regolazione economica. “Troppi analisti occidentali fingono di ignorare che in Cina, anche dopo il 1976, è continuato il processo di pianificazione economica, il quale incide in modo sensibile sulla dinamica e sulle priorità dell’intero processo produttivo cinese: non a caso, all’inizio del 2026 è stato approvato il XV Piano Quinquennale, di grande rilevanza. Uno degli scopi centrali del piano in oggetto è costituito dal progetto concreto di stimolazione della domanda interna introducendo ampi sussidi per la sostituzione di elettrodomestici, mobili e veicoli, migliorando il settore dei servizi destinati agli anziani e alla sanità e innalzando il reddito del mondo rurale e dei ceti con guadagni medio-bassi”.


6) Infrastrutture. “Negli ultimi decenni ferrovie e/o autostrade sono state privatizzate in importanti Paesi quali Australia, Argentina, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna, mentre negli USA prevale il settore privato del trasporto merci su rotaie e opera altresì una gestione mista tra pubblico e privato per le strade; invece in Cina le infrastrutture sopracitate rimangono di proprietà pubblica, a partire dai circa 200.000 chilometri di autostrade e gallerie costruite nel paese asiatico durante gli ultimi decenni. Un discorso analogo vale per il sistema ferroviario (…). La China State Railway Group Co. Ltd. è infatti una impresa integralmente statale sottoposta alla gestione del governo centrale, e proprio sotto questa direzione pubblica la rete ferroviaria cinese ha raggiunto nel 2025 i 165.000 chilometri complessivi, di cui oltre 50.000 di linee ad alta velocità: la più grande rete ferroviaria veloce del pianeta”.


7) Moneta e finanza digitale. “Oltre al continuo controllo statale del tasso di cambio della moneta nazionale con le altre valute, nel febbraio del 2026 la Cina ha proibito la legalità sia dell’emissione non statale di bitcoin/stablecoin sullo yuan che di patrimoni tokenizzati: ossia beni fissi (immobili, ecc.) o finanziari (azioni, obbligazioni) che sono stati convertiti in unità di valore crittografiche, registrate su un elenco digitalizzato”.


8) Composizione della forza lavoro e salari. “persino Milanović, che valuta la Cina come un capitalismo di Stato, ha ammesso che nel gigantesco paese asiatico gli agricoltori sono ‘principalmente lavoratori autonomi inquadrati in quella che la terminologia marxista chiama semplice produzione di merci’. Non è quindi casuale che gli studi di A. Gabriele abbiano dimostrato come, ancora nel 2018, solo poco più di un quarto del totale della popolazione attiva cinese lavorasse all’interno di imprese capitaliste, mentre la grande maggioranza di essa era invece costituita da lavoratori autonomi o da persone impiegate in organizzazioni non capitalistiche” (…). Nel 2017, persino l’insospettabile istituto Euromonitor International aveva attestato come, tra il 2005 e il 2016, i salari operai cinesi fossero triplicati”. 


9) Rapporti con il Sud del mondo. Le accuse di coloro che descrivono la Cina come un Paese imperialista non reggono a fronte di alcuni dati di fatto: “Agli inizi di maggio 2026, la Cina ha esteso il trattamento a dazio zero alle importazioni provenienti da tutti i 53 Paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche. La misura (…) punta a favorire l’accesso dei prodotti africani al mercato cinese, in controtendenza rispetto al protezionismo occidentale”. Questa politica, aggiungono gli autori, “si inserisce in una strategia più ampia di cooperazione con il Sud globale. La Global Development Initiative promossa dalla Cina concentra infatti la propria azione su settori come riduzione della povertà, sicurezza alimentare, sanità, finanziamento dello sviluppo, transizione verde, industrializzazione, economia digitale e connettività”. Niente a che fare con l'approccio dei Paesi occidentali che utilizzano “aiuti”, prestiti e accordi commerciali come strumenti di pressione politica. 


Secondo i quattro autori, queste caratteristiche, assieme ad altre che non ho inserito nell’elenco, smentiscono categoricamente la tesi di Screpanti (e di gran parte degli intellettuali della sinistra “radicale”) secondo la quale la Cina sarebbe una peculiare forma di capitalismo di Stato. È infatti grazie ad esse, cioè al fatto che i rapporti di produzione prevalenti al suo interno sono di tipo collettivistico, al ruolo determinante della pianificazione, nonché all’egemonia della proprietà pubblica in settori strategici (credito, infrastrutture, energia, moneta, ecc.)  che il Paese non ha sofferto se non in misura marginale degli effetti delle crisi cicliche del capitalismo mondiale. 


L’esempio più recente di tale differenza è il modo in cui la Repubblica Popolare ha saputo assorbire il colpo che il conflitto mediorientale scatenato da USA e Israele ha inferto al mercato mondiale, certificando la propria capacità di sottrarsi al ricatto delle avventure militari occidentali. Da un  lato, lo Stato ha dimostrato di essere in grado di creare una barriera politica “contro l’effetto domino che, in altre economie, trasforma uno shock esterno in inflazione interna, panico, accaparramento e instabilità sociale”, dall’altro lato è emersa l’efficacia della gestione cinese della transizione energetica. 


“È qui, leggiamo, che la superiorità del sistema cinese appare nella sua forma più concreta (…) si tratta della superiore capacità di uno Stato socialista di assorbire gli urti, distribuire i costi, proteggere i settori popolari e coordinare il lungo periodo con il breve. Laddove il neoliberismo tende a scaricare l’intero prezzo delle crisi sulle famiglie, sui lavoratori e sulle piccole imprese, la Cina interviene per smorzare l’onda d’urto. Laddove le potenze occidentali rispondono spesso agli shock che esse stesse provocano con ulteriori militarizzazioni o con misure tampone, Pechino integra l’emergenza nel quadro più ampio della transizione energetica, della sicurezza nazionale e della stabilità sociale”. 


Gli intellettuali della sinistra radicale ignorano i fatti elencati dai quattro autori del documento? È vero che i livelli di ignoranza in quest’area politico-culturale sono a dir poco scoraggianti (soprattutto in merito alla storia passata e recente dei popoli e delle nazioni non occidentali). Tuttavia mi pare difficile sostenere che il mancato riconoscimento della natura (prevalentemente: vedi sopra) socialista della Cina derivi dall’ignoranza. 


La causa va dunque cercata nella disonestà e nella mala fede? La realtà è nota ma si finge di ignorarla? Nemmeno questa tesi, che pure aleggia in alcuni passaggi del testo di cui sto qui discutendo, mi sembra convincente (anche se in certi casi appare giustificata). La vera questione è, a mio avviso, per quale motivo certi fatti, anche se conosciuti, non vengono considerati sufficienti a definire socialista il sistema cinese. 


Nella seconda parte di questo post, descriverò in primo luogo le critiche che i quattro autori rivolgono alle sinistre “negazioniste” in merito al tema in questione, poi spiegherò perché, dal mio punto di vista, i negazionisti hanno ragione se definiamo il socialismo in base ai criteri classici (ottocenteschi) enunciati dai padri fondatori del marxismo, hanno torto marcio se lo definiamo in relazione ai concreti processi storici di costruzione del socialismo. Spiegherò inoltre (anticipando alcune tesi del libro di prossima pubblicazione cui accennavo in apertura) perché, sempre dal mio punto di vista, da un lato la conversione al liberalismo del marxismo occidentale, dall’altro il trasferimento della guida della lotta anticapitalista ai movimenti marxisti dei Paesi del Sud del mondo, siano l’esito storico, altamente probabile se non necessario, che alcuni autori avevano previsto da tempo, dei profondi processi di trasformazione che il sistema capitalista mondiale ha subito a partire dalla seconda metà del secolo scorso. 


***


I testi raccolti ne La Cina (prevalentemente) socialista danno giustamente spazio alla lotta delle idee fra capitalismo e socialismo, al peso enorme della “guerra fredda culturale” nella battaglia fra due visioni del mondo che sono l’incarnazione ideale di due formazioni socioeconomiche che - se pur possono convivere in determinate fasi storiche – tendono necessariamente a prevalere l’una sull’altra. L’odio dei liberali di destra centro e sinistra nei confronti della parola stessa comunismo, nonché per gli emblemi e i simboli che ne incarnano il significato storico politico, è dunque comprensibile, per cui il fatto che, qualche anno fa, il Parlamento europeo si sia macchiato dell’infamia di equiparare nazismo e comunismo, può suscitare indignazione ma non stupore. 


Meno scontato il fatto che il PCI, a partire dal 1989, abbia a sua volta ripudiato il proprio nome, una decisione che, come ha dimostrato la storia successiva di quell’organizzazione, ha significato anche abbandonare l’identità di classe associata al nome. Il partito post comunista nato alla Bolognina non si è infatti trasformato in partito socialdemocratico, non ha cioè abbracciato una tradizione politico-culturale che rappresenta gli interessi del proletariato con programmi più riformisti, “moderati”di quelli tipici della tradizione comunista, si è trasformato direttamente in partito liberale “di sinistra”, scegliendo di rappresentare gli interessi, la cultura e i valori “postmoderni” delle nuove classi medie generate dalla transizione al capitalismo “terziarizzato” e “postindustriale” e concentrate nei centri delle grandi città (9). 


Tornerò più avanti sulle radici profonde che hanno favorito questa mutazione – apparentemente sorprendente – di larga parte del marxismo occidentale. Radici che non vengono adeguatamente approfondite dal documento dei quattro, i quali, come si è detto, si concentrano – giustamente ma con enfasi troppo esclusiva - sulla storia della guerra fredda della cultura, il che li porta, fra le altre cose, a dare un peso a mio avviso eccessivo al ruolo del trotzkismo in quanto personificazione della strategia USA di “combattere i comunisti con gli ex comunisti”. 


Il documento cita, fra gli altri, Arthur Schlesinger, laddove costui spiega che “elementi del governo erano giunti sempre più a comprendere e a sostenere le idee di quegli intellettuali che, disillusi del comunismo, rimanevano tuttavia fedeli agli ideali del socialismo”. Questi intellettuali “di sinistra” che avevano preso le distanze dal comunismo - ma soprattutto dal cosiddetto “socialismo reale” – rappresentavano il “nerbo” di un “socialismo democratico” che, sono ancora parole di Schlesinger, era il baluardo più efficace contro il totalitarismo”, di quella Non-Communist Left che mandava in estasi i burocrati che gestivano la politica estera USA. 


Gli eredi di quella tradizione, vicina alla Quarta Internazionale, leggiamo nel documento, sono oggi coloro che appoggiano apertamente gli studenti anticomunisti di piazza Tienanmen, la causa del separatismo tibetano (“riuscendo persino a cercare di far dimenticare la matrice feudale del Dalai Lama”), oppure gli studenti – anch’essi anticomunisti e filo-occidentali – di Hong Kong, “senza aver alcun problema nel ritrovarsi all’interno dello stesso fronte politico anticinese con Salvini e Trump, oltre che senza mostrare reazioni negative di fronte al vergognoso spettacolo delle bandiere inglesi e statunitensi sventolate dalle forze separatiste di Hong Kong, servi dei legittimi eredi di quel colonialismo occidentale che scatenò la prima e atroce ‘guerra dell’oppio’ contro la Cina nel 1839-1842”.


Giusto. Ma magari simili atteggiamenti si limitassero agli eredi della Quarta Internazionale: i trozkisti, ridotti a una galassia di sparuti gruppuscoli in competizione reciproca, sono un’infima frazione di una sinistra radicale occidentale, con gli allievi post operaisti di Antonio Negri in testa, la cui stragrande maggioranza condivide queste posizioni, senza distinguersi dagli ex comunisti transitati dal PCI al PD. Ecco perché, evitando la facile tentazione di aderire alla tesi del “tradimento” e/o dell’incapacità di resistere all’enorme potenza di mezzi di persuasione in mano al nemico di classe, occorre indagare le radici del problema, analizzando, in particolare: 1) gli intrinseci limiti teorici e ideologici connaturati al marxismo occidentale; 2) le mutazioni socioeconomiche che hanno consentito al capitalismo delle metropoli di integrare larghi settori delle proprie classi subalterne (e quindi anche le formazioni politiche che le rappresentano e i cosiddetti “nuovi movimenti sociali”); 3) l’incapacità di superare la visione ottocentesca (eurocentrica) dell’utopia socialista e di riconoscere nei concreti processi storici di costruzione del socialismo il prodotto del rinnovamento teorico del marxismo messo in atto dalle lotte rivoluzionarie dei popoli del Sud del mondo. Sono i temi di fondo del sopracitato Oltre l’Occidente, di imminente uscita per i tipi di Meltemi. Qui di seguito ne anticiperò alcune argomentazioni.


***

Partendo dall’ultimo dei tre punti appena elencanti, citerò alcuni stralci di un paragrafo del capitolo 14, intitolato “Perché marxisti dogmatici e sinistre radicali negano il carattere socialista della Cina”. 


Chi nega il carattere socialista del sistema cinese può andare in cerca di argomenti nella teoria “classica” della transizione che, in buona sostanza, si fonda sulla Critica al Programma di Gotha e su alcuni passaggi del Capitale di Marx e sull’Antiduhring di Engels. Soprattutto in quest’ultima opera, l’autore scrive che il socialismo, in quanto fase di transizione al comunismo, non è solo caratterizzato dalla socializzazione dei mezzi di produzione ma implica la scomparsa della produzione mercantile e dei rapporti monetari. Lenin manda in pensione tale tesi nei primi anni Venti (siamo ai tempi della NEP), allorché liquida le posizioni della sinistra bolscevica e ammette che la transizione sarebbe stata lunga e inevitabilmente caratterizzata dal persistere di rapporti mercantili e monetari.


Fu già allora che all’interno dell’ala sinistra del comunismo internazionale cominciò a circolare la tesi della restaurazione del capitalismo in Russia e la definizione del sistema sovietico come “capitalismo di Stato”. Nell’antologia di scritti di Lenin Economia della rivoluzione (10), curata da Vladimiro Giacché, troviamo un articolo in cui il leader rivoluzionario replica che “il capitalismo di Stato di cui si parla in tutti i libri di economia è quello che esiste nel sistema capitalistico, dove lo Stato mette sotto il suo diretto controllo alcune imprese capitalistiche. Ma (...) il capitalismo di Stato che abbiamo introdotto nel nostro Paese è di tipo speciale (…) Noi occupiamo tutte le posizioni chiave. La terra è nostra [il che] è estremamente importante…”.


Quel dibattito si trascina da allora ai giorni nostri, soprattutto perché, come nota Rita di Leo (11), tutte le analisi della transizione scontano il fatto che “non esiste una credibile teoria marxista della transizione, o meglio, non esiste una teoria in grado di rendere conto delle dinamiche evolutive di una società in cui uno Stato socialista convive con un'economia in cui permangono elementi di capitalismo”. Di fronte a queste formazioni socioeconomiche “ibride”, la sinistra occidentale (…) reagisce affermando che non si tratta di società ‘veramente’ socialiste bensì di varie forme di capitalismo di Stato. 


La mia tesi è che l’unico criterio in grado di dirimere la controversia in questione è politico: “quello che veramente occorre capire, scrivo, è chi detiene il potere politico e quali interessi di classe promuove e difende”. Tornando alla Cina: è evidente che, in base alla definizione “canonica” di socialismo, non possiamo considerarla tale, la risposta è del tutto opposta se ci chiediamo in che direzione politica si muove questo grande Paese e in questo senso le risposte formulate nel documento dei quattro mi paiono inconfutabili e decisive. 


Naturalmente le sinistre occidentali possono replicare che i successi cinesi dimostrano solo che il capitalismo di Stato funziona, non che non si tratta di capitalismo, e da questo circolo vizioso si esce solo accettando la lezione di Gabriele citata in precedenza: nella concreta realtà storica non esistono formazioni socioeconomiche puramente socialiste, ma concreti processi di transizione che possono o meno sboccare nella realizzazione di una società socialista, la quale, tuttavia, non sarà mai una replica del modello ottocentesco descritto da Marx ed Engels.


Quanto appena affermato ci conduce al secondo punto: i socialismi realmente esistenti non corrispondo all’ideale classico perché sono il prodotto di un’applicazione creativa della teoria marxista alle concrete condizioni socioeconomiche, nonché alle tradizioni storiche, civili e culturali in cui sono avvenute le rivoluzioni che li hanno generati. E le sole rivoluzioni vittoriose sono avvenute in Paesi del Sud del mondo, perché l’evoluzione del sistema capitalistico mondiale ha creato, ad un tempo, le condizioni per l’integrazione di larghi strati delle classi subalterne metropolitane e quelle per la lotta rivoluzionaria delle larghe masse dei Paesi periferici e semiperiferici. Non mi è qui possibile sintetizzare le centinaia di pagine del libro in cui argomento tale tesi, per cui mi limito ad anticipare che essa si fonda, fra i vari argomenti, sulle analisi che storici di lungo periodo come Braudel hanno condotto sulle origini e la storia del capitalismo, sulle analisi di quegli autori marxisti (Luxemburg, Baran, Sweezy e altri) che hanno dimostrato che il sistema capitalista metropolitano può riprodursi solo sfruttando le aree periferiche e semiperiferiche mantenute in condizione di dipendenza (vedi Arrighi, Samir Amin, Frank e Wallerstein), nonché sulla storia delle lotte rivoluzionarie in Asia, Africa e America Latina e sulle teorie elaborate dai loro leader. 


Vengo infine al primo punto, cioè ai limiti intrinseci del marxismo occidentale. I limiti teorici risalgono assai indietro, fino a certi aspetti delle teorie di Marx ed Engels che si fondavano (né avrebbe potuto essere altrimenti) sull’analisi del concreto livello di sviluppo raggiunto dal capitalismo del XIX secolo, per cui ne estraevano generalizzazioni e previsioni che non potevano tenere conto dell’enorme estensione e complessità dei successivi sviluppi storici. Anche se va ricordato che Marx ha messo in guardia contro ogni indebita interpretazione della propria opera come una descrizione delle leggi generali della storia, valide per ogni tempo e in ogni contesto geografico, civile e culturale (12). Ammonizione bellamente ignorata dal marxismo occidentale che ha prodotto una pletora di interpretazioni deterministe, economiciste, meccaniciste e scientiste della teoria marxiana: vedi in merito il geniale, quanto ignorato, lavoro di “restauro” operato da Gyorgy Lukacs (13). 


Quanto ai limiti ideologici, essi sono strettamente associati alle trasformazioni della composizione di classe (l’essere sociale determina la coscienza) che le società occidentali hanno subito dopo la Seconda guerra mondiale. La parabola dei “nuovi movimenti”, dalla fine degli anni Sessanta alla odierna parodia “woke”, coincide con la formazione, il consolidamento e l’ascesa delle nuove classi medie “creative”, generate dai processi di terziarizzazione e deindustrializzazione della seconda metà del secolo XX, vertiginosamente accelerati dalla rivoluzione digitale iniziata alla fine dei Novanta. È in quei decenni che va individuato il crogiolo delle sinistre “liberali”, una cultura che non può comprendere il socialismo cinese perché è “geneticamente” anticomunista.


Note


(1) G. Cremaschi, Solo il socialismo ci può salvare, Mimesis, Milano 2026.


(2) Il termine fu coniato da Mao in un testo del 1938, nel quale scrisse che ci sono tre fasi per vincere una guerra prolungata da parte di una potenza più debole contro un avversario più forte (all’epoca si riferiva al Giappone): difesa strategica, stallo strategico, controffensiva strategica. Il termine stallo strategico si riferisce alla fase di equilibrio fra le forze, dopo la prima fase in cui la parte debole riesce a evitare l’annientamento e prepara la terza fase, in cui la parte inizialmente più debole assume l'iniziativa e vince.


(3) Il primo volume, autore Alessandro Visalli, uscirà fra tre giorni, il secondo, autore il sottoscritto, nella prima metà di Luglio.


(4) Il testo si trova all’indirizzo https://giuliochinappi.com/2026/06/07/la-cina-prevalentemente-socialista/


(5) vedi https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/search?q=Screpanti


(6) Cfr. A Gabriele, Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of China. Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War, Springer Nature, Singapore 2020; vedi anche (con A. Jabbour) Socialist Economic Development in the 21st Century. A Century after the Bolshevik Revolution, Routledge, London-New York 2022; vedi infine L’economia cinese contemporanea. Imprese, industria e innovazione da Deng a Xi, Diarkos, Santarcangelo di Romagna 2024.


7) Fra i critici della NEP vi fu anche Rosa Luxemburg, oltre a Bordiga e ad altri esponenti della sinistra della III Internazionale.


8) Sulla necessità di non identificare il capitalismo con l’esistenza di relazioni di mercato vedi, in particolare, F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.


(9) Sulla distribuzione geografica della composizione di classe nel tardo capitalismo cfr., fra gli altri, C. Guilluy, La France périphérique. Comment on a sacrifié les classes populaires, Flammarion, Paris 2014.


(10) Lenin, Economia della rivoluzione (a cura di V. Giacché), il Saggiatore, Milano 2017.


(11) Cfr R. di Leo, L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Futura editrice, Roma 2012.


(12) Mi riferisco alla nota replica di Marx al recensore russo del Capitale, inserita nell’antologia India, Cina, Russia. Le premesse per tre rivoluzioni, (a cura di B. Maffi), il Saggiatore, Milano 1960.


(13) Del contributo di G. Lukacs alla riattualizzazione della teoria marxiana, con particolare riferimento alla sua Ontologia dell’essere sociale (4 voll. Meltemi, Milano 2023) mi occupo nella prima parte del secondo volume di Oltre l’Occidente, in via di pubblicazione.

sabato 6 giugno 2026

SOLO IL SOCIALISMO CI PUO' SALVARE

Appunti a margine di un libro di Giorgio Cremaschi 

e di un documento del CICIR

(China Institutes of Contemporary International Relations) 




Giorgio Cremaschi, leader storico della sinistra sindacale (prima CGIL-FIOM poi USB) oggi portavoce nazionale di Potere al Popolo, interviene nel dibattito politico italiano rinverdendo la tradizione del pamphlet. Solo il socialismo ci può salvare (Mimesis Editore) è un  classico esempio di questo genere letterario, che si distingue per il fatto che l’autore espone un insieme di analisi, ipotesi e tesi politiche attraverso un linguaggio chiaro e comprensibile, evitando di appesantire il testo con un apparato di note e/o con complesse argomentazioni teoriche. Si tratta di una soluzione che incorpora pregi e difetti, a partire dal fatto che, alla chiarezza, fa riscontro il carattere apodittico di affermazioni che richiederebbero maggiore approfondimento. Ma qui non intendo vestire i panni del critico “accademico” per fare le pulci ai limiti formali di questo tipo di operazione. Mi interessa piuttosto mettere in luce tanto i contenuti del libro che mi sento di condividere più o meno integralmente quanto quelli che mi lasciano insoddisfatto o perplesso. 


Parto dal titolo. Affermando che solo il socialismo ci può salvare, Cremaschi ha in mente il celebre slogan – Socialismo o barbarie - che Rosa Luxemburg coniò nel momento in cui i partiti socialisti aderenti alla II Internazionale sprofondavano – con rare eccezioni – nell’ignominia votando i crediti di guerra, sacrificando cioè sull’altare del patriottismo borghese i principi della solidarietà internazionale fra i proletari delle diverse nazioni europee. Il grido della Luxemburg, scrive Cremaschi, è più che mai attuale di fronte all’incombente minaccia di una Terza guerra mondiale, di cui il carnaio ucraino, il genocidio di Gaza e l’aggressione imperialista all’Iran sono altrettanti preludi. 


Oggi come un secolo fa la follia bellicista contamina l’Europa, con la differenza che questa volta non mette l’una contro l’altra le nazioni europee, ma scaglia l’intera Europa Occidentale contro la Russia. Va detto che nel libro di Cremaschi manca una chiara ed esplicita ricostruzione delle modalità con cui l’Occidente euroatlantico ha provocato la Russia, mettendola nelle condizioni di intervenire militarmente in Ucraina per proteggere le popolazioni russofone dalla pulizia etnica scatenata dal regime neonazista di Kiev, e per impedire alla Nato di piazzare le proprie armi atomiche a poche centinaia di chilometri da Mosca.


In compenso, l’autore denuncia senza remore la natura reazionaria, antisocialista e guerrafondaia di una Unione Europea che: 1) ha scelto la via del riarmo come soluzione alla crisi economica, sacrificando la spesa sociale agli interessi dell’industria bellica; 2) ha accettato supinamente il diktat di Washington che le impone di farsi carico di un conflitto con la Russia che va contro i propri interessi, proprio nel momento in cui gli Usa tendono a disimpegnarsi dal teatro europeo (“I leader europei credono di poter continuare la politica di ossequio agli Usa senza gli Usa”, commenta ironicamente Cremaschi e, mentre accettano la propria posizione subalterna nei confronti del dominus d’oltreoceano, aggiunge, lo scavalcano a destra sabotando ogni soluzione negoziata del conflitto russo-ucraino); 3) non si pone in posizione subalterna solo nei confronti degli Usa, ma anche nei confronti di quel modello reazionario per tutto l’Occidente che è Israele. Così politici, media e accademici occidentali (salvo eccezioni) negano la natura genocida della guerra israeliana contro i palestinesi, alimentano la propaganda filo-israeliana (di destra, centro e “sinistra”) che equipara antisionismo e antisemitismo, si allineano all’integralismo cristiano che, dimentico dei propri trascorsi antisemiti, riconosce ed esalta Israele come “Stato della Bibbia” (la legge fondamentale di Israele del 2017, ricorda Cremaschi, definisce Israele come “stato degli ebrei”, svelando la propria vocazione colonialista e razzista); 4) si macchia infine di quella vergognosa operazione di revisionismo storico in ragione della quale il Parlamento europeo (nel 2019) ha equiparato comunismo e nazismo, con la complicità delle “sinistre” socialdemocratiche.


Vengo ora a una serie di definizioni utilizzate da Cremaschi che combinano i termini di liberalismo, democrazia e fascismo; definizioni che, mentre evidenziano processi reali, rischiano di restare impigliate in significati obsoleti. I processi reali in questione sono nell’ordine: la conservazione puramente formale (procedurale) della democrazia, che viene progressivamente svuotata di contenuto mentre i suoi principi e i suoi valori continuano ad essere esaltati a parole (soprattutto per giustificare le guerre contro Paesi definiti autoritari o totalitari in quanto si oppongono all’imperialismo occidentale!); la fine della cosiddetta globalizzazione: a fronte del fatto che i suoi effetti sono stati, da un lato, il ripetersi di crisi finanziarie sempre più frequenti e catastrofiche, dall’altro, la formidabile ascesa dell’economia cinese e la crescente leadership di Pechino nei confronti dei Paesi del Sud del mondo, fine cui è seguita la liquidazione del liberismo rimpiazzato dal ritorno al protezionismo (del resto mai abbandonato, ma selettivamente applicato a danno dei Paesi periferici e semiperiferici: viviamo in un sistema guidato da élite che si proclamano liberali ma agiscono in tutt’altro modo, scrive Cremaschi); il fatto che la controrivoluzione neoliberista non ha travolto solo il modello sovietico ma anche quello socialdemocratico, come certifica il crollo elettorale dei partiti occidentali che si richiamano a tale tradizione (“simul stabunt simul cadent”, per citare quanto disse Bertinotti in un dialogo (1) con il sottoscritto pubblicato qualche anno fa); infine la gentrificazione delle metropoli occidentali, vedi il caso di Milano, trasformata in “parco giochi dei ricchi” e abbandonata da quattrocentomila persone che non potevano più permettersi di viverci.


Cremaschi ascrive questi e altri fenomeni (crescita esponenziale delle disuguaglianze, crollo dei salari, aumento del tempo di lavoro, riduzione dei diritti sociali e civili, tagli alle spese sociali, ecc.) tipici dell’attuale sistema occidentale, a un regime “liberal fascista”. Liberal fascista (e social fascista) sono termini coniati un secolo fa dai partiti comunisti della III Internazionale per denunciare la debolezza, se non la sostanziale connivenza, dei partiti liberali e socialdemocratici nei confronti del movimento fascista. Entrambi gli aggettivi furono abbandonati dopo l’ascesa al potere del nazifascismo in Germania, Italia e altri Paesi europei in seguito alla decisione di aderire ai fronti di unità popolare. Posto che, negli anni fra le due guerre mondiali, parlare di liberal fascismo era pienamente giustificato dalle dichiarate simpatie della borghesia angloamericana (basti citare, fra gli altri, Churchill, Edoardo VIII e Ford) per Hitler e Mussolini in quanto punte di diamante della lotta contro il comunismo, è lecito ri-attualizzare il termine liberal fascismo nell’attuale contesto storico? 


Partiamo dalla definizione che ne dà Cremaschi. Il liberal fascismo, scrive, consiste nel fatto che tutti i contenuti reazionari del neofascismo vengono assunti dietro una facciata liberale. Il che avviene in assenza di una sostanziale resistenza della sinistra ufficiale, venuta meno a mano a mano che le socialdemocrazie si convertivano al credo liberista. Oggi, conclude Cremaschi, la sinistra liberale vuole conservare il presente mentre la destra vuole tornare al passato, e qui sorgono due obiezioni. In primo luogo, negli ultimi decenni, le sinistre ufficiali non hanno affatto conservato il presente. Al contrario, come ricorda lo stesso Cremaschi, si sono fatte promotrici di “riforme” quali l’abolizione della scala mobile e dell’articolo 18, la riforma dell’articolo V della Costituzione, la conversione delle unità sanitarie locali in aziende sanitarie locali (i manager al posto di comando), l’autonomia scolastica, la riforma delle pensioni ecc. Hanno cioè avviato un processo di trasformazione del pubblico in azienda gestita con criteri privati; per tacere di scelte di politica internazionale quali la partecipazione attiva alle guerre promosse dalla Nato. In poche parole: hanno spianato la strada alla svolta reazionaria di un liberalismo che aveva divorziato dalla democrazia perlomeno a partire dagli anni 80 del 900, e hanno contribuito a diffondere il senso comune secondo cui qualsiasi atto che limiti il privilegio dei più ricchi è socialismo. 


Ma anche l’affermazione che la destra vuole tornare al passato è inesatta. Il marchio dell’attuale destra ultrareazionaria (da Trump a Merz passando per Egon Musk e compagnia bella) non è la nostalgia per il fascismo d’antan, è un’utopia ultraliberista (libero mercato più dura repressione del conflitto sociale) teorizzata dalla scuola di Chicago e da von Hayek, sperimentata dal Cile di Pinochet e rilanciata dai vertici della Ue (vedi il massacro sociale perpetrato ai danni del popolo greco). E un’utopia “futurista” e ultra-tecnologica di conio ultramoderno e anzi postmoderno (vedi i deliri postumani associati al’Intelligenza Artificiale).


Se il termine liberal fascista è improprio, come definire gli attuali regimi occidentali? Personalmente preferisco definirli tour court liberali, perché il liberalismo senza democrazia è per sua stessa natura reazionario, quanto al binomio liberalismo-democrazia è un costrutto artificiale frutto dei compromessi che decenni di lotte proletarie avevano imposto alle borghesie occidentali prima che la controrivoluzione liberale li spazzasse via. Sono consapevole che è una verità dura da digerire per una tradizione marxista occidentale che ha lungamente coltivato e alimentato l’illusione di una possibile convivenza, se non addirittura di una possibile sintesi, fra principi liberali e principi socialisti. Basti pensare che persino un feroce critico marxista del liberalismo quale fu Domenico Losurdo ebbe a scrivere che i comunisti avevano qualcosa da imparare dai liberali (2). Ma se è vero – e io credo sia vero – che, come scrive Cremaschi, non dobbiamo avere paura di dichiararci comunisti, e se è vero, come scrive ancora – e anche qui condivido – che questo sistema non è riformabile e ogni cambiamento reale richiede lotte radicali e rivoluzionarie (io direi rivoluzionarie più che radicali, aggettivo usurato), allora tocca dire che il sistema in questione è liberale, non liberal fascista, per non alimentare l'equivoco che, una volta depurato dal fascismo, anche chi si dichiara comunista potrebbe conviverci. 


In quanto comunisti siamo contro la guerra e, se si è contro la guerra, bisogna essere contro il riarmo e, se si è contro il riarmo bisogna essere contro la Nato e la Ue. Ancora: in quanto comunisti siamo necessariamente anche ambientalisti, ma non esiste un ambientalismo che non sia socialista. Sono sempre parole di Cremaschi, che a loro volta rinviano al detto della Luxemburg socialismo o barbarie. Parole giustissime, ma possiamo condividerle con una sinistra liberale che si è fatta euroatlantica e che “si è rifugiata tra i benestanti e i benpensanti”? Come si vede lo spartiacque non è fra socialismo e liberal fascismo, bensì fra socialismo e liberalismo, perché la sinistra ufficiale si dichiara antifascista ma, in quanto liberale, condivide con la destra l’anticomunismo. Le categorie di destra e sinistra sono morte dal momento in cui, con la conversione della sinistra al liberalismo, esistono solo due destre. Ecco perché il sottoscritto da tempo non si considera più “di sinistra” perché, se si ha il coraggio, come ci esorta Cremaschi, di dichiararsi comunisti, non ha più senso dichiararsi “di sinistra” (cioè liberali!). 


***


Esaurite queste questioni, apparentemente terminologiche in realtà sostanziali, tocca affrontare il nodo di che cosa comporti avere il coraggio di dirsi comunisti qui (cioè in Italia e in Occidente) e oggi. Il rischio che tale rivendicazione si riduca a un atto simbolico di testimonianza è palese, ove si consideri che in Europa i partiti comunisti- laddove esistono - sono ridotti ai minimi termini o – è il caso italiano – a una galassia di gruppuscoli in competizione reciproca per contendersi una manciata di voti. Per darle un significato concreto occorre definire i soggetti politici e sociali che dovrebbero tradurre lo slogan socialismo o barbarie in azione concreta. Dò per scontato che Cremaschi, visto che ricopre il ruolo di portavoce nazionale di Potere al Popolo, identifichi in tale formazione il nucleo di un progetto politico in grado di creare i presupposti, se non di realizzare, d’un processo trasformativo dell’esistente, ma non intendo qui giudicare la validità di tale scelta. Mi limiterò piuttosto ad analizzare il modo in cui Cremaschi immagina possa/debba avvenire tale processo e chi potrebbe/dovrebbe realizzarlo.


Mi pare si possa dire che lo immagina come una ripresa del processo storico – bruscamente e brutalmente interrotto dalla controrivoluzione liberale – avviato dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Un processo che ha visto, a livello mondiale, da un lato l’espansione del campo del socialismo reale (per inciso: manca nel libro un chiaro giudizio sulla natura di quell’esperienza, ma questo sarebbe chiedere troppo, visto che la questione è troppo complessa per essere affrontata in un pamphlet), dall’altro l’emancipazione delle nazioni e dei popoli sottoposti a secoli di dominio e oppressione coloniale, a livello nazionale, l’approvazione di una Costituzione “segnata da idee e principi socialisti” (questo è il giudizio che ne danno i giganti della finanza mondiale, giudizio che personalmente considero dettato dal fatto che, per questi soggetti, basta porre qualche limite alla “libertà” dei super ricchi per essere definiti socialisti); un certo controllo pubblico sull’economia, alcune nazionalizzazioni, riforme progressive di sanità, scuola e servizi pubblici, welfare e diritti del lavoro ecc.


In poche parole, Cremaschi guarda con nostalgia al compromesso keynesiano del trentennio postfascista che evidentemente vede attraverso gli occhiali togliattiani della democrazia progressiva, di una lunga marcia nelle istituzioni destinata a concludersi con la transizione al socialismo. E guarda, con ancora maggiore nostalgia, alla stagione delle grandi lotte operaie del decennio Sessanta-Settanta, a quel sindacato dei delegati di base che chiama “socialismo dei lavoratori” e che ritiene destinato a rinascere: infatti, malgrado tutte le sconfitte, scrive che “non dobbiamo avere paura ma avere fiducia nel futuro”. 


Da dove ricava tanto ottimismo, ma soprattutto come giustifica la disastrosa sequenza di sconfitte che ha consentito il trionfo di quello che chiama il regime liberal fascista? Parto dalla seconda domanda. Fu tutta colpa del “tradimento” dei burocrati che guidavano il PCI e i sindacati? I suoi ricorrenti moniti a non affidare mai più il controllo del ponte di comando ai burocrati sembrano confermare tale tesi. Personalmente, sono piuttosto convinto che la svolta liberale e atlantista di quella sinistra fosse iscritta nel suo codice genetico ben prima della fine degli anni Ottanta. Vedi la dichiarazione di Berlinguer sull’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre e sul sentirsi protetti sotto lo scudo della Nato (che nel frattempo tramava complotti golpisti!). Vedi inoltre la repressione nei confronti della base operaia da parte di Lama e soci, un vertice sindacale deciso a restaurare la “normalità” interrotta dall’esplosione delle lotte. 


Sono infine convinto che il “trentennio glorioso” del compromesso keynesiano non sia stato il primo passo verso la transizione socialista ma una tattica contingente, imposta al capitalismo occidentale dalle particolarissime condizioni socioeconomiche dell’era postbellica. Il punto è che il marxismo occidentale era contaminato fin dalle origini dal virus liberale: di qui la sua radicale diffidenza nei confronti del socialismo “reale”, così sporco e diverso da quello sognato dalle anime belle dei nostri intellettuali, per tacere del socialismo “autoritario” della Cina Popolare. 


Ma quand’anche si ammetta che il trentennio dorato abbia rappresentato ciò che sostiene Cremaschi, come possiamo sperare che rinasca? “Perché il genocidio palestinese ha suscitato un grande movimento che ha detto ora basta”, risponde. La grande mobilitazione contro il genocidio dello stato fascista israeliano (nel caso del regime di Tel Aviv l’aggettivo è pienamente adeguato) è senza dubbio un evento straordinario, però negli ultimi decenni ne abbiamo visti altri, alcuni dei quali non meno imponenti (dal “partito mondiale della pace”, come fu battezzata la gigantesca mobilitazione internazionale contro la guerra in Iraq, a Occupy Wall Street, dalle Primavere arabe ai gilet gialli, a Black Life Matter e gli esempi si potrebbero moltiplicare) eppure nessuno di essi è evoluto in un movimento radicalmente anticapitalista e antimperialista. Sono ondate di rabbia e indignazione che crescono, furoreggiano e poi rifluiscono. Né le cose potranno andare altrimenti, finché non si costituirà un nucleo progettuale e organizzativo in grado di dare continuità al moto ondoso. Ma soprattutto finché questo nucleo, se e quando nascerà, non si sarà vaccinato contro il virus liberale che alligna anche nelle fila delle sinistre “radicali”, dove si incista nelle vesti di una cultura woke che promuove mentalità identitarie, individuali e/o di gruppo. 


Cremaschi non è inconsapevole del problema. Nel capitolo dedicato al femminismo, per esempio, scrive che “alcune femministe occidentali si sono prestate a questo gioco del potere per cui la liberazione delle donne passerebbe attraverso l’affermazione dei valori del capitalismo occidentale nel mondo”. Il guaio è che non si tratta di “alcune” femministe. Il femminismo degli anni Settanta era in larga misura di ispirazione marxista e, pur rivendicando la propria autonomia, era consapevole che non si dà liberazione della donna (né tutela dell’ambiente, né liberazione da razzismo, colonialismo ecc.) se non nel socialismo. Nel movimento femminista mainstream di oggi, tale consapevolezza è marginale, mentre la maggioranza, come ammettono autorevoli autrici (3), è allineata ai principi e ai valori del liberalismo occidentale. 


***


Torniamo al tema del soggetto della trasformazione. I movimenti degli anni Settanta teorizzavano l’alleanza fra operai e studenti, descritti come un’avanguardia politica generata dal processo di proletarizzazione dei ceti medi. Quell’alleanza si è sciolta come neve al sole non appena le lotte operaie hanno iniziato a rifluire e gli studenti sono rientrati nei ranghi di un ceto medio meno proletarizzato di quanto si fosse supposto , conservando parte delle proprie aspirazioni individualiste-libertarie e rimuovendo quelle socialistiche-egualitarie. Un divorzio che Boltanski e Chiapello (4) hanno magistralmente descritto come divaricazione fra critica sociale e critica artistica, e che ha consentito alle élite neoliberali di integrare nel proprio strumentario egemonico il liberalismo “di sinistra”.


Progetti come quello di Potere al Popolo, del quale le analisi di Cremaschi e altri compagni sono parte integrante, si fondano sull’idea che, nel nuovo contesto sociale, politico ed economico generato dalla crisi economica e dalla incombente minaccia di guerra, sia possibile ricostruire, sia pure su basi nuove, l’alleanza di mezzo secolo fa. Ovviamente per Cremaschi – né potrebbe essere altrimenti, vista la sua storia di leader della sinistra sindacale – la nuova classe operaia – con particolare attenzione ai settori della logistica e del nuovo terziario – è chiamata a svolgere un ruolo di primo piano nell’alleanza in questione. 


Viceversa c’è chi – vedi la lunga analisi critica (5) che Alessandro Visalli rivolge ai lavori di un autore come Emiliano Brancaccio, in particolare al suo ultimo libro, dal sintomatico titolo di Libercomunismo (6) – descrive il variegato e multiforme soggetto “oggettivamente” antagonista (in ragione della sua presunta unificazione in seguito al processo di centralizzazione capitalistica) come sommatoria di una pletora di soggetti (donne, giovani, studenti, omosessuali, queer, lgbtq, migranti, ecc. ecc.) in cui la classe operaia si con-fonde fino a scomparire. Paradossalmente questi due punti di vista, apparentemente divergenti, finiscono per convergere di fatto sulla concezione negriana della soggettività antagonista come “moltitudine”, concezione falsificata dall’impotenza dei “nuovi movimenti” di fronte ad ogni salto qualitativo compiuto dalla controrivoluzione liberale.


Ogni volta che avanzo questo tipo di critiche, mi viene chiesto: ok e tu allora che proponi? La risposta è che francamente non lo so. Ho sviluppato una serie di idee e analisi teoriche mei miei libri, ma non mi sento in grado di avanzare proposte concrete in assenza di un soggetto politico con il quale possa riconoscermi e confrontarmi. Dobbiamo dunque arrenderci all’ineluttabilità della guerra con cui il sistema liberale si prepara a risolvere la crisi? Ovviamente non penso questo, ma resto pessimista – nella speranza di essere smentito - in merito alla capacità di un marxismo inquinato dai principi e valori liberali di suscitare ed egemonizzare un’opposizione pacifista suscettibile di evolvere in processo rivoluzionario.


Spero piuttosto negli effetti che lo scossone cui l’Occidente andrà incontro a seguito della sua inevitabile sconfitta economica, politica e militare (7), i quali potranno forse creare le condizioni per riaprire uno spiraglio di futuro alternativo. Così come spero che tale sconfitta possa maturare senza replicare la macelleria delle guerre mondiali novecentesche. Ma se ciò avverrà, lo dovremo a quella Cina socialista che i liberal comunisti si ostinano a considerare come una grande potenza capitalista in competizione con gli Stati Uniti per il dominio mondiale.


***

In questa seconda parte si dà per scontato che la Cina sia un Paese socialista, per cui non verranno riproposte le argomentazioni con cui ho motivato tale giudizio in una serie di libri e in vari articoli pubblicati su queste pagine, mentre rinvio, per ulteriori approfondimenti sul tema, ai due volumi di Oltre l’Occidente, di prossima pubblicazione per i tipi di Meltemi (il primo, di Alessandro Visalli, uscirà fra due settimane, il secondo, del sottoscritto, entro la prima decade di Luglio). Ciò posto, spiegherò perché è precisamente l’esistenza di una grande potenza socialista come la Cina a consentirci di sperare che la Terza guerra mondiale a pezzi, per usare la formula di Papa Francesco, non degeneri in devastante conflitto globale. Dopodiché sosterrò che, se è vero che “solo il socialismo ci può salvare” da questa minaccia, non è detto che ciò basti a evitare che l’Europa si precipiti verso il baratro di una suicida guerra “regionale” contro la Russia. 


A ispirare il mio (moderato) ottimismo in merito alla possibilità di evitare una Terza guerra mondiale estesa all’intero pianeta è un documento dal titolo “I grandi cambiamenti nel mondo e la via per la coesistenza tra Cina e Stati Uniti” pubblicato lo scorso 13 maggio dal Cina Institute of Contemporary International Relations (CICIR) (8). Il documento parte dal fatto che il mondo attuale è scosso da cambiamenti epocali di rapidità e intensità senza precedenti che provocano turbolenze e rischi di portata altrettanto inedita, per cui la ricerca di nuovi equilibri e di nuove garanzie di stabilità e sicurezza diventa un imperativo imprescindibile. La manifestazione più evidente di questi sconvolgimenti è la crisi dell’ordine geopolitico mondiale. “il vecchio ordine, scrivono gli autori del documento con implicita citazione gramsciana, si sta sgretolando ma un nuovo ordine deve essere ancora instaurato”.


In questa situazione, il mondo soffre di un “deficit globale in materia di pace, sviluppo, sicurezza e governance”, come dimostrano gli eventi di questi primi mesi del 2026, nei quali, al prolungarsi della guerra tra Russia e Ucraina di cui non si intravvede ancora soluzione, si è sommata la crisi venezuelana e lo scontro fra Stati Uniti, Israele e Iran. L’impatto di questi conflitti, leggiamo nel documento, “influenza le aspettative del mercato nei settori globali dell'energia, dei trasporti marittimi, della chimica e dell’alimentazione”, e i rischi per la sicurezza si diffondono “attraverso le catene di approvvigionamento, i mercati finanziari e le aspettative sociali”. 


Non meno foriero di sfide appare lo sviluppo rivoluzionario della tecnologia. Il documento insiste in particolare sul tema dell’intelligenza artificiale che “rappresenta al contempo una forza trainante significativa della nuova ondata di rivoluzione tecnologica e una nuova fonte di rischi per la sicurezza” in ambiti quali il nucleare, il biologico, l'informatico, il finanziario e il sociale. Ma la novità più importante, per gli autori del documento che stiamo commentando, è il nuovo equilibrio di potere che si sta delineando fra Cina e Stati Uniti. Durante il XIV Piano quinquennale, la forza della Cina è cresciuta significativamente sul piano economico, scientifico, tecnologico, culturale e militare. Al punto che gli stessi Stati Uniti hanno dovuto prenderne atto, tanto che la Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense del 2025 “riconosce che la relazione fra Cina e Stati Uniti si è trasformata in una relazione quasi paritaria”. Il documento definisce “stallo strategico” questo “pareggio” fra le due superpotenze. Detto che si tratta di un concetto elaborato decenni fa da Mao, in riferimento al conflitto cino-giapponese (9), si tratta di spiegare perché, secondo gli autori, questa situazione, che molti commentatori equiparano alla cosiddetta “trappola di Tucidide” (l’inversione di ruolo fra vecchi e nuovi egemoni genera inevitabilmente una o più guerre), può invece condurre a un’inedita forma di convivenza pacifica.


La parola chiave per interpretare il senso dello stallo strategico è interdipendenza. La differenza fra la situazione attuale e lo scenario della Guerra Fredda Usa-Urss consiste nel fatto che, mentre Russia e America erano due mondi “paralleli”, con scarsi livelli di connessione e interscambio reciproci, Cina e Stati Uniti sono due economie che dipendono fortemente l’una dall’altra sotto molteplici aspetti. Gli Stati Uniti hanno tentato in tutti i modi di indebolire la Cina, colpendola con dazi, divieti e sanzioni di ogni tipo (soprattutto in campo tecnologico), ma la Cina “ha dimostrato coraggio e abilità nel contrastare questi attacchi, affrontando con risolutezza e fiducia le politiche di contenimento e repressione degli Stati Uniti, difendendo così i propri legittimi diritti e interessi “, tanto da far capire all’interlocutore che le politiche aggressive si ritorcevano contro i suoi stessi interessi. Lo stallo strategico, argomenta il documento, è così entrato in una nuova fase in cui ognuna delle parti è indotta a riconoscere nell'altra “un avversario rispettabile”. Affinché le relazioni sino-americane siano stabili “il requisito fondamentale è il rispetto reciproco della sovranità territoriale, dei sistemi sociali e dei percorsi di sviluppo”; in particolare, gli Stati Uniti “non possono facilmente tentare di ‘plasmare’ il contesto strategico cinese, né tantomeno cercare di ‘cambiare la Cina’ attraverso la massima pressione”. Devono capire che l’atteggiamento cooperativo è vantaggioso per entrambe le parti così come l’atteggiamento aggressivo le danneggia entrambe. 


Fra le considerazioni conclusive, citiamo il ruolo di leadership della Cina nei confronti dei Paesi del Sud del mondo, la diffidenza, anche presso le nazioni “alleate”, nei confronti della politica destabilizzante che gli Stati Uniti hanno condotto in anni recenti, il monito in merito ai limiti invalicabili e agli errori di valutazione strategica che potrebbero sfociare in conflitti e scontri, con particolare insistenza sul carattere di “linea rossa” della questione di Taiwan (“gli Stati Uniti dovrebbero comprendere che la riunificazione delle due sponde dello stretto di Taiwan è un'inevitabile tendenza storica” e riconoscere appieno “la natura e la pericolosità delle forze separatiste che auspicano l'indipendenza di Taiwan”, astenendosi dal sostenerle). Quanto ai riferimenti a interessi comuni, collaborazione, coesistenza pacifica, scambi culturali ecc. ecc., non intaccano a mio avviso il carattere fortemente assertivo del documento, elaborato da esperti che appartengono ai massimi livelli del Partito Comunista. Il succo del discorso è che la Cina ritiene che gli Stati Uniti vorrebbero contrastarne l’ascesa ma non possono farlo, nella misura in cui fra questa volontà e la possibilità di metterla in atto la distanza si è ormai fatta incolmabile. 


Certamente questo ragionamento ha un punto debole, che consiste in un certo eccesso di fiducia nella razionalità della controparte, fiducia che mi pare sottovaluti l'imprevedibilità, non tanto di una personalità ondivaga qual è quella dell’attuale presidente americano, quanto della delirante visione del ruolo escatologico che Dio assegnerebbe a Washington, condivisa da molti esponenti della élite neocons a stelle e strisce (10). Ciò detto, resta il fatto che, comunque si consideri il regime cinese, la sua stessa esistenza, nonché il fatto che esso risulti assai meno esposto ai ricatti economici americani (proprio in ragione delle peculiari caratteristiche del socialismo in stile cinese) di quanto non fosse l’Unione Sovietica, sono la migliore garanzia contro la degenerazione delle attuali guerre regionali in guerra globale. Dopodiché questo non ci protegge dalla follia bellicista dell’Europa che non può essere contrastata da una mobilitazione genericamente pacifista, ancorché imponente. Ha dunque ragione Cremaschi ad affermare che solo il socialismo ci può salvare, a patto che le sinistre radicali che si dicono socialiste (o addirittura comuniste) si liberino dal virus liberale e si decidano ad assumere posizioni chiare, non solo sul genocidio palestinese e sulle aggressioni a Venezuela, Iran e Cuba, ma anche sulla questione ucraina: dopo le infinite prove del carattere ferocemente reazionario del regime di Kiev, non ci si può più allineare ai media occidentali che cianciano di “aggressione illegale” all’Ucraina in nome di un “diritto internazionale” ritagliato su misura degli interessi dell’imperialismo euroatlantico.


Note


(1) Cfr. F. Bertinotti (intervista con C. Formenti), Rosso di sera, Jaka Book, Milano 2015.


(2) L’affermazione si trova in D. Losurdo, La questione comunista. Storia e futuro di un’idea, Carocci, Roma 2021.


(3) Cfr. N. Fraser, Fortune of femminism, Verso, New York 2013.


(4) Cfr. L. Boltanski, L. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo,Mimesis, Milano-Udine 2014.


(5) Cr. A Visalli, “Intorno a Emiliano Brancaccio e il ‘Libercomunismo’ ”, https://tempofertile.blogspot.com/2026/05/intorno-emiliano-brancaccio-e-il.html


(6) E. Brancaccio, Libercomunismo. Scienza dell’utopia, Feltrinelli, Milano 2026.


(7) Cfr. E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024.


(8) Il documento è consultabile all’indirizzo https://chinadiplomacy.org.cn/2026-05/13/content_118491806.shtml


(9) In uno scritto del 1938, “Sulla guerra prolungata”, Mao scrisse che ci sono tre fasi per vincere una guerra prolungata da parte di una potenza più debole contro un avversario più forte (all’’epoca si riferiva alla guerra fra Cina e Giappone): difesa strategica, stallo strategico, controffensiva strategica. L’uso del termine stallo strategico (che connota la fase di equilibrio fra le forze dopo la prima fase in cui la parte debole riesce a evitare l’annientamento) è implicitamente assertivo, nella misura in cui contempla la fase successiva in cui la parte inizialmente più debole assume l'iniziativa e vince.


(10) All’integralismo cristiano (di ispirazione evangelica e filosionista), che ispira l’ala più radicale dei neocons americani, sono dedicati molti articoli pubblicati nei primi numeri di quest’anno della rivista mensile di geopolitica “Limes”. 

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