OLTRE L'OCCIDENTE (UNO)
Tanto tuonò che piovve. Annunciato più volte su queste pagine, esce finalmente, per i tipi di Meltemi, "Oltre l'Occidente", l'opera in due volumi cui Alessandro Visalli e il sottoscritto hanno dedicato una quota significativa del proprio tempo negli ultimi due anni. Il primo volume Oltre l'Occidente. Nell'ombra di un tramonto epocale, è da oggi in libreria, il secondo, Oltre l'Occidente. L'alba di una nuova era, seguirà fra circa tre settimane. Qui di seguito anticipo la mia Introduzione al primo volume, scritto da Visalli, a suo tempo anticiperò l'Introduzione di Visalli al secondo volume, scritto da me.
INTRODUZIONE
Quello che state leggendo è il primo volume di un’opera a due mani atipica. Preso atto della difficoltà di uniformare stili di scrittura e modalità espositive, abbiamo deciso di dividerci il lavoro nel seguente modo: ognuno di noi ha scritto un proprio saggio, impegnandosi a introdurre quello dell’altro. Si potrebbe obiettare che non si tratta di un lavoro a due mani, bensì di due libri distinti. Non è così. Non solo il tema, come testimonia il titolo comune, è lo stesso, ma il fitto scambio di stesure provvisorie, osservazioni critiche e suggerimenti ha contribuito a rendere complementari i due testi, sia pure al prezzo di alcune ridondanze, che non scadono a semplici ripetizioni ma arricchiscono gli stessi argomenti di dettagli e sfumature, partendo da angolazioni diverse. Del resto il tema, sintetizzato dal titolo, Oltre l’Occidente, è così ambizioso e complesso, oltre che di scottante attualità, che ci ha obbligato a fare i conti con una vasta mole di analisi e teorie di storici, filosofi, sociologi, economisti e politologi, oltre a riprendere e approfondire i saggi che ognuno di noi ha pubblicato in anni recenti1. Il tutto associato alla consapevolezza che il risultato sarebbe stato, più che un insieme di tesi compiute, un catalogo di ipotesi, interrogativi e suggestioni sul futuro di un mondo che sta attraversando una crisi catastrofica che rischia di precipitare in una Terza guerra mondiale.
Prima di entrare nel merito di alcuni dei temi trattati in questo primo volume (non di tutti, altrimenti, invece di una Introduzione, avrei rischiato di scrivere un terzo volume), faccio una premessa in merito al titolo. Perché oltre l’Occidente e non il tramonto, la fine, la crisi, la sconfitta o uno qualsiasi degli attributi che vengono correntemente associati alle difficoltà di un mondo euroatlantico che fatica a conservare la propria egemonia? Perché gli autori condividono la convinzione che la storia sia già andata oltre la lunga fase (dal XVI al XX secolo) caratterizzata da tale egemonia. Ancorché in crisi e reduce da una serie di sconfitte epocali, L’Occidente non è finito o tramontato, è sempre lì con tutta la sua potenza economica e capacità distruttiva, ma non detiene più il monopolio né della potenza economica né della capacità distruttiva. A parole, non sono pochi coloro che lo riconoscono; sono però molti coloro che, pur riconoscendolo, rifiutano di accettarlo, e sognano di restaurare con qualsiasi mezzo lo status quo ante; infine sono pochi coloro che si sforzano di pensare come potrebbe essere l’oltre, ciò che viene dopo la fine dell’egemonia occidentale (se le convulsioni degli egemoni d’antan permetteranno che vi sia un dopo per la nostra specie). I nostri contributi appartengono a questa minoranza.
Come anticipato, non affronterò tutti i temi del libro di Visalli, né seguirò l’ordine espositivo del libro, mi occuperò invece, nell’ordine: dell’analisi comparata fra i tre maggiori progetti imperiali messi in atto dalle potenze occidentali; della strategia di “ritirata imperiale” con cui gli Stati Uniti stanno reagendo alla crisi; dei limiti delle teorie postcoloniali e decoloniali; del confronto fra universalismo occidentale e universalismo cinese come scontro fra “cosmotecniche”; della “provincializzazione” dell’Occidente come chance di soluzione incruenta della crisi.
I. I grandi progetti imperiali
Visalli analizza differenze e analogie fra la conquista del Sudamerica da parte di Spagnoli e Portoghesi, la costruzione dell’Impero britannico dal Settecento al secondo dopoguerra e la storia della colonizzazione anglosassone del Nordamerica, cui ha fatto seguito l'espansione coloniale degli Stati Uniti. Non mancano riferimenti al colonialismo francese, ma sono relativamente limitati ed episodici. Ciò che, secondo Visalli, accomuna i tre processi, pur nelle reciproche differenze, è l’ideologia implicita nelle parole che lo scrittore vittoriano Rudyard Kipling dedica al “fardello dell’uomo bianco”: la missione del colonialismo è estendere i confini della “civiltà”, obiettivo, chiosa Visalli, in cui si mescolano, in proporzioni variabili, ipocrisia e convinzione.
La differenza più significativa consiste nel fatto che i processi di colonizzazione spagnola, portoghese e francese erano in parte controllati da forme statuali nazionali europee, mentre nella colonizzazione britannica il controllo centrale “fu sin dall’inizio debole e in sostanza la colonizzazione venne organizzata dalle Compagnie private”(al che va aggiunto che le istituzioni create dai primi coloni vennero egemonizzate da estremisti religiosi di classe media, ispirati da un mix di ideologia calvinista e veterotestamentaria).
Valgano in merito due esempi. Il primo si riferisce alla storica controversia fra Padre Bartolomeo de Las Casas e l’umanista Juan Sepulveda: il primo difese di fronte alla corona spagnola i diritti degli indios, sottoposti a sterminio e sfruttamento da parte dei colonizzatori, il secondo individua il fondamento del feroce trattamento degli autoctoni da parte dei “civilizzatori” bianchi, non già “nella superiorità o inferiorità tecnica, quanto nel modo non individuale di stabilire le relazioni sociali. Sia con le persone come con le cose. La somma accusa è di non avere proprietà privata (la medesima accusa un secolo dopo sarà avanzata verso i nativi del Nord America)”. Insomma: gli indigeni sono colpevoli della propria barbarie, come appena definita, e meritano di essere educati anche ai fini della loro stessa salvezza. Il re non si dichiarò a favore dell’uno o l’altro dei due contendenti, ma lo stato spagnolo tenne conto della necessità di contenere gli eccessi dei coloni, che rischiavano di danneggiare gli stessi interessi spagnoli.
Il secondo esempio si riferisce alla Rivoluzione haitiana2: allorché gli schiavi di San Domingo insorgono, chiedendo che i principi del 1789 vengano applicati anche a loro, la neonata Repubblica francese reagisce cercando in ogni modo di schiacciare la rivolta il che, da un lato può essere letto come prova dell’ipocrisia degli sbandierati “diritti universali” dell’uomo, dall’altro può essere interpretato come prova dell’impatto rivoluzionario che l’affermazione di tali diritti sortisce presso i popoli colonizzati.
Questa ambivalenza è assai meno evidente nel caso dell’imperialismo inglese: “Vedremo che fino ad oggi, scrive Visalli, il Nazionalismo imperiale inglese connette in un unico inestricabile insieme idee sulla razza, senso di appartenenza ed ambizione di dominio. Un’unione indissolubile, come vedremo nutrita di ‘bipensiero’ alla Orwell, di ‘totalità disumana’ e ‘promessa di riforme’ che caratterizza l’universalismo liberale nella sua stessa costituzione. Detto altrimenti: la cultura imperiale britannica non è ambivalente, bensì intrinsecamente razzista e violenta, e le sue promesse di riforme valgono esclusivamente per i sudditi di Sua Maestà, non per i popoli sottomessi e colonizzati.
Da un lato, Visalli fa riferimento all’analisi di Cedric Robinson3 e al suo concetto di razzialismo: non è questione di pelle, bensì dell’inquadramento dei popoli sconfitti e sottomessi, non solo neri ma anche irlandesi e boeri, in una classificazione fondata su “un giudizio unilaterale circa il livello di ‘modernità’ e ‘maturità’ rispetto ad un’implicita scala del progresso, secondo i rigidi parametri della filosofia della storia dell’Occidente”. Dall’altro lato segue, sul tema della violenza imperiale, la lezione di Caroline Elkins4, laddove l’autrice sostiene la tesi secondo cui “la violenza era connaturata al liberalismo. Risiedeva nello stesso riformismo liberale, nelle sue pretese di modernità e nelle sue concezioni della legge: elementi, di fatto, opposti a quelli normalmente associati alla violenza”. Non si è dunque trattato solo di sfruttamento economico, bensì di un legame interno e intimo tra liberalismo e violenza (su tale legame vedi., fra gli altri, Andrea Zhok5 ).
Gli Stati Uniti ereditano ed estremizzano il modello britannico. Ne ereditano la spinta violenta alla conquista di territori da “liberare” da culture prive di diritti, nella misura in cui ignorano la proprietà individuale della terra. La estremizzano: in primo luogo perché, una volta affrancati del governo coloniale britannico, non sono più tenuti a rispettare gli accordi che quest’ultimo aveva stipulato con i nativi e passano direttamente allo sterminio dei selvaggi (sul genocidio dei popoli amerindi vedi. L. Pegoraro6); in secondo luogo perché danno vita a un nuovo polo imperiale dal tono esplicitamente veterotestamentario, frutto della secolarizzazione della fede religiosa condivisa dalle componenti più radicali delle eresie maturate nella Rivoluzione inglese del Seicento, con il loro mix di calvinismo e fanatismo biblico. L’universalismo nordamericano è riservato al popolo eletto e al suo diritto a conquistare la Terra Promessa, liberandola dai “selvaggi”. Nella sua versione estesa, esso assume la forma del proselitismo: non potendo conquistare il mondo intero, si impegna a convertirlo, per amore o per forza, al credo della libertà individuale, della democrazia liberale, del diritto di proprietà e del libero mercato.
II. La ritirata imperiale
Trasferitasi dall’Europa agli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, l’egemonia occidentale estende progressivamente i propri tentacoli sul mondo, incontrando solo l’opposizione del blocco socialista guidato dall’Unione Sovietica e, rimosso anche tale ostacolo, sembra avviata a toccare il proprio apice, imponendo, sia all’interno dei confini metropolitani sia nelle periferie e semiperiferie la logica del paradigma neoliberale. A frustrarne il definitivo trionfo sono, da un lato, l’ascesa della Cina (di cui parleremo più avanti), dall’altro le contraddizioni economiche e i conflitti sociali generati dagli effetti indesiderati del suo stesso successo.
Il modello fondato su globalizzazione, finanziarizzazione e terziarizzazione genera crisi che si susseguono ininterrottamente dall’inizio del nuovo millennio, e mette impietosamente a nudo l’insostenibilità di un’economia come quella statunitense, che consuma assai più di ciò che produce, reggendosi sulla capacità di scaricare sul resto dell’Occidente e sui Paesi satelliti l’onere dei propri debiti. Se a ciò aggiungiamo l’indebolimento del controllo sui meccanismi estrattivi (malgrado le continue guerre intraprese per consolidarlo) è evidente che, per sopravvivere, l’impero americano deve tamponare, se non risolvere, le sfide della mancata produzione, dell’eccesso di consumo, della dipendenza dai flussi finanziari, dell’insostenibile centralità del dollaro. Urge quindi un mutamento di paradigma fondato su una parziale restaurazione della potenza regolativa dello Stato o, per dirla con Giovanni Arrighi7, una parziale rivincita della logica territorialista sulla logica capitalistica “pura”.
Per descrivere tale svolta,Visalli parla di “rifondazione ideologica dall’alto”, una rivoluzione passiva, per dirla con Gramsci, delle élite che cercano di cambiare in modo che nulla cambi veramente. Il progetto richiede l’adozione di una nuova retorica che si rivolga non solo ai super ricchi e alle classi medie superiori, ma alle vittime del processo di globalizzazione, illudendole in merito alla possibilità di migliorare la propria condizione a spese di nemici e concorrenti (vedi il “make America great again” di Donald Trump). Richiede inoltre di ristabilire il controllo della domanda interna, il che può avvenire solo “se si riconducono alla logica della potenza dello Stato e non del singolo agente i flussi di capitale”. Richiede infine una progressiva ridefinizione dei confini imperiali, una “regionalizzazione”, ovvero: “spazi economici chiusi o semi-chiusi (...), diverse sovranità tecnologiche (...), ristrutturazione logistica e controllo militare delle aree produttive, flussi e ragioni di scambio tra prodotti e servizi a diverso livello tecnologico”.
Visalli sintetizza l’insieme dei processi appena evocati con il termine di “ritirata imperiale”, una strategia che: “restringa le catene logistiche bisognose di protezione e riduca drasticamente i costi di protezione sostenuti in proprio (convertendoli in ampliamento della spesa militare dei satelliti), rinegozi il multilateralismo, e quindi i margini di autonomia degli attori principali, si garantista gli spazi effettivi di autonomia strategica che poggiano sulla industrializzazione e l’equilibrio delle partite commerciali e finanziarie”. Una strategia che viene realizzata a spese dei Paesi “alleati” sul piano politico militare e rivali sul piano economico, quali Germania, Francia, Italia, Giappone e forse anche “la servizievole e volonterosa Inghilterra”.
III. I limiti del pensiero postcoloniale e decoloniale
I maggiori successi dell’offensiva neoliberale, nella sua fase di massima espansione, sono stati indubbiamente la disarticolazione dei progetti politici e delle strutture organizzative delle classi subalterne dei centri metropolitani, assieme alla cooptazione dei partiti e dei sindacati delle sinistre tradizionali nel blocco di potere egemonizzato dalle élite dominanti. A partire dalla svolta descritta nel precedente paragrafo, il ruolo di questi ultimi si è ridotto alla rappresentanza degli interessi e dei valori culturali degli strati medio alti delle classi medie concentrate nelle grandi città gentrificate, mentre le forze politiche emergenti, protagoniste della “rifondazione ideologica dall’alto”, acquisivano progressivamente il controllo della rabbia degli strati popolari impoveriti dalla globalizzazione e traditi dai propri rappresentanti. Sintomo di questo arretramento è stato, fra gli altri, lo slittamento delle sedi della critica teorica e dell’analisi dell’imperialismo dai partiti e dai movimenti politici di massa ai centri di ricerca accademici, dove ha assunto la forma della produzione letteraria postcoloniale e decoloniale.
Mentre la critica delle generazioni protagoniste dei movimenti eredi del 68 abbandona la critica sociale del sistema e si concentra sulla “critica artistica” – vedi Boltanski e Chiapello8 e vedi i contributi in merito degli autori della presente opera9 -, le teorie postcoloniali, pur non abdicando del tutto alle analisi materialiste e strutturali, “mettono in scena un supplemento” scrive Visalli, che dà spazio soprattutto “alla interiorizzazione dell'ingiustizia, dell'alienazione, la dislocazione l’impossibilità di essere sé stessi sotto uno sguardo che ti nega”.
A mano a mano che, dopo la sconfitta del movimento operaio occidentale, anche le rivoluzioni dei popoli coloniali – ad eccezione di quella cinese e di poche altre – subiscono una battuta di arresto, anche gli esponenti delle intellighenzie del Sud del mondo (perlopiù appartenenti alle comunità diasporiche delle metropoli occidentali) sono protagonisti di una “fuga nella letteratura”, in ragione della quale “la lingua dell’altro viene finalmente parlata, ma non si rovescia il quadro; si resta dentro l’idioma dell’Impero. La postcolonialità diventa talvolta la sua variante melanconica, l’elaborazione del lutto dell’identità spezzata, senza la possibilità di una nuova istituzione del senso”
Visalli cita in merito le critiche che autori come Achille Mbembe, Viveiros de Castro e Boaventura de Sousa Santos muovono alle forme postmoderne della teoria che rischiano di estetizzare una ferita che non si fa più taglio reale. Non basta esprimere il dolore, occorre attraversarlo finché divenga gesto costituente, perché, scrive Visalli, “finché resta solo rappresentazione (pur potente), rischia di restare prigioniera del centro”. Il rischio in questione diventa realtà con la teoria decoloniale che rappresenta a tutti gli effetti un vero e proprio salto epistemico, nella misura in cui mette in atto una fuga nella letteratura che rappresenta e giustifica in quanto esito inevitabile dell'esaurimento delle prospettive politiche10.
IV. Cina versus Stati Uniti: universalismi e cosmotecniche a confronto
Lo spazio limitato di una Introduzione non mi consente di rendere conto della complessità del concetto di cosmotecnica, al quale Visalli dedica una parte importante del proprio lavoro. Mi limito a ricordare che, per l’autore, “la tecnica è la forma storica del darsi dell’uomo nel mondo”, è cioè il medium (non lo strumento, che sarebbe termine riduttivo) tramite il quale l’uomo crea il proprio “mondo” (di qui l’ibridazione con il concetto di cosmologia) e insieme definisce sé stesso in quanto essere privo di fondamento, non determinato da istinti naturali. Non parliamo dunque di idee, bensì di pratiche “incorporate in saperi, tecniche, soggettivazioni e quindi strutture di potere e riproduzione”. La cosmotecnica occidentale, è dunque sia il prodotto della sua caratteristica visione universalistica, fondata sui concetti di libertà individuale, progresso e proprietà privata, sia la matrice materiale su cui tale visione è stata costruita. Insomma: è tutto ciò su cui si è fondato il dominio imperiale che l’Occidente è riuscito a imporre negli ultimi cinque secoli sul resto del mondo. Perciò oggi l’Impero in crisi si trova di fronte alla necessità di costruire una nuova “piattaforma tecnologica” in grado di garantirgli il rinnovo del ciclo egemonico; perciò deve lottare per “la definizione di standard e soluzioni propriamente tecniche; ma anche per il controllo dell’energia che serve a queste nuove tecniche per abilitarle alla scala voluta; per il controllo della mobilità, dei nuovi canali logistici, quindi del tempo” e per i nuovi territori da colonizzare come l’Artico e lo spazio esterno.
La diga contro cui rischia di infrangersi tale progetto è il peculiare universalismo cinese. Mettendo fra parentesi la questione del carattere socialista o meno della società cinese e dell’ideologia dello stato-partito che la governa (marxista con caratteristiche cinesi o “revisionista”), temi di cui mi occuperò a fondo nel secondo volume di quest’opera, mi concentro qui sulle millenarie radici storico-culturali che Visalli indica come fondamento di un possibile futuro alternativo alla continuazione del dominio occidentale.
In primo luogo, Visalli spiega che si tratta di un futuro che non persegue sogni escatologici né ambizioni di egemonia mondiale: “L’orizzonte di Tianxia — letteralmente “Tutto sotto il cielo” — non implica un dominio omologante, ma una forma di ordine armonico tra differenze. Non è immune da ambiguità o strumentalizzazioni, ma rappresenta una modalità alternativa di pensare la coesistenza tra mondi. La Comunità dal destino condiviso, secondo il lessico politico cinese recente, è la risposta simbolica e strategica all’universalismo unipolare. Il Grande ringiovanimento è una linea di forza che è offerta non solo al Paese di Mezzo, quanto a tutti coloro che volessero parteciparvi”.
Sempre Visalli prende atto del fatto che, dopo una fase postrivoluzionaria in cui il Partito era parso voler liquidare come conservatrice e reazionaria la cultura tradizionale cinese, si è assistito alla sua progressiva rivalutazione, a partire dal confucianesimo. Una rivalutazione che è culminata con il lancio, da parte del Presidente cinese in carica, Xi Jinping, della parola d’ordine della armonia nella diversità, e con la messa a punto di una strategia che mira ad accogliere in modo selettivo i contributi della cultura e delle tecnica occidentali, “decolonizzando l’immaginario che penetra in Cina attraverso le merci, le immagini, i prodotti culturali e le aziende occidentali”.
Un altro pilastro di tale strategia consiste nel progressivo consolidamento dei Brics come polo d’ordine in grado di bilanciare quello Occidentale, pur senza opporsi direttamente ad esso. Ciò è possibile, scrive ancora Visalli, “perché nella mentalità cinese non è presente quella premessa escatologica e messianica, derivata dalla tradizione giudaico-cristiana, per la quale esiste una sola via alla ‘salvezza’ collocata in avanti nel tempo (...) la Cina può diventare moderna senza diventare occidentale valorizzando la propria ‘civilizzazione statuale’ millenaria e le proprie categorie di ordine e coesione”.
Chi ha memoria e riposa nella certezza della propria identità e forza, conclude citando un articolo della rivista “Guancha”, “non ha bisogno di schiacciare l’altro. Può praticare lo spirito di Bandung, il non allineamento, non confronto e non prendere di mira terze parti”.
V. Provincializzare l’Occidente
Fra l’Occidente e il blocco dei Paesi che ne sfidano l’egemonia, non solo Cina e Russia, è in corso una guerra senza quartiere sul piano economico, politico, culturale e ideologico, la cui posta è quale delle cosmotecniche a confronto finirà per prevalere, anche senza esercitare un dominio assoluto. In questo scontro per la preminenza globale l’Occidentale lotta per mantenere il primato, il resto del mondo per instaurare relazioni più paritarie. Detto in modo schematico: lo scenario descritto da Visalli propone, da un lato, la “Piattaforma geo-tecnologica” cinese imperniata su un sistematico rifiuto della logica amico-nemico, sostituito dalle molteplici vie (Dao) alla comune umanità; dall’altro lato, la “Piattaforma geo-tecnologica” americana che, nel progetto della “ritirata imperiale” (vedi sopra) immagina un sistema gerarchico nel quale “ognuno abbia i suoi satelliti da gestire e da ‘proteggere’ e tra questi ci siano scambi regolati dai rapporti di forza”.
La posizione di chi, come gli autori di questa opera, critica dall’interno l’Occidente (né può essere altrimenti: se accettiamo l’assunto marxiano secondo cui l’essere sociale determina la coscienza, il punto di vista di chi parla non è mai esterno al sistema in cui è nato e nel quale vive) non può essere che quella di auspicare la nostra “provincializzazione”, il che significa “riconoscere che la Verità non abita più l’Uno, ma si situa nei molteplici. Ciò sposta radicalmente la lotta politica anche sul piano della narrazione, e apre alla possibilità di pensare una modernità senza universalismo, senza centro. Una nuova e diversa idea di emancipazione”. Non è impresa facile, visto che si tratta di “individuare come nemico principale noi stessi”, ovvero, specifica Visalli “quell’Occidente che ha smarrito sé stesso”.
Quest’ultima definizione mi impone di mettere in luce una differenza, di temperamento e di stile più che di sostanza, fra gli autori di quest’opera . Nelle pagine iniziali di questo volume leggiamo: “Si tratta di un libro condotto a due mani con Carlo Formenti, che firma il testo complementare, Oltre l’Occidente. Idee e storie di chi c’è andato con il pensiero e con l’azione. Nei due testi, sulla base di una lettura comune delle radici della hybris occidentale (...), Carlo si concentra sulla ‘provincializzazione’ della tradizione marxista, senza abbandonarla, e sui soggetti storici della liberazione. Nel suo testo abitano rivoluzionari, partiti, movimenti (...), che pongono la domanda di chi fa la rivoluzione, ma anche come la fa. (...) Qui troverete soprattutto concetti: tecnica, relazione, cosmologia, universalismo, nulla, essere. Troverete anche una diagnosi dello scontro, epocale, tra il vecchio egemone imperiale che si pensa come ‘Occidentale’ e detentore dei criteri universali, e il mondo. O meglio, i mondi. Plurali, irriducibili, pieni di energia nuova e di determinazione. Scontro che si tiene sul piano politico, normativo, economico, militare persino, ma anche di Piattaforma Tecnologica, un costrutto di sintesi che cerca di tenere insieme questi piani. È terminato il tempo in cui si poteva presumere che ‘modernità’, ‘tecnoscienza’ e ‘Occidente’, insieme alla prospettiva che tutto teneva insieme, il ‘Progresso’, fossero lo spirito del mondo”.
Sottoscrivo, ma aggiungo che, oltre alle tematiche appena descritte, ci distingue, da un lato, il costante sforzo di Visalli di sottolineare che il conflitto non è mai totale (il nemico è l’Occidente nella misura in cui ha smarrito sé stesso, il che implica che qualcosa è stato smarrito e che vale la pena di provare a recuperarlo). Viceversa la visione che troverete nel mio testo è squisitamente politica, e poiché non può darsi lotta politica senza tracciare un netto confine fra amico e nemico, incontrerete molta meno attenzione ai valori positivi della tradizione occidentale, che solo dopo che questa sarà stata provincializzata, cioè sconfitta, potranno a mio avviso essere in qualche misura recuperati o salvati.
Carlo Formenti
Genova, Ottobre 2025
1Vedi. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020 e Classe e partito, Meltemi, Milano 2023. Vedi inoltre C. Formenti, Il socialismo è morto. Viva il socialismo, Meltemi, Milano 2019 e Guerra e rivoluzione, 2 voll. Meltemi, Milano 2023.
2Cfr. C. L. R. James, I giacobini neri, DeriveApprodi Roma 2015.
3Cfr. C. Robinson, Black marxism, Alegre 2023.
4Cfr. C. Elkins, Un’eredità di violenza, Einaudi, Torino 2024.
5Cfr. A. Zhok, Critica della ragione liberale, Meltemi, Milano 2020.
6Cfr. L. Pegoraro, I dannati senza terra, Meltemi, Milano 2019.
7Cfr. G. Arrighi, Il lungo secolo XX, il Saggiatore, Milano 1996.
8Cfr. L. Boltanski, L. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.
9Vedi nota 1
10Per una critica degli autori Decoloniali, vedi, fra gli altri, Kevin Ochieng Okoth, Red Africa, Meltemi, Milano 2024.
