Lettori fissi

mercoledì 24 febbraio 2021


 

ESISTONO SCENARI ALTERNATIVI ALLO STATO DI COSE PRESENTE? DIECI AUTORI CERCANO DI RISPONDERE 

 

Qui di seguito anticipo la mia Introduzione al volume collettaneo "Dopo il neoliberalismo. Indagine collettiva sul futuro", che sarà in libreria il prossimo 11 marzo per i tipi di Meltemi.    

Introduzione

di Carlo Formenti

Il progetto di questo libro è nato nell’autunno del 2019 da uno scambio di idee fra Pierluigi Fagan, Piero Pagliani e il sottoscritto. Fagan ci ha segnalato La grande regressione, un volume collettaneo del 2017 a cura di Heinrich Geiselberger (pubblicato in italiano da Feltrinelli) che raccoglieva 14 interventi di vari autori (fra cui Arjun Appadurai, Zygmunt Bauman, Nancy Fraser, Bruno Latour e Slavoj Zizek) invitati a fare il punto sullo “stato del mondo” dopo le crisi che lo hanno investito dall’inizio del nuovo millennio. Per quanto interessante, questa rassegna ha un limite: tutti i contributi analizzano da diversi punti di vista la crisi, ma senza prospettare possibili vie d’uscita, quasi gli autori si limitassero a ripetere il detto di Gramsci che recita “il vecchio muore ma il nuovo non può ancora nascere”. Perciò ci siamo chiesti perché non compiere un passo ulteriore, immaginando possibili scenari alternativi allo stato di cose presente, senza scadere in sterili esercizi di futurologia. Dopodiché abbiamo iniziato a cercare interlocutori disposti a condividere il rischio dell’impresa.

Tradurre quella suggestione nel prodotto editoriale che avete in mano non è stato compito banale. La pandemia del Covid19 ha reso più complicato trovare compagni di avventura e distribuirci gli argomenti da affrontare, ma soprattutto ha rallentato lo scambio di idee e informazioni nel corso della stesura dei contributi, obbligandoci a interagire esclusivamente attraverso i canali virtuali. Devo dire che, anche considerati questi intralci, il risultato è andato aldilà delle mie previsioni, nel senso che, dai dieci scritti che vi apprestate a leggere, mi pare emerga un quadro abbastanza coerente delle tendenze di fondo che potrebbero caratterizzare i prossimi decenni. Ovviamente non mi azzardo a sostenere che qui troverete un’anticipazione veritiera e attendibile di ciò che ci aspetta. Prevedere il futuro è impresa al limite dell’impossibile e, visto che è difficile che chi ci prova non nutra – magari inconsapevolmente - idee precise in merito all’auspicabilità di certi sviluppi rispetto ad altri, è inevitabile che, per quanto ci si sforzi di restare nei limiti di un’analisi rigorosa della realtà e dei potenziali sviluppi che essa sembra contenere, non si potrà evitare di proiettare, in maggiore o minore misura, i propri desideri sull’oggetto dell‘indagine. 

Ciò premesso, non è un caso se questo volume trova collocazione nella collana “Visioni eretiche”, che chi scrive dirige da qualche anno per l’editore Meltemi. Non solo perché cinque degli “eretici” qui raccolti (Manolo Monereo, Onofrio Romano, Alessandro Visalli e Andrea Zhok, oltre al sottoscritto) vi hanno da poco pubblicato alcuni loro lavori, ma anche perché il pensiero degli altri cinque (Pierluigi Fagan, Carlo Galli, Piero Pagliani, Raffaele Sciortino e Alessandro Somma) non è meno lontano dal pensiero unico che da anni imperversa nelle aule universitarie, sui media e nelle élite politico-culturali del nostro come di altri Paesi occidentali. Il che non implica che i discorsi che troverete qui appartengano a un’unica area ideologica, né tanto meno che siano omologabili a un unico approccio teorico, metodologico o disciplinare. Anzi, è proprio perché sono espressione di punti di vista diversi (fra gli autori vi sono filosofi, sociologi, costituzionalisti, logici, politologi, dirigenti politici, esperti di geopolitica) che sorprende il relativo tasso di coerenza del quadro previsionale cui accennavo poco sopra. 

Prima di avere in mano tutti i manoscritti avevo immaginato – sulla base degli argomenti che mi erano stati anticipati - di distribuire il materiale in tre sezioni tematiche (socioeconomica, sociopolitica e geopolitica) ma, una volta che ho potuto disporre dell’intero pacchetto, mi sono reso conto che la maggior parte dei contributi avevano un approccio trasversale, per cui risultava difficile costringerli in quella griglia. Ho quindi preferito ordinare gli articoli in un’unica sequenza, seguendo l’ordine alfabetico degli autori. Per offrire una chiave di lettura unitaria dell’opera, questa Introduzione è stata costruita in modo da evidenziare i cinque fili rossi che, a mio parere, attraversano in diversa misura tutti i contributi: crisi della globalizzazione neoliberista; scenari geopolitici; impasse delle sinistre ed esaurimento dell’alternativa populista; verso un mondo post neoliberale; prospettive socialiste per il secolo XXI. Infine, nei passaggi in cui rilancio idee e concetti di uno o più autori, ne segnalo fra parentesi i nomi. In questo modo il lettore può scegliere a quali articoli dare la precedenza (è raro che si legga un volume collettaneo tutto di seguito, seguendo pedissequamente la sequenza dei testi).    

1. Crisi della globalizzazione neoliberista
Mi pare si possa affermare che nei vari articoli questo thread tematico viene affrontato da tre punti di vista: a) natura eminentemente politica del regime neoliberista, da analizzare come esito di un consapevole progetto di attacco capitalistico ai rapporti di forza delle classi subalterne; b) critica radicale dell’idea secondo cui il ruolo degli stati nazione sarebbe superato dalla internazionalizzazione dei flussi di capitali, merci e persone; c) incidenza della crisi pandemica su un processo di de globalizzazione già in atto.

a) il sistema neoliberale nato dalla rivoluzione conservatrice degli anni Ottanta è studiato per “affamare la bestia”, per ostacolare l’accesso delle classi subalterne a fonti di reddito garantite attraverso una serie di dispositivi di precarizzazione: i singoli devono essere obbligati a scegliere i propri fini e a procurarsi da soli le risorse per realizzarli, mentre ogni interferenza politica che impedisca o mitighi tale costrizione viene condannata come un abuso, una “deresponsabilizzazione” (Romano). L’intervento statale viene ammesso esclusivamente in casi di grave crisi finanziaria (o economico sanitaria: vedi pandemia in corso) e deve rigorosamente limitarsi ad agire come sostegno collaterale al funzionamento dei mercati competitivi (Zhok). Lo stato è chiamato a tradurre in leggi proprie le leggi del mercato e a utilizzare la concorrenza come strumento di direzione politica delle condotte umane (Somma). Qualsiasi scostamento dalla “normalità” capitalistica è percepito come destabilizzante, come una falla che apre la strada all’ideologia “statalista” rischiando di essere foriera di sviluppi socialisti. La costruzione europea svolge alla perfezione tale compito di sorveglianza/repressione di ogni tentativo di deviazione dalla normalità capitalistica,   spoliticizzando il mercato e neutralizzando il conflitto sociale. In questo senso, la Ue è la realizzazione del sogno di Hayek (1), che auspicava l’avvento di una federazione fra stati come strumento per abbattere tutti gli ostacoli alla libera circolazione dei fattori produttivi, sottraendo alle organizzazioni dei lavoratori il potere di controllare l’offerta dei loro servizi (Somma). Un sogno che certificava la consapevolezza, da parte di questo nume tutelare del pensiero liberale, del fatto che la dimensione nazionale sta alla base del conflitto di classe.

b) La dimensione nazionale non sta solo alla base del conflitto di classe, definisce anche quale posizione una certa sezione delle classi dominanti occupa nei confronti delle altre. Il capitale necessita infatti di quadri giuridici in cui muoversi, ma non è in grado di definirli autonomamente, tale compito spetta allo stato che stipula accordi più o meno favorevoli con gli altri stati secondo la sua potenza, per cui la potenza del capitale sarà proporzionale alla potenza dello stato di origine (Romano). La dimensione spaziale, in barba alla narrazione ideologica che la dà per liquidata grazie alla sua neutralizzazione da parte delle tecnologie di trasporto e di comunicazione, resta ineludibile (Galli). Il campo dei flussi (di capitali, merci e persone) non può emanciparsi se non in misura limitata dal campo dei luoghi (stati, nazioni, sistemi politici) con il quale è costretto a fare i conti perché esso non è solo un limite ma è anche condizione imprescindibile per il processo di accumulazione capitalistica (Pagliani). Potere del Denaro e Potere del Territorio si intrecciano in un rapporto che è fatto al tempo stesso di collaborazione e conflitto e che scandisce le diverse fasi di sviluppo del sistema capitalistico. È per questo che il concetto astratto (il modello idealtipico) di modo di produzione andrebbe rimpiazzato con analisi storiche concrete capaci di distinguere fra epoche e nazioni in cui prevale la logica territoriale ed epoche e nazioni in cui prevale la logica dei flussi, anche se in ciascuna fase storica tende a imporsi la logica sistemica della potenza di volta in volta egemone (Pagliani) (2). 

c) Il quarantennale ciclo neoliberista che ha visto la bilancia pendere a favore del Potere del Denaro a spese del Potere del Territorio, della logica dei flussi rispetto alla logica dei luoghi, è una delle cause fondamentali, se non la causa fondamentale, che ha innescato, dopo la crisi finanziaria del 2008, la crisi pandemica attualmente in corso, nella misura in cui ha favorito un’elevata mobilità di merci e persone, formidabili addensamenti di popolazione (incremento demografico e urbanizzazione) e fenomeni di zoonosi dovuti alle aree sempre più vaste di contatto fra umani e specie animali esotiche (Zhok). Ora la pandemia sembra in grado di alimentare un trend di de-globalizzazione che, tuttavia, era già in atto da tempo, come segnalato dal fatto che il volume degli scambi globali quanto a merci era in costante declino da almeno dieci anni (Zhok, Fagan). Al tempo stesso questa inversione di tendenza non è di per sé in grado di infliggere un colpo mortale alla logica neoliberista, soprattutto perché il freno alla globalizzazione si esercita in modo asimmetrico (meno sui capitali, in misura relativa sulle merci, severo sulle persone) e tende così ad aumentare il potere della finanza sull’economia reale (Zhok). Il che acuisce ulteriormente le contraddizioni sistemiche, già inasprite sia dalla crisi dei “settori spugna” a basso valore aggiunto ed elevato tasso di sfruttamento (spettacolo, turismo, ristorazione, accoglienza, ecc.) che avevano assorbito parte della disoccupazione creata dalla concentrazione monopolistica nei settori strategici (a partire dall’economia digitale cui la crisi pandemica offre un’ulteriore occasione di espansione), sia dalla nuova polarizzazione centro/periferia, che tende ad assumere una configurazione a pelle di leopardo, sia dal fatto che l’inarrestabile processo di urbanizzazione dei decenni precedenti appare sempre più insostenibile (Visalli).

2) Scenari geopolitici
La riflessione geopolitica è presente, sia pure con pesi differenti, in tutti i contributi del libro. Senza pretendere di riassumere in poche righe la complessità delle argomentazioni sviluppate dai vari autori, credo sia possibile evidenziare gli elementi di convergenza che elenco qui di seguito: 

a) Mi pare che in queste pagine ritorni una visione “classica” della geopolitica che, archiviate le interpretazioni “ideologiche” del “grande gioco” figlie della guerra fredda (che torna oggi di attualità dopo la breve parentesi monocratica di incontrastato dominio imperiale nordamericano), cioè le interpretazioni ispirate da un immaginario “scontro di civiltà” fra ideologie universaliste, viene ricondotta al confronto fra attori plurali portatori di interessi geoeconomici e geopolitici in conflitto reciproco (Galli). In alcuni articoli (Galli, Monereo) la dinamica di questo confronto viene analizzata evocando il concetto di Grande Stato. Gli effetti del formidabile processo di concentrazione di risorse finanziarie, tecnologiche, industriali, scientifiche e militari innescato da decenni di globalizzazione fanno sì che solo gli Stati di grandi dimensioni spaziali e demografiche (attualmente Stati Uniti, Cina e Russia, cui in futuro potrebbero aggiungersi India, Brasile e alcuni Stati africani) siano in grado di esercitare contropotere nei confronti sia delle megaimprese transnazionali sia dei propri competitor politici. Accanto a questi colossi gravitano le medie potenze, gli Stati “rentier” e gli Stati falliti (Galli) e fra costoro solo le prime hanno un limitato margine di manovra autonomo. L’Unione Europea non  può essere considerata alla pari degli altri grandi. Non perché priva di sufficienti risorse economiche ma perché, non essendo un  soggetto sovrano, non ha capacità unitaria di individuare i propri interessi strategici, per cui è esposta al rischio che i suoi membri cadano sotto l’egemonia dell’uno o l’altro Grande Stato (Galli) (Monereo dà anche un’interpretazione “regionale” del concetto di Grande Stato, attribuendo tale ruolo a Francia e Germania in contrapposizione agli altri membri dell’Unione). 

b) Un secondo elemento comune consiste nel dare per scontato che gli Stati Uniti, anche ove riuscissero a riproporsi come guida di un’ampia coalizione occidentale, non sono più in grado di esercitare un potere globale incontrastato (Visalli, Galli, Fagan). Nessuno mette in discussione il fatto che gli Stati Uniti dispongano tuttora di una schiacciante superiorità militare e di formidabili risorse industriali e finanziarie, ma tutti sembrano concordi nell’affermare che la loro capacità “non  certo di dominare ma almeno di controllare il mondo si fanno sempre più scarse” (Fagan). Con l’emergenza di nuovi colossi nel gruppo dei Paesi in via di sviluppo (BRICS ma non solo) è l’intera geostoria in cui si ambienta la geopolitica ad apparire terremotata. Il baricentro del mondo si sposta a Oriente (come certifica il colossale accordo commerciale fra Cina, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Australia e altri Paesi annunciato nei giorni in cui scrivo queste righe, che “pesa” per il 30% del volume mondiale degli scambi mentre esclude gli Stati Uniti). Né si può escludere che questo nuovo baricentro possa convertirsi da asiatico in afroasiatico (Fagan). Questo perché cresce a ritmi rapidissimi la penetrazione di Cina, Giappone e Corea del Sud sui mercati africani, instaurando rapporti che vengono percepiti come meno coloniali rispetto a quelli con le potenze occidentali e che, soprattutto, invece di frenare lo sviluppo dei Paesi africani depredandone le risorse e oberandoli di debiti, tendono a creare le condizioni per l’emergenza di nuove potenze anche in quell’area continentale.  

c) Più variegate sono le diagnosi in merito all’emergenza o meno di un polo egemone alternativo rispetto al declinante (sia pure in senso relativo) impero statunitense. Da un lato, c’è chi, pur individuando nella Cina la nuova potenza egemone, aggiunge come ciò appaia oggi solo una possibilità, che non esclude quella del protrarsi di una convulsa e caotica fase multipolare, con i relativi rischi di perdita di controllo e di catastrofici eventi bellici (Visalli). Altri sottolineano che tale rischio è associato all’incapacità degli Stati Uniti di accettare e gestire il proprio declino relativo e al loro tentativo di compattare l’occidente contro il resto del mondo (Fagan).  Altri ancora negano del tutto la possibilità di un passaggio di consegne egemonico, paventando una fase multipolare che, frammentando ciò che è ancora – sia pure più debolmente – unito, rischierebbe di precipitare nel caos il sistema capitalistico mondiale prima che sia possibile innescare un processo di transizione socialista (Sciortino).

3. Impasse delle sinistre ed esaurimento dell’alternativa populista  
a) Ragionando sulla declinante capacità delle sinistre di rappresentare gli interessi delle classi subalterne (e conseguentemente di egemonizzarne il consenso), molti contributi si concentrano sulle cause culturali di tale incapacità che affondano le radici nella mancata comprensione dei grandi mutamenti economici e sociopolitici in corso dagli anni Settanta del Novecento. Un’incomprensione che si è tradotta, da un lato, nella conversione ai principi e valori del neoliberismo, dall’altro, nella riproposizione di dogmi teorici che la nuova realtà rende anacronistici. In particolare, le sinistre sembrano avere assunto come un dato di fatto scontato e irreversibile l’unità di un mondo globale unificato dall’economia, senza rendersi conto che, come dimostra la crisi della globalizzazione dell’ultimo decennio, questa unità è stata soprattutto una narrazione ideologica, tesa a legittimare l’idea della sostituibilità della politica da parte di economia, tecnica e diritto (Galli). Contro la visione irenica dell’economia come portatrice di unità e di pace fra i popoli, oltre che di benessere e prosperità universali, e contro un’ideologia “internazionalista” che ha smarrito gli originali connotati di classe per appiattirsi sul cosmopolitismo borghese, si sostiene che nel mondo a venire l’economico non potrà più essere l’ordinatore, e che tale ruolo dovrà essere necessariamente restituito alla politica (Fagan, Galli). 

b) Alla critica della conversione neoliberale delle sinistre socialdemocratiche si affianca la critica del retaggio libertario, antistatalista e antipolitico dei movimenti sociali eredi del 68. Pur nella loro apparente radicalità rispetto alle sinistre tradizionali, questi movimenti hanno a loro volta contribuito a recidere i legami con gli interessi, i bisogni e la cultura delle classi subalterne, favorendo la proliferazione di istanze di riconoscimento (da tradurre in diritti individuali e civili) in capo a soggetti privi di connotazioni di classe (strati generazionali, minoranze etniche, religiose e sessuali, ecc.). Un’evoluzione che ha prodotto un dirottamento delle energie dalla lotta per il potere (considerato un fattore di per sé negativo) all’impegno per condizionarne le scelte senza mettere in discussione il sistema (Formenti)

c) La durezza della crisi provocata dal regime neoliberale crea le condizioni di un nuovo “momento Polanyi” (3) , vale a dire della reazione della società alla colonizzazione capitalista di tutti i rapporti sociali. La resistenza dei vincoli comunitari alla omogeneizzazione mercantile, tuttavia, può avere caratteri reazionari, conservatori o emancipatori (Pagliani), può cioè spalancare le porte a una “rivoluzione passiva”, per citare il concetto con il quale Gramsci definiva i sommovimenti in cui le classi subalterne restano sotto l’egemonia di forze conservatrici, lottando per obiettivi in conflitto con i loro stessi interessi. La diagnosi comune a molti contributi è che ciò sia avvenuto con l’emergere dei movimenti populisti nell’ultimo decennio del Duemila. Definito da alcuni forma spuria della lotta di classe in assenza di una leadership rivoluzionaria (Formenti), da altri  sostituto funzionale della lotta di classe a carattere reattivo (Sciortino), da altri ancora “contenitori dell’ira” incapaci di convertirsi in contenitori di potere (Visalli), questo fenomeno sembra prossimo a giungere ad esaurimento tanto nelle sue forme di destra quanto in quelle di sinistra. Le prime, invece di rappresentare i reali conflitti sociali, sono andate in cerca di nemici esterni al popolo (le caste, gli immigrati, ecc.) e, nella misura in cui non incarnano il risentimento per il regime neoliberale, bensì per le sue promesse tradite, finiranno inevitabilmente per venire riassorbite nella logica del sistema (Visalli). Le seconde (delle quali Podemos rappresenta un esempio paradigmatico), dopo essere inizialmente riuscite ad incarnare l’aspettativa di una radicale alternativa sistemica, tendono (e sempre più tenderanno) a ricompattarsi in un fronte unito contro le destre guidato dalle formazioni liberali “di sinistra” (Formenti). 

4. Verso un mondo post neoliberale? 
Il titolo di questa raccolta, “Dopo il neo liberalismo”, potrebbe suggerire l’impressione che gli autori condividano una visione teleologica del processo storico, che ritengano che la fine del liberalismo sia una necessità immanente a tale processo.  Non è così. La visione che emerge da questa “indagine collettiva sul futuro”, per citare il nostro sottotitolo, è un’altra: siamo tutti convinti che il regime nato dalla controrivoluzione neoliberale sia insostenibile e che quindi il futuro ci riservi mutamenti economici, politici e sociali radicali, ma siamo altrettanto consapevoli che la natura di tali mutamenti è in larga misura indeterminata, dal momento che dipende da fattori complessi e contingenti. Al tempo stesso riteniamo che sia importante sforzarsi di capire, se il vecchio muore, da dove nascerà il nuovo, quali strumenti esistono per superare l’equilibrio sistemico neoliberale (Visalli). Parlare di strumenti significa alludere a un progetto politico, dunque a un campo di indagine in cui il confine fra previsione e auspicio si assottiglia, per cui le previsioni appaiono necessariamente condizionate dal verificarsi di  certe condizioni. 

a) Se sarà possibile restituire centralità al “costituzionalismo sociale” nato dal compromesso storico del secondo dopoguerra e al suo potenziale emancipativo, questo costituzionalismo resistente alla normalità capitalistica potrebbe agire da presupposto di un radicale mutamento di sistema (così Somma, che ragiona soprattutto sulla Costituzione italiana, mentre Monereo estende il ragionamento a tutte le costituzioni nate dal superamento di regimi fascisti). Il passo decisivo consentito da tale svolta consisterebbe nel restituire spazio strategico al conflitto economico, cioè alla possibilità di plasmare l’ordine economico in base alla contrapposizione capitale/lavoro e più in generale fra interessi in conflitto (Somma) (il che comporterebbe, per inciso, abolire le “riforme” costituzionali imposteci dalla Ue e finalizzate appunto alla neutralizzazione del conflitto economico sociale). Questa riaffermata centralità del conflitto consentirebbe, fra l’altro, di evocare un concetto non meramente formale della sovranità popolare, estendendolo fino a comprendere la contrapposizione governanti/governati e attribuendo al popolo la titolarità della potestà di governo costituente e costituita (Somma, ma vedi Galli sul rapporto fra potere costituito e potere costituente). 

b) Altrettanto importante sarebbe riuscire a sfruttare la gestione politica della pandemia, sottraendola alla dimensione di “eccezionalità” attribuitale dai regimi neo liberali, per dimostrare come la circolazione molecolare permanente possa essere interrotta sulla base di una decisione politica collettiva (Romano). Di fronte alla crisi che ne ha inceppato i meccanismi, il regime neo liberale cerca di guadagnare tempo senza cambiare logica, respinge l’idea che lo sviluppo economico debba essere riportato sotto il controllo intenzionale da parte della politica per evitare che rappresenti una minaccia permanente per la vita umana (Zhok), sostenendo che ciò vorrebbe dire instaurare una dittatura (non si può bloccare del tutto la circolazione del virus senza mettere a rischio la “libertà”, cioè la libera circolazione dei fattori produttivi denaro, merci e forza lavoro). La posta in gioco nel conflitto fra queste due prospettive è altissima, perché non riguarda solo l’economia ma anche la possibilità di superare la visione che rappresenta la realtà sociale come il prodotto accidentale della miriade delle volontà singole, di superare cioè l’antropologia individualista come fondamento della civiltà liberale in quanto unità di politica, cultura e mercato (Romano). 

c) Se sarà infine possibile, preso atto dell’assenza di un soggetto politico in grado di orientare l’inevitabile processo di trasformazione in corso verso esiti emancipatori piuttosto che regressivi, mettere mano alla sua costruzione a partire dalla definizione dei soggetti sociali da coinvolgere/mobilitare in tale impresa. Una delle zavorre concettuali che pesano maggiormente sulla capacità dei movimenti di ispirazione marxista di svolgere un ruolo significativo nella direzione delle lotte sociali nei Paesi occidentali, è l’ostinazione con cui si impegnano a identificare un soggetto sociale “oggettivamente” rivoluzionario. Riduzione del peso numerico e politico del proletariato industriale (falcidiato dai processi di terziarizzazione del lavoro, dalle ristrutturazioni tecnologiche, dal decentramento della produzione verso i Paesi in via di sviluppo), disarticolazione del corpo di classe che l’offensiva neo liberale è riuscita a dividere contrapponendo strati generazionali, uomini e donne, autoctoni e immigrati, garantiti e precari, lavoro pubblico e lavoro privato, hanno innescato una sterile ricerca di possibili “avanguardie” da individuare attraverso improbabili analisi sociologiche. Analisi in cui è mancata sia la consapevolezza del peso del conflitto centri/periferie nelle nuove lotte sociali (vedi il caso dei gilet gialli), sia un’adeguata attenzione alla complessa articolazione delle classi intermedie, caratterizzata dalla progressiva separazione fra strati superiori, integrati nel blocco sociale egemone sul piano economico, sociale e culturale, e strati inferiori investiti da processi di immiserimento. L’unica via d’uscita da queste contraddizioni potrà venire dalla costruzione, attraverso una lunga fase di guerra di posizione, di un inedito blocco sociale fondato sull’alleanza fra lavoro effettivamente produttivo e periferie (Visalli). Si tratta di condurre un paziente lavoro di costruzione politica di una rinnovata consapevolezza degli interessi di classe, subordinando, almeno in una prima fase, l’obiettivo delle alleanze fra classi a quello della ricomposizione del proletariato (Formenti).  

5. Prospettive socialiste per il secolo XXI 
Esistono concrete possibilità che l’eventuale evoluzione verso un mondo postneoliberale possa coincidere con una rinnovata vitalità del progetto socialista? Fino a non molti anni fa, grosso modo dalla caduta del Muro alla crisi del 2008, questa domanda sarebbe apparsa poco più di una boutade provocatoria. Lo straordinario successo della Cina, il ciclo delle rivoluzioni bolivariane in America Latina, l’ascesa di leader politici come Sanders e Corbyn, che sono riusciti a ottenere significativi livelli di consenso pur professandosi socialisti in Paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra, dove la parola stessa era stata a lungo bandita, restituiscono attualità all’interrogativo. Nel libro non troverete risposte univoche, visto che,  come già spiegato nel precedente paragrafo, nessuno degli autori crede nell’esistenza di una necessità immanente al processo storico che ne determini la direzione. Troverete piuttosto dei tentativi di descrivere le condizioni che potrebbero riaprire una prospettiva socialista per il secolo XXI. Ne elenco qui di seguito quattro.

a)  Dovremo smettere di identificare società di mercato e società con mercato, accettando l’idea che socialismo non significa necessariamente nazionalizzazione senza residui (abolizione di ogni forma di proprietà privata) e pianificazione centralizzata. Polanyi, Arrighi e Samir Amin, fra gli altri, ci hanno aiutato a capire che la società di mercato è quella forma - del tutto unica e foriera di spaventosi effetti sociali – attraverso la quale il capitalismo è riuscito a plasmare la totalità delle relazioni umane in funzione delle esigenze di un processo di accumulazione illimitato. La sua diffusione planetaria è stata l’approdo di un lungo processo storico non necessitato da presunte leggi oggettive (Pagliani). Viceversa il mercato è sempre esistito prima dell’avvento del capitalismo e non vi sono motivi (se non nelle teste dei cultori di una concezione dogmatica del marxismo) per cui non possa esistere dopo la sua fine.  I programmi che hanno ispirato le rivoluzioni antiliberiste in America Latina, e che figurano nei progetti di alcune forze politiche del mondo occidentale (potenziamento del mercato interno, realizzazione della piena occupazione e incremento della quota di reddito spettante ai salari, controllo politico sui flussi di capitale e merci, riduzione della dipendenza da esportazioni e importazioni con conseguente riduzione della dipendenza dal mercato globale e accorciamento delle catene del valore, potenziamento del welfare e dei servizi sociali) (Visalli) possono sembrare espressione di una visione “riformista” compatibile con il sistema capitalista ma, per citare Rosa Luxemburg, il vero problema è se le riforme vengono considerate obiettivi fine a sé stessi o strumenti per creare le condizioni di un cambiamento rivoluzionario di sistema. Forse il momento storico è maturo per transitare dall’idea (tipica del marxismo occidentale) della rivoluzione come evento catastrofico a quella di processo continuo e progressivo (Fagan) incarnata dalla via cinese al socialismo. 

 b) Socialismo e ambientalismo dovranno necessariamente convergere in un unico progetto. La pandemia del covid 19 dovrebbe averci definitivamente convinto che l’unica prospettiva etico politica all’altezza del nostro tempo è una nuova alleanza tra paradigma ambientalista e analisi socialista (Zhok). Tuttavia la realizzazione di tale alleanza richiede un coraggioso sforzo di revisione teorica e culturale per superare i limiti intrinseci a entrambi i paradigmi che li pongono in una relazione conflittuale che potremmo definire come opposizione fra istanze anti antropocentriche da un lato e istanze umanistiche dall’altro o, se si vuole, fra progressismo e conservazione (Zhok). Nel discorso ambientalista è immanente il rischio di una “disneyzzazione” della natura, a causa del manicheismo che contrappone la natura buona all’uomo cattivo; una visione che rimuove il fatto che gli esseri umani non hanno accesso a un punto di vista assiologico indipendente dalla loro soggettività, approdando paradossalmente all’esito di antropomorfizzare la natura che vorrebbe salvare. Viceversa, il discorso socialista appare tradizionalmente appiattito sui valori guida dell’illuminismo borghese: progressismo, modernismo, nuovismo (Zhok). Sul versante della cultura socialista la trasformazione dovrebbe quindi prendere le mosse da un rifiuto del progresso inteso come crescita di potenza verso le altre nazioni, l’uomo e l’ambiente naturale (Visalli). Si tratta di mandare in soffitta quella mistica delle forze produttive – l’idea che il progresso scientifico e tecnologico sarebbe di per sé in grado di determinare la transizione dal capitalismo al socialismo – che è uno dei tratti fondamentali della cultura marxista da più di un secolo (Formenti). Affidare alla politica il ruolo di decidere cosa, come e quanto produrre implica abbandonare la spinta alla valorizzazione economica illimitata, anche se ispirata a criteri di giustizia e uguaglianza (Romano). La crescita illimitata è un obiettivo non negoziabile in un’ottica liberal capitalista, ma anche in un’ottica socialista tradizionale. Tuttavia è fondamentale comprendere che rinunciare a tale imperativo non significa aderire necessariamente a un piano di decrescita, a uno stato stazionario, bensì subordinare la crescita al bene comune e sottoporla a controllo e limitazione da parte della politica (Zhok).

c) Occorre scommettere sul fatto che la Cina continui a riuscire nell’impresa di differenziarsi dal resto del mondo sul piano dei valori politici e ideologici pur adottando i meccanismi del sistema capitalistico (Galli), che continui cioè – per usare la formula dell’ultimo Arrighi (4) - ad usare il mercato per liberare dalla povertà i propri cittadini, senza cedere ai capitalisti la direzione politica del Paese. A questa condizionalità occorre aggiungerne un’altra che la sovradetermina: dobbiamo scommettere sul fatto che la lotta di classe in Cina riesca a impedire che il Paese regredisca a un regime capitalista, non solo sul piano delle forme economiche, ma anche su quello delle forme politiche. La possibilità che questa contraddizione fra universalismo del mercato e particolarismo del soggetto politico (Galli) possa reggere sul lungo periodo, accompagnando un lento periodo di transizione verso il socialismo, è ammessa da due autori marxisti che provengono dalla tradizione delle teorie della dipendenza (Visalli), come Arrighi e Samir Amin. Questo punto di vista resta tuttavia eretico rispetto al mainstream del marxismo occidentale che, nella misura in cui continua a pensare che la struttura economica sovradetermini necessariamente la sovrastruttura politica, dà per acquisita la restaurazione del capitalismo in Cina a partire dalle riforme di Deng Siao Ping. Nel libro il lettore troverà una variegata gamma di punti di vista sull’enigma cinese, che si estendono fra due posizioni polarmente contrapposte. Da una parte, il modello cinese viene preso a spunto (assieme alle rivoluzioni bolivariane) per superare l’ingenua visione utopistica del socialismo come un mondo pacificato, emancipato da ogni tipo di conflitto sociale, cui si contrappone l’idea di un “socialismo possibile”, nel quale permangono disuguaglianze e conflitti sociali, sia pure di natura e intensità diverse da quelli della società capitalistica (Formenti). Dall’altra si attribuisce natura inequivocabilmente capitalista al sistema cinese, riconoscendo al tempo stesso l’esistenza al suo interno di una dialettica fra classi lavoratrici e stato che configura una sorta di via orientale alla socialdemocrazia (Sciortino). Mi pare viceversa condivisa da tutti l’importanza del ruolo della Cina, se non come modello alternativo di sistema, almeno come potente contrappeso all’egemonia statunitense.  

d) Dovremo riuscire a elaborare una visione alternativa di democrazia. Che la “democrazia reale” (per usare una definizione di Colin Crouch (5), cioè la liberal democrazia in auge in tutti i Paesi occidentali, sia in fase di avanzato degrado è un dato di fatto riconosciuto anche da molti esponenti delle élite politiche e accademiche. Si parla comunemente di post democrazia, di democrazia oligarchica, di democrazia limitata (Monereo) in riferimento a fenomeni come il ridimensionamento del potere legislativo nei confronti del potere esecutivo, la crisi dei partiti politici, la personalizzazione e mediatizzazione del ruolo dei leader, la “gentrificazione” delle funzioni rappresentative (più della metà dei deputati e senatori nordamericani appartengono alla élite dei super ricchi), la riduzione della partecipazione popolare al voto, l’esorbitante peso delle lobby finanziarie e industriali sulle decisioni politiche (vedi il fenomeno delle “porte girevoli” con ex esponenti politici cooptati nel top management di grandi imprese private e viceversa) e l’elenco potrebbe proseguire. Malgrado tutto ciò, si continua a sostenere che questo sistema, benché corrotto, ingiusto e inefficiente, continua a essere il minore dei mali possibili ove paragonato ai regimi totalitari che vigono in Cina e in altri Paesi (i media occidentali inseriscono nell’elenco anche nazioni i cui governi sono andati al potere a seguito di processi elettorali assolutamente regolari: vedi il caso del Venezuela e della Bolivia, dove il popolo ha da poco confermato la propria fiducia al partito “totalitario” che era stato rovesciato da un golpe di destra). Ma è vero che non esistono alternative? La Costituzione italiana, attraverso gli articoli che affermano la necessità di promuovere l’uguaglianza sostanziale e non solo formale fra i cittadini, ha non a caso ispirato la riflessione togliattiana sulla “democrazia progressiva” come ordine politico alternativo a quello di matrice liberale. E’ la ragione per cui il capitalismo mondiale punta il dito contro il carattere “criptosocialista” della nostra Carta, e che ha indotto i nostri governanti a mettere ripetutamente mano a “riforme” costituzionali per adattarla ai principi ordoliberali che ispirano le istituzioni europee. La parola d’ordine per rovesciare questo stato di cose è staccare una volta per tutte la forma democrazia dalla forma mercato, prendendo atto, come invita a fare Wolfgang Streeck (6), che il loro divorzio, al pari di quello fra democrazia e liberalismo, è fatto compiuto. La democrazia in quanto accesso delle classi popolari alla possibilità di partecipare realmente al processo di decisione politica è stata una breve parentesi che ha interrotto, nel secondo dopoguerra, una lunga storia di democrazia puramente formale. Per riconquistarla occorre cominciare a pensarla come processo di democratizzazione, come  programma di lotta (Monereo).       

Note
1 Von Hayek, F., la via della schiavitù, Feltrinelli, Milano 2011.
2 Qui la riflessione di Pagliani si muove nel solco tracciato da Giovanni Arrighi (cfr. Il lungo secolo XX, Feltrinelli, Milano 2008)
3 Polani, K., la grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.
4 Arrighi, G., Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2008.
5 Crouch, C., Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2003. 
6 Streeck, W., Tempo guadagnato, Feltrinelli, Milano 2013.
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sabato 20 febbraio 2021

L'EUROCENTRISMO "FUNZIONALE" DI MARX ED ENGELS 

Paradossi e contraddizioni del concetto di modo di produzione asiatico

  
Marx e Vera Zasulich 
 

Mi scuso con i lettori, ma la mia insufficiente conoscenza delle funzioni del template di questa piattaforma mi ha impedito di inserire le traslitterazioni corrette dei nomi di persone e istituzioni russe per cui queste parole risultano malamente "italianizzate"    

Le accuse di eurocentrismo ai due autori del Manifesto del Partito Comunista nonché fondatori del socialismo scientifico non sono nuove. Una delle requisitorie più dure in tal senso si deve al sudafricano Hosea Jaffe, esponente delle correnti marxiste più attente alle lotte di liberazione dei popoli coloniali ed ex coloniali; costui, in un saggio intitolato Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo (Jaca Book, Milano 2007) arriva ad affibbiare ad Engels l’epiteto di euro-razzista e di social-sciovinista tedesco, citandone alcune frasi (che oggi farebbero effettivamente rizzare i capelli sulla testa a ogni militante di sinistra) contenute in scritti sulla guerra degli Stati Uniti contro il Messico, sulla conquista francese dell’Algeria e sulla colonizzazione italiana dell’Eritrea. Il suo giudizio è meno severo nei confronti di Marx, in quanto ritiene che i suoi scivoloni eurocentrici – comunque meno plateali di quelli di Engels - siano riscattati dal suo fondamentale contributo all’analisi del ruolo del colonialismo nel processo di accumulazione capitalistica. 

Con Onofrio Romano, nel libro Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi marxisti da archiviare (DeriveApprodi 2019), che contiene la trascrizione di una nostra lunga conversazione, ho rilanciato – sia pure in forma meno virulenta – critiche analoghe, estendendole all’insieme della cultura marxista occidentale e riproponendo l’opposizione fra marxismo occidentale e marxismo orientale teorizzata da Domenico Losurdo (Il marxismo occidentale, Laterza, Roma-Bari 2017). In questo articolo torno a ragionare sull’argomento a partire dalla recente rilettura di India, Cina, Russia (Il Saggiatore, Milano 1960). Si tratta di un’antologia (curata da Bruno Maffi, che ne fu anche il traduttore) che raccoglie una serie di brevi testi di Marx ed Engels: articoli di Marx apparsi (perlopiù anonimi) sul “New York Daily Tribune”, relativi alla politica inglese in India e alle guerre dell’oppio contro la Cina; scambi epistolari fra Marx, Engels e altri (fra cui la celeberrima lettera di Marx a Vera Zasulich), e una serie di interventi di Engels sulla situazione politico-sociale in Russia (molti dei quali successivi alla morte di Marx). Lo straordinario interesse di questo volume consiste nel fatto che consente di approfondire il concetto di “modo di produzione asiatico” che compare nel Capitale e in altre opere fondamentali. Per discutere questi materiali seguirò un percorso in tre tappe: 1) descrizione delle posizioni eurocentriche e filo occidentali e loro giustificazione teorica; 2) esposizione critica del concetto di modo di produzione asiatico; 3) paradossi e contraddizioni di tale concetto alla luce degli sviluppi storici successivi al periodo analizzato negli scritti in questione.

1) I passaggi che lasciano trapelare la convinzione della costituiva superiorità della civiltà occidentale su quelle asiatiche abbondano, per cui mi limiterò a citare quelle che più mi hanno colpito. Riferendosi alle comunità agricole dei villaggi indiani, Marx parla di <<vita priva di dignità, stagnante, vegetativa>>, mentre altrove si azzarda ad affermare che <<la società indiana non ha storia o, quanto meno, storia conosciuta>>. Parlando poi dell’impatto dell’invasione inglese sulla società indiana, sottolinea che tutte le invasioni barbariche precedenti (a giudicare dal lascito culturale delle dinastie Mogul nel Nord Ovest indiano certi invasori non erano poi così barbari!) non ne hanno modificato la struttura in quanto sono state assimilate dalla cultura locale, viceversa quella degli inglesi, <<i primi conquistatori superiori>> ebbe effetti rivoluzionari. Infatti la concorrenza dei prodotti della manifattura capitalistica <<ha distrutto queste piccole comunità semibarbare e semicivili, facendone saltare in aria la base economica e in tal modo causando la più grandiosa e, a dire il vero, l’unica rivoluzione sociale che l’Asia abbia mai conosciuto>>.  Marx è perfettamente consapevole della natura criminale di tale conquista, sia per le vittime causate dalle guerre coloniali, sia per i milioni di morti provocati dalla miseria associata alla “rivoluzione” di cui sopra (sono noti i passaggi del Capitale in cui si accenna alle pianure indiane imbiancate dalle ossa dei tessitori indiani ridotti alla fame dalla concorrenza della metropoli inglese) e ovviamente non la giustifica sul piano morale, bensì perché <<qualunque sia il crimine perpetrato dall’Inghilterra, esso fu (…) lo strumento inconscio della storia>>, nella misura in cui ha gettato le basi materiali della società occidentale in Asia (è in questo senso che si giustifica l'appellativo di "funzionale" che attribuisco all'eurocentrismo di Marx ed Engels nel titolo). 


Passando agli articoli sulla guerra dell’oppio la musica cambia di poco. Vi risparmio i passaggi in cui anche la millenaria civiltà cinese (che solo poco più d’un secolo prima appariva più avanzata sul piano economico, e per certi versi anche su quello tecnologico, di quella occidentale: vedi le analisi di Adam Smith in merito, riprese da Giovanni Arrighi in Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2008) viene definita semibarbara (mentre viene liquidato come un sintomo di grettezza provinciale l’abitudine cinese di chiamare barbari gli invasori occidentali!). Dopodiché anche le cannoniere inglesi che costrinsero il Celeste Impero ad aprire i suoi porti all’importazione di oppio da parte di avventurieri protetti dalla bandiera inglese, vengono insignite del ruolo di strumenti inconsci della storia, nel senso che è stato necessario <<ubriacare (con l’oppio) tutto un popolo prima di poterlo scuotere da un abbrutimento millenario>>. In quanto al fallimento dei tentativi di far penetrare i prodotti inglesi nel mercato cinese, replicando la colonizzazione commerciale riuscita in India, vedremo più avanti come Marx ne analizza le cause, ragionando sul concetto di modo di produzione asiatico, non senza avere prima segnalato che il nostro si lascia scappare la seguente battuta sulla <<tenace opposizione dell’ignoranza, dell’impazienza e dei preconcetti orientali>>.  


Gli articoli e le lettere sulla Russia, sezione in cui è più presente Engels, si inseriscono in una cornice diversa (e anche mutevole, nel senso che da una posizione fortemente “russofoba” - motivata dal ruolo di gendarme europeo svolto dallo zarismo, in prima fila nella repressione di tutti i moti rivoluzionari della prima metà del secolo XIX - i due fondatori del moderno pensiero rivoluzionario sviluppano, a mano a mano che crescono i conflitti di classe e i fermenti populisti in Russia, una crescente aspettativa per una possibile rivoluzione russa, che sperano possa contagiare l’Europa occidentale risvegliandone i sopiti istinti combattivi delle classi lavoratrici). E tuttavia, pur nelle differenze fra il lontano Oriente e un Paese assai più vicino all’Europa, si sottolinea che le masse contadine della Russia presentano caratteri strutturalmente simili – e regressivi – a quelle orientali: <<Da secoli, scrive Engels, la gran massa del popolo russo, formata da contadini, vegetava da una generazione all’altra in una specie di letargo privo di storia e il solo mutamento che interrompesse questo grigiore erano rivolte isolate e infruttuose>>. Prima di passare all’analisi del concetto di modo di produzione asiatico, vale la pena di fare alcune prime considerazioni su quanto sin qui esposto. 


In primo luogo credo si possa affermare che la definizione di barbare e semicivili riferito alle millenarie civiltà indiana e cinese, si spiega solo con una profonda ignoranza della loro lunga storia e della loro raffinata cultura. Ignoranza parzialmente giustificata dall’ancora insufficiente sviluppo della ricerca storica sulle nazioni extraeuropee e dal fatto che l’antropologia culturale aveva appena iniziato a muovere i primi passi. Penso tuttavia che, anche se avessero potuto disporre di fonti più ricche e aggiornate in materia, Marx ed Engels non avrebbero cambiato il loro giudizio sulla superiorità occidentale. Giudizio che in Engels (come documenta ampiamente Hosea Jaffe nel libro sopra citato) non era forse del tutto privo di pregiudizi razziali (quali il riferimento al presunto carattere di un popolo),  ma che in entrambi si fondava sostanzialmente sulla superiorità occidentale rispetto al livello di sviluppo delle forze produttive raggiunto (macchine, mezzi di trasporto, conoscenze tecnico scientifiche, armi, ecc.). Coerentemente con le tesi esposte nel Manifesto, la missione “civilizzatrice” del capitalismo occidentale viene associata alla sua capacità di rimuovere tutti gli ostacoli sociali, politici, economici e culturali allo sviluppo delle forze produttive, concepito come indispensabile base materiale per la transizione a un superiore stadio di civiltà. Quanto alla definizione di "popoli senza storia" ritengo vada messa in relazione con la tesi marxiana secondo cui la “vera” storia dell’umanità inizierà solo con il comunismo, tutto quanto lo precede è preistoria, compreso il capitalismo che, tuttavia, ha la funzione – e quindi il “merito” oggettivo, ancorché inconsapevole – di creare le condizioni per la fuoruscita dalla preistoria (anche se, come  vedremo più avanti, in Marx esistono contrappesi che bilanciano almeno in parte questa visione unilateralmente “economicista”).  

2) Facciamo un passo indietro e torniamo alle ragioni per cui, secondo Marx, le speranze inglesi di penetrare nel mercato cinese sono andate deluse. <<Come si spiega, scrive Marx, l’incapacità del sistema industriale più avanzato del mondo di battere sul prezzo le stoffe tessute dai più rozzi e primitivi telai a mano?>>.  Con la combinazione, risponde, fra agricoltura minuta e  industria domestica: in ogni casa colonica cinese c’è un telaio, per cui il piccolo coltivatore non è solo contadino ma contadino e artigiano ad un tempo. Produce i suoi abiti letteralmente per nulla in quanto la sua attività (e quella dell’intera famiglia) non richiede né extralavoro né tempo straordinario. Ma questa combinazione fra industria agricola e industria manifatturiera è tipica anche dell’India (la facilità con cui i colonizzatori hanno potuto distruggerla è dovuta alla violenza esercitata dopo avere acquisito il controllo dell’intero Paese, impresa impossibile da attuare in Cina, data la sua estensione territoriale e la capacità di resistenza del suo Stato). Secondo Marx ed Engels, questa combinazione è riscontrabile nell’intera area di diffusione dei popoli indoeuropei (non solo in Oriente, ma anche nelle popolazioni russe, germaniche e celtiche). Tale elemento non è tuttavia sufficiente a caratterizzare il modo di produzione asiatico: è infatti necessario associarvi il “dispotismo orientale”, struttura politica di cui <<queste idilliache comunità di villaggio sono sempre state la solida base>>. A sua volta, il dispotismo orientale è frutto delle caratteristiche geografiche e demografiche dei grandi Paesi orientali: le comunità di villaggio necessitano di un uso comune ed economico dell’acqua, necessità che, in Occidente <<spinse a forme di volontaria associazione l’iniziativa privata>>, mentre in Oriente le superfici  troppo estese imposero la necessità dell’intervento di un potere politico centrale, <<di qui la funzione economica devoluta a tutti i governi asiatici di provvedere alle opere pubbliche>>. 

In Russia questa forma socioeconomica ha assunto forme parzialmente diverse perché, dopo la relativamente tardiva unificazione del Paese, si è sviluppata una peculiare forma di feudalesimo in cui la servitù della gleba conviveva con comunità contadine di villaggio (obscina) simili a quelle orientali. In nessuna delle tre varianti prese in esame esisteva proprietà privata della terra (in Cina l’imperatore era proprietario dell’intero suolo nazionale, che veniva concesso in usufrutto alle comunità di villaggio). Nemmeno in Russia, dove il suolo veniva periodicamente distribuito ai vari capi famiglia, ognuno dei quali coltivava in proprio l’appezzamento ricevuto. Ora è proprio nella discussione sul caso russo che emergono quei contrappesi a una visione determinista dell’evoluzione socioeconomica cui accennavo in precedenza. 

A innescare la discussione sono gli effetti dell’emancipazione dei contadini dai vincoli feudali che il governo zarista sancisce con la riforma del 1861. Riforma – trappola perché i contadini così “liberati” divengono bersaglio di pesanti imposizioni fiscali, si vedono affidare le terre meno fertili (le altre vanno ai nobili) e, una volta integrati nell’economia monetaria, cadono nelle mani di speculatori e strozzini (spesso gli stessi contadini più ricchi, primo nucleo di quella classe di kulaki che dopo la rivoluzione verranno spazzati via dalla collettivizzazione forzata voluta da Stalin). Inizia così un confronto serrato fra i populisti, i quali sostenevano che in Russia esistevano le premesse di una transizione diretta al socialismo, evitando di passare attraverso una fase di sviluppo capitalistico, dal momento che le comunità di villaggio erano “naturalmente” socialiste, e le nascenti formazioni socialdemocratiche che, al contrario, ritenevano che l’obscina fosse fatalmente condannata a essere spazzata via dalla nascente economia capitalistica e rinviavano la rivoluzione socialista ad una fase successiva al compimento della rivoluzione borghese e allo sviluppo della grande industria che avrebbe generato a un’ampia classe proletaria. 

Vera Zasulich, una rivoluzionaria che aveva aderito all’ala socialdemocratica, scrive a Marx chiedendo conforto in merito alla giustezza  della loro tesi. Il problema intriga Marx al punto che, per rispondere, gli occorrono mesi di riflessioni ( l’antologia rende conto di questo travaglio pubblicando, assieme al testo definitivo della lettera di risposta, le bozze di alcune stesure precedenti). Il documento è interessantissimo, in quanto ne emergono un sostanziale ripensamento di precedenti formulazioni, al punto che, a mio avviso, se ne può trarre spunto per una falsificazione del concetto stesso di modo di produzione asiatico. Vediamo perché. Pur ribadendo che in assenza di rotture rivoluzionarie – sia in Russia che in Occidente – il destino delle comunità di villaggio appare segnato, Marx scrive che il processo innescato dalla riforma del 61 contiene molti elementi di ambiguità che lasciano aperte due soluzioni: forse l’elemento di proprietà privata finirà per prevalere sull’elemento di proprietà collettiva, ma potrebbe ancora succedere il contrario: <<Le due soluzioni sono, di per sé, entrambe possibili, ove prevalesse la seconda essa potrebbe appropriarsi delle conquiste positive del sistema capitalistico senza passare per le sue forche caudine>>. 
Le successive interpretazioni “ortodosse” di questo  passaggio insistono sulla condizionalità: ciò potrebbe succedere sotto la stretta condizione che intervenga un evento rivoluzionario. Così Engels tornerà anni dopo sul punto precisando che, se è vero che il predominio di forme cooperative nella classe contadina russa dimostra la presenza di un forte istinto associativo in questo popolo, <<non prova affatto la sua capacità, grazie a quest’istinto, di spiccare il salto direttamente a un ordine socialista>>, aggiunge che <<queste forme potranno sollevarsi su un piano più alto se si dimostreranno capaci di evolvere in modo che i contadini coltivino la terra non più singolarmente ma in comune>>, infine conclude ribadendo che <<ciò può avvenire unicamente se, prima della decomposizione della proprietà comunale russa, nell’Occidente europeo trionfi una rivoluzione proletaria che fornisca i presupposti materiali di questo trapasso>>. 


Personalmente credo invece che nel possibilismo della lettera di Marx si intraveda, al di là dei vincoli di condizionalità ribaditi con forza da Engels, un importante elemento di “flessibilizzazione” della visione economicista e determinista che prevale negli altri testi di questa antologia. Questo elemento emerge con ancora maggiore evidenza nella replica di Marx all’economista Zukovskij che aveva attaccato le tesi del Capitale : << (Zukowski) sente il bisogno di metamorfosare il mio schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria teorico-filosofica della marcia generale imposta a tutti i popoli, in qualunque situazione storica essi si trovino, per giungere infine alla forma economica che, con la maggior somma di potere produttivo del lavoro sociale, assicura il più integrale sviluppo dell’uomo. Ma io gli chiedo scusa: è farmi insieme troppo onore e troppo torto>>. Per spiegare cosa intende, Marx ricorre all’esempio del destino dei piccoli contadini liberi a Roma che coltivavano ognuno per conto proprio il loro pezzetto di terra: dopo essere stati espropriati, questi proletari romani non divennero salariati ma plebaglia fannullona, mentre accanto a essi si sviluppava il modo di produzione schiavistico, non quello capitalistico, quindi conclude icasticamente :<<eventi di un’analogia sorprendente, ma verificatisi in ambiti storici affatto diversi produssero risultati del tutto diversi>>. 

Basterebbe quest’unica frase per smontare il valore euristico del concetto di modo di produzione asiatico che, in effetti, si riduce allo stabilire una relazione di analogia fra culture, forme e metodi produttivi, rapporti sociali e politici di Paesi con storie assai diverse (ammessa e non concessa l’esistenza di una comune radice indoeuropea delle economie di villaggio fondate sulla proprietà in comune della terra, i secolari processi evolutivi che essa avrebbe subito in diversi contesti storico culturali avrebbero generato realtà assai diverse).  Non si tratta insomma di un concetto storicamente (e quindi scientificamente, posto che per Marx l’unica vera scienza sociale è la storia) rigoroso, fondato su una serie di astrazioni concrete, paragonabile a quello di modo di produzione capitalistico. Ciò posto, anche la visione di un processo unitario e lineare che dovrebbe superare i limiti intrinseci a questo supposto processo di produzione asiatico e, grazie ai colpi infertigli dal processo di colonizzazione e occidentalizzazione, trascinarlo verso il comune destino mondiale della transizione al socialismo, va a farsi benedire. Così come va a farsi benedire la tesi della “superiorità” della civiltà capitalistica occidentale nei confronti delle grandi culture asiatiche da essa aggredite.   

3) Nikolaj Cernisevskij, definito nel Poscritto di Engels alla seconda edizione del Capitale “un grande scienziato e critico russo”,  scriveva in una delle sue opere, citata dallo stesso Engels. <<Nell’Europa occidentale, l’introduzione di un ordine sociale migliore è resa difficile dall’allargamento senza confini dei diritti della persona singola…Non è facile rinunziare nemmeno a una piccola parte di ciò che si è abituati a godere; e, nell’Europa occidentale, l’individuo si è abituato alla mancanza di limiti ai suoi diritti privati.. Solo una dura esperienza e lunghe meditazioni insegnano l’utilità e l’inevitabilità di concessioni reciproche: ora, in Occidente, un ordine economico migliore è legato a sacrifici e, quindi, trova difficoltà a realizzarsi appunto perché contrasta le abitudini del cittadino francese e inglese>>. Ma, <<ciò che laggiù è utopia, da noi esiste come realtà…Le abitudini la cui introduzione nella vita del popolo sembra agli Inglesi e ai Francesi tanto penosa, in Russia esistono già come dato di fatto nella vita popolare…L’ordine di cose verso il quale, per una via lunga e difficile, cammina l’Occidente, da noi esiste già nei vigorosi costumi popolari della vita contadina…Noi vediamo quali tristi conseguenze abbia prodotto nell’Europa occidentale il tramonto della proprietà comune della terra, e come riesca difficile ai suoi popoli richiamare in vita ciò che è morto>>. Posto che l’attacco di questo periodo appare di folgorante attualità, anticipando di un secolo abbondante le riflessioni dei critici contemporanei dell’ideologia consumistica e liberale, ciò che più colpisce è in che misura questa visione profetica abbia saputo descrivere un futuro in cui, a fare le rivoluzioni socialiste, non sono stati i Paesi capitalistici più avanzati bensì le periferie del mondo con composizione sociale prevalentemente contadina, sia pure sotto la direzione di partiti  comunisti che organizzavano nuclei di classe operaia in formazione. È avvenuto cioè l’esatto contrario di quanto auspicava Engels commentando il brano appena citato, esprimendo la speranza che una rivolta antizarista delle masse contadine immiserite dalla riforma del 1861 potesse risvegliare l’assopito spirito battagliero di un proletariato occidentale “imborghesito”, e che la conseguente rivoluzione socialista potesse accorrere in soccorso dei contadini russi per aiutarli a “saltare” la fase capitalista e approdare a loro volta direttamente al socialismo. 

La rivoluzione è effettivamente scoppiata in Russia (nel 1905 e nel 1917) prima che in altri Paesi europei (dove non è avvenuta o è fallita, come in Germania e Ungheria). È vero che, nel frattempo, la Russia aveva intrapreso un certo sviluppo industriale e le strutture comunitarie delle campagne si erano quasi del tutto dissolte, tuttavia le condizioni socioeconomiche russe apparivano ancora talmente arretrate rispetto a quelle dell’Europa occidentale da ispirare a Gramsci la famosa frase secondo cui Lenin aveva fatto una rivoluzione “contro il Capitale”, rimpiazzando il principio dell’attacco nel punto più alto delle forze produttive con quello dell’attacco all’anello più debole della catena. Di più: come osserva in un bel libro lo storico Pierpaolo Poggio (L’obscina. Comune contadina e rivoluzione in Russia,  Jaca Book, Milano 1976), l’imprinting culturale della tradizione comunitaria delle campagne, di cui erano portatori gli operai inurbati di origine contadina (cioè la maggioranza della classe operaia russa a quei tempi), è stato un fattore decisivo nel plasmare le forme di autorganizzazione proletaria, nel senso che i soviet erano strutturati secondo il modello del mir il consiglio democratico che governava le comuni agricole. 

Se passiamo alla rivoluzione cinese del 1949, questo imprinting appare ancora più forte. Non solo perché l’Esercito Popolare di Liberazione che ebbe ragione sia degli invasori giapponesi che del Kuomintang era composto in larghissima maggioranza di contadini, ma soprattutto perché l’intero sviluppo della rivoluzione, dalle origini ai giorni nostri, appare fortemente influenzato da questa matrice socioculturale. Nel contesto cinese, il tanto disprezzato modo di produzione asiatico si è rivelato un arma formidabile sotto svariati punti di vista: il suo spirito comunitario e anti individualista ha permeato di sé l’intera società cinese; dopo il fallimento degli esperimenti maoisti del Grande Balzo in Avanti e delle Comuni (con il tentativo di procedere alla collettivizzazione forzata delle campagne) si è tornati ad adottare modelli di funzionamento simili a quelli descritti poco sopra per l’obscina: la terra appartiene allo Stato che la lascia in usufrutto alle comunità di villaggio, e queste le distribuiscono alle famiglie che sono responsabili della sua messa a frutto, un “ritorno al passato” che – unitamente alla disponibilità di tecnologie moderne – ha consentito un colossale aumento di produttività (i contadini cinesi nutrono il 30% della popolazione mondiale con il 20% delle terre coltivabili); il buon funzionamento di questa agricoltura “in  stile cinese”  ha a sua volta accompagnato e favorito gli straordinari ritmi di crescita di un sistema industriale misto (imprese statali e imprese private) per cui si può sostenere (come ho fatto in alcuni lavori recenti) che, invece di lasciarsi colonizzare dal modo di produzione capitalista, la società e l’economia cinesi sono riuscite a usarlo per strappare centinaia di milioni di persone alla povertà, senza mai allentare il controllo del partito comunista sullo Stato. 

Concludo citando un ultimo esempio, quello della rivoluzione boliviana. In America Latina i partiti comunisti “ortodossi” hanno sempre classificato le comunità agricole indigene come un “residuo feudale”, o addirittura come una variante locale del modo di produzione asiatico, ignorando le abissali differenze di queste forme di vita tradizionali sia dal feudalesimo europeo, sia dai dispotismi orientali (gli stessi imperi Inca, Aztechi e Maya presentavano caratteristiche assai diverse). Di qui un’impostazione sindacale classica delle lotte contadine e la rivendicazione di una riforma agraria basata sulla ridistribuzione delle terre dei latifondisti ai singoli contadini invece che alle comunità agricole, il che avrebbe comportato la sostituzione della proprietà comune (in realtà queste culture ignorano l’idea stessa di proprietà in quanto ritengono che siano gli uomini ad appartenere alla Madre Terra e non viceversa) con la proprietà privata. Questa strategia ha sempre generato disastri, finché, a partire dagli anni Novanta, si è determinata una svolta etnicista dei movimenti contadini indigeni, i quali hanno iniziato a rivendicare i propri diritti di cittadini senza rinunciare alla propria identità storica culturale e socio economica. Analizzando la rivoluzione boliviana Alvaro G. Linera (cfr. La potencia plebeya, Clacso/Prometeo libros 2013; vedi anche Forma valor y forma comunidad, traficantes de sueños, Quito 2015) descrive il ruolo rivoluzionario e anticapitalista che questo movimento è riuscito a svolgere al punto da  assumere un ruolo egemonico nei confronti delle lotte di altri strati sociali. Cito qui di seguito quanto ho scritto in merito in uno dei miei ultimi libri (Il socialismo è morto. Viva il socialismo, Meltemi, Milano 2019).


<< Le cause della rivoluzione vengono ben spiegate da Álvaro G. Linera: il processo di ristrutturazione neoliberista, accantonate le strategie di modernizzazione che puntavano alla sostituzione delle tradizionali forme produttive urbane e agricole, si fonda su un nuovo ordine imprenditoriale che agisce da anello di congiunzione fra il flusso finanziario globale e le reti locali dell’economia informale, fondate su lavoro a domicilio e comunità familiari; un modello di accumulazione ibrido che unifica in forma gerarchizzata strutture produttive tradizionali tramite complessi meccanismi di subordinazione di reti produttive domestiche, comunitarie, artigiane, contadine e microimprenditoriali. La classe operaia cresce di numero ma è frammentata e precarizzata. Viceversa la comunità contadina, pur parzialmente inglobata nelle relazioni di mercato, non subisce processi di stratificazione sociale radicali ed irreversibili, conservando al proprio interno relazioni fondate sulla reciprocità e sulla solidarietà. La comunità campesindia è un’entità sociale fatta di vincoli tecnologici, circolazione di beni e persone, trasmissioni ereditarie, gestione collettiva di conoscenze e risorse. Linera identifica in questa forma-comunità che resiste attivamente ai processi di subordinazione una vera e propria classe antagonista. A corroborare questa tesi contribuisce il fatto che questi soggetti tradizionali riescono a costruire organismi di democrazia diretta e partecipativa capaci di unificare e mobilitare altri strati sociali. Nasce così un potere politico comunale sovraregionale fondato su nodi (cabildos) che sfida il governo, occupando il territorio e sottraendolo al controllo di prefetti, sindaci e polizia. I Cabildos funzionano come organismi pubblici di interscambio di idee e argomenti da cui nulla è escluso, sono spazi di uguaglianza politica, opinione pubblica e democrazia deliberativa; sono spazi sovrani in quanto non obbediscono a nessuna forza esterna>>. 

Si potrebbe dire che, mentre i soviet erano proiezioni della memoria contadina di un recente passato storico su nuove forme di lotta operaia, quanto appena citato fornisce un esempio di conversione diretta di strutture precapitalistiche in strumenti di lotta adeguati alla lotta di classe in un contesto capitalista. In  sintesi: non esiste un percorso unidirezionale, e univocamente sovradeterminato da fattori economici, che conduca dal passato precapitalista al futuro socialista transitando dalle forche caudine del capitalismo, esiste un intrico di strade in cui contraddizioni nuove ed antiche si intrecciano, generando la possibilità di diverse soluzioni alternative. Si tratta di esplorare tali possibilità senza pregiudizi dogmatici. Se è vero, come sostiene Polanyi ne La grande trasformazione (Einaudi 1974), che il capitalismo non è l’esito inevitabile di ferree leggi storico economiche, bensì una mutazione anomala rispetto a tutte le forme di vita precedenti (l’unica che abbia eletto il mercato a modello della totalità dei rapporti sociali), allora deve essere possibile trovare più di una via d’uscita da questo incubo.  


     

lunedì 15 febbraio 2021


 

LA PEDAGOGIA ECONOMETRICA, OVVERO COME CRESCERE UNA GENERAZIONE DI BALILLA NEOLIBERALI  

di Emanuele Dell’Atti

Anche se la notizia del prolungamento dell’anno scolastico non è ufficiale, il dibattito che ha scatenato è reale, come reale è la retorica che lo sottende. Una retorica intrisa di luoghi comuni e veicolata da una radicata ideologia che considera la scuola – e in generale tutto ciò che non produce profitti ma è solo una voce di spesa nei bilanci – non una risorsa da potenziare, ma un problema da risolvere. Ma, al netto del dibattito corrente, per inquadrare tutto quel che appare come un fenomeno episodico o una sortita dell’ultima ora, occorre guardare a quanto sta accadendo al mondo della scuola da almeno vent’anni. Ci si accorgerà che, ogniqualvolta si parli di politiche scolastiche come “esigenza prioritaria” del paese, c'è sempre da temere: sotto, infatti, non c'è mai uno spirito di rilancio autentico e disinteressato della scuola come “tempio della formazione” e una riqualificazione dei docenti come vettori di “saperi infunzionali”, ma sempre interessi ed esigenze di altra natura. 

La conferma giunge con la nomina a ministro dell’istruzione di Patrizio Bianchi, in perfetta continuità con le politiche delle “riforme” che, attraverso l’ossessivo mantra delle “competenze”, della “autonomia” e del “capitale umano”, hanno letteralmente trasfigurato la scuola italiana. Il ministro da poco insediatosi, infatti, nel suo ultimo libro-programma intitolato Nello specchio della scuola. Quale futuro per l’Italia (Il Mulino 2020), denota, a partire dal suo approccio econometrico, un perfetto isomorfismo senza resti con la logica imprenditoriale e neoliberale che considera la scuola come un “investimento nel capitale umano”, e proclama una decisa territorializzazione della formazione attraverso i cosiddetti “patti di comunità” e lo slogan del “territorio educante”. Bianchi, insomma, in sintonia con la stagione “riformatrice” che si staglia all’orizzonte con l’arrivo del nuovo governo, si presenta come un perfetto amplificatore di quanto, fino ad oggi, ha travolto, sfigurandola, la scuola italiana. Con l’augurio che questa non si riveli come una profezia autoavverantesi, il suo modello di scuola come luogo di preparazione alla flessibilità del mercato, quindi l’insistenza sulla “didattica per competenze” e i modelli di apprendimento cooperativo (di cui ne sono emblemi il celebre cooperative learning e la famigerata flipped classroom), non lascia ben sperare. 

La scuola, infatti, nella logica neoliberale di cui il nuovo governo e il neoministro sono portatori, deve farsi luogo, non di acquisizione e rielaborazione critica dei saperi, ma di “addestramento” alla risoluzione “flessibile” dei problemi: solo così – per i guru della pedagogia econometrica – si possono produrre lavoratori capaci di adattamento alle esigenze sempre cangianti del mercato del lavoro, portatori di skills trasversali, in grado di implementare un’attitudine a lavorare in team in modo efficiente. Unico fine: la competitività. L’origine di questa visione funzionalista della scuola è da ricercarsi nel “Libro bianco su istruzione e formazione” della Commissione europea del 1995, attuazione del precedente – ed eloquente – “Crescita, Competitività, Occupazione” dell’allora presidente Jaques Delors. Un armamentario di indicazioni che, dietro il pretesto dell’innovazione, nascondeva quella logica che, di lì in avanti, avrebbe informato qualsiasi “riforma” scolastica (in Europa e in Italia) nel segno dello snellimento delle discipline, delle rimodulazioni orarie e dello svecchiamento delle metodologie didattiche. Con quale obiettivo? Rendere l’istruzione un momento propedeutico della produzione di valore economico. A partire da questo documento fondativo e fino a giungere alle recenti “Raccomandazioni sulle competenze chiave per l’apprendimento” adottate dal Consiglio UE nel 2018, la scuola italiana, attraverso le varie (contro)riforme susseguitesi (spesso, come è noto, appendici di politiche di bilancio), ha compiuto gradualmente il suo suicidio: da luogo “infunzionale” della cultura e della formazione, a veicolo dell’ideologia produttivistica della competizione.

Per questo ogni ondata di interesse mediatico per la scuola si risolve nella riproposizione di luoghi comuni: si rivernicia la figura del “docente facilitatore”, si ribadisce l’abbandono delle conoscenze a vantaggio delle “competenze” (concetto didatticamente ed epistemologicamente indefinito), si valorizza la scuola del territorio e del mercato e, date le circostanze, la scuola digitale. E persino quando si celebra la scuola come luogo di formazione del cittadino di domani, non tarda mai a manifestarsi l’intenzione funzionale che vi è dietro. Si pensi alla recentissima riproposizione dell’insegnamento dell’Educazione civica. Cosa buona e giusta, se solo non fosse considerata – anziché come momento generativo di consapevolezza storico-politica e di rilancio della natura "programmatica" della nostra Costituzione – come mero addestramento, quale di fatto si rivela, alle pratiche di gestione dell’esistente: cittadinanza digitale, ambientalismo manieristico, pluralismo culturale di vetrina, con l’obiettivo di produrre “cittadini competenti” – cioè capaci di stare al loro posto – e dove vige una confusione normativa inverosimile. Ogni docente, infatti, in modo improvvisato e pressoché scoordinato, “cede” delle ore curricolari per dedicarle a temi stabiliti dall’alto, binari entro cui irreggimentare il testo costituzionale e, in una certa misura, disinnescarne gli obiettivi politici e programmatici. L’importante è che quelle “ore” vengano registrate.



Tutto, infatti, nella scuola di oggi, si quantifica e si rendiconta, e tutto deve essere funzionale ad altro che non sia il “sapere per il sapere”. Ogni materia scolastica, infatti, non può permettersi il lusso di “non servire” a niente: deve produrre competenze verificabili nell’alunno. Questa ossessione, che nasce nell’ambito dell’insegnamento delle lingue straniere e delle materie tecniche, vorrebbe mettere l’allievo di fronte a dei “compiti di realtà”. Fatti, non parole, con una “spendibilità” immediata. Questo modello ha letteralmente colonizzato il mondo della scuola. I nuovi guru della didattica, infatti, non hanno tardato a generalizzarlo ed estenderlo a tutte le discipline. Le materie scolastiche, fatte di nozioni polverose e astratte, si rinnoverebbero e finalmente “servirebbero” a qualcosa. Così, le discipline scientifiche, specie se con forte componente tecnica, sono state cooptate con relativa facilità in questa logica. Ma lo stesso destino sta travolgendo quelle discipline per loro natura “infunzionali”, cioè la letteratura, la storia, la filosofia, l’arte, le lingue antiche. Anche da queste, infatti, si può “estrarre valore”, basta reinserirle nella cornice giusta: letteratura, storia e arte generano abilità comunicative e “fanno cultura”, la filosofia potenzia il ragionamento flessibile e la competenza argomentativa, le lingue antiche sviluppano la capacità di problem solving. Insomma: più ne sai, più possibilità di successo avrai nel mercato del lavoro. Ecco che l’osannata didattica per competenze – presentata come attraente innovazione agli studenti e proposta come obbligo di aggiornamento professionale ai docenti pigroni e vetusti – si rivela per la sua vera natura: la didattica per la competizione.

La scuola va svecchiata, certo. Occorre una maggiore e capillare diffusione delle tecnologie informatiche e una più adeguata preparazione dei docenti ad usarle. È giusto sperimentare modelli didattici meno trasmissivi e più cooperativi. Ma non dimentichiamo che questi sono “mezzi”, non “fini”. Non dimentichiamo che il ruolo dei docenti, il loro senso, non è mai stato né mai potrà essere, quello di istruire gli alunni all’uso delle tecnologie, quello di rendere leggeri e facilmente fruibili i contenuti, per accompagnare gli studenti nel mercato del lavoro. Attraverso i docenti transitano quei saperi che poi devono essere metabolizzati dai discenti, i quali cercano e creano il loro metodo di studio, di ricerca, di lavoro. La scuola dovrebbe favorire queste condizioni. Al contrario, inseguendo ossessivamente il “saper fare”, le “competenze”, i saperi liofilizzati, la rendicontazione permanente, la quantificazione esasperata, la scuola ha finito per essere lo specchio delle logiche produttive, mutuando goffamente dal mercato lessico e metodo. 

Ogni anno, inoltre, da almeno vent’anni, crescono ipertroficamente le incombenze burocratiche e di rendicontazione per i docenti, sempre meno incentivati ad insegnare e sempre più motivati o, semplicemente, obbligati, a redigere carte. I contenuti e le conoscenze disciplinari, vecchi retaggi di una formazione trapassata, devono fare posto a metodi user-friendly, attraenti e “leggeri”, che facciano vedere immediatamente l’utilità e la spendibilità del sapere. In questo contesto, l'ultima cosa che può trovare spazio è la sostanza dell'insegnamento e la profondità dei contenuti, ritenuti come polverose reliquie del passato. Ebbene, il nuovo ministro dell’istruzione non sembra che abbia intenzione di invertire questa tendenza in atto. Anzi, sembra che voglia potenziarla. Basti pensare al bizzarro modello – espresso immancabilmente nella neolingua anglo-liberale – del coollaborative problem solving skills, di cui egli è fiero fautore. 

  C’è una pesante matrice ideologica dietro questa deriva. La scuola, infatti, ha ormai adottato senza riserve il lessico di una più vasta “progettazione sociale”, per dirla con Ferruccio Rossi-Landi, la quale instrada su delle rotaie ideologiche schemi e modelli di comportamento linguistico-comunicativo indisponibili ad una analisi meta-riflessiva, al punto che – come scriveva il filosofo e semiotico italiano – non sappiamo più cosa facciamo quando parliamo e non sappiamo più perché parliamo come parliamo, in quanto “lavoratori” inconsapevoli di un processo di produzione linguistica che ci obbliga a vedere il mondo in determinate maniere. Immaginare di poter invertire la rotta con semplici e contingenti indirizzi normativi, pertanto, appare come una pia illusione. Occorrerebbe, infatti, svincolare la formazione scolastica dal modello economico entro cui siamo immersi, impresa che richiederebbe un’intenzionalità politica radicalmente alternativa. I docenti, inoltre, divisi e frammentati da decenni di erosione del loro ruolo e delle loro prerogative, sono incapaci di reagire a questa deriva, soprattutto perché privi di una sponda politica e sindacale realmente alternativa all’ideo-logica dominante. Inoltre, anni di narrazioni tese a sminuire, se non a denigrare, gli insegnanti, descritti come enti parassitari (vedi il sempreverde mito delle ferie di tre mesi), hanno contrapposto il corpo docente ad altre categorie professionali, in particolare quella dei knowledge workers autonomi, ormai incapaci di vedere che fanno parte dello stesso ceto medio impoverito. Un’inversione di marcia, al momento, non è nell’agenda di nessuna delle forze politiche in campo, contrapposte su singole issues, ma omogenee nell’accettazione acritica – e spesso nell’esaltazione – di questo stato di cose. Si veda l’appoggio unanime al governo Draghi, ammantato di tecnicità “neutrale” ma, di fatto, espressione massima della forma sociale che ci ha condotti fin qua.  È da qui, dunque, che occorrerebbe ripartire. Dalla creazione di una forza politica portatrice di una nuova visione antropologica e sociale, una forza che possa riprendere in mano il conflitto e riaprire la partita.







sabato 13 febbraio 2021

DOMINIO SENZA EGEMONIA. APPUNTI PER UNA STORIA DELLE CLASSI DIRIGENTI ITALIANE 

Pubblico qui di seguito il testo integrale dell'intervento di cui ho letto un estratto nel corso del convegno "Malattia nazionale. Distorsioni di un capitalismo piccolo piccolo" che è appena stato trasmesso sui canali della Rete dei Comunisti e di Contropiano

La borghesia italiana non è mai riuscita a costruire uno Stato decente né ad aggregare un blocco sociale in grado di esercitare una reale egemonia (in senso gramsciano). Di conseguenza per conservare il potere, da un lato ha spesso dovuto ricorrere al dominio, schiacciando con la forza la resistenza delle classi subalterne quando si sono ribellate (senza riuscire a loro volta a produrre una concreta alternativa sistemica), dall’altro lato ha altrettanto spesso dovuto ricorrere all’appoggio esterno di potenze straniere. 
Ciò vale fin dalla nostra costituzione come nazione indipendente. Il cosiddetto Risorgimento è stato l’esito, più che di una rivoluzione popolare (di cui si sono avuti solo accenni con episodi isolati come le Cinque Giornate di Milano e la Repubblica Romana), di guerre di conquista del Regno di Savoia a spese di altri staterelli, guerre che sono state vinte grazie all’appoggio francese prima e prussiano poi (senza dimenticare la benevola neutralità inglese: vedi lo sbarco di Garibaldi in Sicilia). In particolare, l’annessione del Regno delle Due Sicilie è stata una vera e propria colonizzazione interna, associata all’espropriazione delle risorse del Meridione, che sono servite a finanziare l’accumulazione primitiva del capitalismo settentrionale, (vedi le analisi di Nicola Zitara) e dalla repressione selvaggia delle masse contadine cui non è stato concesso nulla perché occorreva assicurarsi il consenso dei latifondisti. 

Il trasformismo e il giolittismo che hanno gestito il Paese unificato nei decenni successivi hanno offerto una ulteriore conferma della cronica incapacità di dare vita a robuste istituzioni statali e a una classe dirigente degna di tale nome. Si è tenuta in piedi la baracca attraverso alleanze a geometria variabile fra le diverse élite e i loro interessi corporativi e sfruttando il sottogoverno gestito da reti di solidarietà familistica. Un compito facilitato dal ritardo con cui venivano sviluppandosi la grande industria e la classe operaia, e dal prevalere di una componente contadina arretrata e segmentata secondo le regioni di appartenenza. Una massa contadina che ha fornito la materia prima del carnaio della Grande Guerra, nella quale il Paese si è avventurato accodandosi alla coalizione vincente in cambio di qualche guadagno territoriale (vedi la retorica della “quarta guerra d’indipendenza” sbandierata dai manuali scolatici di storia fino al secondo dopoguerra).

La prima vera grande sfida che le classi dominanti hanno dovuto affrontare è stata, dopo la Grande Guerra, quella lanciatagli dalla classe operaia che era venuta crescendo in numero e coscienza politica e sindacale nel triangolo industriale, il cui decollo era stato accelerato dallo sforzo bellico. Una classe che guardava con simpatia alla Rivoluzione bolscevica del 17 e si riconosceva nel Partito Socialista e nel Partito Comunista nato a Livorno nel 1921.

Ancora una volta, la sfida non è stata vinta grazie alle capacità egemoniche delle classi dominanti bensì attraverso la repressione violenta. Al fascismo, espressione dell’ideologia e degli interessi della piccola borghesia urbana e rurale e del blocco agrario, i capitalisti industriali e finanziari hanno delegato il lavoro sporco, dimostrandosi disposti a rinunciare a mantenere il controllo sul governo e sull’apparato statale (in realtà contavano sul fatto che lo avrebbero potuto riprendere non appena sconfitto il nemico di classe, ma l’autonomia del politico li ha fregati, costringendoli ad accettare il ventennio mussoliniano). 

Con la sconfitta subita nella disastrosa avventura della Seconda guerra mondiale, e con l’avvento della Repubblica e la conseguente approvazione della Costituzione del 48, si apre l’unico periodo in cui si può parlare di egemonia delle classi dirigenti emerse dalle macerie belliche. Si tratta di un’egemonia sui generis che rispecchia, sia il compromesso imposto dal contributo decisivo che socialisti e comunisti avevano dato alla vittoriosa guerra di Resistenza, sia la collocazione “frontaliera” dell’Italia fra l’Europa controllata dagli Alleati occidentali e il blocco sovietico che, grazie alla vittoria sul nazismo, si era esteso fin nel cuore del Vecchio Continente. L’incombente presenza sovietica, pur avendo l’Urss accettato l’appartenenza della nostra penisola al blocco atlantico, esercitava un’influenza potente sul proletariato italiano, nel frattempo cresciuto notevolmente di peso numerico, culturale e politico e sconsigliava una liquidazione violenta delle sue organizzazioni (sul tipo di quella attuata in Grecia) che avrebbe provocato un bagno di sangue. 


Malgrado le dure repressioni degli anni Cinquanta nelle grandi fabbriche del Nord, in particolare alla Fiat, quella che è venuta progressivamente instaurandosi è stata una sorta di convivenza conflittuale fra le forze della conservazione (la DC e i suoi alleati) e le forze progressiste (PCI e PSI). All’ombra di questo compromesso politico è potuto crescere il compromesso sociale fra capitale e lavoro. Con caratteristiche peculiari rispetto ad altre versioni del modello fordista: mentre altrove – in particolare negli Stati Uniti e in Inghilterra - tale modello era il frutto della crescita di gigantesche imprese monopolistiche private e della necessità di concedere salari relativamente elevati per sostenere la domanda di beni di consumo durevole, da noi le condizioni strutturali di questo circolo virtuoso non si sarebbero sviluppate (l’esistenza della Fiat e di poche altre grandi fabbriche settentrionali non sarebbe bastata), in assenza di un massiccio intervento diretto dello Stato in economia. E’ stata l’economia mista cresciuta fra la fine dei Cinquanta e la prima metà dei Sessanta a dare l’impulso decisivo per il boom italiano, con il suo contorno di riforme, modernizzazione culturale e con la sua dialettica politica, conflittuale ma non antagonista, fra blocco conservatore e blocco progressista. Come detto in precedenza, questo è forse l’unico periodo della nostra storia in cui si può parlare di una classe dirigente capace di esercitare egemonia e non semplicemente dominio sulle classi subalterne, cooptandole parzialmente nel sistema di gestione del potere.

A rompere quell’equilibrio non concorsero solo fattori “esterni” come crisi petrolifera, caduta del saggio di profitto, stagflazione e rottura degli accordi di Bretton Woods ma anche una sorta di nemesi delle secolari sofferenze del proletariato meridionale. Mi riferisco al ruolo degli immigrati meridionali impiegati come operai comuni nell’alzare il tiro della conflittualità di classe. Per nulla sensibili alla cultura della trattativa e della cogestione degli operai professionalizzati inquadrati nei partiti e nei sindacati tradizionali, costoro lottarono con energia dirompente per ottenere forti aumenti salariali, riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione e allentamento della disciplina aziendale, contribuendo ulteriormente alla riduzione dei margini di profitto. Ritengo viceversa che il peso esercitato dall’alleanza fra gli operai, il movimento studentesco e le formazioni politiche nate dal progressivo sfaldamento di quest’ultimo sia stato sopravalutato (sopravvalutazione dovuta in larga misura alla retorica sulla narrazione degli “anni di piombo”), nel senso che quelle sinistre radicali persero ben preso la loro spinta propulsiva, dando origine all’onda lunga dei nuovi movimenti e alla loro prevalente concentrazione sui diritti civili e individuali. 

Ben altro impatto ebbe il modo in cui il PCI reagì ai sintomi sempre più evidenti della tentazione delle classi dominanti e dei loro apparati repressivi di passare dall’egemonia al dominio e alla repressione violenta (stragi di stato). Una preoccupazione aggravata dalla ferocia con cui gli Stati Uniti avevano stroncato l’esperimento socialista cileno. Il compromesso storico, la celebrazione dell’austerità e la dichiarazione di fedeltà all’Alleanza Atlantica furono di fatto una candidatura a garantire un esercizio pacifico dell’egemonia sulle classi popolari per conto delle classi padronali, frenando una spinta operaia che già veniva esaurendosi spontaneamente sotto i colpi delle ristrutturazione capitalistica (decentramento produttivo, tagli di organico, ristrutturazione tecnologica, ecc.). Eppure nemmeno quella macelleria sociale, che dopo la marcia dei quarantamila quadri della Fiat del 1980 incontrò sempre meno resistenza, fu sufficiente a chiudere la partita.

Era infatti necessario destrutturare l’economia mista che aveva fatto maturare le condizioni per il ciclo di lotte operaie. A occuparsene furono i vari Carli, Draghi, Ciampi, Andreatta, Amato e Prodi che imposero prima l’autonomizzazione della Banca d’Italia dal potere politico, poi l’adesione al trattato di Maastricht e l’ingresso nell’area euro - tutti passaggi avvenuti con la benedizione di un PCI già avviato a concludere la trasformazione in partito liberale, definitivamente sancita dopo la caduta dell’URSS. A quel punto, il vincolo esterno (lo vuole l’Europa) aveva preso il posto delle minacce di repressione violenta in quanto otteneva gli stessi risultati senza innescare reazioni simmetriche.

Lo smantellamento dell’industria di Stato e la sconfitta delle classi lavoratrici non hanno tuttavia creato le condizioni per l’ascesa di grandi imprese private capaci di competere sul mercato internazionale, proprio perché la borghesia italiana aveva scelto di accettare un ruolo subalterno sul piano internazionale pur di mantenere il proprio dominio sulle classi lavoratrici.  Quella scelta ha inferto ferite mortali a un sistema Paese già penalizzato dalla cronica debolezza delle strutture statali (con la riforma dell’articolo V e il decentramento regionale quella debolezza diverrà vero e proprio sfascio, come certificato dall’attuale incapacità di gestire l’emergenza pandemica). Gli esiti sono noti: nanismo delle imprese (che si cercherà di far passare per un fattore positivo con le narrazioni sui distretti e con la retorica del “piccolo è bello”), terziarizzazione del lavoro (con prevalenza dei settori del turismo, del ristoro e dell’intrattenimento – a basso valore aggiunto e caratterizzati da lavoro precario e sottopagato - rispetto al terziario avanzato e innovativo), aggravamento dello squilibrio Nord/Sud; sfascio dei servizi pubblici (sanità, scuola, università, trasporti), degrado ambientale e territoriale, disoccupazione e sottooccupazione cronica (con la proliferazione di lavori precari, temporanei, finto autonomi, sottopagati, ecc.).

Questi processi in atto da quattro decenni hanno determinato radicali trasformazioni nella composizione di classe e nelle forme della rappresentanza politica. Per quanto riguarda il primo aspetto abbiamo avuto l’indebolimento numerico di una classe operaia sempre più frammentata, individualizzata e dispersa, a fronte dell’aumento ipertrofico di una classe media impegnata in una galassia di attività rifugio in assenza di concrete opportunità di occupazione e carriera (piccolo commercio, artigianato, microimprese per gli strati a bassa scolarizzazione; partite iva, consulenze, professioni “creative”, ecc. per gli strati più acculturati). Per quanto riguarda le seconde, Tangentopoli ha avviato una crisi irreversibile dei partiti tradizionali, travolti dalla corruzione ma che soprattutto si erano scavati la fossa favorendo l’indebolimento delle loro stesse basi sociali, dopodiché Berlusconi ha inaugurato la stagione dei partiti personali fondati sulla mobilitazione di una massa composita di individui sensibili alla comunicazione mediatica più che ai programmi politici. I movimenti spontanei di rivolta hanno a loro volta scontato gli effetti di questo marasma sociale, culturale e politico, dando vita a esperienze interessanti ma territorialmente circoscritte, come le lotte in Val di Susa, al “cittadinismo” dei vari girotondi, indignati ecc. con base nella piccola e media borghesia urbana e privi di qualsiasi velleità antisistema (via ai corrotti, potere agli onesti), e a esplosioni episodiche di furia plebea come il movimento dei forconi. Finché non è apparso sulla scena politica l’M5S. 

Il secondo decennio del Duemila ha visto l’Italia assumere per la seconda volta – dopo gli anni Novanta e il partito azienda di Berlusconi – il ruolo di laboratorio sperimentale di nuove forme di aggregazione politica nell’era del tramonto della democrazia liberale. Fra il governo Monti e l’appena insediato governo Draghi - due momenti in cui l’alta finanza ha assunto in prima persona il governo del Paese, commissariandone il sistema politico e sospendendo ogni finzione di democrazia - abbiamo assistito alla rapida ascesa, culminata con le elezioni del 2018, e alla ancora più rapida caduta di un populismo bicefalo. Da un lato la Lega di Matteo Salvini, il leader che è riuscito a dare dimensione nazionale a un partito nato per rappresentare gli interessi della piccola e media impresa settentrionale e più in generale dei settori di borghesia più penalizzati dal processo di globalizzazione; un partito “sovranista” a parole ma privo di qualsiasi reale volontà di sganciare l’Italia da Bruxelles (anche perché la sua base sociale è legata a doppio filo alle catene di subfornitura delle grandi imprese tedesche). Dall’altra quello strano ircocervo che è il Movimento 5Stelle. Un fenomeno nato come “contenitore dell’ira” popolare che si è coagulata attorno alla leadership del comico Beppe Grillo, il quale è riuscito “dare voce” alla frustrazione di un’ampia gamma di strati sociali inferociti dagli effetti di decenni di “guerra di classe dall’alto”, ma che, nella sua breve vita, ha attraversato una tumultuosa serie di mutazioni. Alla fase pionieristica dei Meetup (egemonizzata dagli esponenti delle nuove professioni emergenti – soprattutto nel settore delle nuove tecnologie e caratterizzata dall’esaltazione della democrazia digitale e dal rifiuto intransigente del professionismo politico) si è rapidamente passati alla fase governista, allorché il movimento, incoraggiato dai successi ottenuti nelle elezioni amministrative di alcune grandi città, ha dato l’assalto al cielo del governo nazionale. Nel frattempo è venuto raccogliendo un consenso assai più ampio e trasversale: operai , impiegati, nuove forme di lavoro precario e finto autonomo, membri delle classi medie “riflessive”, artigiani e piccoli imprenditori con provenienze sia dall’elettorato di sinistra che di destra, ma con netta prevalenza del primo. 

Nessuno di questi esperimenti è tuttavia riuscito a risolvere l’annoso problema della costruzione di una élite politica capace di esercitare una reale funzione egemonica. La Lega perché, malgrado la sua riconversione a partito nazionale, è sempre rimasta espressione delle componenti più deboli di una classe imprenditoriale già di per sé affetta da pesanti carenze strutturali e culturali. Quanto all’M5S si è trattato di un’incarnazione quasi da manuale delle teorie del filosofo franco-argentino Ernesto Laclau: un aggregatore di domande eterogenee provenienti da settori sociali altrettanto eterogenei nei confronti di un sistema incapace di dare risposte, una forza che è riuscita a costruire una sgangherata “catena equivalenziale”, sempre per usare il linguaggio di Laclau, alla quale è però mancata la capacità di selezionare le domande egemoniche attorno a cui coagulare un vero progetto politico, tenuta insieme  solo dal collante della critica alla “casta” e da un “programma” che si riduce all’idea di rimpiazzare una classe dirigente inetta e corrotta con figure oneste e selezionate attraverso i meccanismi della democrazia digitale. Nessuna velleità antagonista nei confronti del sistema, nessuna indicazione concreta su obiettivi e mezzi in materia di lotta alla disuguaglianza, miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne, riequilibrio fra Nord e Sud, riforme dello Stato, se non discorsi generici e velleitari e qualche provvedimento assistenziale ad hoc. Con queste premesse era chiaro che la conquista del potere si sarebbe trasformata in una nemesi per un soggetto politico incapace di gestirlo. 
Già la caduta del primo governo Conte e il successivo abbraccio con il PD lasciava intuire la rapidità con cui il movimento sarebbe andato incontro alla normalizzazione. Ma la crisi pandemica non gli ha permesso di realizzare l’obiettivo di sostituirsi alle vecchie élite incarnate dai partiti tradizionali. La tragicomica successione di compromessi e contorsioni finalizzate a scongiurare le elezioni e il “licenziamento” di gran parte dei suoi parlamentari non ha potuto evitare la catastrofe finale. Sarebbe tuttavia sbagliato leggerne il fallimento come una “rivincita” della politica tradizionale per la quale Renzi avrebbe agito da braccio armato. Ancora una volta le vicende italiane possono essere interpretate solo in ragione dell’incapacità egemonica delle classi dominanti – a prescindere dalle forze politiche chiamate di volta in volta a rappresentarne gli interessi – e dalla conseguente necessità di evocare un intervento esterno chiamato al tempo stesso a salvarle e a ribadirne la subalternità a livello economico e geopolitico. Il commissariamento del Paese da parte di Mario Draghi, che assume i connotati di un vero e proprio golpe bianco con la messa in mora dei partiti e dello stesso Parlamento e la sospensione di fatto della democrazia rappresentativa, non è frutto solo dello stato di eccezione provocato dalla pandemia e dalla conseguente crisi economica (per inciso, nell’occasione trova ennesima conferma la definizione schmittiana secondo cui “sovrano è chi decide dello stato di eccezione”), può essere compresa solo a partire dal sintomatico e ossessivo richiamo da parte del presidente del consiglio incaricato alla collocazione atlantista ed europeista dell’Italia dove l’accento cade sul primo dei due aggettivi.  

La precipitazione della crisi italiana è infatti coincisa significativamente con la sconfitta elettorale di Trump e con il ritorno al potere del blocco sociale incarnato da Biden e dalla lobby neocons di cui costui è espressione, Tanto la vittoria di Trump di quattro anni fa quanto la sua recente sconfitta sono un sintomo della crisi di egemonia degli Stati Uniti. È evidente che gli Stati Uniti restano di gran lunga la prima potenza mondiale sul piano politico-militare, e anche – sia pure di stretta misura nei confronti della Cina – sul piano economico (in senso finanziario assai più che industriale); ma è chiaro che faticano sempre più a conservare un controllo assoluto sul resto del mondo (ne sia prova l’incapacità di mantenere ordine nel “cortile di casa” latinoamericano, dove non sono ancora riusciti a indurre un regime change in Venezuela e dove la piccola Bolivia ha rimesso al potere il governo socialista pochi mesi dopo il golpe militare). Tale difficoltà ha a che fare con l’esaurimento della spinta propulsiva del processo di globalizzazione, il quale, assai più che di presunte “leggi” economiche, è stato il frutto della volontà americana di dominio imperiale sul pianeta unificato dal crollo dell’URSS. Un progetto che ha finito per ritorcersi contro chi l’aveva messo in moto, nella misura in cui ha generato le condizioni per la crescita di nuovi competitor economici, politici e militari (Cina e Russia su tutti). I contraccolpi economico-sociali di questa eterogenesi dei fini sono stati devastanti, come l’impoverimento di larghe masse proletarie e di classe media che hanno votato per Trump in odio alle metropoli gentrificate e alla sinistra clintoniana che ne rappresenta gli interessi.

Il progetto di Trump (disimpegno da vari teatri di guerra, rientro dei capitali investiti in Asia e altrove dalle multinazionali per rilanciare l’occupazione interna, freno all’immigrazione per ridurre la concorrenza nei confronti dei working poor autoctoni, ecc.) è fallito anche perché frenato dal potere interdizione del deep power degli apparati statali. Ma a dargli il colpo di grazia è stata la crisi pandemica e la folle linea negazionista dell’amministrazione, pagata con centinaia di migliaia di vittime e con il tragico peggioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. Così il blocco sociale che lo aveva premiato quattro anni fa si è sfaldato: una parte – soprattutto le classi lavoratrici – è rientrata nell’ovile democratico, lasciandosi convincere, con più validi argomenti della volta precedente, dalla sinistra di Sanders, mentre gli è rimasta la base socialmente più eterogenea e ideologizzata a destra che ha mostrato la sua faccia tanto violenta quanto folcloristica nell’assalto a Capitol Hill.


Quanto alla neopresidenza Biden, ha già chiaramente mostrato le proprie intenzioni: liquidate le velleità della sinistra interna (la scelta della squadra di governo è una vetrina politically correct di donne e appartenenti  alle minoranze etniche e sessuali ma non prevede alcun esponente delle sinistre) verrà riaffermato il primato dei settori finanziari e high tech (che hanno festeggiato silenziando i profili del presidente uscente) sugli altri settori del capitale nazionale; verrà riannodato il filo rosso delle politiche economiche condotte dai vari Clinton e Obama; ma soprattutto verrà perseguito con feroce determinazione l’obiettivo di mobilitare l’opinione pubblica contro il nemico esterno: la guerra fredda contro Cina, Russia e “stati canaglia” (Corea del Nord, Cuba, Venezuela, ecc.) è già partita in grande stile e verrà condotta sotto la bandiera dei diritti civili da esportare, ove necessario, con la forza delle armi. 

Questo disegno non è attuabile se gli Stati Uniti non ottengono il pieno appoggio dei loro tradizionali alleati, a partire dalla Ue. Ma l’Europa ha subito effetti non meno devastanti a causa del coronavirus, aggravati da decenni di austerità, privatizzazioni e tagli alla spesa e ai servizi pubblici, al punto che, per fronteggiare l’emergenza, si è compiuta una brusca inversione di rotta, allentando i vincoli di bilancio ed erogando enormi quantità di denaro pubblico per riaffidare allo Stato il ruolo di garante in ultima istanza della sicurezza generale. È vero che l’emergenza pandemica ha consentito all’establishment europeo di ridimensionare la sfida populista, ma il consolidamento dei tradizionali equilibri istituzionali non risolve le contraddizioni scatenate dalla crisi, per cui l’Europa non può permettersi, pena un drastico ridimensionamento del suo spazio e ruolo geopolitici, di accettare supinamente un rilancio della leadership statunitense, soprattutto se le viene richiesta una partecipazione attiva alla guerra fredda antirussa e anticinese che implica pesanti conseguenze in termini di scambi commerciali e investimenti. Sintomi di queste contraddizioni interimperialistiche fra le due sponde dell’Atlantico: l’accordo con la Cina raggiunto in barba alla contrarietà americana, la scarsa propensione ad accettare il veto Usa sull’adozione del 5G targato Huawei, le velleità di ridimensionare la leadership del dollaro sui mercati finanziari globali, la reticenza della Germania nell’appoggiare le crociate antirusse. In questo contesto globale fluido, contraddittorio e turbolento andava garantita la tenuta dell’anello più debole della catena, per cui il prolungarsi dell’instabilità politica italiana diveniva intollerabile, al pari di certe “licenze” dei due governi Conte, come l’accordo stipulato con la Cina d’un paio d’anni fa. Mario Draghi è il proconsole imperiale incaricato di riportare l’ordine in questa provincia mal gestita da una borghesia cronicamente incapace di autogovernarsi e di governare i propri sudditi,  con il doppio incarico di garantire l’esecuzione tanto delle direttive europee che di quelle americane (forse più delle seconde che delle prime). 

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