Lettori fissi

martedì 7 luglio 2026


OLTRE L'OCCIDENTE (2)

Ieri ho ricevuto le copie staffetta del secondo volume di Oltre l'Occidente. Il libro è già acquistabile online e, salvo ritardi, sarà in libreria fra un paio di giorni. Qualche giorno fa ho anticipato la mia Introduzione al primo volume (quello di Visalli), qui anticipo la Introduzione di Visalli al secondo volume, il mio. Entrambi gli autori saranno a Pisa sabato prossimo, 11 Luglio, per discutere di questa atipica opera a due mani al festival di Ottolina TV. Se sarete da quelle parti vi aspettiamo. 





 Introduzione

Quello che leggerete è il secondo volume di un’opera che è stata concepita a due mani e scritta separatamente. Si tratta di due saggi che si guardano reciprocamente, pur nelle differenze stilistiche, espositive e in alcuni casi di accentuazione. Questo libro, come l’altro che è il primo volume di una insolita sequenza, può essere letto da solo, ma gioverebbe del rispecchiamento in quello complementare. Durante tutta la lunga concezione e preparazione, infatti, si è tenuto un fitto scambio di stesure, osservazioni e suggerimenti, in particolare bibliografici, tra gli autori. Non per caso molti testi sono presenti in entrambi, ma letti secondo la prospettiva ed angolazione specifica.

Il medesimo titolo, Oltre l’Occidente, indica l’ambizione dell’opera; al contempo, la sua enormità ha costretto ad allargare le reti e optare per un’opera come quella che avete per le mani. Oltre indica la direzione verso la quale gli autori ritengono si debba andare per portarsi all’altezza delle sfide del presente. Quel che chiamiamo Occidente, con dizione che è essa stessa scelta politica e separa ciò che è storicamente rinvio e coevoluzione, non è per gli autori finito, tramontato, non è sconfitto, per ripercorrere formule illustri, è piuttosto chiamato a confrontarsi e superarsi, per salvare la parte migliore della sua storia. Siamo, a questo torno del primo quarto del secolo, infatti, ad uno snodo critico dal quale è possibile prendere la strada della mutua distruzione come quella del superamento della modernità. Di quella postura che vede la libertà individuale e del progresso come possesso di una parte, il cosiddetto ‘Occidente’. Ma che, nel presumerlo e pretenderlo, in effetti afferma solo la cosmotecnica dell’Occidente (in particolare anglosassone). Ovvero, secondo la nomenclatura presentata nel primo volume, la forma storica del rapporto tra la tecnica e i quadri di senso propri dell’Occidente.

I due testi hanno in comune l’esplorazione di questa modernità, nella convinzione che giunge oggi ai suoi limiti la hybris che l’ha guidata nel lungo periodo di affermazione della centralità europea. Con essa l’incubazione e poi affermazione dei capitalismi e dell’industrialismo, ma anche del sistema-mondo, imperniato su scambi ineguali e strutture di dipendenza, come qui si vedrà a partire dalle lezioni di Arrighi. Inoltre, condividono lo sforzo di saggiare dall’interno la tenuta della tradizione critica marxista, per molti versi coinvolta in questa postura. Infine, di ripercorrere la difficile storia dei soggetti storici della liberazione. In questo libro saranno protagonisti quei rivoluzionari, quei partiti e movimenti che hanno posto la domanda della rivoluzione e tentato il cambiamento e superamento del capitalismo insieme alle strutture del dominio dei popoli e delle nazioni. Si troveranno Cabral, Rodney, Mariátegui, poi Lukács e la rilettura della storia del capitale tramite Braudel e Arrighi. Si esplorerà con cura il fuori dell’Occidente, o meglio, quel che lui ritiene essere fuori di sé.

Il testo è diviso in quattro Parti.

Nella Prima, viene individuato il ‘nemico’, identificato in noi stessi. Si tratta di sviluppare un racconto orientato a mettere in evidenza la logica, i valori e le pratiche che trascinano l’Occidente verso una costante postura bellicista. Ogni volta proposta per difendere “valori” universali e non negoziabili nei quali è presente quella particolare cecità alla esistenza stessa dell’Altro tipica della postura ‘monoteista’. Nel Primo Interludio vengono ripercorse le ultime idee di Lukács, e nella Seconda parte quelle di Fernand Braudel e Giovanni Arrighi, per esplorare i limiti di quelle potenti categorie marxiane e soprattutto marxiste che possono contribuire, se non riguardate alla luce dell’esperienza trascorsa e le sfide del presente, ad accecarci verso l’Altro. La Seconda Parte prosegue e porta a termine questa impresa.

Nella Terza Parte, come nella Quarta, vengono osservati e raccontati i tentativi di alcuni paesi del Sud del mondo di emanciparsi dal dominio e imboccare, ognuno secondo i suoi termini, la via del socialismo. Come nel primo volume, una particolare attenzione viene prestata a quello che è il principale punto di dinamizzazione della situazione contemporanea: l’incredibile successo del socialismo con caratteristiche cinesi nell’emancipare centinaia di milioni di persone e transitare verso una modernità non occidentale.

Segue un’Appendice nella quale il testo prende le distanze dalle sinistre postmoderne occidentali che diventano parte del problema, contribuendo ad accecare l’Occidente collettivo verso la necessità di oltrepassarsi ed aprirsi ad una modernità finalmente plurale.


All’avvio viene richiamata l’appassionata requisitoria di Césaire contro l’ipocrisia dell’Occidente che produce i suoi crimini sentendosi innocente. Nascondendosi dietro giustificazioni morali, proiettando costrutti come la direzione della Storia, sin dall’inizio costruiti per la giustificazione del dominio. Orientati di fatto all’affermazione di quel capitalismo razziale denunciato dalla prima generazione degli intellettuali panafricanistichi. Per fornire il quadro di contesto di questa denuncia vengono ripercorsi il colonialismo inglese, e poi quello belga, ricordando la tragedia del Congo.

Andare Oltre l’Occidente, significa fare fino in fondo i conti con questa eredità. Ma non nel senso superficiale di abbattere qualche statua, come se fosse questione di individui. Ciò che va compreso nei suoi termini ed oltrepassato è quella strana idea per la quale qualunque crimine, massacro, bombardamento (a Dresda, come a Falluja, a Gaza o Belgrado) servono uno scopo superiore. Se una volta si trattava di salvare le anime immortali, ora si tratta di affermare i ‘diritti dell’uomo’, la ‘libertà individuale’, la ‘democrazia’. Ogni volta si dice, sulla base di una tradizione storica affermatasi non per caso mentre l’Europa espandeva i suoi imperi, che si tratta di ‘valori universali’, figli unici del “miracolo greco”.

Nel Secondo Capitolo viene posto sotto attenzione un secondo nodo esplicativo di questa postura: la tragedia mediorientale, qui l’occupazione della Palestina, seguendo il racconto di Caroline Elkins e di Pegoraro, ma anche di Ilan Pappé, arrivando fino al genocidio di Gaza di questi anni, viene messo in relazione con gli effetti ultimi di quella costruzione del mito dell’unicità della Shoa (una tragedia genocidiaria enorme, ma certo non unica), che viene cinicamente sfruttato per perseguire le mire di dominio regionale ed espansione territoriale.

Nel Terzo Capitolo si arriva al presente da un altro angolo: la sfida geopolitica della Cina e dei paesi non allineati del Brics, o multiallineati, sollecita antiche posture. L’Occidente è tentato di chiamare la “guerra santa” contro gli eretici che non ne riconoscono il primato. Non c’è forse un unico Dio? A questo fine l’economia entra in campo, insieme alla sua gemella, la sociologia. Il declino relativo dell’egemonia statunitense, mostrato in controluce molto bene dalle posture muscolari della nuova amministrazione, dovrebbe portare ad una sorta di ritirata strategica sul difficile crinale tra una fuga precipitosa “alla Kabul” e una difficilmente sostenibile guerra sulle frontiere avanzate. Qui aiuta la lettura culturalista di Emmanuel Todd, la quale pure nei suoi limiti ha il merito di evidenziare l’erosione interna della coesione che spicca rispetto alla superiore omogeneità esibita dalle controparti. Secondo la sua tesi, al di là dei fattori economici e strutturali (come i fratelli siamesi della deindustrializzazione e della finanziarizzazione, ed il loro figlio bastardo della distruzione della classe media) è la caduta del senso collettivo, fondato a suo dire sull’antropologia protestante, a rendere impossibile la competizione all’Occidente. Nel primo volume avevamo, in proposito, parlato di competizione per la “Piattaforma tecnologica”, per l’affermazione del proprio ambiente tecnico e normativo e della propria ‘cosmotecnica’.

L’interludio su Lukács individua qui, nella capacità umana di darsi progetti, la posizione teleologica, l’essere sociale umano. Fondato quindi sul lavoro. La coscienza è determinata (in senso hegeliano) dal ‘complesso di complessi’ che incarna il ricambio organico uomo-natura ed è in questa determinazione che si rende disponibile la libertà soggettiva. Ovvero il fattore soggettivo della libertà. Sarà l’insieme di entrambi i momenti a costituire la totalità dell’essere sociale. È questo il livello dello scontro in essere, o, visto dal punto di vista delle forze controegemoni, il necessario oltrepassamento della postura dell’Occidente. Ma anche del marxismo, nella misura e quando presume di avere scoperto “leggi di movimento” della storia verso una finalità trascendente (sia pure secolarizzata). Piuttosto, l’ampliamento della ‘libertà’, nel contesto di una costante ed ineliminabile dialettica con la ‘necessità’ (ovvero il complesso dei complessi e le loro conseguenze) è un obiettivo ideologico. Ma, nel senso di Lukács, ciò significa che è stimolo e traguardo attivo, se pure irraggiungibile compiutamente. Secondo la famosa formula di Marx, richiamata nel Secondo Interludio, la libertà “può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca”. Questa formula densissima, dove troviamo i concetti di ‘uomo socializzato’, che regola ‘razionalmente’ la produzione (il ricambio organico) e ‘sotto il comune controllo’, è finalizzata all’esclusione del dominio da forze cieche.

Oltrepassando la prospettiva implicitamente eurocentrica del grande tedesco, figlia del tempo nel quale è vissuto, questa può essere la traccia della liberazione. Ma si tratta di vederla dal punto di vista del mondo e non da quello di una sua parte che si pensa tutto. L’uomo è sociale e come tale opera, definendo il suo ricambio con la natura ed esprimendo su di essa un comune controllo. Ma questo accade sempre nelle diverse forme storiche del sociale e dell’essere umano. Forme che non sono ricondotte all’una. Costrette sotto l’unità del dominio, imposto da una forma che da particolare si pensa e pretende universale. E come tale si dichiara come progresso

Nella Parte Seconda questa costruzione viene messa alla prova nel confronto con l’ultima parte de Il capitale di Marx. Salire a questo livello di astrazione può far girare la testa al lettore. Tuttavia, la ricostruzione ha un fine: mostrare come l’impostazione immanentista e teleologica marxiana, derivata filosoficamente da Hegel, conduce per sua dinamica alla irrealizzata diagnosi dell’estensione erga omnes del ‘modo di produzione capitalistico’. Questa è, in sostanza, la versione critica della medesima diagnosi progressista dell’Occidente. Versione che riconosce l’accumulazione per espropriazione, ovvero il fatto dello sfruttamento coloniale e post-coloniale, ma lo confina in una fase ‘immatura’, operando sulla base della logica hegeliana. Questo schema è posto in crisi e contestato. Con esso il suo scolio per il quale sarebbe solo la produzione industriale, e in conseguenza la lotta tra capitalisti e salariati, a rappresentare l’intima natura del capitalismo. L’accumulazione ‘primitiva’ non è una ‘fase’ e non è ‘primitiva’. Rappresenta, al contrario, l’espressione organica dei rapporti ineguali e di dipendenza che si generano a livello di sistema-mondo dal confronto tra ‘sistemi tecnici’ e ‘piattaforme tecnologiche’. O, in altre parole, tra diversi modi di relazione organica con la natura.

D’altra parte, anche l’analisi successiva, imperniata sul III libro del Capitale, mostra come anche per Marx la produzione, e l’estrazione di plusprodotto, dipendesse sempre dall’intero sistema di divisione sociale del lavoro stesso. Ovvero, dalla totalità del sistema tecnico nel quale si agisce. Il capitale è dunque una potenza sociale, e il suo detentore pro tempore ne è funzionario. Questa considerazione può essere estesa a livello mondo. Il tema diventa riportare sotto controllo collettivo questa potenza alienata. Ma qui compare la questione dei ‘tre mondi’ di Mao, o della lotta internazionalista leniniana. Ovvero quella della comprensione della lotta di classe come conflitti delle libertà e con il capitale, nel sistema-mondo. Sapendo che, come sostiene Zhao Tingyang, lo sfruttamento internazionale, che deriva dalla dialettica tra capitali e tra sistemi tecnici, è ancora più forte ed oppressivo di quello entro il singolo paese. Come ricordava anche Lenin, anzi, capita che le classi lavoratrici in un paese ‘metropolitano’ siano beneficiari, se pure minori, dell’estrazione di valore dai popoli sfruttati ‘periferici’. Questa è la molla nascosta del conflitto in corso.

Qui interviene l’allargamento analitico che questo secondo volume ripercorre sistematicamente, ed è solo accennato nel primo, facendo uso dei fondatori della World History, Fernand Braudel in primo luogo. Rileva, in particolare, la centralità storica da questo attribuito al commercio di lunga distanza, la sua natura ‘contro mercato’ e ‘congiunturale’. Una forza adattiva, parassitaria, intrinsecamente opportunista, ed estrattiva. Imbricata con il potere, statuale in particolare, e gerarchica. In relazione simbiontica con lo Stato e da questo costantemente potenzialmente minacciata. Si tratta, come si vedrà, di una delle caratteristiche che divaricano la traiettoria cinese da quella occidentale (ed anglosassone in particolare). Infatti, come appare ancora evidente nel contesto cinese il rapporto strumentale tra capitalismo e direzione collettiva (di stato, commercio e produzione) è invertito.

Dopo aver attraversato diversi interludi, trattando di autori importanti come Samir Amin e (nel Secondo interludio) il testo capitale di Robert James I giacobini neri, Formenti arriva nella Parte Terza a concentrare tematicamente l’attenzione sul marxismo nero e la “blackness”. Qui si intrecciano autori contemporanei come Kevin Ochieng Okoth, che inquadra nel contesto di quella che vede come controrivoluzione, il riflusso postmoderno e la normalizzazione dei Black Studies soprattutto nel contesto americano. Spazio elettivo della ‘ontologizzazione’ della Blackness, o in altri termini di una tendenza essenzialista che dimentica le dinamiche strutturali, per concentrare la critica in forme radicali di culturalismo. E spazio, come si è visto anche nel primo volume, per l’ascesa degli Studi decoloniali sulle braci fredde della Teoria della Dipendenza e di quella dei Sistemi-Mondo.

Il delinking promosso da Amin (autore, peraltro in contatto con il vasto mondo post-coloniale) viene rimpiazzato da una sorta di delinking dall’episteme occidentale. Si tratta di temi che hanno qualche buona ragione, e che, infatti, sono attraversati anche da questi due libri. Ma in Oltre l’Occidente, in entrambi i volumi, non si propone un approccio culturalista né essenzialista. La liberazione è, infatti, un processo che non può darsi senza muovere la totalità. E questa si compone dell’insieme delle questioni sollevate in entrambi: la lotta per l’affermazione della propria cosmotecnica e l’indipendenza della propria ‘piattaforma tecnologica’; la rivendicazione del proprio diritto allo sviluppo autocentrato; il contrasto al potere del capitale di istituire relazioni ineguali e stati di dipendenza; l’affermazione del potere collettivo sulle tendenze disgregatrici dell’egoismo individuale, in particolare quando fondato sul possesso.

A partire dal Secondo Capitolo della Terza Parte, Formenti si dedica ad un compito non facile: dare conto del vastissimo dibattito di quella che chiama una ‘informale internazionale nera’, nella quale hanno operato autori famosissimi come Frantz Fanon, Malcom X, ed altri di minore successo mediatico, ma importanti come Eric Williams, George Padmore, Aimée Césaire, Walter Rodney, Cedric Robinson, per dire alcuni. I temi sono diversi. In primo luogo, la centralità della Tratta degli schiavi nella formazione del capitale e quindi nella specializzazione e autonomizzazione di questo dalle forme di controllo dello Stato (ovvero, in altri termini, per l’insorgenza del capitalismo nel contesto europeo), oltre che della progressiva evoluzione tecnico-industriale, la quale, a sua volta, retroagisce sulla capacità di istituire rapporti ineguali estrattivi. La relazione tra colonialismo e fascismo, o, in altri termini, l’esperienza coloniale come brodo di coltura di questo. Il focus sulla traiettoria del sottosviluppo africano, condotta senza sconti da Walter Rodney in Come l’Europa ha sottosviluppato l’Africa. Ed, infine, la traiettoria rivoluzionaria e originale di Amilcar Cabral in Guinea Bissau. Questi ha rifiutato una visione schematica dell’opposizione analitica tra struttura e sovrastruttura, comprendendo in profondità la capacità di mobilitazione delle differenze culturali e la possibilità di rifunzionalizzare anche forze ordinariamente considerate inaffidabili, come le piccole borghesie urbane (il cui strato acculturato è, tuttavia, come mostra Rodney, storicamente il motore umano della mobilitazione anticolonialista in Africa), rivolgendole verso un progetto socialista. Di qui l’utilizzo di parole d’ordine come return to the source e ri-africanizzazione di cui comprendeva perfettamente l’ambiguo rischio. Rielaborare la propria esperienza e tradizione culturale non è necessariamente ripiegamento su sé stessi e fuga antimoderna (dove a questa parola, si “attacca” nella mente occidentale tutta un’ontologia sulla quale non è qui necessario tornare), quanto esercizio di libertà, se ancorato all’esperienza della lotta antimperialista.

Dopo l’ultimo interludio, dedicato al caso della rivoluzione e del socialismo originario in America Latina, la Quarta Parte giunge a trattare il caso della Cina.

In questa ultima e decisiva parte, Formenti parte dalla storia, poco conosciuta, del gigante asiatico. Il problema è spiegare la Grande Divergenza tra le traiettorie di sviluppo europea e cinese. Divergenza che si fissa nella sorprendente (per i contemporanei) e netta sconfitta del Celeste impero ad opera degli Inglesi prima e di una larga coalizione i paesi europei con l’apporto anche degli Stati Uniti, poi. Formenti cita la tesi di Braudel, alla quale oppone Pomeranz. Per il primo l’Europa prese il sopravvento in quanto a partire dal XVIII secolo il relativo abbandono dei commerci di lunga distanza e l’invadenza di uno Stato centralizzato e fortemente burocratizzato, determinò la stagnazione tecnologica e socioeconomica. Il secondo, sulla base di una valutazione comparativa ad ampio spettro, individua la divergenza a partire dal 1750 e in particolare dal contributo delle terre coloniali. La Cina sarebbe stata, cioè, intrappolata in una sorta di crisi ecologica, mentre ampie aree dell’Europa, e l’Inghilterra in particolare, potevano sfruttare enormi aree altamente produttive e masse di forza lavoro servile nelle colonie. La dinamica di crescita non sarebbe sostanzialmente endogena (come voleva anche Marx), quanto combinazione di fattori naturali, come la disponibilità di carbone, e geopolitici.

Contribuisce in modo probabilmente decisivo a determinare la parabola del “secolo delle umiliazioni” la duplice sconfitta nelle Guerre dell’Oppio, i decenni in cui questa potente droga distrugge dall’interno la società cinese e drena verso l’Occidente le sue immense ricchezze, la rivolta dei Taiping alla metà del XIX secolo e, infine, quella dei Boxer, dopo la sconfitta della guerra cino-giapponese del 1895. Insomma, una sequenza di tracolli, tutti interconnessi e provocati sostanzialmente da forze esterne.

In questo contesto Formenti racconta come il processo di modernizzazione e nazionalista dell’avvio del Novecento sia intrecciato con l’ascesa del marxismo, poi con la guerra civile che infuriò nel paese per oltre quindici anni, fino al trionfo di Mao nel 1949. Dopo il Grande Balzo e la Rivoluzione Culturale e la morte del Grande Timoniere l’ala destra del PCC prese però il sopravvento e avviò le “Quattro modernizzazioni”. Si trattava, sostiene Formenti, di una sorta di NEP in salsa cinese. Di certo fu il più incredibile successo di una linea politica registrato dall’epoca moderna ad oggi. Prima le Zone Speciali, poi dopo l’esplodere delle contraddizioni sociali inevitabili in processi di impetuoso sviluppo, la vicenda di Piazza Tienanmen. Qui, nel 1989, sincronicamente con la dissoluzione del mondo sovietico europeo (lo stesso anno della caduta del Muro di Berlino e degli altri paesi europei del Patto di Varsavia e poco prima della dissoluzione della stessa Urss), ceti sociali emergenti nella vivace economia cinese rivendicarono “libertà” di tipo liberale e “riforme” probabilmente finalizzate a far cessare l’egemonia del Partito Comunista. Anche se enormemente sopravvalutata, quanto a vittime effettive, la repressione della protesta, dopo una lunga esitazione, fu decisa e risolutiva.

Come racconta Formenti, nei venti anni successivi la lezione portò a recuperare il tradizionale approccio della “società armoniosa” di lascito confuciano. Da un’economia rivolta all’esportazione di prodotti a basso costo e valore aggiunto, la cui redditività era sostanzialmente fondata sull’estrazione di valore dai lavoratori di recente urbanizzazione dalle immense campagne, si passò ad un’economia sempre più sviluppata. L’obiettivo diventò transitare nella fascia di medio reddito, ridurre l’impatto ambientale, innalzare il livello tecnologico. Questa è la strada, accelerata con il mandato di Xi Jimping, che porta la Cina ad essere oggi una grande potenza mondiale.

Nel Secondo Capitolo Formenti prende di petto la questione-Cina. Ovvero la questione se il “Socialismo con caratteri cinesi” possa essere considerato, o meno, una forma di “socialismo”, anziché, semplicemente, “capitalismo”. La medesima questione, con altri strumenti, è stata affrontata anche nel Primo volume di Oltre l’Occidente. Il punto si risolve ragionando sulla nozione marxiana di “Modo di produzione”, che va resa più flessibile, e la “Teoria della transizione”.

Partendo da quest’ultima Formenti ricorda brevemente le polemiche che seguirono alla svolta della NEP, voluta da Lenin per risollevare la società e l’economia russa, piegata dalla guerra civile e nella quale, letteralmente, nelle città si moriva di fame. Già nel 1918 la necessità di riattivare le fabbriche e di sviluppare un’economia moderna, nel mezzo di una guerra, portò Lenin a combattere le minoranze parolaie ed estremiste che avrebbero voluto, sulla scorta di alcuni testi di Marx e Engels, l’immediata cessazione dell’economia monetaria e della proprietà privata. Il punto non è, afferma Formenti sulla scorta di Lenin, definire su “vecchi libri” quanto spazio resti al libero mercato, quanto al controllo pubblico, quanto alle cooperative consiliari, e via dicendo: ciò che conta è chi detiene il potere politico e quali interessi di classe difende e promuove. Inoltre, conta farlo nella situazione concreta.

La domanda chiave, pur nelle contraddizioni che non mancano e di fronte alle tensioni e rischi incorporati in percorsi di sviluppo che sono per loro natura squilibranti, è cioè in che direzione si muove la situazione. Da questo punto di vista ha ben ragione di preoccuparsi l’Occidente, perché non si muove verso di lui.

Nel prosieguo, sulla scorta di alcuni lavori di Gabriele, Formenti ricostruisce la traiettoria e la consistenza dell’economia cinese e riproduce alcune definizioni non dogmatiche di socialismo e capitalismo. Altri autori utilizzati a tal fine sono Cheng Enfu e Vladimiro Giacché.

La questione successiva è se la Cina sia da pensare come una forma di ‘totalitarismo’ o di ‘democrazia non Occidentale’. Posto che per il pensiero standard questa formula, ‘democrazia non Occidentale’ non esiste e non può esistere, il punto è che, semmai, è l’Occidente a non essere, da tempo, più democratico. Come ricorda Formenti all’avvio del capitolo, quella occidentale è ormai per lo più formalità della democrazia. Ciò in quanto il potere reale è transitato verso l’alto in organismi sovranazionali (in Europa) altamente schermati e sotto il controllo dell’alta finanza, oltre che di aziende enormi (le prime sette negli Usa hanno una patrimonializzazione simile al Pil dell’intera UE). È del tutto evidente, per rovesciare il test chi qui detiene il potere politico e quali interessi di classe difende e promuove.

“Democrazia” e “Totalitarismo” sono, è evidente, etichette polemiche che servono da armi nella lotta per il dominio sulla scena del mondo. Tutte le altre forme di governo, anche se elette ripetutamente, sono tacciate di “totalitarismo”, se ostili, e, viceversa, tutte, anche se uscite dai più sanguinosi regimi di apartheid sono “democratiche”, se utili o amiche. Il “doppio standard” è, in pratica, la religione dell’Occidente.

La vera differenza figlia delle diverse tradizioni filosofiche e politiche, come del differente percorso di sviluppo, è che la concezione di consenso e di governo per il popolo cinese non è “procedurale” come quella occidentale. Non è imperniata sulla figura della persona individuale (figura di derivazione cristiana). La scena originaria vede piuttosto il mondo come soggetto politico ed il wuwai (niente fuori). La figura metafisica centrale, affermatasi in epoca Zhou, è qui il Cielo (Tian) e quindi tutto ciò che gli sta sotto (xia). E con esso quello di Datong (“Grande Armonia”) messo a punto da Xunzi (Confucio). La ricerca, insomma, della sicurezza, pace, reciproco supporto e aiuto, senza richiedere uniformità culturale o religiosa. Se pure questo sta cambiando, resta una differenza di aspettativa e attesa. Come scrive Formenti, la totale, sollecita ed efficace risposta dei governanti nei confronti dei bisogni e delle esigenze dei governati è infatti vissuto come un imprescindibile obbligo morale. È parte della costituzione metafisica del mondo.

Al contrario, non sembra replicata nel “totalitario” sistema di governo cinese la straordinaria capacità delle élite occidentali di imporre, sistematicamente, politiche del tutto impopolari ed antipopolari, ignorando completamente ogni protesta, quando non criminalizzandola. Sistema, quello cinese, nel quale sono attivi plurimi e sistematici processi di consultazione, per quella che Daniel Bell chiama una “meritocrazia democratica verticale”, fondata su una tradizione millenaria che risale alla dinastia Ming. La formula sarebbe: democrazia in basso, sperimentazione nel mezzo, meritocrazia ai vertici.

L’ultima parte del capitolo ripercorre alcuni temi del primo volume, intorno al tema del confronto tra l’universalismo “monoteista” occidentale e il singolare universalismo cinese del Tianxia. Infine, lo svolgimento dell’ultimo capolavoro di Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino, per dare conto della traiettoria cinese antevista dal grande teorico italiano.

In questi due volumi ci sono spesso gli stessi autori citati, in sostanza la medesima letteratura con differenze di accentuazione. Resta quindi un progetto comune, strettamente intrecciato e figlio di quasi quotidiani confronti. Indubbiamente figlio del suo tempo, delle emergenze di questo presente tragico e delle contraddizioni che in esso stanno venendo al pettine.

Per questo in entrambi c’è l’urgenza di un conflitto, da dichiarare, alzare e condurre a termine. Ma c’è anche una differenza. Di temperamento e priorità. Nel libro che avete per le mani sono tracciati confini netti. Amici e nemici chiari. In questo è un testo profondamente occidentale, e radicato nella tradizione critica marxista. Avevo diciotto anni quando iniziai a leggere Il Capitale, non capivo molto, direi nulla. Ma sono sempre stato ostinato ed ho continuato. Tuttavia, una cosa passava subito: la chiara passione, la determinazione a definire il mondo e farlo per la lotta. Essere insieme filosofo, che cerca il vero del mondo, scienziato, che del mondo ricerca l’utile e l’efficace, politico, che nulla trattiene se non porta all’azione.


Questo è il maggior pregio di Carlo Formenti.


 

giovedì 18 giugno 2026

OLTRE L'OCCIDENTE (UNO)


Tanto tuonò che piovve. Annunciato più volte su queste pagine, esce finalmente, per i tipi di Meltemi, "Oltre l'Occidente", l'opera in due volumi cui Alessandro Visalli e il sottoscritto hanno dedicato una quota significativa del proprio tempo negli ultimi due anni. Il primo volume Oltre l'Occidente. Nell'ombra di un tramonto epocale, è da oggi in libreria, il secondo, Oltre l'Occidente. L'alba di una nuova era, seguirà fra circa tre settimane. Qui di seguito anticipo la mia Introduzione al primo volume, scritto da Visalli, a suo tempo anticiperò l'Introduzione di Visalli al secondo volume, scritto da me.   






INTRODUZIONE


Quello che state leggendo è il primo volume di un’opera a due mani atipica. Preso atto della difficoltà di uniformare stili di scrittura e modalità espositive, abbiamo deciso di dividerci il lavoro nel seguente modo: ognuno di noi ha scritto un proprio saggio, impegnandosi a introdurre quello dell’altro. Si potrebbe obiettare che non si tratta di un lavoro a due mani, bensì di due libri distinti. Non è così. Non solo il tema, come testimonia il titolo comune, è lo stesso, ma il fitto scambio di stesure provvisorie, osservazioni critiche e suggerimenti ha contribuito a rendere complementari i due testi, sia pure al prezzo di alcune ridondanze, che non scadono a semplici ripetizioni ma arricchiscono gli stessi argomenti di dettagli e sfumature, partendo da angolazioni diverse. Del resto il tema, sintetizzato dal titolo, Oltre l’Occidente, è così ambizioso e complesso, oltre che di scottante attualità, che ci ha obbligato a fare i conti con una vasta mole di analisi e teorie di storici, filosofi, sociologi, economisti e politologi, oltre a riprendere e approfondire i saggi che ognuno di noi ha pubblicato in anni recenti1. Il tutto associato alla consapevolezza che il risultato sarebbe stato, più che un insieme di tesi compiute, un catalogo di ipotesi, interrogativi e suggestioni sul futuro di un mondo che sta attraversando una crisi catastrofica che rischia di precipitare in una Terza guerra mondiale.


Prima di entrare nel merito di alcuni dei temi trattati in questo primo volume (non di tutti, altrimenti, invece di una Introduzione, avrei rischiato di scrivere un terzo volume), faccio una premessa in merito al titolo. Perché oltre l’Occidente e non il tramonto, la fine, la crisi, la sconfitta o uno qualsiasi degli attributi che vengono correntemente associati alle difficoltà di un mondo euroatlantico che fatica a conservare la propria egemonia? Perché gli autori condividono la convinzione che la storia sia già andata oltre la lunga fase (dal XVI al XX secolo) caratterizzata da tale egemonia. Ancorché in crisi e reduce da una serie di sconfitte epocali, L’Occidente non è finito o tramontato, è sempre lì con tutta la sua potenza economica e capacità distruttiva, ma non detiene più il monopolio né della potenza economica né della capacità distruttiva. A parole, non sono pochi coloro che lo riconoscono; sono però molti coloro che, pur riconoscendolo, rifiutano di accettarlo, e sognano di restaurare con qualsiasi mezzo lo status quo ante; infine sono pochi coloro che si sforzano di pensare come potrebbe essere l’oltre, ciò che viene dopo la fine dell’egemonia occidentale (se le convulsioni degli egemoni d’antan permetteranno che vi sia un dopo per la nostra specie). I nostri contributi appartengono a questa minoranza.


Come anticipato, non affronterò tutti i temi del libro di Visalli, né seguirò l’ordine espositivo del libro, mi occuperò invece, nell’ordine: dell’analisi comparata fra i tre maggiori progetti imperiali messi in atto dalle potenze occidentali; della strategia di “ritirata imperiale” con cui gli Stati Uniti stanno reagendo alla crisi; dei limiti delle teorie postcoloniali e decoloniali; del confronto fra universalismo occidentale e universalismo cinese come scontro fra “cosmotecniche”; della “provincializzazione” dell’Occidente come chance di soluzione incruenta della crisi.



I. I grandi progetti imperiali


Visalli analizza differenze e analogie fra la conquista del Sudamerica da parte di Spagnoli e Portoghesi, la costruzione dell’Impero britannico dal Settecento al secondo dopoguerra e la storia della colonizzazione anglosassone del Nordamerica, cui ha fatto seguito l'espansione coloniale degli Stati Uniti. Non mancano riferimenti al colonialismo francese, ma sono relativamente limitati ed episodici. Ciò che, secondo Visalli, accomuna i tre processi, pur nelle reciproche differenze, è l’ideologia implicita nelle parole che lo scrittore vittoriano Rudyard Kipling dedica al “fardello dell’uomo bianco”: la missione del colonialismo è estendere i confini della “civiltà”, obiettivo, chiosa Visalli, in cui si mescolano, in proporzioni variabili, ipocrisia e convinzione.


La differenza più significativa consiste nel fatto che i processi di colonizzazione spagnola, portoghese e francese erano in parte controllati da forme statuali nazionali europee, mentre nella colonizzazione britannica il controllo centrale “fu sin dall’inizio debole e in sostanza la colonizzazione venne organizzata dalle Compagnie private”(al che va aggiunto che le istituzioni create dai primi coloni vennero egemonizzate da estremisti religiosi di classe media, ispirati da un mix di ideologia calvinista e veterotestamentaria).


Valgano in merito due esempi. Il primo si riferisce alla storica controversia fra Padre Bartolomeo de Las Casas e l’umanista Juan Sepulveda: il primo difese di fronte alla corona spagnola i diritti degli indios, sottoposti a sterminio e sfruttamento da parte dei colonizzatori, il secondo individua il fondamento del feroce trattamento degli autoctoni da parte dei “civilizzatori” bianchi, non già “nella superiorità o inferiorità tecnica, quanto nel modo non individuale di stabilire le relazioni sociali. Sia con le persone come con le cose. La somma accusa è di non avere proprietà privata (la medesima accusa un secolo dopo sarà avanzata verso i nativi del Nord America)”. Insomma: gli indigeni sono colpevoli della propria barbarie, come appena definita, e meritano di essere educati anche ai fini della loro stessa salvezza. Il re non si dichiarò a favore dell’uno o l’altro dei due contendenti, ma lo stato spagnolo tenne conto della necessità di contenere gli eccessi dei coloni, che rischiavano di danneggiare gli stessi interessi spagnoli.


Il secondo esempio si riferisce alla Rivoluzione haitiana2: allorché gli schiavi di San Domingo insorgono, chiedendo che i principi del 1789 vengano applicati anche a loro, la neonata Repubblica francese reagisce cercando in ogni modo di schiacciare la rivolta il che, da un lato può essere letto come prova dell’ipocrisia degli sbandierati “diritti universali” dell’uomo, dall’altro può essere interpretato come prova dell’impatto rivoluzionario che l’affermazione di tali diritti sortisce presso i popoli colonizzati.


Questa ambivalenza è assai meno evidente nel caso dell’imperialismo inglese: “Vedremo che fino ad oggi, scrive Visalli, il Nazionalismo imperiale inglese connette in un unico inestricabile insieme idee sulla razza, senso di appartenenza ed ambizione di dominio. Un’unione indissolubile, come vedremo nutrita di ‘bipensiero’ alla Orwell, di ‘totalità disumana’ e ‘promessa di riforme’ che caratterizza l’universalismo liberale nella sua stessa costituzione. Detto altrimenti: la cultura imperiale britannica non è ambivalente, bensì intrinsecamente razzista e violenta, e le sue promesse di riforme valgono esclusivamente per i sudditi di Sua Maestà, non per i popoli sottomessi e colonizzati.


Da un lato, Visalli fa riferimento all’analisi di Cedric Robinson3 e al suo concetto di razzialismo: non è questione di pelle, bensì dell’inquadramento dei popoli sconfitti e sottomessi, non solo neri ma anche irlandesi e boeri, in una classificazione fondata su “un giudizio unilaterale circa il livello di ‘modernità’ e ‘maturità’ rispetto ad un’implicita scala del progresso, secondo i rigidi parametri della filosofia della storia dell’Occidente”. Dall’altro lato segue, sul tema della violenza imperiale, la lezione di Caroline Elkins4, laddove l’autrice sostiene la tesi secondo cui “la violenza era connaturata al liberalismo. Risiedeva nello stesso riformismo liberale, nelle sue pretese di modernità e nelle sue concezioni della legge: elementi, di fatto, opposti a quelli normalmente associati alla violenza”. Non si è dunque trattato solo di sfruttamento economico, bensì di un legame interno e intimo tra liberalismo e violenza (su tale legame vedi., fra gli altri, Andrea Zhok5 ).


Gli Stati Uniti ereditano ed estremizzano il modello britannico. Ne ereditano la spinta violenta alla conquista di territori da “liberare” da culture prive di diritti, nella misura in cui ignorano la proprietà individuale della terra. La estremizzano: in primo luogo perché, una volta affrancati del governo coloniale britannico, non sono più tenuti a rispettare gli accordi che quest’ultimo aveva stipulato con i nativi e passano direttamente allo sterminio dei selvaggi (sul genocidio dei popoli amerindi vedi. L. Pegoraro6); in secondo luogo perché danno vita a un nuovo polo imperiale dal tono esplicitamente veterotestamentario, frutto della secolarizzazione della fede religiosa condivisa dalle componenti più radicali delle eresie maturate nella Rivoluzione inglese del Seicento, con il loro mix di calvinismo e fanatismo biblico. L’universalismo nordamericano è riservato al popolo eletto e al suo diritto a conquistare la Terra Promessa, liberandola dai “selvaggi”. Nella sua versione estesa, esso assume la forma del proselitismo: non potendo conquistare il mondo intero, si impegna a convertirlo, per amore o per forza, al credo della libertà individuale, della democrazia liberale, del diritto di proprietà e del libero mercato.



II. La ritirata imperiale


Trasferitasi dall’Europa agli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, l’egemonia occidentale estende progressivamente i propri tentacoli sul mondo, incontrando solo l’opposizione del blocco socialista guidato dall’Unione Sovietica e, rimosso anche tale ostacolo, sembra avviata a toccare il proprio apice, imponendo, sia all’interno dei confini metropolitani sia nelle periferie e semiperiferie la logica del paradigma neoliberale. A frustrarne il definitivo trionfo sono, da un lato, l’ascesa della Cina (di cui parleremo più avanti), dall’altro le contraddizioni economiche e i conflitti sociali generati dagli effetti indesiderati del suo stesso successo.


Il modello fondato su globalizzazione, finanziarizzazione e terziarizzazione genera crisi che si susseguono ininterrottamente dall’inizio del nuovo millennio, e mette impietosamente a nudo l’insostenibilità di un’economia come quella statunitense, che consuma assai più di ciò che produce, reggendosi sulla capacità di scaricare sul resto dell’Occidente e sui Paesi satelliti l’onere dei propri debiti. Se a ciò aggiungiamo l’indebolimento del controllo sui meccanismi estrattivi (malgrado le continue guerre intraprese per consolidarlo) è evidente che, per sopravvivere, l’impero americano deve tamponare, se non risolvere, le sfide della mancata produzione, dell’eccesso di consumo, della dipendenza dai flussi finanziari, dell’insostenibile centralità del dollaro. Urge quindi un mutamento di paradigma fondato su una parziale restaurazione della potenza regolativa dello Stato o, per dirla con Giovanni Arrighi7, una parziale rivincita della logica territorialista sulla logica capitalistica “pura”.


Per descrivere tale svolta,Visalli parla di “rifondazione ideologica dall’alto”, una rivoluzione passiva, per dirla con Gramsci, delle élite che cercano di cambiare in modo che nulla cambi veramente. Il progetto richiede l’adozione di una nuova retorica che si rivolga non solo ai super ricchi e alle classi medie superiori, ma alle vittime del processo di globalizzazione, illudendole in merito alla possibilità di migliorare la propria condizione a spese di nemici e concorrenti (vedi il “make America great again” di Donald Trump). Richiede inoltre di ristabilire il controllo della domanda interna, il che può avvenire solo “se si riconducono alla logica della potenza dello Stato e non del singolo agente i flussi di capitale”. Richiede infine una progressiva ridefinizione dei confini imperiali, una “regionalizzazione”, ovvero: “spazi economici chiusi o semi-chiusi (...), diverse sovranità tecnologiche (...), ristrutturazione logistica e controllo militare delle aree produttive, flussi e ragioni di scambio tra prodotti e servizi a diverso livello tecnologico”.


Visalli sintetizza l’insieme dei processi appena evocati con il termine di “ritirata imperiale”, una strategia che: “restringa le catene logistiche bisognose di protezione e riduca drasticamente i costi di protezione sostenuti in proprio (convertendoli in ampliamento della spesa militare dei satelliti), rinegozi il multilateralismo, e quindi i margini di autonomia degli attori principali, si garantista gli spazi effettivi di autonomia strategica che poggiano sulla industrializzazione e l’equilibrio delle partite commerciali e finanziarie”. Una strategia che viene realizzata a spese dei Paesi “alleati” sul piano politico militare e rivali sul piano economico, quali Germania, Francia, Italia, Giappone e forse anche “la servizievole e volonterosa Inghilterra”.


III. I limiti del pensiero postcoloniale e decoloniale


I maggiori successi dell’offensiva neoliberale, nella sua fase di massima espansione, sono stati indubbiamente la disarticolazione dei progetti politici e delle strutture organizzative delle classi subalterne dei centri metropolitani, assieme alla cooptazione dei partiti e dei sindacati delle sinistre tradizionali nel blocco di potere egemonizzato dalle élite dominanti. A partire dalla svolta descritta nel precedente paragrafo, il ruolo di questi ultimi si è ridotto alla rappresentanza degli interessi e dei valori culturali degli strati medio alti delle classi medie concentrate nelle grandi città gentrificate, mentre le forze politiche emergenti, protagoniste della “rifondazione ideologica dall’alto”, acquisivano progressivamente il controllo della rabbia degli strati popolari impoveriti dalla globalizzazione e traditi dai propri rappresentanti. Sintomo di questo arretramento è stato, fra gli altri, lo slittamento delle sedi della critica teorica e dell’analisi dell’imperialismo dai partiti e dai movimenti politici di massa ai centri di ricerca accademici, dove ha assunto la forma della produzione letteraria postcoloniale e decoloniale.


Mentre la critica delle generazioni protagoniste dei movimenti eredi del 68 abbandona la critica sociale del sistema e si concentra sulla “critica artistica” – vedi Boltanski e Chiapello8 e vedi i contributi in merito degli autori della presente opera9 -, le teorie postcoloniali, pur non abdicando del tutto alle analisi materialiste e strutturali, “mettono in scena un supplemento” scrive Visalli, che dà spazio soprattutto “alla interiorizzazione dell'ingiustizia, dell'alienazione, la dislocazione l’impossibilità di essere sé stessi sotto uno sguardo che ti nega”.


A mano a mano che, dopo la sconfitta del movimento operaio occidentale, anche le rivoluzioni dei popoli coloniali – ad eccezione di quella cinese e di poche altre – subiscono una battuta di arresto, anche gli esponenti delle intellighenzie del Sud del mondo (perlopiù appartenenti alle comunità diasporiche delle metropoli occidentali) sono protagonisti di una “fuga nella letteratura”, in ragione della quale “la lingua dell’altro viene finalmente parlata, ma non si rovescia il quadro; si resta dentro l’idioma dell’Impero. La postcolonialità diventa talvolta la sua variante melanconica, l’elaborazione del lutto dell’identità spezzata, senza la possibilità di una nuova istituzione del senso”


Visalli cita in merito le critiche che autori come Achille Mbembe, Viveiros de Castro e Boaventura de Sousa Santos muovono alle forme postmoderne della teoria che rischiano di estetizzare una ferita che non si fa più taglio reale. Non basta esprimere il dolore, occorre attraversarlo finché divenga gesto costituente, perché, scrive Visalli, “finché resta solo rappresentazione (pur potente), rischia di restare prigioniera del centro”. Il rischio in questione diventa realtà con la teoria decoloniale che rappresenta a tutti gli effetti un vero e proprio salto epistemico, nella misura in cui mette in atto una fuga nella letteratura che rappresenta e giustifica in quanto esito inevitabile dell'esaurimento delle prospettive politiche10.



IV. Cina versus Stati Uniti: universalismi e cosmotecniche a confronto


Lo spazio limitato di una Introduzione non mi consente di rendere conto della complessità del concetto di cosmotecnica, al quale Visalli dedica una parte importante del proprio lavoro. Mi limito a ricordare che, per l’autore, “la tecnica è la forma storica del darsi dell’uomo nel mondo”, è cioè il medium (non lo strumento, che sarebbe termine riduttivo) tramite il quale l’uomo crea il proprio “mondo” (di qui l’ibridazione con il concetto di cosmologia) e insieme definisce sé stesso in quanto essere privo di fondamento, non determinato da istinti naturali. Non parliamo dunque di idee, bensì di pratiche “incorporate in saperi, tecniche, soggettivazioni e quindi strutture di potere e riproduzione”. La cosmotecnica occidentale, è dunque sia il prodotto della sua caratteristica visione universalistica, fondata sui concetti di libertà individuale, progresso e proprietà privata, sia la matrice materiale su cui tale visione è stata costruita. Insomma: è tutto ciò su cui si è fondato il dominio imperiale che l’Occidente è riuscito a imporre negli ultimi cinque secoli sul resto del mondo. Perciò oggi l’Impero in crisi si trova di fronte alla necessità di costruire una nuova “piattaforma tecnologica” in grado di garantirgli il rinnovo del ciclo egemonico; perciò deve lottare per “la definizione di standard e soluzioni propriamente tecniche; ma anche per il controllo dell’energia che serve a queste nuove tecniche per abilitarle alla scala voluta; per il controllo della mobilità, dei nuovi canali logistici, quindi del tempo” e per i nuovi territori da colonizzare come l’Artico e lo spazio esterno.


La diga contro cui rischia di infrangersi tale progetto è il peculiare universalismo cinese. Mettendo fra parentesi la questione del carattere socialista o meno della società cinese e dell’ideologia dello stato-partito che la governa (marxista con caratteristiche cinesi o “revisionista”), temi di cui mi occuperò a fondo nel secondo volume di quest’opera, mi concentro qui sulle millenarie radici storico-culturali che Visalli indica come fondamento di un possibile futuro alternativo alla continuazione del dominio occidentale.


In primo luogo, Visalli spiega che si tratta di un futuro che non persegue sogni escatologici né ambizioni di egemonia mondiale: “L’orizzonte di Tianxia — letteralmente “Tutto sotto il cielo” — non implica un dominio omologante, ma una forma di ordine armonico tra differenze. Non è immune da ambiguità o strumentalizzazioni, ma rappresenta una modalità alternativa di pensare la coesistenza tra mondi. La Comunità dal destino condiviso, secondo il lessico politico cinese recente, è la risposta simbolica e strategica all’universalismo unipolare. Il Grande ringiovanimento è una linea di forza che è offerta non solo al Paese di Mezzo, quanto a tutti coloro che volessero parteciparvi”.


Sempre Visalli prende atto del fatto che, dopo una fase postrivoluzionaria in cui il Partito era parso voler liquidare come conservatrice e reazionaria la cultura tradizionale cinese, si è assistito alla sua progressiva rivalutazione, a partire dal confucianesimo. Una rivalutazione che è culminata con il lancio, da parte del Presidente cinese in carica, Xi Jinping, della parola d’ordine della armonia nella diversità, e con la messa a punto di una strategia che mira ad accogliere in modo selettivo i contributi della cultura e delle tecnica occidentali, “decolonizzando l’immaginario che penetra in Cina attraverso le merci, le immagini, i prodotti culturali e le aziende occidentali”.


Un altro pilastro di tale strategia consiste nel progressivo consolidamento dei Brics come polo d’ordine in grado di bilanciare quello Occidentale, pur senza opporsi direttamente ad esso. Ciò è possibile, scrive ancora Visalli, “perché nella mentalità cinese non è presente quella premessa escatologica e messianica, derivata dalla tradizione giudaico-cristiana, per la quale esiste una sola via alla ‘salvezza’ collocata in avanti nel tempo (...) la Cina può diventare moderna senza diventare occidentale valorizzando la propria ‘civilizzazione statuale’ millenaria e le proprie categorie di ordine e coesione”.


Chi ha memoria e riposa nella certezza della propria identità e forza, conclude citando un articolo della rivista “Guancha”, “non ha bisogno di schiacciare l’altro. Può praticare lo spirito di Bandung, il non allineamento, non confronto e non prendere di mira terze parti”.



V. Provincializzare l’Occidente


Fra l’Occidente e il blocco dei Paesi che ne sfidano l’egemonia, non solo Cina e Russia, è in corso una guerra senza quartiere sul piano economico, politico, culturale e ideologico, la cui posta è quale delle cosmotecniche a confronto finirà per prevalere, anche senza esercitare un dominio assoluto. In questo scontro per la preminenza globale l’Occidentale lotta per mantenere il primato, il resto del mondo per instaurare relazioni più paritarie. Detto in modo schematico: lo scenario descritto da Visalli propone, da un lato, la “Piattaforma geo-tecnologica” cinese imperniata su un sistematico rifiuto della logica amico-nemico, sostituito dalle molteplici vie (Dao) alla comune umanità; dall’altro lato, la “Piattaforma geo-tecnologica” americana che, nel progetto della “ritirata imperiale” (vedi sopra) immagina un sistema gerarchico nel quale “ognuno abbia i suoi satelliti da gestire e da ‘proteggere’ e tra questi ci siano scambi regolati dai rapporti di forza”.


La posizione di chi, come gli autori di questa opera, critica dall’interno l’Occidente (né può essere altrimenti: se accettiamo l’assunto marxiano secondo cui l’essere sociale determina la coscienza, il punto di vista di chi parla non è mai esterno al sistema in cui è nato e nel quale vive) non può essere che quella di auspicare la nostra “provincializzazione”, il che significa “riconoscere che la Verità non abita più l’Uno, ma si situa nei molteplici. Ciò sposta radicalmente la lotta politica anche sul piano della narrazione, e apre alla possibilità di pensare una modernità senza universalismo, senza centro. Una nuova e diversa idea di emancipazione”. Non è impresa facile, visto che si tratta di “individuare come nemico principale noi stessi”, ovvero, specifica Visalli “quell’Occidente che ha smarrito sé stesso”.


Quest’ultima definizione mi impone di mettere in luce una differenza, di temperamento e di stile più che di sostanza, fra gli autori di quest’opera . Nelle pagine iniziali di questo volume leggiamo: “Si tratta di un libro condotto a due mani con Carlo Formenti, che firma il testo complementare, Oltre l’Occidente. Idee e storie di chi c’è andato con il pensiero e con l’azione. Nei due testi, sulla base di una lettura comune delle radici della hybris occidentale (...), Carlo si concentra sulla ‘provincializzazione’ della tradizione marxista, senza abbandonarla, e sui soggetti storici della liberazione. Nel suo testo abitano rivoluzionari, partiti, movimenti (...), che pongono la domanda di chi fa la rivoluzione, ma anche come la fa. (...) Qui troverete soprattutto concetti: tecnica, relazione, cosmologia, universalismo, nulla, essere. Troverete anche una diagnosi dello scontro, epocale, tra il vecchio egemone imperiale che si pensa come ‘Occidentale’ e detentore dei criteri universali, e il mondo. O meglio, i mondi. Plurali, irriducibili, pieni di energia nuova e di determinazione. Scontro che si tiene sul piano politico, normativo, economico, militare persino, ma anche di Piattaforma Tecnologica, un costrutto di sintesi che cerca di tenere insieme questi piani. È terminato il tempo in cui si poteva presumere che ‘modernità’, ‘tecnoscienza’ e ‘Occidente’, insieme alla prospettiva che tutto teneva insieme, il ‘Progresso’, fossero lo spirito del mondo”.


Sottoscrivo, ma aggiungo che, oltre alle tematiche appena descritte, ci distingue, da un lato, il costante sforzo di Visalli di sottolineare che il conflitto non è mai totale (il nemico è l’Occidente nella misura in cui ha smarrito sé stesso, il che implica che qualcosa è stato smarrito e che vale la pena di provare a recuperarlo). Viceversa la visione che troverete nel mio testo è squisitamente politica, e poiché non può darsi lotta politica senza tracciare un netto confine fra amico e nemico, incontrerete molta meno attenzione ai valori positivi della tradizione occidentale, che solo dopo che questa sarà stata provincializzata, cioè sconfitta, potranno a mio avviso essere in qualche misura recuperati o salvati.


Carlo Formenti


Genova, Ottobre 2025

1Vedi. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020 e Classe e partito, Meltemi, Milano 2023. Vedi inoltre C. Formenti, Il socialismo è morto. Viva il socialismo, Meltemi, Milano 2019 e Guerra e rivoluzione, 2 voll. Meltemi, Milano 2023.

2Cfr. C. L. R. James, I giacobini neri, DeriveApprodi Roma 2015.

3Cfr. C. Robinson, Black marxism, Alegre 2023.

4Cfr. C. Elkins, Un’eredità di violenza, Einaudi, Torino 2024.

5Cfr. A. Zhok, Critica della ragione liberale, Meltemi, Milano 2020.

6Cfr. L. Pegoraro, I dannati senza terra, Meltemi, Milano 2019.

7Cfr. G. Arrighi, Il lungo secolo XX, il Saggiatore, Milano 1996.

8Cfr. L. Boltanski, L. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

9Vedi nota 1

10Per una critica degli autori Decoloniali, vedi, fra gli altri, Kevin Ochieng Okoth, Red Africa, Meltemi, Milano 2024.

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