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martedì 29 settembre 2026

SPUNTI PER UNA DISCUSSIONE DEL PENSIERO
DI DOMENICO LOSURDO



A partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso la cultura delle sinistre europee ha subito un processo di “americanizzazione”, in ragione del quale le teorie, l’ideologia e i valori della New Left d’Oltreoceano hanno progressivamente rimpiazzato la tradizione del pensiero rivoluzionario di Lenin, Mao e altri leader rivoluzionari, fondato sulle esperienze dell’Ottobre 1917 e della vittoria del Partito Comunista Cinese del 1949. In termini storici questo processo è stato relativamente rapido. Se nella prima metà dei Settanta gran parte dei gruppuscoli nati dall’ondata di lotte iniziata nel 1968 si dichiaravano “marxisti-leninisti” e i grandi Partiti Comunisti occidentali, a partire da quello italiano, pur condannando l’estremismo dei movimenti in questione, non avevano ancora ripudiato le proprie radici storiche, nella seconda metà del decennio le tappe della mutazione si susseguono a ritmo incalzante: dalle dichiarazioni di Berlinguer, che proclama l’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre e dichiara si sentirsi garantito dell’adesione dell’Italia alla NATO, al dissiparsi delle simpatie delle sinistre radicali nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, frettolosamente accusata si avere avviato un processo di restaurazione del capitalismo dopo le riforme del 1978; dal divorzio fra critica sociale e “critica artistica”, per usare la formula con cui due sociologi francesi1 battezzano la separazione fra lotte per i diritti sociali e lotte per i diritti individuali e civili che caratterizza i nuovi movimenti “single issue”, come femminismo ed ecologismo, alla trionfale celebrazione della caduta del Muro di Berlino, che accomuna destre liberali e militanti della sinistre “radicali”; dalla trasformazione del PCI in un clone dei Democratici USA al ripudio delle lotte antimperialiste dei popoli del Sud del mondo, liquidate come nazionalismo “terzomondista”.


Si potrebbe obiettare che, prima di colonizzare l’Europa, la cultura della New Left era stata a sua volta plasmata dalla French Theory2 e da un pensiero marxista occidentale ridotto a virtuosismo verbale, arte di cui Antonio Negri3 è stato il massimo interprete. Senza dimenticare l’influenza che la Scuola di Francoforte4 aveva esercitato sulle università angloamericane nei decenni precedenti. L’osservazione non è priva di fondamento, anche se va precisato che, come dimostra un bel libro di Gabriel Rockhill5, l’influenza di quelle correnti intellettuali sul mondo accademico angloamericano è stata sistematicamente usata dalle élite liberali per costruire la narrazione mediatica di una sinistra “democratica” duramente critica nei confronti del “socialismo reale”, funzionale alla propaganda anticomunista e alla guerra fredda culturale.


Seppure non sono mancate voci autorevoli che hanno criticato il processo di americanizzazione del marxismo occidentale e denunciato il suo impatto negativo sulla lotta di casse a livello mondiale, si è trattato di casi relativamente rari che si è fatto di tutto per isolare o condannare come espressione di dogmatismi anacronistici. Si pensi, ad esempio, all’irritazione – e al sabotaggio editoriale6 -, suscitati dalla pubblicazione dell’ultimo, formidabile lavoro di Gyorgy Lukacs, quella Ontologia dell’essere sociale7 che rivoltava come un calzino l’intera tradizione della “marxologia” accademica; si pensi alla lunga, ostinata opposizione al pensiero delle sinistre mainstream di un Costanzo Preve8, premiato con l’infamante accusa di rossobrunismo”; si pensi allo sbeffeggiato sforzo di nuotare controcorrente di Domenico Losurdo, al centro di questo articolo. Fortunatamente iniziano oggi a emergere timidi segni di controtendenza, dalla presa di coscienza, ancorché embrionale, dei disastri provocati da decenni di cultura “woke”, ai sussulti pacifisti, antisionisti e antimperialisti che sembrano scuotere persino i giovani Dem. Uno di questi segni è associato proprio al nome di Losurdo: mi riferisco alla prossima pubblicazione di un’edizione americana del suo ultimo libro, La questione comunista, uscito postumo nel 2021 per i tipi dell’editore Carocci. Mi auguro possa essere il primo passo verso un’inversione di rotta del flusso delle idee: dalla colonizzazione dell’Europa da parte della New Left alla contaminazione della cultura americana di sinistra da parte di un pensiero marxista critico che ha saputo resistere all’invasione. Celebro quest’ultimo evento, con questo post che ripercorre alcuni nodi del pensiero di Losurdo a partire da La questione comunista e Il marxismo occidentale9, due libri che, come nota il curatore Giorgio Grimaldi nella Introduzione del primo, vanno considerati altrettante tappe di un progetto unitario.


I.

Gli aggettivi orientale e occidentale – che connotano la divaricazione fra le due grandi correnti del marxismo novecentesco - rischiano di privilegiare la dimensione geografica della contrapposizione. Questa tendenza è stata coltivata soprattutto in campo occidentale: a coniare il termine marxismo occidentale è stato il trozkista inglese Perry Anderson10 e, nel corso della guerra fredda, la Russia sovietica veniva descritta dalla propaganda occidentale come una potenza “asiatica”, estranea alla cultura e alla civiltà euro-americane, il che ha pesato non poco sui giudizi critici delle sinistre nei confronti dei “socialismi reali” dell’Europa dell’Est. Losurdo pone al contrario l’accento sulle radici storiche della divaricazione: gli anni che vanno dal 1914 (inizio della I Guerra mondiale), al 1917 (Rivoluzione d’Ottobre), ai primi anni Venti, caratterizzati dall’avvio della costruzione dello Stato sovietico, segnano un divorzio che riguarda sia la teoria che la prassi politica.


A marcare la differenza è in primo luogo l’analisi leniniana sull’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Lenin vede nella I Guerra mondiale l’esito necessario delle contraddizioni del sistema imperialista e condanna senza possibilità di appello i partiti socialisti aderenti alla II Internazionale che hanno votato i crediti di guerra, schierandosi al fianco dei rispettivi governi nazionali. La scelta di cambiare il nome del Partito Socialdemocratico Russo in Partito Comunista, così come quella di sostenere la scissione delle ali sinistre dei Partiti Socialisti europei e della loro costituzione in Partiti Comunisti aderenti alla III Internazionale, sono l’esito conseguente di questa condanna nei confronti dello sciovinismo nazionalista dei Partiti aderenti alla II Internazionale.


L’incomprensione dell’essenza del fenomeno imperialista da parte dei socialismi europei ha come conseguenza la sottovalutazione, se non addirittura la rimozione, della questione coloniale: mentre Lenin riconosce nei popoli oppressi dalle potenze coloniali dei soggetti rivoluzionari a pieno titolo, destinati a svolgere un ruolo strategico nella lotta contro il sistema capitalista mondiale, i partiti della II Internazionale si attardano a sognare una rivoluzione “puramente” proletaria, confinata nei Paesi capitalistici avanzati, ignorando il fatto che lo sfruttamento delle colonie consente alle metropoli imperiali di elargire le briciole dei sopraprofitti così realizzati alle proprie aristocrazie operaie, e di mantenere in questo modo la pace sociale al proprio interno.


È pur vero che il concetto leninista di imperialismo e le sue implicazioni politiche sono stati “importati” in Europa occidentale dai maggiori partiti comunisti nati nei primi decenni del Novecento e, dopo la parentesi imposta dall’affermarsi dei regimi nazifascisti, sono tornati d’attualità nel secondo dopoguerra. Tuttavia, fatta eccezione per le grandi mobilitazioni in appoggio alla guerra di liberazione vietnamita contro l’aggressione americana, la consapevolezza dell’importanza delle lotte dei popoli coloniali non ha mai raggiunto in Europa i livelli di Paesi come la Cina, Cuba lo stesso Vietnam e altri Paesi del Sud del mondo, dove l’obiettivo della trasformazione in senso socialista della società è stata fin dalle origini associato a quello del conseguimento dell’autonomia e della sovranità nazionali (vedi l’atteggiamento ambiguo del partito Comunista Francese nei confronti della lotta di liberazione del popolo algerino).


La guerra nazista ha chiaramente avuto il carattere di una conquista coloniale nei confronti degli altri Paesi europei – Losurdo non manca di sottolineare come ciò sia particolarmente evidente nel caso dell’aggressione alla Russia sovietica che, nei progetti del Terzo Reich, era il preludio di un colonialismo d’insediamento, con lo sterminio del popolo slavo e la sua sostituzione da parte di coloni tedeschi – dal che deriva che le guerre di resistenza all’occupazione nazista possono a tutti gli effetti essere considerate lotte contro il colonialismo. Tuttavia ciò ha influito solo in parte sull’appoggio delle sinistre occidentali nei confronti delle lotte di liberazione degli altri popoli del mondo, che è sempre stato meno deciso rispetto a quello dell’Unione Sovietica e degli altri governi del campo socialista.


Questa sottovalutazione, osserva Losurdo, è il prodotto, da un lato, di un pregiudizio eurocentrico, se non di una forma di vero e proprio sciovinismo filo occidentale, dall’altro lato, dell’idea che una rivoluzione socialista sia difficilmente realizzabile in Paesi “arretrati”11, per cui anche le rivendicazioni socialiste delle rivoluzioni del Sud del mondo vengono guardate con diffidenza, in quanto le si considera “inquinate” da ideologie nazionaliste. Insomma: eurocentrismo e internazionalismo astratto – costantemente a rischio di trasformarsi in cosmopolitismo borghese – sono la zavorra che frena la consapevolezza del ruolo strategico delle lotte di liberazione nazionale nella guerra mondiale contro il sistema capitalista.


Nemmeno la nascita, a partire dalla fine degli anni Sessanta, di formazioni di sinistra radicale critiche nei confronti dei partiti comunisti tradizionali ha corretto questo atteggiamento. Al contrario, trozkisti e operaisti hanno ri-attualizzato le critiche che Bordiga e altri esponenti delle ali “di sinistra” dei neonati partiti comunisti dell’Europa occidentale avevano rivolto negli anni Venti alla svolta della NEP voluta da Lenin, rilanciandone le accuse di restaurazione del capitalismo e/o di instaurazione di un regime di “capitalismo di stato”12. Quanto alle correnti maoiste, dopo il fallimento della Rivoluzione Culturale, hanno applicato lo stesso metro di giudizio nei confronti della Repubblica Popolare Cinese. A unificare questi critici di sinistra dei socialismi reali è una visione estremista-utopista del processo di costruzione del socialismo che si fonda su certe affermazioni di Marx ed Engels che associavano il socialismo alla fine dell’economia mercantile, nonché all’estinzione dello stato e di ogni forma di conflitto sociale13.


II.

Messianismo, utopismo, antistatalismo, ribellismo, internazionalismo astratto (cosmopolitismo) questi i principali capi d’accusa che Losurdo elenca nella sua serrata critica del marxismo occidentale, concentrando la propria attenzione in particolare sugli intellettuali delle correnti più “radicali” delle sinistre europee. Losurdo non nega che anche in Marx ed Engels fosse presente una tendenza messianica. Ciò che contesta è l’incapacità di contestualizzare storicamente tale tendenza, di metterla cioè in relazione con il fatto che le teorie “classiche” sulle caratteristiche di una futura società socialista sono state formulate assai prima di qualsiasi tentativo di misurarne la applicabilità nella concreta realtà storica. Viceversa, la maggior parte degli intellettuali che hanno criticato i socialismi reali, lo hanno fatto da un punto di vista idealista che assume quelle teorie come un modello astratto, un idealtipo valido per ogni luogo e ogni tempo.


Gli esempi di questa postura idealistica sono innumerevoli. Il messianismo di autori come Ernst Bloch14 e Walter Benjamin15 rinvia, per esempio, alla tradizione ebraico-cristiana (sia pure con accenti diversi: nel primo si avverte l’evocazione di un futuro luminoso che presuppone una visione unilineare del tempo, laddove nel secondo sono presenti chiare risonanze apocalittiche). Nelle critiche contro la NEP sollevate nei primi anni Venti del Novecento dalla sinistra bolscevica e da alcuni dirigenti dei neonati partiti comunisti europei si esprime il risentimento nei confronti del “tradimento” della visione dogmatica del socialismo canonizzata da Marx ed Engels (vedi sopra). Analogo discorso vale per le formazioni marxiste-leniniste degli anni Sessanta e Settanta che, dopo avere esaltato l’ortodossia maoista contro il revisionismo sovietico, accomuneranno Russia e Cina nella condanna dopo il fallimento della Rivoluzione Culturale. I trozkisti attaccano soprattutto la teoria staliniana della costruzione del socialismo in un solo paese, che considerano una deviazione dall’ideologia internazionalista (con il paradosso per cui il socialismo diviene inattuabile per definizione, vista l’impossibilità di realizzare contemporaneamente la rivoluzione nel mondo intero).


Il focus delle critiche dunque varia, concentrandosi, di volta in volta, sulla mancata promessa di estinzione dello Stato, sulla mancata abolizione del denaro e del mercato e/o sulla mancata realizzazione del controllo operaio sulla produzione. Le critiche al potere politico ed economico tendono a convergere nella demonizzazione del potere in quanto tale. Questo spirito “ribellista” non è appannaggio esclusivo dei movimenti anarchici ma è condiviso sia dai fan occidentali della rivoluzione culturale che dagli ideologi operaisti. Nell’opera di Antonio Negri, massimo esponente di quest’ultima corrente, la demonizzazione del potere in quanto tale raggiunge il parossismo, al punto da svalutare le lotte di liberazione nazionale in quanto lo Stato è il loro “regalo avvelenato”. In Negri e nei movimenti che si ispirano al suo pensiero, troviamo anche la rivendicazione dell’abolizione immediata, oltre che dello stato, della forma partito e del lavoro salariato. Né mancano le profezie religiose sul comunismo come fine di ogni forma di conflitto e come avvento dell’amore universale.


A fronte di queste farneticazioni, Losurdo riparte dal Lenin del 1923, il quale, accantonate le utopie messianiche di realizzazione immediata del regno dell’utopia, invita il partito e il popolo sovietici a impegnarsi nell’edificazione dello Stato socialista. Il lascito del leninismo, scrive Losurdo, consiste nella consapevolezza che gli elementi di natura utopistica e messianica possono avere una funzione positiva nelle fasi iniziali della lotta rivoluzionaria, ma devono poi lasciare spazio ai compiti concreti della gestione del potere politico, in assenza del quale nessuna società postcapitalistica potrà mai essere costruita. L’antistatalismo e il ribellismo incapace di riconoscersi in una realtà politica concreta e determinata, sono caratteristiche tipiche della piccola borghesia intellettuale, la quale non è solo priva di esperienza di gestione del potere, ma è anche scarsamente interessata ad acquisirla. Ma la scarsa comprensione dello Stato, come Gramsci, e non solo lui16, ci hanno insegnato, significa scarsa coscienza di classe, significa ignorare che lo Stato non è il male assoluto ma è, al tempo stesso, il terreno su cui si gioca lo scontro fra le classi sociali e la posta di tale scontro, che deciderà la vittoria dell’una o dell’altra parte. Per ribadire il concetto, Losurdo cita il giudizio di Gramsci laddove costui afferma che le frasi ultrarivoluzionarie, sovversiviste, antistataliste sono espressione di apoliticismo, di evasione dal conflitto sociale e sostanziale rinuncia a modificare l’esistente.


Losurdo dedica poi particolare attenzione al tema del rapporto fra lotta di liberazione nazionale e lotta all’imperialismo. Il concetto di imperialismo è praticamente sparito dal vocabolario delle sinistre occidentali dopo la fine della guerra del Vietnam e dopo che la quasi totalità dei Paesi del Sud del mondo ha ottenuto l’indipendenza politica. A partire da quel momento è prevalso un internazionalismo astratto che condanna il patriottismo delle nazioni ex coloniali. Il fatto che in Russia e in Cina il problema dell’edificazione del socialismo sia passato in secondo piano rispetto alla lotta nazionale contro l’imperialismo, il fatto che Ho Chi Min e altri leader si siano avvicinati alla III Internazionale perché spinti da ragioni patriottiche, più che dall’adesione all’ideologia comunista, la tardiva conversione di Castro al socialismo e la sua autocritica per avere in passato sottovalutato la forza del sentimento nazionale, vengono accantonati come manifestazioni di “arretratezza” e/o di “terzomondismo”. Per i teorici della rivoluzione “pura” il teatro della “vera” lotta di classe può essere solo quello delle metropoli del capitalismo avanzato, tutto il resto è, nella migliore delle ipotesi, occasione di alleanze tattiche, nella peggiore, di regressione verso ideologie nazionaliste e quindi, per definizione, “di destra”. La cancellazione della categoria di imperialismo, che Negri e Hardt sostituiscono con quella di impero17, fa sì che questi due autori non esitino a legittimare l’aggressione occidentale contro la Jugoslavia in nome della tutela dei “diritti umani” e ad esaltare il “socialismo” sionista dei kibbutz, ignorando che si tratta del frutto del colonialismo di insediamento dello Stato di Israele contro il popolo palestinese.


Di più: Losurdo dimostra come la critica del socialismo reale tenda a slittare in criminalizzazione del comunismo tout court. Questa deriva si fonda sull’uso del concetto di totalitarismo canonizzato, fra gli altri, da Hannah Arendt18. Accomunando sotto l’etichetta di totalitarismo i regimi nazifascisti e comunisti, questi autori hanno creato i presupposti per l’affermarsi di una dottrina di Stato che, in alcuni casi, ha ottenuto sanzione giuridica: basti pensare ai paesi ex socialisti in cui il comunismo viene sanzionato come reato di opinione, violando le regole della democrazia, o alla delibera del Parlamento della Ue che ha equiparato (con l’avvallo di buona parte delle “sinistre”) comunismo e nazismo, una disgustosa operazione di revisionismo storico che, per parafrasare una battuta di Bertinotti, ha reso “impronunciabile” la parola comunismo.


Per concludere vale la pena di segnalare altre due questioni, fra loro interconnesse, sulle quali Losurdo prende le distanze dal marxismo occidentale, mi riferisco alla critica della ragione scientifica e tecnologia e a quella della crescita economica in quanto tale. La critica della ragione tecnoscientifica ha due illustri predecessori nei guru della Scuola di Francoforte Adorno e Horkheimer19, ma è in tempi più recenti che ha ricevuto un forte impulso, attraverso il diffondersi di ideologie come il femminismo e l’ecologismo, che ne hanno elaborato versioni meno sofisticate sul piano filosofico ma più “popolari”, come l’identificazione fra maschilismo, volontà di potere e dominio sulla natura, ed è esplosa con il successo delle teorie della decrescita, le quali imputano il collasso ambientale al connubio fra tecnica e mercato, che nella società capitalistica funge da motore del processo di accumulazione illimitata, per cui propongono la transizione a un modello economico e sociale caratterizzato dalla crescita zero.


Detto che nei suoi attacchi ai “decrescitisti” Losurdo è talvolta ingeneroso, semplificandone e ridicolizzandone gli argomenti, mi pare che il nodo del contendere ruoti attorno alla distinzione fra crescita e sviluppo capitalistici e crescita e sviluppo in generale. Giustamente, Losurdo si propone di distinguere fra i due livelli e ritiene assurdo attribuire validità universale al paradigma della decrescita applicandolo indifferentemente sia alle metropoli che ai Paesi in via di sviluppo. Il caso della Cina è particolarmente utile per afferrare i termini della controversia. Oggi la Cina è all’avanguardia non solo nel settore delle tecnologie per la produzione di energie “pulite”, ma anche nello sforzo di risanare l’ambiente del Paese, che aveva subito un forte impatto negativo a causa del processo di industrializzazione massivo e accelerato, ma fino a non molto tempo fa il suo ritmo convulso di crescita economica non era solo criticato, ma veniva anche additato come prova del suo carattere capitalistico, identico a quello dei Paesi occidentali. Anche in Losurdo – sebbene egli non abbia avuto il tempo di scrivere una parte interamente dedicata all’argomento, come prevedeva il piano originario del suo ultimo libro – l’analisi della storia cinese recente è fondamentale per il tema che stiamo qui discutendo. In particolare, cita Mao laddove costui afferma che occorre superare il capitalismo senza compromettere la capacità di sviluppare le forze produttive, e osserva che la storia ha dimostrato che la Cina è riuscita ad assimilare la scienza e la tecnica dei Paesi che le avevano imposto il giogo coloniale fino a sopravanzarli in molti settori strategici della produzione e della ricerca scientifica e tecnologica (resta aperto il dibattito se tale assimilazione sia avvenuta, come sostengono gli intellettuali comunisti cinesi, in modo critico, o se si sia invece trattato, come accusano i critici, di “copiare” le conoscenze occidentali). Inoltre, polemizzando con quei marxisti che ritengono che le riforme di Deng abbiano tradito il socialismo, replica che non di tradimento si è trattato, bensì di presa d’atto che il socialismo non può essere miseria e che l’apertura al mercato (parziale e sotto lo stretto controllo dello stato-partito) ha consentito di uscire dalla povertà estrema centinaia di milioni di persone. Senza sviluppo scientifico e tecnologico e senza crescita delle forze produttive ciò non sarebbe stato possibile.


In questi ultimi passaggi ho già delineato il nodo teorico al centro del prossimo paragrafo, dedicato al complesso rapporto fra comunismo e liberalismo nel pensiero di Losurdo: fino a che punto la visione storica di questo autore pecca di “continuismo”, fino a che punto, cioè, il suo punto di vista, ancorché critico nei confronti del marxismo occidentale, resta ingabbiato in un paradigma storicista “classico” (non esente da sfumature eurocentriche), per cui i passaggi da una fase all’altra non implicano mai discontinuità radicale, bensì un superamento del passato che implica tuttavia una sua più o meno ampia conservazione (vedi il concetto hegeliano di aufhebung)?


III.

Non è qui mia intenzione approfondire criticamente il pensiero di Losurdo sul liberalismo, anche perché ciò richiederebbe prendere nella dovuta considerazione la sua Controstoria20, il che richiederebbe più spazio di quello concessomi da questo paragrafo. Nelle due opere di cui ci stiamo qui occupando, tuttavia, non mancano abbondanti riferimenti all’argomento, né mancano spunti per affrontare il nodo cui accennavo in chiusura del paragrafo precedente, vale a dire il rapporto fra continuità e rottura nella concezione del tempo storico di Losurdo.


Tanto ne La questione comunista quanto nel Comunismo occidentale Losurdo descrive due aspetti dell’ideologia liberale, ben sintetizzati dalla sua analisi critica del pensiero politico di Norberto Bobbio: da un lato, condivide il punto di vista di questo autore in merito alla necessità che i comunisti sposino la causa della libertà formale garantita dai sistemi occidentali, dall’altro lato, gli rimprovera di ignorare la negazione della libertà formale ai popoli dei Paesi colonizzati. Per il momento metto fra parentesi il primo giudizio per concentrarmi sul secondo.


Nel descrivere in quale misura i diritti formali proclamati dalle costituzioni liberali siano stati ignorati e calpestati nei Paesi sottoposti al dominio coloniale (oggi è d’obbligo aggiungere neo e post coloniale) dalle potenze occidentali, Losurdo sembra consapevole che non si tratta di una semplice “contraddizione”, bensì di una logica strutturale connaturata al sistema imperialista mondiale. Cita i giudizi degli intellettuali di colore che hanno denunciato la natura liberal fascista del sistema di potere imperiale21; ricorda che la dottrina politica di Hitler era esplicitamente ispirata ai metodi dell’imperialismo inglese (come di quello americano); ammette che secoli di sviluppo del capitalismo mondiale egemonizzato da Paesi di consolidata tradizione liberale non hanno realizzato il compimento dell’emancipazione politica, e che la presunta tendenza a tale emancipazione è stata sistematicamente neutralizzata dall’espansione coloniale che ha generato mostruose forme di disuguaglianza e illibertà sia nelle colonie che nelle metropoli (sottolineatura mia); infine scrive che il militarismo imperialista finisce per compromettere la democrazia nella stessa metropoli capitalistica (sottolineatura mia).


Sembrerebbero esservi i presupposti per riconoscere che la “libertà” liberale è una narrazione ideologica dietro la quale si celano i rapporti di forza fra dominanti (unici destinatari dei “diritti” liberal democratici) e dominati (sistematicamente esclusi da tali diritti). Eppure non sono queste le conclusioni di Losurdo. Infatti liquida come “marxista volgare” la contrapposizione – teorizzata, fra gli altri, da Della Volpe - fra libertas maior (libertà dal bisogno) e libertas minor (la libertà sancita dallo stato di diritto occidentale) cui contrappone il primo Bobbio, allorché questo autore riconosceva che non c’è autentica libertà senza libertà del bisogno, ma aggiungeva che i regimi socialisti non avrebbero potuto realizzare l’emancipazione senza adottare le libertà formali del regime occidentale. E quiè evidente l’influenza di Togliatti e della sua concezione della democrazia progressiva e della via italiana al socialismo (del resto Losurdo lo cita esplicitamente laddove invita i comunisti a rivendicare l’eredità “dei punti alti della tradizione liberale”).


Mi sento di poter affermare che Losurdo ha potuto tenere questa posizione solo ignorando le prove dell’irreversibile e totale fallimento storico del progetto liberale, del quale aveva già a disposizione innumerevoli prove, dalla degenerazione post democratica di tutti i sistemi liberali occidentali (dagli Stati Uniti alla Ue), alla rinnovata aggressione colonialista nei confronti del Sud del mondo (il genocidio in Palestina e le aggressioni a Venezuela e Iran sono posteriori alla sua morte ma erano stati anticipati da analoghi eventi).


Nemmeno risalendo indietro nel tempo è facile salvare un originario spirito “progressivo” della rivoluzione liberale. Per esempio, Losurdo cita la rivolta degli schiavi di Haiti, contemporanea alla Rivoluzione francese, e l’abolizione della schiavitù da parte del governo rivoluzionario di Parigi, ma dimentica il fatto che l’abolizione è avvenuta solo dopo la sconfitta militare delle spedizioni che i “rivoluzionari” di Parigi (condizionati dagli interessi economici fondati sullo sfruttamento del lavoro degli schiavi) avevano organizzato per stroncare la rivolta22.


Ancora. Non sapremo mai cosa avrebbe scritto Losurdo nel capitolo sulla Cina che avrebbe dovuto completare il libro sulla Questione comunista. Sappiamo però che il Partito Comunista Cinese respinge senza se e senza ma l’idea di inserire nel proprio sistema istituzionale le regole del liberalismo occidentale. Losurdo scrive che Deng, dopo la fine della Rivoluzione Culturale, ha imposto il “ritorno della legge”, ma quella legge non è, né sarà mai (a meno di un crollo del regime), la “nostra” legge. La via cinese alla libertà e alla democrazia è il frutto di un’evoluzione storica della tradizione e dei valori di una civiltà millenaria che solo adottando un universalismo astratto ed eurocentrico possiamo immaginare che approdi a esiti paragonabili ai nostri23. E’ in questo contesto che si inserisce il nodo sulla continuità o discontinuità del processo storico. La visione prevalente nel pensiero rivoluzionario europeo, dalla quale Losurdo non si distacca del tutto, malgrado le dure critiche rivolte al marxismo occidentale di cui sopra, si fonda sul presupposto che la rivoluzione socialista superi la rivoluzione borghese trascendendone i limiti ma salvandone (aufhebung) i principi progressivi. Questa visione rimuove il fatto che il soggetto della rivoluzione borghese è una classe che detiene già l’egemonia economica e culturale, mentre quella socialista ha come protagoniste classi prive di qualsiasi potere economico e politico, per cui implica una discontinuità ben più radicale del processo storico. Losurdo teme che questo punto di vista possa ispirare “un’attesa messianica dell’evento”. Ma la verità è che, senza questa discontinuità radicale - che portò alla rottura fra Lenin e i partiti della II Internazionale -, non vi sarebbe stata, come argomenta Luciano Canfora nel suo ultimo libro24, la Rivoluzione del 1917 (né, aggiungo io, la Rivoluzione cinese del 1949).






1Cfr, L. Boltanski, L. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

2Così gli accademici anglofoni definiscono il pensiero di Deleuze, Guattari, Foucault, Derrida e altri filosofi francesi che egemonizza la scena della filosofia mondiale negli ultimi decenni del Novecento

3Della vasta produzione editoriale di questo autore mi limito qui a citare l’opera più celebre, realizzata in coppia con Michael Hardt, Impero, Rizzoli, Milano 2001.

4A influenzare l’ideologia delle nuove sinistre delle due sponde dell’Atlantico è stato, più dei due più celebri esponenti di questa scuola filosofica Adorno e Horkheimer, Herbert Marcuse.

5G. Rockhill, Who Paid the Pipers of Western Marxism? Monthly Review Press, New York 2025.

6A rallentarne la diffusione e a screditarne il valore presso il pubblico occidentale furono soprattutto gli allievi del filosofo ungherese, convertitisi in blocco al neoliberalismo dopo il crollo del socialismo in Est Europa.

7G. Lukacs, Ontologia dell’essere sociale, 4 voll., Meltemi, Milano 2023.

8Vedi, in particolare, La filosofia imperfetta, Franco Angeli, Milano 1984 (le Opere di questo autore sono in via di pubblicazione presso l’editore Inschibboleth )

9D. Losurdo, Il marxismo occidentale, Laterza, Roma-Bari 2017.

10Cfr. Considerations on Western Marxism, Verso Books 1976.

11Il concetto di arretratezza nasce dalla concezione eurocentrica della storia che considera la civiltà europea come il punto di approdo di un’ascesa verso il progresso che tutti gli altri popoli sono destinati prima o poi a percorrere. Questa visione, assieme a quella che contrappone Paesi sviluppati a Paesi sottosviluppati, è stata smantellata dai teorici della scuola della dipendenza, come Giovanni Arrighi, Samir Amin, Gunder Frank e Wallerstein. Cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.

12Sulle repliche di Lenin a queste accuse cfr. V. Giacché (cura di), Economia della rivoluzione, Il Saggiatore, Milano 2017.

13Vedi K. Marx, Critica al programma di Gotha, Editori Riuniti, Roma 2021 e F. Engels, Antiduhring, Editori Riuniti Roma 1971.

14Cfr. E. Bloch, Spirito dell’utopia, Sansoni, Firenze 2004.

15Cfr. W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, Mimesis, Milano 2012.

16Vedi, fra gli altri esempi, la polemica dell’ex vicepresidente boliviano Linera contro le sinistre radicali del suo Paese (in Democrazia, stato, rivoluzione, Meltemi 2020).

17Vedi nota 3

18Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2009.

19Vedi di questi autori, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 2010.

20D. Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, Roma-Bari 2005.

21Si pensi ad autori come Padmore, Fanon, Rodney, Williams, Césaire, Cabral e Robinson, per citarne solo alcuni

22Sulla storia della rivoluzione haitiana cfr. C. L. R. James, I giacobini neri, DeriveApprodi, Roma 2025 e S. Hhazareesingh, Spartaco nero, Rizzoli, Milano 2023,

23Sulla crisi dell’universalismo occidentale e sulle alternative che emergono da altre esperienze storiche (in primis la cinese, ma non solo) vedi quanto scriviamo io e Alessandro Visalli nel doppio volume Oltre l’Occidente, da poco uscito per i tipi di Meltemi (il primo volume, ad opera di Visalli, ha come sottotitolo Nell’ombra di un tramonto epocale, il secondo, ad opera di chi scrive, L’alba di una nuova storia).

24L. Canfora, Comunismo un’altra storia, Feltrinelli, Milano 2026.

lunedì 14 settembre 2026

TOCCA A NOI OPPORCI AI RISCHI DI UNA DERIVA NUCLEARE 
(Riflessioni a margine della dichiarazione di Nuova Delhi)

di Piero Pagliani


Ringrazio l'amico Piero Pagliani per avermi inviato questa sua stimolante (e preoccupante) analisi dello scenario geopolitico mondiale che prende le mosse dalla Dichiarazione congiunta dei Paesi che hanno partecipato al 18° Summit dei Brics che si è tenuto a Nuova Delhi 

Il 12 settembre scorso si è aperto a Nuova Delhi il 18º Summit Brics.

Non erano passate nemmeno due settimane dal 26º Consiglio dei Capi di Stato della SCO, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, riunitosi a Bishkek nel Kirghizistan, al quale hanno partecipato come osservatori leader considerati appartenenti al campo occidentale come il presidente dell'Azerbaijan, Ilan Aliyev, il premier dell'Armenia, Nikol Pashinyan e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. In totale hanno partecipato i 10 membri più 7 osservatori e il Segretario Generale dell'Onu, António Guterres.

In quella occasione l'India, che in febbraio aveva stretto con Israele un “parternariato strategico speciale”, ha firmato la dichiarazione congiunta di condanna dell'aggressione israeliana e statunitense all'Iran.


A Delhi, durante la giornata di apertura del 18º Summit, i membri del Brics in una sessione tenuta a porte chiuse hanno adottato all'unanimità una dichiarazione congiunta. Il fulcro di questa dichiarazione è l'impegno di costruire un “BRICS Pay”, un sistema di messaggistica e di compensazione decentralizzato che faccia cooperare l'indiana UPI (Unified Payments Interface), il cinese CIPS (Cross-Border Interbank Payment System) e il russo SPFS (System for Transfer of Financial Messages), in modo da aggirare gli analoghi sistemi controllati dagli Stati Uniti, il CHIPS e lo SWIFT, a tutt'oggi largamente predominanti.

La Dichiarazione menziona una cooperazione più profonda su IA, tecnologie quantistiche, Infrastrutture Pubbliche Digitali, startup, MPMI (Micro, Piccole e Medie Imprese) e scienza e ricerca, insieme a una New Development Bank più forte e a un coordinamento più stretto su sicurezza alimentare, sanitaria ed energetica, e per catene di approvvigionamento resilienti.

La Dichiarazione fa inoltre riferimento a un progetto pilota per un token denominato “Unit”, ancorato per il 40% a riserve fisiche di oro e per il 60% a un paniere di valute dei paesi membri.


Partiamo da quest'ultimo punto. Nonostante gli allarmi (o gli entusiasmi) per l'ipotesi che lo Yuan possa/voglia sostituire il Dollaro come valuta internazionale, Pechino ha sempre smentito che sia sua intenzione. Giustamente. A parte il voler evitare le intrinseche contraddizioni di una moneta nazionale usata come valuta di riserva internazionale (dilemma di Triffin), non solo non ci sono le condizioni economiche, finanziarie, geopolitiche e organizzative perché lo Yuan possa diventare la valuta dominante, ma nemmeno ci sono le condizioni perché una singola potenza possa oggi o nel futuro concepibile ergersi come dominante ed egemone, come invece è successo ciclicamente dagli albori del capitalismo a oggi. E quindi, no potenza egemone=no valuta egemone, o per lo meno questo suggeriscono la logica e la storia.

E penso che per via della complessificazione del mondo, delle sue contraddizioni e della scala delle risorse che occorre impiegare per superarle, una tale potenza non ci potrà più essere. Questo fin quando nel mondo saranno prevalenti rapporti sociali funzionalizzati all'accumulazione senza (un) fine. Dell'eventuale dopo oggi non si può dire nulla e quindi è meglio tacere.


Un token basato sull'oro e su un paniere di monete nazionali è una cosa ben diversa da una moneta con “exorbitant privilege” (come recitava l'accusa di Valéry Giscard d'Estaing al Dollaro).

Questa “Unit” potrebbe assumere superficialmente l'aspetto di Diritti Speciali di Prelievo ma parzialmente agganciati all'oro e finalizzati non a integrare le riserve nazionali ma a regolamentare il commercio transfrontaliero multilaterale senza sostituire le valute nazionali degli Stati membri.

O essere una sorta di “Bancor”, la moneta sopranazionale proposta da Keynes alla conferenza di Bretton Woods nel 1944 e rifiutata dagli Usa per imporre il Dollaro.

Di sicuro non sarà una “moneta comune”.

Il fatto che sia in parte consistente basata sull'oro assume un significato politico: una sfida al Dollaro che dall'oro si è sganciato dal 1971 (Nixon shock) per agganciarsi al debito sovrano degli Usa (dal “Gold-Dollar Exchange Standard” al “Treasury Bill Standard” nella terminologia di Michael Hudson), alla allora potenza militare, scientifica, industriale e politica statunitense e, grazie a ciò, al petrolio.

“Collaterali” erosi dalla crisi sistemica e che potrebbero essere ulteriormente erosi da una “Unit” basata sull'oro (fisico, non cartaceo). Ma si sta parlando del futuro.

Per adesso la Dichiarazione di Delhi parla di una progressione verso la de-dollarizzazione finanziaria resa obbligatoria dalle mosse di Washington.


Al di là della volontà di dominio degli Usa, che a Bretton Wood sia stato scelto il Dollaro come valuta internazionale rifletteva una condizione oggettiva: gli Stati Uniti stavano uscendo dalla II Guerra Mondiale come la più forte economia mondiale, maggiore per ordini di grandezza di tutte le altre.

Oggi con l'espandersi di molte economie nazionali, la ragione economica, non più valida, è oscurata da quella politica e da un lascito storico: la grande forza organizzativa del “sistema Dollaro”. Una forza anche politico-culturale: si pensi a quanta parte delle classi dirigenti nel mondo (Russia, Cina e India comprese) si sono formate su di esso e sulla sua trasformazione in sostegno chiave del neoliberismo finanziarizzato. Un grande punto di forza.

Ma la crisi sistemica ha provocato la militarizzazione del Dollaro, cioè ha esposto al mondo il suo uso come arma. Si pensi alle sanzioni secondarie che colpiscono singoli (vedi ad esempio Francesca Albanese), organizzazioni (vedi recentemente Autistici/Inventati) e nazioni (in varia misura gli Usa applicano sanzioni a 19 Paesi e a 7.500 persone fisiche).

Ed è proprio la militarizzazione del Dollaro che preoccupa persino un leader come Modi, che pure non ha contenziosi con gli Usa e vorrebbe tenere i piedi in più staffe.

Ecco quindi l'unanimità, per molti versi sorprendente, raccolta dalla Dichiarazione di Delhi.

Gli Usa hanno accusato il colpo: Trump furente ha subito minacciato dazi al 100% sui membri Brics.

Spaventeranno o convinceranno i Brics ad accelerare la de-dollarizzazione? Una de-dollarizzazione che non era originariamente nelle intenzioni di nessun membro dei Brics. Tanto meno in quelle dell'India (il cui export per il 20% va a finire negli Usa), oppure degli Emirati.


A questo proposito si deve notare che la Dichiarazione Comune è tanto più significativa se si pensa che la firma ha messo insieme Iran ed Emirati.

Questa eterogeneità geopolitica spiega perché nella dichiarazione si auspica una soluzione negoziale per il conflitto regionale in corso (la guerra contro l'Iran) senza però menzionare né gli Usa ne Israele.

Un compromesso accettabile se si tiene conto che l'Iran ha più volte bombardato gli Emirati e che gli Emirati ospitano (o ospitavano) basi americane.

Il paziente lavoro di mediazione dell'India (immagino coadiuvata dalla Cina e dalla Russia) ha portato alla firma comune anche se l'Iran voleva una condanna netta ed esplicita a cui gli Emirati si sono opposti.

Sembrerebbe così di capire che la de-dollarizzazione e la promozione a livello Brics di meccanismi già all'opera da due anni tra Iran-Cina e Iran-Russia e da gennaio anche triangolarmente, siano stati ritenuti comunque più importanti.

E a ragione. Nessun membro Brics vuole un redde rationem militare con gli Usa. Ma tutti sperano che un indebolimento degli Stati Uniti nella sfera finanziaria possa indurre Washington a più miti consigli.


Esplicitamente o meno si sfrutta una contraddizione emersa con la guerra in Ucraina.

Riprendiamo la teoria dei monopoli fondamentali (Amin) la cui concentrazione in una singola potenza fa di essa quella egemone in un ciclo sistemico (Arrighi).

Come ho già avuto modo di dire questi monopoli, o primati, oggi sono a mio avviso suddivisi in questo modo:

1) Primato nell'innovazione scientifica e tecnologica: Cina con al seguito gli Usa.

2) Controllo degli accessi alle risorse: Usa, Russia e Cina (si pensi alle terre rare).

3) Monopolio finanziario: Usa.

4) Monopolio politico-culturale: Usa (per noi Occidentali, differente discorso a livello globale); è in larga misura dipendente dagli altri.

5) Monopolio della forza: Russia.


Soffermiamoci sull'ultimo monopolio che, volenti o come me nolenti, è cruciale.

La guerra in Ucraina della Nato contro la Federazione Russa ha messo in evidenza da che parte pende l'ago della bilancia.

Può piacere o non piacere ma è stupido nascondere la verità dietro menzogne insostenibili.

Dal canto suo la sconfitta de facto degli Usa da parte dell'Iran ha ribadito che l'esercito degli Stati Uniti è una “expeditionary force” che non solo non è in grado di combattere una guerra moderna continentale come quella combattuta oggi in Europa a spese dell'Ucraina dall'intera Nato contro la superpotenza Russia, ma nemmeno una guerra aeronavale contro una potenza di medie dimensioni come l'Iran.

Ecco quindi la nuova “nuclear posture” statunitense: se con le armi convenzionali non ce la facciamo, usiamo quelle nucleari.

La precedente “New nuclear posture” di Bush jr -mantenuta da Obama e da Biden, così come Guantanamo e il Patriot Act (ma non erano scandali per la sinistra?)- era un totale stravolgimento della logica della deterrenza che aveva guidato la Guerra Fredda, dato che ora gli Usa si riservavano la possibilità di first strike nucleare (cosa inconcepibile durante la Guerra Fredda) e persino contro nemici non nucleari.

La “nuclear posture” di Trump, in aggiunta, prevede l'utilizzo di nucleari tattiche fin dal primo incedere di un conflitto, ovviamente anche contro potenze non nucleari. E questo è un ulteriore netto peggioramento perché l'aggettivo “tattica” è un imbroglio. Una bomba nucleare tattica è comunque una bomba nucleare (grande mediamente più di quella di Hiroshima: da 1 a 50 kilotoni quelle tattiche, 15 kilotoni quella di Hiroshima) e il suo uso contro una potenza nucleare, o alleata a una potenza nucleare, rischia di trasformare immediatamente un conflitto convenzionale in uno termonucleare.

E a Washington e al Pentagono oltretutto c'è chi pensa che gli Usa un conflitto nucleare lo possano vincere. Una pura follia.

Si noti che la Russia giustamente non fa distinzione tra nucleari tattiche e strategiche in base alla potenza, ma all'obiettivo.

Questa nuclear posture è segno di debolezza. Dopo il Vietnam, dopo l'Afghanistan, dopo l'Ucraina, dopo la fallita missione Prosperity Guardian contro Ansar Allah (gli Houthi) e dopo l'Iran, gli Usa hanno capito che la strategia “shock and awe” (colpisci e terrorizza) pur basata su forze di spedizione guidate da portaerei, cioè da piattaforme concepite appositamente non per la difesa ma proprio per la proiezione di potenza, non funziona più: oggi i poderosi carrier strike groups (gruppi di attacco guidati da una portaerei) sono virtualmente “sitting ducks”, bersagli facili di cui la portaerei è quello “più grande e prestigioso”, come da tempo sostiene l'esperto militare statunitense Andrei Martyanov, già ufficiale della Marina sovietica.

L'epopea della Lincoln, schierata contro l'Iran, in mare per quasi un anno senza toccare terra fra guasti, cibo deteriorato e tentativi di suicidio e senza poter combinare niente per il timore di essere colpita, è emblematica.

Ecco dunque la contraddizione. Se nel 2003 David Harvey giustamente scriveva in “Accumulation by dispossession” che ogni attacco al Dollaro avrebbe sicuramente provocato «una risposta politica, economica e anche militare selvaggia da parte degli Stati Uniti», oggi queste risposte non solo incontrano controrisposte anche militari, non selvagge ma decise e preoccupanti, ma anche ulteriori attacchi al Dollaro, spinti proprio dalle scomposte reazioni statunitensi e protetti dalle controrisposte, anche militari.

È un giro vizioso per gli Usa. È da vedere se è virtuoso per il resto del mondo, per lo meno quello non occidentale. Non lo so ancora. Fatto sta che le cose stanno andando così.

Di certo, perché tutto non sfoci in una catastrofe generale è necessario che negli Stati Uniti (e in Europa) ci sia qualcuno in grado di convincere che si vincono eventualmente solo le guerre convenzionali, non quelle nucleari. E che se quelle convenzionali non si riescono a vincere occorre pensare a strategie di adattamento.

Ma i possessori delle centinaia e centinaia di trilioni di capitali fittizi, che da decenni ripetono sempre le stesse mosse, finanziarie, politiche e geopolitiche, e che non hanno altro orizzonte che se stessi e le proprie mosse ripetitive, staranno a sentire?

Non credo.

Alla deriva, che è una deriva nucleare, dobbiamo opporci noi.

mercoledì 19 agosto 2026

GLOSSA NUMERO DUE ALLA POLEMICA "CINESE"
ALCUNI APPUNTI DI ALESSANDRO VISALLI 


Avendo letto alcune note di Alessandro Visalli a margine della polemica sulla natura della società cinese (vedi post precedenti), associate a un suo intervento in altro contesto, gli ho chiesto il permesso di pubblicarle su queste pagine e, avendolo ottenuto, ne riproduco gran parte qui di seguito. 

l'articolo di Moreno mette i piedi sulle orme scavate da secoli. Direi che la disputa sul nome, condotta a colpi di autorità del testo (e senza contesto), è a dir poco ammuffita. Ma una questione esiste, per così dire, tra le righe: Moreno teme che chiamare 'socialista' la Cina renda il socialismo analogo ad un capitalismo che produce molto (e alza tutte le barche, per usare una nota immagine liberale). Ma è un punto che si fonda sull'implicita associazione tra 'capitalismo' e 'modernizzazione'. Quel che vede chiunque vada in Cina è, infatti, un'imponente modernizzazione, e, naturalmente, vede anche molto capitalismo. Cioè molti capitalisti. Qui la richiesta di "direzione" di Moreno è giusta ed è, naturalmente, un problema aperto ed un conflitto in corso. Ma, tra le molte cose che si potrebbero dire, la rivendicata "visione teorica ex ante" (usando come elementi dirimenti del 'vero' socialismo una lettura formalistica e statica dei marcatori "assenza di forma-merce", di "denaro", di "lavoro salariato"), riconduce interamente la prospettiva socialista nell'alveo della mera utopia. Non è difficile notare che si sta parlando in effetti di assenza della divisione del lavoro e di società organica (ovvero di non-società). 


Il mio punto su questo: confondere modernità e capitalismo disarma qualsiasi possibilità di pensare il nuovo (che non necessariamente assomiglia al vecchio). I suoi marcatori sono marcatori di modernità (o di società complessa tout court), non di capitalismo, e anche l'horror vacui che al termine esprime verso l'evoluzione tecnica (anche se il tema è importante, ma non in questi termini) mostra una tendenza ad immaginare come alternativa una comunità organica. 


Propongo una diversa ipotesi di marcatori, oltre la mera divisione del lavoro: 1) l'accumulazione è subordinata a fini politicamente posti, o la politica all'accumulazione? 2) la ricchezza è convertibile in potere politico ed è trasmissibile? 3) chi paga i costi delle crisi. Nel finale del mio "Classe e partito" (Meltemi, 2023) ho scritto: "Nel caso del libro di Formenti, e anche di questo, ci si potrebbe chiedere se tutto questo è ancora marxismo (soprattutto per la profondità della decostruzione), ma è una domanda frivola. È più rilevante chiedersi se individua almeno alcuni problemi cruciali e aiuta a risolverli." La questione non è l'etichetta, è la cosa. E dare all'etichetta-anatema "capitalismo" i caratteri della divisione del lavoro e della pluralità sociale significa individuare come nemico l'intera società umana storicamente nota. Non serve a nulla. 


Aggiungo che molto spesso in queste impostazioni, direi tradizionalmente, la critica diventa gnosi — rifiuto del mondo in quanto mondo, con il socialismo come Regno che per definizione non può venire -. Si lamenta una civiltà, tutte le civiltà in effetti, e non si analizza concretamente un modo di produzione. C'è anche un'ironia filologica: Marx quasi non usa "Kapitalismus" come sostantivo — parla di "modo di produzione capitalistico", un aggettivo che serve a focalizzare processi sociali. Il nome-anatema, la reificazione del termine, viene dopo (con Sombart e la Seconda Internazionale), e la disputa sull'estensione del nome è, in definitiva, una disputa interna alla teologia post-marxiana, non al pensiero di Marx stesso. Questo è rilevante perché mostra il carattere liturgico del modo di argomentare del nostro amico, un modo che serve all'appartenenza. 


Capital-ismo, se è qualcosa, è l'accumulazione come fine autonomo cui viene subordinata la riproduzione sociale, ovvero la convertibilità illimitata della ricchezza in comando. Io uso raramente la parola "capitalismo", anche se penso spesso dentro quella cornice (dello strapotere della forma-capitale), perché porta automaticamente con sé una teologia ed una trascendenza fantasmatica. Ovvero una promessa del Regno che per definizione qui ed ora non può darsi. Svolge la funzione che alcuni attribuiscono (riduttivamente, ritengo) alle religioni. In altre parole, Moreno difende una sua chiesa. La scomunica ("negazionisti") è il sacramento residuo quando ogni capacità istituente è perduta; la polemica non serve a stabilire nulla sulla Cina ma a mantenere il confine di un campo che si restringe. Moreno pratica una sorta di escatologia negativa — il Regno mai ancora dato, il messianismo senza messia, la purezza dell'attesa come virtù - perché non dispone di una positiva. 


C'è, tuttavia, un angolo interessante tra le righe della chiusa: se la posta è il controllo dell'inserimento sociale della tecnica (ovvero, chi definisce gli standard, chi cattura il surplus dei flussi, chi regola e soprattutto per chi e come) allora la formazione cinese andrebbe descritta e non subito classificata. Da questo punto di vista Arrighi ("economia di mercato senza capitalismo", crescita smithiana) introduce elementi da vagliare. Aggiungo, in fine: scriverò una replica a Moreno, perché anche se non mi chiama in causa (ma mi ha mandato il pezzo), la mia vecchia amicizia con Carlo (e con Vladimiro) e, soprattutto, il fatto che insieme abbiamo appena pubblicato "Oltre l'Occidente" (vol.1 mio e vol 2 di Carlo) con Meltemi, mi chiama in gioco. Il punto del mio libro è che l'alternativa a una piattaforma tecnica non è mai nessuna piattaforma, ma un'altra piattaforma: la lotta si svolge anche, se non soprattutto, sul piano della scelta ed adattamento della piattaforma tecnica alla propria società (o meglio la modifica di uomo e società insieme alla tecnica).

lunedì 17 agosto 2026

UNA GLOSSA DI PIERO PAGLIANI
ALLA MIA POLEMICA CON PASQUINELLI SULLA CINA 


Ricevo e pubblico volentieri questa mail che l'amico Piero Pagliani mi invia dopo avere preso visione della polemica (vedi post precedente) con Moreno Pasquinelli sulla questione della Cina: complesso processo di transizione al socialismo (il sottoscritto) o ultima mutazione del mdp capitalistico (Pasquinelli)?  

Caro Carlo, 
non lo facevo così disattrezzato il nostro amico Moreno.
Come tutti i marxisti dovrebbero sapere, Lenin scriveva: «Non si può comprendere a pieno Il Capitale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita tutta la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!».
Ora, o si pensa che Lenin non fosse marxista o bisogna prenderlo sul serio, perché le riflessioni di Lenin avevano sempre un fondo e un intendimento politico. 
Concetti fondamentali di Hegel sono usati ripetutamente da Marx, basti pensare alla differenza tra "apparenza della sfera della circolazione (der Schein der Warenzirkulation)" e la sfera della circolazione come l'apparire fenomenico (Erscheinung) della sfera della produzione. Una differenza, quella tra "Schein" ed "Erscheinung", squisitamente hegeliana e che in Marx diventa un perno della sua analisi di classe.
Se uno ignora o disdegna Hegel ovviamente non può capire il significato della famosa "risalita dall'astratto al concreto" che è una diretta critica a Hegel, che Marx critica proprio perché riconosce la sua importanza. Dire che bisogna partire dall'elementare (elementare complesso come le cellule di un organismo che procedono per differenziazione, non un elementare semplice come i blocchetti del Lego che procedono per assemblaggio) perché il concreto è sintesi di molte determinazioni, non vuol proprio dire che bisogna partire da una "teoria ex ante". 
Marx nelle Glosse a Wagner scriveva esplicitamente: «Prima di tutto, io non parto da "concetti", quindi neppure dal "concetto di valore"».
Tu scrivi che «è proprio la trilogia braudeliana su civiltà materiale, economia e capitalismo 
a smontare l’equazione produzione di merci = capitalismo». 
Esattissimo. Già Polanyi distingueva tra "società con mercato" e "società di mercato" ed è necessario ricordare che il capitalismo è accumulazione monetaria, verso la quale l'economia materiale deve "pompare risorse" come scrive Braudel.
Se non si capisce questo non si capisce la differenza tra capitale e capitale fittizio (altra declinazione della differenza tra Erscheinung e der Schein der Warenzirkulation), non si capisce perché è il prestatore di denaro il vero capitalista, l'inizio e la fine del ciclo di accumulazione, e quindi non si capisce cosa è la finanziarizzazione e perché essa è segnale (Arrighi) di una crisi sistemica (l'economia materiale non riesce più a "pompare" a sufficienza, per motivi strutturali che coinvolgono tutta un'economia-mondo e quindi anche i rapporti interstatali - non è per caso che il "Sud, o Sud+Est, del mondo" si è stufato di "pompare" risorse verso la nostra finanza e che il cambiamento dei rapporti di forza geopolitici gli consentono di vedere alternative?).
Se si ignora tutto questo è impossibile capire ad esempio che cosa è il controllo statale cinese sulla sfera finanziaria, la sua importanza politica e geopolitica e il suo rapporto col socialismo.
Che poi ci siano contraddizioni, anche serie, nel sistema misto cinese non può sorprendere, semmai preoccupare.
Scrivi ancora: «I veri eretici non erano il “rinnegato” Kautsky e la II Internazionale, che incarnavano la visione “evoluzionista” dell’ultimo Engels, bensì Lenin e i bolscevichi, che rompevano con la tradizione del marxismo occidentale». 
Mi sembra incredibile che sia ancora necessario ricordare questa cosa, capita al volo e sul momento da Gramsci ("La rivoluzione contro il Capitale").
Mi fermo qui.
Se queste cose non sono chiare si cadrà facilmente in qualche forma di giudizio  infantilmente estremista o, se vogliamo, "purista" (i vari Zurück zu Marx che si dimenticano che dopo Marx c'è stato Lenin).

A mò di appendice

1) Segnalo un interessante articolo di Alessandro Testa su " Il cavallo di fuoco" dal titolo "Perché la Cina non è capitalismo di Stato" : https://share.google/kaNLIUx3tqLqFf9IC 

2) l'amico Vladimiro Giacché che, diversamente dal sottoscritto, non ha voluto sprecare tempo per replicare all'attacco che gli viene rivolto da Pasquinelli su "Sollevazione" ha preferito ammettere le proprie colpe inviandomi la foto che pubblico qui di seguito quale prova inconfutabile della sua appartenenza alla setta dei "filo-cinesi".



sabato 15 agosto 2026

 

LA FATWA DI MORENO PASQUINELLI

CONTRO I COSIDDETTI FILO-CINESI


L’amico Visalli mi segnala un lungo articolo di Moreno Pasquinelli apparso sul blog “Sollevazione” (mi era sfuggito perché ho smesso di leggere gran parte dei siti della sinistra radicale, visto che è raro trovarvi significativi spunti di riflessione). Si tratta di un piccolo pamphlet contro le analisi che il sottoscritto e Vladimiro Giacché hanno pubblicato sull’esperimento cinese di costruzione del socialismo.


Non vi ho trovato niente di particolarmente nuovo rispetto ad analoghe posizioni espresse, fra gli altri, da Ernesto Screpanti, al quale mi ero limitato a dedicare poche battute in un post precedente. In quell’occasione osservavo ironicamente che, se si prendessero per buoni gli argomenti che trozkisti, bordighisti, neo e post autonomi e neo maoisti utilizzano per criticare il cosiddetto “socialismo reale” in tutte le sue varianti, se ne dovrebbe dedurre che, in tutta la storia mondiale, non è mai esistito, non esiste né esisterà mai un sistema socialista.


Come si vedrà, ciò vale anche per Pasquinelli, il quale rientra a pieno titolo nell’elenco delle sette sopra elencate. Dal momento che lo considero un amico, non mi limiterò a reiterare la battuta in questione ma gli dedicherò una breve replica (nella quale non terrò conto della parte in cui se la prende con Giacché il quale, se ne avrà tempo e voglia, risponderà a sua volta).


Evito di svolgere un’analisi linguistica del testo, anche se sarebbe divertente, dal momento che abbonda di sostantivi come corifei (perché non mosche cocchiere?) filo-cinesi (la fonetica dei nomi cinesi impedisce di coniare qualcosa di simile a putiniani), mitologie, falsificazioni nonché aggettivi quali assurdo, grottesco, paradossale, ecc. Insomma: un lessico che evoca certe polemiche d’antan, quando ci si accapigliava fra compagni di sezione, gruppuscoli in competizione, ecc. Del resto erano anni in cui si cercava di rinverdire la tradizione degli insulti incrociati fra le diverse correnti del marxismo occidentale (quando contavano ancora qualcosa).


Ma veniamo al sodo. Inizio dalla parte più gustosa, cioè quella in cui Pasquinelli ci spiega quale sarebbe, secondo lui, il “metodo” di Marx. Il pensiero del Moro aveva forse qualcosa a che fare con la dialettica hegeliana? Per carità, si indigna Pasquinelli, il quale odia Hegel (forse è per questo che gli sta sul gozzo Giacché, uno dei massimi esperti italiani del pensiero del grande filosofo1) e, più in generale, il concetto di contraddizione. “Nessuna hegeliana sottigliezza falsifica, sentenzia, il principio aristotelico di non contraddizione”. Ergo: il maestro di Marx è Aristotele e ciò spiega perché, l’analisi “marxista” della natura della società cinese del nostro ha la forma del sillogismo: se la produzione di merci è la forma economico sociale dominante (premessa maggiore) e se esiste il plusvalore, e quindi esistono sfruttamento e alienazione (premessa minore), allora in Cina non c’è il socialismo ma il capitalismo (conclusione).


Più avanti valuteremo l’inconsistenza delle due premesse e “quindi”, per fare il verso al nostro neo aristotelico, ne dedurremo la falsità della conclusione. Per ora andiamo avanti con la sua lezione di metodo. Formenti, pontifica, è un empirista perché la sua verità si fonda sull’accertamento dei fatti, dei dati, dei fenomeni e non su una loro “visione teorica ex ante” che sola ne può illuminare il senso.


Indubbiamente Pasquinelli non perde tempo ad analizzare fatti, dati e fenomeni (che infatti nel suo testo sono drammaticamente assenti): lui non avrebbe mai sprecato, come fece Marx, giorni e giorni a studiare archivi e altri documenti storici, prima di abbozzare una teoria sulle origini del capitalismo e della classe operaia in Inghilterra, perché, al contrario di Marx (del quale cita a sproposito, decontestualizzandolo, il detto sul “metodo di salire dall’astratto al concreto”2) avrebbe già avuto in testa la propria “visione teorica ex ante”, vale a dire un’illuminazione mistica che gli si sarebbe accesa in testa calando dal mondo iperuranio delle idee (e qui siamo a Platone e ai mistici religiosi piuttosto che ad Aristotele).


Il punto è che, per Pasquinelli, la teoria non si fonda su principi e criteri è fatta di principi e criteri (cioè è fede in un insieme di dogmi rivelati e non applicazione dei principi per analizzare la realtà concreta e la sua evoluzione storica). Del resto anche l’evoluzione e la storia gli stanno sul gozzo. Infatti, allorché cerca di definire in concreto che cosa sono il socialismo e la pianificazione socialista, ripete i modelli che Marx ed Engels hanno schizzato nella “Critica al Programma di Gotha” e nell' “Antiduhring”: produzione e scambio di beni come valori d’uso e superamento dell’economia monetaria fondata sul feticcio del denaro. Per Pasquinelli un secolo e mezzo di tentativi di realizzazione del socialismo è come se non esistessero, o meglio: sono aborti dovuti alla natura “arretrata”3 dei Paesi in cui sono stati effettuati (e qui si rivela un pessimo trozkista, visto che Trotzki fu autore di una feroce contestazione della definizione della Russia del 1917 come Paese “arretrato”).


Facciamo un passo indietro. Mi rimprovera di avere elencato fenomeni senza sottoporli ad alcun filtro teorico. È chiaro che non ha letto il libro cui presumo si riferisca4 o, se lo ha letto, non ha letto, visto che non ne fa cenno, nessuno dei maestri teorici che ne ispirano le tesi: Giovanni Arrighi (autore del più importante saggio5 di analisi economica della storia e della società cinesi); Alberto Gabriele6 (cui accenna en passant); Domenico Losurdo (idem: lo cita brevemente solo per dire che marxismo occidentale e marxismo orientale7 sono “categorie” – nella mia ingenuità credevo si trattasse di fenomeni storici – inconsistenti; Costanzo Preve (non pervenuto, laddove gli avrebbe insegnato qualcosa sul fatto che in Marx esistono diversi “regimi narrativi”8); Lukacs9 e Braudel.


A proposito di quest’ultimo: Pasquinelli cita Braudel evocandone il noto modello “a tre strati” (vita quotidiana, mercato, capitalismo) e commette così un clamoroso autogol: infatti è proprio la trilogia braudeliana su civiltà materiale, economia e capitalismo10 a smontare l’equazione produzione di merci = capitalismo, laddove afferma, come ribadisce Arrighi sulle sue tracce, che si possono aggiungere tutte le relazioni di mercato che si vogliono a un sistema, ma se la classe capitalistica non detiene il potere politico non si può parlare di capitalismo.


E qui casca, due volte, l’asino. La prima volta perché, a proposito di Lenin, Pasquinelli deve ingoiare quanto scriveva Lenin a proposito del capitalismo di Stato e della sua funzione insostituibile per la transizione al socialismo. Brutta botta, al punto che gli tocca commettere un peccato di lesa maestà dicendo che “anche Lenin si impigliò in definizioni ambigue”. Peggio (seconda volta) perché gli tocca riconoscere di fatto che fra il Lenin di Stato e rivoluzione e il Lenin della NEP c’è una distanza abissale.


Il leader bolscevico si era rincoglionito? No, semplicemente i marxisti, se sono tali e non ripetitori di formulette preconfezionate, cambiano idea con l’evolversi della situazione storica, perché applicano il metodo dell’analisi concreta della situazione concreta. Del resto lo stesso Marx ne è un esempio: vedi la lettera del 1858, in cui valuta l’ipotesi che il colonialismo avrebbe consentito al capitalismo occidentale di evitare la rivoluzione coltivando e addomesticando un’aristocrazia operaia (tema che torna nella questione del rapporto fra proletari inglesi e irlandesi); vedi la critica al recensore russo del Capitale, nella quale nega di avere voluto costruire una teoria generale dell’evoluzione storica valida per tutti i popoli; vedi infine l’ipotesi di un possibile ruolo rivoluzionario delle comunità contadine russe, lontana mille miglia “dall’idiotismo contadino” che aveva irriso nel Manifesto del 184811 ecc. ecc.


A irritare Pasquinelli, ancor più dell’ambiguità e dei cambiamenti di idea di Lenin, sono le tesi di chi, come il sottoscritto, sostiene, rilanciando quanto scritto da Arrighi e Braudel (vedi sopra), che finché il potere politico non è nelle mani della classe capitalistica non si può parlare di capitalismo. Quest’affermazione, strilla, è “una forma assurda e grottesca di autonomia della politica”, è una indebita sopravvalutazione del ruolo della sovrastruttura statuale e ideologica. Ci risiamo! Dopo che Lukacs e Gramsci (che non a caso il nostro ignora) hanno spiegato anche ai più duri di comprendonio che l’ideologia (per tacere dello Stato!) sono potenze materiali che interagiscono in profondità (e modificano) la base economica ci tocca ancora sorbire simili banalità...


A proposito del fastidio che l’amico Moreno prova nei confronti delle tendenze “eretiche” dell’ultimo Lenin rispetto alla definizione dogmatica di socialismo coniata dai padri fondatori nell’800, gli consiglio vivamente di leggersi l’ultimo libro di Canfora Comunismo un’altra storia12 che spiega molto bene come la Rivoluzione del 1917 e Lenin segnino una rottura di paradigma rispetto alle teorie dei “classici” (i termini stessi di socialismo e comunismo assumono significati diversi dopo quella irreversibile rottura). I veri eretici non erano il “rinnegato” Kautsky e la II Internazionale, che incarnavano la visione “evoluzionista” dell’ultimo Engels, bensì Lenin e i bolscevichi, che rompevano con la tradizione del marxismo occidentale. Ma non nutro eccessive speranze sull’influenza che una simile lettura avrebbe sul nostro, nemico giurato com’è della storia e degli “storicismi”.


Prima di concludere con gli spropositi di Moreno sul capitalismo cinese, apro un inciso sul concetto di modo di produzione e sul contributo di Alberto Gabriele (cui Pasquinelli accenna di sfuggita, lanciandogli una fatwa per violazione del principio di non contraddizione). Gabriele (e il sottoscritto, Giacché ed altri) sostiene – orrore! - che la categoria di modo di produzione è un’astrazione che non rende conto della realtà concreta di tutte le formazioni sociali esistenti. Esistono formazioni sociali che possono essere definite capitalistiche a pieno titolo come gli USA e i Paesi europei, ed esistono formazioni sociali “miste” in cui coesistono diversi modi di produzione (precapitalisti, capitalisti e in transizione verso il socialismo) che hanno fra loro rapporti conflittuali. E qui va sciolto un equivoco che - mi spiace dirlo – Pasquinelli alimenta in assoluta mala fede laddove mi attribuisce la tesi secondo cui la Cina sarebbe già un Paese socialista e non in transizione verso il socialismo (Gabriele usa il neologismo “socialistico” per connotare simili realtà).


Nei miei testi ripeto a più riprese che ritengo che la Cina è un Paese in cui convivono diversi modi di produzione, in cui permane la lotta di classe e nel quale è in atto un processo di transizione di lungo periodo che potrà avere esiti diversi a seconda di chi vincerà. Ciò è esplicitamente riconosciuto da diversi autori cinesi (per inciso: Pasquinelli non ne cita neanche uno – il che è bizzarro visto che gli toccherebbe misurarsi con gli intellettuali che considera avversari – preferendo mettere in bibliografia mezze calzette italiche piuttosto che pezzi da novanta come Zhang Boyng, Quiao Liang e Cheng Enfu13.


Mi avvio alla conclusione citando tre delle tante domande alle quali risponde per dimostrare che la Cina è capitalista. Valgono in Cina le leggi del valore e le leggi di mercato? Sì, risponde, quindi la Cina è capitalista. Ho già contestato in precedenza quel “quindi” a partire dalle tesi di Braudel e Arrighi per cui non sto a ripetermi. Esiste plusvalore e chi se ne appropria? Sì, quindi...Risposta che ignora il contributo di Paul Baran e Paul Sweezy14 sul capitalismo monopolistico e sul surplus come fondamento di tutte le formazioni sociali siano esse precapitalistiche, capitalistiche o socialiste: per riprodursi ogni società deve produrre più di quel che consuma e, a definirne la natura è casomai il modo in cui quel surplus viene ridistribuito (ma Pasquinelli ignora i fatti e i dati che certificano che in Cina la distribuzione non funziona come nei Paesi capitalisti, anche se non è ancora attuato il principio da ciascuno secondo il suo lavoro a ciascuno secondo i suoi bisogni). Esistono in Cina forme di democrazia dal basso alternative alla democrazia borghese? No, quindi. Ma il no in questione è disinformato (come tutto l’articolo di Pasquinelli). Certo, in Cina non ci sono i soviet – che, per inciso, furono il prodotto di una concreta fase storica russa e non della Rivoluzione d’Ottobre15 – ma esistono molte e diverse forme di partecipazione popolare alle decisioni politiche ed economiche: comitati di villaggio, di quartiere e d’impresa, cooperative di produzione ecc. Per una bibliografia in merito rinvio alle edizioni Marx 2116 e alla nota qui sotto.


Vengo a concludere. Per Pasquinelli in Cina non solo c’è il capitalismo, nato sulle rovine della Grande Rivoluzione Culturale17, ma si tratta della forma “più vivace e performativa“ del capitalismo contemporaneo. In attesa di un suo esauriente trattato sulle forme e sulle leggi di funzionamento di questa nuova, straordinaria formazione sociale la quale, dato che, almeno finora, si è rivelata esente dalle crisi catastrofiche del capitalismo classico, sembra destinata a durare in eterno, mi tocca replicare la battuta che avevo fatto su Screpanti: per questi signori il socialismo non è mai esistito, non esiste e non esisterà mai. Io, che sono buono, penso che si tratti di una idiozia. Un autore come Gabriel Rockhill, che ho conosciuto qualche settimana fa al Festival pisano di Ottolina TV, essendo molto più cattivo di me, pensa che quasi tutti i “marxisti” critici radicali del “socialismo reale” siano stati, siano e saranno anticomunisti al servizio del “vecchio” imperialismo occidentale18. Conoscendo la buona fede di Pasquinelli lo assolvo da tale accusa, ma Rockhill porta tante e tali prove (i fatti che non piacciono a Moreno) sulla mala fede di quasi tutti gli altri, che lo invito caldamente a smarcarsi da questa pessima compagnia.



1Vedi in particolare Hegel. La dialettica. Introduzione al pensiero hegeliano, Diarkos 2023.

2Il movimento della dialettica marxiana procede alternativamente dall’astratto al concreto e dal concreto all’astratto, se seguisse solo il primo movimento sarebbe, a scorno di Pasquinelli, un’idealista hegeliano puro.

3Il concetto di “arretratezza” di Pasquinelli è eurocentrico e antidiluviano. Evoluzionista-eurocentrico perché presume che l’Occidente capitalistico sia il destino verso cui tutti gli altri popoli devono necessariamente, prima o poi, approdare; antidiluviano perché ignora il pluridecennale dibattito teorico sul rapporto sviluppo/sottosviluppo e sui concetti come centro, periferia e semi periferia, dipendenza , ecc. cui hanno contribuito, fra gli altri, Wallerstein, Arrighi, Frank, Samir Amin (cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020).

4C. Formenti, Oltre l’Occidente (secondo volume di un opera in due volumi di cui il primo è firmato da Alessandro Visalli), Meltemi, Milano 2026.

5G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli 2008.

6Vedi in particolare L’economia cinese contemporanea, Diarkos 2024.

7D. Losurdo, Il marxismo occidentale, Laterza, Roma-Bari 2017.

8Vedi, in particolare, La filosofia imperfetta, Franco Angeli 1984.

9Preferibilmente non quello di Storia e coscienza di classe (che magari a Pasquinelli può garbare) bensì quello di Ontologia dell’essere sociale (4 voll.), PIGRECO 2012 (che invece lo sconvolgerebbe. Per inciso, Visalli mi riferisce che il nostro gli avrebbe citato come positive le critiche  della Heller e di altri allievi del grande filosofo ungherese a tale opera. È meglio che si informi: Heller e compagnia bella si sono convertiti tutti al liberalismo occidentale , per cui rischia di mettersi in cattiva compagnia)

10F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.

11Gli ultimi due casi sono consultabili in altrettanti testi raccolti nell’antologia India Cina Russia, il Saggiatore 1960.

12Da poco in libreria per i tipi di Feltrinelli.

13Questi e altri autori sono in catalogo presso le edizioni Marx 21.

14P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi 1968.

15Il modello dei soviet erano le comunità contadine di base (obscina) che gli operai russi (in maggioranza contadini di recente inurbazione) importarono nelle fabbriche. Sul tema vedi l’analisi storica di P. Poggio (L’Obscina. Comune contadina e rivoluzione in Russia, Jaka Book 2013). Ah questi storici: quanti dispiaceri danno a Pasquinelli.

16Vedi anche D. Bell, Il modello Cina, Luiss 2019, D. Bertozzi, Cina Popolare, L’Antidiplomatico 2021. F. Parenti, La via cinese, Meltemi 2021, Cheng Enfu, Dialettica dell’economia cinese, Bari 2024.

17Trovo patetico che la Rivoluzione Culturale venga ancora presentata come un grande movimento rivoluzionario, laddove ne sono ormai arcinoti i disastri che la piccola borghesia studentesca che ne fu protagonista ha provocato, trascinando la Cina sull’orlo del collasso, regalandone il controllo all’imperialismo occidentale. Al punto che lo stesso Mao, che la provocò commettendo un errore non meno terribile del Grande Balzo in Avanti, fu costretto a ordinare all’esercito di schiacciarla.

18Cfr. G. Rockhill, Who Paid the Pipers oif Western Marxism? Monthly Review Press 2025 (il volume è in traduzione e uscirà nella collana di Meltemi diretta dal sottoscritto).s

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