Lettori fissi

lunedì 14 settembre 2026

TOCCA A NOI OPPORCI AI RISCHI DI UNA DERIVA NUCLEARE 
(Riflessioni a margine della dichiarazione di Nuova Delhi)

di Piero Pagliani


Ringrazio l'amico Piero Pagliani per avermi inviato questa sua stimolante (e preoccupante) analisi dello scenario geopolitico mondiale che prende le mosse dalla Dichiarazione congiunta dei Paesi che hanno partecipato al 18° Summit dei Brics che si è tenuto a Nuova Delhi 

Il 12 settembre scorso si è aperto a Nuova Delhi il 18º Summit Brics.

Non erano passate nemmeno due settimane dal 26º Consiglio dei Capi di Stato della SCO, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, riunitosi a Bishkek nel Kirghizistan, al quale hanno partecipato come osservatori leader considerati appartenenti al campo occidentale come il presidente dell'Azerbaijan, Ilan Aliyev, il premier dell'Armenia, Nikol Pashinyan e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. In totale hanno partecipato i 10 membri più 7 osservatori e il Segretario Generale dell'Onu, António Guterres.

In quella occasione l'India, che in febbraio aveva stretto con Israele un “parternariato strategico speciale”, ha firmato la dichiarazione congiunta di condanna dell'aggressione israeliana e statunitense all'Iran.


A Delhi, durante la giornata di apertura del 18º Summit, i membri del Brics in una sessione tenuta a porte chiuse hanno adottato all'unanimità una dichiarazione congiunta. Il fulcro di questa dichiarazione è l'impegno di costruire un “BRICS Pay”, un sistema di messaggistica e di compensazione decentralizzato che faccia cooperare l'indiana UPI (Unified Payments Interface), il cinese CIPS (Cross-Border Interbank Payment System) e il russo SPFS (System for Transfer of Financial Messages), in modo da aggirare gli analoghi sistemi controllati dagli Stati Uniti, il CHIPS e lo SWIFT, a tutt'oggi largamente predominanti.

La Dichiarazione menziona una cooperazione più profonda su IA, tecnologie quantistiche, Infrastrutture Pubbliche Digitali, startup, MPMI (Micro, Piccole e Medie Imprese) e scienza e ricerca, insieme a una New Development Bank più forte e a un coordinamento più stretto su sicurezza alimentare, sanitaria ed energetica, e per catene di approvvigionamento resilienti.

La Dichiarazione fa inoltre riferimento a un progetto pilota per un token denominato “Unit”, ancorato per il 40% a riserve fisiche di oro e per il 60% a un paniere di valute dei paesi membri.


Partiamo da quest'ultimo punto. Nonostante gli allarmi (o gli entusiasmi) per l'ipotesi che lo Yuan possa/voglia sostituire il Dollaro come valuta internazionale, Pechino ha sempre smentito che sia sua intenzione. Giustamente. A parte il voler evitare le intrinseche contraddizioni di una moneta nazionale usata come valuta di riserva internazionale (dilemma di Triffin), non solo non ci sono le condizioni economiche, finanziarie, geopolitiche e organizzative perché lo Yuan possa diventare la valuta dominante, ma nemmeno ci sono le condizioni perché una singola potenza possa oggi o nel futuro concepibile ergersi come dominante ed egemone, come invece è successo ciclicamente dagli albori del capitalismo a oggi. E quindi, no potenza egemone=no valuta egemone, o per lo meno questo suggeriscono la logica e la storia.

E penso che per via della complessificazione del mondo, delle sue contraddizioni e della scala delle risorse che occorre impiegare per superarle, una tale potenza non ci potrà più essere. Questo fin quando nel mondo saranno prevalenti rapporti sociali funzionalizzati all'accumulazione senza (un) fine. Dell'eventuale dopo oggi non si può dire nulla e quindi è meglio tacere.


Un token basato sull'oro e su un paniere di monete nazionali è una cosa ben diversa da una moneta con “exorbitant privilege” (come recitava l'accusa di Valéry Giscard d'Estaing al Dollaro).

Questa “Unit” potrebbe assumere superficialmente l'aspetto di Diritti Speciali di Prelievo ma parzialmente agganciati all'oro e finalizzati non a integrare le riserve nazionali ma a regolamentare il commercio transfrontaliero multilaterale senza sostituire le valute nazionali degli Stati membri.

O essere una sorta di “Bancor”, la moneta sopranazionale proposta da Keynes alla conferenza di Bretton Woods nel 1944 e rifiutata dagli Usa per imporre il Dollaro.

Di sicuro non sarà una “moneta comune”.

Il fatto che sia in parte consistente basata sull'oro assume un significato politico: una sfida al Dollaro che dall'oro si è sganciato dal 1971 (Nixon shock) per agganciarsi al debito sovrano degli Usa (dal “Gold-Dollar Exchange Standard” al “Treasury Bill Standard” nella terminologia di Michael Hudson), alla allora potenza militare, scientifica, industriale e politica statunitense e, grazie a ciò, al petrolio.

Collaterali” erosi dalla crisi sistemica e che potrebbero essere ulteriormente erosi da una “Unit” basata sull'oro (fisico, non cartaceo). Ma si sta parlando del futuro.

Per adesso la Dichiarazione di Delhi parla di una progressione verso la de-dollarizzazione finanziaria resa obbligatoria dalle mosse di Washington.


Al di là della volontà di dominio degli Usa, che a Bretton Wood sia stato scelto il Dollaro come valuta internazionale rifletteva una condizione oggettiva: gli Stati Uniti stavano uscendo dalla II Guerra Mondiale come la più forte economia mondiale, maggiore per ordini di grandezza di tutte le altre.

Oggi con l'espandersi di molte economie nazionali, la ragione economica, non più valida, è oscurata da quella politica e da un lascito storico: la grande forza organizzativa del “sistema Dollaro”. Una forza anche politico-culturale: si pensi a quanta parte delle classi dirigenti nel mondo (Russia, Cina e India comprese) si sono formate su di esso e sulla sua trasformazione in sostegno chiave del neoliberismo finanziarizzato. Un grande punto di forza.

Ma la crisi sistemica ha provocato la militarizzazione del Dollaro, cioè ha esposto al mondo il suo uso come arma. Si pensi alle sanzioni secondarie che colpiscono singoli (vedi ad esempio Francesca Albanese), organizzazioni (vedi recentemente Autistici/Inventati) e nazioni (in varia misura gli Usa applicano sanzioni a 19 Paesi e a 7.500 persone fisiche).

Ed è proprio la militarizzazione del Dollaro che preoccupa persino un leader come Modi, che pure non ha contenziosi con gli Usa e vorrebbe tenere i piedi in più staffe.

Ecco quindi l'unanimità, per molti versi sorprendente, raccolta dalla Dichiarazione di Delhi.

Gli Usa hanno accusato il colpo: Trump furente ha subito minacciato dazi al 100% sui membri Brics.

Spaventeranno o convinceranno i Brics ad accelerare la de-dollarizzazione? Una de-dollarizzazione che non era originariamente nelle intenzioni di nessun membro dei Brics. Tanto meno in quelle dell'India (il cui export per il 20% va a finire negli Usa), oppure degli Emirati.


A questo proposito si deve notare che la Dichiarazione Comune è tanto più significativa se si pensa che la firma ha messo insieme Iran ed Emirati.

Questa eterogeneità geopolitica spiega perché nella dichiarazione si auspica una soluzione negoziale per il conflitto regionale in corso (la guerra contro l'Iran) senza però menzionare né gli Usa ne Israele.

Un compromesso accettabile se si tiene conto che l'Iran ha più volte bombardato gli Emirati e che gli Emirati ospitano (o ospitavano) basi americane.

Il paziente lavoro di mediazione dell'India (immagino coadiuvata dalla Cina e dalla Russia) ha portato alla firma comune anche se l'Iran voleva una condanna netta ed esplicita a cui gli Emirati si sono opposti.

Sembrerebbe così di capire che la de-dollarizzazione e la promozione a livello Brics di meccanismi già all'opera da due anni tra Iran-Cina e Iran-Russia e da gennaio anche triangolarmente, siano stati ritenuti comunque più importanti.

E a ragione. Nessun membro Brics vuole un redde rationem militare con gli Usa. Ma tutti sperano che un indebolimento degli Stati Uniti nella sfera finanziaria possa indurre Washington a più miti consigli.


Esplicitamente o meno si sfrutta una contraddizione emersa con la guerra in Ucraina.

Riprendiamo la teoria dei monopoli fondamentali (Amin) la cui concentrazione in una singola potenza fa di essa quella egemone in un ciclo sistemico (Arrighi).

Come ho già avuto modo di dire questi monopoli, o primati, oggi sono a mio avviso suddivisi in questo modo:

1) Primato nell'innovazione scientifica e tecnologica: Cina con al seguito gli Usa.

2) Controllo degli accessi alle risorse: Usa, Russia e Cina (si pensi alle terre rare).

3) Monopolio finanziario: Usa.

4) Monopolio politico-culturale: Usa (per noi Occidentali, differente discorso a livello globale); è in larga misura dipendente dagli altri.

5) Monopolio della forza: Russia.


Soffermiamoci sull'ultimo monopolio che, volenti o come me nolenti, è cruciale.

La guerra in Ucraina della Nato contro la Federazione Russa ha messo in evidenza da che parte pende l'ago della bilancia.

Può piacere o non piacere ma è stupido nascondere la verità dietro menzogne insostenibili.

Dal canto suo la sconfitta de facto degli Usa da parte dell'Iran ha ribadito che l'esercito degli Stati Uniti è una “expeditionary force” che non solo non è in grado di combattere una guerra moderna continentale come quella combattuta oggi in Europa a spese dell'Ucraina dall'intera Nato contro la superpotenza Russia, ma nemmeno una guerra aeronavale contro una potenza di medie dimensioni come l'Iran.

Ecco quindi la nuova “nuclear posture” statunitense: se con le armi convenzionali non ce la facciamo, usiamo quelle nucleari.

La precedente “New nuclear posture” di Bush jr -mantenuta da Obama e da Biden, così come Guantanamo e il Patriot Act (ma non erano scandali per la sinistra?)- era un totale stravolgimento della logica della deterrenza che aveva guidato la Guerra Fredda, dato che ora gli Usa si riservavano la possibilità di first strike nucleare (cosa inconcepibile durante la Guerra Fredda) e persino contro nemici non nucleari.

La “nuclear posture” di Trump, in aggiunta, prevede l'utilizzo di nucleari tattiche fin dal primo incedere di un conflitto, ovviamente anche contro potenze non nucleari. E questo è un ulteriore netto peggioramento perché l'aggettivo “tattica” è un imbroglio. Una bomba nucleare tattica è comunque una bomba nucleare (grande mediamente più di quella di Hiroshima: da 1 a 50 kilotoni quelle tattiche, 15 kilotoni quella di Hiroshima) e il suo uso contro una potenza nucleare, o alleata a una potenza nucleare, rischia di trasformare immediatamente un conflitto convenzionale in uno termonucleare.

E a Washington e al Pentagono oltretutto c'è chi pensa che gli Usa un conflitto nucleare lo possano vincere. Una pura follia.

Si noti che la Russia giustamente non fa distinzione tra nucleari tattiche e strategiche in base alla potenza, ma all'obiettivo.

Questa nuclear posture è segno di debolezza. Dopo il Vietnam, dopo l'Afghanistan, dopo l'Ucraina, dopo la fallita missione Prosperity Guardian contro Ansar Allah (gli Houthi) e dopo l'Iran, gli Usa hanno capito che la strategia “shock and awe” (colpisci e terrorizza) pur basata su forze di spedizione guidate da portaerei, cioè da piattaforme concepite appositamente non per la difesa ma proprio per la proiezione di potenza, non funziona più: oggi i poderosi carrier strike groups (gruppi di attacco guidati da una portaerei) sono virtualmente “sitting ducks”, bersagli facili di cui la portaerei è quello “più grande e prestigioso”, come da tempo sostiene l'esperto militare statunitense Andrei Martyanov, già ufficiale della Marina sovietica.

L'epopea della Lincoln, schierata contro l'Iran, in mare per quasi un anno senza toccare terra fra guasti, cibo deteriorato e tentativi di suicidio e senza poter combinare niente per il timore di essere colpita, è emblematica.

Ecco dunque la contraddizione. Se nel 2003 David Harvey giustamente scriveva in “Accumulation by dispossession” che ogni attacco al Dollaro avrebbe sicuramente provocato «una risposta politica, economica e anche militare selvaggia da parte degli Stati Uniti», oggi queste risposte non solo incontrano controrisposte anche militari, non selvagge ma decise e preoccupanti, ma anche ulteriori attacchi al Dollaro, spinti proprio dalle scomposte reazioni statunitensi e protetti dalle controrisposte, anche militari.

È un giro vizioso per gli Usa. È da vedere se è virtuoso per il resto del mondo, per lo meno quello non occidentale. Non lo so ancora. Fatto sta che le cose stanno andando così.

Di certo, perché tutto non sfoci in una catastrofe generale è necessario che negli Stati Uniti (e in Europa) ci sia qualcuno in grado di convincere che si vincono eventualmente solo le guerre convenzionali, non quelle nucleari. E che se quelle convenzionali non si riescono a vincere occorre pensare a strategie di adattamento.

Ma i possessori delle centinaia e centinaia di trilioni di capitali fittizi, che da decenni ripetono sempre le stesse mosse, finanziarie, politiche e geopolitiche, e che non hanno altro orizzonte che se stessi e le proprie mosse ripetitive, staranno a sentire?

Non credo.

Alla deriva, che è una deriva nucleare, dobbiamo opporci noi.

mercoledì 19 agosto 2026

GLOSSA NUMERO DUE ALLA POLEMICA "CINESE"
ALCUNI APPUNTI DI ALESSANDRO VISALLI 


Avendo letto alcune note di Alessandro Visalli a margine della polemica sulla natura della società cinese (vedi post precedenti), associate a un suo intervento in altro contesto, gli ho chiesto il permesso di pubblicarle su queste pagine e, avendolo ottenuto, ne riproduco gran parte qui di seguito. 

l'articolo di Moreno mette i piedi sulle orme scavate da secoli. Direi che la disputa sul nome, condotta a colpi di autorità del testo (e senza contesto), è a dir poco ammuffita. Ma una questione esiste, per così dire, tra le righe: Moreno teme che chiamare 'socialista' la Cina renda il socialismo analogo ad un capitalismo che produce molto (e alza tutte le barche, per usare una nota immagine liberale). Ma è un punto che si fonda sull'implicita associazione tra 'capitalismo' e 'modernizzazione'. Quel che vede chiunque vada in Cina è, infatti, un'imponente modernizzazione, e, naturalmente, vede anche molto capitalismo. Cioè molti capitalisti. Qui la richiesta di "direzione" di Moreno è giusta ed è, naturalmente, un problema aperto ed un conflitto in corso. Ma, tra le molte cose che si potrebbero dire, la rivendicata "visione teorica ex ante" (usando come elementi dirimenti del 'vero' socialismo una lettura formalistica e statica dei marcatori "assenza di forma-merce", di "denaro", di "lavoro salariato"), riconduce interamente la prospettiva socialista nell'alveo della mera utopia. Non è difficile notare che si sta parlando in effetti di assenza della divisione del lavoro e di società organica (ovvero di non-società). 


Il mio punto su questo: confondere modernità e capitalismo disarma qualsiasi possibilità di pensare il nuovo (che non necessariamente assomiglia al vecchio). I suoi marcatori sono marcatori di modernità (o di società complessa tout court), non di capitalismo, e anche l'horror vacui che al termine esprime verso l'evoluzione tecnica (anche se il tema è importante, ma non in questi termini) mostra una tendenza ad immaginare come alternativa una comunità organica. 


Propongo una diversa ipotesi di marcatori, oltre la mera divisione del lavoro: 1) l'accumulazione è subordinata a fini politicamente posti, o la politica all'accumulazione? 2) la ricchezza è convertibile in potere politico ed è trasmissibile? 3) chi paga i costi delle crisi. Nel finale del mio "Classe e partito" (Meltemi, 2023) ho scritto: "Nel caso del libro di Formenti, e anche di questo, ci si potrebbe chiedere se tutto questo è ancora marxismo (soprattutto per la profondità della decostruzione), ma è una domanda frivola. È più rilevante chiedersi se individua almeno alcuni problemi cruciali e aiuta a risolverli." La questione non è l'etichetta, è la cosa. E dare all'etichetta-anatema "capitalismo" i caratteri della divisione del lavoro e della pluralità sociale significa individuare come nemico l'intera società umana storicamente nota. Non serve a nulla. 


Aggiungo che molto spesso in queste impostazioni, direi tradizionalmente, la critica diventa gnosi — rifiuto del mondo in quanto mondo, con il socialismo come Regno che per definizione non può venire -. Si lamenta una civiltà, tutte le civiltà in effetti, e non si analizza concretamente un modo di produzione. C'è anche un'ironia filologica: Marx quasi non usa "Kapitalismus" come sostantivo — parla di "modo di produzione capitalistico", un aggettivo che serve a focalizzare processi sociali. Il nome-anatema, la reificazione del termine, viene dopo (con Sombart e la Seconda Internazionale), e la disputa sull'estensione del nome è, in definitiva, una disputa interna alla teologia post-marxiana, non al pensiero di Marx stesso. Questo è rilevante perché mostra il carattere liturgico del modo di argomentare del nostro amico, un modo che serve all'appartenenza. 


Capital-ismo, se è qualcosa, è l'accumulazione come fine autonomo cui viene subordinata la riproduzione sociale, ovvero la convertibilità illimitata della ricchezza in comando. Io uso raramente la parola "capitalismo", anche se penso spesso dentro quella cornice (dello strapotere della forma-capitale), perché porta automaticamente con sé una teologia ed una trascendenza fantasmatica. Ovvero una promessa del Regno che per definizione qui ed ora non può darsi. Svolge la funzione che alcuni attribuiscono (riduttivamente, ritengo) alle religioni. In altre parole, Moreno difende una sua chiesa. La scomunica ("negazionisti") è il sacramento residuo quando ogni capacità istituente è perduta; la polemica non serve a stabilire nulla sulla Cina ma a mantenere il confine di un campo che si restringe. Moreno pratica una sorta di escatologia negativa — il Regno mai ancora dato, il messianismo senza messia, la purezza dell'attesa come virtù - perché non dispone di una positiva. 


C'è, tuttavia, un angolo interessante tra le righe della chiusa: se la posta è il controllo dell'inserimento sociale della tecnica (ovvero, chi definisce gli standard, chi cattura il surplus dei flussi, chi regola e soprattutto per chi e come) allora la formazione cinese andrebbe descritta e non subito classificata. Da questo punto di vista Arrighi ("economia di mercato senza capitalismo", crescita smithiana) introduce elementi da vagliare. Aggiungo, in fine: scriverò una replica a Moreno, perché anche se non mi chiama in causa (ma mi ha mandato il pezzo), la mia vecchia amicizia con Carlo (e con Vladimiro) e, soprattutto, il fatto che insieme abbiamo appena pubblicato "Oltre l'Occidente" (vol.1 mio e vol 2 di Carlo) con Meltemi, mi chiama in gioco. Il punto del mio libro è che l'alternativa a una piattaforma tecnica non è mai nessuna piattaforma, ma un'altra piattaforma: la lotta si svolge anche, se non soprattutto, sul piano della scelta ed adattamento della piattaforma tecnica alla propria società (o meglio la modifica di uomo e società insieme alla tecnica).

lunedì 17 agosto 2026

UNA GLOSSA DI PIERO PAGLIANI
ALLA MIA POLEMICA CON PASQUINELLI SULLA CINA 


Ricevo e pubblico volentieri questa mail che l'amico Piero Pagliani mi invia dopo avere preso visione della polemica (vedi post precedente) con Moreno Pasquinelli sulla questione della Cina: complesso processo di transizione al socialismo (il sottoscritto) o ultima mutazione del mdp capitalistico (Pasquinelli)?  

Caro Carlo, 
non lo facevo così disattrezzato il nostro amico Moreno.
Come tutti i marxisti dovrebbero sapere, Lenin scriveva: «Non si può comprendere a pieno Il Capitale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita tutta la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!».
Ora, o si pensa che Lenin non fosse marxista o bisogna prenderlo sul serio, perché le riflessioni di Lenin avevano sempre un fondo e un intendimento politico. 
Concetti fondamentali di Hegel sono usati ripetutamente da Marx, basti pensare alla differenza tra "apparenza della sfera della circolazione (der Schein der Warenzirkulation)" e la sfera della circolazione come l'apparire fenomenico (Erscheinung) della sfera della produzione. Una differenza, quella tra "Schein" ed "Erscheinung", squisitamente hegeliana e che in Marx diventa un perno della sua analisi di classe.
Se uno ignora o disdegna Hegel ovviamente non può capire il significato della famosa "risalita dall'astratto al concreto" che è una diretta critica a Hegel, che Marx critica proprio perché riconosce la sua importanza. Dire che bisogna partire dall'elementare (elementare complesso come le cellule di un organismo che procedono per differenziazione, non un elementare semplice come i blocchetti del Lego che procedono per assemblaggio) perché il concreto è sintesi di molte determinazioni, non vuol proprio dire che bisogna partire da una "teoria ex ante". 
Marx nelle Glosse a Wagner scriveva esplicitamente: «Prima di tutto, io non parto da "concetti", quindi neppure dal "concetto di valore"».
Tu scrivi che «è proprio la trilogia braudeliana su civiltà materiale, economia e capitalismo 
a smontare l’equazione produzione di merci = capitalismo». 
Esattissimo. Già Polanyi distingueva tra "società con mercato" e "società di mercato" ed è necessario ricordare che il capitalismo è accumulazione monetaria, verso la quale l'economia materiale deve "pompare risorse" come scrive Braudel.
Se non si capisce questo non si capisce la differenza tra capitale e capitale fittizio (altra declinazione della differenza tra Erscheinung e der Schein der Warenzirkulation), non si capisce perché è il prestatore di denaro il vero capitalista, l'inizio e la fine del ciclo di accumulazione, e quindi non si capisce cosa è la finanziarizzazione e perché essa è segnale (Arrighi) di una crisi sistemica (l'economia materiale non riesce più a "pompare" a sufficienza, per motivi strutturali che coinvolgono tutta un'economia-mondo e quindi anche i rapporti interstatali - non è per caso che il "Sud, o Sud+Est, del mondo" si è stufato di "pompare" risorse verso la nostra finanza e che il cambiamento dei rapporti di forza geopolitici gli consentono di vedere alternative?).
Se si ignora tutto questo è impossibile capire ad esempio che cosa è il controllo statale cinese sulla sfera finanziaria, la sua importanza politica e geopolitica e il suo rapporto col socialismo.
Che poi ci siano contraddizioni, anche serie, nel sistema misto cinese non può sorprendere, semmai preoccupare.
Scrivi ancora: «I veri eretici non erano il “rinnegato” Kautsky e la II Internazionale, che incarnavano la visione “evoluzionista” dell’ultimo Engels, bensì Lenin e i bolscevichi, che rompevano con la tradizione del marxismo occidentale». 
Mi sembra incredibile che sia ancora necessario ricordare questa cosa, capita al volo e sul momento da Gramsci ("La rivoluzione contro il Capitale").
Mi fermo qui.
Se queste cose non sono chiare si cadrà facilmente in qualche forma di giudizio  infantilmente estremista o, se vogliamo, "purista" (i vari Zurück zu Marx che si dimenticano che dopo Marx c'è stato Lenin).

A mò di appendice

1) Segnalo un interessante articolo di Alessandro Testa su " Il cavallo di fuoco" dal titolo "Perché la Cina non è capitalismo di Stato" : https://share.google/kaNLIUx3tqLqFf9IC 

2) l'amico Vladimiro Giacché che, diversamente dal sottoscritto, non ha voluto sprecare tempo per replicare all'attacco che gli viene rivolto da Pasquinelli su "Sollevazione" ha preferito ammettere le proprie colpe inviandomi la foto che pubblico qui di seguito quale prova inconfutabile della sua appartenenza alla setta dei "filo-cinesi".



sabato 15 agosto 2026

 

LA FATWA DI MORENO PASQUINELLI

CONTRO I COSIDDETTI FILO-CINESI


L’amico Visalli mi segnala un lungo articolo di Moreno Pasquinelli apparso sul blog “Sollevazione” (mi era sfuggito perché ho smesso di leggere gran parte dei siti della sinistra radicale, visto che è raro trovarvi significativi spunti di riflessione). Si tratta di un piccolo pamphlet contro le analisi che il sottoscritto e Vladimiro Giacché hanno pubblicato sull’esperimento cinese di costruzione del socialismo.


Non vi ho trovato niente di particolarmente nuovo rispetto ad analoghe posizioni espresse, fra gli altri, da Ernesto Screpanti, al quale mi ero limitato a dedicare poche battute in un post precedente. In quell’occasione osservavo ironicamente che, se si prendessero per buoni gli argomenti che trozkisti, bordighisti, neo e post autonomi e neo maoisti utilizzano per criticare il cosiddetto “socialismo reale” in tutte le sue varianti, se ne dovrebbe dedurre che, in tutta la storia mondiale, non è mai esistito, non esiste né esisterà mai un sistema socialista.


Come si vedrà, ciò vale anche per Pasquinelli, il quale rientra a pieno titolo nell’elenco delle sette sopra elencate. Dal momento che lo considero un amico, non mi limiterò a reiterare la battuta in questione ma gli dedicherò una breve replica (nella quale non terrò conto della parte in cui se la prende con Giacché il quale, se ne avrà tempo e voglia, risponderà a sua volta).


Evito di svolgere un’analisi linguistica del testo, anche se sarebbe divertente, dal momento che abbonda di sostantivi come corifei (perché non mosche cocchiere?) filo-cinesi (la fonetica dei nomi cinesi impedisce di coniare qualcosa di simile a putiniani), mitologie, falsificazioni nonché aggettivi quali assurdo, grottesco, paradossale, ecc. Insomma: un lessico che evoca certe polemiche d’antan, quando ci si accapigliava fra compagni di sezione, gruppuscoli in competizione, ecc. Del resto erano anni in cui si cercava di rinverdire la tradizione degli insulti incrociati fra le diverse correnti del marxismo occidentale (quando contavano ancora qualcosa).


Ma veniamo al sodo. Inizio dalla parte più gustosa, cioè quella in cui Pasquinelli ci spiega quale sarebbe, secondo lui, il “metodo” di Marx. Il pensiero del Moro aveva forse qualcosa a che fare con la dialettica hegeliana? Per carità, si indigna Pasquinelli, il quale odia Hegel (forse è per questo che gli sta sul gozzo Giacché, uno dei massimi esperti italiani del pensiero del grande filosofo1) e, più in generale, il concetto di contraddizione. “Nessuna hegeliana sottigliezza falsifica, sentenzia, il principio aristotelico di non contraddizione”. Ergo: il maestro di Marx è Aristotele e ciò spiega perché, l’analisi “marxista” della natura della società cinese del nostro ha la forma del sillogismo: se la produzione di merci è la forma economico sociale dominante (premessa maggiore) e se esiste il plusvalore, e quindi esistono sfruttamento e alienazione (premessa minore), allora in Cina non c’è il socialismo ma il capitalismo (conclusione).


Più avanti valuteremo l’inconsistenza delle due premesse e “quindi”, per fare il verso al nostro neo aristotelico, ne dedurremo la falsità della conclusione. Per ora andiamo avanti con la sua lezione di metodo. Formenti, pontifica, è un empirista perché la sua verità si fonda sull’accertamento dei fatti, dei dati, dei fenomeni e non su una loro “visione teorica ex ante” che sola ne può illuminare il senso.


Indubbiamente Pasquinelli non perde tempo ad analizzare fatti, dati e fenomeni (che infatti nel suo testo sono drammaticamente assenti): lui non avrebbe mai sprecato, come fece Marx, giorni e giorni a studiare archivi e altri documenti storici, prima di abbozzare una teoria sulle origini del capitalismo e della classe operaia in Inghilterra, perché, al contrario di Marx (del quale cita a sproposito, decontestualizzandolo, il detto sul “metodo di salire dall’astratto al concreto”2) avrebbe già avuto in testa la propria “visione teorica ex ante”, vale a dire un’illuminazione mistica che gli si sarebbe accesa in testa calando dal mondo iperuranio delle idee (e qui siamo a Platone e ai mistici religiosi piuttosto che ad Aristotele).


Il punto è che, per Pasquinelli, la teoria non si fonda su principi e criteri è fatta di principi e criteri (cioè è fede in un insieme di dogmi rivelati e non applicazione dei principi per analizzare la realtà concreta e la sua evoluzione storica). Del resto anche l’evoluzione e la storia gli stanno sul gozzo. Infatti, allorché cerca di definire in concreto che cosa sono il socialismo e la pianificazione socialista, ripete i modelli che Marx ed Engels hanno schizzato nella “Critica al Programma di Gotha” e nell' “Antiduhring”: produzione e scambio di beni come valori d’uso e superamento dell’economia monetaria fondata sul feticcio del denaro. Per Pasquinelli un secolo e mezzo di tentativi di realizzazione del socialismo è come se non esistessero, o meglio: sono aborti dovuti alla natura “arretrata”3 dei Paesi in cui sono stati effettuati (e qui si rivela un pessimo trozkista, visto che Trotzki fu autore di una feroce contestazione della definizione della Russia del 1917 come Paese “arretrato”).


Facciamo un passo indietro. Mi rimprovera di avere elencato fenomeni senza sottoporli ad alcun filtro teorico. È chiaro che non ha letto il libro cui presumo si riferisca4 o, se lo ha letto, non ha letto, visto che non ne fa cenno, nessuno dei maestri teorici che ne ispirano le tesi: Giovanni Arrighi (autore del più importante saggio5 di analisi economica della storia e della società cinesi); Alberto Gabriele6 (cui accenna en passant); Domenico Losurdo (idem: lo cita brevemente solo per dire che marxismo occidentale e marxismo orientale7 sono “categorie” – nella mia ingenuità credevo si trattasse di fenomeni storici – inconsistenti; Costanzo Preve (non pervenuto, laddove gli avrebbe insegnato qualcosa sul fatto che in Marx esistono diversi “regimi narrativi”8); Lukacs9 e Braudel.


A proposito di quest’ultimo: Pasquinelli cita Braudel evocandone il noto modello “a tre strati” (vita quotidiana, mercato, capitalismo) e commette così un clamoroso autogol: infatti è proprio la trilogia braudeliana su civiltà materiale, economia e capitalismo10 a smontare l’equazione produzione di merci = capitalismo, laddove afferma, come ribadisce Arrighi sulle sue tracce, che si possono aggiungere tutte le relazioni di mercato che si vogliono a un sistema, ma se la classe capitalistica non detiene il potere politico non si può parlare di capitalismo.


E qui casca, due volte, l’asino. La prima volta perché, a proposito di Lenin, Pasquinelli deve ingoiare quanto scriveva Lenin a proposito del capitalismo di Stato e della sua funzione insostituibile per la transizione al socialismo. Brutta botta, al punto che gli tocca commettere un peccato di lesa maestà dicendo che “anche Lenin si impigliò in definizioni ambigue”. Peggio (seconda volta) perché gli tocca riconoscere di fatto che fra il Lenin di Stato e rivoluzione e il Lenin della NEP c’è una distanza abissale.


Il leader bolscevico si era rincoglionito? No, semplicemente i marxisti, se sono tali e non ripetitori di formulette preconfezionate, cambiano idea con l’evolversi della situazione storica, perché applicano il metodo dell’analisi concreta della situazione concreta. Del resto lo stesso Marx ne è un esempio: vedi la lettera del 1858, in cui valuta l’ipotesi che il colonialismo avrebbe consentito al capitalismo occidentale di evitare la rivoluzione coltivando e addomesticando un’aristocrazia operaia (tema che torna nella questione del rapporto fra proletari inglesi e irlandesi); vedi la critica al recensore russo del Capitale, nella quale nega di avere voluto costruire una teoria generale dell’evoluzione storica valida per tutti i popoli; vedi infine l’ipotesi di un possibile ruolo rivoluzionario delle comunità contadine russe, lontana mille miglia “dall’idiotismo contadino” che aveva irriso nel Manifesto del 184811 ecc. ecc.


A irritare Pasquinelli, ancor più dell’ambiguità e dei cambiamenti di idea di Lenin, sono le tesi di chi, come il sottoscritto, sostiene, rilanciando quanto scritto da Arrighi e Braudel (vedi sopra), che finché il potere politico non è nelle mani della classe capitalistica non si può parlare di capitalismo. Quest’affermazione, strilla, è “una forma assurda e grottesca di autonomia della politica”, è una indebita sopravvalutazione del ruolo della sovrastruttura statuale e ideologica. Ci risiamo! Dopo che Lukacs e Gramsci (che non a caso il nostro ignora) hanno spiegato anche ai più duri di comprendonio che l’ideologia (per tacere dello Stato!) sono potenze materiali che interagiscono in profondità (e modificano) la base economica ci tocca ancora sorbire simili banalità...


A proposito del fastidio che l’amico Moreno prova nei confronti delle tendenze “eretiche” dell’ultimo Lenin rispetto alla definizione dogmatica di socialismo coniata dai padri fondatori nell’800, gli consiglio vivamente di leggersi l’ultimo libro di Canfora Comunismo un’altra storia12 che spiega molto bene come la Rivoluzione del 1917 e Lenin segnino una rottura di paradigma rispetto alle teorie dei “classici” (i termini stessi di socialismo e comunismo assumono significati diversi dopo quella irreversibile rottura). I veri eretici non erano il “rinnegato” Kautsky e la II Internazionale, che incarnavano la visione “evoluzionista” dell’ultimo Engels, bensì Lenin e i bolscevichi, che rompevano con la tradizione del marxismo occidentale. Ma non nutro eccessive speranze sull’influenza che una simile lettura avrebbe sul nostro, nemico giurato com’è della storia e degli “storicismi”.


Prima di concludere con gli spropositi di Moreno sul capitalismo cinese, apro un inciso sul concetto di modo di produzione e sul contributo di Alberto Gabriele (cui Pasquinelli accenna di sfuggita, lanciandogli una fatwa per violazione del principio di non contraddizione). Gabriele (e il sottoscritto, Giacché ed altri) sostiene – orrore! - che la categoria di modo di produzione è un’astrazione che non rende conto della realtà concreta di tutte le formazioni sociali esistenti. Esistono formazioni sociali che possono essere definite capitalistiche a pieno titolo come gli USA e i Paesi europei, ed esistono formazioni sociali “miste” in cui coesistono diversi modi di produzione (precapitalisti, capitalisti e in transizione verso il socialismo) che hanno fra loro rapporti conflittuali. E qui va sciolto un equivoco che - mi spiace dirlo – Pasquinelli alimenta in assoluta mala fede laddove mi attribuisce la tesi secondo cui la Cina sarebbe già un Paese socialista e non in transizione verso il socialismo (Gabriele usa il neologismo “socialistico” per connotare simili realtà).


Nei miei testi ripeto a più riprese che ritengo che la Cina è un Paese in cui convivono diversi modi di produzione, in cui permane la lotta di classe e nel quale è in atto un processo di transizione di lungo periodo che potrà avere esiti diversi a seconda di chi vincerà. Ciò è esplicitamente riconosciuto da diversi autori cinesi (per inciso: Pasquinelli non ne cita neanche uno – il che è bizzarro visto che gli toccherebbe misurarsi con gli intellettuali che considera avversari – preferendo mettere in bibliografia mezze calzette italiche piuttosto che pezzi da novanta come Zhang Boyng, Quiao Liang e Cheng Enfu13.


Mi avvio alla conclusione citando tre delle tante domande alle quali risponde per dimostrare che la Cina è capitalista. Valgono in Cina le leggi del valore e le leggi di mercato? Sì, risponde, quindi la Cina è capitalista. Ho già contestato in precedenza quel “quindi” a partire dalle tesi di Braudel e Arrighi per cui non sto a ripetermi. Esiste plusvalore e chi se ne appropria? Sì, quindi...Risposta che ignora il contributo di Paul Baran e Paul Sweezy14 sul capitalismo monopolistico e sul surplus come fondamento di tutte le formazioni sociali siano esse precapitalistiche, capitalistiche o socialiste: per riprodursi ogni società deve produrre più di quel che consuma e, a definirne la natura è casomai il modo in cui quel surplus viene ridistribuito (ma Pasquinelli ignora i fatti e i dati che certificano che in Cina la distribuzione non funziona come nei Paesi capitalisti, anche se non è ancora attuato il principio da ciascuno secondo il suo lavoro a ciascuno secondo i suoi bisogni). Esistono in Cina forme di democrazia dal basso alternative alla democrazia borghese? No, quindi. Ma il no in questione è disinformato (come tutto l’articolo di Pasquinelli). Certo, in Cina non ci sono i soviet – che, per inciso, furono il prodotto di una concreta fase storica russa e non della Rivoluzione d’Ottobre15 – ma esistono molte e diverse forme di partecipazione popolare alle decisioni politiche ed economiche: comitati di villaggio, di quartiere e d’impresa, cooperative di produzione ecc. Per una bibliografia in merito rinvio alle edizioni Marx 2116 e alla nota qui sotto.


Vengo a concludere. Per Pasquinelli in Cina non solo c’è il capitalismo, nato sulle rovine della Grande Rivoluzione Culturale17, ma si tratta della forma “più vivace e performativadel capitalismo contemporaneo. In attesa di un suo esauriente trattato sulle forme e sulle leggi di funzionamento di questa nuova, straordinaria formazione sociale la quale, dato che, almeno finora, si è rivelata esente dalle crisi catastrofiche del capitalismo classico, sembra destinata a durare in eterno, mi tocca replicare la battuta che avevo fatto su Screpanti: per questi signori il socialismo non è mai esistito, non esiste e non esisterà mai. Io, che sono buono, penso che si tratti di una idiozia. Un autore come Gabriel Rockhill, che ho conosciuto qualche settimana fa al Festival pisano di Ottolina TV, essendo molto più cattivo di me, pensa che quasi tutti i “marxisti” critici radicali del “socialismo reale” siano stati, siano e saranno anticomunisti al servizio del “vecchio” imperialismo occidentale18. Conoscendo la buona fede di Pasquinelli lo assolvo da tale accusa, ma Rockhill porta tante e tali prove (i fatti che non piacciono a Moreno) sulla mala fede di quasi tutti gli altri, che lo invito caldamente a smarcarsi da questa pessima compagnia.



1Vedi in particolare Hegel. La dialettica. Introduzione al pensiero hegeliano, Diarkos 2023.

2Il movimento della dialettica marxiana procede alternativamente dall’astratto al concreto e dal concreto all’astratto, se seguisse solo il primo movimento sarebbe, a scorno di Pasquinelli, un’idealista hegeliano puro.

3Il concetto di “arretratezza” di Pasquinelli è eurocentrico e antidiluviano. Evoluzionista-eurocentrico perché presume che l’Occidente capitalistico sia il destino verso cui tutti gli altri popoli devono necessariamente, prima o poi, approdare; antidiluviano perché ignora il pluridecennale dibattito teorico sul rapporto sviluppo/sottosviluppo e sui concetti come centro, periferia e semi periferia, dipendenza , ecc. cui hanno contribuito, fra gli altri, Wallerstein, Arrighi, Frank, Samir Amin (cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020).

4C. Formenti, Oltre l’Occidente (secondo volume di un opera in due volumi di cui il primo è firmato da Alessandro Visalli), Meltemi, Milano 2026.

5G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli 2008.

6Vedi in particolare L’economia cinese contemporanea, Diarkos 2024.

7D. Losurdo, Il marxismo occidentale, Laterza, Roma-Bari 2017.

8Vedi, in particolare, La filosofia imperfetta, Franco Angeli 1984.

9Preferibilmente non quello di Storia e coscienza di classe (che magari a Pasquinelli può garbare) bensì quello di Ontologia dell’essere sociale (4 voll.), PIGRECO 2012 (che invece lo sconvolgerebbe. Per inciso, Visalli mi riferisce che il nostro gli avrebbe citato come positive le critiche  della Heller e di altri allievi del grande filosofo ungherese a tale opera. È meglio che si informi: Heller e compagnia bella si sono convertiti tutti al liberalismo occidentale , per cui rischia di mettersi in cattiva compagnia)

10F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.

11Gli ultimi due casi sono consultabili in altrettanti testi raccolti nell’antologia India Cina Russia, il Saggiatore 1960.

12Da poco in libreria per i tipi di Feltrinelli.

13Questi e altri autori sono in catalogo presso le edizioni Marx 21.

14P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi 1968.

15Il modello dei soviet erano le comunità contadine di base (obscina) che gli operai russi (in maggioranza contadini di recente inurbazione) importarono nelle fabbriche. Sul tema vedi l’analisi storica di P. Poggio (L’Obscina. Comune contadina e rivoluzione in Russia, Jaka Book 2013). Ah questi storici: quanti dispiaceri danno a Pasquinelli.

16Vedi anche D. Bell, Il modello Cina, Luiss 2019, D. Bertozzi, Cina Popolare, L’Antidiplomatico 2021. F. Parenti, La via cinese, Meltemi 2021, Cheng Enfu, Dialettica dell’economia cinese, Bari 2024.

17Trovo patetico che la Rivoluzione Culturale venga ancora presentata come un grande movimento rivoluzionario, laddove ne sono ormai arcinoti i disastri che la piccola borghesia studentesca che ne fu protagonista ha provocato, trascinando la Cina sull’orlo del collasso, regalandone il controllo all’imperialismo occidentale. Al punto che lo stesso Mao, che la provocò commettendo un errore non meno terribile del Grande Balzo in Avanti, fu costretto a ordinare all’esercito di schiacciarla.

18Cfr. G. Rockhill, Who Paid the Pipers oif Western Marxism? Monthly Review Press 2025 (il volume è in traduzione e uscirà nella collana di Meltemi diretta dal sottoscritto).s

martedì 4 agosto 2026

ANCORA SUL VENEZUELA
E SU COSA CI INSEGNA QUELLA SCONFITTA  


Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di “Contropiano” che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:

“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. E’ la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.

Che quanto è successo in Venezuela (e ancor prima in Ecuador e Bolivia) sia doloroso per tutti coloro che auspicano la vittoria del socialismo è indubbio, così come è indubbio che il processo storico sia contraddittorio, anche se io aggiungerei che, oltre a essere contraddittorio, non è animato da alcun principio di necessità immanente, come presumono le versioni “evoluzioniste” del marxismo: ogni rottura rivoluzionaria incorpora la possibilità e non la necessità di una transizione al socialismo. Ciò non vale solo quando sussistano certe “debolezze” (sulle quali tornerò a breve) dei soggetti politici alla guida del processo rivoluzionario, vale anche se e quando le soggettività in questione sono “forti”, come quelle auspicate dagli autori dell’articolo che sto commentando.


Ma quali sono, secondo gli autori, le caratteristiche che dovrebbe avere un soggetto politico adeguato alla propria missione rivoluzionaria? Lo deduciamo dai seguenti indizi: i soggetti che incorporano rischi di opportunismo, corruzione e tradimento, sarebbero “i partiti Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri”.


Eppure. A meno che non si voglia adottare quale unico esempio “corretto” di partito il modello del partito bolscevico (ma meglio sarebbe definirlo leninista, vista l’insostituibile ruolo di leadership che Lenin esercitava in tale partito), che non lo si voglia cioè elevare a modello astratto, “idealtipico”, dell’organizzazione rivoluzionaria, si è indotti a riconoscere che esso (parliamo di un pugno di rivoluzionari “di professione”, selezionati da esperienze durissime e sottoposti a una ferrea disciplina interna) ha funzionato solo ed esclusivamente nelle particolarissime condizioni storiche della Russia durante la I Guerra mondiale. Tutti i tentativi di clonarlo nei Paesi a capitalismo avanzato, al pari dei movimenti rivoluzionari cui tali tentativi hanno hanno dato vita, sono falliti. Viceversa, tutte le rivoluzioni socialiste vittoriose, avvenute in Paesi periferici o semiperiferici, sono state guidate da partiti che avevano caratteristiche diverse dal modello leninista.


Parto dall’America Latina. In tutte le rivoluzioni del subcontinente il ruolo dei partiti comunisti è stato marginale: non solo perché divisi in correnti ideologiche in competizione reciproca (stalinisti, trotzkisti, maoisti ecc.) ma anche e soprattutto perché si sono rivelati incapaci di radicarsi nelle masse contadine (e solo in una certa misura nelle minoranze operaie sindacalizzate) e di elaborare programmi politici in grado di raccogliere un diffuso consenso popolare. I processi rivoluzionari sono stati guidati da leader carismatici che hanno capeggiato movimenti populisti che sono riusciti a sfruttare la crisi dei regimi neoliberali di fine millennio per vincere le elezioni e andare al potere per vie legali.


La debolezza di questi regimi, più che al carattere populista (quindi interclassista) delle forze politiche che li hanno instaurati, era dovuta: 1) al fatto che, malgrado abbiano varato costituzioni avanzate, non hanno costruito un nuovo Stato, come è avvenuto nella Russia del 17 e nella Cina del 49, bensì ereditato le istituzioni dello Stato borghese (già corrotte dalle loro origini postcoloniali e neocoloniali). Esercito, magistratura, università, ecc. sono rimaste saldamente in mano alle classi dominanti e hanno agito da quinta colonna dell'imperialismo appena ne hanno avuto la possibilità; 2) il persistere del meccanismo elettorale della democrazia borghese li esponeva al rischio costante di essere rovesciati nel momento in cui le difficoltà economiche ne avessero eroso i loro margini di consenso; 3) in simili circostanze questi margini erano destinati a ridursi perché la base sociale “strutturalmente” (o almeno virtualmente) anticapitalista (contadini, etnie originarie, classe operaia) di questi regimi non godeva di una schiacciante maggioranza numerica nei confronti della piccola media borghesia urbana tradizionale e paradossalmente - come evidenziato all’ex vicepresidente boliviano Linera1 – delle stesse nuove classi medie, cresciute grazie alle riforme realizzate nei primi anni in cui avevano avuto il potere. In poche parole: né lo Stato – partito (magari ne avessero messo in piedi uno!), ne il partito massa (non erano veri partiti ma movimenti interclassisti che, del resto, se non fossero stati tali, non avrebbero potuto vincere le elezioni) sono stati la vera causa della sconfitta, bensì i fattori appena elencati, assieme alla poderosa pressione esercitata dall’imperialismo Usa.


Non meno significativo il caso (o meglio i casi, perché ogni singola esperienza andrebbe analizzata nella sua specificità) dell’Africa. Qui, come cerco di spiegare nella parte del mio ultimo libro2 dedicata alle rivoluzioni antimperialiste di quel continente, seguendo le analisi di autori come Cabral3, Rodney4 e Samir Amin5(5), il nodo fondamentale era la lotta per l’autonomia nazionale, e il tentativo di associarla allo sforzo di costruire il socialismo, “saltando” la fase dello sviluppo capitalistico6. In questo caso non si può nemmeno parlare di populismo interclassista, dato che le classi operaie erano inesistenti, più che minoritarie, mentre protagoniste della lotta erano le larghe masse popolari, perlopiù di origine contadine e piccolo borghese, e le etnie oppresse guidate strati intellettuali sfuggiti al controllo dei colonizzatori7. Parlare di stati partito è ancora più improprio, nel senso che quei processi rivoluzionari sono stati schiacciati prima che potessero essere costruiti dei veri Stati indipendenti. Al loro posto sono sorti regimi retti da borghesie compradore al servizio delle potenze neocoloniali, mentre gli embrioni dei partiti rivoluzionari sono stati sterminati fisicamente. Parlare di stato-partito e di fallimenti dovuti all’adozione di modelli “eurocentrici”, come fanno i critici di matrice postcoloniale e decoloniale, è un’idiozia, come spiega bene un libro di Kevin Okoth8. I movimenti rivoluzionari africani non sono stati sconfitti per “troppo Stato”, bensì, per dirla con Said Bouamama9, per troppo poco Stato (socialista).


Quanto all’Unione Sovietica e alla Cina, non è possibile liquidare la questione nelle poche righe di un articolo. Per l’Unione Sovietica rinvio a quanto scritto (e ai miei commento in merito) da Vladimiro Giacché in vari testi10 in cui riprende la polemica di Lenin contro le “sinistre” che definivano il sistema sovietico come “capitalismo di Stato”, e nei quali analizza lo sviluppo dell’economia sovietica fino alla crisi degli anni Settanta. Per quanto riguarda la Cina, rinvio all’ultima parte di Oltre l’Occidente vol. II in cui mi confronto con le tesi di chi definisce la Cina un sistema tout court capitalista (o addirittura imperialista), totalitario, antidemocratico, ecc. Qui ribadisco solo che, a mio avviso, l’esperimento cinese è la prova più evidente che la questione non è partito di massa sì o partito di massa no (quello di Togliatti era di massa e riformista, quello cinese è di massa e rivoluzionario), e aggiungo che, per fortuna, il regime cinese si fonda su un partito-Stato dotato delle risorse economiche, politiche (egemoniche) e militari sufficienti a schiacciare i tentativi occidentali di rovesciarlo sfruttando le contraddizioni di classe che, inevitabilmente, si prolungano in una formazione sociale che vive un processo di transizione.

1Cfr. A. G. Linera, Democrazia, Stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.

2C. Formenti, Oltre l’Occidente (vol. II). L’alba di una nuova storia, Meltemi, Milano 2026.

3Cfr. A. Cabral, Return to the Source, Monthly Review Press, New York 2022.

4Cfr. W. Rodney, Decolonial Marxism, Verso Books, London-New York 2022.

5Cfr. S. Amin, Classe et Nation, Editions Numériques Africaines, Dakar 2015.

6Marx prese in considerazione tale possibilità intervenendo nel dibattito fra populisti e socialdemocratici russi in merito al ruolo che le comunità contadine originarie (obscina) avrebbe potuto avere in una rivoluzione socialista in Russia, favorendo la transizione diretta al socialismo “senza passare dalle forche caudine del capitalismo”.

7Cabral sottolinea il ruolo dirigente dell’intellighenzia urbana piccolo borghese nelle rivoluzioni di liberazione nazionale dei popoli coloniali ma, al pari di Fanon, aggiunge che questi strati di classe avrebbero dovuto “suicidarsi” una volta ottenuta l’indipendenza.

8Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.

9Cfr. S. Bouamama, Pour un panafricanisme révolutionnaire, Syllepse, Paris 2023.

10Cfr. in particolare, la rivoluzione economica sovietica, in Elogio del Comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, Roma 4,5,6 ottobre 2024.


giovedì 30 luglio 2026

DUE PRESENTAZIONI DI "OLTRE L'OCCIDENTE"
NEI VIDEO DI OTTOLINA TV E CITTA' FUTURA



Per decenni abbiamo dato per scontato che esistesse un solo modo di essere moderni.
Un solo modello economico, un solo sistema politico, un solo percorso di sviluppo. L’Occidente non si limitava a essere la principale potenza del pianeta: pretendeva di rappresentare il futuro dell’umanità.
Oggi questo monopolio si sta incrinando.
Gli Stati Uniti e i loro alleati conservano una forza militare, finanziaria e tecnologica straordinaria. Ma non sono più gli unici in grado di innovare, costruire grandi sistemi industriali, orientare il commercio mondiale o dettare le regole della competizione globale.
È da qui che parte la riflessione di Carlo Formenti e Alessandro Visalli nei due volumi di Oltre l’Occidente.
Per Visalli, il cuore dello scontro non riguarda soltanto mercati, materie prime o microchip. La vera posta in gioco è il controllo della tecnica. Ma la tecnica non è mai neutrale: ogni tecnologia incorpora una precisa idea del rapporto tra individuo e collettività, tra uomo e natura, tra economia e politica. In altre parole, una diversa visione del mondo.
Da questo punto di vista, la Cina rappresenta qualcosa di molto più profondo di una semplice potenza economica emergente. Sta dimostrando che è possibile costruire una modernità diversa da quella occidentale, integrando pianificazione, industria, ricerca, finanza pubblica e infrastrutture dentro un progetto politico autonomo. Non si tratta soltanto di produrre più automobili elettriche o più intelligenza artificiale, ma di decidere in modo indipendente quale direzione debba prendere lo sviluppo.
Ed è proprio questa possibilità, forse ancora più della sua crescita economica, a renderla così difficile da accettare per l’Occidente.
Formenti affronta invece un’altra domanda decisiva: perché una parte così ampia della sinistra europea continua a leggere Cina, Russia e Sud globale attraverso categorie costruite durante l’egemonia occidentale? E come è stato possibile che, abbandonando l’analisi dell’imperialismo e del conflitto di classe, una parte della sinistra sia finita per condividere molti degli stessi presupposti del liberalismo che diceva di combattere?
Ne abbiamo parlato a Fest8lina 2026 in una discussione che prova ad andare oltre gli slogan e a interrogarsi sul significato della transizione multipolare che stiamo vivendo.

Qui di seguito trovate il link alla chiacchierata su Oltre l'Occidente che ho avuto due giorni fa con Caputo di Città Futura






martedì 28 luglio 2026

VENEZUELA. FINE DEI DUBBI:
LA RIVOLUZIONE CHAVISTA E' STATA VENDUTA 


Qualche mese fa, ragionando a botta calda sulla criminale aggressione colonialista USA al Venezuela, avevo inserito, poco prima di consegnare la versione definitiva all'editore, nel testo del mio ultimo libro Oltre l'Occidente (scritto assieme ad Alessandro Visalli e qui presentato negli ultimi post) avevo espresso seri dubbi sull'esistenza di complicità all'interno del regime di Caracas. Scrivevo in particolare: "La posizione del governo di Rodriguez non sembra esente da ambiguità: non è chiaro se certe posizioni concilianti nei confronti degli USA siano frutto di una tattica dilatoria o della disponibilità al compromesso (...) Occorrerà dunque tempo per capire l'evoluzione della situazione: crisi irreversibile del regime, lungo periodo di transizione o acutizzazione dei conflitti politici e sociali fino alla guerra civile?". 

In realtà non è stato necessario aspettare troppo. A smentire i tentativi di chi, come l'amica Geraldina Colotti, si arrampicava sugli specchi per difendere la tesi di una "ritirata strategica" dell'ala moderata del regime incarnata dalla Rodriguez, la cruda verità è emersa in modo inequivocabile. Come scrivono gli amici della Rete dei Comunisti su "Contropiano"( https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/07/25/venezuela-non-e-tattica-e-capitolazione-0197284) "Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale. Il prezzo di questa capitolazione era già leggibile nell’immunità assicurata dall’amministrazione USA a Delcy Rodriguez rispetto ai procedimenti in corso in alcune corti federali statunitensi che invece tengono ancora in galera Nicolàs Maduro e Cilia Flores. L’episodio che ha scritto parole definitive sul passaggio al campo nemico è stato l’incontro tra i dirigenti del PSUV – cioè del partito di governo – con esponenti delle autorità israeliane. Quell’incontro infatti trascende dai rapporti tra Stati e quindi da protocolli e relazioni diplomatiche che talvolta prevedono anche rapporti controversi. E’ stata dunque una scelta tutta politica del PSUV e dei suoi dirigenti. Ma è stata una scelta preceduta dagli incontri degli esponenti del PSUV al governo sia con esponenti dell’amministrazione Usa che con alti ufficiali politici e militari israeliani. Incontri e relazioni ai quali faceva da contraltare la liquidazione di ogni solidarietà con Cuba sotto assedio e ogni gratitudine verso chi ha sacrificato 32 dei propri combattenti per proteggere il presidente Maduro o che per decenni ha fornito medici e insegnanti che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo sociale del paese".

Seguono alcune considerazioni sui limiti politici, culturali e organizzativi dei processi rivoluzionari messi in atto dai populismi di sinistra in Venezuela, Bolivia ed Ecuador che condivido in gran parte ma non del tutto (vedi le analisi sui processi bolivariani che ho sviluppato in alcuni dei miei lavori degli ultimi anni). Considerazioni che mi riservo di discutere in occasioni successive. Qui, per tornare a quanto scrivevo mesi fa, mi limito a prendere atto che la situazione è ora chiara: la Rivoluzione stata tradita da una cricca che si candida a svolgere il ruolo di borghesia compradora dell'imperialismo USA e a integrarsi nel nuovo blocco continentale di destra, incaricato di reprimere le lotte dei popoli latinoamericani. Ergo: possiamo solo aspettare che nuove ondate rivoluzionarie facciano pagare a queste canaglie il loro tradimento.

TOCCA A NOI OPPORCI AI RISCHI DI UNA DERIVA NUCLEARE  (Riflessioni a margine della dichiarazione di Nuova Delhi) di Piero Pagliani Ringrazio...

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