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sabato 6 giugno 2026

SOLO IL SOCIALISMO CI PUO' SALVARE

Appunti a margine di un libro di Giorgio Cremaschi 

e di un documento del CICIR

(China Institutes of Contemporary International Relations) 




Giorgio Cremaschi, leader storico della sinistra sindacale (prima CGIL-FIOM poi USB) oggi portavoce nazionale di Potere al Popolo, interviene nel dibattito politico italiano rinverdendo la tradizione del pamphlet. Solo il socialismo ci può salvare (Mimesis Editore) è un  classico esempio di questo genere letterario, che si distingue per il fatto che l’autore espone un insieme di analisi, ipotesi e tesi politiche attraverso un linguaggio chiaro e comprensibile, evitando di appesantire il testo con un apparato di note e/o con complesse argomentazioni teoriche. Si tratta di una soluzione che incorpora pregi e difetti, a partire dal fatto che, alla chiarezza, fa riscontro il carattere apodittico di affermazioni che richiederebbero maggiore approfondimento. Ma qui non intendo vestire i panni del critico “accademico” per fare le pulci ai limiti formali di questo tipo di operazione. Mi interessa piuttosto mettere in luce tanto i contenuti del libro che mi sento di condividere più o meno integralmente quanto quelli che mi lasciano insoddisfatto o perplesso. 


Parto dal titolo. Affermando che solo il socialismo ci può salvare, Cremaschi ha in mente il celebre slogan – Socialismo o barbarie - che Rosa Luxemburg coniò nel momento in cui i partiti socialisti aderenti alla II Internazionale sprofondavano – con rare eccezioni – nell’ignominia votando i crediti di guerra, sacrificando cioè sull’altare del patriottismo borghese i principi della solidarietà internazionale fra i proletari delle diverse nazioni europee. Il grido della Luxemburg, scrive Cremaschi, è più che mai attuale di fronte all’incombente minaccia di una Terza guerra mondiale, di cui il carnaio ucraino, il genocidio di Gaza e l’aggressione imperialista all’Iran sono altrettanti preludi. 


Oggi come un secolo fa la follia bellicista contamina l’Europa, con la differenza che questa volta non mette l’una contro l’altra le nazioni europee, ma scaglia l’intera Europa Occidentale contro la Russia. Va detto che nel libro di Cremaschi manca una chiara ed esplicita ricostruzione delle modalità con cui l’Occidente euroatlantico ha provocato la Russia, mettendola nelle condizioni di intervenire militarmente in Ucraina per proteggere le popolazioni russofone dalla pulizia etnica scatenata dal regime neonazista di Kiev, e per impedire alla Nato di piazzare le proprie armi atomiche a poche centinaia di chilometri da Mosca.


In compenso, l’autore denuncia senza remore la natura reazionaria, antisocialista e guerrafondaia di una Unione Europea che: 1) ha scelto la via del riarmo come soluzione alla crisi economica, sacrificando la spesa sociale agli interessi dell’industria bellica; 2) ha accettato supinamente il diktat di Washington che le impone di farsi carico di un conflitto con la Russia che va contro i propri interessi, proprio nel momento in cui gli Usa tendono a disimpegnarsi dal teatro europeo (“I leader europei credono di poter continuare la politica di ossequio agli Usa senza gli Usa”, commenta ironicamente Cremaschi e, mentre accettano la propria posizione subalterna nei confronti del dominus d’oltreoceano, aggiunge, lo scavalcano a destra sabotando ogni soluzione negoziata del conflitto russo-ucraino); 3) non si pone in posizione subalterna solo nei confronti degli Usa, ma anche nei confronti di quel modello reazionario per tutto l’Occidente che è Israele. Così politici, media e accademici occidentali (salvo eccezioni) negano la natura genocida della guerra israeliana contro i palestinesi, alimentano la propaganda filo-israeliana (di destra, centro e “sinistra”) che equipara antisionismo e antisemitismo, si allineano all’integralismo cristiano che, dimentico dei propri trascorsi antisemiti, riconosce ed esalta Israele come “Stato della Bibbia” (la legge fondamentale di Israele del 2017, ricorda Cremaschi, definisce Israele come “stato degli ebrei”, svelando la propria vocazione colonialista e razzista); 4) si macchia infine di quella vergognosa operazione di revisionismo storico in ragione della quale il Parlamento europeo (nel 2019) ha equiparato comunismo e nazismo, con la complicità delle “sinistre” socialdemocratiche.


Vengo ora a una serie di definizioni utilizzate da Cremaschi che combinano i termini di liberalismo, democrazia e fascismo; definizioni che, mentre evidenziano processi reali, rischiano di restare impigliate in significati obsoleti. I processi reali in questione sono nell’ordine: la conservazione puramente formale (procedurale) della democrazia, che viene progressivamente svuotata di contenuto mentre i suoi principi e i suoi valori continuano ad essere esaltati a parole (soprattutto per giustificare le guerre contro Paesi definiti autoritari o totalitari in quanto si oppongono all’imperialismo occidentale!); la fine della cosiddetta globalizzazione: a fronte del fatto che i suoi effetti sono stati, da un lato, il ripetersi di crisi finanziarie sempre più frequenti e catastrofiche, dall’altro, la formidabile ascesa dell’economia cinese e la crescente leadership di Pechino nei confronti dei Paesi del Sud del mondo, cui è seguita la liquidazione del liberismo rimpiazzato dal ritorno al protezionismo (del resto mai abbandonato, ma selettivamente applicato a danno dei Paesi periferici e semiperiferici: viviamo in un sistema guidato da élite che si proclamano liberali ma agiscono in tutt’altro modo, scrive Cremaschi); il fatto che la controrivoluzione neoliberista non ha travolto solo il modello sovietico ma anche quello socialdemocratico, come certifica il crollo elettorale dei partiti occidentali che si richiamano a tale tradizione (“simul stabunt simul cadent”, per citare quanto disse Bertinotti in un dialogo (1) con il sottoscritto pubblicato qualche anno fa); infine la gentrificazione delle metropoli occidentali, vedi il caso di Milano, trasformata in “parco giochi dei ricchi” e abbandonata da quattrocentomila persone che non potevano più permettersi di viverci.


Cremaschi ascrive questi e altri fenomeni (crescita esponenziale delle disuguaglianze, crollo dei salari, aumento del tempo di lavoro, riduzione dei diritti sociali e civili, tagli alle spese sociali, ecc.) tipici dell’attuale sistema occidentale, a un regime “liberal fascista”. Liberal fascista (e social fascista) sono termini coniati un secolo fa dai partiti comunisti della III Internazionale per denunciare la debolezza ì, se non la sostanziale connivenza, dei partiti liberali e socialdemocratici nei confronti del movimento fascista. Entrambi gli aggettivi furono abbandonati dopo l’ascesa al potere del nazifascismo in Germania, Italia e altri Paesi europei in seguito alla decisione di aderire ai fronti di unità popolare. Posto che, negli anni fra le due guerre mondiali, parlare di liberal fascismo era pienamente giustificato dalle dichiarate simpatie della borghesia angloamericana (basti citare, fra gli altri, Churchill, Edoardo VIII e Ford) per Hitler e Mussolini in quanto punte di diamante della lotta contro il comunismo, è lecito ri-attualizzare il termine liberal fascismo nell’attuale contesto storico? 


Partiamo dalla definizione che ne dà Cremaschi. Il liberal fascismo, scrive, consiste nel fatto che tutti i contenuti reazionari del neofascismo vengono assunti dietro una facciata liberale. Il che avviene in assenza di una sostanziale resistenza della sinistra ufficiale, venuta meno a mano a mano che le socialdemocrazie si convertivano al credo liberista. Oggi, conclude Cremaschi, la sinistra liberale vuole conservare il presente mentre la destra vuole tornare al passato, e qui sorgono due obiezioni. In primo luogo, negli ultimi decenni, le sinistre ufficiali non hanno affatto conservato il presente. Al contrario, come ricorda lo stesso Cremaschi, si sono fatte promotrici di “riforme” quali l’abolizione della scala mobile e dell’articolo 18, la riforma dell’articolo V della Costituzione, la conversione delle unità sanitarie locali in aziende sanitarie locali (i manager al posto di comando), l’autonomia scolastica, la riforma delle pensioni ecc. Hanno cioè avviato un processo di trasformazione del pubblico in azienda gestita con criteri privati; per tacere di scelte di politica internazionale quali la partecipazione attiva alle guerre promosse dalla Nato. In poche parole: hanno spianato la strada alla svolta reazionaria di un liberalismo che aveva divorziato dalla democrazia perlomeno a partire dagli anni 80 del 900, e hanno contribuito a diffondere il senso comune secondo cui qualsiasi atto che limiti il privilegio dei più ricchi è socialismo. 


Ma anche l’affermazione che la destra vuole tornare al passato è inesatta. Il marchio dell’attuale destra ultrareazionaria (da Trump a Merz passando per Egon Musk e compagnia bella) non è la nostalgia per il fascismo d’antan, è un’utopia ultraliberista (libero mercato più dura repressione del conflitto sociale) teorizzata dalla scuola di Chicago e da von Hayek, sperimentata dal Cile di Pinochet e rilanciata dai vertici della Ue (vedi il massacro sociale perpetrato ai danni del popolo greco). E un’utopia “futurista” e ultra-tecnologica di conio ultramoderno e anzi postmoderno (vedi i deliri postumani associati al’Intelligenza Artificiale).


Se il termine liberal fascista è improprio, come definire gli attuali regimi occidentali? Personalmente preferisco definirli tour court liberali, perché il liberalismo senza democrazia è per sua stessa natura reazionario, quanto al binomio liberalismo-democrazia è un costrutto artificiale frutto dei compromessi che decenni di lotte proletarie avevano imposto alle borghesie occidentali prima che la controrivoluzione liberale li spazzasse via. Sono consapevole che è una verità dura da digerire per una tradizione marxista occidentale che ha lungamente coltivato e alimentato l’illusione di una possibile convivenza, se non addirittura di una possibile sintesi, fra principi liberali e principi socialisti. Basti pensare che persino un feroce critico marxista del liberalismo quale fu Domenico Losurdo ebbe a scrivere che i comunisti avevano qualcosa da imparare dai liberali (2). Ma se è vero – e io credo sia vero – che, come scrive Cremaschi, non dobbiamo avere paura di dichiararci comunisti, e se è vero, come scrive ancora – e anche qui condivido – che questo sistema non è riformabile e ogni cambiamento reale richiede lotte radicali e rivoluzionarie (io direi rivoluzionarie più che radicali, aggettivo usurato), allora tocca dire che il sistema in questione è liberale, non liberal fascista, tanto per non alimentare l'equivoco che, una volta depurato dal fascismo, anche chi si dichiara comunista potrebbe conviverci. 


In quanto comunisti siamo contro la guerra e, se si è contro la guerra, bisogna essere contro il riarmo e, se si è contro il riarmo bisogna essere contro la Nato e la Ue. Ancora: in quanto comunisti siamo necessariamente anche ambientalisti, ma non esiste un ambientalismo che non sia socialista. Sono sempre parole di Cremaschi, che a loro volta rinviano al detto della Luxemburg socialismo o barbarie. Parole giustissime, ma possiamo condividerle con una sinistra liberale che si è fatta euroatlantica e che “si è rifugiata tra i benestanti e i benpensanti”? Come si vede lo spartiacque non è fra socialismo e liberal fascismo, bensì fra socialismo e liberalismo, perché la sinistra ufficiale si dichiara antifascista ma, in quanto liberale, condivide con la destra l’anticomunismo. Le categorie di destra e sinistra sono morte dal momento in cui, con la conversione della sinistra al liberalismo, esistono solo due destre. Ecco perché il sottoscritto da tempo non si considera più “di sinistra” perché, se si ha il coraggio, come ci esorta Cremaschi, di dichiararsi comunisti, non ha più senso dichiararsi “di sinistra” (cioè liberali!). 


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Esaurite queste questioni, apparentemente terminologiche in realtà sostanziali, tocca affrontare il nodo di che cosa comporti avere il coraggio di dirsi comunisti qui (cioè in Italia e in Occidente) e oggi. Il rischio che tale rivendicazione si riduca a un atto simbolico di testimonianza è palese, ove si consideri che in Europa i partiti comunisti- laddove esistono - sono ridotti ai minimi termini o – è il caso italiano – a una galassia di gruppuscoli in competizione reciproca per contendersi una manciata di voti. Per darle un significato concreto occorre definire i soggetti politici e sociali che dovrebbero tradurre lo slogan socialismo o barbarie in azione concreta. Dò per scontato che Cremaschi, visto che ricopre il ruolo di portavoce nazionale di Potere al Popolo, identifichi in tale formazione il nucleo di un progetto politico in grado di creare i presupposti, se non di realizzare, d’un processo trasformativo dell’esistente, ma non intendo qui giudicare la validità di tale scelta. Mi limiterò piuttosto ad analizzare il modo in cui Cremaschi immagina possa/debba avvenire tale processo e chi potrebbe/dovrebbe realizzarlo.


Mi pare si possa dire che lo immagina come una ripresa del processo storico – bruscamente e brutalmente interrotto dalla controrivoluzione liberale – avviato dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Un processo che ha visto, a livello mondiale, da un lato l’espansione del campo del socialismo reale (per inciso: manca nel libro un chiaro giudizio sulla natura di quell’esperienza, ma questo sarebbe chiedere troppo, visto che la questione è troppo complessa per essere affrontata in un pamphlet), dall’altro l’emancipazione delle nazioni e dei popoli sottoposti a secoli di dominio e oppressione coloniale, a livello nazionale, l’approvazione di una Costituzione “segnata da idee e principi socialisti” (questo è il giudizio che ne danno i giganti della finanza mondiale, giudizio che personalmente considero dettato dal fatto che, per questi soggetti, basta porre qualche limite alla “libertà” dei super ricchi per essere definiti socialisti); un certo controllo pubblico sull’economia, alcune nazionalizzazioni, riforme progressive di sanità, scuola e servizi pubblici, welfare e diritti del lavoro ecc.


In poche parole, Cremaschi guarda con nostalgia al compromesso keynesiano del trentennio postfascista che evidentemente vede attraverso gli occhiali togliattiani della democrazia progressiva, di una lunga marcia nelle istituzioni destinata a concludersi con la transizione al socialismo. E guarda, con ancora maggiore nostalgia, alla stagione delle grandi lotte operaie del decennio Sessanta-Settanta, a quel sindacato dei delegati di base che chiama “socialismo dei lavoratori” e che ritiene destinato a rinascere: infatti, malgrado tutte le sconfitte, scrive che “non dobbiamo avere paura ma avere fiducia nel futuro”. 


Da dove ricava tanto ottimismo, ma soprattutto come giustifica la disastrosa sequenza di sconfitte che ha consentito il trionfo di quello che chiama il regime liberal fascista? Parto dalla seconda domanda. Fu tutta colpa del “tradimento” dei burocrati che guidavano il PCI e i sindacati? I suoi ricorrenti moniti a non affidare mai più il controllo del ponte di comando ai burocrati sembrano confermare tale tesi. Personalmente, sono piuttosto convinto che la svolta liberale e atlantista di quella sinistra fosse iscritta nel suo codice genetico ben prima della fine degli anni Ottanta. Vedi la dichiarazione di Berlinguer sull’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre e sul sentirsi protetti sotto lo scudo della Nato (che nel frattempo tramava complotti golpisti!). Vedi inoltre la repressione nei confronti della base operaia da parte di Lama e soci, un vertice sindacale deciso a restaurare la “normalità” interrotta dall’esplosione delle lotte. 


Sono infine convinto che il “trentennio glorioso” del compromesso keynesiano non sia stato il primo passo verso la transizione socialista ma una tattica contingente, imposta al capitalismo occidentale dalle particolarissime condizioni socioeconomiche dell’era postbellica. Il punto è che il marxismo occidentale era contaminato fin dalle origini dal virus liberale: di qui la sua radicale diffidenza nei confronti del socialismo “reale”, così sporco e diverso da quello sognato dalle anime belle dei nostri intellettuali, per tacere del socialismo “autoritario” della Cina Popolare. 


Ma quand’anche si ammetta che il trentennio dorato abbia rappresentato ciò che sostiene Cremaschi, come possiamo sperare che rinasca? “Perché il genocidio palestinese ha suscitato un grande movimento che ha detto ora basta”, risponde. La grande mobilitazione contro il genocidio dello stato fascista israeliano (nel caso del regime di Tel Aviv l’aggettivo è pienamente adeguato) è senza dubbio un evento straordinario, però negli ultimi decenni ne abbiamo visti altri, alcuni dei quali non meno imponenti (dal “partito mondiale della pace”, come fu battezzata la gigantesca mobilitazione internazionale contro la guerra in Iraq, a Occupy Wall Street, dalle Primavere arabe ai gilet gialli, a Black Life Matter e gli esempi si potrebbero moltiplicare) eppure nessuno di essi è evoluto in un movimento radicalmente anticapitalista e antimperialista. Sono ondate di rabbia e indignazione che crescono, furoreggiano e poi rifluiscono. Né le cose potranno andare altrimenti, finché non si costituirà un nucleo progettuale e organizzativo in grado di dare continuità al moto ondoso. Ma soprattutto finché questo nucleo, se e quando nascerà, non si sarà vaccinato contro il virus liberale che alligna anche nelle fila delle sinistre “radicali”, dove si incista nelle vesti di una cultura woke che promuove mentalità identitarie, individuali e/o di gruppo. 


Cremaschi non è inconsapevole del problema. Nel capitolo dedicato al femminismo, per esempio, scrive che “alcune femministe occidentali si sono prestate a questo gioco del potere per cui la liberazione delle donne passerebbe attraverso l’affermazione dei valori del capitalismo occidentale nel mondo”. Il guaio è che non si tratta di “alcune” femministe. Il femminismo degli anni Settanta era in larga misura di ispirazione marxista e, pur rivendicando la propria autonomia, era consapevole che non si dà liberazione della donna (né tutela dell’ambiente, né liberazione da razzismo, colonialismo ecc.) se non nel socialismo. Nel movimento femminista mainstream di oggi, tale consapevolezza è marginale, mentre la maggioranza, come ammettono autorevoli autrici (3), è allineata ai principi e ai valori del liberalismo occidentale. 


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Torniamo al tema del soggetto della trasformazione. I movimenti degli anni Settanta teorizzavano l’alleanza fra operai e studenti, descritti come un’avanguardia politica generata dal processo di proletarizzazione dei ceti medi. Quell’alleanza si è sciolta come neve al sole non appena le lotte operaie hanno iniziato a rifluire e gli studenti sono rientrati nei ranghi di un ceto medio meno proletarizzato di quanto si fosse supposto , conservando parte delle proprie aspirazioni individualiste-libertarie e rimuovendo quelle socialistiche-egualitarie. Un divorzio che Boltanski e Chiapello (4) hanno magistralmente descritto come divaricazione fra critica sociale e critica artistica, e che ha consentito alle élite neoliberali di integrare nel proprio strumentario egemonico il liberalismo “di sinistra”.


Progetti come quello di Potere al Popolo, del quale le analisi di Cremaschi e altri compagni sono parte integrante, si fondano sull’idea che, nel nuovo contesto sociale, politico ed economico generato dalla crisi economica e dalla incombente minaccia di guerra, sia possibile ricostruire, sia pure su basi nuove, l’alleanza di mezzo secolo fa. Ovviamente per Cremaschi – né potrebbe essere altrimenti, vista la sua storia di leader della sinistra sindacale – la nuova classe operaia – con particolare attenzione ai settori della logistica e del nuovo terziario – è chiamata a svolgere un ruolo di primo piano nell’alleanza in questione. 


Viceversa c’è chi – vedi la lunga analisi critica (5) che Alessandro Visalli rivolge ai lavori di un autore come Emiliano Brancaccio, in particolare al suo ultimo libro, dal sintomatico titolo di Libercomunismo (6) – descrive il variegato e multiforme soggetto “oggettivamente” antagonista (in ragione della sua presunta unificazione in seguito al processo di centralizzazione capitalistica) come sommatoria di una pletora di soggetti (donne, giovani, studenti, omosessuali, queer, lgbtq, migranti, ecc. ecc.) in cui la classe operaia si con-fonde fino a scomparire. Paradossalmente questi due punti di vista, apparentemente divergenti, finiscono per convergere di fatto sulla concezione negriana della soggettività antagonista come “moltitudine”, concezione falsificata dall’impotenza dei “nuovi movimenti” di fronte ad ogni salto qualitativo compiuto dalla controrivoluzione liberale.


Ogni volta che avanzo questo tipo di critiche, mi viene chiesto: ok e tu allora che proponi? La risposta è che francamente non lo so. Ho sviluppato una serie di idee e analisi teoriche mei miei libri, ma non mi sento in grado di avanzare proposte concrete in assenza di un soggetto politico con il quale possa riconoscermi e confrontarmi. Dobbiamo dunque arrenderci all’ineluttabilità della guerra con cui il sistema liberale si prepara a risolvere la crisi? Ovviamente non penso questo, ma resto pessimista – nella speranza di essere smentito - in merito alla capacità di un marxismo inquinato dai principi e valori liberali di suscitare ed egemonizzare un’opposizione pacifista suscettibile di evolvere in processo rivoluzionario.


Spero piuttosto negli effetti che lo scossone cui l’Occidente andrà incontro a seguito della sua inevitabile sconfitta economica, politica e militare (7), i quali potranno forse creare le condizioni per riaprire uno spiraglio di futuro alternativo. Così come spero che tale sconfitta possa maturare senza replicare la macelleria delle guerre mondiali novecentesche. Ma se ciò avverrà, lo dovremo a quella Cina socialista che i liberal comunisti si ostinano a considerare come una grande potenza capitalista in competizione con gli Stati Uniti per il dominio mondiale.


***

In questa seconda parte si dà per scontato che la Cina sia un Paese socialista, per cui non verranno riproposte le argomentazioni con cui ho motivato tale giudizio in una serie di libri e in vari articoli pubblicati su queste pagine, mentre rinvio, per ulteriori approfondimenti sul tema, ai due volumi di Oltre l’Occidente, di prossima pubblicazione per i tipi di Meltemi (il primo, di Alessandro Visalli, uscirà fra due settimane, il secondo, del sottoscritto, entro la prima decade di Luglio). Ciò posto, spiegherò perché è precisamente l’esistenza di una grande potenza socialista come la Cina a consentirci di sperare che la Terza guerra mondiale a pezzi, per usare la formula di Papa Francesco, non degeneri in devastante conflitto globale. Dopodiché sosterrò che, se è vero che “solo il socialismo ci può salvare” da questa minaccia, non è detto che ciò basti a evitare che l’Europa si precipiti verso il baratro di una suicida guerra “regionale” contro la Russia. 


A ispirare il mio (moderato) ottimismo in merito alla possibilità di evitare una Terza guerra mondiale estesa all’intero pianeta è un documento dal titolo “I grandi cambiamenti nel mondo e la via per la coesistenza tra Cina e Stati Uniti” pubblicato lo scorso 13 maggio dal Cina Institute of Contemporary International Relations (CICIR) (8). Il documento parte dal fatto che il mondo attuale è scosso da cambiamenti epocali di rapidità e intensità senza precedenti che provocano turbolenze e rischi di portata altrettanto inedita, per cui la ricerca di nuovi equilibri e di nuove garanzie di stabilità e sicurezza diventa un imperativo imprescindibile. La manifestazione più evidente di questi sconvolgimenti è la crisi dell’ordine geopolitico mondiale. “il vecchio ordine, scrivono gli autori del documento con implicita citazione gramsciana, si sta sgretolando ma un nuovo ordine deve essere ancora instaurato”.


In questa situazione, il mondo soffre di un “deficit globale in materia di pace, sviluppo, sicurezza e governance”, come dimostrano gli eventi di questi primi mesi del 2026, nei quali, al prolungarsi della guerra tra Russia e Ucraina di cui non si intravvede ancora soluzione, si è sommata la crisi venezuelana e lo scontro fra Stati Uniti, Israele e Iran. L’impatto di questi conflitti, leggiamo nel documento, “influenza le aspettative del mercato nei settori globali dell'energia, dei trasporti marittimi, della chimica e dell’alimentazione”, e i rischi per la sicurezza si diffondono “attraverso le catene di approvvigionamento, i mercati finanziari e le aspettative sociali”. 


Non meno foriero di sfide appare lo sviluppo rivoluzionario della tecnologia. Il documento insiste in particolare sul tema dell’intelligenza artificiale che “rappresenta al contempo una forza trainante significativa della nuova ondata di rivoluzione tecnologica e una nuova fonte di rischi per la sicurezza” in ambiti quali il nucleare, il biologico, l'informatico, il finanziario e il sociale. Ma la novità più importante, per gli autori del documento che stiamo commentando, è il nuovo equilibrio di potere che si sta delineando fra Cina e Stati Uniti. Durante il XIV Piano quinquennale, la forza della Cina è cresciuta significativamente sul piano economico, scientifico, tecnologico, culturale e militare. Al punto che gli stessi Stati Uniti hanno dovuto prenderne atto, tanto che la Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense del 2025 “riconosce che la relazione fra Cina e Stati Uniti si è trasformata in una relazione quasi paritaria”. Il documento definisce “stallo strategico” questo “pareggio” fra le due superpotenze. Detto che si tratta di un concetto elaborato decenni fa da Mao, in riferimento al conflitto cino-giapponese (9), si tratta di spiegare perché, secondo gli autori, questa situazione, che molti commentatori equiparano alla cosiddetta “trappola di Tucidide” (l’inversione di ruolo fra vecchi e nuovi egemoni genera inevitabilmente una o più guerre), può invece condurre a un’inedita forma di convivenza pacifica.


La parola chiave per interpretare il senso dello stallo strategico è interdipendenza. La differenza fra la situazione attuale e lo scenario della Guerra Fredda Usa-Urss consiste nel fatto che, mentre Russia e America erano due mondi “paralleli”, con scarsi livelli di connessione e interscambio reciproci, Cina e Stati Uniti sono due economie che dipendono fortemente l’una dall’altra sotto molteplici aspetti. Gli Stati Uniti hanno tentato in tutti i modi di indebolire la Cina, colpendola con dazi, divieti e sanzioni di ogni tipo (soprattutto in campo tecnologico), ma la Cina “ha dimostrato coraggio e abilità nel contrastare questi attacchi, affrontando con risolutezza e fiducia le politiche di contenimento e repressione degli Stati Uniti, difendendo così i propri legittimi diritti e interessi “, tanto da far capire all’interlocutore che le politiche aggressive si ritorcevano contro i suoi stessi interessi. Lo stallo strategico, argomenta il documento, è così entrato in una nuova fase in cui ognuna delle parti è indotta a riconoscere nell'altra “un avversario rispettabile”. Affinché le relazioni sino-americane siano stabili “il requisito fondamentale è il rispetto reciproco della sovranità territoriale, dei sistemi sociali e dei percorsi di sviluppo”; in particolare, gli Stati Uniti “non possono facilmente tentare di ‘plasmare’ il contesto strategico cinese, né tantomeno cercare di ‘cambiare la Cina’ attraverso la massima pressione”. Devono capire che l’atteggiamento cooperativo è vantaggioso per entrambe le parti così come l’atteggiamento aggressivo le danneggia entrambe. 


Fra le considerazioni conclusive, citiamo il ruolo di leadership della Cina nei confronti dei Paesi del Sud del mondo, la diffidenza, anche presso le nazioni “alleate”, nei confronti della politica destabilizzante che gli Stati Uniti hanno condotto in anni recenti, il monito in merito ai limiti invalicabili e agli errori di valutazione strategica che potrebbero sfociare in conflitti e scontri, con particolare insistenza sul carattere di “linea rossa” della questione di Taiwan (“gli Stati Uniti dovrebbero comprendere che la riunificazione delle due sponde dello stretto di Taiwan è un'inevitabile tendenza storica” e riconoscere appieno “la natura e la pericolosità delle forze separatiste che auspicano l'indipendenza di Taiwan”, astenendosi dal sostenerle). Quanto ai riferimenti a interessi comuni, collaborazione, coesistenza pacifica, scambi culturali ecc. ecc., non intaccano a mio avviso il carattere fortemente assertivo del documento, elaborato da esperti che appartengono ai massimi livelli del Partito Comunista. Il succo del discorso è che la Cina ritiene che gli Stati Uniti vorrebbero contrastarne l’ascesa ma non possono farlo, nella misura in cui fra questa volontà e la possibilità di metterla in atto la distanza si è ormai fatta incolmabile. 


Certamente questo ragionamento ha un punto debole, che consiste in un certo eccesso di fiducia nella razionalità della controparte, fiducia che mi pare sottovaluti l'imprevedibilità, non tanto di una personalità ondivaga qual è quella dell’attuale presidente americano, quanto della delirante visione del ruolo escatologico che Dio assegnerebbe a Washington, condivisa da molti esponenti della élite neocons a stelle e strisce (10). Ciò detto, resta il fatto che, comunque si consideri il regime cinese, la sua stessa esistenza, nonché il fatto che esso risulti assai meno esposto ai ricatti economici americani (proprio in ragione delle peculiari caratteristiche del socialismo in stile cinese) di quanto non fosse l’Unione Sovietica, sono la migliore garanzia contro la degenerazione delle attuali guerre regionali in guerra globale. Dopodiché questo non ci protegge dalla follia bellicista dell’Europa che non può essere contrastata da una mobilitazione genericamente pacifista, ancorché imponente. Ha dunque ragione Cremaschi ad affermare che solo il socialismo ci può salvare, a patto che le sinistre radicali che si dicono socialiste (o addirittura comuniste) si liberino dal virus liberale e si decidano ad assumere posizioni chiare, non solo sul genocidio palestinese e sulle aggressioni a Venezuela, Iran e Cuba, ma anche sulla questione ucraina: dopo le infinite prove del carattere ferocemente reazionario del regime di Kiev, non ci si può più allineare ai media occidentali che cianciano di “aggressione illegale” all’Ucraina in nome di un “diritto internazionale” ritagliato su misura degli interessi dell’imperialismo euroatlantico.


Note


(1) Cfr. F. Bertinotti (intervista con C. Formenti), Rosso di sera, Jaka Book, Milano 2015.


(2) L’affermazione si trova in D. Losurdo, La questione comunista. Storia e futuro di un’idea, Carocci, Roma 2021.


(3) Cfr. N. Fraser, Fortune of femminism, Verso, New York 2013.


(4) Cfr. L. Boltanski, L. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo,Mimesis, Milano-Udine 2014.


(5) Cr. A Visalli, “Intorno a Emiliano Brancaccio e il ‘Libercomunismo’ ”, https://tempofertile.blogspot.com/2026/05/intorno-emiliano-brancaccio-e-il.html


(6) E. Brancaccio, Libercomunismo. Scienza dell’utopia, Feltrinelli, Milano 2026.


(7) Cfr. E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024.


(8) Il documento è consultabile all’indirizzo https://chinadiplomacy.org.cn/2026-05/13/content_118491806.shtml


(9) In uno scritto del 1938, “Sulla guerra prolungata”, Mao scrisse che ci sono tre fasi per vincere una guerra prolungata da parte di una potenza più debole contro un avversario più forte (all’’epoca si riferiva alla guerra fra Cina e Giappone): difesa strategica, stallo strategico, controffensiva strategica. L’uso del termine stallo strategico (che connota la fase di equilibrio fra le forze dopo la prima fase in cui la parte debole riesce a evitare l’annientamento) è implicitamente assertivo, nella misura in cui contempla la fase successiva in cui la parte inizialmente più debole assume l'iniziativa e vince.


(10) All’integralismo cristiano (di ispirazione evangelica e filosionista), che ispira l’ala più radicale dei neocons americani, sono dedicati molti articoli pubblicati nei primi numeri di quest’anno della rivista mensile di geopolitica “Limes”. 

domenica 10 maggio 2026

INDONESIA 1965 L'ARCIPELAGO ROSSO SANGUE
IL GENOCIDIO DEL COMUNISTI







Il genocidio nei confronti del popolo palestinese da parte del regime colonialista, razzista e fascista di Tel Aviv ha riaperto il dibattito sulla pretesa sionista di rivendicare alla tragedia della Shoah il diritto di fregiarsi del titolo di unico evento degno di essere definito genocidio. Pretesa che solo la macchina propagandistica delle potenze imperialiste occidentali – interessate a sostenere lo stato israeliano come proprio avamposto nel Vicino Oriente – consente di resistere alle critiche che tutti gli storici onesti le rivolgono da tempo, elencando i purtroppo innumerevoli esempi di genocidio che costellano la storia umana antica, moderna e contemporanea. 


Curiosamente (ma non troppo, ove si consideri la ventata di furore anticomunista che spira dalla cultura politica, accademica e mediatica occidentali in questo inizio di millennio) da tale elenco viene sistematicamente espunto uno dei casi più atroci – se non il più atroce – della seconda meta del Novecento: il massacro sistematico di non meno di mezzo milione, ma più verosimilmente di più di un milione, di comunisti indonesiani perpetrato a metà degli anni Sessanta dall’esercito di quel Paese, con la partecipazione attiva delle milizie dei movimenti islamici e cattolici e dei partiti di estrema destra. 


A rompere questo colpevole, imbarazzante silenzio provvede un libro di Nicola Tanno, Arcipelago Rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968) appena pubblicato dall’editore Mimesis. Tanno parte da lontano, ricostruendo le origini e la storia del Partito Comunista Indonesiano (PKI), le sue vicissitudini (prima dell'olocausto del 1965 aveva già subito dure sconfitte e repressioni in diverse occasioni), i suoi legami con il resto del movimento comunista mondiale, i suoi successi, le sue sconfitte e i suoi (molti) errori. Mette in luce la lucida pianificazione della strage da parte dei servizi Usa, le complicità di cui questi ultimi hanno potuto usufruire all’interno del Paese, il ruolo ambiguo del presidente Sukarno, la sostanziale connivenza dell’intera opinione pubblica occidentale. Infine descrive gli spaventosi dettagli della carneficina e l’incomprensibile (che resta tale anche agli occhi dell’autore) facilità con cui il crimine si è potuto compiere, anche grazie alla pressoché totale assenza di una resistenza organizzata da parte delle vittime. 


Per ragioni di spazio, mi occuperò qui solo della parte del libro dedicata agli ultimi quindici anni di questa storia (dai primi anni Cinquanta alla tragedia finale), rinviando chi fosse interessato a un’analisi più ampia e dettagliata alla lettura del libro. Parto quindi all’ascesa (nel 1951) al ruolo di segretario generale del PKI di Aidit (allora ventottenne). Per quanto giovane, costui aveva già alle spalle una lunga esperienza di lotta politica e anche militare. Apparteneva, infatti, alla generazione dei premuda, come venivano chiamati i giovani militanti che erano stati coinvolti nella resistenza ai colonialisti olandesi e agli invasori giapponesi, nonché nelle lotte contadine con le loro aspirazioni utopistiche.


Non va dimenticato che il centro della scena politica indonesiana di quegli anni è saldamente presidiato dal presidente Sukarno, il popolarissimo leader nazionalista che aveva una posizione radicalmente anticoloniale e antimperialista (non a caso la conferenza di Bandung, che diede origine al movimento dei Paesi Non Allineati, si svolse nel 1955 in Indonesia). Un’originale figura di intellettuale che professava posizioni marxiste eterodosse – fu autore di un libro intitolato Nazionalismo, Islam, Marxismo – funzionali alla realizzazione di un vago “socialismo indonesiano”. Sukarno non fu mai anticomunista e mantenne sempre rapporti amichevoli con i Paesi del blocco socialista, a partire dalla Cina, però senza mai sbilanciarsi (come del resto quasi tutti gli altri leader “non allineati”) a favore dell’uno o dell'altro fronte della Guerra fredda. Una figura che, secondo i criteri attuali, potremmo definire “populista” (ma che, visto che non è mai stato espressione di un movimento politico coerente e organizzato, ma si è sempre destreggiato in equilibrio fra forze di orientamento diverso e persino opposto, si potrebbe ascrivere alla più classica categoria di “bonapartismo”).


Sotto l’ombrello di Sukarno, che li mette al riparo dalle velleità repressive dei generali, i comunisti del PKI prosperano fino a diventare il più grande partito comunista fra quelli che non sono arrivati a conquistare il potere (tre milioni e mezzo di iscritti e venti milioni di simpatizzanti aderenti a varie organizzazioni di massa come sindacati, movimenti contadini, femminili e studenteschi). Negli anni Cinquanta a ispirarne la linea politica è Stalin, il quale scoraggia il PKI dal replicare l’esperienza cinese, in quanto il territorio non offre caratteristiche sfruttabili per mettere in atto una guerra di popolo di lunga durata, e lo invita a costruire piuttosto un fronte ampio fra operai, contadini e borghesia nazionale e a perseguire una line moderata ispirata a criteri di gradualità, consenso e radicamento nelle istituzioni. 


Con la svolta krusceviana (e con la teorizzazione della coesistenza pacifica e della possibilità di conquistare il potere per vie legali), questo approccio si converte da tattico in strategico. Il Partito fa di tutto per costruire rapporti positivi con altre forze politiche: invita il sindacato a tenere posizioni di moderatismo salariale, cerca di non mettersi in contrapposizione con i partiti religiosi, si accredita fra le masse impegnandosi in campagne di alfabetizzazione e svolgendo funzioni di welfare e assistenza sociale.


Gli esiti di questa strategia sono ambivalenti. Da un lato, essa favorisce l’enorme crescita numerica ricordata poco sopra, dall’altro si scontra con l’irriducibile ostilità dei soggetti politici con cui vorrebbe sviluppare rapporti di tolleranza, se non amichevoli. La mitica “borghesia nazionale” è debole, dipendente da clientelismi pubblici, non ha la tempra né le risorse per favorire il processo di di industrializzazione, è composta in larga parte da strati professionali parassitari. I partiti religiosi continuano a incitare le masse all’odio contro l’ateismo marxista. Quanto al nemico storico, l’esercito, è paradossalmente il primo beneficiario delle nazionalizzazioni delle imprese dei colonialisti olandesi, delle quali assume il controllo e, a mano a mano che dispone di ampie risorse economiche, le impiega per competere con il PKI sul piano dell’assistenza alle classi popolari.


Alla fine dei Cinquanta, la democrazia indonesiana entra in una fase di stallo: nessuna maggioranza sembra possibile, anche perché nessun partito è disposto a coalizzarsi con il PKI, in crescita ma non tanto da poter assumere un ruolo di governo. In questa situazione Sukarno instaura la cosiddetta Democrazia Guidata, un sistema che, pur mantenendo le prerogative formali di un regime democratico, concentra il potere nelle mani del presidente, il quale deve però fare i conti con l’esercito, per cui si barcamena appoggiandosi sul PKI che gli garantisce un ampio sostegno popolare. In poche parole il PKI si fa scudo del potere presidenziale e viceversa, entrambi insidiati dal fantasma di un golpe militare. 


È in questa situazione che maturano le condizioni che permettono agli Stati Uniti e alle altre potenze occidentali di regolare i conti con l’anomalia che Sukarno incarna. A fare paura non è tanto il marxismo nazional popolare del leader indonesiano, quanto il movimento antimperialista e anticoloniale che egli ha contribuito a mettere in moto dopo la conferenza di Bandung. Occorre fare come in Africa e America Latina, laddove le velleità di indipendenza sono già state (o stano per esserlo) stroncate da una serie di golpe militari. I vertici dell’esercito indonesiano sono già cooptati nel progetto (molti generali si sono formati in Occidente). L’obiettivo è distruggere il PKI e isolare Sukarno, che verrà lasciato formalmente al potere ma esautorato di fatto (verrà deposto nel 1968).


Il libro di Tanno offre molti materiali che documentano come i servizi americani hanno progettato l’operazione. Il più inquietante è l’accenno all’opportunità di provocare un intempestivo tentativo di insurrezione comunista per dare il via all’operazione di annientamento. Nel descrivere il modo in cui il PKI cade nella trappola e paga le conseguenze del proprio errore, Tanno non riesce a chiarire tutti i dubbi suscitati da una serie di eventi paradossali. Sappiamo che i servizi occidentali fanno circolare la voce di un golpe imminente. Sappiamo che Sjam, capo del settore clandestino del PKI, (un inetto o un agente provocatore, il libro non dà un giudizio univoco ma è lecito sospettare che la  seconda ipotesi sia plausibile), e il segretario Aidit decidono di appoggiare un controgolpe condotto da una fazione dell’esercito “di sinistra” (ma incredibilmente non rivelano il piano né al partito né alle masse, per cui non ci sono i presupposti per una sollevazione popolare che appoggi l’iniziativa!). Sappiamo che il piano originario (approssimativo per non dire patetico) era arrestare sette generali, condurli davanti al presidente (anche lui ignora quanto sta per avvenire!) per indurli a confessare e dar modo a Sukarno di chiamare il popolo alla mobilitazione).  


Ovviamente non funziona niente. Sei dei sette generali vengono uccisi invece che arrestati (il settimo fugge e guiderà la repressione), Sukarno in un primo tempo non viene trovato e, quando è messo al corrente dei fatti, invita alla conciliazione e alla soluzione politica della crisi invece che alla mobilitazione generale. L’azione militare è debole e si sfalda rapidamente. Fallita l’operazione Aidit fugge (di nuovo senza avvertire partito e masse e senza chiamare alla mobilitazione popolare: inettitudine, viltà o peggio?).


Il resto è cronaca nera, anzi nerissima. Suharto (il generale che assume il potere di fatto mentre Sukarno diventa una silhouette impotente fino alle deposizione del 1968), guida il genocidio sistematico (le liste di chi doveva essere eliminato erano pronte da tempo, gli altri cadono per la “spontanea iniziativa” della canaglia fascista organizzata da destre e religiosi integralisti). Assunto il controllo totale dei media inizia una campagna tambureggiante che indica come responsabili di complotti e crimini orrendi tutti i comunisti e tutti i loro simpatizzanti, senza distinzione, che accusa la Cina di avere organizzato il tentativo di rovesciare Sukarno e che invita a eliminare sistematicamente e senza pietà tutti i “nemici del popolo indonesiano”.


In tempi brevissimi vengono uccise (spesso dopo orrende torture) centinaia di migliaia di persone, al punto che i fiumi si riempiono di cadaveri mutilati. Come detto, è impossibile stabilirne il numero esatto, da mezzo milione a un milione. I media occidentali tacciono o raccontano menzogne. Quando diventa impossibile nascondere del tutto gli orrori perpetrati, incolpano l’amok, il sanguinario delirio collettivo che coglie periodicamente le popolazioni dell’arcipelago indomalese (una grottesca bufala “orientalista” per mistificare un crimine scientificamente progettato nelle capitali occidentali). 


Ovviamente contribuisce a legittimare l’orrore il clima anticomunista generato dalla Guerra fredda. Dopodiché suscita stupore retrospettivo il fatto che nemmeno le sinistre occidentali del tempo abbiano dato soverchio spazio alla denuncia dell’accaduto (diffidenze anticinesi? Era il tempo del dissidio Cina-Urss e forse venne dato credito alla tesi che erano stati i cinesi a istigare il fallito golpe del PKI). Resta il fatto che quel genocidio è uno dei meno conosciuti e denunciati della storia recente. Quanto al mistero degli incredibili errori (tradimenti?) commessi dalla dirigenza del PKI e della mancata resistenza di milioni di militanti (per quest’ultima è lecito dubitare che abbia influito anche la svolta moderata e legalista imposta da Aidit) restano entrambi irrisolti anche dopo il libro di Tanno, cui però va riconosciuto il merito di avere riaperto il dossier e che, si spera, può stimolare  ulteriori indagini e approfondimenti sul tema.

lunedì 30 marzo 2026

IL FUTURO DELL'ORDINE MONDIALE
SECONDO AMITAV ACHARYA
UN'ANALISI CRITICA




Mentre è partito il conto alla rovescia per l'uscita, prevista fra tre mesi per i tipi di Meltemi, dei due volumi di Oltre l'Occidente, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, il tema della crisi dell'egemonia dell'Occidente collettivo è al centro di un numero crescente di opere. Una delle più corpose e recenti è Storia e futuro dell'ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell'Occidente, dell'accademico di origine indiana Amitav Acharya (Fazi editore). Il punto di vista di questo autore è decisamente diverso sia da quello di chi scrive che da quello di Visalli, accomunati da un approccio marxista ancorché eretico: Acharya, come vedremo, è un progressista liberal democratico, assai lontano tanto dal marxismo teorico quanto dalle sue messe in pratica sociopolitiche (vedi la sua scarsa simpatia, per usare un eufemismo, nei confronti dell'esperimento cinese). Tuttavia è proprio questo a renderlo interessante, in quanto certifica che l'egemonia dell'Occidente - gramscianamente intesa come capacità di una élite dominante nazionale o mondiale, di influenzare le idee di classi, popolazioni e nazioni subalterne - non fa più presa nemmeno su quegli esponenti delle élite culturali del Sud mondiale che riconoscono il valore universale di certi aspetti della civiltà occidentale (sia pure contestandone - come in questo caso - il merito esclusivo di averli "inventati"). Articolerò l’analisi delle idee di questo autore in cinque sezioni: definizioni e concetti generali; critica delle presunte radici storiche dell'ordine mondiale occidentale; debiti della civiltà occidentale nei confronti delle civiltà del resto del mondo; ascesa e declino dell'Occidente; l'ordine mondiale post occidentale. 







Concetti e definizioni


 Per ordine mondiale Acharya intende “il modo in cui il mondo, o parte di esso, è organizzato politicamente, economicamente e culturalmente e il modo in cui le strutture del potere, i legami economici, le idee politiche e la leadership operano allo scopo di garantire la pace e la stabilità del genere umano”. Il concetto in questione si applica sia agli imperi (per esempio l’impero romano), sia ai sistemi di Stati sovrani (per esempio l’Europa dopo la pace di Vestfalia), sia ai sistemi tributari (per esempio l’impero cinese e gli Stati confinanti).


Prima osservazione. Come vedremo dagli esempi di ordini mondiali pre occidentali che l’autore ci propone, per mondo si intende sempre una parte del mondo stesso, sia perché nessuna delle civiltà precedenti a quella occidentale è mai riuscita a dominare l’intero pianeta, sia perché ognuna di esse concepiva il mondo come il proprio mondo, si autoconcepiva cioè come il centro dell’ordine mondiale. Del resto lo stesso Acharya specifica che “l'ordine mondiale non deve necessariamente includere l'intero pianeta”. 


Seconda osservazione. L’unico processo di mondializzazione che sia riuscito a estendersi al punto da abbracciare (quasi) l’intero pianeta è quello messo in atto dal concerto delle potenze occidentali. Il motore del processo in questione è stato – ma questo non è il punto di vista di Acharya, che come si è detto non è marxista - il modo di produzione capitalistico e non, o almeno in misura assai minore e prevalentemente come ideologia di legittimazione, l’intento di “civilizzare” il resto del mondo. Ciò detto, nemmeno in campo marxista il concetto di “sistema mondo” (1) si applica necessariamente alla totalità del pianeta. Per Fernand Braudel (2), per esempio, nessuno dei sistemi-mondo che si sono succeduti dal Cinquecento a oggi ha mai raggiunto dimensioni realmente planetarie. Viceversa il concetto rigorosamente marxista di sistema-mondo (3) tende ad attribuire al sistema egemone, e allo Stato-nazione che lo incarna in una determinata fase, un dominio planetario. 


Terza osservazione. Che lo scopo degli ordini mondiali – e ciò vale sia per quelli pre occidentali che per quello occidentale – sia quello di “garantire la pace e la stabilità del genere umano” è ad avviso di chi scrive a dir poco opinabile. Del resto, come lo stesso Acharya dimostra, tutte le “paci” imperiali, da quella romana a quella statunitense, sono state ben poco pacifiche e, più che un fine, sono state il mezzo per garantire il dominio della (o delle) potenza/e egemone/i di turno. Ciò è evidente nel caso dell’ordine occidentale che, mentre celebrava il libero mercato come agente di pace, ne imponeva le regole a colpi di cannone, ma vale anche per quelli precedenti, anche se nel loro caso gli obiettivi prioritari non erano quelli della conquista di nuovi mercati e dell’accumulazione allargata del capitale. Certo, nessun ordine mondiale si è mai basato sul puro dominio, ma ha potuto imporre e conservare tale dominio anche e soprattutto grazie alla propria capacità di esercitare egemonia culturale (senza egemonia il puro dominio non dura a lungo), ma ciò non vuol dire che lo scopo prioritario dei padroni di turno fosse quello di assicurare la pace e la stabilità del genere umano.  


Descritto il modo in cui Acharya definisce il concetto di ordine mondiale, e anticipate le mie perplessità su tale definizione, passo alle tre tesi di fondo che l’accademico indiano si propone di dimostrare: 1) la costruzione di un ordine mondiale non è appannaggio di una singola nazione o civiltà ma di un'impresa collettiva; 2) nemmeno l’ordine mondiale che nascerà dopo la fine di quello occidentale sarà fondato su una singola nazione; 3) il nuovo ordine post occidentale non sarà il regno dell’utopia ma non sarà una catastrofe e rischierà invece di essere migliore di quello attuale. In linea generale mi sento di condividere tali affermazioni, al tempo stesso condivido solo in parte gli argomenti con cui l’autore le sostiene, ma mi riservo di avanzare le mie critiche a mano a mano che verrò esponendo i contenuti del libro. 


A proposito delle radici immaginarie della civiltà occidentale


La costruzione delle presunte radici “classiche” dell’Occidente è un’operazione che ha richiesto cinque secoli, dal Rinascimento ai giorni nostri passando per l’Illuminismo, e ha impegnato generazioni di storici, filosofi e intellettuali europei. Acharya si occupa, in particolare, dell’esaltazione della civiltà greco-romana come antenata dei valori che fondano l’ordine occidentale del mondo. 


La cultura del sistema greco delle città stato, scrive, è forse quella che più di ogni altra è stata mitizzata a tale proposito. Come già sostenuto da altri (4), Acharya argomenta che quella della Grecia non fu una civiltà “europea” – né del resto si considerò mai tale – bensì mediterranea, “con solide fondamenta asiatiche” (anche se sarebbe più appropriato parlare di fondamenta afroasiatiche, visto l’enorme debito – peraltro riconosciuto - dei Greci nei confronti della civiltà egizia). 


Dopodiché osserva giustamente che la tesi secondo cui la Grecia avrebbe inventato la democrazia è del tutto insostenibile, se per democrazia intendiamo il sistema che oggi denotiamo con tale parola. Non solo perché la partecipazione del demos alla gestione della cosa pubblica era limitato a un’esigua minoranza di cittadini (ne erano esclusi schiavi, donne e meteci), ma perché ad Atene, come conferma la condanna a morte di Socrate per empietà, le libertà personali potevano essere revocate in ogni momento dal demos. Né la cultura greca, come argomentato più approfonditamente da altri autori (5), può essere in alcun modo considerata “individualista”, era cioè del tutto priva di uno dei principali fattori caratterizzanti della moderna civiltà occidentale. 


Quanto all’opposizione fra una Grecia democratica, civile ed evoluta a una Persia tirannica e barbara – un’idiozia sancita dai nostri manuali di storia e ribadita da sofisticati filosofi (6), Acharya la liquida ricordando che l’impero persiano ha rappresentato una potenza ben più importante e stabilizzante ai fini degli sviluppi storici successivi, a partire dall’impero alessandrino, il cui fondatore non sgominò l'impero persiano ma ne usurpò il trono, preferendo la monarchia di tipo orientale alla repubblica alla greca. Per tacere del fatto che il lascito della civiltà greca ci è stato trasmesso dalla cultura islamica in un momento in cui quest’ultima ci surclassava sotto ogni aspetto. 


Ancora più problematico il riferimento al lascito dell’antica Roma. La “democrazia” della Roma repubblicana, assunta a modello dalle grandi rivoluzioni borghesi (in particolare da quella americana che ne esaltava il principio del bilanciamento dei poteri) si fondava su istituzioni che avevano un carattere indiscutibilmente oligarchico. Roma, tanto in età repubblicana quanto in età imperiale, fu una società fondata sulla schiavitù e una potenza espansionista e militarista spietata con i popoli nemici (vedi l’annientamento di Cartagine e il milione di Galli sterminati da Giulio Cesare). Quindi posto che, come sopra affermato, ritengo che nessun ordine mondiale sia mai stato costruito “per garantire la pace e la stabilità del genere umano”, non esiste alcuna possibilità di attribuire tale intenzione a una potenza che, come dichiarò ironicamente una delle sue vittime, “fece un deserto e poi lo chiamò pace”.


Quanto al presunto contributo romano all’idea di Occidente, scrive Acharya, esso fu piuttosto un costrutto della Chiesa cattolica, elaborato dopo la caduta dell’impero. Il che rinvia all’altra radice storica della civiltà occidentale che è la religione cristiana, aspetto che nel libro di Acharya non è a mio avviso adeguatamente sviscerato, anche se gli va riconosciuto il merito di non sbandierare le presunte radici ebraico-cristiane che siamo abituati a sentirci spiattellare fino alla nausea da intellettuali che ignorano il carattere ossimorico di quel trait d’union - vedi in proposito l’analisi, fra gli altri, di Costanzo Preve (7). 



I debiti dell’Occidente nei confronti del resto del mondo


Parto da tre affermazioni di Acharya che trovo illuminanti del suo approccio al tema dei debiti occidentali nei confronti delle storie del resto del mondo. Scrive il nostro: 1) “mi oppongo all'idea che l'odierno ordine mondiale sia un prodotto della storia occidentale”; 2) ”gli ingredienti (di questo) ordine c’errano già negli ordini mondiali precedenti”; 3) “molti degli ideali che riteniamo inventati dall'Occidente sono in realtà nati in altre civiltà”. Queste tesi ci fanno capire che l’operazione di Acharya è, al tempo stesso, idealistica e comparatistica. Mi spiego: Acharya mette a confronto idee, valori ed istituzioni che sono nate in contesti storico geografici profondamente diversi, dalle quali estrae essenze “idealtipiche” che possono essere considerate equivalenti solo se si prescinde dalle concrete matrici storico-culturali che le hanno generate. 


Si tratta di un metodo che, mentre si propone di rivendicare il primato temporale di certi aspetti culturali delle civiltà pre occidentali che l’Occidente si sarebbe limitato ad ereditare e rielaborare, finisce paradossalmente per portare acqua al mulino dell’ideologia occidentalocentrica (termine da preferire al classico eurocentrica, da quando il dominus dell’Occidente collettivo sono gli Stati Uniti), nel senso che rafforza il pregiudizio secondo cui le idee, i valori e le istituzioni occidentali hanno carattere universale, trans storico. Il fatto che l’Occidente non le abbia inventate ma ereditate, da questo punto di vista, è marginale, se non irrilevante, nel senso che basterebbe che l’Occidente riconoscesse il proprio debito per ristabilire un giusto equilibrio fra gli apporti che le varie civiltà hanno dato alla costruzione dell’odierno ordine mondiale. 


In realtà le cose sono assai più complicate, come dimostrano sia il fatto che la critiche dei Paesi del Sud del mondo alle pretese egemoniche occidentali rivendicano la differenza e l’originalità delle proprie tradizioni civili e culturali, sia il fatto che lo stesso Acharya ammette che l’odierno ordine del mondo è in crisi e che un nuovo ordine post occidentale dovrà necessariamente fondarsi sui contributi innovativi del resto del mondo, e non semplicemente sulla riscoperta delle loro antiche tradizioni.  Ciò detto elenco qui di seguito alcune delle civiltà che, secondo Acharya, avevano già sviluppato idee, valori ed istituzioni che sono state fatte proprie dall’Occidente. 


Il primo ordine mondiale (pur tenendo conto dei limiti con cui tale aggettivo va inteso, vedi sopra) descritto da Acharya è quello costruito dalle antiche civiltà sumer ed egizia che, argomenta il nostro, rappresentano altrettanti esempi, da un lato, di un concerto di città stato autonome benché unite da una comune cultura (Sumer, anche se in epoche successive la Mesopotamia ospiterà imperi quali l’assiro e i persiano), dall’altro di una civiltà che si struttura fin dall’inizio come imperiale e centralizzata (l’Egitto). Fra questi due grandi potenze si costruisce una rete di scambi economici e culturali, di alleanze e rapporti diplomatici, che garantiscono a lungo la stabilità e la pace in un’ampia regione che abbraccia il Medio Oriente e l’Africa Nord Orientale. Un area che, fra le altre cose, ha lasciato in eredità ai successivi ordini mondiali il concetto di monarchia di diritto divino e principi giuridici “progressisti” che garantivano i legami comunitari e la protezione dei più deboli. 


I due esempi successivi riguardano India e Cina, due subcontinenti che hanno a loro volta ospitato civiltà assai più antiche di quella occidentale e che, come quella sumerica, hanno attraversato una fase “anarchica” (convivenza di una pluralità di entità statuali) successivamente evolutesi in imperi. 

Nel metterne a confronto antichità e meriti Acharya auspica che gli storici indiani e cinesi rinuncino alle rispettive preferenze nazionalistiche, ma poi smentisce tale premessa non nascondendo la propria predilezione per quella indiana. Entrambe sono antiche, sostiene, ma quella indiana lo è di più; entrambe hanno elaborato raffinati sistemi filosofici che nulla hanno da invidiare alla filosofia occidentale, ma quello cinese è tributario degli apporti del Buddhismo indiano che ha contaminato le tradizioni confuciana e taoista cinese (8).


Quanto alla tradizione pacifista che entrambe le civiltà rivendicano, a partire dalle modalità con cui hanno sviluppato i propri rapporti con i popoli e le nazioni confinanti, Acharya considera valida solo la rivendicazione dell’India, della quale scrive che si tratta dell’ “esempio più straordinario di come una civiltà possa esportare le proprie idee politiche e la propria religione in terra straniera senza conquista o coercizione” e celebra l’apologia di Asoka, terzo imperatore della dinastia Maurya (terzo secolo a.C.) in quanto antesignano di una cultura dei diritti umani e della tolleranza religiosa (ma deve ammettere l’esistenza di altre fasi storiche, tutt’altro che “pacifiche”). 


Della Cina Acharya afferma invece – con giudizio tranchant in contrasto con altre valutazioni (9)  – “che non è stata una nazione pacifica”. Per esempio, pur ammettendo che i suoi rapporti di vicinato erano ispirati al modello tributario (vedi sopra) piuttosto che basati sull’aggressione coloniale, aggiunge che tali rapporti erano comunque imposti dai rapporti di forza. Inoltre, citando la celebre spedizione navale dell’ammiraglio Zheng He, la descrive come un progetto colonialista ante litteram, anche se riconosce che si tratta di una tesi opinabile (10). Ciò detto, come cita il regno di Asoka quale esempio di una cultura dei diritti umani e della tolleranza religiosa ante litteram, così ricorda che la civiltà cinese fu ammirata da grandi intellettuali europei – economisti, filosofi e pensatori politici - come Leibniz, Voltaire, Quesnay e Adam Smith e che il suo metodo di reclutamento tramite concorsi dei quadri della burocrazia statale venne assunto come modello democratico, alternativo della tradizione di cooptazione per censo dell’Ancien Regime europeo. 


Dell’espansione islamica, che attinse una dimensione globale in misura maggiore di quelle sinora citate, Acharya scrive che il suo carattere fu assai meno violento di quanto venga generalmente sostenuto, che si trattò di un dominio tollerante, sotto il quale veniva lasciato spazio ai non musulmani che non di rado assumevano incarichi di vertice nell’apparato burocratico e anche in quello militare; ma soprattutto ricorda che l’Islam si appropriò di ideali greci, persiani, indiani e cinesi arricchendoli con tratti propri, dando vita, nella Spagna islamica, a un bazar di risorse intellettuali caratterizzate da una visione universalista (e in alcuni casi di modernissime concezioni materialiste ed evoluzioniste) che permise a un’Europa sprofondata nell’ignoranza e nel fondamentalismo religioso di recuperare le sue stesse radici cadute nell’oblio.


Con l’impero mongolo si raggiungono dimensioni mai più raggiunte in seguito – perlomeno sul piano del dominio territoriale, se non su quello del dominio indiretto mediato dal mercato (11) – da un ordine mondiale. Acharya riscatta l’impero mongolo dall’accusa di essere stato in assoluto il più efferato per le modalità con cui ha realizzato le proprie conquiste (a suo avviso il numero delle vittime dell’espansione mongola è sopravvalutato) e gli riconosce il merito di avere a sua volta contribuito a generare certi presupposti dell’ordine mondiale moderno, fra i quali il fatto di non avere imposto alcun dogma religioso o culturale alle popolazioni sottomesse, il fatto di avere associato a una struttura centralizzata la concessione di autonomie locali e infine di avere operato come un potente “connettore” fra culture e civiltà diverse, in particolare grazie alla sua capacità di garantire la sicurezza degli scambi mediati dalla via della seta, più precari sotto la gestione di Cina e India. 


Infine Acharya denuncia la sistematica rimozione dei contributi delle civiltà latinoamericane e africane da parte di una cultura occidentale che nega loro qualsiasi rilevanza storica. Vedi l’affermazione di autorevoli monumenti della cultura europea (a partire da Hegel) che hanno definito l’Africa un “continente senza storia”, legittimando la cancellazione della sua vita politica, sociale e culturale (basti citare gli “imperi dimenticati” di Ghana, Mali e Songhai e i vasti sistemi tributari sviluppati sotto il loro dominio). Vedi anche la cancellazione della memoria del fiorente commercio interafricano su lunghe distanze, stroncato dai monopoli coloniali imposti dalle potenze europee, nonché di una visione del mondo comunitaria e solidaristica condivisa da popolazioni anche molto lontane e diverse fra loro (visione che riemerge oggi nell’ideologia panafricanista). Una visione del mondo olistica che ritroviamo nelle antiche culture latinoamericane come l’impero incaico, del quale Acharya ricorda sia i caratteri moderni – una burocrazia e un sistema delle comunicazioni efficienti – sia la capacità d’ispirare ancora oggi una concezione alternativa di sviluppo economico, sociale e umano (12). 



Ascesa e crisi dell’ordine mondiale occidentale


Nella parte del libro dedicata all’ascesa e crisi dell’ordine mondiale occidentale, Acharya affronta una serie di temi troppo ampia per poterli analizzare e descrivere nello spazio ridotto di un articolo, per cui scelgo di evidenziarne quattro: come sono riusciti l’Europa prima e l’Occidente collettivo poi a stabilire il proprio dominio sul mondo; come si sono auto assolti dai crimini commessi per costruire il proprio ordine mondiale; quali effetti ha avuto tale dominio sulla loro capacità di capire il resto del mondo; quali fattori hanno determinato la crisi dell’ordine mondiale occidentale.


Acharya identifica la nascita dell’ordine mondiale occidentale con la pace di Vestfalia che, nel Seicento, ha posto fine alle guerre di religione che avevano a lungo dilaniato l’Europa. Si tratta di un evento che ha creato un sistema di Stati sovrani nel Vecchio Continente e ha instaurato un “doppio standard” globale: all’interno del sistema si afferma un ordine antiegemonico almeno in linea teorica (13) - in ragione del quale è proibito sottomettere i vicini più deboli e vigono i principi di non ingerenza negli affari altrui, nonché di parità e uguaglianza fra i vari membri del sistema; al suo esterno, la Pax europea favorisce l'imperialismo delle singole potenze che possono liberamente occupare i territori del resto del mondo e opprimerne e sfruttarne le popolazioni.


Come ha potuto l’Occidente, che fino a poco prima era a un livello inferiore, tanto sul piano economico quanto sul piano culturale (14), rispetto agli ordini mondiali descritti nel paragrafo precedente? Come è nato il sorpasso o, come altri l’hanno definita- vedi Kenneth Pomeranz (15) - , la Grande Divergenza fra Occidente e resto del mondo? Com’è noto, la stragrande maggioranza degli storici occidentali la attribuiscono a fattori di supremazia endogeni al sistema, quali la superiorità tecnologica (navi, vele e cannoni), la crescita economica stimolata dalla concorrenza reciproca fra Stati europei, le scoperte scientifiche (16), o addirittura le condizioni sociopolitiche create dalla stessa “arretratezza” dell’Europa (è la tesi di Samir Amin (17)).  


Contro questa vulgata, Acharya si schiera con la minoranza di coloro, vedi fra gli altri i già citati Pomeranz e un autore come Eric Williams (18) che associano la sostituzione dei precedenti ordini mondiali da parte di quello occidentale con il ruolo strategico giocato da imperialismo e colonialismo. Senza la “scoperta” dell’America e la sanguinosa espropriazione delle risorse dei popoli amerindi cui hanno partecipato Spagna, Portogallo, Inghilterra e Francia; senza lo sfruttamento e l’impoverimento dell’India (19) e di altri Paesi asiatici da parte delle Compagnie delle Indie Orientali inglese e olandese, senza l’osceno commercio triangolare di schiavi fra Africa, Europa e America, l’economia europea non avrebbe potuto svilupparsi ai ritmi con cui si è sviluppata grazie alla rapina delle risorse altrui.


Mentre la supremazia occidentale alimentava instabilità, ingiustizia e disordine, secoli di dominio hanno indotto l'Occidente a coltivare arroganza e ignoranza nei confronti del resto (in questo termine, "resto", sono implicite l’arroganza e l’ignoranza in questione) del mondo. E su questi sentimenti si sono bastate le giustificazioni ideologiche del dominio. Come la giustificazione della schiavitù da parte di un campione del liberalismo europeo quale fu John Locke; come lo specioso argomento in base al quale la schiavitù era esistita in Africa anche prima dell’arrivo dei colonialisti occidentali (20); come l’appello al superiore standard di civiltà occidentale (“il fardello dell’uomo bianco”) che venne fatto valere anche nei confronti di civiltà come l’indiana e la cinese, nate quando l’Europa era ancora territorio di tribù selvagge; come la piaga del razzismo, alimentata persino da giganti del pensiero illuminista come Kant, Hume ed Hegel, (per inciso, Acharya condivide la tesi del sopra citato Eric Williams, secondo il quale fu la schiavitù a generare il razzismo come giustificazione ideologica di una lucrosa pratica commerciale, e non viceversa).  


Acharya smonta infine il mito del presunto “anticolonialismo” degli Stati Uniti. A smentirlo basterebbe il genocidio delle popolazioni autoctone, sistematicamente sterminate con l’obiettivo di impadronirsi delle loro terre – considerate terrae nullius in quanto non tutelate dal diritto di proprietà, vale a dire la principale, se non l’unica, attestazione di appartenenza al mondo “civile”. Si aggiunga la guerra aggressiva contro il Messico che ha permesso agli Stati Uniti di appropriarsi di un terzo del territorio di quella nazione, per concludere con la dottrina Monroe, formulata nel 1823 dall’omonimo presidente e rinnovata e ampliata da Theodore Roosevelt a fine Ottocento e da Donald Trump ai nostri giorni, che stabilisce la clausola di esclusione di altri interessi occidentali nell’area caraibica e centro-sud americana, riservate al dominio esclusivo statunitense. 


Quanto alla pretesa di erigersi a garante delle libertà e della democrazia mondiali da parte di Washington, non si vede come possa essere rivendicata da una nazione che ha fondato la propria ricchezza sullo sfruttamento della schiavitù e sul prolungamento dei suoi effetti fino ai giorni nostri, nei quali la parità di diritti per la popolazione afroamericana resta un miraggio. Del resto, i ricorrenti riferimenti al modello “democratico” della Roma repubblicana conferma che l’ideale di democrazia statunitense si ispira all’ammirazione dei Padri fondatori della Rivoluzione per il sistema romano del bilanciamento dei poteri, mentre sorvola sul carattere oligarchico di quel modello “classico”, che viene oggi riproposto da un sistema di rappresentanza che garantisce ai super ricchi il monopolio pressoché esclusivo sugli incarichi di rappresentanza politica. 


***


Ragionando sulle cause della progressiva erosione dell’ordine mondiale occidentale, Acharya respinge la tesi secondo cui la decolonizzazione del Terzo Mondo sarebbe stato l’esito di un “ritrarsi” volontario delle potenze occidentali dai loro possedimenti. Così come rifiuta l’idea che i nuovi Paesi nati dal processo di decolonizzazione avrebbero “copiato” il modello westfaliano dell’Occidente. In particolare, contro coloro che descrivono il processo di emancipazione del Terzo Mondo come frutto di una serie di riforme dall’alto, promosse da élite formatesi nelle capitali occidentali, sostiene che tale processo fu l’esito di movimenti rivoluzionari guidati da leader locali sostenuti dalle masse popolari e non da ristrettì strati intellettuali. 


Il concetto stesso di Terzo Mondo (oggi sempre più rimpiazzato da quello di Sud globale) nasce negli anni Cinquanta alla Conferenza di Bandung, un’assemblea di nazioni di recente autonomia che venne fortemente osteggiata dalle grandi potenze occidentali le quali tentarono in tutti i modi di manipolarne gli esiti. A quell’evento fece seguito la nascita del movimento dei Paesi non Allineati che, svincolandosi dalla polarizzazione fra Usa e Urss generata dalla Guerra fredda, tentò di indirizzare verso obiettivi autonomi di sviluppo economico, politico e sociale i Paesi usciti dalla lunga interruzione che l'imperialismo e il colonialismo avevano imposto alla loro evoluzione storica. 


Nell’analizzare la lunga fase storica che ha portato al rovesciamento dei rapporti di forza fra Occidente e resto del mondo, emergono tuttavia i limiti connaturati all’approccio liberal democratico di Acharya e alla sua manifesta idiosincrasia nei confronti del marxismo e delle sue incarnazioni storico-politiche. Parlando del principio di autodeterminazione dei popoli, per esempio, manca qualsiasi riferimento alla formulazione che ne diede Lenin e all’apporto decisivo che la Rivoluzione Russa ha dato ai movimenti di liberazione nazionale prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Parlando della lotta della Cina contro il dominio straniero (occidentale e giapponese) esalta Sun Yat-sen ma non spende una parola su Mao e sulla Rivoluzione del 1949, che fu il vero inizio della emancipazione e della successiva ascesa della Cina. Parlando delle rivoluzioni latinoamericane valorizza - giustamente – l’ispirazione che tali movimenti hanno ricevuto dalle civiltà originarie del subcontinente, ma si limita a citare in merito le tesi di Mariategui (il grande marxista peruviano che forse apprezza in quanto “eretico”) senza accennare alla rivoluzione cubana né, tanto meno, a Fidel Castro. 


La crisi dell’ordine mondiale occidentale e i sintomi dell’emergenza di un ordine alternativo sono descritti in termini prevalentemente economici: la crescita esponenziale dell'interscambio commerciale fra Paesi del Sud globale e la percentuale sempre più elevata del PIL mondiale che essi rappresentano. Ma come si è arrivati a tale risultato malgrado la feroce opposizione politico-militare oltre che economica dell’Occidente collettivo, malgrado l’ininterrotta catena di golpe, militari, regime change, manovre finanziarie e altre aggressioni perpetrate in Africa (21), America Latina  e altrove? Acharya non riesce a dare risposte convincenti a questi interrogativi, né come stiamo per vedere, a delineare uno scenario convincente di ordine mondiale post occidentale.



L’ordine post occidentale secondo Acharya. Considerazioni conclusive


Lo spazio che Acharya dedica alla propria visione dell’ordine mondiale post occidentale è collocato nella parte finale del libro ed occupa uno spazio relativamente limitato rispetto alle parti precedenti. Le sue tesi in merito (parzialmente anticipate all’inizio di questo articolo) sono sintetizzabili in tre affermazioni: 


1) Il futuro ordine mondiale sarà post occidentale e non solo post americano. Si tratta di un punto di vista che considero non solo condivisibile ma anche essenziale per il seguente motivo: l’idea dei teorici del sistema mondo, e in minor misura di uno storico della lunga durata come Braudel, è che ogni ordine mondiale sia incarnato da una determinata potenza e che il suo tramonto coincida con l’emergere di un nuovo ordine, incarnato da un'altra potenza egemone. Agli Stati Uniti potrebbe per esempio subentrare la Cina. Acharya nega quest’ultima possibilità (lo stesso vale per chi scrive, anche se i motivi con cui la neghiamo sono radicalmente diversi, come vedremo fra poco) e sostiene che in futuro non ci saranno più le condizioni perché una sola potenza svolga tale ruolo.


2) In assenza di un nuovo dominus dell’ordine mondiale, scrive, non emergerà un ordine multipolare (caratterizzato cioè dall’equilibrio fra un limitato numero di grandi potenze) bensì un ordine che definisce multiplex, alla cui costruzione parteciperanno cioè non solo i Paesi di ogni parte del mondo, ivi comprese le piccole-medie potenze, ma anche imprese, ONG, movimenti, associazioni e quant’altro. Dissento da questa visione irenica che mette sullo stesso piano entità eterogenee sia per natura (statuali, politiche, economiche, culturali, ecc.) che per “peso” specifico. Tale visione potrà apparire gradevole agli occhi delle sinistre postmoderne, che la vedranno come una realizzazione dei propri valori pacifisti, “orizzontalisti” e politicamente corretti, ma è solo apparentemente e ingannevolmente irenica, come lo stesso Acharya

ammette implicitamente con la terza affermazione che riporto qui di seguito. 


3) Il nuovo ordine, scrive, non sarà il paradiso perché nessun ordine mondiale sarà, così come non è mai stato, esente da conflitti e guerre. E con questo presupposto “realista”, che ritengo difficilmente contestabile, viene a cadere la tesi precedente. Quest’ultima è equiparabile sia all’utopia degli economisti piccolo borghesi che negano l’inevitabile tendenza alla concentrazione dei capitali (la concorrenza, che dovrebbe mettere tutti sullo stesso piano, divora se stessa creando i presupposti che consentono al grande di mangiare il piccolo), sia alla ridicola finzione secondo cui capitalista e lavoratore si presenterebbero sul mercato del lavoro con gli stessi diritti (a parità di diritti, commenta Marx, prevale la legge del più forte). Il mondo multiplex sognato da Acharya non si realizzerà mai e, ove si realizzasse, si convertirebbe rapidamente, nella migliore delle ipotesi, in un mondo multipolare.


La critica che ho appena avanzato è analoga a quelle anticipate in precedenza, con le quali converge nell’identificare il limite principale dell’analisi di Acharya nella sua visione liberal-democratica (ancorché in versione “altermondista”), che manca della lucidità analitica che solo  un approccio storico di ispirazione marxista è in grado di fornire. Così il suo elenco dei “meriti” degli ordini mondiali pre occidentali rischia di vedere in caratteristiche come la tolleranza religiosa e culturale, la mitezza nei confronti dei sudditi in generale e dei più deboli in particolare, l'atteggiamento pacifico verso le nazioni e i popoli confinanti, ecc. altrettante anticipazioni che la civiltà occidentale avrebbe “copiato” da quelle precedenti, pur misconoscendone il valore. Ma in questo modo, da un lato, si pecca di anacronismo (si attribuiscono cioè a certi tratti culturali un’essenza e un valore trans storici) e dall'altro si confermano paradossalmente le pretese di universalismo della civiltà occidentale (può darsi che hanno “copiato” dal passato certi valori, ma ciò non ne inficia il presunto carattere universale). Del resto Acharya fatica a riconoscere il fatto che civiltà diverse possono elaborare valori, non solo diversi da quelli certificati dall’attuale ordine mondiale, ma anche ugualmente, se non più, in grado di contribuire alla stabilità e alla pace mondiali. Tipico il suo radicale pregiudizio anticinese (antimarxista e anticomunista) che gli fa affermare che la Cina non sarà la nuova potenza egemone non perché, come afferma la sua leadership politica, non nutre affatto tale ambizione, bensì perché non dispone di sufficiente forza militare per realizzarla. 


Concludo dicendo che, malgrado tutti questi limiti, il libro di Acharya è un’opera lodevole e utilissima per vari motivi. In primo luogo perché, malgrado le sue cinquecento pagine, può essere definito una specie di pamphlet per la chiarezza espositiva che lo rende una lettura gradevole anche per non addetti ai lavori; poi perché contiene un’ampia messe di notizie e informazioni sulla storia delle civiltà non occidentali e pre occidentali (da raccomandare caldamente alle nostre nuove generazioni, alle quali viene tuttora insegnata una storia anacronisticamente eurocentrica); infine perché pur peccando di un certo utopismo, e di una visione “di parte” (leggi filo indiana) nel delineare i tratti di un ordine post occidentale, ha il merito indiscutibile di far capire anche al lettore sviato da pregiudizi eurocentrici che la fine dell’attuale ordine mondiale non sarà un’apocalisse, bensì un’occasione di cambiamento positivo. 


Note


(1) Cfr. I. Wallerstein, Comprendere il mondo. Introduzione all’analisi dei sistemi-mondo, Asterios, Trieste 2013.

(2) Cfr. F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.


(3) Vedi G. Arrighi,  . Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano 1996. Metto a confronto il concetto di sistema mondo che Arrighi elabora in quest’opera con quello di Braudel citato nella nota precedente in Oltre l'Occidente (in via di pubblicazione presso Meltemi).


(4) La presunta natura europea della civiltà greca è contestata, fra gli altri, da Samir Amin (cfr. 

Eurocentrismo. Modernità, religione e democrazia. Critica dell’eurocentrismo, critica dei culturalismi, La Città del Sole, Napoli-Potenza 2022) e da Costanzo Preve (cfr.

Opere, vol. II, Manifesto filosofico del comunismo comunitario. Elogio del comunitarismo, Inschibboleth, Roma 2022). 


(5) Scrive in merito Costanzo Preve: “Esiste un luogo comune nella cultura filosofica occidentale, di cui è stato purtroppo parzialmente responsabile il grande Hegel, per cui il concetto moderno di libera coscienza individuale nasce nella Grecia antica, contrapposta al dispotismo orientale, che conoscerebbe unicamente l’arbitrio del despota”. In realtà, aggiunge Preve nella pagina successiva, “il profilo antropologico greco non era individualistico, ed è allora fuorviante attribuire ai greci la scoperta della libertà dell’individuo” (op. cit.).


(6) Ne Il socialismo è morto. Viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista (Meltemi, Milano 2019), ho polemizzato con Roberto Esposito che legittima questa tesi in un articolo apparso sulla rivista aut aut (Europa e filosofia, in “aut aut”, n. 378, 2018, pp. 51-63).


(7) Nell’opera citata Preve sostiene che, laddove cristianesimo e islamismo sono modelli di universalismo religioso, ebraismo e induismo sono modelli di religione “tribale”. Dopodiché aggiunge che, mentre la cultura semitica conosce solo la feroce onnipotenza dell’Uno, quella cristiano-cattolica si basa su una triade dialettica: la verità (Padre) esce da sé nel mondo (Figlio) e torna a sé stessa (Spirito Santo). Viceversa il protestantesimo veterotestamentario privilegia il Padre, divenendo così una sorta di “eresia ebraica”.


(8) Ma Acharya rimuove il fatto che il Buddhismo adottato dalla Cina, dai Paesi del Sud Est asiatico e dal Giappone è quasi del tutto sparito dall’India, dove è stato marginalizzato dall’induismo, religione assai meno “pacifica”.


(9) Sulla lunga tradizione pacifista della politica estera cinese, cfr. G. Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo, Feltrinelli, Milano 2008.


(10) Della spedizione di Zheng He si occupano, fra gli altri, F. Braudel (op. cit.) G. Arrighi (op. cit.) e K. Pomeranz (La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna, Il Mulino, Bologna 2004) , nessuno dei quali sposa la tesi degli intenti colonialisti dell’impresa in questione. Viceversa Acharya, che sostiene la tesi opposta pur ammettendo che è controversa, dovrebbe spiegare perché gli imperatori Ming ordinarono la distruzione della flotta di Zheng He quando costui fece ritorno in patria.


(11) A distinguere fra dinamiche imperiali territorialiste e capitaliste è Giovanni Arrighi in  Il lungo XX secolo, cit.


(12) Alla cultura originaria dei popoli andini e al loro concetto di buen vivir fondato sulle loro tradizioni solidaristiche, comunitarie e rispettose  dell’ambiente naturale si sono ispirate le rivoluzioni ecuadoriana e boliviana (oggi travolte dalla controffensiva delle destre neoliberiste). Vedi ciò che ho scritto in proposito in Magia bianca magia nera. Ecuador: la guerra fra culture come guerra di classe (Jaca Book, Milano 2014); vedi inoltre A. G. Linera La potencia plebeya. Acción colectiva e identidades indígenas, obreras y populares en Bolivia (Clacso/Prometeo libros, Buenos Aires 2008); vedi infine, dello stesso autore, Forma valor y forma comunidad (Traficantes de sueños, Quito 2015).


(13) Un tragico esempio di applicazione dell’ideologia colonialista da parte di una potenza europea nei confronti di altri Paesi del Vecchio Continente, che ha sovvertito i principi dell’ordine westfaliano, è quello dell’aggressione nazista nei confronti dall’Unione Sovietica e di altri popoli slavi. L’accostamento fra l’ideologia nazista e il colonialismo razzista delle potenze europee liberal democratiche è il grande rimosso di una cultura storica che tenta di liquidare il nazismo come una parentesi aliena alla tradizione occidentale. Una rimozione denunciata da Aimée Césaire che in 

Discorso sul colonialismo (Ombre Corte, Verona 2020) scrive: “Varrebbe la pena di studiare, clinicamente, in dettaglio, tutti i passi di Hitler e dell’hitlerismo, per rivelare al borghese distinto, umanista, cristiano del XX secolo, che anch’egli porta dentro di sé un Hitler nascosto, rimosso; ovvero che Hitler abita in lui, che Hitler è il suo demone e che, pur biasimandolo, manca di coerenza, perché in fondo ciò che non perdona a Hitler non è il crimine in sé, non è il crimine contro l’uomo, non è l’umiliazione dell’uomo in quanto tale, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di avere applicato in Europa quei trattamenti tipicamente coloniali che sino ad allora erano stati prerogativa esclusiva degli arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei negri dell’Africa”. 


(14) Ciò era riconosciuto, fra gli altri da giganti del pensiero occidentale come Voltaire e Adam Smith.


(15) Cfr. K. Pomeranz, op. cit.


(16) La storia occidentale sottovaluta sistematicamente l’apporto della scienza e della tecnologia cinesi (carta, stampa, bussola, fusione dell’acciaio, ecc.) alla civiltà europea. (


(17) Cfr. Samir Amin, Eurocentrismo, cit,


(18) Cfr. E. Williams, Capitalismo e schiavitù. Il colonialismo come motore della Rivoluzione industriale (Meltemi, Milano 2024).


(19) Per una denuncia ancora più spietata di quella formulata da Acharya dei crimini commessi dall'imperialismo inglese in India vedi C. Elkins, Un’eredità di violenza. Una storia dell’Impero britannico, Einaudi, Torino 2024.


(20) Nessuno storico onesto può sostenere che la tratta transatlantica sia, per numero delle vittime, ferocia, oppressione, sfruttamento e impatto sulla demografia e sulle società dei Paesi e dei popoli colpiti, anche solo lontanamente paragonabile a precedenti fenomeni storici.


(21) Sulla spietata controffensiva messa in atto dall’imperialismo occidentale contro le lotte di liberazione in Africa Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.

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