Lettori fissi

giovedì 18 giugno 2026

OLTRE L'OCCIDENTE (UNO)


Tanto tuonò che piovve. Annunciato più volte su queste pagine, esce finalmente, per i tipi di Meltemi, "Oltre l'Occidente", l'opera in due volumi cui Alessandro Visalli e il sottoscritto hanno dedicato una quota significativa del proprio tempo negli ultimi due anni. Il primo volume Oltre l'Occidente. Nell'ombra di un tramonto epocale, è da oggi in libreria, il secondo, Oltre l'Occidente. L'alba di una nuova era, seguirà fra circa tre settimane. Qui di seguito anticipo la mia Introduzione al primo volume, scritto da Visalli, a suo tempo anticiperò l'Introduzione di Visalli al secondo volume, scritto da me.   






INTRODUZIONE


Quello che state leggendo è il primo volume di un’opera a due mani atipica. Preso atto della difficoltà di uniformare stili di scrittura e modalità espositive, abbiamo deciso di dividerci il lavoro nel seguente modo: ognuno di noi ha scritto un proprio saggio, impegnandosi a introdurre quello dell’altro. Si potrebbe obiettare che non si tratta di un lavoro a due mani, bensì di due libri distinti. Non è così. Non solo il tema, come testimonia il titolo comune, è lo stesso, ma il fitto scambio di stesure provvisorie, osservazioni critiche e suggerimenti ha contribuito a rendere complementari i due testi, sia pure al prezzo di alcune ridondanze, che non scadono a semplici ripetizioni ma arricchiscono gli stessi argomenti di dettagli e sfumature, partendo da angolazioni diverse. Del resto il tema, sintetizzato dal titolo, Oltre l’Occidente, è così ambizioso e complesso, oltre che di scottante attualità, che ci ha obbligato a fare i conti con una vasta mole di analisi e teorie di storici, filosofi, sociologi, economisti e politologi, oltre a riprendere e approfondire i saggi che ognuno di noi ha pubblicato in anni recenti1. Il tutto associato alla consapevolezza che il risultato sarebbe stato, più che un insieme di tesi compiute, un catalogo di ipotesi, interrogativi e suggestioni sul futuro di un mondo che sta attraversando una crisi catastrofica che rischia di precipitare in una Terza guerra mondiale.


Prima di entrare nel merito di alcuni dei temi trattati in questo primo volume (non di tutti, altrimenti, invece di una Introduzione, avrei rischiato di scrivere un terzo volume), faccio una premessa in merito al titolo. Perché oltre l’Occidente e non il tramonto, la fine, la crisi, la sconfitta o uno qualsiasi degli attributi che vengono correntemente associati alle difficoltà di un mondo euroatlantico che fatica a conservare la propria egemonia? Perché gli autori condividono la convinzione che la storia sia già andata oltre la lunga fase (dal XVI al XX secolo) caratterizzata da tale egemonia. Ancorché in crisi e reduce da una serie di sconfitte epocali, L’Occidente non è finito o tramontato, è sempre lì con tutta la sua potenza economica e capacità distruttiva, ma non detiene più il monopolio né della potenza economica né della capacità distruttiva. A parole, non sono pochi coloro che lo riconoscono; sono però molti coloro che, pur riconoscendolo, rifiutano di accettarlo, e sognano di restaurare con qualsiasi mezzo lo status quo ante; infine sono pochi coloro che si sforzano di pensare come potrebbe essere l’oltre, ciò che viene dopo la fine dell’egemonia occidentale (se le convulsioni degli egemoni d’antan permetteranno che vi sia un dopo per la nostra specie). I nostri contributi appartengono a questa minoranza.


Come anticipato, non affronterò tutti i temi del libro di Visalli, né seguirò l’ordine espositivo del libro, mi occuperò invece, nell’ordine: dell’analisi comparata fra i tre maggiori progetti imperiali messi in atto dalle potenze occidentali; della strategia di “ritirata imperiale” con cui gli Stati Uniti stanno reagendo alla crisi; dei limiti delle teorie postcoloniali e decoloniali; del confronto fra universalismo occidentale e universalismo cinese come scontro fra “cosmotecniche”; della “provincializzazione” dell’Occidente come chance di soluzione incruenta della crisi.



I. I grandi progetti imperiali


Visalli analizza differenze e analogie fra la conquista del Sudamerica da parte di Spagnoli e Portoghesi, la costruzione dell’Impero britannico dal Settecento al secondo dopoguerra e la storia della colonizzazione anglosassone del Nordamerica, cui ha fatto seguito l'espansione coloniale degli Stati Uniti. Non mancano riferimenti al colonialismo francese, ma sono relativamente limitati ed episodici. Ciò che, secondo Visalli, accomuna i tre processi, pur nelle reciproche differenze, è l’ideologia implicita nelle parole che lo scrittore vittoriano Rudyard Kipling dedica al “fardello dell’uomo bianco”: la missione del colonialismo è estendere i confini della “civiltà”, obiettivo, chiosa Visalli, in cui si mescolano, in proporzioni variabili, ipocrisia e convinzione.


La differenza più significativa consiste nel fatto che i processi di colonizzazione spagnola, portoghese e francese erano in parte controllati da forme statuali nazionali europee, mentre nella colonizzazione britannica il controllo centrale “fu sin dall’inizio debole e in sostanza la colonizzazione venne organizzata dalle Compagnie private”(al che va aggiunto che le istituzioni create dai primi coloni vennero egemonizzate da estremisti religiosi di classe media, ispirati da un mix di ideologia calvinista e veterotestamentaria).


Valgano in merito due esempi. Il primo si riferisce alla storica controversia fra Padre Bartolomeo de Las Casas e l’umanista Juan Sepulveda: il primo difese di fronte alla corona spagnola i diritti degli indios, sottoposti a sterminio e sfruttamento da parte dei colonizzatori, il secondo individua il fondamento del feroce trattamento degli autoctoni da parte dei “civilizzatori” bianchi, non già “nella superiorità o inferiorità tecnica, quanto nel modo non individuale di stabilire le relazioni sociali. Sia con le persone come con le cose. La somma accusa è di non avere proprietà privata (la medesima accusa un secolo dopo sarà avanzata verso i nativi del Nord America)”. Insomma: gli indigeni sono colpevoli della propria barbarie, come appena definita, e meritano di essere educati anche ai fini della loro stessa salvezza. Il re non si dichiarò a favore dell’uno o l’altro dei due contendenti, ma lo stato spagnolo tenne conto della necessità di contenere gli eccessi dei coloni, che rischiavano di danneggiare gli stessi interessi spagnoli.


Il secondo esempio si riferisce alla Rivoluzione haitiana2: allorché gli schiavi di San Domingo insorgono, chiedendo che i principi del 1789 vengano applicati anche a loro, la neonata Repubblica francese reagisce cercando in ogni modo di schiacciare la rivolta il che, da un lato può essere letto come prova dell’ipocrisia degli sbandierati “diritti universali” dell’uomo, dall’altro può essere interpretato come prova dell’impatto rivoluzionario che l’affermazione di tali diritti sortisce presso i popoli colonizzati.


Questa ambivalenza è assai meno evidente nel caso dell’imperialismo inglese: “Vedremo che fino ad oggi, scrive Visalli, il Nazionalismo imperiale inglese connette in un unico inestricabile insieme idee sulla razza, senso di appartenenza ed ambizione di dominio. Un’unione indissolubile, come vedremo nutrita di ‘bipensiero’ alla Orwell, di ‘totalità disumana’ e ‘promessa di riforme’ che caratterizza l’universalismo liberale nella sua stessa costituzione. Detto altrimenti: la cultura imperiale britannica non è ambivalente, bensì intrinsecamente razzista e violenta, e le sue promesse di riforme valgono esclusivamente per i sudditi di Sua Maestà, non per i popoli sottomessi e colonizzati.


Da un lato, Visalli fa riferimento all’analisi di Cedric Robinson3 e al suo concetto di razzialismo: non è questione di pelle, bensì dell’inquadramento dei popoli sconfitti e sottomessi, non solo neri ma anche irlandesi e boeri, in una classificazione fondata su “un giudizio unilaterale circa il livello di ‘modernità’ e ‘maturità’ rispetto ad un’implicita scala del progresso, secondo i rigidi parametri della filosofia della storia dell’Occidente”. Dall’altro lato segue, sul tema della violenza imperiale, la lezione di Caroline Elkins4, laddove l’autrice sostiene la tesi secondo cui “la violenza era connaturata al liberalismo. Risiedeva nello stesso riformismo liberale, nelle sue pretese di modernità e nelle sue concezioni della legge: elementi, di fatto, opposti a quelli normalmente associati alla violenza”. Non si è dunque trattato solo di sfruttamento economico, bensì di un legame interno e intimo tra liberalismo e violenza (su tale legame vedi., fra gli altri, Andrea Zhok5 ).


Gli Stati Uniti ereditano ed estremizzano il modello britannico. Ne ereditano la spinta violenta alla conquista di territori da “liberare” da culture prive di diritti, nella misura in cui ignorano la proprietà individuale della terra. La estremizzano: in primo luogo perché, una volta affrancati del governo coloniale britannico, non sono più tenuti a rispettare gli accordi che quest’ultimo aveva stipulato con i nativi e passano direttamente allo sterminio dei selvaggi (sul genocidio dei popoli amerindi vedi. L. Pegoraro6); in secondo luogo perché danno vita a un nuovo polo imperiale dal tono esplicitamente veterotestamentario, frutto della secolarizzazione della fede religiosa condivisa dalle componenti più radicali delle eresie maturate nella Rivoluzione inglese del Seicento, con il loro mix di calvinismo e fanatismo biblico. L’universalismo nordamericano è riservato al popolo eletto e al suo diritto a conquistare la Terra Promessa, liberandola dai “selvaggi”. Nella sua versione estesa, esso assume la forma del proselitismo: non potendo conquistare il mondo intero, si impegna a convertirlo, per amore o per forza, al credo della libertà individuale, della democrazia liberale, del diritto di proprietà e del libero mercato.



II. La ritirata imperiale


Trasferitasi dall’Europa agli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, l’egemonia occidentale estende progressivamente i propri tentacoli sul mondo, incontrando solo l’opposizione del blocco socialista guidato dall’Unione Sovietica e, rimosso anche tale ostacolo, sembra avviata a toccare il proprio apice, imponendo, sia all’interno dei confini metropolitani sia nelle periferie e semiperiferie la logica del paradigma neoliberale. A frustrarne il definitivo trionfo sono, da un lato, l’ascesa della Cina (di cui parleremo più avanti), dall’altro le contraddizioni economiche e i conflitti sociali generati dagli effetti indesiderati del suo stesso successo.


Il modello fondato su globalizzazione, finanziarizzazione e terziarizzazione genera crisi che si susseguono ininterrottamente dall’inizio del nuovo millennio, e mette impietosamente a nudo l’insostenibilità di un’economia come quella statunitense, che consuma assai più di ciò che produce, reggendosi sulla capacità di scaricare sul resto dell’Occidente e sui Paesi satelliti l’onere dei propri debiti. Se a ciò aggiungiamo l’indebolimento del controllo sui meccanismi estrattivi (malgrado le continue guerre intraprese per consolidarlo) è evidente che, per sopravvivere, l’impero americano deve tamponare, se non risolvere, le sfide della mancata produzione, dell’eccesso di consumo, della dipendenza dai flussi finanziari, dell’insostenibile centralità del dollaro. Urge quindi un mutamento di paradigma fondato su una parziale restaurazione della potenza regolativa dello Stato o, per dirla con Giovanni Arrighi7, una parziale rivincita della logica territorialista sulla logica capitalistica “pura”.


Per descrivere tale svolta,Visalli parla di “rifondazione ideologica dall’alto”, una rivoluzione passiva, per dirla con Gramsci, delle élite che cercano di cambiare in modo che nulla cambi veramente. Il progetto richiede l’adozione di una nuova retorica che si rivolga non solo ai super ricchi e alle classi medie superiori, ma alle vittime del processo di globalizzazione, illudendole in merito alla possibilità di migliorare la propria condizione a spese di nemici e concorrenti (vedi il “make America great again” di Donald Trump). Richiede inoltre di ristabilire il controllo della domanda interna, il che può avvenire solo “se si riconducono alla logica della potenza dello Stato e non del singolo agente i flussi di capitale”. Richiede infine una progressiva ridefinizione dei confini imperiali, una “regionalizzazione”, ovvero: “spazi economici chiusi o semi-chiusi (...), diverse sovranità tecnologiche (...), ristrutturazione logistica e controllo militare delle aree produttive, flussi e ragioni di scambio tra prodotti e servizi a diverso livello tecnologico”.


Visalli sintetizza l’insieme dei processi appena evocati con il termine di “ritirata imperiale”, una strategia che: “restringa le catene logistiche bisognose di protezione e riduca drasticamente i costi di protezione sostenuti in proprio (convertendoli in ampliamento della spesa militare dei satelliti), rinegozi il multilateralismo, e quindi i margini di autonomia degli attori principali, si garantista gli spazi effettivi di autonomia strategica che poggiano sulla industrializzazione e l’equilibrio delle partite commerciali e finanziarie”. Una strategia che viene realizzata a spese dei Paesi “alleati” sul piano politico militare e rivali sul piano economico, quali Germania, Francia, Italia, Giappone e forse anche “la servizievole e volonterosa Inghilterra”.


III. I limiti del pensiero postcoloniale e decoloniale


I maggiori successi dell’offensiva neoliberale, nella sua fase di massima espansione, sono stati indubbiamente la disarticolazione dei progetti politici e delle strutture organizzative delle classi subalterne dei centri metropolitani, assieme alla cooptazione dei partiti e dei sindacati delle sinistre tradizionali nel blocco di potere egemonizzato dalle élite dominanti. A partire dalla svolta descritta nel precedente paragrafo, il ruolo di questi ultimi si è ridotto alla rappresentanza degli interessi e dei valori culturali degli strati medio alti delle classi medie concentrate nelle grandi città gentrificate, mentre le forze politiche emergenti, protagoniste della “rifondazione ideologica dall’alto”, acquisivano progressivamente il controllo della rabbia degli strati popolari impoveriti dalla globalizzazione e traditi dai propri rappresentanti. Sintomo di questo arretramento è stato, fra gli altri, lo slittamento delle sedi della critica teorica e dell’analisi dell’imperialismo dai partiti e dai movimenti politici di massa ai centri di ricerca accademici, dove ha assunto la forma della produzione letteraria postcoloniale e decoloniale.


Mentre la critica delle generazioni protagoniste dei movimenti eredi del 68 abbandona la critica sociale del sistema e si concentra sulla “critica artistica” – vedi Boltanski e Chiapello8 e vedi i contributi in merito degli autori della presente opera9 -, le teorie postcoloniali, pur non abdicando del tutto alle analisi materialiste e strutturali, “mettono in scena un supplemento” scrive Visalli, che dà spazio soprattutto “alla interiorizzazione dell'ingiustizia, dell'alienazione, la dislocazione l’impossibilità di essere sé stessi sotto uno sguardo che ti nega”.


A mano a mano che, dopo la sconfitta del movimento operaio occidentale, anche le rivoluzioni dei popoli coloniali – ad eccezione di quella cinese e di poche altre – subiscono una battuta di arresto, anche gli esponenti delle intellighenzie del Sud del mondo (perlopiù appartenenti alle comunità diasporiche delle metropoli occidentali) sono protagonisti di una “fuga nella letteratura”, in ragione della quale “la lingua dell’altro viene finalmente parlata, ma non si rovescia il quadro; si resta dentro l’idioma dell’Impero. La postcolonialità diventa talvolta la sua variante melanconica, l’elaborazione del lutto dell’identità spezzata, senza la possibilità di una nuova istituzione del senso”


Visalli cita in merito le critiche che autori come Achille Mbembe, Viveiros de Castro e Boaventura de Sousa Santos muovono alle forme postmoderne della teoria che rischiano di estetizzare una ferita che non si fa più taglio reale. Non basta esprimere il dolore, occorre attraversarlo finché divenga gesto costituente, perché, scrive Visalli, “finché resta solo rappresentazione (pur potente), rischia di restare prigioniera del centro”. Il rischio in questione diventa realtà con la teoria decoloniale che rappresenta a tutti gli effetti un vero e proprio salto epistemico, nella misura in cui mette in atto una fuga nella letteratura che rappresenta e giustifica in quanto esito inevitabile dell'esaurimento delle prospettive politiche10.



IV. Cina versus Stati Uniti: universalismi e cosmotecniche a confronto


Lo spazio limitato di una Introduzione non mi consente di rendere conto della complessità del concetto di cosmotecnica, al quale Visalli dedica una parte importante del proprio lavoro. Mi limito a ricordare che, per l’autore, “la tecnica è la forma storica del darsi dell’uomo nel mondo”, è cioè il medium (non lo strumento, che sarebbe termine riduttivo) tramite il quale l’uomo crea il proprio “mondo” (di qui l’ibridazione con il concetto di cosmologia) e insieme definisce sé stesso in quanto essere privo di fondamento, non determinato da istinti naturali. Non parliamo dunque di idee, bensì di pratiche “incorporate in saperi, tecniche, soggettivazioni e quindi strutture di potere e riproduzione”. La cosmotecnica occidentale, è dunque sia il prodotto della sua caratteristica visione universalistica, fondata sui concetti di libertà individuale, progresso e proprietà privata, sia la matrice materiale su cui tale visione è stata costruita. Insomma: è tutto ciò su cui si è fondato il dominio imperiale che l’Occidente è riuscito a imporre negli ultimi cinque secoli sul resto del mondo. Perciò oggi l’Impero in crisi si trova di fronte alla necessità di costruire una nuova “piattaforma tecnologica” in grado di garantirgli il rinnovo del ciclo egemonico; perciò deve lottare per “la definizione di standard e soluzioni propriamente tecniche; ma anche per il controllo dell’energia che serve a queste nuove tecniche per abilitarle alla scala voluta; per il controllo della mobilità, dei nuovi canali logistici, quindi del tempo” e per i nuovi territori da colonizzare come l’Artico e lo spazio esterno.


La diga contro cui rischia di infrangersi tale progetto è il peculiare universalismo cinese. Mettendo fra parentesi la questione del carattere socialista o meno della società cinese e dell’ideologia dello stato-partito che la governa (marxista con caratteristiche cinesi o “revisionista”), temi di cui mi occuperò a fondo nel secondo volume di quest’opera, mi concentro qui sulle millenarie radici storico-culturali che Visalli indica come fondamento di un possibile futuro alternativo alla continuazione del dominio occidentale.


In primo luogo, Visalli spiega che si tratta di un futuro che non persegue sogni escatologici né ambizioni di egemonia mondiale: “L’orizzonte di Tianxia — letteralmente “Tutto sotto il cielo” — non implica un dominio omologante, ma una forma di ordine armonico tra differenze. Non è immune da ambiguità o strumentalizzazioni, ma rappresenta una modalità alternativa di pensare la coesistenza tra mondi. La Comunità dal destino condiviso, secondo il lessico politico cinese recente, è la risposta simbolica e strategica all’universalismo unipolare. Il Grande ringiovanimento è una linea di forza che è offerta non solo al Paese di Mezzo, quanto a tutti coloro che volessero parteciparvi”.


Sempre Visalli prende atto del fatto che, dopo una fase postrivoluzionaria in cui il Partito era parso voler liquidare come conservatrice e reazionaria la cultura tradizionale cinese, si è assistito alla sua progressiva rivalutazione, a partire dal confucianesimo. Una rivalutazione che è culminata con il lancio, da parte del Presidente cinese in carica, Xi Jinping, della parola d’ordine della armonia nella diversità, e con la messa a punto di una strategia che mira ad accogliere in modo selettivo i contributi della cultura e delle tecnica occidentali, “decolonizzando l’immaginario che penetra in Cina attraverso le merci, le immagini, i prodotti culturali e le aziende occidentali”.


Un altro pilastro di tale strategia consiste nel progressivo consolidamento dei Brics come polo d’ordine in grado di bilanciare quello Occidentale, pur senza opporsi direttamente ad esso. Ciò è possibile, scrive ancora Visalli, “perché nella mentalità cinese non è presente quella premessa escatologica e messianica, derivata dalla tradizione giudaico-cristiana, per la quale esiste una sola via alla ‘salvezza’ collocata in avanti nel tempo (...) la Cina può diventare moderna senza diventare occidentale valorizzando la propria ‘civilizzazione statuale’ millenaria e le proprie categorie di ordine e coesione”.


Chi ha memoria e riposa nella certezza della propria identità e forza, conclude citando un articolo della rivista “Guancha”, “non ha bisogno di schiacciare l’altro. Può praticare lo spirito di Bandung, il non allineamento, non confronto e non prendere di mira terze parti”.



V. Provincializzare l’Occidente


Fra l’Occidente e il blocco dei Paesi che ne sfidano l’egemonia, non solo Cina e Russia, è in corso una guerra senza quartiere sul piano economico, politico, culturale e ideologico, la cui posta è quale delle cosmotecniche a confronto finirà per prevalere, anche senza esercitare un dominio assoluto. In questo scontro per la preminenza globale l’Occidentale lotta per mantenere il primato, il resto del mondo per instaurare relazioni più paritarie. Detto in modo schematico: lo scenario descritto da Visalli propone, da un lato, la “Piattaforma geo-tecnologica” cinese imperniata su un sistematico rifiuto della logica amico-nemico, sostituito dalle molteplici vie (Dao) alla comune umanità; dall’altro lato, la “Piattaforma geo-tecnologica” americana che, nel progetto della “ritirata imperiale” (vedi sopra) immagina un sistema gerarchico nel quale “ognuno abbia i suoi satelliti da gestire e da ‘proteggere’ e tra questi ci siano scambi regolati dai rapporti di forza”.


La posizione di chi, come gli autori di questa opera, critica dall’interno l’Occidente (né può essere altrimenti: se accettiamo l’assunto marxiano secondo cui l’essere sociale determina la coscienza, il punto di vista di chi parla non è mai esterno al sistema in cui è nato e nel quale vive) non può essere che quella di auspicare la nostra “provincializzazione”, il che significa “riconoscere che la Verità non abita più l’Uno, ma si situa nei molteplici. Ciò sposta radicalmente la lotta politica anche sul piano della narrazione, e apre alla possibilità di pensare una modernità senza universalismo, senza centro. Una nuova e diversa idea di emancipazione”. Non è impresa facile, visto che si tratta di “individuare come nemico principale noi stessi”, ovvero, specifica Visalli “quell’Occidente che ha smarrito sé stesso”.


Quest’ultima definizione mi impone di mettere in luce una differenza, di temperamento e di stile più che di sostanza, fra gli autori di quest’opera . Nelle pagine iniziali di questo volume leggiamo: “Si tratta di un libro condotto a due mani con Carlo Formenti, che firma il testo complementare, Oltre l’Occidente. Idee e storie di chi c’è andato con il pensiero e con l’azione. Nei due testi, sulla base di una lettura comune delle radici della hybris occidentale (...), Carlo si concentra sulla ‘provincializzazione’ della tradizione marxista, senza abbandonarla, e sui soggetti storici della liberazione. Nel suo testo abitano rivoluzionari, partiti, movimenti (...), che pongono la domanda di chi fa la rivoluzione, ma anche come la fa. (...) Qui troverete soprattutto concetti: tecnica, relazione, cosmologia, universalismo, nulla, essere. Troverete anche una diagnosi dello scontro, epocale, tra il vecchio egemone imperiale che si pensa come ‘Occidentale’ e detentore dei criteri universali, e il mondo. O meglio, i mondi. Plurali, irriducibili, pieni di energia nuova e di determinazione. Scontro che si tiene sul piano politico, normativo, economico, militare persino, ma anche di Piattaforma Tecnologica, un costrutto di sintesi che cerca di tenere insieme questi piani. È terminato il tempo in cui si poteva presumere che ‘modernità’, ‘tecnoscienza’ e ‘Occidente’, insieme alla prospettiva che tutto teneva insieme, il ‘Progresso’, fossero lo spirito del mondo”.


Sottoscrivo, ma aggiungo che, oltre alle tematiche appena descritte, ci distingue, da un lato, il costante sforzo di Visalli di sottolineare che il conflitto non è mai totale (il nemico è l’Occidente nella misura in cui ha smarrito sé stesso, il che implica che qualcosa è stato smarrito e che vale la pena di provare a recuperarlo). Viceversa la visione che troverete nel mio testo è squisitamente politica, e poiché non può darsi lotta politica senza tracciare un netto confine fra amico e nemico, incontrerete molta meno attenzione ai valori positivi della tradizione occidentale, che solo dopo che questa sarà stata provincializzata, cioè sconfitta, potranno a mio avviso essere in qualche misura recuperati o salvati.


Carlo Formenti


Genova, Ottobre 2025

1Vedi. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020 e Classe e partito, Meltemi, Milano 2023. Vedi inoltre C. Formenti, Il socialismo è morto. Viva il socialismo, Meltemi, Milano 2019 e Guerra e rivoluzione, 2 voll. Meltemi, Milano 2023.

2Cfr. C. L. R. James, I giacobini neri, DeriveApprodi Roma 2015.

3Cfr. C. Robinson, Black marxism, Alegre 2023.

4Cfr. C. Elkins, Un’eredità di violenza, Einaudi, Torino 2024.

5Cfr. A. Zhok, Critica della ragione liberale, Meltemi, Milano 2020.

6Cfr. L. Pegoraro, I dannati senza terra, Meltemi, Milano 2019.

7Cfr. G. Arrighi, Il lungo secolo XX, il Saggiatore, Milano 1996.

8Cfr. L. Boltanski, L. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

9Vedi nota 1

10Per una critica degli autori Decoloniali, vedi, fra gli altri, Kevin Ochieng Okoth, Red Africa, Meltemi, Milano 2024.

mercoledì 17 giugno 2026

QUELLI CHE LA CINA NON E' SOCIALISTA

Burgio, Chinappi, Leoni e Sidoli spiegano alla sinistra radicale
perché la Cina è socialista
 ma è come descrivere il rosso ai ciechi 



Nell’ultimo post, in coda a una recensione del libro di Cremaschi Solo il socialismo ci può salvare (1), ho commentato un documento, pubblicato sul sito chinadiplomacy.org da un think tank cinese che si occupa di relazioni internazionali. Quel testo, a conclusione di un’ampia analisi dell’evoluzione delle relazioni Cina-USA, sostiene che tale rapporto si trova oggi in un fase di “stallo strategico”(2) e che ciò alimenta la possibilità di evitare lo scoppio di una Terza guerra mondiale. Nel post, prima di discutere il documento, avvertivo che avrei dato per scontato che la Cina è socialista e, a sostegno di tale giudizio, rinviavo a precedenti testi del sottoscritto e a Oltre l'Occidente, un libro di imminente uscita (3). 


In attesa di presentare i due volumi dell’opera in questione, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, mi occupo volentieri di un testo di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, La Cina (prevalentemente) socialista, pubblicato su “World Politics Blog” (4). Molti degli argomenti avanzati in questa raccolta di articoli convergono con quelli che potete trovare in alcuni miei lavori. Mi riferisco, in particolare, al primo articolo che polemizza con Ernesto Screpanti, assunto a esempio e modello dei pregiudizi ideologici (e degli svarioni teorici) che ispirano l’atteggiamento delle sinistre radicali occidentali che etichettano il sistema cinese come “capitalismo di Stato”.In un precedente post su queste pagine (5), mi ero a mia volta occupato delle tesi di Screpanti, che liquidavo ironicamente senza attribuirvi peso. Gli autori dell’articolo le prendono invece sul serio, sfruttandole come spunto per stilare un elenco delle “rimozioni” che impediscono a un certo marxismo occidentale di prendere atto dell’immensa portata storica dell’esperimento cinese. 


Prima di entrare nel merito delle argomentazioni dell’articolo richiamo l’attenzione sul titolo: “La Cina (prevalentemente) socialista”. L’aggettivo fra parentesi evoca un punto di vista che si pone a centottanta gradi rispetto alla vulgata secondo la quale un determinato sistema socioeconomico può essere solo socialista o capitalista. Gli autori condividono cioè l'approccio di Alberto Gabriele (6) , il quale nega la possibilità di classificare i sistemi socioeconomici in campi nettamente distinti e contrapposti, applicando in modo astratto e formale (antistorico) il concetto marxiano di modo di produzione. Nella concreta realtà storica, secondo Gabriele, il primato di un determinato modo di produzione può essere, in differenti contesti, assoluto o relativo. Gli Stati Uniti sono un esempio di supremazia assoluta del modo di produzione capitalistico, viceversa in altre formazioni socioeconomiche, due o più modi di produzione possono coesistere, né si può stabilire a priori quale di essi prevarrà nel lungo periodo.


Ricordando che la forza storica del marxismo consiste appunto “nella capacità di analizzare la realtà concreta, di coglierne le trasformazioni, di sviluppare nuove categorie e di misurarsi con il progresso delle forze produttive”, gli autori dell’articolo apparso sul “World Politics Blog” adottano un punto di vista analogo, per cui osservano che la presenza di imprese private, investimenti esteri e relazioni mercantili non giustificano l’affermazione di chi, come Screpanti, sostiene che la Cina è un Paese capitalista. Per definirne la natura occorre, piuttosto che stabilirne l’appartenenza a uno dei due campi contrapposti che esistono nella testa dei marxisti volgari, chiedersi qual è la sua posizione nel continuum di sistemi concreti, storicamente esistenti, che va dal capitalismo al socialismo, il che significa stabilire “quali rapporti di proprietà siano egemoni nei settori decisivi, chi controlli la terra, le infrastrutture, il credito, l’energia, le grandi imprese, le reti logistiche, le telecomunicazioni, le risorse strategiche e gli strumenti della pianificazione”.


Prima di rispondere a tali interrogativi, occorre sgombrare il terreno da un equivoco che è inscritto nel concetto stesso di capitalismo monopolistico di Stato. Concetto, notano gli autori dell’articolo, che una sinistra occidentale in cui convivono subalternità ideologica al liberalismo e radicalismo verbale mutua dalla propaganda occidentale, ignorandone le stesse origini nella tradizione teorica del marxismo rivoluzionario. Già Lenin, polemizzando con la “sinistra” bolscevica e con alcuni esponenti dei partiti comunisti occidentali (7), aveva chiarito la radicale differenza fra il capitalismo monopolistico di Stato dei Paesi capitalisti e la proprietà pubblica dei mezzi di produzione instaurata dalla Rivoluzione d’Ottobre. Riferendosi implicitamente a quelle critiche, Burgio Chinappi Leoni e Sidoli sottolineano come nel capitalismo di Stato che esiste negli Stati Uniti, nella Ue, in Giappone e in Corea del Sud, l’azione dello Stato è finalizzata a servire la riproduzione del capitale privato, salvando dalla crisi banche e grandi gruppi industriali, finanziando monopoli, coprendo perdite, garantendo mercati di sbocco e proteggendo le rendite, viceversa in Cina il settore pubblico non agisce come stampella degli interessi del capitale privato, ma come motore e supervisore dell’accumulazione, della modernizzazione industriale e della sicurezza economica della nazione. In altre parole: non ogni intervento dello Stato è “capitalismo di Stato”, e non ogni mercato implica egemonia capitalistica (8).


Inoltre il capitalismo di Stato occidentale è stato, tanto durate l’era coloniale quanto in quella postcoloniale, uno strumento (finanziario, politico, diplomatico e militare) dell’oppressione e dello sfruttamento imperialista nei confronti dei popoli del Sud del mondo, laddove la Cina, scrivono i nostri, “non si limita a crescere dentro l’ordine esistente, ma contribuisce a incrinarne le gerarchie, offrendo a molti Paesi del Sud globale margini più ampi di sovranità, sviluppo infrastrutturale, accesso al credito, cooperazione tecnologica e autonomia rispetto ai vecchi centri imperialisti”. Per inciso, ricordo che, come ho messo in luce nel post citato in precedenza, lo stesso Screpanti riconosce quest’ultimo dato fatto, dopodiché afferma – con supremo sprezzo del ridicolo – che questo “imperialismo di tipo particolare”, ancorché apprezzato dai Paesi che ne sono beneficiari, non cessa di essere tale, perché la Cina trae a sua volta vantaggio dai propri investimenti esteri...


Veniamo ora alla lunga serie di omissioni e rimozioni dei marxisti occidentali nei confronti di tutti quegli aspetti dell’economia e della società che connotano in senso socialista (ancorché assumendo l’aggettivo nel significato “debole” che vi attribuisce Gabriele - vedi sopra) il sistema cinese. Qui di seguito cito quasi parola per parola alcuni passaggi dell’articolo che sto commentando. 


1) Proprietà della terra. “molti economisti occidentali non informano i loro lettori sul fenomeno indiscutibile per cui in Cina, da molti decenni e senza soluzione di continuità, vige la proprietà statale (di tipo collettivo nelle campagne, invece) del suolo e del sottosuolo, forniti in usufrutto a precise condizioni dal Governo e dalle autorità locali rurali”.


2) Fonti energetiche. “le preziose terre rare vengono estratte e raffinate sul suolo cinese solo da parte di grandi imprese pubbliche, sotto lo stretto controllo dell'apparato statale; un ragionamento analogo va effettuato anche per le risorse di idrocarburi del gigantesco paese asiatico, quasi tutte in mano a potenti aziende di matrice statale”.


3) Cooperative di produzione. “Molti studiosi occidentali hanno commesso la non piccola "dimenticanza" di non citare mai i due milioni di cooperative di produzione agricola registrate ufficialmente nel 2024 in Cina: strutture organizzative con molte decine di milioni di soci e di lavoratrici/lavoratori che operano al loro interno, tutelati da una serie di associazioni di carattere nazionale”.


4) Finanza. “Anche all’interno del centrale e strategico settore finanziario, la Cina è contraddistinta, senza soluzione di continuità, dall’egemonia quasi totale delle banche statali, le Big Four, e cioè Industrial and Commercial Bank of China, Agricultural Bank of China, China Construction Bank e Bank of China.


5) Pianificazione e regolazione economica. “Troppi analisti occidentali fingono di ignorare che in Cina, anche dopo il 1976, è continuato il processo di pianificazione economica, il quale incide in modo sensibile sulla dinamica e sulle priorità dell’intero processo produttivo cinese: non a caso, all’inizio del 2026 è stato approvato il XV Piano Quinquennale, di grande rilevanza. Uno degli scopi centrali del piano in oggetto è costituito dal progetto concreto di stimolazione della domanda interna introducendo ampi sussidi per la sostituzione di elettrodomestici, mobili e veicoli, migliorando il settore dei servizi destinati agli anziani e alla sanità e innalzando il reddito del mondo rurale e dei ceti con guadagni medio-bassi”.


6) Infrastrutture. “Negli ultimi decenni ferrovie e/o autostrade sono state privatizzate in importanti Paesi quali Australia, Argentina, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna, mentre negli USA prevale il settore privato del trasporto merci su rotaie e opera altresì una gestione mista tra pubblico e privato per le strade; invece in Cina le infrastrutture sopracitate rimangono di proprietà pubblica, a partire dai circa 200.000 chilometri di autostrade e gallerie costruite nel paese asiatico durante gli ultimi decenni. Un discorso analogo vale per il sistema ferroviario (…). La China State Railway Group Co. Ltd. è infatti una impresa integralmente statale sottoposta alla gestione del governo centrale, e proprio sotto questa direzione pubblica la rete ferroviaria cinese ha raggiunto nel 2025 i 165.000 chilometri complessivi, di cui oltre 50.000 di linee ad alta velocità: la più grande rete ferroviaria veloce del pianeta”.


7) Moneta e finanza digitale. “Oltre al continuo controllo statale del tasso di cambio della moneta nazionale con le altre valute, nel febbraio del 2026 la Cina ha proibito la legalità sia dell’emissione non statale di bitcoin/stablecoin sullo yuan che di patrimoni tokenizzati: ossia beni fissi (immobili, ecc.) o finanziari (azioni, obbligazioni) che sono stati convertiti in unità di valore crittografiche, registrate su un elenco digitalizzato”.


8) Composizione della forza lavoro e salari. “persino Milanović, che valuta la Cina come un capitalismo di Stato, ha ammesso che nel gigantesco paese asiatico gli agricoltori sono ‘principalmente lavoratori autonomi inquadrati in quella che la terminologia marxista chiama semplice produzione di merci’. Non è quindi casuale che gli studi di A. Gabriele abbiano dimostrato come, ancora nel 2018, solo poco più di un quarto del totale della popolazione attiva cinese lavorasse all’interno di imprese capitaliste, mentre la grande maggioranza di essa era invece costituita da lavoratori autonomi o da persone impiegate in organizzazioni non capitalistiche” (…). Nel 2017, persino l’insospettabile istituto Euromonitor International aveva attestato come, tra il 2005 e il 2016, i salari operai cinesi fossero triplicati”. 


9) Rapporti con il Sud del mondo. Le accuse di coloro che descrivono la Cina come un Paese imperialista non reggono a fronte di alcuni dati di fatto: “Agli inizi di maggio 2026, la Cina ha esteso il trattamento a dazio zero alle importazioni provenienti da tutti i 53 Paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche. La misura (…) punta a favorire l’accesso dei prodotti africani al mercato cinese, in controtendenza rispetto al protezionismo occidentale”. Questa politica, aggiungono gli autori, “si inserisce in una strategia più ampia di cooperazione con il Sud globale. La Global Development Initiative promossa dalla Cina concentra infatti la propria azione su settori come riduzione della povertà, sicurezza alimentare, sanità, finanziamento dello sviluppo, transizione verde, industrializzazione, economia digitale e connettività”. Niente a che fare con l'approccio dei Paesi occidentali che utilizzano “aiuti”, prestiti e accordi commerciali come strumenti di pressione politica. 


Secondo i quattro autori, queste caratteristiche, assieme ad altre che non ho inserito nell’elenco, smentiscono categoricamente la tesi di Screpanti (e di gran parte degli intellettuali della sinistra “radicale”) secondo la quale la Cina sarebbe una peculiare forma di capitalismo di Stato. È infatti grazie ad esse, cioè al fatto che i rapporti di produzione prevalenti al suo interno sono di tipo collettivistico, al ruolo determinante della pianificazione, nonché all’egemonia della proprietà pubblica in settori strategici (credito, infrastrutture, energia, moneta, ecc.)  che il Paese non ha sofferto se non in misura marginale degli effetti delle crisi cicliche del capitalismo mondiale. 


L’esempio più recente di tale differenza è il modo in cui la Repubblica Popolare ha saputo assorbire il colpo che il conflitto mediorientale scatenato da USA e Israele ha inferto al mercato mondiale, certificando la propria capacità di sottrarsi al ricatto delle avventure militari occidentali. Da un  lato, lo Stato ha dimostrato di essere in grado di creare una barriera politica “contro l’effetto domino che, in altre economie, trasforma uno shock esterno in inflazione interna, panico, accaparramento e instabilità sociale”, dall’altro lato è emersa l’efficacia della gestione cinese della transizione energetica. 


“È qui, leggiamo, che la superiorità del sistema cinese appare nella sua forma più concreta (…) si tratta della superiore capacità di uno Stato socialista di assorbire gli urti, distribuire i costi, proteggere i settori popolari e coordinare il lungo periodo con il breve. Laddove il neoliberismo tende a scaricare l’intero prezzo delle crisi sulle famiglie, sui lavoratori e sulle piccole imprese, la Cina interviene per smorzare l’onda d’urto. Laddove le potenze occidentali rispondono spesso agli shock che esse stesse provocano con ulteriori militarizzazioni o con misure tampone, Pechino integra l’emergenza nel quadro più ampio della transizione energetica, della sicurezza nazionale e della stabilità sociale”. 


Gli intellettuali della sinistra radicale ignorano i fatti elencati dai quattro autori del documento? È vero che i livelli di ignoranza in quest’area politico-culturale sono a dir poco scoraggianti (soprattutto in merito alla storia passata e recente dei popoli e delle nazioni non occidentali). Tuttavia mi pare difficile sostenere che il mancato riconoscimento della natura (prevalentemente: vedi sopra) socialista della Cina derivi dall’ignoranza. 


La causa va dunque cercata nella disonestà e nella mala fede? La realtà è nota ma si finge di ignorarla? Nemmeno questa tesi, che pure aleggia in alcuni passaggi del testo di cui sto qui discutendo, mi sembra convincente (anche se in certi casi appare giustificata). La vera questione è, a mio avviso, per quale motivo certi fatti, anche se conosciuti, non vengono considerati sufficienti a definire socialista il sistema cinese. 


Nella seconda parte di questo post, descriverò in primo luogo le critiche che i quattro autori rivolgono alle sinistre “negazioniste” in merito al tema in questione, poi spiegherò perché, dal mio punto di vista, i negazionisti hanno ragione se definiamo il socialismo in base ai criteri classici (ottocenteschi) enunciati dai padri fondatori del marxismo, hanno torto marcio se lo definiamo in relazione ai concreti processi storici di costruzione del socialismo. Spiegherò inoltre (anticipando alcune tesi del libro di prossima pubblicazione cui accennavo in apertura) perché, sempre dal mio punto di vista, da un lato la conversione al liberalismo del marxismo occidentale, dall’altro il trasferimento della guida della lotta anticapitalista ai movimenti marxisti dei Paesi del Sud del mondo, siano l’esito storico, altamente probabile se non necessario, che alcuni autori avevano previsto da tempo, dei profondi processi di trasformazione che il sistema capitalista mondiale ha subito a partire dalla seconda metà del secolo scorso. 


***


I testi raccolti ne La Cina (prevalentemente) socialista danno giustamente spazio alla lotta delle idee fra capitalismo e socialismo, al peso enorme della “guerra fredda culturale” nella battaglia fra due visioni del mondo che sono l’incarnazione ideale di due formazioni socioeconomiche che - se pur possono convivere in determinate fasi storiche – tendono necessariamente a prevalere l’una sull’altra. L’odio dei liberali di destra centro e sinistra nei confronti della parola stessa comunismo, nonché per gli emblemi e i simboli che ne incarnano il significato storico politico, è dunque comprensibile, per cui il fatto che, qualche anno fa, il Parlamento europeo si sia macchiato dell’infamia di equiparare nazismo e comunismo, può suscitare indignazione ma non stupore. 


Meno scontato il fatto che il PCI, a partire dal 1989, abbia a sua volta ripudiato il proprio nome, una decisione che, come ha dimostrato la storia successiva di quell’organizzazione, ha significato anche abbandonare l’identità di classe associata al nome. Il partito post comunista nato alla Bolognina non si è infatti trasformato in partito socialdemocratico, non ha cioè abbracciato una tradizione politico-culturale che rappresenta gli interessi del proletariato con programmi più riformisti, “moderati”di quelli tipici della tradizione comunista, si è trasformato direttamente in partito liberale “di sinistra”, scegliendo di rappresentare gli interessi, la cultura e i valori “postmoderni” delle nuove classi medie generate dalla transizione al capitalismo “terziarizzato” e “postindustriale” e concentrate nei centri delle grandi città (9). 


Tornerò più avanti sulle radici profonde che hanno favorito questa mutazione – apparentemente sorprendente – di larga parte del marxismo occidentale. Radici che non vengono adeguatamente approfondite dal documento dei quattro, i quali, come si è detto, si concentrano – giustamente ma con enfasi troppo esclusiva - sulla storia della guerra fredda della cultura, il che li porta, fra le altre cose, a dare un peso a mio avviso eccessivo al ruolo del trotzkismo in quanto personificazione della strategia USA di “combattere i comunisti con gli ex comunisti”. 


Il documento cita, fra gli altri, Arthur Schlesinger, laddove costui spiega che “elementi del governo erano giunti sempre più a comprendere e a sostenere le idee di quegli intellettuali che, disillusi del comunismo, rimanevano tuttavia fedeli agli ideali del socialismo”. Questi intellettuali “di sinistra” che avevano preso le distanze dal comunismo - ma soprattutto dal cosiddetto “socialismo reale” – rappresentavano il “nerbo” di un “socialismo democratico” che, sono ancora parole di Schlesinger, era il baluardo più efficace contro il totalitarismo”, di quella Non-Communist Left che mandava in estasi i burocrati che gestivano la politica estera USA. 


Gli eredi di quella tradizione, vicina alla Quarta Internazionale, leggiamo nel documento, sono oggi coloro che appoggiano apertamente gli studenti anticomunisti di piazza Tienanmen, la causa del separatismo tibetano (“riuscendo persino a cercare di far dimenticare la matrice feudale del Dalai Lama”), oppure gli studenti – anch’essi anticomunisti e filo-occidentali – di Hong Kong, “senza aver alcun problema nel ritrovarsi all’interno dello stesso fronte politico anticinese con Salvini e Trump, oltre che senza mostrare reazioni negative di fronte al vergognoso spettacolo delle bandiere inglesi e statunitensi sventolate dalle forze separatiste di Hong Kong, servi dei legittimi eredi di quel colonialismo occidentale che scatenò la prima e atroce ‘guerra dell’oppio’ contro la Cina nel 1839-1842”.


Giusto. Ma magari simili atteggiamenti si limitassero agli eredi della Quarta Internazionale: i trozkisti, ridotti a una galassia di sparuti gruppuscoli in competizione reciproca, sono un’infima frazione di una sinistra radicale occidentale, con gli allievi post operaisti di Antonio Negri in testa, la cui stragrande maggioranza condivide queste posizioni, senza distinguersi dagli ex comunisti transitati dal PCI al PD. Ecco perché, evitando la facile tentazione di aderire alla tesi del “tradimento” e/o dell’incapacità di resistere all’enorme potenza di mezzi di persuasione in mano al nemico di classe, occorre indagare le radici del problema, analizzando, in particolare: 1) gli intrinseci limiti teorici e ideologici connaturati al marxismo occidentale; 2) le mutazioni socioeconomiche che hanno consentito al capitalismo delle metropoli di integrare larghi settori delle proprie classi subalterne (e quindi anche le formazioni politiche che le rappresentano e i cosiddetti “nuovi movimenti sociali”); 3) l’incapacità di superare la visione ottocentesca (eurocentrica) dell’utopia socialista e di riconoscere nei concreti processi storici di costruzione del socialismo il prodotto del rinnovamento teorico del marxismo messo in atto dalle lotte rivoluzionarie dei popoli del Sud del mondo. Sono i temi di fondo del sopracitato Oltre l’Occidente, di imminente uscita per i tipi di Meltemi. Qui di seguito ne anticiperò alcune argomentazioni.


***

Partendo dall’ultimo dei tre punti appena elencanti, citerò alcuni stralci di un paragrafo del capitolo 14, intitolato “Perché marxisti dogmatici e sinistre radicali negano il carattere socialista della Cina”. 


Chi nega il carattere socialista del sistema cinese può andare in cerca di argomenti nella teoria “classica” della transizione che, in buona sostanza, si fonda sulla Critica al Programma di Gotha e su alcuni passaggi del Capitale di Marx e sull’Antiduhring di Engels. Soprattutto in quest’ultima opera, l’autore scrive che il socialismo, in quanto fase di transizione al comunismo, non è solo caratterizzato dalla socializzazione dei mezzi di produzione ma implica la scomparsa della produzione mercantile e dei rapporti monetari. Lenin manda in pensione tale tesi nei primi anni Venti (siamo ai tempi della NEP), allorché liquida le posizioni della sinistra bolscevica e ammette che la transizione sarebbe stata lunga e inevitabilmente caratterizzata dal persistere di rapporti mercantili e monetari.


Fu già allora che all’interno dell’ala sinistra del comunismo internazionale cominciò a circolare la tesi della restaurazione del capitalismo in Russia e la definizione del sistema sovietico come “capitalismo di Stato”. Nell’antologia di scritti di Lenin Economia della rivoluzione (10), curata da Vladimiro Giacché, troviamo un articolo in cui il leader rivoluzionario replica che “il capitalismo di Stato di cui si parla in tutti i libri di economia è quello che esiste nel sistema capitalistico, dove lo Stato mette sotto il suo diretto controllo alcune imprese capitalistiche. Ma (...) il capitalismo di Stato che abbiamo introdotto nel nostro Paese è di tipo speciale (…) Noi occupiamo tutte le posizioni chiave. La terra è nostra [il che] è estremamente importante…”.


Quel dibattito si trascina da allora ai giorni nostri, soprattutto perché, come nota Rita di Leo (11), tutte le analisi della transizione scontano il fatto che “non esiste una credibile teoria marxista della transizione, o meglio, non esiste una teoria in grado di rendere conto delle dinamiche evolutive di una società in cui uno Stato socialista convive con un'economia in cui permangono elementi di capitalismo”. Di fronte a queste formazioni socioeconomiche “ibride”, la sinistra occidentale (…) reagisce affermando che non si tratta di società ‘veramente’ socialiste bensì di varie forme di capitalismo di Stato. 


La mia tesi è che l’unico criterio in grado di dirimere la controversia in questione è politico: “quello che veramente occorre capire, scrivo, è chi detiene il potere politico e quali interessi di classe promuove e difende”. Tornando alla Cina: è evidente che, in base alla definizione “canonica” di socialismo, non possiamo considerarla tale, la risposta è del tutto opposta se ci chiediamo in che direzione politica si muove questo grande Paese e in questo senso le risposte formulate nel documento dei quattro mi paiono inconfutabili e decisive. 


Naturalmente le sinistre occidentali possono replicare che i successi cinesi dimostrano solo che il capitalismo di Stato funziona, non che non si tratta di capitalismo, e da questo circolo vizioso si esce solo accettando la lezione di Gabriele citata in precedenza: nella concreta realtà storica non esistono formazioni socioeconomiche puramente socialiste, ma concreti processi di transizione che possono o meno sboccare nella realizzazione di una società socialista, la quale, tuttavia, non sarà mai una replica del modello ottocentesco descritto da Marx ed Engels.


Quanto appena affermato ci conduce al secondo punto: i socialismi realmente esistenti non corrispondo all’ideale classico perché sono il prodotto di un’applicazione creativa della teoria marxista alle concrete condizioni socioeconomiche, nonché alle tradizioni storiche, civili e culturali in cui sono avvenute le rivoluzioni che li hanno generati. E le sole rivoluzioni vittoriose sono avvenute in Paesi del Sud del mondo, perché l’evoluzione del sistema capitalistico mondiale ha creato, ad un tempo, le condizioni per l’integrazione di larghi strati delle classi subalterne metropolitane e quelle per la lotta rivoluzionaria delle larghe masse dei Paesi periferici e semiperiferici. Non mi è qui possibile sintetizzare le centinaia di pagine del libro in cui argomento tale tesi, per cui mi limito ad anticipare che essa si fonda, fra i vari argomenti, sulle analisi che storici di lungo periodo come Braudel hanno condotto sulle origini e la storia del capitalismo, sulle analisi di quegli autori marxisti (Luxemburg, Baran, Sweezy e altri) che hanno dimostrato che il sistema capitalista metropolitano può riprodursi solo sfruttando le aree periferiche e semiperiferiche mantenute in condizione di dipendenza (vedi Arrighi, Samir Amin, Frank e Wallerstein), nonché sulla storia delle lotte rivoluzionarie in Asia, Africa e America Latina e sulle teorie elaborate dai loro leader. 


Vengo infine al primo punto, cioè ai limiti intrinseci del marxismo occidentale. I limiti teorici risalgono assai indietro, fino a certi aspetti delle teorie di Marx ed Engels che si fondavano (né avrebbe potuto essere altrimenti) sull’analisi del concreto livello di sviluppo raggiunto dal capitalismo del XIX secolo, per cui ne estraevano generalizzazioni e previsioni che non potevano tenere conto dell’enorme estensione e complessità dei successivi sviluppi storici. Anche se va ricordato che Marx ha messo in guardia contro ogni indebita interpretazione della propria opera come una descrizione delle leggi generali della storia, valide per ogni tempo e in ogni contesto geografico, civile e culturale (12). Ammonizione bellamente ignorata dal marxismo occidentale che ha prodotto una pletora di interpretazioni deterministe, economiciste, meccaniciste e scientiste della teoria marxiana: vedi in merito il geniale, quanto ignorato, lavoro di “restauro” operato da Gyorgy Lukacs (13). 


Quanto ai limiti ideologici, essi sono strettamente associati alle trasformazioni della composizione di classe (l’essere sociale determina la coscienza) che le società occidentali hanno subito dopo la Seconda guerra mondiale. La parabola dei “nuovi movimenti”, dalla fine degli anni Sessanta alla odierna parodia “woke”, coincide con la formazione, il consolidamento e l’ascesa delle nuove classi medie “creative”, generate dai processi di terziarizzazione e deindustrializzazione della seconda metà del secolo XX, vertiginosamente accelerati dalla rivoluzione digitale iniziata alla fine dei Novanta. È in quei decenni che va individuato il crogiolo delle sinistre “liberali”, una cultura che non può comprendere il socialismo cinese perché è “geneticamente” anticomunista.


Note


(1) G. Cremaschi, Solo il socialismo ci può salvare, Mimesis, Milano 2026.


(2) Il termine fu coniato da Mao in un testo del 1938, nel quale scrisse che ci sono tre fasi per vincere una guerra prolungata da parte di una potenza più debole contro un avversario più forte (all’epoca si riferiva al Giappone): difesa strategica, stallo strategico, controffensiva strategica. Il termine stallo strategico si riferisce alla fase di equilibrio fra le forze, dopo la prima fase in cui la parte debole riesce a evitare l’annientamento e prepara la terza fase, in cui la parte inizialmente più debole assume l'iniziativa e vince.


(3) Il primo volume, autore Alessandro Visalli, uscirà fra tre giorni, il secondo, autore il sottoscritto, nella prima metà di Luglio.


(4) Il testo si trova all’indirizzo https://giuliochinappi.com/2026/06/07/la-cina-prevalentemente-socialista/


(5) vedi https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/search?q=Screpanti


(6) Cfr. A Gabriele, Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of China. Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War, Springer Nature, Singapore 2020; vedi anche (con A. Jabbour) Socialist Economic Development in the 21st Century. A Century after the Bolshevik Revolution, Routledge, London-New York 2022; vedi infine L’economia cinese contemporanea. Imprese, industria e innovazione da Deng a Xi, Diarkos, Santarcangelo di Romagna 2024.


7) Fra i critici della NEP vi fu anche Rosa Luxemburg, oltre a Bordiga e ad altri esponenti della sinistra della III Internazionale.


8) Sulla necessità di non identificare il capitalismo con l’esistenza di relazioni di mercato vedi, in particolare, F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.


(9) Sulla distribuzione geografica della composizione di classe nel tardo capitalismo cfr., fra gli altri, C. Guilluy, La France périphérique. Comment on a sacrifié les classes populaires, Flammarion, Paris 2014.


(10) Lenin, Economia della rivoluzione (a cura di V. Giacché), il Saggiatore, Milano 2017.


(11) Cfr R. di Leo, L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Futura editrice, Roma 2012.


(12) Mi riferisco alla nota replica di Marx al recensore russo del Capitale, inserita nell’antologia India, Cina, Russia. Le premesse per tre rivoluzioni, (a cura di B. Maffi), il Saggiatore, Milano 1960.


(13) Del contributo di G. Lukacs alla riattualizzazione della teoria marxiana, con particolare riferimento alla sua Ontologia dell’essere sociale (4 voll. Meltemi, Milano 2023) mi occupo nella prima parte del secondo volume di Oltre l’Occidente, in via di pubblicazione.

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