LIMITI E PREGIUDIZI DEL MARXISMO
OCCIDENTALE
APPUNTI SUGLI INCONTRI DI PISA
(FESTA DI OTTOLINA TV)
E SU UN LIBRO DI CANFORA
Cerco di raccogliere le idee che
mi galleggiano in testa (annebbiata dal caldo infernale di questi
giorni...e ci sono ancora idioti che negano la mutazione climatica!)
dopo i dibattiti cui ho partecipato, e quelli cui ho assistito, alla
Festa di Pisa organizzata da Ottolina TV, e dopo avere letto il libro
di Luciano Canfora, Comunismo un’altra storia, appena
uscito per i tipi di Feltrinelli. Oltre
a recensire quest’ultimo, mi occuperò del confronto che ho avuto
con Gabriel Rockhill a partire da due saggi,
Who Paid the Pipers of Western Marxism?
(Meltemi mi ha appena confermato
di averne acquisito i diritti per cui ne uscirà un’edizione
italiana) e Requiem for French Theory
(un dialogo con Aymeric Monville introdotto da John Bellamy Foster),
quindi riferirò
di un intervento di Vladimiro
Giacché sulla storia dell’economia sovietica, infine riprenderò
alcuni temi dei
due volumi di
Oltre l’Occidente
(dei quali ho anticipato le Introduzioni su queste pagine) che io
e Visalli abbiamo presentato
a Pisa.
Queste
quattro “stazioni” sono connesse da un filo rosso che mi pare si
stia irrobustendo negli ultimi anni: mi riferisco al maturare di una
prospettiva storica, filosofica e ideologica che sovverte i dogmi e i
luoghi comuni del marxismo occidentale (e il senso comune condiviso
da movimenti e partiti delle “sinistre” post sessantottine) e
riscrive la storia dell’ultimo secolo di lotta di classe come
scontro fra imperialismo occidentale
e resto
del mondo. Questa
nuova visione è
venuta crescendo non solo e non tanto grazie ai contributi di singoli
autori ma anche e soprattutto a
seguito dell’accelerazione
temporale prodotta dalla rapida ascesa del socialismo con caratteri
cinesi e dalle guerre scatenate in
Europa, Medio Oriente e America Latina da
un Occidente che non sembra
trovare altri
modi
per fronteggiare la propria crisi egemonica. Purtroppo il filo rosso
in questione non sembra
(ancora?) in grado di tessere la trama di nuovi progetti politici
capaci
di contrastare l’imperialismo nei suoi centri storici.
La
speranza è l’ultima a morire ma, con il precipitare degli eventi,
cresce il rischio che la ripresa di una prospettiva socialista
nell’area eurotlantica
possa avvenire solo grazie all’eventuale sconfitta economica,
politica e militare dei Paesi che ne fanno parte. Partirò da
Rockhill, cui seguiranno, nell’ordine, l’analisi del
discorso di Giacché e quella sul
libro di Canfora, dopodiché
concluderò rilanciando
i temi di Oltre
l’Occidente.
1. Gabriel Rockhill. I funzionari
del sapere imperiale
Non conoscevo Rockhill né i suoi
scritti fino a poche settimane fa, per cui devo ringraziare Marucci
che me li ha inviati e mi ha chiesto di discuterne con l’autore in
uno dei panel della festa pisana. Fino ad allora mi consideravo uno
degli intellettuali marxisti più ferocemente critici nei confronti
della Nuova Sinistra occidentale in tutte le sue articolazioni, ma
ora devo riconoscere che, con Gabriel, l’America ne ha partorito
uno ancora più radicale. Prima di presentarne le idee, vale la pena
di accennare brevemente alle note autobiografiche che inserisce nei
due testi sopra citati (che me lo hanno reso ancora più simpatico).
Rockhill è nato in un fattoria del Kansas e da ragazzo ha lavorato
come contadino e muratore. Il desiderio di dare un senso a
quell’esperienza di oppressione e sfruttamento, racconta, lo
indussero a intraprendere un percorso di studio del pensiero critico
nei confronti del sistema capitalistico. Negli Stati Uniti, il
“mercato delle idee radicali” (capiremo più avanti perché usa
questa definizione) offriva i prodotti della Scuola di Francoforte e
della cosiddetta French Theory, per cui Gabriel, affascinato
soprattutto dalla seconda, riesce ad andare a Parigi dove ottiene un
dottorato e un postdoc sotto la guida di Derrida prima e di Badiou
poi e segue le lezioni di altri maitres a penser dell’intellighenzia
di sinistra come Balibar, Kristeva, Lyotard, Ranciére e Foucault.

Nel 2001 scatta la crisi che lo
induce a compiere un’analisi autocritica del percorso formativo sin
lì seguito e ad abbozzare una “controstoria” del pensiero
radicale a partire dalle sue relazioni con il sistema di produzione
materiale da cui è emerso. Da quel momento il suo obiettivo primario
consiste nello sviluppare una critica del sistema ideologico che
produce i soggetti che ne fanno parte e del modo in cui li produce.
Fra le ragioni che hanno provocato questo cambiamento di punto di
vista, elenca: l’evidente ignoranza dei “maestri” di cui sopra
in materia di temi come l’imperialismo e la geopolitica; il fatto
di avere sentito affermare da un “nume” del pensiero progressista
come Derrida di non essere in grado di formulare frasi dotate di
senso che contenessero la parola classe sociale; l’influenza di
filosofi reazionari come Heidegger e Nietzsche sul pensiero di questi
intellettuali (oltre al fatto che le loro interpretazioni dei testi
degli autori in questione presentano evidenti incongruenze, se non
vere e proprie falsificazioni); il fatto che più ne analizzava il
pensiero più esso gli appariva fondato su metafore e libere
associazioni, piuttosto che su argomentazioni rigorose ed
empiricamente fondate; infine l’insistenza con cui le successive
generazioni della vague strutturalista e post strutturalista (Butler,
Fraser, Mouffe, Badiou, Agamben, Negri, Zizek, Lacan ecc.) si
impegnavano a “correggere” (se non a sostituire) il marxismo con
le teorie delle maggiori correnti del moderno pensiero borghese:
fenomenologia, esistenzialismo e psicoanalisi.
Grazie a due decenni di studio
delle teorie marxiste sull’imperialismo e di attivismo politico,
Rockhill comprende che il punto non è criticare le teorie dei
singoli autori, bensì metterne in luce l’essenza comune, plasmata
dal sistema borghese di produzione della conoscenza, la loro comune
appartenenza a un regime borghese del sapere che non è solo
epistemologico, ma è un sistema di potere e controllo. Non si tratta
di soddisfare l’ambizione intellettuale di denunciare i limiti e le
contraddizioni di un discorso che si presenta come “critico”, o
addirittura antisistema, bensì di fornire alla gente gli strumenti
per capire la totalità sociale i
che situa certe idee nel più ampio contesto della realtà materiale
e della lotta di classe. La critica della intellighenzia “di
sinistra” delle metropoli imperiali è una parte importante di tale
impresa, non solo perché contribuisce alla conoscenza scientifica
della produzione, circolazione e consumo delle idee, ma anche perché
è un modo per guidare l’azione pratica.
La domanda centrale che guida
Rockhill in questa ricerca, è come è stato possibile che
l’anticomunismo abbia finito per prevalere anche fra gli
intellettuali occidentali che si dichiarano marxisti. L’ascesa di
questa “sinistra” anticomunista (e filo imperialista) non sarebbe
stata possibile se le classi lavoratrici occidentali non si fossero
progressivamente trasformate in una aristocrazia operaia nel contesto
della divisione globale del lavoro ii
e se l’intellighenzia occidentale di sinistra non fosse a sua volta
una aristocrazia del lavoro intellettuale: i soggetti della
produzione intellettuale hanno tutti la stessa formazione di classe e
sono stati educati nella stessa ideologia dalle istituzioni
controllate dalle classi dominanti della metropoli imperiale,
appartengono alle stesse reti accademiche internazionali e svolgono
le stesse attività professionali. Non è dunque un caso se la
cultura postmodernista sia nata e si sia affermata iii
contemporaneamente al trionfo delle teorie e delle forme di governo
neoliberali. Abbozzando i lineamenti di un’analisi materialistica
dell’economia politica del sapere e della cultura, Rockhill cerca
di dimostrare come quella che definisce “l’industria della teoria
radicale nel centro imperiale” sia stata connessa fin dalle
origini (dopo la Seconda guerra mondiale) alle operazioni di guerra
psicologica per diffondere l’anticomunismo in tutti i Paesi
occidentali.
Nel primo volume di Who Paid
the Pipers of Western Marxism? Rockhill
si concentra in particolare sui
maggiori esponenti della
Scuola di Francoforte
(dedicando
particolare attenzione a Marcuse, in
quanto questo autore viene
esaltato come uno dei massimi
ispiratori delle rivolte del 68)
e, in una lunga Appendice,
pubblica decine di documenti desecretati che provano senza ombra di
dubbio come molti di costoro (e altri come la filosofa Hannah
Arendt, inventrice della categoria di “totalitarismo”) fossero
direttamente
impegnati nelle, o
finanziati dalle, maggiori
agenzie USA di Intelligence e
da
Fondazioni come la Rockefeller
e la Ford.
Per respingere ogni accusa di
complottismo, chiarisce che la sua tesi non è che questi
intellettuali fossero dei traditori “venduti” al sistema iv,
bensì che le loro posizioni antisovietiche fossero oggettivamente
utilizzabili per realizzare gli obiettivi della “guerra fredda
culturale”contro il socialismo scatenata dagli Usa attraverso
piattaforme come il Congress
for Cultural Freedom. In
poche parole, la
sinistra marxista anticomunista era un ottimo alleato per screditare
agli occhi delle masse il socialismo reale e
quindi andava sostenuta anche se e quando esibiva velleità
“antisistema” (prive di concreto potenziale eversivo).
Il
secondo e il terzo volume della trilogia (anticipati dai dialoghi
raccolti e introdotti da J. Bellamy Foster in Requiem for
French Theory) si occuperanno
delle nuove ondate del pensiero strutturalista, post strutturalista,
postmodernista e postcoloniale che vanno comunemente sotto
l’etichetta di French Theory (Althusser, Agamben, Badiou,
Balibar, Butler, Hardt, Lacan, Mouffe, Negri, Ranciére, etc.).
Rockhill mette in luce l’idealismo e il dogmatismo di questi
autori, ne evidenzia sistematicamente i punti ciechi, i limiti
metodologici, le mistificazioni e le sofisticherie gergali prive di
contenuto concreto (anche i lavori degli autori politicamente più
radicali, come Badiou Ranciére e Balibar, scrive, mancano totalmente
di basi materialiste e storiche). La French Theory e i suoi derivati
sono “un prodotto culturale transatlantico” che può essere
pienamente compreso solo se situato all’interno delle relazioni
globali di produzione e della lotta di classe internazionale, cioè
della totalità sociale anche se tale affermazione non va intesa in
senso deterministico v
né, tanto meno, come una teoria del complotto: si tratta 1) di
prendere atto del fatto che tutte queste correnti occupano posizioni
chiave nel sistema universitario imperiale (e che molti degli
accademici francesi che appartengono a queste correnti sono
consulenti dell’alta burocrazia del Paese), 2) di domandarsene il
perché. La risposta di Rockhill è secca: tutti questi autori
contribuiscono con le proprie idee a feticizzare la categoria di
differenza simbolica vi,
il che è funzionale alla rimozione delle differenze di classe.
2. Vladimiro Giacché. La verità
sulla storia dell’economia sovietica
A testimoniare l’efficacia
della guerra fredda culturale descritta da Rockhill è il fatto che,
a partire dalla fine dei Sessanta e dalla prima metà dei Settanta,
l’area della cultura marxista antisovietica si era estesa ben
aldilà delle cerchie accademiche di cui sopra. Fino ad allora ad
associarsi alla condanna del “socialismo reale”, bollato come
capitalismo di stato e totalitarismo, erano state piccole minoranze,
come i gruppuscoli trotzkisti e bordighisti. Con l’esplodere dei
movimenti studenteschi del 68, il cui carattere di classe era omologo
a quello dei maitres a penser “di sinistra”, analizzato da
Rockhill, e con la loro successiva conversione nei micropartiti della
sinistra radicale e delle formazioni operaiste e postoperaiste, i
pregiudizi antisovietici divengono senso comune di massa fra i membri
della piccola-media borghesia e delle emergenti “classi creative”.
Per un po’ ne restano escluse le classi lavoratrici, soprattutto i
soggetti di età medio elevata che custodiscono la memoria storica
del ruolo dell’Urss nella lotta al nazifascismo e i quadri dei
partiti comunisti occidentali ma, con l’avvento dell’eurocomunismo
e dopo la svolta atlantista di Berlinguer e la sua affermazione
sull’esaurimento del ruolo propulsivo della Rivoluzione d’Ottobre,
anche questo legame si allenta, per poi spegnersi del tutto con la
conversione del PCI al liberalismo e con la fine del regime
sovietico. Assieme al limite geopolitico che l’esistenza del blocco
socialista rappresentava per il dominio assoluto dell’imperialismo
Usa, viene così a svanire il simbolo di un futuro alternativo che,
per generazioni, aveva alimentato le speranze delle classi
lavoratrici occidentali e che, per riconoscimento degli stessi
detrattori di destra e di sinistra del socialismo reale, era stata
una delle, se non la, condizioni principali che nel trentennio
postbellico avevano favorito l’espansione dei diritti sociali e
politici nei Paesi occidentali.
Ad alimentare i luoghi comuni
condivisi da liberali e sinistre occidentali in merito alla realtà
degli esperimenti socialisti dell’ultimo secolo (alla Cina vengono
applicati gli stessi stereotipi in auge anni fa per la Russia) è una
desolante ignoranza della storia della Russia sovietica che non
riguarda solo le caratteristiche sociopolitiche di quel regime, ma
anche la sua economia, appiattita sulla categoria di capitalismo di
stato e considerata la causa prima del crollo di fine 900 dovuto alla
sua inefficienza che le avrebbe impedito di reggere il confronto con
lo sviluppo capitalistico occidentale. Nel suo intervento pisano,
Vladimiro Giacché ha ripreso temi già affrontati altrove vii
per contestare radicalmente questa tesi.

La storia dell’economia
sovietica, ha spiegato, ha attraversato quattro fasi ben distinte.
Nel 1917-1918 vi è stato il decreto sulla terra che ha distribuito
la terra ai contadini (ha cioè realizzato la promessa che più di
ogni altra, assieme a quella di porre fine alla guerra, aveva
contribuito al successo della Rivoluzione) e quello sul controllo
operaio che ha affidato ai lavoratori il governo delle fabbriche
senza tuttavia nazionalizzarle (in questa fase vengono nazionalizzate
solo le banche); nel 1918-1920 si passa al cosiddetto comunismo di
guerra, caratterizzato dalle requisizioni delle eccedenze prodotte dai
contadini che servono a sfamare le città e l’armata rossa
impegnata nella guerra civile contro i Bianchi sostenuti dalle grandi
potenze occidentali; gli anni dal 1921 al 1928 sono quelli della
Nuova Politica Economica (NEP) durante i quali viene consentito ai
contadini di vendere le eccedenze, mentre le requisizioni sono
sostituite da una tassa in natura. Questa svolta, voluta da Lenin
contro l’opposizione della “sinistra” bolscevica, scatena dure
critiche anche all’interno dei partiti comunisti occidentali, tanto
che è in quegli anni che si comincia a a parlare di restaurazione
del capitalismo in Russia e a usare il concetto di capitalismo di
stato, che Lenin smonta con un famoso discorso viii
in cui distingue fra il capitalismo di stato dei Paesi occidentali e
la situazione atipica della Russia dove il potere politico non è più
in mano alla borghesia. Infine gli anni fra il 1928 e il 1956 sono
quelli della rivoluzione industriale sovietica. Di fronte al dilemma
se occorra dare priorità allo sviluppo dell’agricoltura o a quello
dell’industria (i capitali non bastavano per entrambe), si opta per
l’industria, per cui le risorse per lo sviluppo industriale vengono
sottratte all’agricoltura. Sempre in quegli anni si applica la
teoria dello sviluppo economico di Feldman, secondo la quale gli
investimenti nell’industria pesante si sarebbero rivelati
fondamentali anche per aumentare i consumi. È infine in quel periodo
che inizia la pianificazione economica (il primo piano quinquennale
parte nel 1928).
Queste scelte, argomenta Giacché,
sono state coronate da uno straordinario successo:
l’economia è cresciuta in media del 5% annuo, la
produzione industriale dell’11% e anche i consumi, a conferma delle
previsioni di Feldman, sono cresciute in quel periodo a ritmo
vertiginoso. A testimoniare tale successo, sottolinea Giacché, è
l’innegabile impatto che l’esperienza sovietica ha avuto
sull’economia occidentale, vedi, in particolare, lo sviluppo di
economie miste in molti Paesi, fra cui l’Italia, gli esperimenti di
pianificazione non ispirati da teorie marxiste, e lo sviluppo del
welfare state come risposta alla sfida sovietica, finalizzato a
dimostrare che il capitalismo era altrettanto capace di generare
benessere sociale.
Il rallentamento, spiega Giacché,
inizia negli anni Sessanta, per poi divenire drastico calo negli anni
Settanta. I tentativi di riforma falliscono finché arriva il crollo
degli 80/90. La sua tesi, tuttavia, è che le cause fondamentali
della crisi non furono economiche (del resto l’economia sovietica
aveva brillantemente superato le grandi crisi che avevano sconvolto
le economie occidentali nel 900) bensì politiche. In Oltre
l’Occidente ragiono sul modo
in cui la Cina ha fatto tesoro dall’analisi degli errori in
questione, qui mi limito a far presente che tutti i luoghi
comuni sulle contraddizioni del socialismo reale scontano l’assenza
di una credibile teoria della transizione e, in particolare, come
giustamente osservato da Rita di Leo ix
di un’analisi delle formazioni sociali in cui un potere politico
socialista convive con elementi di economia capitalista.
3. Canfora. Il grande scisma fra
marxismo occidentale e marxismo orientale
Comunismo un’altra storia
è un libro straordinariamente coraggioso che smonta la narrazione
agiografica sul movimento comunista come un flusso sostanzialmente
unitario, ad onta di innegabili svolte e contraddizioni, e dimostra
che, fra l’annuncio ottocentesco del Manifesto
e le sue successive rimodulazioni fino alla fine del secolo XIX da un
lato, e la Rivoluzione d’Ottobre dall’altro lato, non c’è un
semplice passaggio epocale bensì una frattura radicale e
incomponibile
che possiamo definire solo come discontinuità assoluta. Il
comunismo, scrive Canfora in una delle prime parti del libro,
è Marx e Lenin mentre
tutto il
resto (Engels,
Turati, Kautsky e
Togliatti, pur con le
relative differenze) appartiene alla storia della
socialdemocrazia. Al tempo
stesso, Marx e Lenin sono le figure simboliche di due ere distinte,
di un primo e di un secondo comunismo. È
pur vero che Marx,
in una lettera del 1858, prende atto del fatto che, nella misura in
cui estende il proprio dominio sul mondo, il che gli consente di
coltivare al proprio interno un’aristocrazia operaia a spese delle
grandi masse di Asia, Africa e America Latina, il capitalismo rende
impossibile la rivoluzione
proletaria in Europa, ammissione
che anticipa le intuizioni di Lenin sull’imperialismo. Ma nulla di
ciò è riscontrabile nelle pagine del Manifesto
del 1848. Ed è appunto sulla storia di quest’ultimo “monumento”
testuale che si concentra la Prima Parte del libro di Canfora.
Espunto dall’aura mitica di
testo fondativo del movimento comunista e sottoposto alla puntigliosa
e rigorosa (non dubito che vi sarà chi la definirà pedante)
indagine storico-documentale e filologica di Canfora, il Manifesto
rivela tutti i limiti associati all’epoca storica in cui fu
redatto. Mi limito ad elencarne alcuni. In primo luogo la a dir poco
clamorosa sopravvalutazione del peso sociale e numerico della classe
dei lavoratori industriali. Nel testo essi vengono presentati come se
già allora (il che non era vero nemmeno per l’Inghilterra)
rappresentassero una tendenziale maggioranza della popolazione, e
comunque si dava per scontato che lo sarebbero stati in un prossimo
futuro. Nel contempo si prevedeva l’estinzione (!?) delle classi
medie, mentre venivano dati giudizi spregiativi nei confronti
dell’idiotismo delle masse
contadine e
del carattere reazionario del sottoproletariato (che in realtà,
annota Canfora, ebbe un peso non indifferente nelle grandi rivolte
popolari del secolo XIX).
Canfora
offre prove convincenti del fatto che, contrariamente a quanto
affermato dai due autori, il libro non uscì prima bensì
dopo la rivoluzione francese che rovesciò la monarchia
all’inizio del 1848. Fra l’altro, argomenta Canfora, fu proprio
il precipitare degli eventi in Francia che indusse la direzione della
Lega dei Comunisti a incalzare Marx (che si stava occupando di
tutt’altro) perché completasse la stesura. Di qui il carattere di
work in progress di uno
scritto raffazzonato e pieno di contraddizioni che, secondo Canfora,
fu “assemblato” da Marx a partire da un precedente testo di
Engels in forma di “catechismo” (era cioè composto di domande,
del tipo “Che cosa è il comunismo”, e relative
risposte) e da altri materiali, compresi alcuni estratti dalla
inedita Ideologia tedesca
(che con il loro dottrinarismo astratto appesantiscono uno scritto
per il resto di taglio panflettistico). Fra
le varie incongruenze, Canfora segnala il fatto che, da un lato, si
prefigura la necessità di un’alleanza tattica fra comunisti ed
altri partiti, dopodiché si afferma che, una volta sconfitti i
regimi reazionari, i comunisti si sbarazzeranno immediatamente di
questi compagni di strada.

Tutti questi problemi non
impediranno al Manifesto di restare un riferimento per i
comunisti di ogni epoca. In particolare, soprattutto per le correnti
più radicali del movimento, conserveranno un valore dogmatico
l’internazionalismo (“proletari di tutti i Paesi unitevi), il
concetto di dittatura del proletariato (la cui paternità, scrive
Canfora andrebbe piuttosto attribuita a Blanqui), e l’utopia del
comunismo come associazione in cui “il libero sviluppo di ciascuno
è la condizione per il libero sviluppo di tutti”. È lecito
imputare a questo testo fondativo anche la concezione teleologica
della storia, presentata come un processo regolato da “leggi” che
ne orientano necessariamente la “direzione” progressiva verso
l’emancipazione dell’uomo, nonché l’innegabile eurocentrismo
(l’occidente capitalistico mostra alle altre nazioni e agli altri
popoli del mondo la via dello sviluppo che anch’essi dovranno prima
o poi necessariamente imboccare)?
Che
Marx abbia in seguito adottato altri “registri narrativi”, per
usare le parole di Costanzo Preve in un libro che ne rilegge l’opera
seguendo le tracce della Ontologia di Lukacs x,
è indubbio, ma queste altre linee argomentative si trovano, più che
negli scritti storico-politici, nelle pagine del Capitale
delle quali Canfora si occupa solo marginalmente, limitandosi a
evocare, come esempi di controtendenza, la sopra citata lettera del
1858 e la tarda riflessione sul possibile ruolo delle comunità
contadine (obscina) in una eventuale rivoluzione socialista in
Russia.
Dopodiché
Canfora nota giustamente che, nel corso del tempo, l’influenza
politico-ideologica del Manifesto è andata ben al di là
dell’edizione originale. Dopo la
morte di Marx, Engels ne
ripropose
infatti diverse edizioni,
corredate da corposi scritti
introduttivi che, ad avviso
di Canfora, possono essere considerati
una sorta di “secondo Manifesto”
che ha ispirato
l’ortodossia della II Internazionale, alla
quale ha impresso una chiara impronta “evoluzionista”
(equiparazione fra leggi dell’evoluzione naturale e leggi
dell’evoluzione sociale) e
ne ha accentuato la vocazione eurocentrica
(per inciso: Marx non ha
mai nascosto la propria ammirazione nei confronti di Darwin, ma la
sua concezione dialettica
della storia - vedi ancora
Lukacs - non può in alcun modo essere ridotta a una variante
dell’evoluzionismo
darwiniano).
Il
“secondo comunismo” partorito dalla visione leninista della
rivoluzione socialista e la sua messa in pratica nella Rivoluzione
del 1917 sono del tutto incompatibili con l’ortodossia appena
descritta. Polemizzando con
il “rinnegato” Kautsky, Lenin
rivendicava
la propria conformità ai
dogmi della teoria marxista, ma in realtà era lui che stava rompendo
la continuità della tradizione e delineava
un orizzonte storico inedito.
Se nel 1858 Marx, di
fronte al processo di mondializzazione del capitalismo e ai suoi
effetti sulla lotta di classe in Occidente, aveva ammesso
l’impossibilità di un rivoluzione proletaria in Europa, Lenin, già
nel 1913, allorché
scrive “Il
risveglio dell’Asia”, capisce
che la partita non riguarda
più questo o quel paese progredito dell’Europa ma lo scontro
inevitabile tra l’imperialismo e il pianeta. La
II Internazionale, scrive Canfora,
non poteva capire che
il 1917
“era la
prima aspra tappa del processo mondiale di decolonizzazione”,
né poteva capire che
a
determinare
la durezza e il radicalismo del secondo comunismo era
la brutalità
dell’imperialismo.
Subito
dopo la Rivoluzione l’imperialismo europeo si
avventa sulla
Russia per colonizzarla (un
film che abbiamo rivisto con l’invasione hitleriana dell’Urss e
che oggi si
ripete con l’assedio della NATO alla Russia postsovietica).
L’intervento delle potenze
occidentali a fianco dei Bianchi ha scavato un fossato incolmabile
fra marxismo occidentale e marxismo orientale. Subito dopo il 17
Lenin, pur essendo in
contrasto con la teoria riformista della II Internazionale,
ne condivideva
ancora le visioni utopiche della transizione al socialismo xi
, ma
poi, posto di fronte al
dilemma se
smobilitare o trasformarsi per
sopravvivere, la sua scelta fu quella
di restare al potere, anche a
costo di pesanti compromessi, di
“diventare
altro” rispetto alla dottrina “canonica”.
Per capire in che misura si
sia discostato dalla ortodossia occidentale, basta ricordare – e
Canfora lo ricorda puntualmente – come abbia ignorato l’opposizione
della sinistra bolscevica e le critiche dei partiti comunisti
occidentali nati dalle scissioni con i partiti della II
Internazionale in circostanze cruciali: sia quando impose di
accettare le condizioni capestro della Pace di Brest Litovsk, sia
quando impose la svolta della NEP, reintroducendo relazioni di
mercato nelle campagne (vedi il paragrafo precedente) decisione che
fece gridare le opposizioni contro la “reintroduzione del
capitalismo”, sia infine quando demolì il concetto di “capitalismo
di stato” xii
utilizzato dai critici “di sinistra”.
Canfora aggiunge un ulteriore
esempio del pragmatismo leniniano “di destra”, dedicando ampio
spazio a un evento storico che confesso di avere quasi del tutto
ignorato prima di leggere il suo libro. Dopo avere ricordato che
Lenin nutriva molte speranze sulla disponibilità che il presidente
americano Wilson aveva manifestato nei confronti del regime
sovietico, e sulla sia pure moderata attenzione nei confronti delle
aspettative di emancipazione dei popoli coloniali contenuta nei suoi
famosi 14 punti, Canfora ricostruisce nei minimi particolari la
storia della ufficiosa missione esplorativa con cui tre inviati di
Wilson (Bullitt, Pettit e Steffens) incontrarono Lenin, nel marzo
1919, per verificare a quali condizioni il leader bolscevico avrebbe
accettato di stipulare una pace con i capi delle armate Bianche.
Secondo la ricostruzione di Canfora, Lenin si sarebbe detto disposto
ad accettare accordi ancora più penalizzanti della pace di Brest
Litovsk, al punto di riconoscere de facto le enclave governate dai
Bianchi alleati delle potenze occidentali. La ”politica russa” di
Wilson (al pari della sua resistenza alle condizioni umilianti che i
vincitori della I Guerra mondiale vollero imporre alla Germania)
fallì per la feroce opposizione di Francesi e Inglesi (anche perché
costoro contavano sul fatto che l’ammiraglio Kolchak avrebbe presto
conquistato Mosca).
Una
volta vinta la guerra civile, l’esperimento sovietico si afferma
sempre più come il centro di irradiazione del secondo comunismo,
cioè di una visione teorica e di una prassi politica che individuano
nel processo di decolonizzazione
e nella lotta contro
l’imperialismo occidentale
la sola via
possibile per il socialismo. Stalin,
scrive Canfora, non ha deviato da questa via, né ha “tradito”
il leninismo, semmai ha impresso una torsione in senso nazionale
della rivoluzione (che, mi pare il caso di aggiungere, era già
implicita nelle scelte “conservative” di Lenin contro
l’internazionalismo astratto della sinistra bolscevica e di alcuni
esponenti del Comintern, come Bordiga). Il
vero lascito del 1917 è dunque il processo di decolonizzazione, né
la storia del comunismo è finita con la fine del regime sovietico:
essa “prosegue e proseguirà, scrive Canfora, mutati nomi e
miti di riferimento, fino alla sconfitta eventuale del suprematismo
occidentale rispetto ai miliardi di uomini che si sono ‘alzati i
piedi’ e che il cuore ricco del pianeta ormai stenta a dominare”.
Oggi questa storia si presenta come “una cangiante collaborazione
di stati diversissimi fra loro ma accomunati dall’antagonismo nei
confronti del suprematismo occidentale”. Concludo riprendendo da
una delle ultime pagine del libro di Canfora una profetica citazione
di Fidel Castro: “la prossima guerra sarà fra il fascismo e la
Russia, solo che il fascismo di denominerà democrazia”.
4.
Oltre l’Occidente.
Presentando
i nostri due libri al pubblico di Pisa, io e Visalli abbiamo
affrontato diversi temi che riprendono e sviluppano, sia pure da
altri punti di vista e con parole diverse, molte delle tesi avanzate
dai tre autori analizzati nei paragrafi precedenti. Accennerò
sinteticamente qui di seguito alle questioni che più mi sono rimaste
in mente (purtroppo non avevo una traccia scritta né ho preso
appunti durante il dibattito). Non distinguerò sistematicamente fra
i due volumi per cui è possibile che tenda a privilegiare il mio
approccio, del che mi scuso anticipatamente con l’amico Visalli.
a)
Commentando il titolo del libro, entrambi abbiamo sottolineato che si
è voluto evitare di usare termini come fine, tramonto, crisi
dell’Occidente perché siamo convinti che la storia sia già andata
oltre la fase dell’egemonia occidentale sul resto del mondo, il che
non significa affatto che l’Occidente non disponga tuttora di
formidabili risorse, economiche, politiche e militari. Né significa
che questo “dopo” sia necessariamente sinonimo di progresso,
miglioramento o emancipazione (in questo senso siamo in piena
sintonia con l’approccio “anti-teleologico” di Canfora).
b)
Per entrambi andare oltre l’Occidente significa anche andare oltre il
marxismo occidentale xiii
e sviluppare una critica sistematica delle ideologie neo e post
marxiste che ispirano le sinistre eurotlantiche. Mi pare di poter
dire che, da questo punto di vista, il nostro tentativo converge con
quello di Rockhill e con la sua critica radicale delle “sinistre
alla moda”, per usare un termine caro a un’autrice come Sahra
Wagenknecht xiv.
Mi sembra di poter dire che, come Rockhill, abbiamo tentato di
spostare il livello dell’analisi dalla “genealogia” delle idee
all’economia politica della loro produzione materiale. Entrambi
insistiamo sui danni generati dal progressivo slittamento
dell’attenzione dall’analisi delle differenze di classe
all’ossessiva concentrazione sulle differenze simboliche. Un tema
già sollevato, fra gli altri, da Boltanski e Chiapello xv
che sta alla radice del dilagare delle ideologie identitarie e
dell’ossessione del “riconoscimento” che ispira i nuovi
movimenti. Nel suo volume Visalli affronta questa questione anche
attraverso la critica delle teorie postcoloniali e decoloniali, nel
mio (in sintonia con Rockhill e riprendendo quanto già scritto in
opere precedenti xvi)
richiamo l’attenzione sulla composizione e sugli interessi di
classe dei movimenti post 68 e delle loro élite intellettuali.

c)
Giacché e Canfora, come si è visto, evidenziano la funzione
oggettivamente reazionaria dei pregiudizi “di sinistra” nei
confronti del socialismo reale. A impressionare è il fatto che tali
pregiudizi si nutrono di falsità, disinformazione, ignoranza
storica, luoghi comuni che sono stati diffusi a piene mani dai media,
dagli accademici e dai governi occidentali a partire dalla fine della
Seconda guerra mondiale, cioè dagli anni in cui la guerra fredda
culturale ha affiancato la guerra fredda politico-militare. Questo è
uno dei motivi, se non il motivo principale, che giustifica il
giudizio sulle sinistre occidentali come “sinistre liberali”,
totalmente asservite alla riproduzione del sistema capitalistico. Nei
nostri due libri, la polemica contro questo atteggiamento coincide
con il tentativo di prendere sul serio l’esperimento del socialismo
con caratteri cinesi e le radicali innovazioni che esso comporta per
la teoria della transizione al socialismo. In particolare, nel mio,
utilizzando le categorie analitiche sviluppate da Braudel xvii,
Arrighi xviii
e Gabriele xix
metto in discussione: a) l’equazione fra capitalismo e marcato; b)
l’inconsistente ma sempre riproposta categoria di capitalismo di
stato; c) l’idea che una formazione sociale possa essere solo
capitalista o socialista che, negando la possibilità che
coesistano diversi modi di produzione, nega la possibilità stessa di
una transizione e nega quindi che possano esistere nazioni in marcia
verso il socialismo.

d)
Infine i tre autori analizzati in precedenza sollevano temi cruciali
quali la critica del determinismo storico (vedi Canfora sulla visione
“evoluzionista” della II Internazionale, che ritroviamo immutata
nel progressismo delle sinistre occidentali di oggi); l’eurocentrismo
(di cui non furono immuni nemmeno Marx ed Engels, vedi ancora
Canfora); la visione ingenuamente utopistica della società
socialista, che impedisce di cogliere la nuova realtà della lotta di
classe come conflitto antagonistico fra imperialismo occidentale e
resto del mondo. Tutti questi temi vengono ripresi nei due volumi di
Oltre l’Occidente assieme alla critica dell’universalismo
occidentale. Su quest’ultimo tema i nostri approcci divaricano
parzialmente: da un lato, Visalli esplora, a partire dalla categoria
di cosmotecnica e
dall’analisi della cultura tradizionale cinese, la possibilità di
forme diverse di universalismo, dall’altro
il sottoscritto, nella misura in cui considera il concetto di
universalismo consustanziale alla cultura occidentale, preferisce
esplorare l’ipotesi della
coesistenza di forme diverse di totalità
socioeconomica e culturale. Ma questo è un tema troppo complesso per
essere affrontato in questo contesto, per cui rinvio ai nostri due
libri.
i Mettendo
in luce la stretta relazione fra le idee delle élite occidentali di
sinistra e le loro origini culturali e interessi di classe, Rockhill
non fa altro che rilanciare la tesi marxiana secondo cui l’essere
sociale determina la coscienza. Tesi che è stata spesso
interpretata in modo meccanicistico, nel senso che le ideologie
rispecchiano automaticamente gli interessi economici. In realtà il
detto marxiano va più correttamente inteso, come chiarisce Lukacs
(cfr. Ontologia dell’essere sociale, 4
voll., Meltemi, Milano 2023) e come mi pare anche Rockhill lo
intenda, nel senso che è l’insieme dei rapporti sociali
(politici, culturali, ecc. e non solo economici) a determinare le
coscienze individuali. Senza questa complessità del rapporto non si
potrebbero dare casi di “coscienza infelice” fra i membri delle
classi medio alte.
ii Il
tema del ruolo politico delle aristocrazie operaie occidentali è
giù presente in Marx e assai più sviluppato in Lenin, ma ha avuto
un approfondimento decisivo negli scritti di Paul Baran e Paul
Sweezy (cfr. Il surplus economico, Feltrinelli
1962 e Il capitale monopolistico, Einaudi
1968).
iii La
condizione postmoderna (Feltrinelli)
è uscita in edizione italiana nel 1980 (tradotta dal sottoscritto,
in Francia era uscita l’anno prima) praticamente in contemporanea
con la svolta neoliberista dei governi americano ed inglese, il che
non vuol dire che fosse da questi commissionata ma semplicemente che
risentiva profondamente dello Zeitgeist.
iv Il
punto è che la formazione culturale (percorsi universitari, reti
sociali e accademiche, amicizie, incarichi professionali, ruoli
istituzionali, ecc.) di questi autori ne determinava l’inevitabile
appartenenza al campo liberal-democratico occidentale che potevano
criticare, ma che consideravano comunque preferibile al
“totalitarismo” dei sistemi socialisti, il che li rendeva
arruolabili de facto da parte della propaganda euroatlantica.
v Vedi
quanto scritto in nota (i)
vi A
partire dalla svolta linguistica delle scienze sociali che ispira
l’ideologia del femminismo e degli altri movimenti identitari che
rivendicano il riconoscimento dei diritti di questo o quel
determinato raggruppamento di individui, il concetto di differenza
simbolica ha eclissato le rivendicazioni associate alle lotte contro
le differenze sociali (cfr. L. Boltanski, L. Chiapello, Il nuovo
spirito del capitalismo, Mimesis
2014.
vii Cfr.
V. Giacché, “La rivoluzione economica sovietica” in Elogio
del comunismo del Novecento, Atti
del Forum della Rete dei Comunisti, Ottobre 2024.
viii
“Il
capitalismo di Stato di cui si parla in tutti i libri di economia è
quello che esiste nel sistema capitalistico, dove lo Stato mette
sotto il suo diretto controllo alcune imprese capitalistiche. Ma
il nostro è uno Stato proletario, si regge sul proletariato, gli
concede tutti i privilegi politici e, attraverso il mezzo del
proletariato, attira a sé i ranghi più bassi dei contadini. Ecco
perché molte persone sono fuorviate dal termine capitalismo di
Stato […] Il capitalismo di Stato che abbiamo introdotto nel
nostro Paese è di tipo speciale. Non corrisponde alla concezione
abituale di capitalismo di Stato. Noi occupiamo tutte le posizioni
chiave. La terra è nostra, appartiene allo Stato […] Il fatto che
la Terra
appartenga allo Stato è estremamente importante, e […] ha anche
un grande significato pratico” (citato
in
Lenin,
L’economia della rivoluzione a
cura di di, V. Giacché).
ix Cfr:
R. di Leo, L’esperimento profano, Futura Editrice, Roma
2012.
x Cfr.
C. Preve, La filosofia imperfetta,
Franco Angeli 1984. Per Lukacs vedi nota (i).
xi Per
esempio pensava che si sarebbe presto potuto eliminare l’uso del
denaro negli scambi fra beni e che il commercio sarebbe stato
integralmente regolato da un piano centrale.
xiii Cfr.
D. Losurdo, Il marxismo occidentale, Laterza, Roma-Bari
2017. Nel mio scambio di idee con Rockhill (vedi sopra) ho appreso
che questo libro è molto letto e apprezzato nei Paesi di lingua
inglese.
xiv Cfr.
S. Wagenknecht, Contro la sinistra neoliberale, Fazi,
Roma 2022.
xvi Vedi,
in particolare, Utopie letali
(Jaka
Book 2013) e Il
socialismo è morto. Viva il socialismo (Meltemi
2019).
xviiCr.
F. Braudel, Civiltà materiale, economia, capitalismo, 3
voll. Einaudi 1979.
xviii
Cfr. G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli
2008.
xix
Cfr. A. Gabriele, L’economia cinese contemporanea, Diarkos
2024.