SPUNTI PER UNA DISCUSSIONE DEL PENSIERO
DI DOMENICO LOSURDO
A partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso la cultura
delle sinistre europee ha subito un processo di “americanizzazione”,
in ragione del quale le teorie, l’ideologia e i valori della New
Left d’Oltreoceano hanno progressivamente rimpiazzato la tradizione
del pensiero rivoluzionario di Lenin, Mao e altri leader
rivoluzionari, fondato sulle esperienze dell’Ottobre 1917 e della
vittoria del Partito Comunista Cinese del 1949. In termini storici
questo processo è stato relativamente rapido. Se nella prima metà
dei Settanta gran parte dei gruppuscoli nati dall’ondata di lotte
iniziata nel 1968 si dichiaravano “marxisti-leninisti” e i grandi
Partiti Comunisti occidentali, a partire da quello italiano, pur
condannando l’estremismo dei movimenti in questione, non avevano
ancora ripudiato le proprie radici storiche, nella seconda metà del
decennio le tappe della mutazione si susseguono a ritmo incalzante:
dalle dichiarazioni di Berlinguer, che proclama l’esaurimento della
“spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre e dichiara si
sentirsi garantito dell’adesione dell’Italia alla NATO, al
dissiparsi delle simpatie delle sinistre radicali nei confronti della
Repubblica Popolare Cinese, frettolosamente accusata si avere avviato
un processo di restaurazione del capitalismo dopo le riforme del
1978; dal divorzio fra critica sociale e “critica artistica”, per
usare la formula con cui due sociologi francesi
battezzano la separazione fra lotte per i diritti sociali e lotte per
i diritti individuali e civili che caratterizza i nuovi movimenti
“single issue”, come femminismo ed ecologismo, alla trionfale
celebrazione della caduta del Muro di Berlino, che accomuna destre
liberali e militanti della sinistre “radicali”; dalla
trasformazione del PCI in un clone dei Democratici USA al ripudio
delle lotte antimperialiste dei popoli del Sud del mondo, liquidate
come nazionalismo “terzomondista”.
Si potrebbe
obiettare che, prima di colonizzare l’Europa, la cultura della New
Left era stata a sua volta plasmata dalla French Theory
e da un pensiero marxista occidentale ridotto a virtuosismo verbale,
arte di cui Antonio Negri
è stato il massimo interprete. Senza dimenticare l’influenza che
la Scuola di Francoforte
aveva esercitato sulle università angloamericane nei decenni
precedenti. L’osservazione non è priva di fondamento, anche se va
precisato che, come dimostra un bel libro di Gabriel Rockhill,
l’influenza di quelle correnti intellettuali sul mondo accademico
angloamericano è stata sistematicamente usata dalle élite liberali
per costruire la narrazione mediatica di una sinistra “democratica”
duramente critica nei confronti del “socialismo reale”,
funzionale alla propaganda anticomunista e alla guerra fredda
culturale.
Seppure non sono
mancate voci autorevoli che hanno criticato il processo di
americanizzazione del marxismo occidentale e denunciato il suo
impatto negativo sulla lotta di casse a livello mondiale, si è
trattato di casi relativamente rari che si è fatto di tutto per
isolare o condannare come espressione di dogmatismi anacronistici. Si
pensi, ad esempio, all’irritazione – e al sabotaggio editoriale
-, suscitati dalla pubblicazione dell’ultimo, formidabile lavoro di
Gyorgy Lukacs, quella Ontologia dell’essere sociale
che rivoltava come un calzino
l’intera tradizione della
“marxologia” accademica;
si pensi
alla lunga, ostinata opposizione al pensiero delle sinistre
mainstream di un Costanzo Preve,
premiato con l’infamante accusa
di rossobrunismo”;
si pensi
allo sbeffeggiato
sforzo
di nuotare controcorrente di Domenico Losurdo,
al centro di questo articolo.
Fortunatamente
iniziano oggi
a emergere
timidi segni
di controtendenza, dalla presa di coscienza, ancorché embrionale,
dei disastri provocati da decenni di cultura “woke”, ai sussulti
pacifisti, antisionisti
e antimperialisti che
sembrano scuotere persino i giovani Dem. Uno
di questi segni è associato proprio al
nome di Losurdo: mi riferisco
alla prossima
pubblicazione di un’edizione
americana del suo ultimo libro, La questione comunista,
uscito postumo nel 2021 per i
tipi dell’editore Carocci. Mi
auguro possa essere il primo
passo verso
un’inversione di rotta del flusso delle idee: dalla colonizzazione
dell’Europa da parte della New Left alla contaminazione
della cultura americana di
sinistra da parte di
un pensiero marxista critico
che ha saputo resistere all’invasione. Celebro
quest’ultimo evento, con
questo post che
ripercorre
alcuni nodi del pensiero di Losurdo a partire da
La questione comunista
e Il marxismo
occidentale,
due libri che,
come nota il curatore Giorgio Grimaldi nella Introduzione
del primo, vanno
considerati altrettante
tappe
di un progetto unitario.
I.
Gli aggettivi orientale e occidentale – che connotano la
divaricazione fra le due grandi correnti del marxismo novecentesco -
rischiano di privilegiare la dimensione geografica della
contrapposizione. Questa tendenza è stata coltivata soprattutto in
campo occidentale: a coniare il termine marxismo occidentale è stato
il trozkista inglese Perry Anderson
e, nel corso della guerra fredda, la Russia sovietica veniva
descritta dalla propaganda occidentale come una potenza “asiatica”,
estranea alla cultura e alla civiltà euro-americane, il che ha
pesato non poco sui giudizi critici delle sinistre nei confronti dei
“socialismi reali” dell’Europa dell’Est. Losurdo pone al
contrario l’accento sulle radici storiche della
divaricazione: gli anni che vanno dal 1914 (inizio della I Guerra
mondiale), al 1917 (Rivoluzione d’Ottobre), ai primi anni Venti,
caratterizzati dall’avvio della costruzione dello Stato sovietico,
segnano un divorzio che riguarda sia la teoria che la prassi
politica.
A marcare la differenza è in primo luogo l’analisi leniniana
sull’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Lenin vede
nella I Guerra mondiale l’esito necessario delle contraddizioni del
sistema imperialista e condanna senza possibilità di appello i
partiti socialisti aderenti alla II Internazionale che hanno votato i
crediti di guerra, schierandosi al fianco dei rispettivi governi
nazionali. La scelta di cambiare il nome del Partito
Socialdemocratico Russo in Partito Comunista, così come quella di
sostenere la scissione delle ali sinistre dei Partiti Socialisti
europei e della loro costituzione in Partiti Comunisti aderenti alla
III Internazionale, sono l’esito conseguente di questa condanna nei
confronti dello sciovinismo nazionalista dei Partiti aderenti alla II
Internazionale.
L’incomprensione dell’essenza del fenomeno imperialista da parte
dei socialismi europei ha come conseguenza la sottovalutazione, se
non addirittura la rimozione, della questione coloniale: mentre Lenin
riconosce nei popoli oppressi dalle potenze coloniali dei soggetti
rivoluzionari a pieno titolo, destinati a svolgere un ruolo
strategico nella lotta contro il sistema capitalista mondiale, i
partiti della II Internazionale si attardano a sognare una
rivoluzione “puramente” proletaria, confinata nei Paesi
capitalistici avanzati, ignorando il fatto che lo sfruttamento delle
colonie consente alle metropoli imperiali di elargire le briciole dei
sopraprofitti così realizzati alle proprie aristocrazie operaie, e
di mantenere in questo modo la pace sociale al proprio interno.
È pur vero che il concetto leninista di imperialismo e le sue
implicazioni politiche sono stati “importati” in Europa
occidentale dai maggiori partiti comunisti nati nei primi decenni del
Novecento e, dopo la parentesi imposta dall’affermarsi dei regimi
nazifascisti, sono tornati d’attualità nel secondo dopoguerra.
Tuttavia, fatta eccezione per le grandi mobilitazioni in appoggio
alla guerra di liberazione vietnamita contro l’aggressione
americana, la consapevolezza dell’importanza delle lotte dei popoli
coloniali non ha mai raggiunto in Europa i livelli di Paesi come la
Cina, Cuba lo stesso Vietnam e altri Paesi del Sud del mondo, dove
l’obiettivo della trasformazione in senso socialista della società
è stata fin dalle origini associato a quello del conseguimento
dell’autonomia e della sovranità nazionali (vedi l’atteggiamento
ambiguo del partito Comunista Francese nei confronti della lotta di
liberazione del popolo algerino).
La guerra nazista ha chiaramente avuto il carattere di una conquista coloniale nei confronti degli altri Paesi europei –
Losurdo non manca di sottolineare come ciò sia particolarmente
evidente nel caso dell’aggressione alla Russia sovietica che, nei
progetti del Terzo Reich, era il preludio di un colonialismo
d’insediamento, con lo sterminio del popolo slavo e la sua
sostituzione da parte di coloni tedeschi – dal che deriva che le
guerre di resistenza all’occupazione nazista possono a tutti gli
effetti essere considerate lotte contro il colonialismo. Tuttavia ciò ha
influito solo in parte sull’appoggio delle sinistre occidentali nei
confronti delle lotte di liberazione degli altri popoli del mondo,
che è sempre stato meno deciso rispetto a quello dell’Unione
Sovietica e degli altri governi del campo socialista.
Questa sottovalutazione, osserva Losurdo, è il prodotto, da un lato,
di un pregiudizio eurocentrico, se non di una forma di vero e proprio
sciovinismo filo occidentale, dall’altro lato, dell’idea che una
rivoluzione socialista sia difficilmente realizzabile in Paesi
“arretrati”,
per cui anche le rivendicazioni socialiste delle rivoluzioni del Sud
del mondo vengono guardate con diffidenza, in quanto le si considera
“inquinate” da ideologie nazionaliste. Insomma: eurocentrismo e
internazionalismo astratto – costantemente a rischio di
trasformarsi in cosmopolitismo borghese – sono la zavorra che frena
la consapevolezza del ruolo strategico delle lotte di liberazione
nazionale nella guerra mondiale contro il sistema capitalista.
Nemmeno la nascita, a partire dalla fine degli anni Sessanta, di
formazioni di sinistra radicale critiche nei confronti dei partiti
comunisti tradizionali ha corretto questo atteggiamento. Al
contrario, trozkisti e operaisti hanno ri-attualizzato le critiche
che Bordiga e altri esponenti delle ali “di sinistra” dei neonati
partiti comunisti dell’Europa occidentale avevano rivolto negli
anni Venti alla svolta della NEP voluta da Lenin, rilanciandone le
accuse di restaurazione del capitalismo e/o di instaurazione di un
regime di “capitalismo di stato”.
Quanto alle correnti maoiste, dopo il fallimento della Rivoluzione
Culturale, hanno applicato lo stesso metro di giudizio nei confronti
della Repubblica Popolare Cinese. A unificare questi critici di
sinistra dei socialismi reali è una visione estremista-utopista del
processo di costruzione del socialismo che si fonda su certe
affermazioni di Marx ed Engels che associavano il socialismo alla
fine dell’economia mercantile, nonché all’estinzione dello stato
e di ogni forma di conflitto sociale.
II.
Messianismo, utopismo, antistatalismo, ribellismo, internazionalismo
astratto (cosmopolitismo) questi i principali capi d’accusa che
Losurdo elenca nella sua serrata critica del marxismo occidentale,
concentrando la propria attenzione in particolare sugli intellettuali
delle correnti più “radicali” delle sinistre europee. Losurdo
non nega che anche in Marx ed Engels fosse presente una tendenza
messianica. Ciò che contesta è l’incapacità di contestualizzare
storicamente tale tendenza, di metterla cioè in relazione con il
fatto che le teorie “classiche” sulle caratteristiche di una
futura società socialista sono state formulate assai prima di
qualsiasi tentativo di misurarne la applicabilità nella concreta
realtà storica. Viceversa, la maggior parte degli intellettuali che
hanno criticato i socialismi reali, lo hanno fatto da un punto di
vista idealista che assume quelle teorie come un modello astratto, un
idealtipo valido per ogni luogo e ogni tempo.
Gli esempi di questa postura idealistica sono innumerevoli. Il
messianismo di autori come Ernst Bloch
e Walter Benjamin
rinvia, per esempio, alla tradizione ebraico-cristiana (sia pure con
accenti diversi: nel primo si avverte l’evocazione di un futuro
luminoso che presuppone una visione unilineare del tempo, laddove nel
secondo sono presenti chiare risonanze apocalittiche). Nelle critiche
contro la NEP sollevate nei primi anni Venti del Novecento dalla
sinistra bolscevica e da alcuni dirigenti dei neonati partiti
comunisti europei si esprime il risentimento nei confronti del
“tradimento” della visione dogmatica del socialismo canonizzata
da Marx ed Engels (vedi sopra). Analogo discorso vale per le
formazioni marxiste-leniniste degli anni Sessanta e Settanta che,
dopo avere esaltato l’ortodossia maoista contro il revisionismo
sovietico, accomuneranno Russia e Cina nella condanna dopo il
fallimento della Rivoluzione Culturale. I trozkisti attaccano
soprattutto la teoria staliniana della costruzione del socialismo in
un solo paese, che considerano una deviazione dall’ideologia
internazionalista (con il paradosso per cui il socialismo diviene
inattuabile per definizione, vista l’impossibilità di realizzare
contemporaneamente la rivoluzione nel mondo intero).
Il focus delle critiche dunque varia, concentrandosi, di volta in
volta, sulla mancata promessa di estinzione dello Stato, sulla
mancata abolizione del denaro e del mercato e/o sulla mancata
realizzazione del controllo operaio sulla produzione. Le critiche al
potere politico ed economico tendono a convergere nella
demonizzazione del potere in quanto tale. Questo spirito “ribellista”
non è appannaggio esclusivo dei movimenti anarchici ma è condiviso
sia dai fan occidentali della rivoluzione culturale che
dagli ideologi operaisti. Nell’opera di Antonio Negri, massimo
esponente di quest’ultima corrente, la demonizzazione del potere in
quanto tale raggiunge il parossismo, al punto da svalutare le lotte
di liberazione nazionale in quanto lo Stato è il loro “regalo
avvelenato”. In Negri e nei movimenti che si ispirano al suo
pensiero, troviamo anche la rivendicazione dell’abolizione
immediata, oltre che dello stato, della forma partito e del lavoro
salariato. Né mancano le profezie religiose sul comunismo come fine
di ogni forma di conflitto e come avvento dell’amore universale.
A fronte di queste farneticazioni, Losurdo riparte dal Lenin del
1923, il quale, accantonate le utopie messianiche di realizzazione
immediata del regno dell’utopia, invita il partito e il popolo
sovietici a impegnarsi nell’edificazione dello Stato socialista. Il
lascito del leninismo, scrive Losurdo, consiste nella consapevolezza
che gli elementi di natura utopistica e messianica possono avere una
funzione positiva nelle fasi iniziali della lotta rivoluzionaria, ma
devono poi lasciare spazio ai compiti concreti della gestione del
potere politico, in assenza del quale nessuna società
postcapitalistica potrà mai essere costruita. L’antistatalismo e
il ribellismo incapace di riconoscersi in una realtà politica
concreta e determinata, sono caratteristiche tipiche della piccola
borghesia intellettuale, la quale non è solo priva di esperienza di
gestione del potere, ma è anche scarsamente interessata ad
acquisirla. Ma la scarsa comprensione dello Stato, come Gramsci, e
non solo lui,
ci hanno insegnato, significa scarsa coscienza di classe, significa
ignorare che lo Stato non è il male assoluto ma è, al tempo stesso,
il terreno su cui si gioca lo scontro fra le classi sociali e la
posta di tale scontro, che deciderà la vittoria dell’una o
dell’altra parte. Per ribadire il concetto, Losurdo cita il
giudizio di Gramsci laddove costui afferma che le frasi
ultrarivoluzionarie, sovversiviste, antistataliste sono espressione
di apoliticismo, di evasione dal conflitto sociale e sostanziale
rinuncia a modificare l’esistente.
Losurdo dedica poi particolare attenzione al tema del rapporto fra
lotta di liberazione nazionale e lotta all’imperialismo. Il
concetto di imperialismo è praticamente sparito dal vocabolario
delle sinistre occidentali dopo la fine della guerra del Vietnam e
dopo che la quasi totalità dei Paesi del Sud del mondo ha ottenuto
l’indipendenza politica. A partire da quel momento è prevalso un
internazionalismo astratto che condanna il patriottismo delle nazioni
ex coloniali. Il fatto che in Russia e in Cina il problema
dell’edificazione del socialismo sia passato in secondo piano
rispetto alla lotta nazionale contro l’imperialismo, il fatto che
Ho Chi Min e altri leader si siano avvicinati alla III Internazionale
perché spinti da ragioni patriottiche, più che dall’adesione
all’ideologia comunista, la tardiva conversione di Castro al
socialismo e la sua autocritica per avere in passato sottovalutato la
forza del sentimento nazionale, vengono accantonati come
manifestazioni di “arretratezza” e/o di “terzomondismo”. Per
i teorici della rivoluzione “pura” il teatro della “vera”
lotta di classe può essere solo quello delle metropoli del
capitalismo avanzato, tutto il resto è, nella migliore delle
ipotesi, occasione di alleanze tattiche, nella peggiore, di
regressione verso ideologie nazionaliste e quindi, per definizione,
“di destra”. La cancellazione della categoria di imperialismo,
che Negri e Hardt sostituiscono con quella di impero,
fa sì che questi due autori non esitino a legittimare l’aggressione
occidentale contro la Jugoslavia in nome della tutela dei “diritti
umani” e ad esaltare il “socialismo” sionista dei kibbutz,
ignorando che si tratta del frutto del colonialismo di insediamento
dello Stato di Israele contro il popolo palestinese.
Di più: Losurdo dimostra come la critica del socialismo reale tenda
a slittare in criminalizzazione del comunismo tout court. Questa
deriva si fonda sull’uso del concetto di totalitarismo canonizzato,
fra gli altri, da Hannah Arendt.
Accomunando sotto l’etichetta di totalitarismo i regimi
nazifascisti e comunisti, questi autori hanno creato i presupposti
per l’affermarsi di una dottrina di Stato che, in alcuni casi, ha
ottenuto sanzione giuridica: basti pensare ai paesi ex socialisti in
cui il comunismo viene sanzionato come reato di opinione, violando le
regole della democrazia, o alla delibera del Parlamento della Ue che
ha equiparato (con l’avvallo di buona parte delle “sinistre”)
comunismo e nazismo, una disgustosa operazione di revisionismo
storico che, per parafrasare una battuta di Bertinotti, ha reso
“impronunciabile” la parola comunismo.
Per concludere vale la pena di segnalare altre due questioni, fra
loro interconnesse, sulle quali Losurdo prende le distanze dal
marxismo occidentale, mi riferisco alla critica della ragione
scientifica e tecnologia e a quella della crescita economica in
quanto tale. La critica della ragione tecnoscientifica ha due
illustri predecessori nei guru della Scuola di Francoforte Adorno e
Horkheimer,
ma è in tempi più recenti che ha ricevuto un forte impulso,
attraverso il diffondersi di ideologie come il femminismo e
l’ecologismo, che ne hanno elaborato versioni meno sofisticate sul
piano filosofico ma più “popolari”, come l’identificazione fra
maschilismo, volontà di potere e dominio sulla natura, ed è esplosa
con il successo delle teorie della decrescita, le quali imputano il
collasso ambientale al connubio fra tecnica e mercato, che nella
società capitalistica funge da motore del processo di accumulazione
illimitata, per cui propongono la transizione a un modello economico
e sociale caratterizzato dalla crescita zero.
Detto che nei suoi attacchi ai “decrescitisti” Losurdo è
talvolta ingeneroso, semplificandone e ridicolizzandone gli
argomenti, mi pare che il nodo del contendere ruoti attorno alla
distinzione fra crescita e sviluppo capitalistici e crescita e
sviluppo in generale. Giustamente, Losurdo si propone di distinguere
fra i due livelli e ritiene assurdo attribuire validità universale
al paradigma della decrescita applicandolo indifferentemente sia alle
metropoli che ai Paesi in via di sviluppo. Il caso della Cina è
particolarmente utile per afferrare i termini della controversia.
Oggi la Cina è all’avanguardia non solo nel settore delle
tecnologie per la produzione di energie “pulite”, ma anche nello
sforzo di risanare l’ambiente del Paese, che aveva subito un forte
impatto negativo a causa del processo di industrializzazione massivo
e accelerato, ma fino a non molto tempo fa il suo ritmo convulso di
crescita economica non era solo criticato, ma veniva anche additato
come prova del suo carattere capitalistico, identico a quello dei
Paesi occidentali. Anche in Losurdo – sebbene egli non abbia avuto
il tempo di scrivere una parte interamente dedicata all’argomento,
come prevedeva il piano originario del suo ultimo libro – l’analisi
della storia cinese recente è fondamentale per il tema che stiamo
qui discutendo. In particolare, cita Mao laddove costui afferma che
occorre superare il capitalismo senza compromettere la capacità di
sviluppare le forze produttive, e osserva che la storia ha dimostrato
che la Cina è riuscita ad assimilare la scienza e la tecnica dei
Paesi che le avevano imposto il giogo coloniale fino a sopravanzarli
in molti settori strategici della produzione e della ricerca
scientifica e tecnologica (resta aperto il dibattito se tale
assimilazione sia avvenuta, come sostengono gli intellettuali
comunisti cinesi, in modo critico, o se si sia invece trattato, come
accusano i critici, di “copiare” le conoscenze occidentali).
Inoltre, polemizzando con quei marxisti che ritengono che le riforme
di Deng abbiano tradito il socialismo, replica che non di tradimento
si è trattato, bensì di presa d’atto che il socialismo non può
essere miseria e che l’apertura al mercato (parziale e sotto lo
stretto controllo dello stato-partito) ha consentito di uscire dalla
povertà estrema centinaia di milioni di persone. Senza sviluppo
scientifico e tecnologico e senza crescita delle forze produttive ciò
non sarebbe stato possibile.
In questi ultimi passaggi ho già delineato il nodo teorico al centro
del prossimo paragrafo, dedicato al complesso rapporto fra comunismo
e liberalismo nel pensiero di Losurdo: fino a che punto la visione
storica di questo autore pecca di “continuismo”, fino a che
punto, cioè, il suo punto di vista, ancorché critico nei confronti
del marxismo occidentale, resta ingabbiato in un paradigma storicista
“classico” (non esente da sfumature eurocentriche), per cui i
passaggi da una fase all’altra non implicano mai discontinuità
radicale, bensì un superamento del passato che implica tuttavia una
sua più o meno ampia conservazione (vedi il concetto hegeliano di
aufhebung)?
III.
Non è qui mia intenzione approfondire criticamente il pensiero di
Losurdo sul liberalismo, anche perché ciò richiederebbe prendere
nella dovuta considerazione la sua Controstoria,
il che richiederebbe più spazio di quello concessomi da questo
paragrafo. Nelle due opere di cui ci stiamo qui occupando, tuttavia,
non mancano abbondanti riferimenti all’argomento, né mancano
spunti per affrontare il nodo cui accennavo in chiusura del paragrafo
precedente, vale a dire il rapporto fra continuità e rottura nella
concezione del tempo storico di Losurdo.
Tanto ne La questione
comunista quanto nel Comunismo occidentale Losurdo
descrive due aspetti dell’ideologia liberale, ben sintetizzati
dalla sua analisi critica del pensiero politico di Norberto Bobbio:
da un lato, condivide il punto di vista di questo autore in merito
alla necessità che i comunisti sposino la causa della libertà
formale garantita dai sistemi occidentali, dall’altro lato, gli
rimprovera di ignorare la negazione della libertà formale ai popoli
dei Paesi colonizzati. Per il momento metto fra parentesi il primo
giudizio per concentrarmi sul secondo.
Nel descrivere in quale misura i diritti formali proclamati dalle
costituzioni liberali siano stati ignorati e calpestati nei Paesi
sottoposti al dominio coloniale (oggi è d’obbligo aggiungere neo e
post coloniale) dalle potenze occidentali, Losurdo sembra consapevole
che non si tratta di una semplice “contraddizione”, bensì di una
logica strutturale connaturata al sistema imperialista mondiale. Cita
i giudizi degli intellettuali di colore che hanno denunciato la
natura liberal fascista del sistema di potere imperiale;
ricorda che la dottrina politica di Hitler era esplicitamente
ispirata ai metodi dell’imperialismo inglese (come di quello
americano); ammette che secoli di sviluppo del capitalismo mondiale
egemonizzato da Paesi di consolidata tradizione liberale non hanno
realizzato il compimento dell’emancipazione politica, e che la
presunta tendenza a tale emancipazione è stata sistematicamente
neutralizzata dall’espansione coloniale che ha generato mostruose
forme di disuguaglianza e illibertà sia nelle colonie che
nelle metropoli (sottolineatura mia); infine scrive che il
militarismo imperialista finisce per compromettere la democrazia
nella stessa metropoli capitalistica (sottolineatura mia).
Sembrerebbero esservi i presupposti per riconoscere che la “libertà”
liberale è una narrazione ideologica dietro la quale si celano i
rapporti di forza fra dominanti (unici destinatari dei “diritti”
liberal democratici) e dominati (sistematicamente esclusi da tali
diritti). Eppure non sono queste le conclusioni di Losurdo. Infatti
liquida come “marxista volgare” la contrapposizione –
teorizzata, fra gli altri, da Della Volpe - fra libertas maior
(libertà dal bisogno) e libertas minor (la libertà sancita
dallo stato di diritto occidentale) cui contrappone il primo Bobbio,
allorché questo autore riconosceva che non c’è autentica libertà
senza libertà del bisogno, ma aggiungeva che i regimi socialisti non
avrebbero potuto realizzare l’emancipazione senza adottare le
libertà formali del regime occidentale. E quiè evidente l’influenza
di Togliatti e della sua concezione della democrazia progressiva e
della via italiana al socialismo (del resto Losurdo lo cita
esplicitamente laddove invita i comunisti a rivendicare l’eredità
“dei punti alti della tradizione liberale”).
Mi sento di poter affermare che Losurdo ha potuto tenere questa
posizione solo ignorando le prove dell’irreversibile e totale
fallimento storico del progetto liberale, del quale aveva già a
disposizione innumerevoli prove, dalla degenerazione post democratica
di tutti i sistemi liberali occidentali (dagli Stati Uniti alla Ue),
alla rinnovata aggressione colonialista nei confronti del Sud del
mondo (il genocidio in Palestina e le aggressioni a Venezuela e Iran
sono posteriori alla sua morte ma erano stati anticipati da analoghi
eventi).
Nemmeno risalendo indietro nel tempo è facile salvare un originario
spirito “progressivo” della rivoluzione liberale. Per esempio,
Losurdo cita la rivolta degli schiavi di Haiti, contemporanea alla
Rivoluzione francese, e l’abolizione della schiavitù da parte del
governo rivoluzionario di Parigi, ma dimentica il fatto che
l’abolizione è avvenuta solo dopo la sconfitta militare
delle spedizioni che i “rivoluzionari” di Parigi (condizionati
dagli interessi economici fondati sullo sfruttamento del lavoro degli
schiavi) avevano organizzato per stroncare la rivolta.
Ancora. Non sapremo mai cosa avrebbe scritto Losurdo nel capitolo
sulla Cina che avrebbe dovuto completare il libro sulla Questione
comunista. Sappiamo però che il Partito Comunista Cinese
respinge senza se e senza ma l’idea di inserire nel proprio sistema
istituzionale le regole del liberalismo occidentale. Losurdo scrive
che Deng, dopo la fine della Rivoluzione Culturale, ha imposto il
“ritorno della legge”, ma quella legge non è, né sarà mai (a
meno di un crollo del regime), la “nostra” legge. La via cinese
alla libertà e alla democrazia è il frutto di un’evoluzione
storica della tradizione e dei valori di una civiltà millenaria che
solo adottando un universalismo astratto ed eurocentrico possiamo
immaginare che approdi a esiti paragonabili ai nostri.
E’ in questo contesto che si inserisce il nodo sulla continuità o
discontinuità del processo storico. La visione prevalente nel
pensiero rivoluzionario europeo, dalla quale Losurdo non si distacca
del tutto, malgrado le dure critiche rivolte al marxismo occidentale
di cui sopra, si fonda sul presupposto che la rivoluzione socialista
superi la rivoluzione borghese trascendendone i limiti ma salvandone
(aufhebung) i principi progressivi. Questa visione rimuove il fatto
che il soggetto della rivoluzione borghese è una classe che detiene
già l’egemonia economica e culturale, mentre quella socialista
ha come protagoniste classi prive di qualsiasi potere economico e
politico, per cui implica una discontinuità ben più radicale del
processo storico. Losurdo teme che questo punto di vista possa
ispirare “un’attesa messianica dell’evento”. Ma la verità è
che, senza questa discontinuità radicale - che portò alla rottura
fra Lenin e i partiti della II Internazionale -, non vi sarebbe
stata, come argomenta Luciano Canfora nel suo ultimo libro,
la Rivoluzione del 1917 (né, aggiungo io, la Rivoluzione cinese del
1949).