Lettori fissi

domenica 22 marzo 2026


LA NATO: UN'ISTITUZIONE CRIMINALE
FONDATA SULLA VIOLENZA E SULLA MENZOGNA




Se mi domandassero quando, a mio parere, è apparso evidente che il Partito Comunista Italiano aveva imboccato la china che lo ha portato a convertirsi in partito liberale, non avrei esitazioni: è stato nel momento in cui Enrico Berlinger dichiarò che i comunisti italiani si sentivano sicuri sotto l'ombrello protettivo della NATO (1). Da allora è passato mezzo secolo, nel corso del quale l'abiura della tradizione, della storia, dei valori e degli ideali del movimento comunista italiano ed europeo è progredita a ritmi accelerati, fino a culminare con la vergognosa delibera del parlamento Europeo che equipara comunismo e nazismo, un atto di revisionismo storico che si è consumato con l'avvallo di una "sinistra" che annovera nelle proprie file non pochi ex comunisti. 


Ma non sono solo i transfughi del vecchio PCI ad avere rimosso dalla propria coscienza la consapevolezza della natura criminale di un'istituzione che incarna le peggiori oscenità del capitalismo occidentale: anche settori non marginali delle sinistre "radicali" hanno accantonato lo slogan "fuori l'Italia dalla NATO, fuori la NATO dall'Italia", motivando tale scelta, nella migliore delle ipotesi, con il fatto che si tratta di un obiettivo "irrealistico" (in altre parole: sappiamo che, se fosse possibile lottare per un cambiamento in senso socialista del sistema in cui viviamo, quest'obiettivo sarebbe irrinunciabile, ma visto che dobbiamo rassegnarci a rinunciare a tale lotta, tanto vale non parlarne più), nella peggiore con l'adesione al mito in base al quale solo in Occidente esisterebbero condizioni di vita "democratiche", il che è tanto più ridicolo in quanto la fine di ogni parvenza di democrazia alle nostre latitudini non è più un'opinione, bensì un dato di fatto che sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle. 


Credo quindi si debba essere grati alla compagna Sevim Dağdelen, membro del Consiglio direttivo del partito SBW fondato da Sahra Wagenknecht, per il suo sforzo di spiegare anche ai più duri d'orecchio cosa è veramente la NATO in un libro appena uscito in edizione italiana per i tipi di Meltemi  (La NATO alla resa dei conti. Un bilancio dell'Alleanza Atlantica), del quale cercherò qui di seguito di sintetizzare le tesi essenziali. 







La NATO è un baluardo della democrazia e dei diritti umani? Falso!


Questa spudorata menzogna, che i media occidentali spacciano contro ogni evidenza, è ormai smentita da tali e tanti dati di fatto che solo chi sia stupido, ingenuo o palesemente in malafede può ancora tollerarla. Vediamo gli argomenti con cui Dağdelen la contesta.


Uno. Durante la Guerra Fredda, la NATO ha sistematicamente predisposto delle organizzazioni sovversive per impedire con qualsiasi mezzo, atti di terrorismo inclusi, che le forze politiche che contestavano l’appartenenza dei propri Stati all’Alleanza Atlantica potessero acquisire influenza o potere politico.  Si trattava dei cosiddetti gruppi Stay Behind, vale a dire formazioni destinate ad agire dietro le quinte, segretamente e in modo illegale. È noto il caso della forza terroristica denominata Gladio, che ha operato in Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la cui esistenza venne ufficialmente confermata da Andreotti in un’audizione al Senato nel 1990 (circostanza in cui fu appurato che tale organizzazione era tuttora operativa e godeva della copertura del servizio segreto militare italiano SISMI). Ma l’Italia, scrive Dağdelen, non era un’eccezione: la NATO ha organizzato depositi segreti di armi in tutti i Paesi dell’Europa Occidentale. Inoltre ponti e autostrade sono state dotate di speciali cavità in modo che potessero essere fatti saltare all’occorrenza. Anche negli altri Paesi europei i partner incaricati di favorire la creazione di queste reti terroristiche erano i rispettivi servizi militari e le persone reclutate per farne parte erano ex militari con un comprovato passato fascista (nazista in Germania).


Due. Così come gli Stati Uniti hanno sistematicamente appoggiato i colpi di Stato delle destre in America Latina (vedi il caso del Cile) e sostenuto ogni genere di dittatura fascista nel subcontinente che, in base alla Dottrina Monroe, considerano il proprio “cortile di casa”, allo stesso modo non hanno guardato per il sottile nel scegliere i propri alleati NATO in Europa (l’unica condizione era la disponibilità a schierarsi contro l’Unione Sovietica). La dittatura fascista portoghese è stata un membro fondatore dell’alleanza, e l’appartenenza della Grecia alla NATO, in barba ai campi di concentramento e agli omicidi dei membri dell'opposizione perpetrati dopo il colpo militare di Stato del 1967, non è mai stata posta in discussione. 


Tre. La NATO garantisce la più totale impunità per qualsiasi crimine di guerra commesso dai suoi stati membri. Chi li rende pubblici rischia di fare la fine del giornalista australiano Julian Assange, costretto a passare anni nel consolato ecuadoriano, finché il governo di questo Paese (rientrato nell’orbita Usa dopo la parentesi del regime progressista di Correa) non lo ha consegnato alla giustizia britannica che lo ha a sua volta trattenuto in carcere sotto la spada di Damocle dell’estradizione negli Stati Uniti (per tacere della compiacente giustizia svedese che ha fabbricato contro Assange false accuse di stupro: un buon viatico per l’integrazione della un tempo neutrale Svezia nel branco euroatlantico). Sempre in tema di diritti umani la Dağdelen cita i cosiddetti “voli di consegna”: è appurato l’uso delle basi americane in Germania per i voli di prigionieri della CIA destinati alla tortura, pratica in cui risulterebbero coinvolte anche Italia e Spagna, mentre Romania e Polonia ospitano prigioni segrete statunitensi.


Quattro. Gi Stati Uniti  e la NATO sono complici attivamente coinvolti nel genocidio che il governo fascista, razzista e criminale di Netanyahu sta perpetrando ai danni del popolo palestinese: non solo gli Usa usano sistematicamente il proprio diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU per bloccare ogni  risoluzione di condanna nei confronti di Israele, ma senza le forniture di armi che i Paesi NATO europei garantiscono a Tel Aviv, lo sterminio dei palestinesi (e le ripetute guerre di aggressione israeliane contro i vicini fino all’attuale conflitto con l’Iran) non sarebbero possibili.


Cinque. Il Segretario Generale della NATO non ha speso una parola sull’efferato assassinio del giornalista saudita Khashoggi, ucciso nel 2018 nel consolato dell’Arabia Saudita (i Paesi amici dell’Alleanza possono contare sulla più totale omertà anche se calpestano i più elementari diritti umani).


La NATO è un’alleanza a scopo difensivo? Falso!


“La difesa reciproca non era la motivazione principale quando la NATO venne fondata, né si può definire difensivo il comportamento della NATO nel corso degli ultimi decenni”. Così si esprime  Dağdelen che poi elenca le occasioni in cui questa autodefinizione è stata clamorosamente smentita. Nel 1999 l’alleanza militare ha attaccato la Repubblica Federale Jugoslava, avviando una guerra con cui ha inaugurato una sequela di violazioni del diritto internazionale. Nel 2003 Usa e Gran Bretagna scatenano una guerra illegale di aggressione contro l’Iraq, giustificandola con le inesistenti armi di distruzione di massa detenute da Saddam Hussein (fa ancora arrossire l’esibizione della falsa “pistola fumante” esibita come prova davanti all’Assemblea dell’ONU) . Seguono il riconoscimento del Kosovo nel 2008 (2) (i separatismi ispirati dall’Occidente sono buoni e giusti altrimenti sono da condannare a priori); l’aggressione alla Libia nel 2011; la palese mistificazione in base alla quale la libertà e la sicurezza dell’Occidente avrebbero dovuto essere difese dalla “minaccia” dei Talebani, oggi felicemente reinsediati a Kabul. Siamo in attesa di verificare se e quando l’aggressione illegale contro l’Iran concordata fra Usa e Israele troverà una partecipazione attiva da parte dei nani europei (magari con la motivazione della difesa delle “democrazie” sunnite del Golfo).


In seguito a queste azioni “difensive”, scrive la Dağdelen, “Per i paesi del Sud del mondo, la NATO appare come l’organizzazione custode di un ordine mondiale profondamente ingiusto con tendenze neocoloniali. Ciò è dimostrato dal fatto che nella loro guerra economica contro la Russia, i più potenti Stati della NATO stanno cercando di utilizzare sanzioni secondarie per imporre la propria politica a ‘Stati terzi’ come Cina, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, in tal modo violando la sovranità di questi Stati”.


Qualcuno potrebbe obiettare che le imprese appena elencate sono attribuibili perlopiù agli Stati Uniti piuttosto che alla NATO, che vi ha partecipato marginalmente. Ma il punto è esattamente questo: la NATO è sempre stata un’istituzione funzionale agli interessi americani. Non è mai esistito un partenariato paritario fra le due sponde dell’Atlantico. La totale subordinazione dei Paesi europei agli interessi d’oltreoceano è emersa in tutta la sua imbarazzante evidenza con la guerra in Ucraina (di cui ci occuperemo in dettaglio più avanti). Sono i nani europei, totalmente dipendenti dalla potenza militare Usa, che li ricatta minacciandoli di liquidare l’Alleanza e di abbandonarli al loro destino, a farsi carico della guerra economica contro la Russia (e contro i loro stessi interessi economici e geopolitici) e ad aggravare il proprio status di clienti rimpiazzando le forniture energetiche di Mosca con quelle, assai più care, di Washington. Nel frattempo la NATO progetta di traslocare in Estremo Oriente arruolando il Giappone e la Corea del Sud in funzione anticinese. Dağdelen cita in merito l’allora Segretario Generale dell’Alleanza Stoltenberg che annunciava, in occasione del vertice di Madrid del 2022, la svolta “trasformativa” del nuovo Concetto Strategico nel quale, scrive, “a NATO identifica la Cina come il suo secondo nemico principale dopo la Russia ed estende il suo raggio d’intervento dall’area originaria dell’alleanza nell’area euro-atlantica, alla regione Asia-Pacifico. Se consideriamo lo scenario di continua avanzata degli Stati Uniti e di altri Stati membri in Asia nel corso degli anni precedenti, con questa mossa la NATO inaugura decisamente un duro confronto con la Cina” (3). 



La guerra in Ucraina e chi l’ha provocata


“In Ucraina la NATO ha condotto una guerra per procura contro la Russia, in reazione all’illegale guerra di aggressione della Russia”. In merito a questa definizione dell’intervento della Russia in Ucraina come “illegale”, mi permetto di osservare che il giudizio in questione rispecchia a mio avviso la preoccupazione dell’autrice di non contrapporsi frontalmente al senso comune prevalente nel sistema politico tedesco, del quale è lei stessa esponente e membro attivo. Aggiungo inoltre che l’analisi delle vere cause della guerra che Dağdelen conduce nel suo libro va in tutt’altra direzione (4).


Primo argomento. La cosiddetta “aggressione” russa è una risposta alla politica di espansione a Est della NATO. Una politica occidentale che non è solo chiaramente minacciosa e provocatoria nei confronti di Mosca, ma rappresenta una palese violazione delle promesse formulate nel 1990 dall’amministrazione Bush e dal governo della Germania occidentale a Gorbaciov “che la NATO “non si sarebbe allargata di un solo centimetro verso Est”. Promessa ribadita non solo da Usa e Germania ma anche da Regno Unito e Francia. Questi impegni trovano conferma in una nota dell’archivio nazionale britannico resa pubblica nel 2022 che si riferisce a una riunione tenutasi a Bonn nel 1991 fra i rappresentanti dei Ministeri degli Esteri di Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania, nella quale si chiarisce che “gli Stati partecipanti concordarono sul fatto che l’adesione alla NATO degli europei dell’Est sarebbe stata inaccettabile”. 


Commentando in un articolo apparso sul “New York Times” nel 1997 il fatto che tale impegno veniva disatteso, il diplomatico George Kennan scrisse che ciò “sarebbe stato il peggior errore della politica estera statunitense dalla fine dell’Unione Sovietica”. Poco più di dieci anni dopo, qualche settima dopo il vertice NATO di Bucarest (aprile 2008), gli Stati Unitit caldeggiarono una risoluzione che offriva l’adesione alla NATO dell'Ucraina e della Georgia, “una decisione che ha gettato i semi della guerra” commenta  Dağdelen.


Secondo argomento. Dopo il colpo di Stato del 2014, orchestrato dall’estrema destra ucraina con l’appoggio dell‘Occidente, “la leadership russa si fidò delle promesse dell’Occidente riguardanti gli accordi di Minsk, che sarebbero stati usati per imporre alcuni vincoli ai nazisti e ai nazionalisti in Ucraina”. Anche questa promessa è stata disattesa, al punto che, nel 2015, la Germania tollerò che l’ambasciatore ucraino deponesse una corona sulla tomba del collaboratore nazista Stepan Bandera, coinvolto nel massacro di centinaia di migliaia di persone durante la Seconda guerra mondiale. 


Terzo argomento. Nel 2022 la NATO ha impedito una possibile pace allorché Russia e Ucraina avevano concordato una piattaforma denominata Comunicato di Istanbul. Benché questo compromesso apparisse favorevole all’Ucraina tenuto conto della situazione del momento, esso fu fatto fallire dalla NATO. In particolare, fu l’allora ministro britannico Johnson in visita a Kiev a fare pressione sulla leadership ucraina perché proseguisse la guerra. Questa politica era ispirata dall’illusione che l’Ucraina, armata fino ai denti dall’Occidente, avrebbe potuto sconfiggere la Russia. Del resto i maggiori leader europei hanno a più riprese dichiarato che “la sconfitta della Russia è indispensabile per la sicurezza e la stabilità dell'Europa”, e gli Stati europei non hanno fornito all’Ucraina solo armi ma consulenza militare, volontari e addestratori. Così gli occidentali “hanno trasformato questa guerra nella loro guerra. Ma proprio per questo, le sconfitte militari dell’Ucraina sono anche sconfitte della NATO. È ora in gioco la credibilità globale degli Stati Uniti e della NATO. Pertanto, l’appello proveniente dai ranghi dei capi di Stato e di governo è “la Russia non deve vincere”, anche se questo appello suona sempre più disperato. Per giustificare le enormi spese per gli aiuti all’Ucraina e il gigantesco accumulo di armi, viene evocata l’immagine di un imminente attacco russo sui territori della NATO nei prossimi anni”. Quest’ultima colossale fandonia introduce l’argomento della politica di disinformazione occidentale e di quella che la  Dağdelen definisce “guerra cognitiva”.



La guerra cognitiva, ovvero: propaganda e manipolazione come arma strategica 


Propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione di massa non sono ovviamente fenomeni nuovi. La “scoperta” dell’uso sistematico della propaganda per eliminare qualsiasi consapevolezza critica dei cittadini nei confronti di un determinato regime è stata una delle caratteristiche distintive del nazifascismo, ma non ne è certamente stata un attributo esclusivo: le liberal democrazie vi hanno fatto ugualmente ricorso, e non soltanto in occasione della Seconda guerra mondiale: basti pensare alla massiccia propaganda anticomunista e antisovietica condotta in tutti i Paesi del blocco occidentale durante la Guerra Fredda. 


Di più: nel mondo “libero” le tecniche di manipolazione del senso comune hanno toccato vertici di sofisticazione ben più raffinati rispetto a quelle messe in atto da parte dei cosiddetti totalitarismi, nella misura in cui hanno potuto usufruire delle maggiori conoscenze acquisite grazie all’enorme importanza che la comunicazione di massa ha assunto per la promozione dei consumi nella società tardocapitalista (pubblicità, marketing, pubbliche relazioni, ecc.). Tuttavia, secondo la Dağdelen, il fenomeno ha assunto da qualche anno una dimensione inedita nella misura in cui la lotta per il controllo dei pensieri e dei sentimenti umani è diventata uno dei fronti, se non il fronte, principale della guerra moderna. Termini come soft power, guerra ibrida, fact checking sono altrettanti sintomi del fatto che siamo appunto entrati nell’era di una vera e propria guerra cognitiva.


Il motto è, scrive Dağdelen, che sono sempre e solo gli altri a fare propaganda e disinformazione. L’autrice cita in merito, fra le altre cose, il fatto che sotto la copertura della “comunicazione strategica” per contrastare la “disinformazione russa”, “il governo federale tedesco sta ora creando o ampliando veri e propri dipartimenti di propaganda nei suoi ministeri”.  La necessità di un’opera costante di fact checking con cui veniamo quotidianamente bombardati è una prova evidente che si tratta di un’arma fondamentale della guerra ibrida nella misura in cui rivendica il monopolio sulla verità oggettiva da parte di sistema mediatico mainstream sempre più “embedded”, integrato negli obiettivi geopolitici dell’Occidente collettivo e incaricato di contrastare gli spazi di controinformazione che sopravvivono nelle pieghe dei social media. 


Giustamente la Dağdelen insiste sul caso Assange, imputato di avere fatto il proprio lavoro di giornalista, di avere cioè rivelato i crimini di guerra americani in Iraq e Afghanistan e di avere  reso pubbliche “sia le torture nella prigione speciale americana di Guantánamo, che il programma di estradizione giudiziaria della CIA, che coinvolgeva basi militari e prigioni segrete in numerosi Stati della NATO”. La persecuzione di Assange ha avuto, come un proprio calcolato e intenzionale danno collaterale, la fine della libertà di stampa. Quanto ai tentativi degli Stati Uniti per estradarlo hanno come obiettivo dichiarato la ridefinizione del giornalismo investigativo come spionaggio, vale a dire “la criminalizzazione del lavoro giornalistico sgradito ai poteri forti”. 


Per inciso, è il caso di notare che in Israele, Paese che Usa e NATO considerano come avamposto della democrazia occidentale in Medio Oriente malgrado la sua politica, colonialista, razzista e genocida, la repressione sistematica di qualsiasi tentativo di informare l’opinione pubblica sulla verità di quanto avviene a Gaza e in tutto il Paese ha toccato vertici di inaudita ferocia, non limitandosi a censurare il lavoro dei giornalisti indipendenti, ma assassinandone un gran numero.


Prima di concludere, è importante precisare che l’obiettivo dichiarato del libro di cui stiamo parlando non è la denuncia dei crimini sin qui elencati, del resto arcinoti ancorché rimossi dalla guerra cognitiva di cui sopra, bensì “creare le condizioni per immaginare in termini concreti delle alternative alla NATO”. Il seguente e conclusivo paragrafo sarà dunque dedicato alle alternative proposte dall’autrice e ad esporre le ragioni per cui le ritengo utopistiche. 


Invece della NATO la pace? I suggerimenti della Dağdelen fra utopia e speranza 


Nelle sue conclusioni propositive la Dağdelen parte da una premessa giusta ma incompleta: la NATO, scrive, è in grave crisi perché non sta vincendo né la guerra ”per procura” in Ucraina né la guerra economica contro la Russia. Ciò non impedisce a un’Europa in cui prevale il partito dei guerrafondai (e gli interessi delle industrie belliche) di alimentare le inverosimili speranze di vittoria di Kiev e di rilanciare provocazioni contro la Russia, atteggiamento tanto più paradossale in quanto in contrasto con  gli interessi della stessa Europa e fonte di crescenti tensioni, provocate dai costi sempre più elevati della guerra che impongono consistenti tagli alla spesa sociale. 


Giusto, ma manca un tassello, certamente dovuto al fatto che l’autrice non ha avuto modo di analizzare gli sviluppi più recenti dello scenario geopolitico mondiale. Il paradosso di un’Europa che agisce contro i propri interessi perché integrata in una NATO totalmente egemonizzata dagli Stati Uniti, sottoposta dunque al ricatto dell’unica superpotenza occidentale, si acuisce nel momento in cui gli USA guidati da Trump prendono le distanze dalla NATO e tendono a delegarne all’Europa il ruolo, nonché l’onore esclusivo dei costi economici, politici e sociali associati a tale ruolo. 


Nella misura in cui le cose stanno così, diventa meno vero quanto affermato dalla Dağdelen laddove sostiene che “Al momento, qualsiasi forma dissoluzione della NATO, accompagnata dalla creazione di un sistema di sicurezza alternativo sembra improbabile”. Sarà pure  improbabile ma rischia di divenire l’unica condizione in grado di evitare che il suicidio dell’Europa degeneri in una guerra mondiale a rischio di estinzione della specie (5). 


Ammesso e non concesso che l’obiettivo di dissolvere la NATO sia da escludere, quali sono i cinque suggerimenti che la Dağdelen avanza per evitare una ulteriore escalation? Li elenco nell’ordine scelto dall’autrice: tornare alla diplomazia; ritorno al diritto internazionale; il coraggio della neutralità; tornare al disarmo; porre fine alla guerra economica. Devo dire francamente che quasi tutte queste proposte mi paiono ancora più improbabili della dissoluzione della NATO, ad eccezione del coraggio della neutralità che, applicato all’Italia (ma anche a qualsiasi altro Paese europeo), vorrebbe dire rilanciare il sempre più valido e attuale slogan “fuori dalla NATO”. 


Quanto agli altri: il più debole è senza dubbio l’auspicio di un ritorno del diritto internazionale, sia perché, come ho affermato in varie occasioni, tale diritto non è mai esistito se non sulla carta, sia perché ormai tutti gli intellettuali al servizio delle élite occidentali dichiarano apertamente che, se mai è esistito, oggi è definitivamente morto e sepolto. Quanto al ritorno della diplomazia e al disarmo è evidente che tali soluzioni torneranno a essere praticabili solo se e quando la fase acuta della crisi si sarà risolta con la sconfitta di una della parti in campo, o con un armistizio imposto dall’esaurimento di una di esse o di entrambe. Infine la questione della guerra economica trascende lo scenario delle guerre in corso sul campo (non solo di quella in atto in Ucraina): la fine conclamata del processo che abbiamo per anni chiamato globalizzazione, spacciandolo per progressivo e irreversibile, implica infatti il ritorno alla “normalità” delle relazioni fra grandi potenze economiche, vale a dire alla più feroce e spietata competizione per la conquista dei mercati: vedi le ultime decisioni assunte da Trump in materia di dazi, che non hanno colpito solo i nemici da “punire” ma anche i paesi alleati. In poche parole: se per assurdità finissero tutte le guerre sul campo, non finirebbe la guerra economica, che è condizione irrinunciabile per la sopravvivenza stessa del capitalismo. 



Note


(1) Il libro di Sevim Dağdelen di cui mi occupo in questo articolo demolisce la tesi secondo cui l’adesione all’Alleanza atlantica offre uno scudo protettivo per la democrazia e la sovranità dei membri aderenti. Questa menzogna, argomenta l’autrice, si regge sulla rimozione del fatto che gli Stati firmatari del Patto Nord-Atlantico sono completamente disuguali in termini di potere e capacità militare. “Il principio su cui si basa la NATO, scrive, è un compromesso che offre agli altri membri della NATO la parziale rinuncia alla sovranità democratica (in realtà quanto sta succedendo oggi, con l’Europa indotta a compiere scelte in contrasto con i propri interessi geopolitici ed economici, fa capire che la rinuncia in questione è tutt’altro che parziale, nota mia), in cambio di una garanzia di sicurezza da parte della NATO, che in realtà proviene dagli Stati Uniti, che in effetti sono l’unica potenza in grado di usare armi nucleari su scala significativa”.


(2) Il carattere del tutto illegale (in base ai criteri mistificatori con cui l’Occidente usa il concetto di guerra illegale: vedi nota 4) dell'intervento in Kosovo fu mascherato con una serie di fake news come quella secondo cui sarebbero esistiti “gravi indizi di campi di concentramento in Kosovo”. La Dağdelen cita “Der Spiegel” che nel 2000 scrisse che “l’accusa circa lo stadio di Pristina che sarebbe stato trasformato in un campo di concentramento con 100.000 detenuti, sembrò fin dall’inizio inverosimile agli esperti”. Ma mentre la guerra infuriava, commenta Dağdelen, la falsa propaganda si dimostrò piuttosto efficace: “Chiunque metteva in dubbio le storie del ministro veniva denunciato come amico di Milošević”.


(3) Secondo Dağdelen, l’espansione della NATO in Asia ripropone in modo allarmante l'espansione della NATO verso Est in Europa: “Purtroppo, gli Stati Uniti stanno perseguendo una politica di deliberata provocazione nei confronti della Cina e chiaramente vorrebbero trasformare Taiwan nell’Ucraina dell’Asia, mediante uno spropositato aiuto militare in aggiunta alla cooperazione, e intensificando visite diplomatiche che sono in contrasto con la politica ufficiale di Una Sola Cina, che prevede relazioni diplomatiche solo con la Repubblica Popolare e non con Taiwan”.


(4) Non a caso la Dağdelen scrive anche che “fosse anche vero che la Russia sta conducendo una guerra di aggressione illegale, anche gli Stati della NATO hanno spesso violato il diritto internazionale con le loro guerre”. Se a tutto ciò aggiungiamo quanto è successo negli ultimi mesi con l’aggressione degli Usa a Venezuela e Iran e con il genocidio perpetrato da Israele a Gaza, è sempre più evidente che, come ho affermato in precedenti articoli su queste pagine, il cosiddetto diritto internazionale non è altro che un insieme di principi astratti che servono esclusivamente a mascherare il fatto che l’unico diritto vigente nei rapporti interstatuali è il diritto del più forte.


(5) La demenziale sottovalutazione dei rischi di guerra atomica da parte dei leader europei rispecchia il fatto che sembrano ignorare il fatto che “La dottrina militare di Mosca rispecchia quella di Washington, quando prevede una risposta anche nucleare a certi attacchi con armi convenzionali, ovvero non nucleari Le conseguenze sarebbero catastrofiche per l’intera Europa”.

venerdì 6 marzo 2026

RIUSCIRA' CUBA 
A SOPRAVVIVERE ANCHE A TRUMP?







Premessa


E' appena uscito, nella collana "Visioni eretiche" che dirigo per Meltemi, Su Cuba. Riflessioni su 70 anni di lotta e rivoluzione, di Noam Chomsky e Vijay Prashad. E' un libro importante in un momento in cui, dopo avere aggredito Venezuela e Iran, il Moloch criminale a stelle e strisce potrebbe rivolgere l'attenzione all'isola che considera da sempre una spina nel fianco. Prima di entrare nel merito, tuttavia, vorrei fare chiarezza in merito al mio pensiero in merito alle immagini che testimoniano l'esistenza  di un rapporto fra Chomsky ed Epstein, che ça va sans dire, verranno sfruttate per neutralizzare le crude verità sui delitti yankee contro il popolo cubano documentate nel libro. Inizio citando qui di seguito il comunicato che l'editore Meltemi ha emesso qualche giorno fa:


Questo venerdì uscirà in libreria il volume “Su Cuba”, che vede come autore, insieme a Vijay Prashad, Noam Chomsky. Quando nell’autunno del 2024 abbiamo acquisito i diritti per l’edizione italiana di questo volume, si trattava di una scelta mirata ad ampliare quella parte del nostro catalogo dedicata all’analisi del post colonialismo e dell’imperialismo con l’aggiunta di due autori di primo piano.

Come molte e molti di voi, siamo rimasti scioccati dalla pubblicazione di numerose email e immagini che testimoniano lo stretto rapporto intercorso tra Chomsky e Jeffrey Epstein negli anni precedenti al secondo arresto di quest’ultimo. Anche nel caso in cui questi scambi non andassero a mettere in luce alcuna specifica condotta illegale, rimangono la testimonianza di una compromissione morale con un mondo di élite spregiudicate che non è giustificabile in alcun modo, a maggior ragione da parte di un intellettuale dalla storia di Chomsky. Questo volume è il frutto di un lungo lavoro di confronto e riflessione che ha coinvolto numerose persone, a partire dal musicista Silvio Rodríguez, che ispirò per primo a Prashad l’idea di scrivere un libro su Cuba, a Manolo de Los Santos, che ne ha scritto l’introduzione, e a Marc Favreau e Ishhan Desai-Geller, che ne hanno curato l’edizione originale. Le loro riflessioni rimangono un punto di partenza prezioso per comprendere Cuba oggi.

In questo momento oltre dieci milioni di cubani sono bersaglio di una politica violenta e vendicativa degli Stati Uniti, che si inserisce in oltre settant’anni di embarghi, tentati colpi di stato, attacchi mediatici e isolamento internazionale. Dopo l’operazione militare del 3 gennaio, terminata con il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro, e il conseguente blocco totale delle esportazioni di petrolio verso Cuba, tenere in vita un discorso critico sulla situazione di Cuba è più importante che mai.


Condivido, ma aggiungo alcune riflessioni. Ho sempre criticato lo slogan coniato dalle femministe "il personale è politico", che considero uno degli strumenti più efficaci con cui la cultura neoliberale è riuscita a convertire i movimenti post sessantottini in altrettanti cavalli di Troia del proprio progetto egemonico sulla "nuova" sinistra (1). Dopodiché il "personale" di cui si parla nel caso in questione è inevitabilmente intrecciato con la dimensione etico-politica. Detto che, mentre non ritengo Chomsky sospettabile (se non altro per raggiunti limiti di età...) di avere fatto ricorso ai "servizi particolari" che Epstein (e il Mossad dietro le quinte?) offriva ai potenti per poterli ricattare, penso piuttosto che fosse interessato - in quanto barone accademico - ai finanziamenti che Epstein ha ripetutamente elargito alla sua istituzione, il MIT di Boston. È chiaro che ciò non lo assolve. Del resto va ricordato che uno dei tratti distintivi della cultura americana (e ahimè sempre più europea) sono le relazioni trasversali (che prescindono dalle appartenenze ideologico-politiche) fra gli esponenti di vertice di diverse branche del potere (manager, politici, accademici, giornalisti, intellettuali, star dello sport e dello spettacolo etc.). Le amicizie (e gli interessi) personali "fanno" politica, sovvertendo il senso dello slogan di cui sopra e le intenzioni di coloro che lo hanno coniato. Ciò non cambia di una virgola il fatto che Chomsky, il quale non è mai stato un rivoluzionario ma un liberale di sinistra (del resto gli Stati Uniti non producono di più e di meglio...), ha l'indiscutibile merito di avere sempre preso posizioni radicali sulla criminale politica estera di Washington (a differenza di personaggi più politicamente schierati e dalle inappuntabili credenziali woke, come Bernie Sanders e altri). Ciò posto vengo al libro. 


Invece che dal lungo elenco delle malefatte di Washington ai danni di Cuba, parto da un’interessate annotazione di carattere generale sulla politica estera Usa, contenuta nel capitolo XIII. Oggi circolano spesso battute sulla “follia” di Trump che, a chi scrive, richiamano le idiozie di chi attribuisce la responsabilità della Seconda guerra mondiale alla follia di Hitler. Mentre è evidente che entrambi questi loschi figuri non hanno quel che si dice la testa a posto, è altrettanto chiaro che il Terzo Reich e lo stato imperialista americano sono macchine poderose, funzionali a precisi interessi e progetti politici collettivi (di classe) che possono sfruttare personaggi del genere ai propri fini ma non diventare docili strumenti nelle loro mani. Nel caso degli Usa ciò trova conferma in un interessante documento, citato nel capitolo in questione, dello STRATCOM (acronimo per US Strategic Command) del 1995 (presidenza Clinton) in cui si afferma che, caduta l’Urss, è venuto meno  il concetto di deterrenza fondato sulla mutua distruzione assicurata per cui, al suo posto, si raccomandava di adottare un approccio definito “strategia del pazzo”, consistente nel far credere a qualunque interlocutore riottoso che le decisioni americane non sono razionali, bensì animate da un irrazionale e spietato spirito di sopraffazione e vendetta: “Il fatto che gli Stati Uniti possano diventare irrazionali e vendicativi se i loro interessi vitali sono attaccati dovrebbe far parte dell’immagine che proiettiamo sulla nostra nazione...” Quale migliore esecutore di tale strategia di un Donald Trump? Gli attacchi a Venezuela e Iran possono rivelarsi, sulla lunga distanza e al di là di ogni successo tattico, dei boomerang, ma evidentemente si conta sul fatto che essi avranno comunque ottenuto l’effetto di “terrorizzare” altri potenziali nemici (ecco perché gli Usa sono stati, sono, e resteranno finché la loro egemonia militare non incontrerà un ostacolo insuperabile, la più grande organizzazione terroristica del mondo).


Fatti e parole 


Inizio riportando l’elenco (incompleto) degli interventi militari diretti che gli Usa hanno compiuto in America Latina: Cuba (1906-1909), Nicaragua (1907), Honduras (1907), Panama (1908), Nicaragua (1910), Honduras (1911), Cuba (1912) , Panama (1912), Honduras (1912), Nicaragua (1912-1933), Repubblica Dominicana (1914) , Messico (1914-1918), Haiti (1914-1934) e, naturalmente, Venezuela (2026). L’elenco di quelli indiretti (golpe e cambi di regime perpetrati con la complicità di forze interne ai Paesi vittime) è troppo lungo e si riferisce a date più recenti, per cui la maggior parte dei lettori non hanno probabilmente bisogno di sentirseli ricordare. 


La storia della dottrina Monroe (1823), che attribuisce agli Usa il diritto di decidere del destino di tutte le nazioni del proprio emisfero, e di impedire che altre potenze interferiscano con tale diritto, è fin troppo nota. Meno note sono le radici profonde di tale dottrina, il fatto cioè che non si tratta solo di radici politiche ma anche religiose. Queste ultime risalgono alla fede dei primi colonizzatori, membri di sette protestanti in fuga dall’Europa che vedevano nell’America la Terra Promessa e che erano convinte di essere portatrici della missione di fondare una nuova Gerusalemme, nonché di doverne estendere i principi e i valori al mondo intero. Una visione della “eccezionalità” americana e del “destino manifesto” degli Stati Uniti che spiega anche l’inestricabile legame, fondato sulla convergenza fra protestantesimo di ispirazione calvinista e sionismo, fra Stati Uniti e Israele.


Del resto, prima ancora di Monroe, Thomas Jefferson aveva detto (1817) “se ci impadronissimo di Cuba saremmo i padroni dei Caraibi” e, qualche decennio dopo, gli Usa invasero il Messico impossessandosi di metà del territorio del vicino. Tornando a Cuba: dopo il 1898, dopo cioè che l’isola venne sottratta alla Spagna, essa divenne una colonia virtuale e il presidente Roosevelt le impedì con ogni mezzo di ottenere l’indipendenza. Sempre Roosevelt ebbe a dire “sono così arrabbiato con quell’infernale minuscola repubblica cubana che vorrei cancellare la sua gente dalla faccia delle terra” e, nel 1904, parlando più in generale della sua peculiare interpretazione della dottrina Monroe: “"qualunque stato su comporti bene può contare sulla nostra calorosa amicizia...la dottrina Monroe può costringere gli Usa, seppure com riluttanza, in casi di malefatte o impotenza flagrante, all'esercizio di un potere di polizia internazionale".


Fino alla rivoluzione tutte le infrastrutture dell’isola erano controllate da multinazionali americane e il Paese funzionava come una specie di grande parco divertimenti per ricchi turisti americani, un vero e proprio paradiso per gangster, visto che molti di questi turisti erano conclamati mafiosi che, in quel luogo, potevano fare tutto quel che volevano senza incorrere nei rigori della legge. 


Castro: la spina nel fianco che gli Usa non sono riusciti a levarsi 


Nel 1953 Castro dichiara in un’intervista: “non nutriamo alcuna animosità verso gli Usa e il popolo americano lottiamo per una Cuba democratica e la fine della dittatura”. Sulla base del precedente mezzo secolo di storia non poteva tuttavia ignorare che sarebbero stati perseguitati per il solo fatto di voler  realizzare la sovranità dell’isola. E infatti: subito dopo la vittoria la rivoluzione, scrivono gli autori, la rivoluzione deve affrontare sei problemi cruciali: ridistribuzione della terra, industrializzazione, alloggi, disoccupazione, istruzione, salute, il che non è possibile se non cacciando fuori dal Paese le multinazionali americane. Gli Usa reagiscono adottando immediatamente le prime misure finalizzate a indebolire con ogni mezzo possibile la vita economica di Cuba e Castro contro reagisce nazionalizzando tutte le attività statunitensi. Nel 1961 vengono interrotte le relazioni diplomatiche fra i due Paesi. 


Kennedy, idolo degli pseudocomunisti di casa nostra prima ancora che si convertissero in controfigura da operetta dei Democratici americani, mostra subito le sue zanne da cane da guardia dell’imperialismo a stelle e strisce. Aizzato dal consigliere Schlesinger, che lo avverte che i latinoamericani prenderanno a modello quei temerari che osano sfidarli, leva il guinzaglio alla CIA e agli esuli cubani acquartierati  in Florida che oltre al patetico tentativo di invasione della Baita dei Porci (2) organizzano bombardamenti sull’Avana, sui campi di canna da zucchero e su infrastrutture oltre ad una lunga serie di attentati, compresi vari tentativi di assassinare Castro (saranno centinaia prima della sua morte di vecchiaia). Sarà invece Kennedy ad essere ucciso a Dallas nel 1963, ma prima di morire farà in tempo a dire “questa specie di società socialista sta per essere spazzata via insieme alle macerie della storia”. Mentre un anno dopo, nel 1964, il Consiglio di pianificazione politica del Dipartimento di Stato affermerà, con trumpiana franchezza ante litteram: “ il pericolo principale che affrontiamo con Castro sta nell’impatto che la stessa esistenza del suo regime ha sul movimento di sinistra in molti paesi latinoamericani “



Haiti:la fine che gli Usa vorrebbero far fare a Cuba 


Nel suo bel libro sulla rivoluzione haitiana (3) R. L. James racconta l’epopea dei “giacobini meri”. Anticipando le imprese di Bolivar, gli schiavi insorsero contro i padroni bianchi alla fine del Settecento, convinti che i diritti dell’uomo così solennemente proclamati dalla Grande Rivoluzione spettassero anche a loro. Ma per conquistare l’emancipazione prima e l’indipendenza  poi (1804) dovettero sconfiggere, sotto la guida di quell’antenato nero di Castro che fu Toussaint Louverture, tre eserciti: inglese, spagnolo e francese (quest’ultimo inviato dall Repubblica “rivoluzionaria” per restituire ai padroni bianchi il loro sacrosanto diritto alla proprietà degli schiavi in quanto ”beni privati”!). 


Dopodiché la Francia impose all’isola un bloqueo che anticipò di due secoli quello contro Cuba, costringendo Haiti a riconoscere un mostruoso “risarcimento” ai piantatori borghesi per essere stati privati di terre e schiavi. Un debito che ha divorato per un secolo e mezzo l’80% dei redditi haitiani, immiserendone i cittadini e arricchendo le banche americane che acquistarono i loro debiti dalla Francia. Per inciso gli Stati Uniti, che vedevano come un dito nell’occhio quella sfida alla schiavitù, non riconobbero Haiti fino al 1862 e occuparono l’isola (dal 1914 al 1934) per garantire che i crediti delle loro banche fossero onorati, poi se ne andarono lasciando il Paese nelle mani di dittatori come Papa Doc e figlio. Dopodiché ispirarono due golpe contro il presidente Aristide, che tentava di restituire democrazia, sovranità e dignità ad Haiti. Infine tutte le potenze occidentali hanno invaso Haiti con le loro ONG, le quali hanno privatizzato quasi tutte le funzioni statali (4)



I successi della rivoluzione e il rischio che vengano annullati


Anche il bloqueo contro Cuba è stato legittimato come ritorsione  per il mancato risarcimento delle imprese americane espropriate dalla rivoluzione. È stato invece quando quelle stesse imprese si sono dichiarate interessate a tornare a investire e ad avere scambi commerciali con Cuba che Obama ha parlato di “normalizzazione” dei rapporti fra Washington e L’Avana. In realtà, scrivono gli autori, voleva “sostituire l'arma della violenza con l’arma del consumismo con l’appoggio delle imprese che vogliono tornare a fare affari sull'isola”. Eppure il Congresso si è opposto ad abrogare le norme sull’embargo, perché la sfida di Cuba continua ad essere un esempio intollerabile per gli altri condomini del “cortile di casa” latino americano. Così Castro, ormai prossimo alla morte, ha potuto dire che Trump e Obama sembrano diversi ma sono uniti dalla tessa fedeltà agli interessi imperiali Usa” ( né Biden è si è comportato diversamente).


Eppure la rivoluzione cubana non solo ha sempre resistito, ma ha conquistato straordinari successi in materia di sistema sanitario e sistema educativo, ha dato un contributo decisivo alle lotte di liberazione di alcuni Paesi africani, ha retto alla sfida terribile del “periodo speciale”, quando il crollo del socialismo in Russia e negli altri Paesi dell’Est Europa ne ha falcidiato il PIL e quando Castro ebbe a dire: “nessuno verrà lasciato al proprio destino, solo un paese socialista può permettere ciò che stiamo facendo: distribuire ciò che abbiano tra tutti noi” (5). 


E’ stata anche la rivoluzione venezuelana ad aiutare Cuba a superare quella prova e, dopo l’aggressione a Caracas, le sue condizioni già terribili rischiano di aggravarsi ulteriormente, per cui la tentazione delle iene di Washington di balzarle alla gola per darle il colpo di grazia non può che crescere. Non concludo con il solito appello alla solidarietà internazionalista, perché sono consapevole che gran parte delle “sinistre” occidentali, convertite al neoliberalismo, hanno cessato da tempo di amare, capire e sostenere la lotta del meraviglioso popolo cubano, per cui, almeno alle nostre latitudini, quella solidarietà sarà ahimè alquanto scarsa (spero ovviamente di essere smentito). Concludo invece dicendo che, anche se la splendida epopea cubana dovesse concludersi, il suo esempio resterà come un imperituro monumento alla lotta contro l’imperialismo e ispirerà nuove sfide e nuove rivolte finché la testa del serpente non verrò schiacciata.


Note


(1) Sulla conversione liberale della cultura postsessantottina cfr. L. Boltanski, L. Capello, Il nuovo spirito del capitalismo, Meltemi, Milano-Udine 2014.


(2) Una delle accuse più frequenti alla politica estera statunitense, che le è stata rivolta, fra gli altri, da un conservatore illuminato come George Kennan, è quella di non capire la cultura e la logica dei propri avversari. Il caso della Baia dei Porci è in tal senso paradigmatico: i dirigenti americani erano convinti che i cubani avrebbero accolto a braccia aperte i “liberatori” e che l’esercito rivoluzionario non sarebbe stato in grado di respingere l’invasione, in altre parole, ignoravano completamente l’entusiasmo con cui la rivoluzione era stata accolta dalla stragrande maggioranza del popolo dell’isola.


(3) Cfr. R. L. James, I giacobini neri. La prima rivolta contro l’uomo bianco, DeriveApprodi, Roma 2015.


(4) Nell’estate del 2013, trovandomi a Quito per una ricerca sulla rivoluzione ecuadoriana, alcuni docenti della locale università usarono il neologismo “oenegismo” per definire ironicamente le pratiche di occidentalizzazione e di diffusione dei valori neoliberali che le ONG euroamericane mettevano in atto nel Paese. Cfr C. Formenti, Magia bianca magia nera, Jaka Book, Milano 2013.


(5) E’ questo il motivo per cui Lukács ebbe a dire: “preferisco vivere nel peggior paese socialista che nel miglior paese capitalista”. Detto poi che, fino al crollo dell’Urss, l’aiuto dei Paesi socialisti fu determinante per la sopravvivenza di Cuba, gli autori ricordano il famoso discorso di Guevara ad Algeri, nel quale il leader rivoluzionario disse che gli stati socialisti avrebbero dovuto fornire capitale ai paesi poveri non per legarli a sé ma per favorirne lo sviluppo. È esattamente quanto fa la Repubblica Popolare Cinese, ma questo nel libro non viene detto, nemmeno in nota: evidentemente per gli americani, ancorché di sinistra, riconoscere i meriti della Cina è difficile, se non impossibile...

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