Lettori fissi

mercoledì 8 giugno 2022

    LA STRANA STORIA DI PUTZI





Il pianista di Hitler è un curioso libro di Thomas Snégaroff, noto giornalista francese, che, a metà fra la biografia e il romanzo storico, ricostruisce la vita di Ernst Hanfstaengl, più noto con il soprannome di Putzi (ometto in dialetto bavarese) affibbiatogli da una domestica quando aveva due anni e rimastogli appiccicato malgrado il, o forse a causa del, grottesco contrasto con la sua statura da adulto (era alto due metri). Figlio di un’americana e un tedesco (entrambi di famiglie altolocate) quest’uomo ha avuto accesso alle alte sfere di entrambi i mondi: è stato amico di Hitler e Göring, ma anche di Roosvelt, ha conosciuto Churchill e Jung – che lo ha avuto brevemente in  cura – e ha frequentato star della cultura come Djuna Barnes e Leni von Riefensthal. 

Nato nel 1887, ha inseguito per tutta la vita – fino alla Seconda guerra mondiale – il sogno di favorire un’alleanza fra Stati Uniti e Germania in funzione antisovietica. Considerato dai più un esponente di spicco – ancorché non di prima fila – del regime nazista, mentre altri hanno dato credito alla sua rivendicazione di essersi strenuamente impegnato per “moderare” Hitler, sottraendolo all’influenza delle “anime nere” Rosenberg e Goebbels, ha sfruttato il fatto di essere fuggito a Londra, dopo essere caduto in disgrazia alla fine degli anni Trenta, per ottenere la riabilitazione, evitando così di finire processato dai tribunali alleati. Snégaroff si destreggia fra una enorme mole di materiali (gli archivi di Ernst Hanfstaengl conservati alla Biblioteca di Monaco, la sua autobiografia e un’ampia bibliografia sul personaggio e più in generale sui rapporti fra Stati Uniti e Germania in quegli anni), cercando di capire se Putzi sia stato un mostro abile nel camuffarsi da agnello oppure un ingenuo che si era lasciato affascinare da Hitler per poi pentirsi, riempendo con la fantasia i buchi irrisolti dalla ricerca documentale.  

Il titolo di Feltrinelli (che è lo stesso dell’edizione inglese, mentre quello di Gallimard è Putzi) rischia di essere depistante. Hanfstaengl non era un artista, semmai un mercante d’arte (per conto dell’impresa paterna, dove però ha sempre occupato un ruolo secondario, all’ombra del fratello maggiore); soprattutto non era un pianista di professione, anche se suonava divinamente il piano. A giustificare il titolo è il fatto che, nei primi anni Venti, il suo incontro con Hitler si consuma all’insegna di una sorta di fascinazione reciproca: Putzi è sedotto dall’oratoria del futuro Führer, quest’ultimo è estasiato dalle sue esecuzioni della musica di Wagner. 

Ciò posto, la ricostruzione di Snégaroff lascia pochi margini di dubbio: Hanfstaengl è stato un nazista della prima ora, entusiasta e convinto, che, nel corso del tempo, ha anche svolto ruoli di una certa importanza, come la gestione dell’immagine internazionale del regime (finché Goebbels non ha avocato a sé il controllo totale della comunicazione e della propaganda) soprattutto contribuendo ad eufemizzare la violenza del regime nei confronti di ebrei e oppositori e a catturare la simpatia di politici, intellettuali e artisti anglosassoni (sempre nella speranza di creare le condizioni per un’alleanza fra Usa e Terzo Reich). Pur con qualche momento di smarrimento (dopo la notte dei lunghi coltelli e le feroci epurazioni nei confronti delle SA, teme di poter finire a sua volta nella lista dei proscritti), la sua fedeltà nei confronti del Führer  non viene intaccata nemmeno quando costui lo emargina progressivamente, revocandogli amicizia, fiducia e incarichi. Finché, poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, i gerarchi gli giocano un feroce scherzo, facendogli credere che dovrà paracadutarsi in Spagna per svolgere attività di propaganda per conto di Franco che sta combattendo contro l’esercito repubblicano e, dopo averlo fatto salire in aereo, simulano il suo lancio in una zona dove sono in corso feroci battaglie (la sua vigliaccheria fisica era nota). Temendo che lo scherzo sia il preludio della sua liquidazione, ripara a Londra e non tornerà se non a guerra finita (eppure anche in esilio non cessa di perorare la causa della Germania nazista presso gli angloamericani). 

Ernst Hanfstaengl


Secondo Snégaroff, la “conversione” antinazista (più che antihitleriana) di Putzi è tardiva, opportunistica e finalizzata non pagare dazio. Né il personaggio ha mai messo seriamente in discussione il proprio razzismo (anche se il suo antisemitismo non ha mai toccato livelli tali da giustificare la Shoà) né, tanto meno, il suo feroce anticomunismo. Tutto questo non sarebbe degno di particolare attenzione – un episodio marginale legato a un personaggio altrettanto marginale nei terribili decenni segnati dal nazifascismo – se non fosse che dal libro emergono prove evidenti e inconfutabili del vasto consenso e delle diffuse simpatie di cui il regime e l’ideologia nazista hanno goduto da parte delle élite angloamericane. Non si tratta solo di casi isolati ancorché clamorosi (Pound, Disney, Ford, re Edoardo VIII, ecc.): dalle frequentazioni e dalle memorie di Putzi emerge un’ampia rete di politici, giornalisti, diplomatici, intellettuali, artisti che guardava con favore a un regime che prometteva di annientare una volta per tutte la minaccia bolscevica. Emerge, anche, quanto fossero diffusi, tanto in Inghilterra quanto negli Stati Uniti, sia l’antisemitismo che il razzismo in generale. Del resto è noto che Hitler trasse ispirazione dal massacro delle popolazioni amerindie e dalla segregazione dei neri americani per le sue elaborazioni “teoriche”.

L’orrore per l’Olocausto, coltivato assiduamente da media e politici occidentali, è sempre stato sospetto, in quanto finalizzato a rovesciarne l’intera responsabilità sul regime nazista e ad alimentare la narrazione della sua “unicità” e “alienità” rispetto alla cultura occidentale, rimuovendo le radici sotterranee del mito della supremazia bianca che legano Stati Uniti, Inghilterra e Germania, giustificandone le pulsioni imperiali nei confronti delle razze “inferiori”. Riconoscere l’esistenza di questo filo rosso aiuta a capire la naturalezza con cui l’Occidente sembra oggi accettare (ed esaltare) il ruolo dell’estrema destra ucraina in funzione antirussa (la fobia anticomunista sembra avere lasciato il posto  una versione aggiornata  del vecchio sogno hitleriano di sottomettere il popolo slavo). Concludo dicendo che questa mia lettura del libro di  Snégaroff è del tutto soggettiva: gli spunti che l’autore offre in questa direzione sono (almeno apparentemente) involontari. 


mercoledì 25 maggio 2022

PER RILEGGERE  FEDERICO CAFFE’ DA UNA PROSPETTIVA RIVOLUZIONARIA








Nella collana Meltemi “Visoni eretiche” è appena uscito il nuovo libro (1) di Thomas Fazi, che quattro anni fa aveva inaugurato la serie con Sovranità o barbarie (2), dedicato al grande eretico della scienza economica, quel Federico Caffè che, dopo la sua misteriosa scomparsa (in data 15 aprile 1987), si è sollecitamente provveduto a rimuovere dai programmi di studio della disciplina perché la lucidità con cui aveva denunciato i rischi della svolta neoliberista – e previsto i disastri che ne sarebbero derivati – è imbarazzante per gli economisti e i politici (in particolare se di sinistra) che di quella svolta si fecero promotori e apologeti. Senza entrare nei dettagli dell’accuratissima ricostruzione che Fazi fa del pensiero e dell’impegno politico e sociale di Caffè, le pagine che seguono si propongono di: 1) ricordare quale fosse il senso comune condiviso dalla maggioranza degli economisti occidentali fino agli anni Settanta del secolo scorso; 2) riassumere i fondamenti teorici su cui si fondava, cioè la teoria keynesiana (e la lettura che ne diede Caffè, il primo a diffondere il pensiero di Keynes nel nostro Paese); 3) ricostruire a grandi linee della svolta neoliberista degli anni Ottanta, legittimata dalle “innovazioni” teoriche della sintesi “neokeynesiana” e della scuola neomonetarista; 4) rievocare la tenace quanto disperata opposizione di Caffè nei confronti del nuovo corso, con particolare attenzione alla sua irritazione nei confronti della conversione del PCI e del sindacato ai paradigmi del pensiero liberal/liberista.

Come ricorda Fazi (3) quando venne avanzata per la prima volta la proposta di istituire una moneta unica europea - con il cosiddetto piano Werner - fu bocciata come una bizzarria se non come una vera e propria follia. Questo perché, a quei tempi, a livello accademico esisteva ancora un sostanziale accordo sul fatto che la politica economica dovesse essere prerogativa esclusiva dello stato-nazione. Dal che discendeva: 1) l’idea che spettasse a quest’ultimo il controllo delle principali leve di politica economica, a partire da quella monetaria e di bilancio; 2) una diffusa consapevolezza che i fenomeni monetari producono effetti concreti sulla distribuzione del reddito, sui livelli occupazionali sul benessere sociale. In altre parole,  la politica monetaria veniva vista come una componente strategica della politica economica generale, di cui in governi in carica dovevano assumere la piena responsabilità. (4) Del resto, questa visione era del tutto coerente con il regime keynesiano che, dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni Settanta, era stato adottato da tutti i Paesi democratici occidentali (e non solo da quelli: anche i totalitarismi di destra, sia pure a modo loro, lo avevano fatto proprio). La filosofia che inspirava tale regime comportava una  forte presenza dello Stato in economia, non solo con politiche industriali a sostegno degli investimenti e della domanda attraverso la spesa pubblica, ma anche con interventi diretti, come lo sviluppo di importanti settori produttivi a capitale pubblico). A complemento di tale indirizzo politico erano previsti il rafforzamento dello Stato sociale (sanità, istruzione, indennità di disoccupazione, ecc.), politiche del lavoro finalizzate al raggiungimento della piena occupazione e alla crescita salariale; la valorizzazione del ruolo dei sindacati in quanto istituzioni preposte alla mediazione dei conflitti di interesse fra capitale e lavoro, e l’idea secondo cui la partecipazione delle classi lavoratrici alla vita politica dei loro paesi attraverso i partiti di massa fosse un elemento decisivo per lo sviluppo e il rafforzamento della democrazia (5). 

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Chi è nato dopo gli anni Settanta e ha studiato economia nei decenni successivi, di Keynes conosce – ammesso e non concesso che abbia avuto l’opportunità di accostarsi al suo pensiero – la versione edulcorata e distorta che ne hanno dato i teorici “neokeynesiani” (sui quali torneremo più avanti), vale a dire l’idea secondo cui in situazioni di crisi è lecito ricorrere all’intervento pubblico per sostenere l’economia. Ma Keynes sosteneva ben altro: l’economia non richiede l’intervento dello Stato esclusivamente in caso di crisi, perché il capitalismo è non è solo soggetto a crisi periodiche ma è intrinsecamente instabile e strutturalmente incapace di assicurare la piena occupazione e un’equa distribuzione di reddito, per cui lasciarlo libero di operare seguendo i suoi “spiriti animali”  significa causare disastri. In particolare contestava la tesi liberista, secondo cui la disoccupazione è un fenomeno “naturale” che si aggrava in situazioni di contrazione del mercato ma, se si lascia che i salari  fluttuino verso il basso in base alla “leggi” del rapporto fra domanda e offerta, tende “automaticamente” ad essere riassorbita. Contro tale tesi, Keynes aveva dimostrato la possibilità che, in assenza di idonee misure di intervento pubblico, si instauri un equilibrio stabile di sottoccupazione per cui, al fine di mantenere condizioni di pieno impiego, occorreva  stimolare gli investimenti da parte delle autorità di governo centrali e locali, né tale politica avrebbe dovuto trovare ostacolo nel disavanzo del bilancio dello Stato che anzi veniva raccomandato (il cosiddetto deficit spending) (6). 

Per Keynes l’ozio forzato era il male assoluto, nella misura in cui vedeva nel lavoro il fondamento della dignità umana (di qui la famosa provocazione secondo cui sarebbe stato meglio pagare le persone per scavare buche e poi riempirle piuttosto che lasciarle in condizioni di inattività – battuta che venne interpretata alla lettera dai suoi detrattori, per poterlo accusare di “assistenzialismo”). Questa visione è chiaramente eretica in base ai canoni della razionalità e dell’etica capitalistiche, il che lascia intuire come, dietro di essa, non vi fossero semplicemente una concezione alternativa della politica economica ma il tentativo di affermare la possibilità di una civiltà completamente “altra”. Nella lettura di Caffè – e in quella di Fazi che la rilancia – il progetto di Keynes non è solo di natura economica, ma anche politico, sociale e morale; non si tratta semplicemente di riformare il capitalismo, ma di prospettare la transizione a una sorta di socialismo liberale e/o democratico.  

Ciò che Keynes aveva in mente, secondo Caffè e Fazi, era un “sistema misto” in cui lo Stato esercita un controllo centrale dell’economia programmando e pianificando l’attività generale, pur senza escludere l’iniziativa privata, ma disciplinandola nell’interesse della comunità (7). Non solo: la sua visione comportava anche provvedimenti ancora più indigesti per il punto di vista liberal/liberista, quali la regolazione politica dei rapporti economici e commerciali con l’estero (onde ottenere quanta più autosufficienza nazionale possibile), l’abolizione della libera circolazione dei capitali, la cosiddetta “eutanasia del rentier”, cioè di coloro che sfruttano a fini speculativi le situazioni di scarsità artificiale di capitale.

Nel solco di questa visione, argomenta Fazi, Caffè insisteva con particolare vigore nel denunciare – ben prima dell’uso strumentale che le nostre élite ne avrebbero fatto dopo l’ingresso dell’Italia in Europa - la tesi del vincolo esterno, vale a dire l’idea che le singole economie nazionali siano obbligate ad adattarsi alle “leggi” del mercato mondiale, anche a costo di pagare tale acquiescenza con la disoccupazione e la depressione. Una volta accettato il principio che l’azione pubblica è chiamata a correggere le varie forme di fallimento del mercato, non si vede perché tale principio non debba applicarsi anche alla sfera delle relazioni internazionali e, non c’è motivo di arrendersi al tabù della sacra libertà degli scambi, è chiaro  che le forme di regolamentazione degli stessi – e qui lo scandalo diviene assoluto – “non possono prescindere da misure protezionistiche”. In particolare, l’esportazione di capitali a fini speculativi poteva e doveva essere vietata perché Caffè - qui citato da Fazi - la considerava  “un diritto di veto, da parte di una sezione della collettività, nei confronti di provvedimenti che, malgradi le reazioni emotive eventualmente suscitate, siano stati riconosciuti conformi all’interesse della comunità nelle sedi politicamente qualificate a esprimere tale giudizio” (8).

In che misura questa lettura radicale delle teorie keynesiane può essere considerata “rivoluzionaria”. Bisogna intendersi sul termine. È pur vero che nel dibattito su riforme e rivoluzione che si svolse nella socialdemocrazia tedesca fra fine Ottocento e primo Novecento, sia Engels che Luxemburg sostennero che l’alternativa non era fra riforme o rivoluzione, bensì fra riforme fine a sé stesse e riforme in quanto strumento per agevolare la transizione al socialismo. Ciò detto, la posizione di Caffè può essere classificata come appartenente al secondo tipo? In un certo senso sì (e ciò vale in parte anche per Keynes), senonché occorre poi definire cosa si intende per transizione al socialismo. Mi pare di poter dire che Caffè, perlomeno secondo la lettura di Fazi, identifichi il socialismo con l’economia mista configurata dai primi articoli della nostra Costituzione, vale a dire con una società in cui “l’obiettivo di guadagno del privato imprenditore venga conseguito non a scapito ma congiuntamente all’obiettivo sociale del benessere della collettività” (9). Si dà il caso che questa definizione si avvicini molto sia alla concezione del socialismo di un autore come Carl Polanyi (10), sia a quella di “socialismo del secolo XXI” sviluppata dalle rivoluzioni bolivariane in America Latina. Ma, almeno sul piano di alcune politiche economiche, non è molto dissimile nemmeno dal regime economico cinese emerso dalle riforme del 1978. Senonché, se le somiglianze con la visione di Polanyi sono innegabili, con gli altri sue esempi esiste una differenza radicale:  Caffè non contemplava che il controllo statale sull’economia fosse imposto con la forza della costrizione giuridica, o addirittura con quella delle armi. La sua visione, radicalmente illuminista, voleva imporsi attraverso la persuasione psicologica più che tramite la coercizione legislativa (11). Di più: ironizzando nei confronti del massimalismo delle sinistre radicali, parlava di un atteggiamento che tendeva a confondere la necessità di ottenere la piena occupazione e un salario dignitoso con una  palingenesi sociale che, in pratica, finiva per coincidere con la promessa della felicità nel regno dei cieli (12). Insomma, la visione di Caffè (ignoro fino a che punto condivisa da Fazi) coincide di fatto con quella dei costituenti, i quali non rigettavano tutto l’armamentario del liberalismo, ma solo la sua declinazione economica; per dirla in poche parole: la Costituzione come perfetta sintesi di una nuova visione liberalsocialista, ed è appunto questo, come argomenterò più avanti, il punto debole della sua aspirazione utopistica.   

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Fazi sottolinea come le posizioni di Caffè siano rimaste eretiche e, di fatto, marginali anche durante il “trentennio glorioso”, che pure viene oggi presentato come l’era dell’egemonia keynesiana. Questo perché la tecnocrazia e l’establishment economico- politico del nostro Paese opposero fin dall’inizio una feroce resistenza contro la messa in pratica dei principi costituzionali, nei quali vedevano un progetto anticapitalistico.  Il quartier generale di questa opposizione fu la Banca d’Italia, prima  con Luigi Einaudi, poi con Guido Carli, il quale, come spiega nelle sue memorie, perseguiva un modello di sviluppo mercantilista, fondato sulle esportazioni cui demandava il compito di trainare l’economia. Un modello le cui implicazioni sul piano dei rapporti di forza fra capitale e lavoro sono evidenti: si tratta di attuare una politica salariale restrittiva e favorire i settori industriali in grado di reggere la concorrenza internazionale.

Queste posizioni, esplicitamente neoliberali, venivano “camuffate” e vendute a sinistra grazie all’apporto teorico della scuola neokeynesiana, la quale di keynesiano aveva ormai solo il nome, dal momento che compiva un inversione di centottanta gradi rispetto alla posizione di Keynes, nella misura in cui riconosceva la possibilità di realizzare il pieno impiego mediante l’operare spontaneo dei meccanismi di mercato, senza ricorrere all’intervento pubblico. Autori come Samuelson, Solow, Modigliani pervertivano l’insegnamento di Keynes del quale mantenevano esclusivamente la necessità di ricorrere all’intervento pubblico in caso di crisi, mentre adottavano il punto di vista liberale  secondo cui lo Stato, in condizioni “normali”,  deve limitarsi a creare le condizioni ideali per favorire l’aumento della competitività e della produttività. In questo modo il senso comune liberale, cacciato dalla porta con l’approvazione della Costituzione del 1948, rientrava dalla finestra, riabilitando il concetto di politica dei redditi, vale a dire la necessità che questi ultimi venissero adattati di volta in volta alle condizioni imposte dal mercato. L’obiettivo era convincere la sinistra e i sindacati che in periodi  di forte disoccupazione fosse giusto accettare la riduzione del salario perché ciò avrebbe favorito una ripresa occupazionale. 

Federico Caffè


La prima metà degli anni Settanta, nei quali Caffè è impegnato a contrastare la controffensiva liberale camuffata da neokeynesismo, sono anche quelli della fine del regime di Bretton Woods.(1971). Caffè, ricorda Fazi, non lo amava in quanto era convinto che i sistemi a cambi fissi siano congeniati in modo da far ricadere l’onere dell’aggiustamento sui paesi debitori; dal suo punto di vista, il sistema Bretton Woods agiva come un vincolo esterno ante litteram, che consentiva ai ceti dominanti di contrastare le politiche salariali o fiscali favorevoli alle classi lavoratrici, nel nome della salvaguardia della bilancia commerciale (13). Ecco perché, dal momento che il nuovo regime di cambi fluttuanti rischiava di danneggiare i Paesi esportatori come la Germania, i maggiori Paesi europei si impegnarono prontamente a ripristinare una qualche forma di cambio fisso, inaugurando (nel 1972) quel serpente monetario che consentiva  agli stati della Cee di fissare reciprocamente le loro valute con un margine predeterminato di fluttuazione (14). Sono infine gli anni in cui la Trilaterale lancia il rapporto sulla “crisi della democrazia” (1975), il cui obiettivo fondamentale era sfruttare la progressiva tecnicizzazione delle discipline economiche per legittimare la spoliticizzazione delle decisioni di politica economica: una materia tanto complessa non può essere lasciata nelle mani degli umori ondivaghi di un’opinione pubblica  sprovvista degli strumenti per comprendere quali sono le scelte giuste da compiere. Caffè si illude di poter contare sul PCI e sui sindacati per contrastare questa svolta concettuale, dietro la quale traspare il disegno di scatenare una guerra di classe dall’alto, ma le sue speranze saranno amaramente deluse.  

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La battaglia di Caffè, secondo Fazi, era persa in partenza. Già nel dopoguerra, infatti, Il PCI aveva sposato la linea monetarista suggerita da Einaudi e dalla Banca d’Italia che, in barba alla Costituzione, dava priorità indiscussa della lotta all’inflazione, anche a scapito dell’obiettivo della piena occupazione. Di più: fra gli anni Sessanta e Settanta furono alcuni teorici marxisti, come O’Connor (15), a sostenere che, dal momento che la capacità dello Stato di sostenere la domanda dipende dalla possibilità di tassare il surplus dei capitalisti, la caduta dei profitti – dovuta anche alla spinta in alto dei salari generata dal ciclo di lotte operaie – faceva sì che Stato non fosse più in grado di svolgere la sua funzione regolatrice. In questo modo, il credo neoliberista che denunciava i rischi associati all’intervento pubblico in economia e l’espansione della spesa pubblica per finanziare le politiche sociali, veniva fatto proprio  dalle sinistre. Così la controffensiva padronale iniziata nel 76 (con l’adozione di misure deflazionistiche, il blocco biennale della scala mobile, l’abolizione di alcune festività, l’aumento delle tariffe di elettricità, telefono e poste) trovò un’autostrada aperta e, grazie alla crescita della disoccupazione, indebolì il potere contrattuale dei lavoratori. Come se non bastasse, di lì a poco l’Italia avrebbe aderito allo SME, primo passo verso la moneta unica. 

I nodi vennero al pettine nel 76, durante un convegno del CESPE indetto dal PCI in cui si scontrarono Modigliani e Caffè. Delle posizioni di Modigliani si è già detto, quanto a Caffè era consapevole che la sua lotta non si limitava alla difesa della scala mobile, ma consisteva nel rilanciare i principi sanciti dalla Costituzione, secondo i quali il lavoro non è una merce ma un diritto e il dovere dello Stato consiste nel promuovere politiche monetarie, fiscali, industriali sociali tese a realizzare la piena e buona occupazione. Su un piano più generale Caffè contestava l’ideologia del “vincolismo”, che attribuiva alle multinazionali, il potere di imporre vincoli ineluttabili ai singoli Stati, espropriando i governi della funzione di decidere le politiche economiche e sociali. Ugualmente contestò l’adesione allo SME, nel quale individuava correttamente l’allineamento di fatto delle valute comunitarie al marco, il che implicava l’assunzione delle linee di politica economica restrittive in vigore in Germania. Infine difese il sistema delle partecipazioni statali – che pure aveva criticato – sostenendo che, piuttosto che privatizzare, occorreva estendere il controllo pubblico ai settori bancario e farmaceutico. Fiato sprecato. Pci e sindacati adottarono la linea Modigliani, accordando il proprio consenso alle politiche di compressione salariale e della spesa pubblica nonché all’incremento della produttività senza chiedere contropartite. inoltre, con la esiziale svolta dell’EUR, la CGIL arrivò a sposare la tesi per cui, dato che lo sviluppo dipende dalla capacità competitiva delle imprese sul mercato mondiale, occorreva affrontare lo shock dell’aumento dei prezzi delle materie prime agendo sull’unico ambito di riduzione dei costi disponibile: il salario. 

Qualche  anno più tardi, nel 1982, allorché quelle scelte scellerate avevano già prodotto i loro disastrosi quanto prevedibili effetti, determinando la disfatta della classe operaia, simbolicamente culminata con la marcia dei quarantamila quadri Fiat del 1980, Caffè indirizzò – sulle pagine dell’Espresso – una lettera aperta a Berlinguer nella quale gli rinfacciava di avere accettato la politica dei redditi in cambio di una illusoria legittimazione del suo partito come forza di governo. Il libro di Fazi la riproduce integralmente, mentre qui ne citiamo un lungo estratto “Gli effetti sull’economia italiana sono stati (…) quelli di un apporto di rilevante importanza a una gestione dell’economia di corto respiro, che va avanti giorno per giorno, ma senza che siano in vista traguardi plausibili. Frattanto la critica del cosiddetto assistenzialismo, in quanto si presta a deformazioni clientelari; il ripudio di ogni richiamo alla valorizzazione dell’economia interna, in quanto ritenuta contrastante con la ‘scelta irrinunciabile’ dell’economia aperta; il frequente indulgere al ricatto allarmistico dell’inflazione, con apparente sottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedi ben più gravi della disoccupazione, costituiscono orientamenti che, seguiti da una forza progressista come quella del Partito Comunista  (…) possono contribuire ad allontanare, anziché facilitare, le incisive modifiche di fondo che sono indispensabili al nostro paese. In ultima analisi, ho l’impressione che l’acquisizione del consenso stia diventando troppo costosa, in termini di sbiadimento dell’aspirazione all’egualitarismo, della lotta all’emarginazione, dell’erosione dei principi del privilegio…” (16). Cinque anni dopo Caffè spariva senza lasciare traccia, assieme al suo insegnamento che Fazi si è meritoriamente incaricato di disseppellire.

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Facciamo un passo indietro. Poco sopra, citando l’ironia di Caffè nei confronti di coloro che confondono il socialismo con l’avvento del regno dei cieli, ho richiamato il dibattito nella socialdemocrazia tedesca di fine Ottocento - primo Novecento in merito al dilemma riforme vs rivoluzione. Ho ricordato che Engels e Luxemburg spostarono giustamente l’attenzione su un’altra opposizione: riforme fine a sé stesse vs riforme come tappa sulla via della transizione al socialismo. Questo dibattito – cruciale – è tornato di attualità in campo marxista di fronte alla necessità di dare un giudizio sia sulla natura dei recenti processi rivoluzionari in America Latina (dove le forze socialiste sono salite al potere per vie legali), sia su quella del regime cinese dopo le riforme di apertura al mercato degli anni Settanta. La questione è di estrema complessità e non è questa la sede per sviscerarlo (17), per cui limito ad enunciarne alcuni nodi strategici. Se si accettano i seguenti presupposti 1) che il processo di transizione al socialismo sarà di lunghissima durata; 2) che esso potrà convivere con il mercato e dunque, inevitabilmente, con varie forme di lotta di classe, ne consegue che la transizione potrà assumere il carattere di un’economia mista con tratti non molto dissimili da quelli auspicati da un keynesiano radicale come Caffè. Il punto debole della visione di Caffè, a mio avviso, non consisteva tanto nel suo approccio teorico quanto 1) nella sua concezione “irenica” della lotta di classe (nell’idea cioè che i capitalisti possano essere convinti ad autolimitare il proprio potere attraverso argomentazioni etico-razionali); 2) nella convinzione che la transizione a una nuova civiltà si possa ottenere semplicemente applicando i principi della Costituzione del 48 (dimenticandone gli ampi margini di ambiguità che rispecchiavano un compromesso politico, sociale, culturale e geopolitico che solo in quella specifica contingenza storica poteva essere raggiunto). Quindi la questione non riguarda tanto il programma quanto i mezzi per attuarlo. La Cina non può essere il nostro modello, ma una cosa certamente ci insegna: espropriare i capitalisti del potere politico senza espropriarli di quello economico è un  miracolo che può essere realizzato solo da un regime guidato da uno stato-partito comunista. Una volta defunti i partiti socialdemocratici, il socialismo non è più un’alternativa al comunismo: è una via per marciare verso la “civiltà possibile” auspicata da Caffè che solo i comunisti possono imboccare.     


Note

(1) T. Fazi, Una civiltà possibile. La lezione dimenticata di Federico Caffè, Meltemi, Milano 2022.

(2) T. Fazi, Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale,  Meltemi, Milano 1918.

(3) Una civiltà possibile, cit. p. 30.

(4) Ibidem. 

(5) Ivi, p. 36.

(6) Ivi, p. 33.

(7) Ivi, p. 38.

(8) Ivi, p. p. 50/51.

(9) Ivi, p. 53.

(10) Cfr. C. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.

(11) Una civiltà…, cit., p. 53.

(12) Ivi, p. 58. Per una critica del comunismo come paradiso in terra vedi quanto ho scritto a proposito del Principio speranza di Bloch su queste pagine https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2021/07/glosse-al-principio-speranza-di-ernst.html . Per una riflessione più complessiva in merito a certi aspetti profetico escatologici dell’utopia marxista cfr. C. Formenti, Ombre rosse. Saggi su Lukács e altre eresie, Meltemi, Milano 2020. 

(13) Ivi, p. 100.

(14) Ivi, pp. 103/104.

(15) Cfr. J. O’Connor, La crisi fiscale dello Stato, Einaudi, Torino 1977. Curiosamente, la tesi di O’Connor non fu sfruttata solo da destra, cioè dal PCI che in essa vedeva la legittimazione della propria svolta in materia di politica economica, ma anche, da sinistra, cioè dai teorici operaisti e postoperaisti, i quali la citavano a conferma del fatto che lo sviluppo del capitalismo è interamente determinato dalle lotte operaie, le quali non sono solo in grado di influire sui processi di produzione, ma anche su quelli riproduttivi e sugli stessi dispositivi di funzionamento della macchina statale; di più: questa lettura “sovversiva” di O’Connor contemplava anche l’idea che il ciclo di lotte operaie degli anni 690 e 70 avesse definitivamente chiuso qualsiasi possibilità di integrare il proletariato nel sistema attraverso provvedimenti riformisti di ispirazione keynesiana.  

(16) Citata in Una civiltà…, cit. pp. 194/195.

(17) Me ne occupo estesamente in un libro sul Socialismo del secolo XXI a cui sto lavorando.

giovedì 5 maggio 2022


HANS MODROW. L'ALTRO LATO DEL MURO


Hans Modrow (oggi novantaquattrenne) è stato membro della Camera del Popolo della DDR dal 58 al 90 per il SED (di cui fu membro del Comitato Centrale dal 67 all'89). E' stato l'ultimo Primo Ministro della DDR. Dopo l'unificazione della Germania è stato eletto al Bundestag e al Parlamento Europeo. E' presidente del Consiglio degli Anziani della Linke. Su queste pagine ho già pubblicato una sua lettera aperta alla Linke, in cui critica la linea del partito ritenendola responsabile dei disastrosi risultati delle ultime elezioni. Qui di seguito anticipo uno stralcio da un capitolo del nuovo libro a cui sto lavorando in cui mi occupo del suo testo “Costruttori di ponti. Le relazioni fra DDR e Cina Popolare” appena uscito per i tipi di Meltemi    






Per la stragrande maggioranza – per non dire la totalità – dei cittadini occidentali la DDR è stata un orribile campo di concentramento in cui milioni di tedeschi sono rimasti imprigionati  dopo la fine della Seconda guerra mondiale, un incubo totalitario che il film di Florian Henckel von Donnersmarck Le vite degli altri, santificato da un Oscar, ha descritto con toni claustrofobici. Ma era proprio così? La verità, controbatte Modrow, è che, almeno fino agli anni Settanta, la maggioranza dei cittadini della DDR aveva convintamente sostenuto il proprio governo, anche perché le condizioni di lavoro e di vita del popolo erano decisamente migliori che in tutti gli altri Paesi socialisti dell’Est Europa. L’opposizione nasce in quegli anni ma, contrariamente a quanto sostenuto dai media occidentali, rappresentava una frazione minoritaria della popolazione, e soprattutto non voleva la fine del socialismo bensì la sua riforma. In particolare, alcuni settori del partito rivendicavano l’applicazione di quelle parti della Costituzione che affermavano che sovrano del Paese è il popolo, non i vertici del partito. 

Come spiegare, allora, la costruzione del Muro, avvenuta già all’inizio degli anni Sessanta? Modrow associa tale evento a due ordini di fenomeni. Il primo di origine socioeconomica, il secondo di tipo geopolitico.  Il primo si riferisce alle particolarissime condizioni dell’enclave berlinese. I lavoratori frontalieri – perlopiù altamente qualificati – venivano attirati dalle aziende di Berlino Ovest con salari apparentemente allineati a quelli orientali, con la differenza che erano pagati in marchi occidentali per cui, grazie al cambio favorevole, levitavano fino a quattro volte. Gli stessi frontalieri continuavano tuttavia a vivere nella DDR, dove usufruivano di affitti, cibo e vestiario sovvenzionati, per cui potevano permettersi un tenore di vita assai più elevato degli altri cittadini. Un esercito di decine di migliaia di privilegiati che finiva per agire da agit prop della “superiorità” del modello occidentale.  Quanto alla questione geopolitica, è riassumibile in una frase - “La conquista è un’ingiustizia, la riconquista un diritto” - pronunciata dal  cancelliere Adenauer  il 6 settembre del 1953 sulla piazza del Mercato di Bonn, davanti a una folla di decine di migliaia di persone, occasione in cui disse anche che “il nostro obiettivo è la liberazione di diciotto milioni di fratelli e sorelle nei territori orientali”. Non precisamente una dichiarazione di pace, come si vede, tanto più ove si consideri che la memoria degli orrori scatenati dall’imperialismo tedesco nella sua proiezione verso Est erano recentissimi. Questo tipo di considerazioni, racconta Modrow, furono per lui decisive allorché, l’11 agosto del 1961, alzò la mano in parlamento insieme agli altri deputati per votare una risoluzione sulle misure di sicurezza alle frontiere. Tuttavia, ammette a posteriori, nel farlo non era pienamente consapevole delle implicazioni di quella decisione,  ma soprattutto aggiunge che lo stesso Ulbricht non ne era del tutto al corrente, tanto è vero che aveva pubblicamente dichiarato che nessuno aveva l’intenzione di costruire un muro fra le due Germanie. In effetti, quest’ultima decisione fu presa dall’Unione Sovietica ai primi di agosto senza consultare il premier della DDR, il quale ne fu informato solo all’ultimo momento.  

Compiendo un balzo di qualche decennio, veniamo all’ultima fase di vita della Repubblica Democratica Tedesca, nella quale Modrow ricopriva l’incarico di Primo Ministro. Nella sua dichiarazione di governo aveva espresso la volontà di rinnovare la società socialista e il suo Stato e aveva assunto come compito prioritario portare l’economia del Paese fuori dalla crisi. Ma ormai non vi era più tempo per portare a termine una simile impresa. Dopo una serie di incontri con il segretario di Stato americano James Baker, con il presidente francese Mitterrand, con il ministro degli Affari Esteri inglese Douglas Hurd e con Gorbaciov, Modrow capisce che la fine della DDR è inevitabile e tenta di pilotare il processo contrattando una serie di regole e procedure con la controparte occidentale. L’esito finale avrebbe dovuto essere la nascita di una confederazione fondata su un trattato di pace e su una opzione per la neutralità militare. Ovviamente una simile soluzione non poteva essere accetta da chi, scrive Modrow, “voleva respingere i russi dentro il loro confine passato e far avanzare la NATO fino alle nuove frontiere”. Quindi tutto finisce prevedibilmente (nell’ottobre del 90) “con ciò che fu denominato eufemisticamente come ‘adesione’ dello Stato socialista della DDR, che equivaleva a una colonizzazione”. 

Le conseguenze di questo “anschluss” furono drammatiche per i cittadini della Repubblica Democratica Tedesca, molti dei quali si erano illusi, dopo la caduta del Muro, di vedersi spalancare le porte del “paradiso” capitalistico occidentale: ottomila aziende pubbliche privatizzate e regalate a imprese o singoli imprenditori occidentali, sostituzione di tutti i quadri degli apparati politico, amministrativo, giuridico, militare, educativo con corrispettivi tedeschi occidentali, persecuzione legale di centinaia di migliaia di funzionari denunciati per avere collaborato con istituzioni legittime e costituzionali della DDR, disuguaglianze radicali di reddito e condizioni di vita con i cittadini dei Lander della Germania Ovest, disoccupazione di massa. In poche parole tutto il corteggio di disastri che hanno fatto sì che i flussi elettorali nei nuovi Lander così “incorporati” si siano polarizzati fra estrema destra ed estrema sinistra.


Hans Modrow



Come già ricordato, il libro di Modrow qui al centro dell’attenzione non è una storia della DDR, bensì dei rapporti fra DDR e Cina popolare, ricostruiti attraverso i contatti diretti che l’autore ha avuto con alti dirigenti del PCC nel corso di una lunga carriera politica, anche attraverso i molti viaggi compiti in Cina. Non possiamo quindi estrarne molte più informazioni e riflessioni sulle vicende interne alla Repubblica Democratica Tedesca di quelle appena esposte. Prima di passare al successivo paragrafo, vale tuttavia la pena di sottolineare alcune specificità della DDR rispetto agli altri Paesi socialisti dell’Est europeo. Mentre ha avuto un’economia ben sviluppata, dotata di un sistema tecnologico-industriale avanzato,  di un invidiabile sistema di welfare nonché di livelli salariali e condizioni di vita più che dignitosi, la DDR ha sempre pagato la sua collocazione geopolitica nel cuore della guerra fredda fra Est e Ovest, il che, da un lato, ne ha inevitabilmente frenato i margini di autonomia nei confronti dell’Unione Sovietica, frustrando le velleità di riforma del sistema che si sono manifestate all’interno del partito, dall’altro lato, l’ha esposta alla durissima pressione economica (vedi sopra la questione dei frontalieri a Berlino), propagandistica (i cittadini avevano facilmente accesso ai media occidentali) e militare (con la massiccia presenza dell’esercito americano sul territorio tedesco) da parte dell’Occidente. 

In questo contesto Hans Modrow rappresenta un raro esempio di coerenza politica, ideologica e morale, una figura di intellettuale-dirigente comunista che, pur vivendo durissime prove, ha saputo mantenere, non aggrappandosi ai dogmi ma esercitando un lucido spirito critico, un  saldo riferimento agli ideali socialisti e marxisti. Lucidità che gli consente di affermare che il declino del socialismo europeo non è certo iniziato nell’autunno del 1989 né si è concluso due anni dopo con la fine dell’Unione Sovietica, ma prosegue tuttora con la feroce campagna anticomunista che i regimi neoliberali conducono da trent’anni, culminata con la vergognosa risoluzione del Parlamento europeo del settembre 2019 che equipara il comunismo al nazionalsocialismo. 

Geopolitics is back: no endgame!


di Piotr


Finalmente cadono le maschere dei “valori” e riprende il proscenio la cruda realtà degli “interessi”, motore autosufficiente della geopolitica e di tutte le sue guerre (e chi muore per gli ideali R. I. P.).

Il quadro ora è chiaro e anche un cieco lo può vedere.

 
Il 26 aprile scorso gli USA hanno chiamato a rapporto nella base militare di Ramstein (che è in Germania ma è territorio statunitense) 40 Paesi alleati in tutto il mondo per ordinargli di aiutare l'Ucraina in quella che prevedono sarà una “lunga guerra” (ci saranno consultazioni mensili). Il segretario alla Difesa, Austin, ha detto papale papale che se i Russi vincono nel Donbass «l'ordine internazionale finisce». E ha avvertito che «la posta in gioco va oltre l'Ucraina e persino oltre l'Europa» (“the stakes extend beyond Ukraine – and even beyond Europe”).


Traduzione in Italiano corrente: «Se l'Ucraina non vince militarmente, non riusciremo a indebolire la Russia, e men che meno a balcanizzarla, e quindi poi non riusciremo a sconfiggere la Cina». E l'Europa risponde da Bruxelles: «Vogliamo che l'Ucraina vinca questa guerra» (Ursula von der Leyen al Parlamento Europeo). Perché altrimenti salta la tabella di marcia statunitense.


Una tabella di marcia che preoccupa una “bibbia” statunitense di politica estera, Foreign Affairs, che esprime le sue preoccupazioni addirittura per bocca di Pechino: «[Il governo cinese] vede ora Washington come voler deliberatamente inasprire la guerra per perpetuarla, e così indebolire sia la Russia che la Cina» (“[The Chinese government] now sees Washington as deliberately escalating the war in order to perpetuate it, thereby weakening both Russia and China»”)[1].


Il Segretario della Difesa Usa Austin



Dunque anche per gli USA, la NATO e le altre organizzazioni “difensive” occidentali (che non hanno mai combattuto una sola guerra per difendersi) e, per quel che contano, per le loro parodie politiche come la UE, parlare di negoziati, e ancor più di pace, è un crimine, come lo è in Ucraina. Per la precisione, in Ucraina è un crimine perché così vogliono gli USA: mamma comanda e picciotto Zelensky ubbidisce, facendo massacrare migliaia di giovani ucraini, semplice carne da cannone da spendere a maggior gloria dei planetari interessi statunitensi. Se Kiev non si fosse prestata a fare il burattino guerriero della Nato, la guerra non sarebbe mai scoppiata e oggi l'Ucraina sarebbe pacificamente corteggiata sia dalla UE sia dalla Russia e chissà da quanti altri Paesi (oggi invece è imbottita di debiti di guerra e deve stare attenta perché gli USA non li hanno mai condonati, nemmeno alla Gran Bretagna: eh, quando ci sono di mezzo gli ideali ...).


Ma è proprio questa pacifica convergenza di interessi tra Est e Ovest che gli USA non potevano tollerare e quindi hanno deciso che avrebbero fatto la guerra alla Russia fino all'ultimo ucraino (e se per questo anche fino all'ultimo europeo).

Una guerra che deve essere la più lunga possibile. È una questione di geopolitica planetaria, non di Donbass e nemmeno di Ucraina.

Una prospettiva che ha allarmato persino l'altra “bibbia” statunitense di politica estera, cioè la rivista Foreign Policy di proprietà del Washington Post (e quindi vicina ad ambienti del Pentagono), in un articolo dal titolo molto significativo “Biden’s Dangerous New Ukraine Endgame: No Endgame” [2].


Due sono le cose che, pur nella sua ostilità a Putin, sconcertano il pluripremiato commentatore, Michael Hirsh. La prima è che non vengono prese sul serio le minacce nucleari di Mosca dimenticandosi che Putin già l'anno scorso aveva scritto in un saggio che un'Ucraina non neutrale (o “fuori dal controllo della Russia” nelle parole di Hirsh) era «paragonabile nelle sue conseguenze all'uso di armi di distruzione di massa contro di noi». La seconda è il ragionamento circolare ormai adottato dall'Occidente: “Se Putin fa il matto perché pensa che vogliamo distruggere la Russia, invece di calmarlo facciamogli vedere che vogliamo distruggerla veramente”.


Certo, Putin «è considerato un attore sufficientemente razionale da non contemplare mai il lancio di missili balistici nucleari intercontinentali verso gli Stati Uniti», ma io penso, o spero, che tutti si siano resi conto che la TV di stato russa presentando nei giorni scorsi due armi nuove di zecca, il missile subacqueo nucleare “Poseidon” e il missile balistico nucleare “Sarmat”,  illustrava come teatro di guerra non gli Stati Uniti, ma l'Europa.


E io prenderei sul serio l'impossibilità che questa guerra venga persa (che nell'epoca nucleare non equivale all'impossibilità di non vincerla) da una nazione che per sconfiggere le truppe napoleoniche ha bruciato la propria capitale e per sconfiggere il più potente esercito europeo sacrificò la vita di 27 milioni di concittadini fino a issare la bandiera rossa sul Reichstag.

La prendo molto sul serio e sono estremamente preoccupato.


E sono soprattutto preoccupato perché sono convinto che nell'ottica di personaggi neo-liberal-con come Victoria Fuck-the-EU Nuland, un'Europa devastata dalla guerra, fosse anche nucleare, e da ricostruire può essere vista come un'occasione di business globale senza precedenti, un'occasione per macellare i capitali eccedenti (non c'è niente di meglio che macellare persone per macellare capitali eccedenti, specie in assenza di un gold-standard). Insomma, un'occasione per rilanciare i processi di accumulazione. 


Ma noi Europei che ne pensiamo? Ci va bene una guerra in Europa lunga dai 3 ai 10 anni? Che ne pensa Parigi? Che ne pensa Berlino? Lascio perdere Roma, in mano a personaggi miopi, servili e opportunisti come Mario Draghi (che si voleva tra i Grandi e si è ritrovato tra i minimi, ma non in senso evangelico) e SciaboLetta (Marco Travaglio lo chiama BaioLetta, ma io preferisco l'altro nomignolo perché moralmente mi ricorda Vittorio Emanuele III).


E che ne pensa Londra? Lo vediamo subito.

Il giorno dopo il sermone di Austin a Ramstein, la ministra degli Esteri britannica, Liz Truss, ribadiva in modo ancor più spudorato questi concetti alla City Mansion House:

- Le nostre forze militari sono in Ucraina da molto prima dell'invasione.

- Stiamo fornendo armi all'Ucraina da molto prima dell'invasione.

- La guerra in Ucraina è la nostra guerra («The war in Ukraine is our war» (sic!)).

- La sicurezza euro-atlantica e quella indo-pacfica sono indissolubili, dobbiamo contrastare sia la Russia che la Cina. Abbiamo bisogno di una “Global NATO”.

 La Truss ha così concluso: «Your Excellencies, ladies and gentlemen, geopolitics is back!».

Finalmente parole chiare!

In questo caso è stato il “Guardian” a impaurirsi e a implorare di rimettere Liz Truss nella sua gabbia (“Can nobody push Liz Truss back into her cage?”)[3]. Ma noi apprezziamo la sua franchezza.

Lizz Truss



Excursus.
Quando c'è stata la Brexit tutti si sono scatenati nell'analisi economica. Gli eurofili prevedevano sciagure industriali, commerciali e monetarie negli UK, gli eurofobi salutavano invece la “vittoria di popolo”. Io e il mio amico Pierluigi Fagan invece ci sedemmo in un bar davanti a un prosecco e ci guardammo negli occhi scuotendo la testa: “Possibile che nessuno, ma proprio nessuno, capisca che è una mossa geopolitica?”.


Noi non siamo fanatici della geopolitica, ma pensiamo che sia assurdo parlare di politica, storia o  economia senza aver davanti una carta geografica. Pierluigi non è marxista, ma un esperto di Complessità. Io invece sono marxista. Ma se si legge Marx senza carta geografica davanti si finisce al più a fare giochini col “concetto” di valore (scordandosi che Marx stesso protestò: «Sono tutte “chiacchiere”. Prima di tutto, io non parto da “concetti”, quindi neppure dal “concetto di valore”» (Glosse a Wagner).


Leggere il Capitale, specialmente il II e il III volume, senza avere in mente un mappamondo, senza sapere ad esempio come erano fatti l'impero britannico e i suoi flussi finanziari e di merci, non ha senso. Anche sezioni che sembrano così “logico-concettuali” come quella sulla caduta tendenziale del saggio di profitto hanno bisogno della Geografia (che serve a spiegare perché la caduta è, per l'appunto, tendenziale e non assoluta).

Com'è, come non è, la Brexit è votata nel 2017, nel 2020 si conclude l'uscita burocratica, nel 2022 scoppia la guerra tra la Russia e la Nato. E l'altro giorno la signora Truss indottrinava il colto pubblico e l'inclita guarnigione sull'ordine dell'universo mondo dalla sua piccola isola che galleggia sui mari del nord.

Geopolitics is back!


E così anche il Vaticano ora pensa in termini (gesuiticamente prudenti) geopolitici. Ecco cosa ha dichiarato papa Francesco mentre annunciava che non sarebbe andato a Kiev ma che voleva incontrare Putin: « “[L'escalation militare forse è dovuta] all’abbaiare della Nato alle porte della Russia” che ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto: “Un’ira che non so dire se sia stata provocata – aggiunge -, ma facilitata forse sì”» [4].

Non “facilitata”, caro Francesco, voluta, voluta a tutti i costi. Lo hanno ammesso loro!


Nel prossimo post cercherò di ampliare il quadro, perché mentre ci concentriamo sull'Ucraina c'è più di mezzo mondo in fibrillazione. E il fallout radioattivo economico, finanziario, e per conseguenza sociale, tra non molto si abbatterà su tutto il mondo sebbene in modo diseguale, con prezzi dell'energia alle stelle e conseguenti fallimenti, con problemi di approvvigionamento di cibo, di materie prime essenziali [5]. La fine della “natura a buon mercato”, per usare un'espressione di Jason Moore [6], che era già alle porte ora diventa un prodotto finito della fisica, della chimica e del caos sistemico intrecciati. Intanto l'Ucraina inizia a pagare i suoi debiti militari in grano, cosa che rischia problemi alimentari [7].

Noi, in Europa, oltre alla guerra avremo un autunno non caldo ma arroventato su ogni altro fronte. 


E mentre la guerra continua in Europa si profila la Generalessa Estate. Il Pakistan e l'India stanno andando arrosto [8]. Ma i Paesi civili, liberal-progressisti, risvegliati e politicamente corretti ritornano con cipiglio marziale al carbone mentre la Cina cerca con fatica di mantenere i propri impegni sui cambiamenti climatici [9].


Io personalmente detesto la geopolitica, perché geopolitica significa guerre, e io odio le guerre. Tutte, anche quelle di cui riconosco le motivazioni. Ma per disinnescare la geopolitica e le sue guerre occorrono tavoli negoziali e occorre il disarmo, un disarmo radicale.

Se invece si esulta perché la Russia è caduta nella trappola ucraina e così possiamo incastrarla in una guerra infinita, non abbiamo scampo.

Speriamo che nei flutti sempre più tempestosi del caos sistemico la Cina, storicamente una delle nazioni meno aggressive del mondo, tenga la barra a dritta.


[1]  https://www.foreignaffairs.com/articles/china/2022-05-02/chinas-ukraine-conundrum

[2] https://foreignpolicy.com/2022/04/29/russia-ukraine-war-biden-endgame/ . 

[3] https://www.theguardian.com/politics/2022/apr/28/liz-truss-careless-talk-fans-the-flames-of-war-in-ukraine

I columnist di Foreign Policy, Foreign Affairs e del Guardian per colpa delle loro preoccupazioni in Italia sarebbero già messi nelle liste di proscrizione di qualche stolido valletto imperiale.

[4] https://www.corriere.it/cronache/22_maggio_03/intervista-papa-francesco-putin-694c35f0-ca57-11ec-829f-386f144a5eff.shtml

[5] https://www.electricrate.com/data-center/electricity-prices-by-country/ e 

https://time.com/6172270/ukraine-food-price-crisis-climate-change/

[6] https://jasonwmoore.com/wp-content/uploads/2017/08/Moore-The-end-of-cheap-nature-2014.pdf

[7] https://interfax.com/newsroom/top-stories/78637/

[8] https://www.scientificamerican.com/article/astonishing-heat-grips-india-and-pakistan/

[9] https://www.agi.it/economia/news/2022-03-02/aumento-prezzi-carbone-guerra-ucraina-15845800/

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-crescita-gia-calo-da-difendere-34173






martedì 3 maggio 2022

L'UOMO CHE ASSASSINO' IL CHE LA SECONDA VOLTA





Il libro mi arrivò, per recensione, alla fine degli anni Novanta, quando ancora lavoravo per le pagine culturali del Corriere della Sera.  L’autore era Pierre Kalfon (deceduto nel 2019), giornalista e diplomatico francese vissuto a lungo in  America Latina, il tema una fluviale (quasi settecento pagine) biografia di Ernesto Che Guevara (Il Che. Una leggenda del secolo, editore Feltrinelli).  A distanza di venticinque anni non saprei motivare con precisione perché provai un senso di diffidenza che mi impedì di leggerlo. Fu l’eccessiva lunghezza e il timore che sottraesse troppo tempo ai lavori che avevo per le mani? Fu quel sottotitolo – Una leggenda del secolo – che suonava come un’irritante conferma della conversione della figura del grande rivoluzionario in icona pop, un marchio estetico buono per tutti gli usi? Fu perché, spulciando fra le pagine, mi cadde l’occhio su alcuni passaggi che puzzavano di anticomunismo? Probabilmente fu un insieme di questi e altri motivi. Sta di fatto che finì in uno scaffale della libreria dove è rimasto a impolverarsi per tutto questo tempo. Se finalmente, qualche settimana fa, mi è capitato di riprenderlo in mano è stato perché, con la quasi totalità dei libri già inscatolati in vista di un trasloco, era casualmente rimasto fuori, assieme a qualche decina di volumi che avevo lasciato a portata di mano per consultazione. Essendomi imprudentemente privato della scorta di letture non impegnative con cui sono solito occupare le pause del lavoro intellettuale, ho iniziato a leggerlo nella speranza che potesse, se non aggiungere molto a quanto so sulla rivoluzione cubana e sul Che, rivelarsi almeno una narrazione gradevole sul genere di quelle che Gianni Minà ci ha consegnato su simili argomenti. Ebbene non ho potuto staccarmene finché non l’ho finito, non perché la lettura mi appassionasse, ma perché l’irritazione prima e la rabbia poi montavano progressivamente di fronte allo scempio perpetrato da questo nanetto nei confronti del gigante con cui ha avuto l’ardire di misurarsi. Sono andato avanti a leggere per masochismo? No, perché ho voluto verificare in che misura la repulsione delle pseudo sinistre nei confronti di tutto ciò che odora di socialismo fosse già ben radicata alla fine del secolo passato. 

Vorrei premettere alcune considerazioni generali sulle biografie, genere letterario quanto mai scivoloso. Salvo eccezioni - salvo cioè quei lavori che appartengono a pieno titolo alla disciplina storica, in cui le vite vengono indagate con rigoroso scrupolo nel verificare l’attendibilità delle fonti, e con l’obiettivo prioritario di chiarire il ruolo che un certo personaggio ha avuto nell’influire sugli eventi o sulla mentalità del proprio tempo - la maggioranza delle biografie appartiene al genere giornalistico, il che sarebbe già di per sé motivo di diffidenza; inoltre - prescindendo dai lavori scandalistici o spudoratamente agiografici - presenta di frequente un tasso più o meno elevato (perlopiù non dichiarato) di identificazione empatica (o al contrario di repulsione) dell’autore nei confronti del proprio oggetto. Quando la penna di uno scrittore di statura “normale” si cimenta nel raccontare la vita di un mostro sacro, il demone dell’aggressività è in agguato e, mentre l’atteggiamento agiografico è facilmente riconoscibile, quello sminuente è assai più subdolo, si nasconde nelle pieghe della scelta di un aggettivo, delle allusioni fondate sui “si dice”, sugli “è cosa nota che”, ecc.; si nasconde infine nell’eccesso di spazio dedicato agli aspetti privati (vedi gli amori ancillari di Marx) rispetto a quelli pubblici delle vite che vengono messe sotto il microscopio: scavando nei meandri del privato è più agevole trovare materiale per la macchina del fango.  

Seconda premessa. Ignoro se Kalfon nutrisse simpatie nei confronti di qualche corrente di sinistra  “radicale”, troskisti o altro, o se appartenesse a quella intellettualità francese “progressista” attivamente impegnata nella denuncia dei “crimini” del socialismo reale. Quel che è certo è che quasi tutti quegli intellettuali francesi che fino agli anni Cinquanta/Sessanta del Novecento furono prodighi di elogi – spesso acritici – nei confronti dell’Unione Sovietica, della Cina e più in generale delle rivoluzioni antimperialiste, nei decenni successivi furono quelli che, più di tutti i loro colleghi europei (addirittura più degli stessi americani), convertirono tale infatuazione in una spietata condanna del “totalitarismo” socialista: basti pensare ai Nouveaux Philosophes, ai deliri reazionari di un ex militante del 68 come Daniel Cohn Bendit, o alla svolta di Charles Bettelheim, economista specializzato nell’analisi del sistema economico sovietico e di quello cinese precedente all’era della grandi riforme postmaoiste, oggi severo censore della restaurazione del capitalismo in Cina. Kalfon si inserisce a pieno titolo nella combriccola, con l’aggravante che tenta ipocritamente di mascherare il rancore dietro l’apparente intento celebrativo dell’eroismo del Che. Tutto ciò all’insegna dell’obiettività “disincantata” con cui vengono descritti, assieme al coraggio, al rigore morale e alla dedizione totale alla causa rivoluzionaria del Che, i suoi non pochi e non trascurabili “vizi” privati e difetti caratteriali. Per tacere del tentativo di costruire (ricorrendo a un tendenzioso collage di racconti di amici e compagni che ne hanno condiviso le battaglie, di citazioni di documenti ufficiali e ufficiosi da cui si cerca di estrarre un presunto non detto, di deduzioni e ipotesi non dimostrate, ecc.) una narrazione in cui il Che fa la figura di un “utile idiota” che si è lasciato manovrare dal più abile e cinico Fidel Castro. 

Partiamo dal “romanzo familiare”. Guevara è figlio di genitori che appartengono a famiglie “bene”, agiati anche se non ricchi, liberal (la madre con tendenze più radicali), tolleranti e di spirito anticonformista che il figlio eredita estremizzandolo: veste in modo trasandato e non si lava quasi mai (questo vezzo, sottolinea il biografo, sarà una costante di tutta la vita: ad eccezione delle occasioni che impongono un certo decoro, come le partecipazioni a incontri ufficiali, il suo aspetto e il suo odore somiglieranno spesso –non solo quando si troverà alla macchia – a quelli di un vagabondo di strada). Passa buona parte dell’infanzia e dell’adolescenza nel Nord Ovest dell’Argentina, dove viene lasciato libero di scorrazzare e affrontare sfide fisiche estreme, malgrado soffra già dell’asma che lo tormenterà per tutta la vita. Più che suoi pari frequenta ragazzi delle classi inferiori con i quali, grazie allo spirito temerario, si guadagna il ruolo di capobanda. Questa tendenza alla leadership si accentuerà quando inizierà a frequentare la scuola (all’inizio viene istruito a casa dalla madre) dove godrà dei vantaggi accumulati grazie a letture vaste e onnivore. In sintesi, l’immagine che emerge del giovane Guevara è quella di un giovane “figlio di papà” (anzi di mamma: Kalfon insiste sul legame quasi morboso che il Che avrà con la madre per tutta la vita, fino alla di lei morte), “viziato” (non in senso classico ma nel senso che ogni sua trasgressione veniva tollerata), molto più colto e intelligente dei coetanei, con spiccate tendenze al comando (e a una certa arrogante supponenza). In altre parole il ragazzo che ci viene descritto può risultare affascinante per la sua intelligenza e il suo coraggio ma non è quel che si dice un mostro di simpatia…

Completano il quadro le precoci conquiste erotiche: secondo Kalfon avrebbe goduto dei favori di tutte le domestiche passate da casa (a proposito degli amori ancillari di Marx…), preludio ai fitti riferimenti al Guevara tombeur des femmes che ricorrono nel libro. Al Che vengono attribuite – non di rado sulla base di gossip e illazioni – innumerevoli relazioni amorose prima durante e dopo i due matrimoni, mentre le mogli, pur essendo a loro volta quadri politici, sono descritte come pazienti Penelopi che si occupano dei figli (alcuni dei quali non hanno mai conosciuto il padre). Il “machismo” argentino di Guevara viene insomma evidenziato a più riprese (e associato al suo gusto per la guerra e il coraggio fisico), per cui posso immaginare che da questa lettura le femministe siano emerse non propriamente entusiaste della figura tracciata dal biografo.   

Sugli anni di Buenos Aires e degli studi in medicina si può tranquillamente sorvolare: a parte i riferimenti alla straordinaria facilità di apprendimento che consente a Guevara di superare gli esami studiando poche ore, ad alcuni flirt e ai sogni di avventura che preludono alla stagione dei grandi viaggi, non apprendiamo alcunché di interessante. Quanto alla lunga cronaca delle peregrinazioni attraverso gran parte del subcontinente, nemmeno qui chi abbia  letto i Diari della motocicletta trova novità sorprendenti.  Rispetto ad altri commentatori, Kalfon insiste sugli aspetti più picareschi dell’avventura, e sull’opportunismo un po’ istrionesco con cui i due compari sfruttano la fama di dottori (non ancora) specializzati nello studio e nella cura della lebbra per ottenere cibo, ospitalità, passaggi senza sborsare soldi (che del resto non hanno). Guevara dà ampie prove della sua eccezionale forza mentale e resistenza fisica per affrontare disagi di ogni tipo e i continui e terribili attacchi di asma, e raccoglie innumerevoli testimonianze delle condizioni di miseria, oppressione e sfruttamento in cui vivono le masse del subcontinente (soprattutto se di origine india), ma mentre ciò urta profondamente la sua sete di giustizia, non lo induce a compiere una chiara “scelta di campo”: la sua visione politica non va ancora al di là di una generica e romantica aspirazione alla emancipazione della Patria Grande latinoamericana, nonché di un crescente risentimento nei confronti dell’imperialismo occidentale, yankee in particolare (1), mentre permangono la sua diffidenza e il suo scetticismo nei confronti di ogni forma di militanza politica radicale, in particolare se associata all’ideologia comunista.  

La svolta avviene in Messico e in Centro America, dove Guevara ha occasione di conoscere esponenti di movimenti rivoluzionari ed esuli provenienti da tutti i Paesi dell’America Latina, ma soprattutto dove assiste al golpe orchestrato dal Segretario di Strato Usa John Foster Dulles (e commissionato dalla United Fruit e altre multinazionali per evitare l’espropriazione) contro il governo del Guatemala. Dopo quell’esperienza l’avversione nei confronti degli Stati Uniti si converte in un odio implacabile che durerà tutta la vita, e anche se Guevara, pur iniziando a studiare assiduamente il marxismo, non diverrà mai “veramente” comunista (tasto sul quale Kalfon batte ossessivamente per tutto il libro), sviluppa la ferma convinzione della necessità di organizzare la lotta armata per liberare tutti i Paesi dell’America Meridionale dal tallone dell’imperialismo Usa. La conoscenza con Fidel Castro e gli altri esuli cubani fuorusciti dall’isola dopo il fallito assalto alla caserma Moncada faranno il resto: Guevara è pronto ad arruolarsi nel manipolo di ribelli che si imbarcheranno sul Granma. Da qui in avanti, il racconto di Kalfon attraversa tre scenari: l’epopea della Sierra Maestra, Guevara ministro dell’economia, il tentativo di esportare la rivoluzione in altri Paesi del Terzo Mondo (Congo e Bolivia) fino alla tragica fine. 

La prima fase è ricca di episodi e testimonianze sulla sorprendente vittoria che qualche centinaio di barbudos hanno ottenuto su un esercito decine di volte superiore in numero e armato fino ai denti. Una vittoria frutto di eroismo, di incredibili colpi di fortuna (che i guerriglieri siano sopravvissuti al disastroso sbarco e ai primi rastrellamenti è stato un miracolo) ma soprattutto alla totale assenza di motivazioni dell’esercito di Batista, che alle prime difficoltà se la dava a gambe o passava dalla parte dei ribelli. Qui mi interessa però soprattutto il modo in cui Kalfon descrive la nascita del mito di Guevara. Volontà di ferro, resistenza fisica e mentale sovrumana al clima e ai disagi della Sierra, aggravati dalle crisi d’asma, coraggio ai limiti della temerarietà negli scontri a fuoco (Kalfon inizia qui a introdurre il leitmotiv dello “spirito sacrificale” che animerebbe il Che: una sorta di cupio dissolvi, di ricerca del beau geste alla Byron o, con un po’ di psicoanalisi d’accatto, di fascinazione  tanatologica (2)). Sono questi gli ingredienti che spingono i commilitoni e il popolo ad adorare il Che (senza dimenticare il fascino che il suo aspetto fisico esercita, soprattutto sulle donne). A fare da controcanto, sempre secondo Kalfon, l’estrema durezza, paragonabile a quella dei sergenti istruttori dei marine in qualche film e spesso al limite dell’arroganza, con cui impone la sua volontà ai compagni di lotta. Un atteggiamento che, con il tempo, gli procurerà non poche antipatie (ci torneremo più avanti). Ma soprattutto quel conflitto sotterraneo fatto di gelosie, di differenze caratteriali e di visioni dell’obiettivo strategico da realizzare che, secondo Kalfon, opporrebbe Fidel a Guevara. Il Che è “innamorato” di Fidel, e lo resterà fino alla fine, malgrado quelli che Kalfon dipinge come i “tradimenti” del leader maximo, viceversa Castro, assai più razionale, lucido, calcolatore, politico “puro”, pur apprezzando e stimando il Che ne teme la “incontrollabilità”: fa di tutto per impedire che possa “rubargli la scena” (organizzerà la marcia sull’Avana in modo da trasformarla nella sua personale marcia trionfale) e, nelle prime fasi di costruzione del nuovo regime, lo terrà, di fatto, ai margini della nuova struttura di potere. 





Quest’ultima tesi non regge tuttavia ove si consideri che a Guevara sarà affidato nientemeno che il ruolo di ministro dell’economia, assolutamente strategico per decidere il futuro della rivoluzione. Senza entrare nei dettagli di questa fase, mi limito a mettere in luce i due aspetti che più mi hanno colpito nel modo in cui Kalfon la descrive: la “colonizzazione” dello Stato e del partito cubani da parte dei comunisti di rito sovietico e il fallimentare approccio utopistico con cui Guevara tenta di risolvere il problema dello sviluppo cubano. Ora è indubbio, come ho sostenuto in diversi lavori (3), che i partiti comunisti latinoamericani divisi in sette contrapposte (filosovietici, filocinesi, trotskisti, ecc.) non siano mai riusciti, a causa del loro dogmatismo, a egemonizzare alcun processo rivoluzionario, ma vi hanno partecipato al traino di leader di movimenti di liberazione nazional popolari di carattere antimperialista. Il che vale per le più recenti rivoluzioni venezuelana e boliviana come per Cuba. Ma nel caso di Cuba, secondo Kalfon, sarebbero riusciti a “infiltrare” progressivamente i gangli dello Stato fino ad assumerne di fatto il controllo, per cui, se è vero che Fidel ha sempre mantenuto la presa sul potere, è stato costretto dalla concomitanza fra bloqueo americano e dipendenza dagli aiuti sovietici a fare buon viso a cattivo gioco (4). Il paradosso è che, mentre descrive un Guevara infastidito da queste ingerenze interne ed esterne, Kalfon deve ammettere che la politica economica da lui promossa è più “bolscevica” di quella suggerita dall’Urss, anzi, è addirittura più stalinista che leninista (se il riferimento è al Lenin della NEP): centralismo assoluto; nazionalizzazioni estese fino alle attività più minute; esaltazione stakanovista del lavoro “eroico” (straordinari non retribuiti, orari massacranti, dedizione assoluta alla causa dello sviluppo, ecc.). La visione di Guevara sulla costruzione del socialismo è morale (se non moralistica) prima che politica: l’obiettivo primario è costruire “l’uomo nuovo”, prima che garantire uno sviluppo postcapitalista che sarà la conseguenza inevitabile della mutazione antropologica. Il suo contrasto con l’Urss, certificato dal famoso discorso di Algeri (5), è più dovuto al “revisionismo” di certe riforme economiche che aprono al mercato (le riforme cinesi del 1978 gli avrebbero fatto rizzare i capelli sulla testa) che a un anti burocratismo di ispirazione trotskista. La rigidità con cui tenta di imporre le sue idee comincia a incrinare la sua popolarità fra i cubani, o almeno fra quelli con cui ha una relazione diretta: quell’arrogante argentino pretende di imporre principi, valori e costumi incompatibili con la rilassatezza caraibica degli isolani. 

Senza seguire tutti i passaggi che portano a una progressiva radicalizzazione di questi conflitti, passiamo direttamente al momento in cui Guevara comincia, secondo Kalfon, a sentirsi uno straniero più tollerato (o “imbalsamato”) che amato e seguito, per cui decide di tornare a fare quello che pensa di saper fare meglio, cioè la guerriglia antimperialista. La fallimentare esperienza in Congo, e ancor più la tragedia dell’impresa boliviana, dimostreranno che la sua “professionalità”  di combattente è meno efficace di quel che ritiene. Il Che si lancia, con qualche manipolo di fedelissimi, in imprese sconclusionate: i cubani non conoscono i territori, le culture e le contraddizioni etniche delle regioni in cui si vanno a impelagare. In Congo ignorano lo swahili e i conflitti tribali fra le varie formazioni, i rimbrotti del bianco Guevara che li accusa di pigrizia e scarsa combattività irritano i soldati ribelli (6). In Bolivia non parlano il quechua, scelgono male il luogo del primo insediamento, arruolano imprudentemente dei locali che li tradiranno, scommettono tutto sulla sollevazione dei contadini, ignorando che avrebbero trovato molta più solidarietà da parte dei lavoratori delle miniere. Anche qui Guevara manifesta, assieme alle consuete virtù di tenacia, coraggio e resistenza, i suoi peggiori difetti: è ostinato, accentratore e autoritario, tende a isolarsi dai compagni e a trattarli con sufficienza. Per Kalfon, l’ostinazione con cui continua nell’impresa anche dopo che questa appare ormai disperata è frutto della sua eterna ricerca di una morte sacrificale (vedi sopra) che trova compimento simbolico della famosa foto del suo cadavere che evoca il Cristo morto del Mantegna. Dopodiché Kalfon rovescia robuste dosi di veleno contro il partito comunista boliviano, Fidel Castro e lo stato cubano, tutti responsabili di avere in qualche modo “tradito” il Che. Fidel, sarebbe stato ben felice di sbarazzarsi di un compagno di strada divenuto ingombrante, soprattutto per le posizioni estremiste che mettono a rischio le relazioni fra Cuba e Urss, per cui ne benedice le missioni suicide, consapevole che lo trasformeranno in un santino prezioso per la propaganda all’interno e all’esterno. I comunisti boliviani accettano obtorto collo la sua presenza nel proprio Paese – che rischia di esporli a dure repressioni da parte del regime – e non si fanno certo in quattro per sostenere la guerriglia.  Detto in poche parole: usciamo dalla lettura con l’immagine di un uomo in cui straordinarie doti di coraggio, intelligenza e rigore morale si mescolano a vizi come rigidità, arroganza aristocratica, insensibilità per gli altrui limiti umani, un uomo che odia l’ingiustizia e vuole combatterla fino all’inevitabile auto immolazione, ma non ha una chiara visione del futuro da costruire, infine un “utile idiota” che si è fatto manipolare fino alla fine dal cinico realismo politico di Fidel Castro e dei comunisti.

Torno alla domanda iniziale: chi me le ho fatto fare di sorbirmi fino all’ultima goccia di fiele queste settecento pagine di un autore morto e sepolto e pubblicate un quarto di secolo fa? Ho già anticipato una risposta che cerco ora di articolare. Gli anni in cui usciva la biografia in questione, di poco successivi alla caduta dell’Unione Sovietica, erano gli anni in cui i ceti intellettuali occidentali iniziavano a “pentirsi” in massa delle trascorse simpatie socialcomuniste. Era l’ora del cinismo e del disincanto, in cui si poteva finalmente guardare in faccia la “verità”, cioè accettare come oro colato tutto quello che la propaganda occidentale e i dissidenti russi predicavano da tempo sull’ Arcipelago Gulag. Finiti gli entusiasmi per le guerre di liberazione dei popoli coloniali e i sensi di colpa per i crimini commessi dalle potenze imperiali. In questo processo di “alleggerimento” hanno svolto un ruolo determinante quelle sinistre radicali che hanno denunciato il “finto” socialismo di Paesi come Urss, Cina, Vietnam, Corea e Cuba. Come ormai molte ricerche hanno certificato, le macchine propagandistiche  dell’Occidente capitalista hanno pescato a piene mani nei discorsi, nelle idee e nei valori di queste “nuove sinistre” per costruire la legittimazione della svolta neoliberale degli ultimi decenni. Ecco perché l’operazione di Kalfon è interessante: da un lato rappresenta un tentativo di arruolamento postumo di Guevara nelle fila di questa infame propaganda anticomunista (per fargliela pagare il Che, se lo avesse avuto per le mani, lo avrebbe impiccato con le proprie mani), dall’altro è un’anticipazione di cose che oggi ci tocca ascoltare quotidianamente, come l’esaltazione “da sinistra” delle milizie filonaziste ucraine che lottano “per la libertà”. Se esistesse un inferno e prevedesse fra i vari tormenti la pena del contrappasso, Kalfon verrebbe condannato a leggere per l’eternità una biografia della sua vita di mediocre pennivendolo.

Note

(1) È il caso di notare che, nel corso del libro, Kalfon mette spesso le parole imperialismo e Occidente fra virgolette, anche laddove non si tratta di citare una specifica frase di Guevara, per cui il lettore smaliziato non può non sospettare una implicita presa di distacco, venata di ironia, nei confronti di questo vezzo “ideologico”. Né può sottrarsi al dubbio che il giornalista – e soprattutto il diplomatico! - francese trovi irritante un lessico che gli rammenta i trascorsi colonialisti del suo Paese.    


(2) Nelle parti dedicate alle imprese disperate in Congo e in Bolivia, Kalfon arriva a paragonare l’atteggiamento di Guevara a quello dei miliziani franchisti che avevano come slogan viva la muerte, senza dimenticare i ripetuti accenni alla passione del Che per la guerra e per le armi.


(3) Cfr. C. Formenti, La variante populista, DeriveApprodi, Roma 2016; Magia bianca magia nera, Jaca Book, Milano 2014; Il socialismo è morto viva il socialismo, Meltemi, Milano 2019. 

(4) Kalfon suggerisce, anche se non lo afferma esplicitamente, che se la rivoluzione cubana avesse mantenuto il suo iniziale carattere democratico gli Stati Uniti avrebbero assunto nei suoi confronti un atteggiamento assai più benevolo.   


(5) La tesi secondo cui la legge del valore continua a vigere nella società socialista, argomenta Guevara, giustifica la competizione economica anche fra Paesi socialisti, e quindi lo scambio ineguale fra nazioni povere e nazioni ricche.   


(6) Kalfon descrive l’atteggiamento di Guevara come venato da un certo razzismo, ma mentre lo critica, il biografo fa involontariamente emergere il suo razzismo, nella misura in cui lascia intendere che, si sa, gli africani sono effettivamente (per natura?) pigri, indisciplinati e non portati a eccessi di eroismo, ma il Che non doveva metterlo in conto prima di imbarcarsi nell’impresa? 

  

   

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