Lettori fissi

lunedì 14 giugno 2021

SUL FEMMINISMO OGGI

UN DIALOGO A DISTANZA FRA CHIARA ZOCCARATO E ALESSANDRO VISALLI 


Quasi tutti gli articoli apparsi su questo blog sono di mio pugno. Solo in pochi casi ho accolto interventi di altri autori (sollecitati da me), questo è uno di quelli. Dopo essere intervenuto in più occasioni sul tema della degenerazione teorica e ideologica di un femminismo mainstream sempre più allineato con gli interessi del sistema capitalistico e con i valori e i principi neoliberali, ho deciso di pubblicare una riflessione inviatami dall'amica Chiara Zoccarato, la quale, pur duramente critica nei confronti delle correnti maggioritarie del femminismo, rivendica i motivi di fondo di un conflitto di genere che ritiene parte integrante della battaglia socialista e anticapitalista. Assieme al suo contributo, ho deciso di pubblicare anche le riflessioni critiche che quel testo ha sollecitato da parte di Alessandro Visalli (che me le aveva inviate dopo averlo a sua volta ricevuto da Chiara). Ovviamente entrambi gli autori sono stati avvertiti della mia intenzione e si sono dichiarati d'accordo. Penso che far circolare il loro dibattito sia importante, non solo per i temi che affronta, ma anche e soprattutto perché il modo in cui li affronta ha il merito di disincagliare la discussione dalle secche della sterile contrapposizione fra accuse incrociate di misoginia e misandria, in cui ultimamente sembra essersi impantanata. Ringrazio quindi queste due persone, della cui fraterna stima e affetto mi onoro, per avermi offerto questa occasione. 



ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA QUESTIONE FEMMINILE

 di Chiara Zoccarato 


Qualcuno dice che la lotta di classe disturba il sistema, la lotta tra i sessi no. 

E’ un’affermazione ad effetto, da verificare con più attenzione.

 

Sono d'accordo che il femminismo di seconda generazione sia andato fuori strada rispetto all’obiettivo, e presenti una forma di emancipazione femminile distorta e competitiva, felicemente all’interno del sistema capitalistico e per il raggiungimento di un successo sociale ed economico secondo valori di mercato. Tuttavia mi lasciano perplessa le posizioni che definiscono discriminatorio evidenziare le differenze tra donne e uomini, quando sono biologiche, importanti e soprattutto necessarie per compensarci. Ugualmente quei pareri secondo i quali questa sarebbe una società ostile agli uomini e tutta a vantaggio della donne e a corredo di simili affermazioni si citano quote rosa in politica o nel mondo del lavoro, il vantaggio di mansioni comode e non pericolose, gli esiti favorevoli nelle cause di divorzio, le leggi “speciali” contro la violenza sulle donne. 


Se si entrasse davvero nel merito delle questioni imputate, la realtà, purtroppo, è drammaticamente diversa, e certa legislazione mascherata di femminismo non sposta poi molto lo sbilanciamento di genere, che sussiste per motivi che sono strutturali e qualche provvedimento cosmetico non altera, ma certo, sistema le coscienze e dimostra la volontà di spianare la strada alle donne che accettano l’attuale società di mercato, che non è affatto neutra, ma ancora fortemente maschile, anche se non nei termini e nei modi usati da certe passionarie del femminismo neoliberale. 


L’accusa, poi, letta recentemente, di essere sfaticate perché scegliamo sempre lavori poco impegnativi (tutto da vedere) e preferiamo il part-time, deriva dall’ottusa incapacità, o dalla volontà oltremodo perfida, di non vedere che quella è una scelta spesso obbligata, perché le sfaticate hanno ore e ore di lavoro di cura extra-lavorativo, non retribuito e non considerato, ma faticoso e sfinente dal punto di vista fisico e mentale. I figli, la casa, le scadenze, i genitori da accudire, spesso anche quelli del partner. Ore e ore di lavoro. Stare coi figli non significa “giocare e guardare cartoni animati”, significa tenere pulita la casa, i loro vestiti, fare la spesa, preparare i pasti e controllare alimentazione e salute, passare quarti d’ora a cercare di prendere la linea col pediatra per fare esami e visite, portarceli, far fare loro attività, andare a parlare con gli insegnanti. Accudire gli anziani di famiglia, significa far loro la spesa, portarli a fare compere, portarli a fare gli esami clinici, occuparsi delle loro pratiche burocratiche, arrivare a prenderseli in casa e fare loro da badanti finché si riesce, perché le strutture pubbliche sono insufficienti e inadeguate, e quelle private sono inavvicinabili per i costi.


La vita di una donna è dunque costellata di impegni ed attività, che le impongono limiti pressanti e insormontabili alla sua attività lavorativa e carriera professionale, che sono tutte ritagliate su tempi e modalità trasferite dal mondo maschile a quello femminile senza alcun adeguamento. 


A proporne, salterebbe immediatamente fuori chi li taccerebbe di discriminazione nei confronti del genere maschile, senza che nessuno si sia mai veramente scomposto per il fatto che il genere maschile gode del lavoro di cura gratuito delle donne prestato oltre quello salariato, per cui l’accordo di reciprocità “io lavoro, tu stai a casa” è saltato da un pezzo. E tengo a precisare che pur avendone la disponibilità finanziaria, non tutto il lavoro domestico e di cura può essere trasferito alle colf, e resta sempre e comunque  in carico alla famiglia, tipicamente alla donna. 


Se è l’uomo a farsene carico (molto raro), questi si accorge subito che la sua performance professionale diventa decisamente meno brillante. Anche il tempo per studiare, informarsi, fare politica – ma guarda! – diventa improvvisamente pochissimo e insufficiente. 

Restano irrisolvibili, se non forzando la natura con conseguenze inimmaginabili e imprevedibili, la questione della maternità e del periodo di cura neonatale, in cui il legame psicofisico è fortissimo, che sono in carico alla donna in modo esclusivo. La separazione è dannosa, oltre ad essere dolorosa, e va evitata il più possibile (disgrazie a parte, che non sono per fortuna la normalità).


Certo, una donna può scegliere di non essere madre, può scegliere di non avere una famiglia da accudire. E in quel caso in moltissime professioni può eguagliare l’uomo. 

Ma è davvero una scelta che una donna può o vorrebbe mai fare? Si può decidere a 20 anni per i successivi 40? E poi, siamo sicuri che sia a costo zero? Perché se non fosse a costo zero, ma anzi, il costo fosse molto elevato, cosa di cui sono assolutamente convinta, sarebbe un’imposizione, una costrizione che la società attuale impone alla donna che voglia perseguire una professione e di cui stiamo volutamente ignorando la violenza e l’ingiustizia.


In questo quadro sociale così frustrante per il genere femminile, turba in modo particolare la presenza in ambienti comunisti di misogini mascherati da compagni. E’ disperante vedere nei pochi capisaldi rimasti, anche in ambienti di grande spessore intellettuale, emergere una reazione maschile alla questione femminile, condita ora di vittimismo esasperante e francamente fuori luogo, ora di frasi ad effetto come quella nell’incipit, che tenta sempre e comunque di rimettere la donna al “suo” posto, in questo caso in un sistema perfettamente anticapitalista, ma pur sempre di impronta maschile, dove alla donna sono garantiti diritti e te li fai bastare.


Ma non può bastare un sistema che assicura alle donne che possono abortire quando vogliono, come se non fosse un trauma fisico e psicologico! che possono divorziare facilmente o che possono partorire e tornarsene subito a lavorare in fabbrica perché tanto c’è l'asilo nido di Stato! Un sistema che dice che possono fare carriera ma, nei fatti, non è previsto un percorso diversificato che salvaguardi il loro diritto ad essere madre, con il tempo necessario alla cura neonatale (che va ben oltre i nove mesi concessi a stipendio ridotto, il cucciolo d’uomo è molto lento nella crescita), e donna, con i suoi numerosi disturbi dovuti alla complessità straordinaria del suo organismo, che ancora vengono etichettati come scuse, o peggio, come problemi mentali. 


Le donne devono trasformarsi in uomini per avere successo nella loro professione, accreditamento nella società, rispetto. 

Tutto ci impone di combattere la nostra natura, come se fosse un difetto di fabbrica!  

E a conti fatti, in questa fabbrica sociale, è effettivamente un difetto, un ostacolo al compimento di una certa idea di mondo, figlio della logica produttivistica ed economicista (di cui anche certo comunismo è pregno), della visione parziale, cioè di parte e di genere, del sistema sociale ed economico. 


Questo causa frustrazione, conflitti, recriminazioni reciproche, rancori, violenza e vendetta da entrambe le parti, una catena da cui è necessario uscire, ma per farlo è necessario cambiare il sistema in cui viviamo, crearne uno dove sia possibile ristabilire relazioni tra uomo e donna che siano collaborative, sussidiarie, fondate su valori fuori dalla cultura di mercato e liberate dai vincoli economici, che sempre più spesso imprigionano le coppie in relazioni tossiche per non trovarsi su una strada. Vanno create istituzioni e strutture dedicate all’assistenza, alla cura delle persone più fragili, un sistema che garantisca l’accudimento come bisogno imprescindibile della natura umana, in tutte le sue forme, private e pubbliche.

L’analisi da cui partire per costruire un paradigma nuovo, deve tenere in considerazione questo aspetto e operare una completa riclassificazione. 


Le attività e le relazioni umane sono riconducibili a due macrosettori, quello della PRODUZIONE e quello della RIPRODUZIONE. Quest’ultima va intesa nella sua accezione più larga possibile, che inizia con la generazione di nuovi esseri umani – funzione fondamentale per la sopravvivenza della specie – ma include anche il prendersi cura della vita in genere, fisica e psicologica, la guarigione e la riabilitazione, l'educazione, la nutrizione, nonché la cura del pianeta e dell’ecosistema. 

E’ un approccio femminile, ma non necessariamente riservato al genere femminile, o almeno, non interamente.


Oggi il focus economico e sociale è rivolto principalmente alla produzione, che è tipico del capitalismo ed è un approccio essenzialmente maschile. 

Il settore della riproduzione è visto addirittura come antieconomico, quando invece è il fine ultimo dell'economia, intesa più correttamente come la gestione delle risorse e il coordinamento delle attività umane, comprese le forze produttive, per la sopravvivenza e il benessere della società. Pensiamo ai tagli  alla sanità, alla scuola, all’assistenza socio-sanitaria territoriale e al danno che hanno prodotto.


La concentrazione massiva delle risorse umane e materiali verso la sola produzione, tra l’altro orientata al profitto, ci ha riempito di attività il cui unico scopo è il proprio ritorno finanziario e che quindi producono senza sosta una quantità impressionante di cose da immettere nel mercato globale - non importa se poco sane, poco utili o addirittura dannose, non importa se sono l’ennesima versione di un prodotto di cui ce ne sono almeno altre 100 nel mercato del tutto simili in funzionalità, aspetto e perfino prezzo. Queste vanno ad aumentare la massa dei rifiuti e l'inquinamento, sfruttano forza lavoro in modo insensato, impiegano materie prime e risorse alimentari che sono limitate, causando uno spreco intollerabile. 

E’ evidente che il capitalismo non soddisfa i bisogni, non è quello il suo fine, e infatti restano inevasi, compresi quelli puramente materiali, di base perfino, figuriamoci quelli sociali e spirituali..


Un sistema fondato sul consumo è chiaramente antagonista di uno fondato sulla conservazione, sulla riproduzione, sulla cura.  Oggi si butta via tutto quello che si guasta o invecchia, cose e persone. Molti finiti al margine sono scarti di cui la società non si occupa più.


Non che la produzione non sia importante, ma il Socialismo indica la necessità di un diverso modo di produzione, che risponde a precise indicazioni sul come, sul cosa e sul perché si produce. 

Nel Socialismo la produzione va posta in relazione diretta con la riproduzione, che è il motivo per cui esiste.


Come va ad impattare nella questione femminile questo tipo di approccio? 

 

Ridare dignità alla riproduzione, significa evitare di riferirsi al lavoro di cura e domestico come qualcosa che "toglie risorse alla produzione", ma diventa parte delle attività essenziali, che aggiungono valore, non lo sottraggono. E' nell'interesse della collettività che sia fatto bene e con responsabilità. Una volta si stigmatizzavano le donne che andavano a lavorare, adesso si fa con quelle che restano a casa. Come dare una possibilità di scelta vera?  Il lavoro domestico come attività principale e la maternità devono essere retribuite con un salario di dignità direttamente dallo Stato, deve essere possibile stare a casa per dedicarsi alla cura familiare senza ridursi alla povertà o alla dipendenza dal partner. Le donne, o gli uomini, che decidono di stare a casa per seguire i figli, devono poter essere economicamente indipendenti. Fanno cose importanti, lavorano, ma fuori mercato. Ovviamente ci devono essere dei controlli, stare a casa non deve essere una scusa per non fare nulla, questo vale per le donne, come per gli uomini. Non è una via di fuga. Lavorare è un dovere etico, è il principio su cui si fonda una comunità. Si può lavorare meno, fare cose che hanno un senso, ma non si può non contribuire. C’è troppo lavoro da fare, bisogna dividerselo equamente. E in quell’equamente c’è l’abisso in cui è scivolata la condizione femminile negli ultimi anni, che ci vede costrette a lavorare per avere un reddito familiare sufficiente, per cui il carico di lavoro sulle spalle delle donne è molto più pesante.


Il lavoro non è una merce, il lavoro è un bene, una risorsa collettiva. 

Va utilizzato per il benessere sociale e gli obiettivi d’interesse pubblico. 

Il lavoro può essere nella produzione o nella riproduzione, perché devono esserci entrambi per sostenere la società e il livello minimo di dignità umana a cui dobbiamo aspirare, ed entrambi devono avere il giusto riconoscimento.


La questione femminile ha molto da portare alla discussione per l’abbattimento della logica capitalistica: una prospettiva sociale ed economica focalizzata sulla riproduzione anziché sulla sola produzione, scardina il sistema in modo più efficace e duraturo. E propone una evoluzione quanto mai necessaria ai partiti che volessero farsi portavoce di un Comunismo per il XXI, con obiettivi e valori pienamente condivisibili dall’altra metà della popolazione umana.    



NOTE SULLE "CONSIDERAZIONI SULLA QUESTIONE FEMMINILE" DI CHIARA ZOCCARATO

di Alessandro Visalli


Il testo della mia ottima e vecchia amica Chiara Zoccarato sostiene che il sistema nel quale viviamo, la forma di capitalismo estremamente radicale e trionfante ormai da decenni, è ‘disturbato’ sia dalla ‘lotta di classe’ come dalla ‘lotta tra i sessi’. O, almeno, valuta l’affermazione come da verificare. Questo è l’avvio del testo, questa la conclusione. Quindi, per lei la ‘questione femminile’ contribuisce in modo decisivo all’abbattimento della ‘logica capitalista’ nel punto specifico nel quale sposta la prospettiva dalla produzione alla riproduzione. 

Si tratta, come altri, di un luogo classico del vasto e multiforme pensiero ‘femminista’. 

Chiara si dichiara consapevole, e in accordo, con la diagnosi dell’andare fuori strada del ‘femminismo di seconda generazione’(1), ma nel modo di descriverlo (2) sembra in sostanza riferirsi al cosiddetto “femminismo dell’eguaglianza”, o del “soffitto di cristallo”. In altre parole, alla corrente liberale dello stesso. Quel che, evidentemente, non va ‘fuori strada’ è il ‘femminismo della differenza? (3), almeno in una versione moderata che si limita a “evidenziare le differenze” e quindi la complementarità (Chiara usa in posizione chiave il condivisibile termine “compensarci”). D’altra parte, nel suo pezzo stigmatizza l’atteggiamento reattivo di coloro i quali, davanti all’avanzamento della ‘questione femminile’ (ovvero, della presenza sociale delle donne), reagirebbero per ‘rimettere la donna al ‘suo’ posto”. E, per farlo, rovescerebbero la posizione vittimaria avanzata dal femminismo (dichiarando che non è la donna in quanto tale ad essere vittima, ma lo è il ‘proletario’ tutto e spesso anche l’uomo in posizione di debolezza), in una specie di gara a chi può rivendicare la posizione più svantaggiata. 

Chi avesse questo atteggiamento reattivo, antitetico-polare, di fronte alla percezione di un avanzamento della presenza della donna, in quanto tale, nella società, nel mondo del lavoro, e nella cultura, sarebbe, ovviamente, da condannare. Ovvero sarebbe da combattere chi nutrisse il progetto di un sistema nel quale le gerarchie prodotte dal capitale (che non è, in quanto tale, maschio o femmina) vengano abbattute, ma permangano quelle socialmente determinate a partire dalle differenze di genere. Liberarsi dal vincolo dell’ordinatore economico non può significare, infatti, ritornare al “caro vecchio mondo” (peraltro mal compreso) nel quale religione, onore, forza ordinavano gerarchie pervasive e largamente implicite. Non c’è bisogno di essere subalterni al mito del progresso, o alle assiologie moderniste, per respingere questa prospettiva. 

Così come, nessun equivoco su questo punto, tutte le attività di cura necessarie che elenca (tenere pulita la casa, cucinare e fare la spesa, seguire la salute e istruzione dei figli, aiutare gli anziani) devono essere svolte da entrambi i membri della eventuale coppia. Non c’è alcuna ragione perché siano considerate “attività femminili”. Non lo sono, e non lo devono essere. Sono, semplicemente, cose necessarie da fare. Personalmente le faccio tutte. 

Se pure ci sono ritardi, e casi di arretratezza culturale, il fatto che tutto il lavoro, cosiddetto produttivo e cosiddetto riproduttivo possa e debba essere svolto dagli uomini come dalle donne, e non sia maschile come femminile, è una specifica conquista del femminismo della prima ondata. Si è consolidato durante la metà del secolo scorso, e non si può retrocedere da esso. Paradossalmente è quando si dice che alcuni lavori sono “femminili”, perché lo sono le relative sensibilità, che si sta retrocedendo. 

La sostanza del testo ripercorre infatti un altro dei topos classici del pensiero femminista della differenza nel momento in cui, come ad esempio insiste spesso Silvia Federici, arriva a stigmatizzare la via al successo in versione femminea come necessariamente mimetica del ‘maschile’. Ovvero segue quella linea che denuncia la spinta alla carriera e l’inserimento in posizione produttiva nel sistema economico come cedimento all’immersione nel patriarcato (o, con formula da scioglilingua, alla subalternità alla “fallologocrazia” (4)). Una logica patriarcale, o un’organizzazione del mondo economico che svantaggerebbe sistematicamente le donne nel momento in cui le costringerebbe, per non perdere valore, a tornare in fretta al lavoro dopo aver fatto un figlio, ad ignorare i disturbi mensili tipici del genere, ecc. Chiara, non senza ragione, critica, insomma, la “logica produttivista ed economicista” che prevede un salario a fronte di una prestazione (con ovvia estrazione di plusvalore e tutto quel che ne consegue), ma lo fa da una prospettiva ben specifica. In uno dei passaggi chiave del testo, decisamente dirimente per comprendere il punto di vista dell’autrice, è affermato che i diritti (di abortire, divorziare, avere sostegno alla gravidanza) sono “conquiste a metà” perché figlie della citata “logica produttivista” e di una “visione parziale, cioè di parte e di genere, del sistema sociale ed economico attuale”. Un sistema sbilanciato (per la semplice ragione che le donne aggiungono lavoro di cura, svolto in esclusiva, a quello produttivo remunerato) per ragioni “strutturali”. 

E’ questo il punto essenziale sul piano dell’analisi: è lo squilibrio ‘strutturale’ o ‘residuale’ e congiunturale? 


Insomma, l’intero sistema capitalista, creato a partire dalla prima rivoluzione industriale alla metà del settecento sarebbe sessista, in quanto creerebbe la figura del lavoratore dipendente la cui ‘forza-lavoro’ è notoriamente acquistata e remunerata in rapporto alla produzione media sociale che determina. O, in altre parole, è strutturalmente sessista semplicemente perché nella forma capitalista non si riceve perché si esiste (come in parte avveniva nel mondo precapitalista, nel quale la relazione tra sostegno e produzione era meno diretta e razionalizzata), ma si riceve se si produce un valore che si realizza nella circolazione della merce. In altre parole, se si produce qualcosa che può diventare merce ed essere venduto. L’argomento, al livello portato, sarebbe che la forma citata è ‘maschile’ anche in quanto alcuni mesi nella vita e alcuni giorni nel mese la biologia femminile (ovvero la nostra natura di mammiferi) inibisce, o ostacola, la produzione (in favore, vedremo, della ‘riproduzione’). Ovvero, è maschile in quanto pone l’uomo in condizione strutturale di vantaggio, disponendo di un numero maggiore di giorni lavorativi potenziali. Riposerebbe in questa differenza biologica la natura sessista della caratteristica “strutturale” dell’economia data dal suo orientamento a remunerare solo la produzione di merci (e non l’esistenza in sé). 

Ci sono alcuni problemi: il primo è che sul piano quantitativo ben più della specializzazione biologica conta la cultura che vi è stata tradizionalmente costruita sopra (per cui non è certo per il breve periodo di allattamento che la donna viene a specializzarsi nella ‘cura’, ma per questa); il secondo è che in questa prospettiva in pratica tutto è capitalismo e ogni società concepibile è sessista. Se la differenza biologica determinata dalla fisiologia riproduttiva, che nel mondo premoderno era solo una delle tante differenze rilevanti (5),  fosse così dirimente non si tratterebbe di uscire dal capitalismo, ma dalla società di mercato stessa (la tendenza a remunerare la produzione di merci, in rapporto ad esse, e non l’esistenza in sé è, in effetti, larghissimamente rappresentata e non solo da società “capitaliste”, come la stessa Chiara ricorda di passaggio).


O no? Chiara propone un’alternativa. Si tratta di un ‘programma maggiore’ di uscita dalla società di mercato, quello di “cambiare il sistema in cui viviamo, crearne uno dove sia possibile ristabilire relazioni tra uomo e donna che siano collaborative, sussidiarie, fondate su valori fuori dalla cultura di mercato e libere dai vincoli economici”. Sono d’accordo, ma servirebbe anche un programma di transizione. Di seguito, nella frase immediatamente successiva, lo riporta ad una prospettiva meno drastica, di aggiunta o complementarietà (welfarista, se vogliamo): “Vanno create istituzioni e strutture dedicate all’assistenza, alla cura delle persone più fragili, un sistema che garantisca l’accudimento come bisogno imprescindibile della natura umana, in tutte le sue forme, private e pubbliche”. Questa potrebbe assomigliare alla prospettiva indicata da Angela Davis nel 1981 nel suo classico “Donne, razza e classe” (6) : l’industrializzazione e collettivizzazione del lavoro di cura (anche se lì ha un gusto decisamente più collettivista).

Ma nel seguito il piano di giustificazione di questa richiesta pragmatica (essere messe in pari dalla società, con riferimento a quello che nelle condizioni attuali appare come uno svantaggio situato chiaramente ingiustificabile) si approfondisce, secondo una classicissima rivendicazione, facendo leva su un’affermazione che non posso condividere. Quella secondo la quale è femminile prendersi cura della vita (7). E di tutta la vita, nella sua dimensione fisica come in quella psicologica, nella guarigione come nella riabilitazione, nell’educazione, nella nutrizione, nella cura del pianeta. Insomma, quando io lo faccio sarei una donna. Per dirlo diversamente, se una donna sta lavorando imiterebbe l’uomo e se l’uomo fa lavori di cura imiterebbe la donna. Paradossalmente in queste posizioni, proprie di tanta letteratura femminista, si nasconde esattamente la mentalità che si denuncia.

In altri termini, la donna è fondamentale per la sopravvivenza della specie, l’uomo ha il posto in commedia del distruttore. La generazione degli esseri umani (ma, di più, la loro crescita ed educazione) è “un approccio femminile”. Chiara scrive esattamente così.

Mi spiace, ma sono in disaccordo. Quando ho cura dei miei figli non sono in un ruolo materno, ma paterno, quando pulisco la casa faccio semplicemente il necessario per vivere in un ambiente decoroso, se stiro le magliette di Marco sto facendo un gesto di amore paterno, quando faccio la spesa e poi cucino sostengo la mia famiglia, se aiuto mia madre sono un bravo figlio (non una figlia travestita). Se la madre si prende cura della famiglia e di coloro che ad essa sono affidati lo stesso, da sempre, fa il padre. Secondo le diverse culture e nei diversi modi di produzione, come nei diversi ruoli sociali e condizioni esistenziali è possibile lo faccia diversamente. Ma entrambi, da sempre, si prendono cura. Si tratta di una caratteristica della nostra specie.  


Nessuno può fare da sé, entrambi servono. 

Forse ci arriveremo. Perché se si generalizza la fecondazione artificiale, in effetti, le donne potranno fare da sole. Ma andremo oltre, perché con l’utero artificiale anche loro non serviranno più e non ci sarà più bisogno che di donatori. Ed oltre, con la clonazione non avremo più bisogno che della matrice da clonare. Al termine è possibile si arrivi al ‘postumano’. Una sorta di ibrido, non uomo né donna, geneticamente progettato, polimorfo, pronto alla infinita malleabilità. Al dominio della moda.

Io non vedrò questo mondo, e ne sono lieto. Mi auguro non lo veda neppure mio figlio (e nessuno in genere).


Ma intanto non ci siamo. E oggi, mi spiace, ma l’uomo non è il male, la donna non è il bene. Siamo tutti fatti di fango e tutti possiamo elevarci. Abbiamo tutti cura della vita, alla quale apparteniamo. Non è femminile far crescere e non è maschile uccidere. Come sappiamo da innumerevoli esempi le donne, se utile e necessario, sanno uccidere benissimo (magari diversamente). Se giustamente tanta letteratura femminista attacca ed accusa il suprematismo maschile, se teme atteggiamenti antitetico-polari di maschi che si immaginano dominanti e si scoprono pari, tuttavia questi passaggi (e la fuorviante e sfocata concettualmente ed operativamente distinzione tra “produzione” e “riproduzione”) sembrano fare la medesima mossa. Sostituire un suprematismo con l’altro. 

Io sono un uomo. Non ho alcuna vergogna ad esserlo e non ritengo di avere nulla da scusare nell’esserlo. Non ho mai pensato, un solo minuto della mia vita, di essere superiore per questo. Come non ho pensato di essere superiore perché ho studiato più di altri (e meno di altri), non ho ritenuto di esserlo per la mia razza, per il luogo della mia nascita (Milano), per il luogo della mia crescita dopo l’infanzia (Napoli), per i soldi che ho (o non ho). Condivido la visione per la quale uomini e donne sono diversi, in alcune cose, e simili, in altre. Ma non quella che ci sia una supremazia morale intrinseca dell’uno sull’altra (o dell’altra sull’uno). 

Il problema, andando più in profondità, è che a partire, dalla distinzione fallace tra “produzione” e “riproduzione” (derivante nella cultura marxiana dall’ordine del discorso, espositivo, tenuto nel “Il Capitale” e dal carattere incompiuto dell’opera, e non da una effettiva distinzione essenziale (8)), e dall’attribuzione della centralità di questa “al capitalismo” (casomai, come scritto prima, è una centralità del “realizzo” della merce come capitale, esasperato nella fase finanziaria di questo), deriva un movimento di pensiero, il vero e proprio teorema fondativo, per il quale se il capitalismo si concentra sulla produzione, e il settore della riproduzione è altra cosa (e femminile), allora il capitalismo è maschilista. Non è vera la premessa maggiore (casomai il capitalismo è riproduzione ed accumulo del valore attraverso la produzione di merci e il loro realizzo) e non è vera la premessa minore (la riproduzione non è femminile, nel senso dato ed allargato, unico pertinente), dunque non è dimostrata la conclusione.


Bisogna chiarirsi. Tra amici è necessario. Io credo che la frase di Chiara “oggi il focus economico e sociale è rivolto principalmente alla produzione, che è tipico del capitalismo ed è un approccio essenzialmente maschile”, sia imprecisa e a rigore falsa. Il focus economico nella nostra società è rivolto piuttosto alla valorizzazione del capitale (non necessariamente tramite la produzione di merci) e la produzione non è tipica del capitalismo. Infine, tutto ciò non è essenzialmente maschile, ma ha a che fare con la centralità del denaro. Al contempo, però, è vero che “il settore della riproduzione” (es. istruzione, cure ospedaliere, assistenza agli anziani ed ai bambini, ai disabili) è “visto come antieconomico”, e tollerato al minimo necessario per la tenuta sociale. Come è fondata la critica allo spreco implicato nella creazione di merci per la valorizzazione del capitale e non per la propria funzione di uso ed utilità sociale. Questa è una classica critica marxiana e la condivido (9). Ed è corretto che quando nominiamo “socialismo” essenzialmente intendiamo un modo di produzione ed una creazione di valore che pone in questione socialmente, e discute democraticamente, di cosa, perché e come produrre. Di cosa, come e perché qualcosa si possa scambiare nei mercati. Di cosa, come e perché esiste l’uomo e la società che questo forma. Di cosa sia il valore.

Tuttavia la produzione, come la circolazione, è sempre necessariamente in relazione diretta con la riproduzione alla scala sociale. È questa relazione che va posta in questione e con essa i ruoli sociali che crea e determina. 


La soluzione che al termine Chiara propone (come alcune parti del femminismo radicale, talvolta in chiave espressamente anticapitalista) è semplice: che lo Stato dia a tutti e tutte coloro che si occupano della maternità (e paternità) e del lavoro domestico un salario incondizionato. Ciò si traduce, evidentemente, nella liberazione dal lavoro come necessità (infatti nelle posizioni più coerenti questa idea si lega con il rifiuto del lavoro ed una “società dei commons” (10)), e va in frizione con la proposta della stessa Chiara, in molte sedi rilanciata, del “lavoro di prima istanza”. Infatti, nelle ultime frasi le due prospettive si affastellano un poco.

È chiaro che si tratta di un nodo complesso. Era il punto nel quale la Davis nei primi anni ottanta prendeva la strada non del salario per il lavoro domestico (che criticava in quanto a bassa produttività), bensì della fornitura pubblica ed a maggior livello di produttività dello stesso (cosa che implicherebbe la fornitura pubblica di servizi per la prima infanzia, di sostegno fiscale, di forme di cooperazione assistita dallo stato per i lavori domestici, lavanderie pubbliche, e via dicendo). La stessa Chiara ne fa cenno quando, dopo il programma massimo, individua intanto una strada di potenziamento dei servizi collettivi che possono alleviare (e di molto) il lavoro di cura, da chiunque svolto.


Dunque io piuttosto direi, per concludere e lavorare sul programma maggiore: immaginiamo un ‘lavoro di prima istanza’ per tutti e tutte, al contempo, perché questo non introduca forme di sovrasfruttamento, fornitura di beni pubblici e sostegno multisettoriale per alleviare il lavoro di cura per tutti e tutte. Insomma, piena eguaglianza e reciproco rispetto. 

Poi ognuno faccia ciò che ritiene per sé più adeguato e aiuti la società secondo le proprie capacità.


Note


(1) Oggetto di un capitolo molto specifico e molto chiaro nel libro di Andrea Zhok, “Critica della ragione liberale”, Meltemi 2020. Nella sezione “Regimi della ragione liberale”, che analizza i ‘regimi di ragione’ ovvero il sistema di motivazioni e giustificazioni che definisce il tipo di opposizioni che si prendono in considerazione per fare forma alle pratiche, dopo aver analizzato il naturalismo obiettivista e il postmodernismo filosofico che indica una operazione di richiusura nel privato, inquadra il diritto naturale soggettivo come snodo essenziale della ragione liberale. È a partire da questa logica che l’individualismo metodologico liberale si trasferisce nella prevalenza della logica rivendicazionista e in una forma sui generis di lotta di mercato (per far affermare il proprio ‘diritto’). Questa predominanza del ‘rivendicazionismo’ inaugura una strutturale manipolabilità ed una tendenza alla “liquefazione sociale” di cui è espressione anche il femminismo della ‘seconda ondata’. Nella ricostruzione di Zhok il dimorfismo sessuale di specie per la gran parte della storia dell’umanità conosciuta non ha determinato una qualche forma rivendicabile di oppressione di genere, piuttosto una complementarietà funzionale. L’insorgenza di società stanziali e organizzate avrebbe mutato questa predisposizione inaugurale da una specializzazione sull’asse interno/esterno ad una privato/pubblico, nel quale, però, non è legittimo leggere ‘oppressione’ in quanto questa etichetta è generata dalla proiezione delle nostre categorie e sistema di valori. Specificamente dalla costruzione illuminista delle idee di ‘parità’ ed ‘eguaglianza’ (un concetto simile anche in Honneth, “Capitalismo e riconoscimento”, Firenze University Press, 2010, p.80). La nozione di giustizia antica è fondata sul dare il giusto ad ognuno secondo la sua natura. Come ricorda anche Silvia Federici (cfr. “Origini e sviluppo del lavoro sessuale negli Stati Uniti e in Gran Bretagna”, in “Genere e capitale”, Derive ed Approdi, 2020) è la rivoluzione industriale, con l’espulsione del lavoro produttivo e la sua concentrazione nella fabbrica, a creare la divisione del lavoro che conosciamo, o meglio che si afferma nell’età vittoriana. Rimesso nei suoi termini il ‘torto storico’, e facendo uso della ‘logocentrica’ analisi strutturale, le ‘politiche dell’identità’ ed i movimenti di ‘separatismo femminile’ sono visti come parte della tendenza liberale alla frammentazione sociale, via sacralizzazione della ‘vittima’. 


(2) Un femminismo che “presenta una forma di emancipazione femminile distorta e competitiva, felicemente all’interno del sistema capitalistico e per il raggiungimento del successo sociale ed economico secondo i valori di mercato”.


(3) Sul quale ho scritto un lungo post, “Pochi appunti sul femminismo della differenza”. In esso sostengo che sul piano storico e della provenienza delle idee il ‘femminismo della differenza’ (che, certo, è altamente differenziato al suo interno e si può solo qui riportare idealtipicamente), muovendo dal contesto della ‘controcultura’ degli anni sessanta e dalle università americane, sia fondato sulla pretesa di individuare un dimorfismo ontologico su base naturalistica per evidenza più fondamentale, o radicale, delle divisioni di classe all’epoca oggetto della critica radicale. Il contesto culturale degli studi linguistici e strutturalisti (e, poco dopo, della penetrazione del post-strutturalismo), favorisce quindi una critica con toni estetici radicali che identifica l’esteriorità del conflitto “tra i sessi” come prioritario sul conflitto “di classe”. È uno spostamento decisivo di bersaglio: invece del capitalismo viene scelto, nel contesto giova ricordarlo del welfare compiuto e di una società affluente, come bersaglio il livello più ‘profondo’ della differenza sessuale. In alcune versioni si scivola verso la costruzione di una femminilità idealizzata, materna, e quindi per definizione non violenta, armonica, naturale. In questa teologia e cristologia trasposta il maschile prende il posto del diavolo. E quindi si veste del simmetrico male, anche esso naturale e quindi ineliminabile: violento sin nelle sue manifestazioni più essenziali, gerarchico, entropico. La costruzione concettuale del “patriarcato”, e la denuncia del “fallologocentrismo” come elemento essenziale ed ineliminabile di ogni cultura umana conosciuta (in particolare scritta) e di ogni forma di organizzazione sociale, induce la duplice mossa del ‘separatismo’ (seguendo il mito della ‘sorellanza’) e della ritirata dal pubblico-politico (in favore di un privato-politico che inconsapevolmente copiaincolla la classica divisione storica premoderna dei ruoli). Tutto questo avviene, giova ricordarlo, in un clima di scoraggiamento e riflusso seguito alla perdita di spinta egemonica, e poi al crollo, del ‘mondo nuovo’ socialista. Emerge quindi la lotta sull’ordine simbolico (Muraro) che rinuncia alla critica diretta dei rapporti sociali, immaginando che la liberazione di tutti emerga come effetto spontaneo dall’azione individuale per l’affermazione femminile (un’idea straordinariamente simile a quella della ‘mano invisibile’). 


(4) Si veda, ad esempio, Adriana Cavarero, Franco Restaino, “Le filosofie femministe”, Bruno Mondadori, 2002. Ed, ovviamente, i testi di Luce Irigaray a partire da “Speculum”, 1974 (trad.it. Feltrinelli, 1975), e “L’etica della differenza sessuale”, Feltrinelli 1985. 


(5) Si tratta di considerazioni a volo d’uccello (o proprio dal satellite), tuttavia nelle società nelle quali predomina il modo di produzione schiavista la distinzione essenziale è questa, nel campo dei liberi la società si divide in dominus e clientes (che non è solo, né principalmente, una divisione identificabile con il senno di poi come ‘economica’), e nei due sottocampi il posto dei maschi e delle femmine si articola sull’asse privato/pubblico, con eccezioni. Per cui gli schiavi lavorano tutti senza distinzioni, anche nei servizi sessuali, i liberi poveri -o clientes- sono variamente coinvolti in attività produttive, i domines coordinano gli uni e gli altri. E lo fanno sia i maschi, sia le femmine. Leggere i rapporti di dominazione con gli occhi post-illuministi contemporanei potrebbe essere fuorviante. Ed usare categorie come ‘falsa coscienza’ altamente problematico. Nelle società in cui predomina il modo di produzione feudale il campo degli schiavi si allarga ed assottiglia al contempo (subentrando altre figure giuridiche dominanti) e la divisione dominus/clientes organizza in profondità, su linee molto più articolate l’intera società. In esse ognuno ha il suo posto che corrisponde alla forma del cosmo. Tutto è organizzato da una ‘grande catena dell’essere’ la quale dai contemporanei non è vissuta come oppressiva, bensì naturale. Uno dei problemi più seri della letteratura critica in oggetto è che proietta imperialisticamente la forma di vita occidentale e contemporanea nello spazio e nel tempo. Giudicando il mondo esclusivamente a partire dal proprio metro.


(6) Angela Davis, “Donne, razza e classe”, Alegre, 2018.


(7) Per come scrive si tratta di un “approccio femminile”, anche se talvolta può essere praticato anche dai maschi.


(8) Questa è una questione di esegesi del testo davvero complessa, sulla quale tornerà nella lettura del testo di Silvia Federici, “Genere e capitale”, op.cit., ma per ora si può dire sinteticamente che non si può produrre senza riprodurre i fattori che in essa vengono consumati. Almeno non si può senza provocare una progressiva distruzione di questi, e, a medio termine, la stessa impossibilità di continuare la produzione. Certo, una ricorrente logica malthusiana ricorda sempre a questo punto che il mondo è ‘finito’ e che quindi, per definizione, la crescita costante e lineare della capacità umana di estrarre dalla “madre terra” i suoi frutti andrà incontro all’esaurimento. Non intendo controbattere questo argomento (se pure da articolare meglio, data la capacità dell’ingegno umano di aggirare quando necessario i suoi vincoli), ma se pure si può individuare una certa tendenza alla “crisi della cura” (titolo di un libricino di Nancy Fraser) il punto limitato che qui si pone è solo che produzione e riproduzione sono internamente connessi ed inseparabili. Questa non è una critica del marxismo, ma una sua applicazione. Non possono dunque essere concepiti come settori contrapposti e, tanto meno, armati gli uni contro gli altri.


(9) Nel mio “Dipendenza” (Meltemi 2020), nel primo capitolo è riportato in proposito il pensiero dell’economista marxista Paul Baran.


(10) Ad es. Silvia Federici, op. cit. In particolare “Femminismo, riproduzione e funzione della tecnica”, p. 88, e “Dal comunismo ai commons, una proposta comunista”, p.97.



domenica 13 giugno 2021

 LA GUERRA FREDDA CONTRO LA CINA

OVVERO L'AUTOGOL DELL'OCCIDENTE 



Mentre scrivo queste pagine, il neo presidente Biden viaggia per il mondo nel tentativo di costruire un fronte euroatlantico in funzione anticinese e antirussa, ovviamente sotto egemonia statunitense. Un progetto che costerebbe caro agli alleati europei (per i quali uno sganciamento dalla partnership economica con la Cina comporterebbe effetti catastrofici), per cui è prevedibile che raccoglierà molti consensi sul piano formale assai meno sul piano sostanziale. Ancor più irrealistico appare l’obiettivo di rompere il legame fra Cina e Russia, convincendo la seconda a schierarsi con l’Occidente, soprattutto perché fondato non su aperture e concessioni, bensì su continue provocazioni politico-militari – vedi Ucraina e Bielorussia – e sanzioni economiche (con il risultato che per la Russia l’alternativa obbligata diventa quella fra capitolazione e ulteriore avvicinamento alla Cina). Pura stupidità,  sopravalutazione delle proprie forze, sottovalutazione di quelle degli avversari? Probabilmente un mix di questi fattori, ma soprattutto c’è l’ottusa ripetizione di vecchie strategie inadeguate al nuovo contesto mondiale, così come c’è una chiara incomprensione della logica di un competitor – la Cina – assai diverso dall’Urss, il rivale sconfitto qualche decennio fa. A tale proposito, per chi volesse dotarsi di un minimo di conoscenze attendibili – al posto dell’indigeribile paccottiglia che ci viene quotidianamente propinata dai media di regime, con la complicità di non pochi intellettuali “di sinistra” – su cosa è la Cina di oggi, è consigliabile la lettura de La via cinese. Sfida per un futuro condiviso, di Fabio Massimo Parenti, professore associato alla China Foreign Affairs di Pechino e docente al Lorenzo de Medici, The Italian International Institute di Firenze (il libro è appena uscito da Meltemi). Qui di seguito anticipo alcuni argomenti di questo lavoro. 

Il volume è introdotto da un breve testo di Shaun Rein, amministratore delegato del China Market Research Group, che evidenzia i principali errori (errori che si trasformano in fatti nella testa dei cittadini disinformati) che circolano in Occidente sulla Cina, concentrandosi in particolare su tre cliché: 1) i cinesi non sostengono il loro governo o, se lo sostengono, vuol dire che hanno subito il lavaggio del cervello. Si tratta palesemente di un punto di vista razzista, commenta Rein, secondo il quale il cinese medio sarebbe un idiota incapace di giudicare l’operato dei propri leader, dopodiché aggiunge che, al contrario, i cinesi manifestano un alto livello di consenso nei confronti del regime perché consapevoli di quanto quest’ultimo abbia migliorato le loro condizioni, e di come si sia preso cura di loro nel corso della pandemia, il che li riempie di orgoglio e di patriottismo; 2) la Cina non innova, si limita a copiare le idee altrui. A smentire questo luogo comune basterebbe il semplice fatto che i maggiori brand cinesi sono oggi all’avanguardia nell’innovazione. Non solo: a consolidare ulteriormente il loro primato, argomenta Rein, contribuiscono paradossalmente quelle sanzioni occidentali che le inducono a concentrarsi sull’innovazione interna e sull’autosufficienza nella catena delle forniture tecnologiche, spingendole a estendere le proprie competenze in campi sempre nuovi; 3) l’abilità tecnologica cinese è molto indietro rispetto a quella occidentale. Questa suona ormai come un’illusione autoconsolatoria per un Occidente che, negli ultimi decenni, avendo imboccato la via della finanziarizzazione, ha progressivamente ridotto gli investimenti in ricerca, mentre la Cina moltiplicava di vari ordini di grandezza gli investimenti strategici a lungo termine in  settori come la medicina, i trasporti, la logistica, l’intelligenza artificiale, i veicoli elettrici, ecc.  Passando al testo di Parenti, mi concentrerò su tre temi: le peculiarità storico culturali della società cinese e del sistema politico che le incarna; qual è il reale significato della Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative, d’ora in avanti indicata come BRI); le differenze fra la visione occidentale e visione cinese del processo di globalizzazione.    


Sulle nostre incomprensioni. 

La nostra incapacità di capire la Cina si riflette nelle risposte apodittiche e diametralmente opposte (1) che tendiamo a dare all’interrogativo se questo Paese sia da considerare socialista o capitalista (sia pure con modalità sui generis). In effetti è l’interrogativo stesso a essere mal posto o addirittura privo di senso, se avulso dalla conoscenza di una civiltà millenaria che, benché abbia subito un rapido e radicale processo di modernizzazione economica, politica e sociale, resta ancorato a un retroterra filosofico – l’etica confuciana – che ne ha determinato e continua a determinarne l’evoluzione non meno del marxismo (che, contrariamente a quanto sostenuto da molti intellettuali di sinistra (2), è ancora l’ideologia ufficiale dello stato-partito cinese). Al pari di altri autori (3) che, come lui, conoscono bene la realtà politica e sociale cinese dall’interno, Parenti mette in luce alcune delle conseguenze più significative di tale retaggio confuciano, sia nei confronti dell’etica pubblica che dello stesso assetto istituzionale del Paese. Per quanto riguarda il primo aspetto, sostiene, va ricordata la grande importanza che il confucianesimo attribuisce ai legami familiari e all’armonia sociale, assieme alla centralità degli interessi collettivi rispetto agli interessi individuali e di gruppo, tutti fattori che hanno contribuito alla facile accoglienza e al rafforzamento dei principi comunitari del marxismo. Quanto all’apparato istituzionale, è del tutto sbagliato vedere nello stato e nel partito cinesi una sorta di replica del modello sovietico. In primo luogo, perché la mentalità cinese è fortemente pragmatica, per cui rifugge dall’adesione a modelli astratti (“se c’è un  modello cinese, scrive Parenti, consiste nella volontà di sperimentare differenti modelli”). Secondariamente, perché, anche in questo caso, fa valere le sue ragioni un’antichissima tradizione che considera la netta separazione di ruoli fra governati e governanti come una virtù e non come un vizio, ma soprattutto perché, a fronte di tale separazione, la totale e sollecita risposta dei primi nei confronti dei bisogni e delle esigenze dei secondi è considerata un imprescindibile obbligo morale, per cui chi sgarra nei confronti di tale obbligo è passibile di dure sanzioni (solo nell’anno scorso – cioè nel 2020 – , ricorda Parenti, sono stati sanzionati 7000 dirigenti statali e politici per avere mancato al proprio dovere). 

Quanto appena asserito ci porta a sfatare un quarto luogo comune, da aggiungere ai tre contestati in precedenza, vale a dire quello secondo cui il regime cinese sarebbe totalitario e il suo sistema politico non comporterebbe alcun tipo di partecipazione democratica al processo decisionale. In primo luogo, va ricordato che, a partire dagli anni Ottanta, centinaia di milioni di cittadini cinesi partecipano alle elezioni di villaggio, basate sul suffragio universale e alle quali possono liberamente partecipare candidati indipendenti. Ai livelli superiori, dalle amministrazioni cittadine e provinciali a quelle centrali, vigono invece tre tipi di democrazia che Parenti definisce, rispettivamente, democrazia a posteriori, meritocrazia politica verticale e democrazia consultiva. 

La democrazia liberale di tipo rappresentativo è una democrazia procedurale che seleziona “a monte” – attraverso il voto – i rappresentati del popolo ma che, per varie ragioni (sulle quali Parenti non si sofferma, mentre vengono approfondite in un lavoro di Daniel Bell (4), un altro intellettuale che vive da tempo in Cina) non assicura – come testimonia la crescente sfiducia dei cittadini occidentali nei confronti dei rispettivi regimi politici – la democraticità delle politiche a “valle” del processo elettorale. Democrazia a posteriori significa che i rappresentanti del popolo in Cina vengono selezionati con altri metodi, vale a dire attraverso una rigorosa valutazione delle loro esperienze e prestazioni pregresse, prestazioni che vengono misurate in termini di soddisfacimento dei bisogni delle masse, di riduzione dei tassi di povertà e inquinamento ambientale, ecc.  La valutazione non arriva solo dai gradi superiori della gerarchia, ma anche dal basso, attraverso canali spontanei e informali che vanno dalle manifestazioni di protesta al tamtam delle denunce e delle rivendicazioni attraverso le piattaforme di microblogging. Ironicamente, questi fenomeni vengono presentati dai media occidentali come sintomi dell’esistenza di una consistente massa di dissidenti e cittadini insoddisfatti, laddove, spiega Parenti, il regime li considera strumenti preziosi per misurare il tasso di soddisfazione o insoddisfazione popolare e procedere alle eventuali, opportune rettifiche di indirizzo politico. 

La piramide gerarchica che viene costruita per mettere in atto questa democrazia a posteriori, si basa sul principio di “meritocrazia politica verticale” (5), cioè su un sistema di durissime selezioni per scegliere funzionari statali, dirigenti politici e quadri di partito (a partire dalla decisione se accogliere o meno le domande di iscrizione che pervengono alle cellule di base). Una volta ammessi alla carriera politica o amministrativa (spesso strettamente intrecciate se non coincidenti) si sale solo se si fa bene (applicando i criteri e i metodi di valutazione illustrati poco sopra). Gli organi di partito sono il Congresso Nazionale (ogni cinque anni) la Commissione Centrale, il Politburo e il Comitato Permanente del Politburo, composti, rispettivamente di 370, 25 e 7 membri selezionati sulla base dell’anzianità (6). Il vertice statale coincide con il Consiglio di Stato (cui partecipano i ministeri chiave) mentre l’organo legislativo è il Congresso Nazionale del Popolo (anche questo in carica per cinque anni) che conta circa 3000 delegati e del quale fanno parte, a ulteriore smentita della natura monolitica e totalitaria del regime, 800 delegati degli altri otto partiti ammessi dalla costituzione e 500 delegati indipendenti, oltre a rappresentanti delle minoranze etniche.  

Infine esiste un importante organo di democrazia consultiva, la Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese (CCPPC) in cui siedono rappresentanti di varie componenti della società civile (imprenditori, giornalisti, ricercatori, scienziati, ecc.) che hanno il compito di elaborare analisi e fare proposte per le autorità dello stato-partito: “Da qui discendono, scrive Parenti, i piani di sperimentazione di nuove politiche, esperimenti pilota, correzioni delle politiche vigenti, nonché lo sviluppo di strategie di lungo termine e, in generale, i processi di pianificazione”. Se a questa complessa e articolata struttura aggiungiamo gli ampi margini di autonomia di cui godono le amministrazioni locali, è evidente che non ci troviamo di fronte a un rigido e immodificabile apparato burocratico (7), caratteristico dei regimi totalitari, bensì a un sistema articolato e flessibile in cui le interazioni scorrono sia dall’alto verso il basso che dal basso verso l’alto (e anche in senso trasversale, in quanto si tende a favorire lo scambio e la diffusione delle migliori pratiche). 


L'Assemblea Nazionale del Popolo 



Un’altra idea di globalizzazione 

Nel tratteggiare le differenze fra globalizzazione neoliberale e globalizzazione a trazione cinese, Parenti richiama sinteticamente l’ampio patrimonio di contributi marxisti all’analisi del fenomeno, a partire dagli effetti generati dalla prima a partire dalla controrivoluzione neoliberale e  monetarista degli anni Ottanta (rapido e drammatico aumento delle disuguaglianze, processi di destabilizzazione economica, politica e sociale). In particolare, sulla scia di autori come Samir Amin (8), mette in luce come, esauritasi la fase della colonizzazione diretta, Stati Uniti ed Europa, abbiano messo in atto nuove forme di oppressione e sfruttamento attraverso la loro supremazia tecnologica, militare e finanziaria. L’intera politica degli “aiuti” occidentali è apparsa finalizzata a mantenere i Paesi del Terzo mondo in una condizione di dipendenza (9) obbligandoli a seguire precise politiche (liberalizzazione dei mercati, privatizzazione dei servizi pubblici e strategici, ecc.) in cambio dei prestiti ricevuti (10).

A conferma del fatto che la globalizzazione neoliberale non è stata un fenomeno “oggettivo” frutto di presunte “leggi” economiche, bensì un lucido progetto egemonico occidentale trainato dagli Stati Uniti, Parenti cita il fatto che, partire dai primi anni del 2000,  cioè ancor prima che la lunga crisi iniziata nel 2008 e proseguita con la pandemia innescasse processi di controtendenza, le élite politiche occidentali avevano già cominciato a teorizzare la necessità di invertire il processo di globalizzazione, nella misura in cui si erano rese conto del fatto che alcuni Paesi emergenti (i cosiddetti BRICS) rischiavano di trarne eccessivo vantaggio e di diventare pericolosi competitor. Così il NIC (National Intelligence Council), in un rapporto del 2004, sosteneva appunto la necessità di un rallentamento del processo per penalizzare questi scomodi commensali che si erano uniti al banchetto del sistema economico globale.

Quando Xi Jinping, in un famoso discorso al Forum di Davos di qualche anno fa, sostenne viceversa le ragioni di un rilancio del processo d’integrazione dell’economia mondiale, furono in molti a vedervi una conferma dell’esistenza di un progetto egemonico “simmetrico” – altrettanto imperialista e neo coloniale – rispetto a quello occidentale. In particolare, si è insistito sul fatto che gli aiuti cinesi funzionano come una “polpetta avvelenata” che ha lo scopo di intrappolare i Paesi che li accettano nella “trappola del debito” (cioè di replicare una strategia che le potenze occidentali applicano sistematicamente da decenni!) e di condizionarne in questo modo le scelte politiche nazionali e internazionali. 

A questa ed altre accuse replica in una “Appendice” al libro (intitolata Come la Cina sta costruendo un modello non imperialista dello sviluppo internazionale) Michael Dunford, visiting professor presso l’Accademia delle Scienze di Pechino, il quale scrive che, se gli aiuti cinesi sono per certi versi simili a quelli occidentali, gli obiettivi, i principi e le pratiche differiscono molto. Gli aiuti cinesi si basano infatti sui cinque principi della convivenza pacifica (non interferenza, non imposizione, non uso della forza, cooperazione vantaggiosa per tutti, uguaglianza fra i Paesi), rispettando “il desiderio dei Paesi che sono stati vittime dell’imperialismo e del dominio coloniale e semicoloniale di vedere rispettata la loro sovranità e integrità territoriale, di essere trattati da pari a pari e di non subire interferenze nei loro affari interni”. Infine non è vero che impongano condizioni capestro ai Paesi debitori: la Cina fornisce trasferimenti, prestiti senza interessi, “capitale paziente” (a lungo termine)  e assistenza agevolata attraverso una serie di istituzioni finanziarie ad hoc.  Parenti ribadisce questa tesi scrivendo che la Cina si è agganciata alla globalizzazione neoliberale con modalità sui generis, preservando la propria indipendenza e autonomia politica e promuovendo nuove forme di internazionalizzazione, una modalità alternativa di proiezione internazionale che si fonda appunto su nuove istituzioni internazionali e meccanismi di cooperazione in varie aree del mondo, né comporta una massiccia proiezione militare e l’attivazione un sistema creditizio soffocante. È proprio questa modalità diversa, ed autonoma anche sul piano amministrativo oltre che politico, rispetto alle istituzioni della globalizzazione neoliberale che provoca le dure reazioni di Stati Uniti ed Europa, reazioni che si sono intensificate da quando la Cina ha lanciato il progetto della nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative), del quale andiamo ora a occuparci. 


Xi Jinping a Davos 



Gli equivoci sulla BRI 

La BRI è il più chiaro esempio dello stile cinese di proiezione internazionale che abbiamo appena descritto. La definizione di Nuova Via della Seta, con il suo corteggio di riferimenti storici agli scambi fra gli antichi imperi romano e cinese e ai successivi sviluppi, come il leggendario viaggio di Marco Polo, sono certamente suggestivi (al loro immaginario si sono recentemente inspirati decine di libri e anche qualche film, fra cui alcuni colossal prodotti dagli stessi cinesi) ma possono risultare depistanti. La BRI è un’iniziativa (Parenti spiega che si è preferito questo termine a strategia per sottolinearne lo spirito di apertura, laddove parole come progetto e strategia evocano piani e obiettivi ben definiti) di dimensioni colossali (sono previsti investimenti pari a un trilione di dollari) ed estremamente articolata e complessa. In pratica si tratta di avvolgere l’intera Eurasia, dalla Cina al Mediterraneo, oltre al continente africano, con una fitta rete di linee ferroviarie, rotte navali, cavi in fibra ottica, da supportare con nuove installazioni aeroportuali, nodi stradali,  stazioni ferroviarie, ecc.

Questa priorità accordata agli investimenti infrastrutturali è un'altra delle caratteristiche che distinguono la globalizzazione in stile cinese da quella occidentale, prevalentemente di natura finanziaria. Si tratta di una scelta non causale perché, come scrive Parenti, la Cina tende così a esportare un modello di sviluppo economico fondato sulla interconnettività che ha già dimostrato la sua efficienza sul piano nazionale. Alle prese con gli squilibri fra macroregioni generati dai tumultuosi ritmi di crescita innescati dalle zone speciali (situate soprattutto nelle aree costiere) che si erano lasciati indietro le aree interne del Paese, oltre che con la povertà di alcune province. penalizzate da caratteristiche geografiche che tendevano a marginalizzarle, i governi degli ultimi decenni hanno messo in atto strategie di investimenti infrastrutturali che hanno consentito a chi era rimasto indietro di recuperare il proprio ritardo. Quindi la Cina, ancor prima che fosse lanciata la BRI, ha proposto lo stesso modello in Africa, dove ha promosso la costruzione di nuove tratte ferroviarie  che hanno favorito la nascita di mercati regionali che prima non esistevano (le potenze occidentali si erano ben guardate di fare altrettanto, perché il loro obiettivo non era favorire lo sviluppo dei Paesi africani bensì mantenerli in una situazione di sottosviluppo che permetteva di continuare a sfruttarli). 

Come chiarito nel precedente paragrafo, questo tipo di interventi è stato bene accolto dai Paesi interessati 1) perché inspirati da un principio di partnership inclusiva e non coercitiva (non sono stati imposti vincoli politici di sorta alla sovranità e all’autonomia dei Paesi destinatari); 2) perché hanno generato un aumento delle interconnessioni fra regioni diverse del continente, collegando fra loro spazi che erano rimasti disconnessi e marginalizzati, favorendone in questo modo lo sviluppo. Ciò detto è chiaro che tutto questo non è frutto di puro spirito di solidarietà: la Cina in questo modo si assicura un duplice vantaggio: da un lato, favorire lo sviluppo dei Paesi post coloniali vuol dire assicurarsi nuovi mercati di sbocco per i propri prodotti, dall’altro in questo modo guadagna punti rispetto all’Occidente sul piano del soft power. Tuttavia, argomenta Parenti, concentrarsi su quest’ultimo aspetto, assimilando la BRI a una sorta di Piano Marshall cinese, concepito principalmente, se non esclusivamente, con l’obiettivo di contrapporsi ai competitor geopolitici, è profondamente sbagliato perché proietta sulla Cina la logica egemonica tipica degli Stati Uniti e dei suoi partner occidentali. Viceversa la Cina, come già sosteneva Giovanni Arrighi qualche anno fa (11) non aspira a sostituire gli stati Uniti nel ruolo di nuovo egemone globale, ma mira piuttosto a favorire la nascita di un nuovo ordine multipolare più equo ed equilibrato di quello attuale. 





Naturalmente nemmeno quest’ultimo obiettivo è accettabile per una superpotenza come gli Stati Uniti che, dopo il crollo dell’Urss, si era illusa di poter assumere il controllo totale e incontrastato del mondo. Ed è per questo che, a mano a mano che questa illusione si è dimostrata impraticabile (non solo per la crescita della Cina ma anche per l’emergere di nuove potenze regionali come la Russia, l’Iran e la Turchia e per lo scoppio di una serie di rivoluzioni in America Latina), la politica americana si è fatta sempre più aggressiva, scatenando una serie di guerre “umanitarie” locali (giustificate con l’obiettivo di “esportare” la democrazia e i diritti umani nei Paesi che non si allineano ai diktat di Washington). Così, dopo avere assistito all’inasprimento della relazioni Usa-Cina sotto Trump, vediamo oggi che il neo presidente Biden minaccia di generare livelli di tensione ancora più elevati (come sottolinea Parenti, siamo passati dallo slogan America First di Trump a quello, assai più preoccupante, America is Back, Ready to Lead the World, di Biden). Anche nella nuova guerra fredda contro la Cina la propaganda americana fa leva soprattutto sull’argomento delle presunte violazioni dei diritti umani, parlando addirittura di genocidio ai danni della popolazioni uigure dello Xinjiang. Ironicamente, queste accuse – oltre che prive di qualsiasi prova documentale - ignorano il fatto che, in quella regione, la Cina ha combattuto e vinto la lotta contro quello stesso terrorismo di matrice islamica che abbiamo sperimentato in Occidente, ma per gli Stati Uniti quegli stessi terroristi che il governo americano ha imprigionato in condizioni disumane a Guantánamo, in Cina si trasformano magicamente in combattenti per la libertà (per inciso gli Usa finanziano l’East Turkestan Islamic Movement, una formazione affiliata all’Isis che opera nello Xinjiang).  

Non meno pretestuosa (e smentita dall’OMS oltre che da numerosi scienziati occidentali) l’accusa secondo cui l’epidemia del Covid 19 sarebbe stata provocata da un virus sfuggito da un centro di ricerca di Wuhan. Posto che le autorità provinciali cinesi hanno certamente commesso – come riconosciuto dallo stesso governo centrale – un errore di sottovalutazione iniziale del problema, il vero motivo per cui si è messa in piedi questa  campagna di disinformazione, è la necessità di distogliere l’attenzione dalla disastrosa gestione occidentale (in particolare negli Stati Uniti) della pandemia, costata milioni di morti, laddove la Cina ha compiuto il miracolo di controllare in tempi rapidissimi una emergenza che poteva rivelarsi disastrosa in un Paese con un miliardo e mezzo di abitanti. Ma soprattutto occorre distogliere l’attenzione dagli indizi che proverebbero che il virus circolava in Spagna, Italia, Francia e Usa mesi prima della sua identificazione a Wuhan, mentre non mancano sospetti che a innescarlo possa essere stato un errore commesso in un centro di ricerca militare situato in Virginia (12). Oggi è difficile prevedere se questa politica provocatoria e aggressiva resterà sul terreno della guerra fredda o rischierà di provocare una vera e propria guerra, con conseguenze devastanti per l’intera popolazione mondiale, quel che è certo è che, come osserva Parenti, gli Stati Uniti stanno adottando la vecchia strategia che avevano usato contro l’Unione Sovietica contro un avversario nuovo e in un contesto economico, politico e sociale completamente mutato, il che finirà inevitabilmente per rivoltarglisi contro. Come già detto in apertura di articolo, ci troviamo di fronte a un mix di stupidità, sopravalutazione delle proprie forze e sottovalutazione di quelle dell’avversario. 

Note 

(1) Le posizioni più critiche parlano apertamente di restaurazione del capitalismo (Gaulard, 2014; Minqi Li, 2008) se non addirittura di neoliberismo dalle caratteristiche cinesi (come David Harvey, il quale però ha recentemente rettificato questa posizione); altri (come Samir Amin e Domenico Losurdo), usano il termine capitalismo di stato, ma aggiungono che il persistere del conflitto di classe all’interno del Paese fa sì che il suo futuro possa evolvere in diverse direzioni; altri ancora preferiscono ricorrere alla definizione di economia socialista di mercato o socialismo di mercato (Herrera – Long, 2019; Gabriele, 2020); un’autrice come Pun Ngai (2012, 2016) s’impegna soprattutto a documentare l’asprezza della condizione operaia cinese e delle conseguenti lotte di fabbrica; infine Arrighi (2008), autore di quello che è probabilmente il più approfondito studio teorico sull’enigma cinese, lo inquadra in una prospettiva di lungo periodo che prospetta una radicale ridefinizione degli equilibri economici e  geopolitici planetari nel XXI secolo.

(2) Sul legame fra le politiche del PCC e la teoria marxista cfr. Zhang Boyng, Il socialismo con caratteristiche cinesi. Perché funziona?, Marx Ventuno Edizioni, 2019. Vedi anche Andrea Catone (a cura di), La via cinese, Marx Ventuno edizioni 2015 e AAVV, Marx in Cina, Marx Ventuno Edizioni 2015. 

(3) Vedi, in particolare, D. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, Luiss, Roma 2019. 

(4) Bell (vedi nota precedente) sostiene che il sistema cinese è la più clamorosa smentita della tesi secondo cui la democrazia liberale di tipo occidentale è il sistema verso cui ogni Paese tende ad a evolvere “naturalmente”, a mano a mano che sviluppa un’economia di mercato e raggiunge diffusi livelli di benessere. Tutte le ricerche condotte sui cittadini non solo della Cina, ma anche di altre società asiatiche orientali, rivelano che queste persone non hanno affatto una idea “procedurale” di democrazia, alla quale, contrariamente a noi, non attribuiscono alcun valore, bensì un’idea sostanziale; si preoccupano cioè assai più delle conseguenze positive che un determinato sistema politico è in grado di produrre. Per il cinese comune, la democrazia non ha nulla a che fare con i “principi” e i “valori” della democrazia liberale, si riferisce piuttosto al grado di tutela e di sicurezza che lo stato e il partito sono in grado di garantire, al fatto se fanno o meno gli interessi della maggioranza del popolo, il che fa sì che il livello di legittimità del sistema politico cinese, grazie ai clamorosi miglioramenti in termini di lotta alla povertà e di accesso ai servizi sociali (educazione, sanità ecc.) descritti in precedenza, sia molto più alto di quello che i cittadini di molti Paesi occidentali riconoscono ai rispettivi governi. Del resto, aggiunge Bell, la contropropaganda del PCC nei confronti delle incessanti campagne occidentali sulle violazioni cinesi dei diritti civili e individuali, ha buon gioco dal momento che la crisi della governance nelle democrazie occidentali è sempre più grave ed evidente. Lo stesso ideale del suffragio universale, che aveva raggiunto connotazioni quasi religiose, comincia a subire un processo di desacralizzazione: a finire sotto tiro non è più solo quella “tirannide della maggioranza” che inquietava Alexis de Tocqueville, bensì il fatto che la maggioranza dei cittadini – come dimostrano le percentuali sempre più basse di partecipazione alle elezioni – percepiscono di non avere più alcun potere sul governo e che l’utilità del voto individuale è pari quasi a zero. Ma soprattutto il peso soverchiante delle élite e delle lobby economiche e finanziarie è ormai sotto gli occhi di tutti: infime minoranze sono in grado di esercitare un’enorme influenza sul processo politico, imponendo scelte che vanno a esclusivo beneficio dei propri interessi.


(5) Sempre Bell descrive così il concetto di meritocrazia politica verticale: come nell’antica Cina imperiale il sistema politico ha lo scopo di selezionare una élite attraverso esami e valutazioni delle prestazioni ai livelli di governo locali. La proverbiale durezza e competitività dei percorsi universitari è il primo ostacolo che devono affrontare sia i candidati alla carriera politica che a quella statale (due percorsi che si intrecciano fino a coincidere). Il passo successivo consiste nei non meno impegnativi esami per il pubblico impiego, dopodiché si può accedere ai livelli più bassi di governo, e ogni successiva promozione (senza escludere i rischi di retrocessione) dipende esclusivamente dalla qualità delle prestazioni realizzate (Bell annota come i criteri di valutazione abbiano subito variazioni nel tempo, in base agli obiettivi politici che il centro considera prioritari: nella prima fase delle riforme si è guardato soprattutto ai ritmi di crescita, successivamente sono subentrati altri criteri, come i livelli di consenso della cittadinanza, il miglioramento delle condizioni ambientali, ecc.). Infine, negli ultimi tempi, la formazione politica dei quadri del PCC prevede che trascorrano lunghi periodi in comunità rurali povere, una sorta di reminiscenza addolcita delle pratiche imposte nel periodo della Rivoluzione Culturale.


(6) Ancora Bell spiega come il fatto che ai vertici approdino puntualmente i quadri più anziani, non venga considerato negativo in quanto rispecchia il punto di vista confuciano, in base al quale,  qualità come l’autocoscienza, il senso del limite e l’empatia aumentano con l’esperienza di vita, per cui si presume che i leader politici più anziani abbiano imparato a vivere per la politica e non di politica. Tuttavia ricorda che, al tempo stesso, si tende a mandare in pensione chi supera i 70 anni, tenendo conto dell’inevitabile tendenza al calo fisico e mentale. 


(7) I principi di elasticità e flessibilità che inspirano le politiche cinesi in campo economico sarebbero, secondo alcuni autori (cfr. Herrera R., Long, Z., La Chine est-elle capitaliste?, Editions Critiques, Paris 2019) il motivo di fondo del successo di un modello che ha saputo evitare le rigidità del socialismo sovietico. 


(8) Cfr. Amin, S. L’implosion du capitalisme contemporain, Nouvelles Editions Numeriqués Africaines, Dakar 2014; vedi anche Classe et nation,  Nouvelles Editions Numeriqués Africaines, Dakar 2015. 


(9) Per il dibattito teorico in campo marxista sul concetto di dipendenza, cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020. 


(10) Come esempio significativo di queste pratiche occidentali Parenti cita il controllo neo coloniale della Francia sui Paesi dell’Africa occidentale, un controllo sia di tipo militare che finanziario (quest’ultimo sotto forma di emissione di valuta).  


(11) Cfr. G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2008. 


(12) Vedi la petizione all’OMS (lanciata dal sito Cumpanis e alla quale anche chi scrive ha aderito) perché si indaghi sul sito di Fort Detrick in Virginia:  https://www.facebook.com/cumpanisrivista/photos/a.102932748089522/316715023377959   




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