Lettori fissi

mercoledì 24 febbraio 2021


 

ESISTONO SCENARI ALTERNATIVI ALLO STATO DI COSE PRESENTE? DIECI AUTORI CERCANO DI RISPONDERE 

 

Qui di seguito anticipo la mia Introduzione al volume collettaneo "Dopo il neoliberalismo. Indagine collettiva sul futuro", che sarà in libreria il prossimo 11 marzo per i tipi di Meltemi.    

Introduzione

di Carlo Formenti

Il progetto di questo libro è nato nell’autunno del 2019 da uno scambio di idee fra Pierluigi Fagan, Piero Pagliani e il sottoscritto. Fagan ci ha segnalato La grande regressione, un volume collettaneo del 2017 a cura di Heinrich Geiselberger (pubblicato in italiano da Feltrinelli) che raccoglieva 14 interventi di vari autori (fra cui Arjun Appadurai, Zygmunt Bauman, Nancy Fraser, Bruno Latour e Slavoj Zizek) invitati a fare il punto sullo “stato del mondo” dopo le crisi che lo hanno investito dall’inizio del nuovo millennio. Per quanto interessante, questa rassegna ha un limite: tutti i contributi analizzano da diversi punti di vista la crisi, ma senza prospettare possibili vie d’uscita, quasi gli autori si limitassero a ripetere il detto di Gramsci che recita “il vecchio muore ma il nuovo non può ancora nascere”. Perciò ci siamo chiesti perché non compiere un passo ulteriore, immaginando possibili scenari alternativi allo stato di cose presente, senza scadere in sterili esercizi di futurologia. Dopodiché abbiamo iniziato a cercare interlocutori disposti a condividere il rischio dell’impresa.

Tradurre quella suggestione nel prodotto editoriale che avete in mano non è stato compito banale. La pandemia del Covid19 ha reso più complicato trovare compagni di avventura e distribuirci gli argomenti da affrontare, ma soprattutto ha rallentato lo scambio di idee e informazioni nel corso della stesura dei contributi, obbligandoci a interagire esclusivamente attraverso i canali virtuali. Devo dire che, anche considerati questi intralci, il risultato è andato aldilà delle mie previsioni, nel senso che, dai dieci scritti che vi apprestate a leggere, mi pare emerga un quadro abbastanza coerente delle tendenze di fondo che potrebbero caratterizzare i prossimi decenni. Ovviamente non mi azzardo a sostenere che qui troverete un’anticipazione veritiera e attendibile di ciò che ci aspetta. Prevedere il futuro è impresa al limite dell’impossibile e, visto che è difficile che chi ci prova non nutra – magari inconsapevolmente - idee precise in merito all’auspicabilità di certi sviluppi rispetto ad altri, è inevitabile che, per quanto ci si sforzi di restare nei limiti di un’analisi rigorosa della realtà e dei potenziali sviluppi che essa sembra contenere, non si potrà evitare di proiettare, in maggiore o minore misura, i propri desideri sull’oggetto dell‘indagine. 

Ciò premesso, non è un caso se questo volume trova collocazione nella collana “Visioni eretiche”, che chi scrive dirige da qualche anno per l’editore Meltemi. Non solo perché cinque degli “eretici” qui raccolti (Manolo Monereo, Onofrio Romano, Alessandro Visalli e Andrea Zhok, oltre al sottoscritto) vi hanno da poco pubblicato alcuni loro lavori, ma anche perché il pensiero degli altri cinque (Pierluigi Fagan, Carlo Galli, Piero Pagliani, Raffaele Sciortino e Alessandro Somma) non è meno lontano dal pensiero unico che da anni imperversa nelle aule universitarie, sui media e nelle élite politico-culturali del nostro come di altri Paesi occidentali. Il che non implica che i discorsi che troverete qui appartengano a un’unica area ideologica, né tanto meno che siano omologabili a un unico approccio teorico, metodologico o disciplinare. Anzi, è proprio perché sono espressione di punti di vista diversi (fra gli autori vi sono filosofi, sociologi, costituzionalisti, logici, politologi, dirigenti politici, esperti di geopolitica) che sorprende il relativo tasso di coerenza del quadro previsionale cui accennavo poco sopra. 

Prima di avere in mano tutti i manoscritti avevo immaginato – sulla base degli argomenti che mi erano stati anticipati - di distribuire il materiale in tre sezioni tematiche (socioeconomica, sociopolitica e geopolitica) ma, una volta che ho potuto disporre dell’intero pacchetto, mi sono reso conto che la maggior parte dei contributi avevano un approccio trasversale, per cui risultava difficile costringerli in quella griglia. Ho quindi preferito ordinare gli articoli in un’unica sequenza, seguendo l’ordine alfabetico degli autori. Per offrire una chiave di lettura unitaria dell’opera, questa Introduzione è stata costruita in modo da evidenziare i cinque fili rossi che, a mio parere, attraversano in diversa misura tutti i contributi: crisi della globalizzazione neoliberista; scenari geopolitici; impasse delle sinistre ed esaurimento dell’alternativa populista; verso un mondo post neoliberale; prospettive socialiste per il secolo XXI. Infine, nei passaggi in cui rilancio idee e concetti di uno o più autori, ne segnalo fra parentesi i nomi. In questo modo il lettore può scegliere a quali articoli dare la precedenza (è raro che si legga un volume collettaneo tutto di seguito, seguendo pedissequamente la sequenza dei testi).    

1. Crisi della globalizzazione neoliberista
Mi pare si possa affermare che nei vari articoli questo thread tematico viene affrontato da tre punti di vista: a) natura eminentemente politica del regime neoliberista, da analizzare come esito di un consapevole progetto di attacco capitalistico ai rapporti di forza delle classi subalterne; b) critica radicale dell’idea secondo cui il ruolo degli stati nazione sarebbe superato dalla internazionalizzazione dei flussi di capitali, merci e persone; c) incidenza della crisi pandemica su un processo di de globalizzazione già in atto.

a) il sistema neoliberale nato dalla rivoluzione conservatrice degli anni Ottanta è studiato per “affamare la bestia”, per ostacolare l’accesso delle classi subalterne a fonti di reddito garantite attraverso una serie di dispositivi di precarizzazione: i singoli devono essere obbligati a scegliere i propri fini e a procurarsi da soli le risorse per realizzarli, mentre ogni interferenza politica che impedisca o mitighi tale costrizione viene condannata come un abuso, una “deresponsabilizzazione” (Romano). L’intervento statale viene ammesso esclusivamente in casi di grave crisi finanziaria (o economico sanitaria: vedi pandemia in corso) e deve rigorosamente limitarsi ad agire come sostegno collaterale al funzionamento dei mercati competitivi (Zhok). Lo stato è chiamato a tradurre in leggi proprie le leggi del mercato e a utilizzare la concorrenza come strumento di direzione politica delle condotte umane (Somma). Qualsiasi scostamento dalla “normalità” capitalistica è percepito come destabilizzante, come una falla che apre la strada all’ideologia “statalista” rischiando di essere foriera di sviluppi socialisti. La costruzione europea svolge alla perfezione tale compito di sorveglianza/repressione di ogni tentativo di deviazione dalla normalità capitalistica,   spoliticizzando il mercato e neutralizzando il conflitto sociale. In questo senso, la Ue è la realizzazione del sogno di Hayek (1), che auspicava l’avvento di una federazione fra stati come strumento per abbattere tutti gli ostacoli alla libera circolazione dei fattori produttivi, sottraendo alle organizzazioni dei lavoratori il potere di controllare l’offerta dei loro servizi (Somma). Un sogno che certificava la consapevolezza, da parte di questo nume tutelare del pensiero liberale, del fatto che la dimensione nazionale sta alla base del conflitto di classe.

b) La dimensione nazionale non sta solo alla base del conflitto di classe, definisce anche quale posizione una certa sezione delle classi dominanti occupa nei confronti delle altre. Il capitale necessita infatti di quadri giuridici in cui muoversi, ma non è in grado di definirli autonomamente, tale compito spetta allo stato che stipula accordi più o meno favorevoli con gli altri stati secondo la sua potenza, per cui la potenza del capitale sarà proporzionale alla potenza dello stato di origine (Romano). La dimensione spaziale, in barba alla narrazione ideologica che la dà per liquidata grazie alla sua neutralizzazione da parte delle tecnologie di trasporto e di comunicazione, resta ineludibile (Galli). Il campo dei flussi (di capitali, merci e persone) non può emanciparsi se non in misura limitata dal campo dei luoghi (stati, nazioni, sistemi politici) con il quale è costretto a fare i conti perché esso non è solo un limite ma è anche condizione imprescindibile per il processo di accumulazione capitalistica (Pagliani). Potere del Denaro e Potere del Territorio si intrecciano in un rapporto che è fatto al tempo stesso di collaborazione e conflitto e che scandisce le diverse fasi di sviluppo del sistema capitalistico. È per questo che il concetto astratto (il modello idealtipico) di modo di produzione andrebbe rimpiazzato con analisi storiche concrete capaci di distinguere fra epoche e nazioni in cui prevale la logica territoriale ed epoche e nazioni in cui prevale la logica dei flussi, anche se in ciascuna fase storica tende a imporsi la logica sistemica della potenza di volta in volta egemone (Pagliani) (2). 

c) Il quarantennale ciclo neoliberista che ha visto la bilancia pendere a favore del Potere del Denaro a spese del Potere del Territorio, della logica dei flussi rispetto alla logica dei luoghi, è una delle cause fondamentali, se non la causa fondamentale, che ha innescato, dopo la crisi finanziaria del 2008, la crisi pandemica attualmente in corso, nella misura in cui ha favorito un’elevata mobilità di merci e persone, formidabili addensamenti di popolazione (incremento demografico e urbanizzazione) e fenomeni di zoonosi dovuti alle aree sempre più vaste di contatto fra umani e specie animali esotiche (Zhok). Ora la pandemia sembra in grado di alimentare un trend di de-globalizzazione che, tuttavia, era già in atto da tempo, come segnalato dal fatto che il volume degli scambi globali quanto a merci era in costante declino da almeno dieci anni (Zhok, Fagan). Al tempo stesso questa inversione di tendenza non è di per sé in grado di infliggere un colpo mortale alla logica neoliberista, soprattutto perché il freno alla globalizzazione si esercita in modo asimmetrico (meno sui capitali, in misura relativa sulle merci, severo sulle persone) e tende così ad aumentare il potere della finanza sull’economia reale (Zhok). Il che acuisce ulteriormente le contraddizioni sistemiche, già inasprite sia dalla crisi dei “settori spugna” a basso valore aggiunto ed elevato tasso di sfruttamento (spettacolo, turismo, ristorazione, accoglienza, ecc.) che avevano assorbito parte della disoccupazione creata dalla concentrazione monopolistica nei settori strategici (a partire dall’economia digitale cui la crisi pandemica offre un’ulteriore occasione di espansione), sia dalla nuova polarizzazione centro/periferia, che tende ad assumere una configurazione a pelle di leopardo, sia dal fatto che l’inarrestabile processo di urbanizzazione dei decenni precedenti appare sempre più insostenibile (Visalli).

2) Scenari geopolitici
La riflessione geopolitica è presente, sia pure con pesi differenti, in tutti i contributi del libro. Senza pretendere di riassumere in poche righe la complessità delle argomentazioni sviluppate dai vari autori, credo sia possibile evidenziare gli elementi di convergenza che elenco qui di seguito: 

a) Mi pare che in queste pagine ritorni una visione “classica” della geopolitica che, archiviate le interpretazioni “ideologiche” del “grande gioco” figlie della guerra fredda (che torna oggi di attualità dopo la breve parentesi monocratica di incontrastato dominio imperiale nordamericano), cioè le interpretazioni ispirate da un immaginario “scontro di civiltà” fra ideologie universaliste, viene ricondotta al confronto fra attori plurali portatori di interessi geoeconomici e geopolitici in conflitto reciproco (Galli). In alcuni articoli (Galli, Monereo) la dinamica di questo confronto viene analizzata evocando il concetto di Grande Stato. Gli effetti del formidabile processo di concentrazione di risorse finanziarie, tecnologiche, industriali, scientifiche e militari innescato da decenni di globalizzazione fanno sì che solo gli Stati di grandi dimensioni spaziali e demografiche (attualmente Stati Uniti, Cina e Russia, cui in futuro potrebbero aggiungersi India, Brasile e alcuni Stati africani) siano in grado di esercitare contropotere nei confronti sia delle megaimprese transnazionali sia dei propri competitor politici. Accanto a questi colossi gravitano le medie potenze, gli Stati “rentier” e gli Stati falliti (Galli) e fra costoro solo le prime hanno un limitato margine di manovra autonomo. L’Unione Europea non  può essere considerata alla pari degli altri grandi. Non perché priva di sufficienti risorse economiche ma perché, non essendo un  soggetto sovrano, non ha capacità unitaria di individuare i propri interessi strategici, per cui è esposta al rischio che i suoi membri cadano sotto l’egemonia dell’uno o l’altro Grande Stato (Galli) (Monereo dà anche un’interpretazione “regionale” del concetto di Grande Stato, attribuendo tale ruolo a Francia e Germania in contrapposizione agli altri membri dell’Unione). 

b) Un secondo elemento comune consiste nel dare per scontato che gli Stati Uniti, anche ove riuscissero a riproporsi come guida di un’ampia coalizione occidentale, non sono più in grado di esercitare un potere globale incontrastato (Visalli, Galli, Fagan). Nessuno mette in discussione il fatto che gli Stati Uniti dispongano tuttora di una schiacciante superiorità militare e di formidabili risorse industriali e finanziarie, ma tutti sembrano concordi nell’affermare che la loro capacità “non  certo di dominare ma almeno di controllare il mondo si fanno sempre più scarse” (Fagan). Con l’emergenza di nuovi colossi nel gruppo dei Paesi in via di sviluppo (BRICS ma non solo) è l’intera geostoria in cui si ambienta la geopolitica ad apparire terremotata. Il baricentro del mondo si sposta a Oriente (come certifica il colossale accordo commerciale fra Cina, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Australia e altri Paesi annunciato nei giorni in cui scrivo queste righe, che “pesa” per il 30% del volume mondiale degli scambi mentre esclude gli Stati Uniti). Né si può escludere che questo nuovo baricentro possa convertirsi da asiatico in afroasiatico (Fagan). Questo perché cresce a ritmi rapidissimi la penetrazione di Cina, Giappone e Corea del Sud sui mercati africani, instaurando rapporti che vengono percepiti come meno coloniali rispetto a quelli con le potenze occidentali e che, soprattutto, invece di frenare lo sviluppo dei Paesi africani depredandone le risorse e oberandoli di debiti, tendono a creare le condizioni per l’emergenza di nuove potenze anche in quell’area continentale.  

c) Più variegate sono le diagnosi in merito all’emergenza o meno di un polo egemone alternativo rispetto al declinante (sia pure in senso relativo) impero statunitense. Da un lato, c’è chi, pur individuando nella Cina la nuova potenza egemone, aggiunge come ciò appaia oggi solo una possibilità, che non esclude quella del protrarsi di una convulsa e caotica fase multipolare, con i relativi rischi di perdita di controllo e di catastrofici eventi bellici (Visalli). Altri sottolineano che tale rischio è associato all’incapacità degli Stati Uniti di accettare e gestire il proprio declino relativo e al loro tentativo di compattare l’occidente contro il resto del mondo (Fagan).  Altri ancora negano del tutto la possibilità di un passaggio di consegne egemonico, paventando una fase multipolare che, frammentando ciò che è ancora – sia pure più debolmente – unito, rischierebbe di precipitare nel caos il sistema capitalistico mondiale prima che sia possibile innescare un processo di transizione socialista (Sciortino).

3. Impasse delle sinistre ed esaurimento dell’alternativa populista  
a) Ragionando sulla declinante capacità delle sinistre di rappresentare gli interessi delle classi subalterne (e conseguentemente di egemonizzarne il consenso), molti contributi si concentrano sulle cause culturali di tale incapacità che affondano le radici nella mancata comprensione dei grandi mutamenti economici e sociopolitici in corso dagli anni Settanta del Novecento. Un’incomprensione che si è tradotta, da un lato, nella conversione ai principi e valori del neoliberismo, dall’altro, nella riproposizione di dogmi teorici che la nuova realtà rende anacronistici. In particolare, le sinistre sembrano avere assunto come un dato di fatto scontato e irreversibile l’unità di un mondo globale unificato dall’economia, senza rendersi conto che, come dimostra la crisi della globalizzazione dell’ultimo decennio, questa unità è stata soprattutto una narrazione ideologica, tesa a legittimare l’idea della sostituibilità della politica da parte di economia, tecnica e diritto (Galli). Contro la visione irenica dell’economia come portatrice di unità e di pace fra i popoli, oltre che di benessere e prosperità universali, e contro un’ideologia “internazionalista” che ha smarrito gli originali connotati di classe per appiattirsi sul cosmopolitismo borghese, si sostiene che nel mondo a venire l’economico non potrà più essere l’ordinatore, e che tale ruolo dovrà essere necessariamente restituito alla politica (Fagan, Galli). 

b) Alla critica della conversione neoliberale delle sinistre socialdemocratiche si affianca la critica del retaggio libertario, antistatalista e antipolitico dei movimenti sociali eredi del 68. Pur nella loro apparente radicalità rispetto alle sinistre tradizionali, questi movimenti hanno a loro volta contribuito a recidere i legami con gli interessi, i bisogni e la cultura delle classi subalterne, favorendo la proliferazione di istanze di riconoscimento (da tradurre in diritti individuali e civili) in capo a soggetti privi di connotazioni di classe (strati generazionali, minoranze etniche, religiose e sessuali, ecc.). Un’evoluzione che ha prodotto un dirottamento delle energie dalla lotta per il potere (considerato un fattore di per sé negativo) all’impegno per condizionarne le scelte senza mettere in discussione il sistema (Formenti)

c) La durezza della crisi provocata dal regime neoliberale crea le condizioni di un nuovo “momento Polanyi” (3) , vale a dire della reazione della società alla colonizzazione capitalista di tutti i rapporti sociali. La resistenza dei vincoli comunitari alla omogeneizzazione mercantile, tuttavia, può avere caratteri reazionari, conservatori o emancipatori (Pagliani), può cioè spalancare le porte a una “rivoluzione passiva”, per citare il concetto con il quale Gramsci definiva i sommovimenti in cui le classi subalterne restano sotto l’egemonia di forze conservatrici, lottando per obiettivi in conflitto con i loro stessi interessi. La diagnosi comune a molti contributi è che ciò sia avvenuto con l’emergere dei movimenti populisti nell’ultimo decennio del Duemila. Definito da alcuni forma spuria della lotta di classe in assenza di una leadership rivoluzionaria (Formenti), da altri  sostituto funzionale della lotta di classe a carattere reattivo (Sciortino), da altri ancora “contenitori dell’ira” incapaci di convertirsi in contenitori di potere (Visalli), questo fenomeno sembra prossimo a giungere ad esaurimento tanto nelle sue forme di destra quanto in quelle di sinistra. Le prime, invece di rappresentare i reali conflitti sociali, sono andate in cerca di nemici esterni al popolo (le caste, gli immigrati, ecc.) e, nella misura in cui non incarnano il risentimento per il regime neoliberale, bensì per le sue promesse tradite, finiranno inevitabilmente per venire riassorbite nella logica del sistema (Visalli). Le seconde (delle quali Podemos rappresenta un esempio paradigmatico), dopo essere inizialmente riuscite ad incarnare l’aspettativa di una radicale alternativa sistemica, tendono (e sempre più tenderanno) a ricompattarsi in un fronte unito contro le destre guidato dalle formazioni liberali “di sinistra” (Formenti). 

4. Verso un mondo post neoliberale? 
Il titolo di questa raccolta, “Dopo il neo liberalismo”, potrebbe suggerire l’impressione che gli autori condividano una visione teleologica del processo storico, che ritengano che la fine del liberalismo sia una necessità immanente a tale processo.  Non è così. La visione che emerge da questa “indagine collettiva sul futuro”, per citare il nostro sottotitolo, è un’altra: siamo tutti convinti che il regime nato dalla controrivoluzione neoliberale sia insostenibile e che quindi il futuro ci riservi mutamenti economici, politici e sociali radicali, ma siamo altrettanto consapevoli che la natura di tali mutamenti è in larga misura indeterminata, dal momento che dipende da fattori complessi e contingenti. Al tempo stesso riteniamo che sia importante sforzarsi di capire, se il vecchio muore, da dove nascerà il nuovo, quali strumenti esistono per superare l’equilibrio sistemico neoliberale (Visalli). Parlare di strumenti significa alludere a un progetto politico, dunque a un campo di indagine in cui il confine fra previsione e auspicio si assottiglia, per cui le previsioni appaiono necessariamente condizionate dal verificarsi di  certe condizioni. 

a) Se sarà possibile restituire centralità al “costituzionalismo sociale” nato dal compromesso storico del secondo dopoguerra e al suo potenziale emancipativo, questo costituzionalismo resistente alla normalità capitalistica potrebbe agire da presupposto di un radicale mutamento di sistema (così Somma, che ragiona soprattutto sulla Costituzione italiana, mentre Monereo estende il ragionamento a tutte le costituzioni nate dal superamento di regimi fascisti). Il passo decisivo consentito da tale svolta consisterebbe nel restituire spazio strategico al conflitto economico, cioè alla possibilità di plasmare l’ordine economico in base alla contrapposizione capitale/lavoro e più in generale fra interessi in conflitto (Somma) (il che comporterebbe, per inciso, abolire le “riforme” costituzionali imposteci dalla Ue e finalizzate appunto alla neutralizzazione del conflitto economico sociale). Questa riaffermata centralità del conflitto consentirebbe, fra l’altro, di evocare un concetto non meramente formale della sovranità popolare, estendendolo fino a comprendere la contrapposizione governanti/governati e attribuendo al popolo la titolarità della potestà di governo costituente e costituita (Somma, ma vedi Galli sul rapporto fra potere costituito e potere costituente). 

b) Altrettanto importante sarebbe riuscire a sfruttare la gestione politica della pandemia, sottraendola alla dimensione di “eccezionalità” attribuitale dai regimi neo liberali, per dimostrare come la circolazione molecolare permanente possa essere interrotta sulla base di una decisione politica collettiva (Romano). Di fronte alla crisi che ne ha inceppato i meccanismi, il regime neo liberale cerca di guadagnare tempo senza cambiare logica, respinge l’idea che lo sviluppo economico debba essere riportato sotto il controllo intenzionale da parte della politica per evitare che rappresenti una minaccia permanente per la vita umana (Zhok), sostenendo che ciò vorrebbe dire instaurare una dittatura (non si può bloccare del tutto la circolazione del virus senza mettere a rischio la “libertà”, cioè la libera circolazione dei fattori produttivi denaro, merci e forza lavoro). La posta in gioco nel conflitto fra queste due prospettive è altissima, perché non riguarda solo l’economia ma anche la possibilità di superare la visione che rappresenta la realtà sociale come il prodotto accidentale della miriade delle volontà singole, di superare cioè l’antropologia individualista come fondamento della civiltà liberale in quanto unità di politica, cultura e mercato (Romano). 

c) Se sarà infine possibile, preso atto dell’assenza di un soggetto politico in grado di orientare l’inevitabile processo di trasformazione in corso verso esiti emancipatori piuttosto che regressivi, mettere mano alla sua costruzione a partire dalla definizione dei soggetti sociali da coinvolgere/mobilitare in tale impresa. Una delle zavorre concettuali che pesano maggiormente sulla capacità dei movimenti di ispirazione marxista di svolgere un ruolo significativo nella direzione delle lotte sociali nei Paesi occidentali, è l’ostinazione con cui si impegnano a identificare un soggetto sociale “oggettivamente” rivoluzionario. Riduzione del peso numerico e politico del proletariato industriale (falcidiato dai processi di terziarizzazione del lavoro, dalle ristrutturazioni tecnologiche, dal decentramento della produzione verso i Paesi in via di sviluppo), disarticolazione del corpo di classe che l’offensiva neo liberale è riuscita a dividere contrapponendo strati generazionali, uomini e donne, autoctoni e immigrati, garantiti e precari, lavoro pubblico e lavoro privato, hanno innescato una sterile ricerca di possibili “avanguardie” da individuare attraverso improbabili analisi sociologiche. Analisi in cui è mancata sia la consapevolezza del peso del conflitto centri/periferie nelle nuove lotte sociali (vedi il caso dei gilet gialli), sia un’adeguata attenzione alla complessa articolazione delle classi intermedie, caratterizzata dalla progressiva separazione fra strati superiori, integrati nel blocco sociale egemone sul piano economico, sociale e culturale, e strati inferiori investiti da processi di immiserimento. L’unica via d’uscita da queste contraddizioni potrà venire dalla costruzione, attraverso una lunga fase di guerra di posizione, di un inedito blocco sociale fondato sull’alleanza fra lavoro effettivamente produttivo e periferie (Visalli). Si tratta di condurre un paziente lavoro di costruzione politica di una rinnovata consapevolezza degli interessi di classe, subordinando, almeno in una prima fase, l’obiettivo delle alleanze fra classi a quello della ricomposizione del proletariato (Formenti).  

5. Prospettive socialiste per il secolo XXI 
Esistono concrete possibilità che l’eventuale evoluzione verso un mondo postneoliberale possa coincidere con una rinnovata vitalità del progetto socialista? Fino a non molti anni fa, grosso modo dalla caduta del Muro alla crisi del 2008, questa domanda sarebbe apparsa poco più di una boutade provocatoria. Lo straordinario successo della Cina, il ciclo delle rivoluzioni bolivariane in America Latina, l’ascesa di leader politici come Sanders e Corbyn, che sono riusciti a ottenere significativi livelli di consenso pur professandosi socialisti in Paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra, dove la parola stessa era stata a lungo bandita, restituiscono attualità all’interrogativo. Nel libro non troverete risposte univoche, visto che,  come già spiegato nel precedente paragrafo, nessuno degli autori crede nell’esistenza di una necessità immanente al processo storico che ne determini la direzione. Troverete piuttosto dei tentativi di descrivere le condizioni che potrebbero riaprire una prospettiva socialista per il secolo XXI. Ne elenco qui di seguito quattro.

a)  Dovremo smettere di identificare società di mercato e società con mercato, accettando l’idea che socialismo non significa necessariamente nazionalizzazione senza residui (abolizione di ogni forma di proprietà privata) e pianificazione centralizzata. Polanyi, Arrighi e Samir Amin, fra gli altri, ci hanno aiutato a capire che la società di mercato è quella forma - del tutto unica e foriera di spaventosi effetti sociali – attraverso la quale il capitalismo è riuscito a plasmare la totalità delle relazioni umane in funzione delle esigenze di un processo di accumulazione illimitato. La sua diffusione planetaria è stata l’approdo di un lungo processo storico non necessitato da presunte leggi oggettive (Pagliani). Viceversa il mercato è sempre esistito prima dell’avvento del capitalismo e non vi sono motivi (se non nelle teste dei cultori di una concezione dogmatica del marxismo) per cui non possa esistere dopo la sua fine.  I programmi che hanno ispirato le rivoluzioni antiliberiste in America Latina, e che figurano nei progetti di alcune forze politiche del mondo occidentale (potenziamento del mercato interno, realizzazione della piena occupazione e incremento della quota di reddito spettante ai salari, controllo politico sui flussi di capitale e merci, riduzione della dipendenza da esportazioni e importazioni con conseguente riduzione della dipendenza dal mercato globale e accorciamento delle catene del valore, potenziamento del welfare e dei servizi sociali) (Visalli) possono sembrare espressione di una visione “riformista” compatibile con il sistema capitalista ma, per citare Rosa Luxemburg, il vero problema è se le riforme vengono considerate obiettivi fine a sé stessi o strumenti per creare le condizioni di un cambiamento rivoluzionario di sistema. Forse il momento storico è maturo per transitare dall’idea (tipica del marxismo occidentale) della rivoluzione come evento catastrofico a quella di processo continuo e progressivo (Fagan) incarnata dalla via cinese al socialismo. 

 b) Socialismo e ambientalismo dovranno necessariamente convergere in un unico progetto. La pandemia del covid 19 dovrebbe averci definitivamente convinto che l’unica prospettiva etico politica all’altezza del nostro tempo è una nuova alleanza tra paradigma ambientalista e analisi socialista (Zhok). Tuttavia la realizzazione di tale alleanza richiede un coraggioso sforzo di revisione teorica e culturale per superare i limiti intrinseci a entrambi i paradigmi che li pongono in una relazione conflittuale che potremmo definire come opposizione fra istanze anti antropocentriche da un lato e istanze umanistiche dall’altro o, se si vuole, fra progressismo e conservazione (Zhok). Nel discorso ambientalista è immanente il rischio di una “disneyzzazione” della natura, a causa del manicheismo che contrappone la natura buona all’uomo cattivo; una visione che rimuove il fatto che gli esseri umani non hanno accesso a un punto di vista assiologico indipendente dalla loro soggettività, approdando paradossalmente all’esito di antropomorfizzare la natura che vorrebbe salvare. Viceversa, il discorso socialista appare tradizionalmente appiattito sui valori guida dell’illuminismo borghese: progressismo, modernismo, nuovismo (Zhok). Sul versante della cultura socialista la trasformazione dovrebbe quindi prendere le mosse da un rifiuto del progresso inteso come crescita di potenza verso le altre nazioni, l’uomo e l’ambiente naturale (Visalli). Si tratta di mandare in soffitta quella mistica delle forze produttive – l’idea che il progresso scientifico e tecnologico sarebbe di per sé in grado di determinare la transizione dal capitalismo al socialismo – che è uno dei tratti fondamentali della cultura marxista da più di un secolo (Formenti). Affidare alla politica il ruolo di decidere cosa, come e quanto produrre implica abbandonare la spinta alla valorizzazione economica illimitata, anche se ispirata a criteri di giustizia e uguaglianza (Romano). La crescita illimitata è un obiettivo non negoziabile in un’ottica liberal capitalista, ma anche in un’ottica socialista tradizionale. Tuttavia è fondamentale comprendere che rinunciare a tale imperativo non significa aderire necessariamente a un piano di decrescita, a uno stato stazionario, bensì subordinare la crescita al bene comune e sottoporla a controllo e limitazione da parte della politica (Zhok).

c) Occorre scommettere sul fatto che la Cina continui a riuscire nell’impresa di differenziarsi dal resto del mondo sul piano dei valori politici e ideologici pur adottando i meccanismi del sistema capitalistico (Galli), che continui cioè – per usare la formula dell’ultimo Arrighi (4) - ad usare il mercato per liberare dalla povertà i propri cittadini, senza cedere ai capitalisti la direzione politica del Paese. A questa condizionalità occorre aggiungerne un’altra che la sovradetermina: dobbiamo scommettere sul fatto che la lotta di classe in Cina riesca a impedire che il Paese regredisca a un regime capitalista, non solo sul piano delle forme economiche, ma anche su quello delle forme politiche. La possibilità che questa contraddizione fra universalismo del mercato e particolarismo del soggetto politico (Galli) possa reggere sul lungo periodo, accompagnando un lento periodo di transizione verso il socialismo, è ammessa da due autori marxisti che provengono dalla tradizione delle teorie della dipendenza (Visalli), come Arrighi e Samir Amin. Questo punto di vista resta tuttavia eretico rispetto al mainstream del marxismo occidentale che, nella misura in cui continua a pensare che la struttura economica sovradetermini necessariamente la sovrastruttura politica, dà per acquisita la restaurazione del capitalismo in Cina a partire dalle riforme di Deng Siao Ping. Nel libro il lettore troverà una variegata gamma di punti di vista sull’enigma cinese, che si estendono fra due posizioni polarmente contrapposte. Da una parte, il modello cinese viene preso a spunto (assieme alle rivoluzioni bolivariane) per superare l’ingenua visione utopistica del socialismo come un mondo pacificato, emancipato da ogni tipo di conflitto sociale, cui si contrappone l’idea di un “socialismo possibile”, nel quale permangono disuguaglianze e conflitti sociali, sia pure di natura e intensità diverse da quelli della società capitalistica (Formenti). Dall’altra si attribuisce natura inequivocabilmente capitalista al sistema cinese, riconoscendo al tempo stesso l’esistenza al suo interno di una dialettica fra classi lavoratrici e stato che configura una sorta di via orientale alla socialdemocrazia (Sciortino). Mi pare viceversa condivisa da tutti l’importanza del ruolo della Cina, se non come modello alternativo di sistema, almeno come potente contrappeso all’egemonia statunitense.  

d) Dovremo riuscire a elaborare una visione alternativa di democrazia. Che la “democrazia reale” (per usare una definizione di Colin Crouch (5), cioè la liberal democrazia in auge in tutti i Paesi occidentali, sia in fase di avanzato degrado è un dato di fatto riconosciuto anche da molti esponenti delle élite politiche e accademiche. Si parla comunemente di post democrazia, di democrazia oligarchica, di democrazia limitata (Monereo) in riferimento a fenomeni come il ridimensionamento del potere legislativo nei confronti del potere esecutivo, la crisi dei partiti politici, la personalizzazione e mediatizzazione del ruolo dei leader, la “gentrificazione” delle funzioni rappresentative (più della metà dei deputati e senatori nordamericani appartengono alla élite dei super ricchi), la riduzione della partecipazione popolare al voto, l’esorbitante peso delle lobby finanziarie e industriali sulle decisioni politiche (vedi il fenomeno delle “porte girevoli” con ex esponenti politici cooptati nel top management di grandi imprese private e viceversa) e l’elenco potrebbe proseguire. Malgrado tutto ciò, si continua a sostenere che questo sistema, benché corrotto, ingiusto e inefficiente, continua a essere il minore dei mali possibili ove paragonato ai regimi totalitari che vigono in Cina e in altri Paesi (i media occidentali inseriscono nell’elenco anche nazioni i cui governi sono andati al potere a seguito di processi elettorali assolutamente regolari: vedi il caso del Venezuela e della Bolivia, dove il popolo ha da poco confermato la propria fiducia al partito “totalitario” che era stato rovesciato da un golpe di destra). Ma è vero che non esistono alternative? La Costituzione italiana, attraverso gli articoli che affermano la necessità di promuovere l’uguaglianza sostanziale e non solo formale fra i cittadini, ha non a caso ispirato la riflessione togliattiana sulla “democrazia progressiva” come ordine politico alternativo a quello di matrice liberale. E’ la ragione per cui il capitalismo mondiale punta il dito contro il carattere “criptosocialista” della nostra Carta, e che ha indotto i nostri governanti a mettere ripetutamente mano a “riforme” costituzionali per adattarla ai principi ordoliberali che ispirano le istituzioni europee. La parola d’ordine per rovesciare questo stato di cose è staccare una volta per tutte la forma democrazia dalla forma mercato, prendendo atto, come invita a fare Wolfgang Streeck (6), che il loro divorzio, al pari di quello fra democrazia e liberalismo, è fatto compiuto. La democrazia in quanto accesso delle classi popolari alla possibilità di partecipare realmente al processo di decisione politica è stata una breve parentesi che ha interrotto, nel secondo dopoguerra, una lunga storia di democrazia puramente formale. Per riconquistarla occorre cominciare a pensarla come processo di democratizzazione, come  programma di lotta (Monereo).       

Note
1 Von Hayek, F., la via della schiavitù, Feltrinelli, Milano 2011.
2 Qui la riflessione di Pagliani si muove nel solco tracciato da Giovanni Arrighi (cfr. Il lungo secolo XX, Feltrinelli, Milano 2008)
3 Polani, K., la grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.
4 Arrighi, G., Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2008.
5 Crouch, C., Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2003. 
6 Streeck, W., Tempo guadagnato, Feltrinelli, Milano 2013.
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