Lettori fissi

martedì 29 novembre 2022

La modernizzazione cinese: percorsi, successi e sfide

 di Fosco Giannini

(con un commento di Carlo Formenti)


Verso la fine del 2021 l'Accademia delle Scienze Sociali del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese chiese al direttore di "Cumpanis", Fosco Giannini, di scrivere un libro sul "socialismo dai caratteri cinesi". Il libro, scritto prima del XX Congresso del Partito Comunista Cinese (16 al 22 ottobre 2022), sarà tra poco nelle librerie di Pechino, sia in  cinese che in inglese.  Ne anticipo qui di seguito un capitolo.


La copertina dell'edizione cinese 



Apriamo questo  capitolo sulla “modernizzazione della Cina” attraverso una citazione del grande filosofo marxista italiano Domenico Losurdo, tratta da un intervento che lo stesso Losurdo svolse al Forum europeo del 2016 dal titolo “La via cinese e il contesto internazionale”. L’intervento aveva come titolo “Washington consensus o Beijing consensus?”. In un passaggio Losurdo così si esprimeva: “La guerra di posizione condotta dalla classe dirigente del Partito Comunista Cinese ha visto negli ultimi 40 anni di Riforme e Apertura – nel contesto del più grande sviluppo economico della storia dell’umanità –  800 milioni di cinesi affrancarsi dalla povertà, un fenomeno che è stato definito dalla Banca Mondiale come uno dei più grandi racconti della storia dell’umanità. Di questi 800 milioni, 60 sono usciti dalla condizione di povertà soltanto negli ultimi 5 anni. Si tratta evidentemente di una lotta di classe che procede in direzione opposta rispetto a quella condotta in Occidente, dove assistiamo ad un processo inverso nel quale si determina un allargamento sempre maggiore della forbice sociale tra ricchi e poveri”.


“Ma questo straordinario risultato – continuava Losurdo – non induce la classe dirigente cinese a tirare i remi in barca e ad abbandonare la lotta fin qui condotta, né tantomeno a nascondere le contraddizioni irrisolte, e vorrei rammentare a proposito un’affermazione di Xi Jinping: Dobbiamo essere molto chiari: vi sono ancora molte inadeguatezze nel nostro lavoro, numerose difficoltà da affrontare. Esistono problemi acuti causati da uno sviluppo sbilanciato e inadeguato che ancora attendono soluzioni”.

Ecco: in questi stessi ultimi passaggi (nei quali Losurdo aveva evocato l’immenso sviluppo delle forze produttive cinesi dopo la Rivoluzione Culturale; gli 800 milioni di cinesi tratti fuori dalla povertà e da una condizione miserevole; il nuovo e centrale ruolo della Cina nel quadro internazionale; la consapevolezza, da parte del PCC, che le questioni non sono certo ancora tutte risolte e che dunque è la stessa fase oggettivamente contraddittoria e in divenire ad assegnare al Partito il ruolo guida rivoluzionario) è possibile rintracciare il senso ultimo di questo libro richiestomi dall’Accademia delle Scienze Sociali del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, le sue intenzioni, lo sforzo per mettere a fuoco la grandezza del progetto strategico del PCC, sia sul piano  internazionale che nazionale, i suoi obiettivi.

Un successo, quello dello sviluppo economico cinese, già così storico e planetario – come accadde all’Unione Sovietica vincente, che sconfisse il nazifascismo e impose un modello sociale che in Occidente si tradusse nel welfare e nel ruolo degli Stati nelle economie capitaliste occidentali – che sembrano, come scrive Losurdo, già remoti gli anni nei quali il Washington consensus (il liberismo totale occidentale) si offriva come unico modello, un modello oggi fortemente insidiato dal Beijing consensus, la proposta cinese segnata dal forte ruolo dello Stato nello sviluppo economico e nella costruzione sociale razionale. Un moto mondiale che, da solo, batte in breccia i tentativi volgari volti a far passare “il socialismo con caratteri cinesi” come il ritorno della Cina al capitalismo. Occorre ricordare a partire da ciò, come lo stesso Wall Street Journal abbia dovuto, con disappunto, riconoscere il ruolo “onnipresente” del Partito Comunista Cinese, il ruolo dell’economia statale in tutti settori strategici, dall’energia alle infrastrutture, dalle telecomunicazioni al sistema bancario e come, nei comunicati ufficiali cinesi, non si parli esplicitamente di “settore privato”, ma solamente di “economia non pubblica”, quasi a sottolinearne la subordinazione.

Considerazioni, si ricorda ancora, ribadite dallo stesso Xi Jinping anche al 19° Congresso del PCC (ottobre 2017): “Dobbiamo continuare a valorizzare la superiorità del nostro sistema socialista e a far valere il ruolo decisivo del Partito e del governo”.

Ma, per un lavoro dal carattere marxista, materialista, il più possibile scientifico, sarebbe il caso di cercare alcune radici dell’attuale successo cinese. Esordendo così: il 25 dicembre del 1991, alle ore 18.00, Gorbaciov si dimette da Presidente dell’Unione Sovietica, trasferendo i poteri (attraverso una scelta che si sarebbe ben presto rivelata tanto nefasta quanto drammatica per tanta parte dell’umanità, non solo per il popolo sovietico) a Boris El’cin. Alle ore 18.35 dello stesso giorno la gloriosa bandiera sovietica viene lentamente e per sempre ammainata dal Cremlino, sostituita dal tricolore russo. Il giorno dopo, 26 dicembre, il Soviet Supremo scioglie formalmente, dissolvendola, l’Unione Sovietica. Questi due giorni – 25 e 26 dicembre 1991 – sono giorni che sconvolgono il mondo e rappresentano uno spartiacque storico nettissimo: c’è una Storia precedente a questi due giorni e c’è una Storia ad essi successiva.

Con la scomparsa dell’URSS si liberano immediatamente gli spiriti animali dell’imperialismo e del capitalismo mondiale. Il nuovo e intero mondo viene da essi percepito come un totale e smisurato mercato da conquistare, con le buone o con le cattive, con la penetrazione economica o con la guerra. La stessa concezione liberale, idealistica e anti dialettica de “la fine della storia”, già messa a fuoco da studiosi del campo conservatore, come Fukuyama, viene eletta a categoria assoluta e chiave di lettura della fase presente e del divenire.

Con la sconfitta dell’URSS si afferma, da parte dell’euforico fronte imperialista e capitalista mondiale, che “la storia è conclusa” e “il socialismo si mostra ai popoli per quello che è: un’illusione irrealizzabile”; la scomparsa dell’Unione Sovietica “ratifica” formalmente, anche sul piano filosofico (per il fronte imperialista e per il pensiero borghese) che «il capitalismo è natura, eterno e immodificabile”.

In questa stessa fase temporale nella Repubblica Popolare Cinese è in atto un duro scontro tra la corrente “riformista” del Partito Comunista Cinese, guidata da Hu Yaobang e la maggioranza del Partito, guidato da Deng Xiaoping. Hu Yaobang ha messo in moto un movimento («doppio cento») che si richiama (inopinatamente) a quello dei «cento fiori», del 1956; che tende a mobilitare di nuovo quel movimento, che chiede una maggiore separazione tra Partito e Stato ma che, nella stessa dinamica politica, sociale e ideologica messa in campo nella battaglia contro il Partito, sfocia nella sfera politico-culturale liberista, nella negazione dei prodromi del progetto “denghista” dell’”economia socialista di mercato”, finendo per inclinare in senso antisocialista e filo americano. Una doppia inclinazione che porta il movimento “doppio cento” a cercare apertamente, nel 1989, il sostegno di Gorbaciov, già perdutosi, in questa fase, nel caos distruttivo dell’Unione Sovietica e dell’intero campo socialista e dunque osannato dai “doppiocentisti” durante la sua visita in Cina; sorretto, il movimento “doppiocentista”, soprattutto da una parte del movimento studentesco di Pechino, sfociato e culminato – tra il 16 e il 17 maggio 1989, in piazza Tienanmen – nella richiesta di una democrazia borghese di stampo nordamericano, che se conquistata avrebbe decretato la morte del “socialismo dai caratteri cinesi” ancora in evoluzione. Come avrebbe fatto mancare (in relazione a ciò che lo sviluppo pieno del progetto “denghista” avrebbe, nei decenni successivi, positivamente rappresentato sia per il popolo cinese che per i popoli in via di liberazione nel mondo) il pilastro fondamentale per la ricostruzione di quel fronte mondiale antimperialista che invece, in poco più di un quindicennio, si sarebbe ripresentato sulle scene internazionali.

Lo scontro tra il movimento di Hu Yaobang e la sua degenerazione liberale e la linea di Deng Xiaoping è fortunatamente vinto da quest’ultimo e dalla maggioranza del Partito Comunista Cinese.

Con la sconfitta del movimento “doppio cento” e la sconfitta della Piazza Tienanmen, la svolta politica ed economica cinese diretta ad un’ “economia socialista di mercato” s’invola. Prima con Deng, poi con Jang Zemin, Hu Jintao e Xi Jinping alla guida del Partito Comunista Cinese, lo sviluppo economico porta la Cina – da un’arretratezza delle forze produttive ancora segnata, alla fine dell’era maoista, persino da alcuni caratteri feudali, specie nel lavoro dei campi, nella produzione agricola, ma non solo, a conseguire la posizione di seconda più grande economia del mondo, contribuendo per più del 30 per cento alla crescita economica globale.

Gli 800 milioni di uomini e donne cinesi che nella nuova fase di sviluppo economico sono tratti fuori dalla miseria e dalla fame, dicono solo una parte della grande crescita cinese, che cambia positivamente il mondo mutandone i rapporti di forza tra poli e Stati imperialisti e poli e Stati dal carattere socialista, antimperialista e in via di liberazione anticolonialista. Uno sviluppo, quello cinese, che, incredibilmente, prende corpo in un contesto terribilmente ostile per ogni esperienza e progetto socialista e che la dice lunga sulla lungimiranza, sul senso rivoluzionario, sulla determinazione e sullo sguardo lungo dei gruppi dirigenti del Partito Comunista Cinese; un contesto segnato dalla controrivoluzione “gorbacioviana” e dalla conseguente scomparsa dell’URSS e del campo socialista; dalla scomparsa del Comecon (l’area di scambio mercantile socialista); dalla nuova aggressività economica e militare imperialista e dal fronte interno guidato da Hu Yaobang e da Piazza Tienanmen, un fronte ben visto dagli USA e dall’occidente capitalistico e obiettivamente diretto a destabilizzare il socialismo e il Partito Comunista Cinese.

A posteriori, aiutati dallo stato presente delle cose, è facile dirlo: ma se il Partito Comunista Cinese non avesse scelto e intrapreso la via del pieno sviluppo delle forze produttive, attraverso il coraggioso lancio di quel progetto autonomo, indipendente dai poli imperialisti e capitalisti mondiali e follemente grande chiamato “economia socialista di mercato” e avesse invece mutuato le scelte “gorbacioviane”, la Cina (invece di dotarsi di una propria, possente, autonomia) sarebbe stata, con ogni probabilità, preda, nella fase mondiale iperliberista successiva alla caduta dell’URSS, delle forze imperialiste; sarebbe stata penetrata da queste forze e avrebbe corso il forte rischio di una propria polverizzazione interna, di una propria implosione, a partire dall’immediata autonomia del Tibet, possibile primo mattone a cedere di un’intera struttura.

Oggi possiamo più agevolmente affermare, alla luce dei fatti compiuti, che le vittorie “denghiste” su Piazza Tienanmen e sul movimento di Hu Yaobang (con il conseguente pieno avvio di quello che sarebbe stato il più grande sviluppo economico e sociale della storia dell’umanità, lo sviluppo cinese attraverso “l’economia socialista di mercato”) si sarebbero offerte quali decisive basi materiali per giungere – da lì a pochi anni e in una fase storica così difficile per il movimento comunista, rivoluzionario e operaio mondiale da consentire alle forze imperialiste di credere davvero nella “fine della storia” – alla costituzione di un fronte antimperialista, e comunque libero dall’egemonia imperialista, in grado di cambiare i rapporti di forza mondiali a sfavore degli USA e delle altre potenze imperialiste.

Parliamo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) che a soli 18 anni (un lampo, nella storia!) dalla caduta dell’URSS si uniscono – tra il 2009 e il 2010- al fine di sviluppare una politica non subordinata alle forze imperialiste e invece solidale con i popoli e gli Stati in via di liberazione.

Ed è del tutto evidente come l’immenso sviluppo economico (e dunque politico e geopolitico) cinese sia il massimo collante di questa unione, di questo nuovo fronte tendente a “spuntare le unghie all’imperialismo”.

Il tempo che ci separa dal 26 dicembre 1991 (autoscioglimento dell’URSS) ad oggi possiamo dividerlo – seppur rozzamente, ma per far “ordine” nel quadro internazionale – in tre grandi fasi:

– la prima, quella segnata dall’euforia imperialista successiva alla caduta dell’URSS e del campo socialista;

– la seconda, quella delle grandi lotte a carattere antimperialista e socialista che si alzano (raggelando il fronte che aveva “deciso” la “fine della storia”) in tutta la loro evidenza in America Latina, che si allargano in Africa, che prendono forme antimperialiste diverse nella Russia di Putin, in India, che si consolidano in Vietnam e in altre aree dell’Asia. Tutte forme socialiste e antimperialiste che trovano nella Repubblica Popolare Cinese e nel suo sviluppo la loro prima e massima sponda, il primo alleato, il centro di gravità.

La terza fase che possiamo mettere a fuoco, in questo lasso di tempo che ci separa dal fallimento “gorbacioviano” e dalle sue catastrofiche conseguenze, è quella che oggi viviamo: la fase caratterizzata dalla risposta violenta, militare dell’imperialismo a guida USA e NATO all’”insurrezione” antimperialista internazionale, alla costituzione del fronte dei BRICS. Non è un caso, di fronte a ciò, che al 19° Congresso del PC Cinese si sia deciso un significativo rafforzamento e rimodernamento dell’esercito, che nel 2050 dovrebbe diventare «di classe mondiale».

Ed è del tutto evidente che, anche in questo caso, anche di fronte allo scatenamento militare degli USA e della NATO su di un vastissimo fronte internazionale (che va dal Medio Oriente all’Ucraina, passando per i Mari del Sud della Cina e per la Corea del Nord e per tutti gli odierni progetti USA di «golpe» in America Latina, dal Brasile all’Honduras, passando per l’Argentina e il Venezuela, è la Cina ad offrirsi come principale diga oggettivamente antimperialista.

La “legge” di Marx («il socialismo è lo sviluppo delle forze produttive») trova nell’attuale potenza internazionale cinese e del Partito Comunista Cinese, la sua probante conferma. Ed è, dunque, tale, rivoluzionario, sviluppo delle forze produttive che dobbiamo indagare, mettere a fuoco. Anche per «fare legna» sul versante politico-teorico comunista generale.

Nell’affrontare “la questione cinese” e, in particolare, la relazione tra la NEP di Lenin e la “NEP” cinese, credo sia utile affidarsi ad una disciplina teorica, la massima disciplina teorica, quella secondo la quale è dalla base materiale dello sviluppo delle forze produttive e dallo sviluppo sociale generale che trovano possibilità di sviluppo le stesse “idee” e, più precisamente, le innovazioni – antidogmatiche, dunque, per la loro stessa natura di “forme” innovative – sui terreni dell’economia, della politica, della teoria, del pensiero e della prassi della trasformazione sociale, della transizione al socialismo.

Ed è indubbio che il titanico sviluppo economico e sociale intrapreso e conquistato dalla Repubblica Popolare Cinese e dal Partito Comunista Cinese, dalla fase delle «Quattro Modernizzazioni» del compagno Deng Xiaoping e dalla via al «socialismo con caratteri cinesi», si sia offerto quale immensa e solida base materiale per lo stesso sviluppo di un nuovo pensiero rivoluzionario generale, di un nuovo e denso pensiero per la trasformazione sociale e la transizione al socialismo.

È questo – la relazione tra sviluppo della materialità delle cose e lo sviluppo teorico-filosofico in senso rivoluzionario – uno degli aspetti, dei “prodotti”, della storica crescita materiale cinese, un aspetto, forse, non considerato ancora pienamente, nella sua importanza, all’interno del movimento comunista e rivoluzionario mondiale. Ma un aspetto che, invece, occorrerebbe assumere pienamente, come formidabile arricchimento del bagaglio teorico e pratico del processo rivoluzionario, specie in questa fase storica segnata – oltre che da un avanzamento del fronte antimperialista trainato proprio dallo sviluppo cinese all’interno dei BRICS – anche da processi involutivi e di indebolimento del pensiero e della prassi comunista sul piano internazionale. Specie in Europa, ove con ogni evidenza l’«eurocomunismo» ha seminato i suoi danni.

È anche da qui, dunque, dal contributo che lo sviluppo delle forze produttive cinesi, dal contributo che la «NEP» cinese ha fornito allo sviluppo dell’attuale pensiero rivoluzionario, che si può iniziare a tratteggiare un’analisi comparata tra NEP leninista, rimozione della stessa NEP leninista e «NEP» cinese, anticipando – in modo sintetico – una valutazione: come la conquista dell’obiettivo dello sviluppo delle forze produttive ha potuto darsi – in Cina – come base materiale dello sviluppo del pensiero rivoluzionario, così la troppo lunga stagnazione sovietica si è data – infine – come base materiale della cristallizzazione e dell’involuzione del pensiero e della prassi del socialismo in Unione Sovietica.

Quali sono le «categorie» centrali che, come proiezioni della propria, nuova, poderosa, forza materiale, la Cina socialista ha potuto mettere in campo?

Sinteticamente: il pieno ripristino dell’azione soggettiva e antipositivista nel processo storico (Lenin, Gramsci) e ciò in rapporto al rovesciamento del dogma secondo il quale la contrapposizione sarebbe secca: o socialismo o mercato; il superamento, nella prassi, dell’artificiosa dicotomia relativa alla “neutralità” o non “neutralità” delle forze produttive, dicotomia risolta, nell’esperienza del “socialismo con caratteri cinesi”, dal controllo del Partito Comunista sulle stesse forze produttive (esigenza già richiesta, dal Lenin della NEP, nella proposta del “controllo dalle alture strategiche”), forze produttive ridotte a pure “funzioni” del progetto del “socialismo di mercato” a guida comunista; conseguentemente a ciò, una concezione del mercato come spazio economico e politico anch’esso funzionale al progetto di necessaria accumulazione originaria, imprescindibile per la transizione al socialismo, un mercato – dunque – pienamente assunto, nella prassi e nel pensiero, come forma storica non perenne ma dialettica, cavallo di Troia materiale per il socialismo. E altre categorie: come l’internazionalismo oggettivo (e soggettivo) che scaturisce dalla stessa potenza economica, in grado di mettere in campo relazioni e grandi e positive sfere d’influenza sul piano mondiale, capaci di mutare i rapporti di forza internazionali in senso antimperialista; e, ancora, la vera e propria cancellazione della “cultura” piccolo borghese (ma tanto funzionale alla critica imperialista alla Cina socialista) tendente a mitizzare le fasi preindustriali e contadine, demonizzando lo sviluppo economico.

Sia Flaubert che Marx ed Engels avevano già fustigato tale untuosa tendenza piccolo borghese: Flaubert nel romanzo «Bouvard e Pècuchet», dove è descritto il «desiderio» della piccola borghesia di «tornare alla terra in un mondo senza più l’orrore dell’industria», un desiderio che dura il tempo di conoscere la fatica bestiale dei campi, per poi celermente scomparire; Marx ed Engels nel «Manifesto del Partito Comunista», quando scrivono dell’«idiozia di una vita rurale racchiusa nella miseria e nell’ignoranza bruta». Il punto è che per l’ideologia piccolo borghese, anche «di sinistra», nulla è contato l’aver tratto fuori dalla miseria, come ha fatto il socialismo dai caratteri cinesi, quasi un miliardo di persone dall’orrore della fame e della morte per inedia.

Come nulla è contato, per questa stessa ideologia, anche “di sinistra”, il fatto che lo sviluppo cinese abbia innestato un nuovo e potente motore nel camion dell’antimperialismo mondiale.

Marx ed Engels, per ragioni storiche, oggettive, non sono mai stati di fronte ai problemi pratici della costruzione del socialismo. E mai hanno potuto sviluppare un’analisi scientifica rispetto al rapporto tra economia di mercato e socialismo. È stato Lenin – a dimostrazione della propria inclinazione antidogmatica, la stessa che lo portò alla concezione dell’”anello debole della catena” – il primo comunista ad interessarsi alla questione. Naturalmente, il Lenin della presa del potere, dell’Ottobre, non metteva in discussione la concezione dell’incompatibilità tra socialismo e mercato. Una posizione rafforzatasi nella fase terribile della guerra contro gli undici eserciti stranieri e della controrivoluzione in atto.

In quella fase la concezione di Lenin era lineare: lo Stato doveva mettere sotto controllo totale sia la produzione industriale che le eccedenze dei raccolti del grano. In questo quadro “l’economia di mercato” e “il libero commercio” erano considerati, anche sul piano ideologico, concezioni contro-rivoluzionarie. Questa politica, come è noto, prenderà il nome di “comunismo di guerra” e terminerà all’inizio del 1921.

Ma, sconfitta la controrivoluzione, l’enorme massa dei contadini non accettò più i sacrifici imposti dal «comunismo di guerra» e Lenin si fece carico, più di ogni altro dirigente, della contraddizione sociale in atto, che lo portò a ragionare sull’esigenza dell’alleanza contadini-operai. Un’alleanza che Lenin, all’inizio, tentò di saldare anche attraverso un’innovazione politico-teorica: lo scambio di prodotti (baratto di merci) tra contadini e operai, tra grano e beni industriali. Non sarebbe stata la soluzione, ma un’epifania: l’indicazione di marcia, da parte di Lenin, era già potente, antidogmatica, una premessa della stessa NEP.

NEP che partì nell’ottobre del 1921, quando Lenin si convinse della necessità dell’economia di mercato, linea che produsse non poche contraddizioni all’interno del Partito Comunista Russo, contraddizioni e resistenze che Lenin vinse ma sarebbero poi tornate, con Stalin, sotto forma di totale contrarietà, nella fase della fine della NEP.

Quale corredo politico-teorico lascia la breve esperienza della NEP leninista?

Lascia, innanzitutto, una riflessione, da parte di Lenin, profonda e proficua, un vero e proprio apparato teorico (accantonato) a sostegno del “socialismo attraverso un’economia di mercato”.

Lenin mette a fuoco la concezione dell’«uklad», una struttura socialista, una produzione economica socialista in grado di svilupparsi proprio in virtù della competizione con le strutture neocapitalistiche interne al socialismo. Una visione, questa di Lenin, addirittura preveggente, rispetto alla futura stagnazione sovietica brezneviana e in accordo con lo stesso, odierno, tipo di sviluppo e proficua competizione stato-mercato del “socialismo con caratteri cinesi”.

Oltre ciò, Lenin affronta il problema dell’entrata dell’economia di mercato (e persino del capitale straniero) nel socialismo in termini nuovi, sottolineando gli aspetti positivi, per ciò che riguardava e riguarda il necessario sviluppo generale delle forze produttive, di queste “entrate” capitalistiche.

Un altro aspetto anticipato da Lenin, nell’analisi del “socialismo di mercato”, sta nel fatto che, in presenza di spinte neo capitalistiche nella struttura socialista, elementi “mafiosi”, di corruzione, di involuzione burocratica possono inevitabilmente presentarsi. Ed è a partire da ciò che Lenin stesso proponeva una forte spinta politica e ideale ai fini della costruzione di un’autodisciplina nelle istituzioni pubbliche, oltre la proposta di un controllo esercitato contro le degenerazioni da parte del potere socialista. Ciò che dobbiamo rimarcare, da questo punto di vista, è il fatto che le degenerazioni di cui parlava Lenin si siano poi presentate, anche in forma massiccia, nell’esperienza sovietica priva di mercato, come a dire che non basta la cancellazione del mercato a impedire il formarsi della corruzione, questione che – ci sembra – sia presente al Partito Comunista Cinese, che sta intervenendo giustamente e con polso fermo contro i fenomeni di corruzione in seno al “socialismo con caratteri cinesi”. Non è senza significato, da questo punto di vista, il fatto che l’88% dei delegati al 19° Congresso del PC Cinese sia entrato nel Partito dopo le riforme di Deng.

La stessa questione – ai fini rivoluzionari e di sviluppo del socialismo – dell’ “apprendimento” (categoria sviscerata nella ricerca leninista di allora) da parte del socialismo dei meccanismi produttivi capitalistici era considerata da Lenin centrale; come centrale, architrave del processo, era considerata da Lenin la concezione delle “alture strategiche”, terminologia mutuata dalla guerra e utilizzata per rimarcare, da Lenin, l’esigenza del controllo socialista su tutto il piano NEP, il controllo del potere rivoluzionario sullo stesso “socialismo di mercato”. Cosa è stata, in fondo, la giusta reazione del Partito Comunista Cinese in Piazza Tienanmen, quando l’imperialismo USA soffiava sul fuoco, se non l’applicazione rivoluzionaria della difesa del socialismo dalle “alture strategiche”? Possiamo, a proposito, fare ricorso alle parole che Gillo Pontecorvo fa pronunciare ad Alì Ben Mihdi ne “La Battaglia di Algeri”: “Cominciare una rivoluzione è difficile, anche più difficile continuarla, e difficilissimo vincerla. Ma è solo dopo, quando avremo vinto, che inizieranno le vere difficoltà!».

E che cos’è – se non una mutuazione delle categorie leniniste – la parola d’ordine uscita dal 19° Congresso del PC Cinese relativa al “maggior controllo”, da estendere per la difesa del socialismo, da parte del Partito»?

La NEP leninista, seppur tra difficoltà e contraddizioni, favorì un grande sviluppo economico, riconosciuto come tale anche da Lenin nei suoi scritti precedenti la morte. Uno sviluppo che non aveva inficiato il progetto ed il potere socialista, ma l’aveva persino rafforzato nel senso comune del popolo sovietico.

Lenin muore nel gennaio del 1924 e la NEP inizia a spegnersi da quella data. Si protrae, di fatto, sino al 1930, ma, con la “collettivizzazione forzata delle campagne”, condotta da Stalin, essa termina di esistere.

Colpa di Stalin? Noi comunisti ci rifiutiamo di rispondere in questi termini alla domanda. La demonizzazione di Stalin è già così potentemente portata avanti dall’occidente capitalistico che non ha bisogno dell’aiuto dei comunisti. Noi possiamo e dobbiamo criticare Stalin, come peraltro il Partito Comunista Cinese critica il Mao della “Rivoluzione Culturale”, ma, come il PCC che rivaluta l’azione rivoluzionaria storica di Mao, noi comunisti italiani sappiamo rivalutare l’azione rivoluzionaria storica di Stalin.

Altra cosa è un’analisi profonda e seria relativa al superamento della NEP da parte di Stalin, analisi che ancora non è sufficientemente sviluppata e che deve invece svilupparsi, anche perché riguarda una fase decisiva per arricchire lo stesso bagaglio teorico del movimento comunista mondiale.

Certo è che Stalin va dritto verso l’abolizione della legge del valore, non delineando una fase di passaggio e di transizione al socialismo; risponde con più “automatismi” ideologici, nella lotta contro il mercato, rispetto alla creatività teorica e politica di Lenin e, soprattutto, Stalin inizia ad operare in un contesto segnato dal riarmo e dall’aggressività bellica imperialista, delle spinte alle quali si aggiungono, all’interno dell’URSS, nuove tensioni e contraddizioni, date anche dallo sviluppo spurio e non ancora reso armonico al socialismo della NEP. Spinte belliche imperialiste e contraddizioni interne che inducono Stalin a decidere che l’URSS, in quella fase, non può reggere le politiche e le inevitabili contraddizioni della NEP e che, dunque, la Nuova Politica Economica va disinnescata.

D’altra parte, è un insegnamento della stessa, attuale, esperienza cinese che il “socialismo di mercato”, e comunque un processo di transizione al socialismo, ha innanzitutto bisogno di un contesto internazionale di pace. E tale assunto è facilmente constatabile proprio in questa fase: contro la nuova, gigantesca “One Belt One Road”, la Nuova Via della Seta cinese, dal successo della quale può oggettivamente partire un grande aiuto sia alla pace mondiale che alle fortune del socialismo, si erge la contrarietà imperialista, che si materializza, intanto, attraverso il minaccioso rafforzamento della flotta militare USA e NATO nei Mari del Sud della Cina e nei porti delle Filippine; attraverso la rimilitarizzazione, sostenuta dagli USA, del Giappone; attraverso la costruzione di uno scudo stellare nella Corea del Sud contro la Corea del Nord; attraverso il moltiplicarsi delle esercitazioni militari USA-Corea del Sud; attraverso la demonizzazione della Corea del Nord e attraverso la collocazione di basi militari USA e NATO sia in Ucraina che in Afghanistan, motivo primario degli interventi militari USA e NATO in questi due Paesi.

Per riprendere il filo del discorso sull’economia sovietica, discorso funzionale allo studio del “socialismo dai caratteri cinesi”: cosa sostituisce, Stalin – ai fini della produttività di massa, dello sviluppo delle forze produttive e ai fini di una nuova accumulazione – alla NEP?

Indubbiamente Stalin sostituisce alla Nuova Economia Politica la forza intrinseca dello stesso socialismo sovietico che va (dentro un mondo ostile e di fronte alla concezione quasi planetaria di un capitalismo concepito come “natura” e dunque insuperabile) controstoricamente costruendosi; costruzione concreta alla quale, tuttavia, aggiunge elementi fortemente idealisti che hanno la forza di protrarsi nel tempo (il lavoro d’assalto, l’emulazione, lo stakanovismo, l’onda lunga e idealista della Rivoluzione d’Ottobre, che tutto unisce e spinge) ma che – proprio perché elementi non materialisti – possono durare sino alla vittoria sul nazifascismo e non evitare la grigia caduta ed evaporazione nella lunga stagnazione brezneviana.

Nel senso, prosaico ma concreto, che non si poteva chiedere l’emulazione di massa e lo stakanovismo alle generazioni venute dopo la guerra. Persino Ernesto Che Guevara (un iper idealista), per ricordare la storia, da Ministro dell’Economia, dopo la Rivoluzione Cubana, punta, dopo deludenti esperienze sul campo della mobilitazione sentimentale, a introdurre, per aumentare la produttività, il cottimo. Introduzione vissuta da Guevara come una sconfitta.

Dopo la NEP, l’Unione Sovietica non conosce più altro sistema che quello dello “Stato totale”, dove, mano a mano, la spinta alla produttività e allo sviluppo delle forze produttive va anchilosandosi. Nel sistema viene a presentarsi anche una contraddizione di natura degenerativa: una sorta di scambio tra mancanza del mercato e delle merci, mancanza di democrazia sovietica e allentamento, sino quasi alla cancellazione, del controllo nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro e di produzione. Uno sviluppo senza più la NEP di Lenin né l’idealismo ed il controllo di Stalin.

Il processo ideologico di “svalorizzazione” del lavoro e della produttività diviene una sorta di involucro che tutto segna di sé e, in questa palude, la riproduzione della produzione e dei mezzi di produzione – che va avanti, dalla fine degli anni ’60 in poi, come una coazione a ripetere, senza dinamizzazioni o svolte significative – diviene un processo in via d’esaurimento.

Nella mancanza – spesso disperata, per i cittadini sovietici – delle “merci leggere” e di consumo di massa, vi è molto dell’”ideologia” della stagnazione: la scelta di perpetuare un’economia di merci pesanti, a discapito delle condizioni di vita dei cittadini e del consenso di massa e a discapito dell’apertura di un più vasto mercato interno e della possibilità, da parte dell’URSS, di puntare ai mercati mondiali, la si spiega anche con la supposta, “diversa”, coscienza del popolo sovietico, non incline, per questa ideologia, alla necessità delle merci. Un errore madornale nell’interpretazione di un popolo, dei lavoratori: non vi era bisogno, per liberarsi dalle fatiche famigliari, di una lavatrice?

Non vi era bisogno di un frigorifero, di un ferro da stiro facilmente reperibili sul mercato? Non vi era bisogno, per un popolo e per una classe operaia, contadina, che tanto avevano dato alla Rivoluzione, alla difesa della Rivoluzione e alla sanguinosa lotta contro il nazifascismo, di una economia volta alla produzione di massa di merci “leggere”, di consumo popolare?

Non vi furono, nell’URSS, grandi innovazioni sul campo economico. Uniche eccezioni di rilievo, i tentativi delle due riforme condotte da Aleksej Kosygin, che prima nel 1965 e poi nel 1973, tentò di dinamizzare l’economia sovietica a partire, soprattutto, dal superamento della burocratizzazione ministeriale dell’economia, attraverso la costituzione di associazioni produttive a livello repubblicano e locale. Paradossalmente, una via che aumentava i poteri del Comitato di Pianificazione di Stato (il Gosplan) sottraendoli, appunto, ai gangli burocratici distanti dalla produzione. Le due riforme Kosygin, benché lontane dallo spirito della NEP e solo timidamente evocanti il ritorno a minimi meccanismi di mercato, furono insabbiate, pur non fallendo (si ricorda lo sviluppo produttivo imperioso delle automobili “Gorkii”, a Leningrado). Il sistema anchilosato aveva “digerito” Kosygin.

Certo è che la cause della caduta dell’URSS non vanno solo ricercate nella stagnazione e nel mancato e pieno sviluppo delle forze produttive; la lunga sfida militare imperialista volta a dissanguare l’economia sovietica sull’altare del riarmo; il possente e continuo aiuto internazionalista, di tipo materiale e diretto in ogni continente; i veri e propri tradimenti di Gorbaciov, la mancata vittoria, prima di lui, della linea Andropov, l’accidia dell’Armata Rossa, incapace di respingere il “golpe” di El’cin: tutto ciò è stato decisivo. Tuttavia, la base materiale della resa e dello scioglimento dell’URSS non può che rintracciarsi, innanzitutto, sull’assenza– infine – di un’economia forte, di forze produttive in grado di sostenere lo scontro e preparare il futuro. Ed è questa un ulteriore lezione che, oggi, ci viene dallo sviluppo cinese: le basi materiali e lo sviluppo delle forze produttive garantisco anche il futuro del socialismo. Significativo, da questo punto di vista, è il rilancio, avvenuto al 19° Congresso del PC Cinese, dei valori politici e ideali del socialismo, del progetto rivoluzionario a breve e lungo termine.

Noi riteniamo che il passaggio, in Cina, dalla Rivoluzione Culturale alle “Quattro Modernizzazioni” e poi al progetto compiuto di “socialismo dai caratteri cinesi” sia stato non solo necessario per la Repubblica Popolare Cinese e per il popolo cinese (per tanta parte uscito dalla miseria ed entrato nella modernità), ma anche per l’intero arco delle forze antimperialiste, anticolonialiste e comuniste del mondo, che dopo la scomparsa dell’URSS hanno ritrovato nella Cina dello sviluppo economico, e nei BRICS, una sponda potente e un punto di riferimento solido. Non è la questione o il desiderio di un nuovo “faro internazionale”, del quale i partiti comunisti del mondo e le forze antimperialiste e rivoluzionarie non hanno bisogno: è la questione di un’accumulazione di forze materiali (e, dunque, dialetticamente, ideali) sul piano mondiale, capace di fronteggiare e far arretrare le forze imperialiste.

La Rivoluzione Culturale cinese aveva fatto innamorare di sé anche la piccola borghesia occidentale di sinistra, molto e idealisticamente attratta dalla miseria e dal sacrificio del popolo cinese, “esempio” – per la piccola borghesia – di “una più alta vita”. La Cina aveva invece bisogno di ergersi nel mondo attraverso quello che lo stesso Marx individuava come il motore della Storia: lo sviluppo delle forze produttive.

Le concezioni politiche e teoriche che vanno forgiandosi in Cina, in questa fase di impetuosa crescita, sono già e potranno ancor più essere – senza rapporti di subordinazione, ma con rapporti leali e creativi – ricca materia teorica per altre esperienze di sviluppo socialista: il ruolo guida – nel progetto di sviluppo delle forze produttive – del Partito Comunista Cinese (ruolo guida che mutua la concezione leninista delle “alture strategiche”); il Partito Comunista come avanguardia del proletariato e della Nazione, in una visione della “totalità delle cose”, della fase e del quadro sociale e politico, una pratica della totalità volta a trainare tutto l’immenso Paese cinese verso il socialismo; l’unità transeunte tra Partito Comunista, proletariato e borghesia, nella fase storica in cui essa è funzionale allo sviluppo delle forze produttive ed esse alla transizione al socialismo; la sollecitazione strategica alla costruzione delle “aree speciali” neo capitaliste, aventi il compito di accelerare i processi di accumulazione della ricchezza generale al fine di altri investimenti sociali, tecnologici, scientifici; l’attenzione e la lotta del Partito contro le inevitabili aree di corruzione che si aprono (come si sono, peraltro, aperte anche nell’URSS priva di mercato) nel “socialismo di mercato”; la consapevolezza (che il Partito Comunista Cinese ha totalmente e lucidamente) delle inevitabili contraddizioni che la presenza, voluta dallo stesso progetto socialista di un neocapitalismo interno, produce in termini di pulsione al potere politico da parte del potere economico accumulato dal neocapitalismo e, dunque, l’apertura di una lotta di classe sociale e politica che il Partito Comunista, dopo aver provocato, vuole e deve vincere.

La stessa «Teoria delle tre rappresentatività» (l’unità storica tra operai, contadini e intellettuali, che deve allargarsi alla cultura d’avanguardia e agli interessi di massa), appare un’innovazione funzionale alla fase di transizione cinese, una linea, peraltro, già praticata da altre esperienze rivoluzionarie e comuniste di altri Paesi e in altre fasi storiche.

Negli odierni passaggi cruciali della politica cinese e nelle stesse scelte strategiche del Partito e del governo della Repubblica Popolare è confermata in toto la bontà marxista della centralità dello sviluppo delle forze produttive: nel Piano Quinquennale 2016 – 2020 (rilanciato dal 19° Congresso del PC Cinese) viene presentato un immenso progetto ambientalista, di sviluppo ecocompatibile che non ha pari al mondo e che solo avendo sviluppato precedentemente le forze produttive ora può concretizzarsi.

Sappiamo che l’imperialismo, specie quello nord americano, teme lo sviluppo cinese e ha gli occhi, e non solo gli occhi, puntati su Pechino: sarà nostro dovere di comunisti, di internazionalisti, stare dalla parte giusta, dalla parte della Repubblica Popolare Cinese e del Partito Comunista Cinese.


Commento

di Carlo Formenti



Il testo che avete appena letto tocca, fra gli altri, questi cinque nodi cruciali: 


  1.  Esistono sostanziali analogie fra la NEP promossa da Lenin nei suoi ultimi anni di vita e le riforme volute da Deng alla fine degli anni Settanta? Si tratta di una questione che, a sua volta, solleva almeno altri due interrogativi teorici: vale ancora il dogma secondo cui socialismo e mercato sono assolutamente incompatibili? Le forme di capitalismo di stato esistenti in Occidente sono equiparabili a quelle in vigore nei Paesi socialisti?
  2.  La lotta di classe prosegue nelle prime fasi del socialismo? 
  3.  È giusto affermare che “il socialismo è lo sviluppo delle forze produttive”? 
  4.  Quali sono state le cause del crollo sovietico?
  5.  Quali sono i limiti del mito che identifica il socialismo con la costruzione dell'uomo nuovo? 


Questi stessi interrogativi sono al centro del mio nuovo libro “Guerra e rivoluzione” di imminente uscita per i tipi di Meltemi (il primo volume, “Le macerie dell'Impero”, a gennaio 2023, il secondo, “Elogio dei socialismi imperfetti”, due mesi dopo). Nelle prossime settimane ne anticiperò alcune pagine, mentre in questa sede mi limito ad accennare ad alcune delle risposte che il libro offre agli interrogativi di cui sopra.


Le descrizioni “classiche” del socialismo – vedi, fra le altre, quelle contenute nell'Anti-Duhring di Engels o nella Critica al programma di Gotha di Marxescludono la possibilità che tale forma sociale possa convivere con i rapporti di mercato. Questa era, anche, la convinzione di Lenin e degli altri dirigenti bolscevichi (in particolare di Bukharin) negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione del 1917.  Una volta esaurita la fase del comunismo di guerra, tuttavia, la posizione di Lenin mutò radicalmente. Di fronte al rischio di collasso dell'economia, dovuto al rifiuto delle masse contadine di rinunciare al possesso privato della terra, alle distruzioni dell'apparato produttivo provocate dalla guerra civile, all'incapacità della classe operaia russa di gestire tale apparato senza l'apporto dei quadri tecnici nonché alla riluttanza operaia a farsi carico dell'immane sforzo necessario a riavviare la macchina produttiva, Lenin si convinse della necessità di una lunga fase di transizione in cui scambi commerciali, gerarchie di fabbrica e organizzazione del lavoro sarebbero rimasti quelli del periodo prerivoluzionario. In contrasto con la sinistra del partito (e con le posizioni di Rosa Luxemburg), sostenne quindi la necessità di dare vita a una forma di “capitalismo di stato” che, sostenne, non poteva essere considerato un “ritorno al capitalismo” tout court, nella misura in cui il controllo dell'economia sarebbe rimasto  saldamente in mano dello Stato e del partito rivoluzionari. 


Anche se la storia non si ripete, è difficile non cogliere le evidenti analogie fra il contesto in cui maturò la svolta della NEP in Russia e quella imposta da Deng nella Cina del 1978. Se l'Unione Sovietica non avesse riavviato l'economia, non sarebbe stata in grado di resistere all'assedio dei Paesi capitalisti; a sua volta la Cina – reduce dai disastri provocati dalla Rivoluzione culturale -  era sottoposta alla doppia sfida dell'assedio imperialista e di quelle forze interne al Partito (appoggiate dal liquidatore dell'Urss Gorbaciov e dagli Stati Uniti) che reclamavano la separazione fra Stato e partito e l'adozione di un sistema “democratico” di tipo occidentale, per cui la svolta impressa da Deng è stata una soluzione obbligata, non solo per garantire la sopravvivenza dell'esperimento socialista in Cina, ma per salvaguardare la stessa unità e autonomia nazionali del Paese a fronte dei progetti capitalisti di smembrarlo per spartirsene le spoglie.  


Prima di interrogarci sulle ragioni che hanno provocato sviluppi tanto diversi nel caso della Russia rispetto a quello cinese, è opportuno sottolineare come entrambi i percorsi storici (per un marxista i fatti storici hanno sempre la precedenza sulle idee astratte) rappresentino una chiara smentita del dogma della incompatibilità assoluta fra socialismo e mercato e, al tempo stesso, confermino come il processo di transizione al socialismo, oltre a presentarsi assai più lungo, complesso e tormentato di quanto prevedessero i padri fondatori, sia inevitabilmente caratterizzato dal permanere del conflitto di classe. 


Nel suo testo Giannini richiama, in merito a quest'ultimo tema, il pensiero di Domenico Losurdo: la lotta di classe è sempre declinata al plurale e una delle sue forme è il conflitto geopolitico (lotte di liberazione nazionale, antimperialiste, ecc.); lotta di classe è quella “dall'alto” che in 40 anni di neoliberismo le élite occidentali hanno condotto contro le classi subalterne, sprofondando centinaia di milioni di proletari nella miseria, lotta di classe è quella della NEP in salsa cinese che, nello stesso arco di tempo, ha consentito di affrancare 800 milioni di cinesi dalla povertà, offrendo nel contempo alle larghe masse dei Paesi in via di sviluppo l'alternativa del Bejing Consensus contro l'oppressione imperialista del Washington Consensus, offrendo cioè uno straordinario esempio di successo economico fondato sul ruolo centrale dello Stato. Torniamo dunque, con buona pace di trotzkisti e negriani, alla tesi leninista che distingue fra capitalismo di stato come strumento del potere socialista e capitalismo di stato come passo verso la restaurazione del capitalismo.  


Abbozzando un'analisi sull'opposto destino della Rivoluzione russa (dalla fine della NEP alla collettivizzazione forzata staliniana, dalla stagnazione brezneviana al disastro dell'89-91), Giannini mette l'accento sull'idealismo che ha caratterizzato certe scelte di Stalin (simile alle illusioni di Guevara sull'uomo nuovo), nonché sulla disastrosa sottovalutazione, da parte dei suoi successori, delle giuste aspirazioni popolari a godere dei benefici dello sviluppo (a partire dalla carenza quantitativa e qualitativa del settore dei beni di consumo). Condivido, sono però convinto che occorra compiere un ulteriore, enorme sforzo analitico. Sospendendo il giudizio sugli errori associati alla distruzione della vecchia guardia bolscevica, credo che il vero limite di Stalin sia consistito nel riproporre il dogmatismo astratto degli oppositori “di sinistra” alla svolta “realista” di Lenin, pigiando l'acceleratore su statalizzazione e collettivizzazione forzata, cui si è aggiunto – come giustamente messo in luce da un'autrice come Rita di Leo - il suo “operaismo”, cioè la diffidenza radicale, se non il vero e proprio odio, nei confronti degli intellettuali, sentimento che lo ha indotto a rimpiazzare in tempi brevissimi sia i dirigenti e i tecnici del periodo prerivoluzionario che i dirigenti bolscevichi di estrazione borghese con quadri di estrazione proletaria, i quali hanno instaurato una prassi di quieto vivere con una classe operaia scarsamente disponibile a cooperare all'aumento di produttività. Di qui il rallentamento dello sviluppo, la sistematica falsificazione del raggiungimento degli obiettivi del piano e la stagnazione che, dopo la morte di Stalin, verranno  aggravati dalla burocratizzazione di un apparato amministrativo e produttivo che, contrariamente a quello cinese, non è mai stato sottoposto alla pressione della concorrenza.  


Ammettere che il processo di transizione al socialismo è lungo, complesso, esposto agli effetti del permanere dei conflitti di classe (e quindi al rischio di sconfitte e passi indietro), e che può convivere a lungo con il mercato e assumere la forma di un capitalismo di stato sui generis non è però sufficiente. Nel libro che ho da poco consegnato all'editore sostengo inoltre che occorre prendere congedo da certe rappresentazioni profetico religiose del socialismo – e ancor più del comunismo realizzato – come paradiso in terra, un mondo privo di conflitti e libero da ogni forma di alienazione. Lasciando da parte le speculazioni sul comunismo realizzato – che non entusiasmavano Marx e che riguardano in ogni caso un futuro difficilmente prevedibile – è probabile, per non dire certo, che la prima fase del socialismo somiglierà a una qualche forma di economia  mista non troppo diversa da certe esperienze postbelliche di socialdemocrazia radicale, con la differenza del mantenimento di un saldo controllo politico dello stato e del partito rivoluzionari sui settori strategici della produzione, sulla finanza e sui processi di riproduzione sociale. 


E per quanto riguarda il mito dell'uomo nuovo? Giannini insiste giustamente sugli effetti perversi che il mancato sviluppo della produzione di beni di consumo ha avuto sulla storia dell'Unione Sovietica, e sul fatto che una certa visione idealista impedisce di capire che anche il cittadino socialista ha diritto ad aspirare a godere di un certo benessere (ciò di cui il Partito Comunista Cinese è ben consapevole, per cui mette questa esigenza in cima ai propri obiettivi strategici). Ciò vuol dire che la sola differenza fra capitalismo e socialismo è il tasso di giustizia distributiva, mentre le differenze culturali e  antropologiche sarebbero inesistenti o trascurabili? Assolutamente no. Se la rivoluzione cinese (ma anche quelle latinoamericane) si sono rivelate meno permeabili alle seduzioni del consumismo occidentale è perché in questi Paesi il marxismo si è ibridato con tradizioni culturali (il confucianesimo in Cina, il comunitarismo di origine india in America Latina) assai diverse da quelle occidentali. Da noi il retaggio individualista, frutto di secoli di capitalismo e di cultura ebraico-cristiana, è purtroppo molto più difficile da scalzare, anche perché abbiamo a lungo usufruito delle briciole del saccheggio imperialista dei centri metropolitani a spese delle periferie del mondo. 


Concludo con un'ultima annotazione critica: rilanciare il detto marxiano “il socialismo è lo sviluppo delle forze produttive”, come fa a un certo punto Giannini, può dare adito a equivoci. Una cosa è affermare che senza sviluppare le forze produttive la Cina non avrebbe potuto salvare la rivoluzione; altra cosa è applicare questo principio ai centri del capitalismo mondiale, dove le forze produttive hanno da tempo raggiunto picchi elevatissimi senza che ciò abbia consentito di fare il benché minimo passo in direzione d'un cambiamento di sistema. Il dogma secondo cui la rivoluzione si fa laddove esistono le “condizioni oggettive” (cioè ai punti più alti di sviluppo economico e, non, come ci ha insegnato Lenin, negli anelli deboli della catena) è un altro dogma da mandare una volta per tutte in soffitta, né ho dubbi in merito al fatto che Giannini condivida tale punto di vista. Tuttavia ho qualche perplessità in merito all'opportunità di riproporre certe battute del Manifesto di Marx ed Engels sull' ”idiotismo” della cultura contadina: d'accordo se si tratta di ironizzare su certi romanticismi bucolici dell'ecologismo piccolo borghese, ma attenzione al  pregiudizio ottocentesco (eurocentrico, evoluzionista e progressista: vedi l'apologia del ruolo “rivoluzionario” del capitalismo occidentale) che condizionava certe prese di posizione dei padri fondatori (che del resto lo stesso Marx superò negli ultimi anni di vita, riflettendo sul potenziale rivoluzionario del comunitarismo contadino russo).   

domenica 18 settembre 2022

L'AQUILA E IL CORVO
Il bivio degli Ottanta e le due vie di Cunhal e Occhetto


Questo articolo nasce da due suggestioni. La prima è frutto delle impressioni raccolte negli ultimi anni confrontandomi con i militanti delle diverse formazioni neo comuniste nate dalla dissoluzione del PCI, e con gli amici di Cumpanis che, fuorusciti da alcune di tali formazioni, sono impegnati nel difficile – per usare un eufemismo – tentativo di saldare gli spezzoni della diaspora  nell'atto fondativo di un nuovo Partito Comunista che meriti di essere definito tale. La seconda è più occasionale: mi è capitato di leggere, a distanza di pochi giorni, Il partito dalle pareti di vetro, un libro dell'ex segretario del Partito Comunista Portoghese, Alvaro Cunhal, uscito nel 1985, ripubblicato in Portogallo nel 2002 e in Italia (dalle Edizioni La Città del Sole) un paio d'anni fa, e Idee e proposte del nuovo corso del PCI, un libercolo in cui “l'Unità” aveva raccolto una serie di interviste e interventi di Achille Occhetto preparatori del 18° Congresso del Partito (marzo 1989), propedeutico alla svolta della Bolognina che si sarebbe celebrata pochi mesi dopo. 


Questa duplice lettura ha rafforzato le convinzioni che esprimo in un libro che ho appena consegnato all'Editore Meltemi (uscirà in due volumi nei primi mesi del 2023). In particolare, ha corroborato le mie tesi relative: 1) al fatto che il decennio degli Ottanta (non solo nel finale, che ha visto la caduta del sistema socialista dell'Europa Orientale) rappresenta il punto di non ritorno del processo di separazione fra comunismo occidentale e comunismo orientale, e coincide con il pressoché totale annientamento del primo, già avviato nei Settanta; 2) al fatto che, al culmine del loro progetto di autoliquidazione, i partiti comunisti (con poche eccezioni, fra le quali spicca quella del partito portoghese) non si sono socialdemocratizzati, bensì convertiti in partiti liberali allineati al consenso di Washington; 3) al fatto che le radici della svolta affondano in una mutazione culturale iniziata nel corso del trentennio dorato del compromesso postbellico fra capitale e lavoro; 4) al fatto che i compagni che guardano con nostalgia all'esperienza del PCI, illudendosi che si possa costruire un futuro a partire da quelle macerie, non hanno capito che il seme della sconfitta (ideologica prima che politica) era già saldamente piantato in quel glorioso passato. Per approfondire queste tesi rinvio alla lettura del libro che uscirà fra pochi mesi; in questo articolo ne estraggo alcuni spunti ragionando sulla distanza abissale che separa il volo dell'aquila Cunhal da quello del corvo  Occhetto.


Contrappunti   


Parto dalle parole con cui Cunhal sintetizza l'essenza dell'operazione avviata dai partiti eurocomunisti negli anni che vanno dalla controrivoluzione liberale alla caduta del Muro: “Dicono di rifiutare il ruolo rivoluzionario e di avanguardia della classe operaia sostituendolo con il ruolo di avanguardia degli intellettuali e della piccola borghesia urbana. Dicono di rifiutare la concezione di alleanza della classe operaia con i contadini sostituendola con un'alleanza indefinita di forze sociali eterogenee. Dicono di rifiutare la teoria dello Stato e del Partito. Dicono di rifiutare la critica leninista alla democrazia borghese e al parlamentarismo borghese come forme politiche di oppressione economica e sociale e trovano valori che si sovrappongo agli obiettivi di emancipazione sociale. Dicono di rifiutare metodi rivoluzionari di accesso al potere della classe operaia”. Nelle pagine seguenti provo ad articolare questa incisiva descrizione mettendo in contrappunto le tesi di Cunhal e quelle di Occhetto, così come emergono dai testi sopra citati.  


Alvaro Cunhal



a) A proposito della natura di classe del partito.


Per Cunhal “le profonde modifiche riscontrate nella composizione sociale della società e della classe operaia non mettono in discussione la natura di classe del partito”. L'evoluzione del modo di produzione capitalistico e gli sconvolgimenti provocati dai processi di finanziarizzazione dell'economia e dalle ristrutturazioni tecnologiche hanno trasformato radicalmente il mondo del lavoro e influito sui processi ideologici e culturali, ammette Cunhal, ma da ciò non consegue il cambiamento dell'obiettivo strategico dei comunisti, che resta quello della costituzione del proletariato in partito politico, un partito indipendente che ”non deve concepirsi come una coda di qualche partito borghese”. Tale obiettivo comporta, fra le altre conseguenze, che l'ossatura organizzativa debba fondarsi sulle cellule nei luoghi di produzione, e che la sua natura di classe debba tendenzialmente rispecchiarsi nella composizione sociale dei  membri  (più del 50% di quadri operai all'epoca in cui scriveva l'autore).   


Nello stesso periodo la preoccupazione fondamentale di Occhetto è viceversa quella della “conquista del centro”, obiettivo squisitamente elettoralistico che, tuttavia, implica inevitabilmente uno spostamento dell'attenzione verso gli interessi, i bisogni, i principi e i valori degli strati sociali che nel centro si riconoscono. Ciò comporta il rischio che sia il centro ad egemonizzare la sinistra piuttosto che avvenga il contrario? No ribatte il corvetto: “il centro conquista la sinistra solo se non si possiede la forza politico culturale che sappia dare risposte ad alcune delle verità interne al moderatismo”. Occhio al termine moderatismo: il grande pensiero marxista è da sempre attento ad alcune verità formulate dal grande pensiero di destra (da Heidegger a Weber passando per Schmitt, tanto per fare qualche esempio), ma trattasi di verità radicali, non delle ideuzze partorite dal moderatismo piccolo-medio borghese italiota che entusiasmava Occhetto, il quale, con la sua “svolta” anticipava la realtà dell'odierno PD, espressione esclusiva degli interessi delle élite neoborghesi dei centri metropolitani, mentre già allora volgeva le spalle a quelli dei proletari, incitando a “costruire una identità attuale partendo dalla considerazione che tutta una fase di lotta per l'emancipazione dei lavoratori è alle nostre spalle grazie alle nostre stesse battaglie, alle vittorie della sinistra”. Sublime ipocrisia che celebra vittorie passate, ai tempi già in larga misura dissipate dall'opportunismo sindacale, nonché in via di rapido smantellamento. 



b) A proposito della “inattualità” del leninismo


Sulla velleità di superare il leninismo il giudizio di Cunhal è lapidario: lo definisce “l'assurdo tentativo di separare il marxismo dal leninismo”, liquidando come ridicola la pretesa secondo cui la fedeltà al marxismo sarebbe compatibile con l'abbandono del leninismo. Ed è precisamente il rifiuto di imboccare la strada dell'abiura che gli consente di cogliere con lucidità l'obiettivo delle campagne condotte dai partiti borghesi e dai loro megafoni mediatici per accelerare la mutazione degli eurocomunisti da avversari in compagni di strada; ecco come descrive il tentativo di isolare il Partito Comunista Portoghese: “o mantiene i principi, gli obiettivi e l'orientamento attuale e, di conseguenza, è costretto all'isolamento, alla marginalizzazione, al ghetto e non può essere considerato un partito avente diritto alla partecipazione in termini di uguaglianza nella vita politica nazionale o, se vuole essere trattato in termini paritari, deve modificare principi e orientamenti deve diventare un partito moderno (aggettivo da mettere fra virgolette per sottolinearne la valenza ironica) occidentale”. 


Di tutt'altro tenore la strada imboccata da Occhetto per superare la conventio ad excludendum nei confronti del PCI. Facendosi forte dell'infelice battuta di Berlinguer sull'esaurimento della spinta propulsiva della Riconduzione d'Ottobre (a proposito delle mal riposte nostalgie di certi compagni nei confronti del teorico del compromesso storico), e dell'azione liquidatrice di Gorbaciov nei confronti di quel glorioso evento storico, il corvetto respinge “la falsa alternativa secondo cui avremmo di fronte la scelta secca omologazione o identità comunista”, dopodiché ci ammannisce “una concezione del socialismo come massima realizzazione delle libertà individuali “ (sic) e, dopo avere riproposto la frusta contrapposizione fra Oriente e Occidente come endiadi uguaglianza versus libertà, ne annuncia il definitivo superamento retrodatando dal 1917 al 1789 l'eredità ideale del suo partito: “il PCI è figlio della Rivoluzione francese della dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, dell'affermazione della democrazia come valore universale (nessun punto di domanda su quale democrazia: è una sola, vale a dire quella borghese, senza se e senza ma)”. Appurato che quella è la sua stella polare, precisa che il compito è quello di realizzarne compiutamente il lascito ideale, non senza avere precisato che tale lascito va depurato della macchia del giacobinismo che “aveva in sé i semi del totalitarismo” (sgangherato omaggio alle tesi di Hannah Arendt, e alla sua celebrazione della Rivoluzione americana in quanto più democratica di quella francese). 


A questo punto, prima di proseguire nel ping pong fra l'aquila e il corvo, mi permetto di fare un inciso su comunismo e liberalismo, proponendo qui di seguito un sunto del paragrafo che ho dedicato al tema nel lavoro di prossima pubblicazione di cui sopra:   


Essere comunisti implica il rifiuto radicale di ogni forma di liberalismo: quello classico, il neoliberalismo, l’ideologia “liberal” delle sinistre angloamericane, l’ ideologia liberal progressista dei movimenti postcomunisti, le ideologie liberal socialiste e anarchiche, ecc. Questo perché tutte queste varianti condividono i principi e i valori dell’individualismo occidentale. Ricordo che per Marx i diritti dell’uomo riconosciuti dalle costituzioni borghesi sono diritti che sanciscono la separazione dell’individuo dalla sfera dello Stato, della società, della politica, offrendogli piena libertà di estraniarsi a suo arbitrio sul piano sociale e naturalmente anche su quello ideologico. Una “libertà” che Marx liquida così: “Nessuno dei cosiddetti diritti dell’uomo oltrepassa dunque l’uomo egoista, l’uomo in quanto è membro della società civile, cioè l’uomo ripiegato su se stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio privato, e isolato dalla comunità”.

Ciononostante persino un pensatore marxista radicale come Domenico Losurdo ha sostenuto, nel suo ultimo lavoro, che i comunisti non dovrebbero svalutare le conquiste del liberalismo, bensì appropriarsene. Dopo avere ricordato che Norberto Bobbio opponeva ai comunisti le ragioni della irrinunciabilità della libertà formale e delle sue garanzie giuridico istituzionali, Losurdo scrive che la cultura comunista ha reagito a questa sfida in due modi: da un lato, come Galvano Dalla Volpe, contrapponendo alla libertas minor (la libertà negativa, o libertà da, tipica del diritto borghese e ritagliata sul diritto dell’individuo proprietario) la libertas maior  (la libertà positiva, o libertà di, ritagliata sui diritti collettivi della comunità dei produttori). Dall’altro con i concetti togliattiani di democrazia progressiva e di via italiana al socialismo, concetti che, secondo Losurdo, dimostrerebbe che i comunisti, piuttosto che negare o svalutare le conquiste di cui erano stati protagonisti liberali e democratici ,“si proponevano di universalizzarle (mettendo fine alla clausole di esclusione) e di far valere tali conquiste anche nella materialità dei rapporti economici e sociali tenendo conto di volta in volta della concreta situazione storico-politica”.

Contrariamente a Losurdo, ritengo che il punto di vista di Galvano Dalla Volpe (che coincide con quello di Marx, il quale sosteneva che mettere al centro la libertà individuale significa non riuscire a guardare al di là di una società di imprenditori privati) sia quello giusto, laddove i concetti togliattiani di democrazia progressiva e di via italiana al socialismo contenevano un tasso di ambiguità che, se non ha causato, certamente non ha impedito la trasformazione del  PCI in partito liberale. L’equivoco di fondo consiste nell’idea che la rivoluzione socialista rappresenti l’attuazione dei principi e dei valori della rivoluzione democratico borghese, rimasti inattuati a causa del dispositivo di limitazione che li confina all’ambito della tutela dei diritti di proprietà e delle libertà negative. Ciò è tre volte sbagliato: 1) perché la storia non è una successione di fasi governate da ferree “leggi” evolutive; 2) perché rivoluzione borghese e rivoluzione socialista sono fenomeni strutturalmente diversi, in quanto la borghesia conquista il potere politico dopo avere già conquistato quello sulla società e sull’economia, viceversa il proletariato è privo di ogni potere, tanto economico che politico, per cui può vincere solo distruggendo le forme di potere esistenti; 3) perché l’argomento secondo cui la rivoluzione consisterebbe nell’estendere i principi liberali dall’ambito economico all’intero ambito delle relazioni sociali, ignora che la libertà liberale non è limitata all’ambito economico: essa coincide totalmente, per forma e struttura, con tale ambito, per cui chi la assume come principio regolativo agisce, consapevolmente o meno, a favore della conservazione del potere borghese. 



c) Statalismo e antistatalismo


“Il programma di un partito non si deve considerare come un programma di governo, relativo a un breve periodo della sua amministrazione, ma come la definizione degli obiettivi e delle misure necessarie in un tappa determinata dello sviluppo sociale e politico”. Così scrive Cunhal che, in questo modo, contribuisce indirettamente al dibattito su riforme e rivoluzione che si sviluppò nella socialdemocrazia tedesca fra fine Ottocento e primo Novecento (con la partecipazione di pezzi da Novanta come Engels e Luxemburg); dibattito che si è recentemente riproposto in America Latina, dopo il successo delle rivoluzioni Venezuelana e Boliviana, chiarendo che la vera contrapposizione non è fra riforme e rivoluzione, bensì fra riforme fine a sé stesse e riforme finalizzate al superamento del capitalismo. Del resto nemmeno la via riformista al socialismo, ove assunta in una prospettiva di cambiamento sistemico radicale, mette in discussione il ruolo strategico dello Stato nel processo di transizione. E infatti Cunhal, riferendosi alla prima fase della Rivoluzione dei Garofani, scrive che “la nazionalizzazione delle banche e dei settori di base dell'economia sorsero in maniera naturale e quasi inevitabile nel processo di formazione del nuovo regime democratico”.  


Viceversa Occhetto, dopo avere assicurato che il suo PCI ha messo da tempo in discussione “lo statalismo tradizionale del movimento operaio”, così come ha “completamente abbandonato ogni visione negativa dell'impresa”, imputa alla DC di essere rimasta ancorata a quello statalismo “di vecchio tipo”, necessariamente (!!??) associato a clientelismo e spreco del denaro pubblico. Dopodiché candida il proprio Partito, che di lì a poco giustamente non si chiamerà più comunista, 

a realizzare una “nuova” concezione dello Stato che sembra copiata di peso dalle tesi del guru dell'ordoliberalismo von Hayek: “abbiamo bisogno di uno Stato che garantisca di più i diritti sociali e gestisca di meno (una parafrasi del concetto neoliberista di “economia sociale di mercato”) . Che indichi a tutti i soggetti i criteri dell'interesse generale ai quali devono attenersi”; e ancora: “il Paese ha bisogno di uno Stato che gestisca meno e che invece sia più in grado di fornire progetti e definire regole per una pluralità di soggetti pubblici e privati.” E'  un sunto del paradigma ordoliberale che supera la concezione tradizionale del laissez faire, rimpiazzandola con quella di uno Stato forte, non nel senso dell'intervento diretto nell'economia, bensì in quanto garante delle regole del corretto funzionamento del mercato (regole che, come abbiamo imparato sulla nostra pelle, contemplano il contenimento dei salari e della spesa sociale)


d) Internazionalismo proletario versus cosmopolitismo borghese


Da un lato, Cunhal ha costantemente dedicato ampio spazio alle questioni dell'imperialismo e della lotta antimperialista, così come ha ribadito in più occasioni che patriottismo e internazionalismo sono tratti essenziali della politica e dell'attività del Partito Comunista Portoghese, nella misura in cui “la fase imperialista dello sviluppo del capitalismo determina un crescente abbandono  degli interessi nazionali da parte della borghesia”. In altre parole, secondo Cunhal, l'attenzione alla dimensione nazionale della lotta di classe non solo non è un tratto conservatore (o addirittura reazionario nell'ottica di certe sinistre “radicali”) ma è un fattore essenziale della battaglia per il socialismo nell'era dell'internazionalizzazione dei capitali. 


Dall'altro lato Occhetto, quando non si spinge a delirare su un fantasmatico “governo mondiale”, presenta il processo di unificazione europea (che fino ai Settanta il PCI aveva giustamente indicato come un fattore di indebolimento dei rapporti di forza dei proletari dei vari Paesi europei attraverso la loro messa in competizione reciproca) come una gloriosa marcia verso gli Stati Uniti d'Europa (obiettivo che tanto Marx quanto Lenin avevano esorcizzato come una Santa Alleanza del capitalismo internazionale contro i proletari di tutti i Paesi). Per il corvetto “L'Europa non va vista come un elemento aggiuntivo, ma come il prisma attraverso il quale vedere i problemi sociali, i problemi dello sviluppo e delle politiche industriali, i problemi  istituzionali”. Un prisma che trent'anni dopo si è rivelato l'irriformabile gabbia d'acciaio, priva di qualsiasi legittimità democratica, che soffoca ogni velleità di emancipazione delle classi subalterne del Vecchio Continente.   


Occhetto annuncia lo scioglimento del PCI



A mo' di appendice


Per concludere ripropongo tre temi trattati da Cunhal nel libro sopra citato che mi paiono di stretta attualità. In primo luogo, chi accusa lui e il suo partito di passatismo e dogmatismo dovrebbe leggere passaggi come quello in cui scrive che “la memoria non può significare la pretesa di ripetere l'esperienza passata come norma di in una nuova situazione concreta” o quest'altro in cui, contro il vizio del citazionismo, aggiunge che “un marxista leninista non può mai opporre i testi alla realtà”, e che “se si combatte il culto dei vivi è anche necessario combattere il culto dei morti”. La sua visione, che oggi il partito Comunista Portoghese continua meritevolmente a fare propria, non è dunque ispirata a una ottusa fedeltà ai “testi sacri” del marxismo, bensì alla necessità di coglierne lo spirito e il metodo per calarli nella concreta realtà storica.


Secondariamente, mi preme sottolineare come questa attenzione all'analisi concreta della situazione concreta gli consentisse di cogliere l'insegnamento di certi processi rivoluzionari che sfuggono ai “canoni” di una malintesa ortodossia marxista (si pensi alla Rivoluzione Cinese e alle rivoluzioni latinoamericane), come si evince dal seguente passaggio: “estendendosi a paesi e società con le più varie strutture economiche  e sociali, il processo rivoluzionario mondiale avviene inevitabilmente in maniera irregolare e diversificata. In forme molto variegate di azione, attraverso vie di sviluppo differenziate, insperate e impreviste...non ci sono né 'modelli' di rivoluzione ne 'modelli' di socialismo”. E ancora: “Non si può considerare sbagliata una rivoluzione che trionfa”, un detto che andrebbe mandato a memoria da tutti i sedicenti marxisti che sostengono che le rivoluzioni avvenute in Paesi dove le “condizioni oggettive” (sviluppo delle forze produttive, prevalenza delle masse contadine sulle masse operaie, ecc.) non erano “mature”, non possono essere considerate socialiste. Per inciso, il rifiuto di formulare modelli di socialismo non può essere usato per giustificare la via liberal liberista imboccata da Occhetto e successori, dal momento che costoro hanno esplicitamente abbandonato l'obiettivo strategico della costruzione di una società socialista.   


In terzo luogo, Cunhal ha dato un contributo importante alla chiarificazione del concetto di centralismo democratico. In particolare ha fustigato il culto della personalità, denunciandone ripetutamente le conseguenze dannose per la vita del partito: “le cose vanno male, scrive, quando il nome del più responsabile non può essere pronunciato senza che un applauso lo accolga”. Dopodiché aggiunge che l'adulazione come costume sistematico può prosperare “solo quando incontra terreno propizio, quando è redditizia, quando in maniera diretta o indiretta viene premiata”; e quando ciò avviene genera conseguente disastrose, a partire dalla formazione di una direzione “i cui membri hanno come principale credenziale quella di essere 'fedeli' (a un certo) dirigente” e dalla formazione “di un intero apparato (di)  'devoti' non  tanto al partito ma al dirigente in questione”. Rifiutare il culto della personalità non significa adottare una visione egualitaria dei membri del partito, negando il fatto che non tutti i quadri “pesano” ugualmente negli equilibri dell'organizzazione, perché non tutti sono in grado di dare lo stesso contributo al suo sviluppo, significa piuttosto comprendere che l'autorità nel partito dev'essere legittimata dall'atteggiamento di coloro che la riconoscono, sempre sottoposta a verifica e mai accordata a priori. A proposito delle piccole ambizioni dei leader dei micropartiti che ostacolano la ricostruzione di un Partito Comunista nel nostro Paese. 



lunedì 5 settembre 2022

LA PRIGIONE PIU' GRANDE DEL MONDO





L'editore Fazi pubblica un libro che fin dal titolo – La prigione più grande del mondo. Storia dei territori occupati - lascia intuire l’opinione dell’autore in merito alla politica israeliana nei confronti del popolo palestinese. Ove non bastasse il titolo la dedica dissipa ogni dubbio: “Ai bambini palestinesi, uccisi, feriti e traumatizzati dal vivere nella più grande prigione del mondo”. Opera di un intellettuale comunista pregiudizialmente ostile nei confronti di Israele, di un esponente della destra antisemita, di un simpatizzante di Hamas o di un pacifista “a senso unico”? No, a firmare il libro è Ilan Pappé, autorevole storico israeliano (docente all’Università di Exeter, in Inghilterra) già autore di diversi bestseller fra i quali Palestina e Israele: che fare? ( con Noam Chomsky).


Pappé è una mosca rara in un Paese dove le uniche forze che denunciano la politica israeliana nei Territori Occupati come ingiusta, crudele, per non dire criminale, sono il piccolo Partito Comunista, qualche minuscolo movimento anti sionista e quella esigua minoranza di intellettuali “illuminati” di cui lo stesso Pappé è un esponente. Tuttavia il suo lavoro non è una perorazione ideologica né una predica morale (o peggio moralistica), bensì una rigorosa esposizione di fatti storici corredata da un’ampia documentazione (verbali di riunioni di governo, memorie dei protagonisti, cronache nazionali e internazionali, sentenze di tribunali militari e civili, testi di legge, decreti, regolamenti emanati dalle autorità di occupazione, dichiarazioni di leader di partito, ecc.). Una mole di materiali talmente ingente che chi non abbia seguito con particolare attenzione gli eventi del conflitto palestinese dalla Guerra dei sei giorni (1967) a oggi rischia di perdercisi dentro (parlando di attenzione, non mi riferisco tanto all'attività militante dei movimenti filo palestinesi quanto a un costante impegno di documentazione sulla realtà dei fatti). Ecco perché, per raccontare il libro e metterne in luce gli elementi più rilevanti, organizzerò l’esposizione per capitoletti tematici.


Ilan Pappé



Israele non voleva la guerra e si è limitata a reagire alle minacce dei Paesi arabi? Falso


Le fonti citate da Pappé non sono univoche, al punto da non concedere margini di ambiguità: nessuna delle guerre contro gli arabi intraprese da Israele dal 1948 a oggi è nata dalla necessità di fronteggiare le provocazioni e le minacce di un nemico deciso a cancellare lo Stato ebraico dalla carta geografica. La verità è che si è trattato piuttosto di un lucido disegno strategico, premeditato e perseguito con spietata determinazione.


Dopo la pulizia etnica del 48 - realizzata attraverso intimidazioni, assedi ai villaggi palestinesi, bombardamenti , espulsioni forzate delle popolazioni locali (imbottendo di tritolo le macerie per impedirne il ritorno) – l’élite politico militare israeliana si è messa in attesa dell’occasione storica favorevole per mettere le mani sulla Cisgiordania. Attesa che si è prolungata oltre il 56, l’anno del fallito tentativo di rovesciare Nasser con l'appoggio di Francia e Inghilterra. Non a caso, argomenta Pappé, l dibattito su come gestire le zone arabe occupate era ancora in corso nel 63, allorché fu condotta un'esercitazione in cui vennero simulati i primi giorni della presa del potere. In effetti, aggiunge, i documenti confermano che già allora erano state definite le regole di comportamento finalizzate a incoraggiare i collaboratori e punire i resistenti; confermano inoltre che l’eventuale occupazione di nuovi territori non fu mai concepita come un fatto transitorio, e infatti gli eventi storici successivi hanno confermato che per Israele la sovranità assoluta su Gaza e Cisgiordania non è negoziabile. Per tacere dei media, i quali non hanno mai fatto mistero sull’esistenza di un progetto “imperiale”, invocando a gran voce la creazione del Grande Israele.


Negli anni immediatamente precedenti alla Guerra dei sei giorni si lavorò a preparare l’opinione pubblica interna e internazionale all’imminente conflitto agitando lo spettro del “radicalismo” arabo (il regime di Nasser in Egitto e quello del Baath in Siria), minaccia con la quale si mirava a ottenere l'appoggio occidentale –in particolare americano - presentandola come una sorta di comunismo in salsa araba. Ecco perché, nel 67, non era pronto alla guerra solo l'esercito: era pronto anche l'apparato burocratico deputato a gestire le conquiste. Quanto alla narrazione sulla necessità di sferrare un attacco preventivo per neutralizzare le forze di un nemico che si preparava ad annientare Israele, si tratta di una “bufala” paragonabile al presunto attacco vietnamita alle navi americane nel Golfo del Tonchino e alle “prove” sulle armi di distruzione di massa in mano irachena. La verità, sostiene Pappé, è che le élite israeliane erano consapevoli dell'inferiorità militare araba, e che Siria ed Egitto ne erano altrettanto consapevoli, né si sarebbero mai sognati di attaccare per primi.



Il sionismo: una matrice ideologica condivisa da destre e sinistre


Per capire in che misura gli aspetti più discutibili della politica israeliana nei confronti del popolo palestinese siano l’esito logico dell’ideologia sionista, argomenta Pappé, occorre risalire allo spirito della “colonizzazione messianica” fra fine Ottocento e primo Novecento. È la visione di un ritorno ai tempi (e ai luoghi) biblici a rappresentare il fondamento del sionismo. Nato come ricerca di un rifugio sicuro contro l'antisemitismo e di un territorio che desse forma di nazione all'ebraismo, il sionismo non sarebbe andato incontro alle attuali degenerazioni se, per realizzare le sue legittime aspirazioni, non avesse scelto un territorio già abitato, il che lo ha inevitabilmente trasformato in un progetto colonialista (per inciso: in America e in Australia analoghi progetti hanno implicato lo sterminio sistematico delle popolazioni autoctone).


Realizzare il progetto significava ottenere il controllo sulla maggior parte della Palestina storica e ridurre drasticamente il numero dei palestinesi che ivi vivevano; l’obiettivo era insomma l‘edificazione di uno Stato ebraico “puro” dal punto di vista etnico-religioso, il desiderio (da alcuni nascosto, da altri dichiarato) era che nell'antica terra di Israele vi fossero solo ebrei. Di qui la pulizia etnica del 1948 resa possibile: 1) dalla decisione britannica di abbandonare i territori che governava da 30 anni; 2) dall'impatto dell'Olocausto sull'opinione pubblica occidentale; 3) dal marasma politico nel mondo arabo palestinese. Cogliendo l'opportunità una leadership sionista fortemente determinata espulse larga parte della popolazione nativa distruggendone i villaggi e le città, tanto che, in tempi brevissimi, l'80% della Palestina sotto mandato britannico era diventata lo Stato ebraico di Israele.


Passando alle decisioni draconiane sulla gestione dei Territori Occupati assunte dal governo che guidava il Paese durante la guerra del 67, Pappé sottolinea come esso comprendesse tutte le correnti ideologiche: laburisti, liberali laici, religiosi e ultra religiosi, rappresentando dunque il più ampio consenso sionista possibile. Sulla durezza di tali decisioni torneremo più avanti, ciò che importa sottolineare in primo luogo è l’assenza di differenze sostanziali fra destra e sinistra. Un’unità di intenti sancita dal fatto che nemmeno l’alternanza fra Laburisti (che governarono fino al 1977) e destre (il Likud dominò il decennio successivo, dal 77 all’87), produsse alcun cambiamento sostanziale se non nella “narrazione”: i Laburisti furono abili nell’ingannare il mondo sulle intenzioni di pace di Israele (Shimon Peres vi riuscì tanto bene da essere premiato con il Nobel) ma non cambiarono una virgola della strategia adottata nel 67; quanto al Likud, l’unica vera novità consistette nell’allacciare legami sempre più stretti con il movimento dei coloni (Gush Emunim). Nel decennio in questione gli ultra ortodossi vennero autorizzati a formare enclave teocratiche dotate di regole e procedure giuridiche diverse da quelle in vigore in Israele. Il fondamentalismo ebraico venne di fatto autorizzato a svolgere un ruolo di “militarizzazione” dei coloni, fino a creare squadre di vigilantes che eseguivano spedizioni punitive ctollerate dallo Stato (su 48 omicidi ad opera dei coloni violenti che agivano in bande organizzate, segnala Pappé, solo un colpevole venne incriminato e processato).



Il bastone e la carota. La prigione più grande del mondo


Veniamo alle sfide che hanno indotto Israele a creare quella che Pappé definisce la più grande prigione mai esistita (inizialmente un milione e mezzo di “detenuti”, saliti poi a 4 milioni) e ai metodi con cui è stata ed è tuttora gestita. Di fatto, si scelse di estendere l'autorità militare, già imposta alla minoranza palestinese entro Israele, agli abitanti della Cisgiordania e di Gaza, e a tale scopo si trasse ispirazione dai regolamenti mandatari di emergenza emessi dagli inglesi, che gli stessi capi sionisti avevano definito nazisti. Basti citare la direttiva 109 ( che consentiva al governatore militare di espellere la popolazione), la 110 ( che gli dava il diritto di convocare qualunque cittadino in una stazione di polizia) e la famigerata 111 (che autorizzava l'arresto amministrativo a tempo indeterminato senza motivazioni né processo). Anche il sistema di reclutamento dei collaboratori venne copiato da quello usato dal governo coloniale britannico in Egitto e in India.


Gaza sotto le bombe israeliane



La contraddizione di fondo che rese necessario ricorrere a questa spietata soluzione era il fatto che i territori acquisiti nel 67 potevano essere annessi de facto ma non de iure, e ciò per due motivi: 1) il diritto internazionale li considerava territori occupati, al contrario di quelli acquisiti nel 48, che erano stati riconosciuti come parte integrante dello Stato di Israele; 2) i palestinesi non potevano essere espulsi ma nemmeno integrati come cittadini con pari diritti, perché il loro numero e la loro crescita demografica avrebbero messo in pericolo la maggioranza ebraica. La concomitanza di tre obiettivi contraddittori - conservare i territori, non espellerne gli abitanti ma non concedere loro la cittadinanza - era destinata a produrre una realtà disumana, vale a dire una prigione che non veniva imposta a singoli individui bensì a una intera società. A gestire questa mega prigione è stata chiamata una quantità enorme di personale (“la burocrazia del male”, la chiama Pappé) incaricata di amministrare quasi cinque milioni di “carcerati” rinchiusi in quelli che prima erano i loro territori.


Per svolgere il compito i carcerieri hanno fatto ricorso alla politica del bastone e della carota, premiando chi accettava le regole imposte dall’occupante e punendo chi si opponeva. L’arma strategica per fiaccare le velleità di resistenza è stata l’insediamento di un numero crescente di coloni ebrei. Il luogo in cui tale strategia è stata applicata in modo esemplare è stato Gerusalemme Est e aree adiacenti. La Grande Gerusalemme che è divenuta la nuova capitale di Israele è nata a suon di furti di terreni palestinesi perpetrati dallo Stato, di espropri senza risarcimento, di demolizioni di case e villaggi e di costruzione di nuovi quartieri riservati agli ebrei sulle rovine. Già nel 68, scrive Pappé, solo il 14% dell’aera di Gerusalemme Est apparteneva ai palestinesi, che solo un anno prima ne erano invece gli esclusivi proprietari.


Nel resto dei Territori Occupati l’insediamento dei coloni ebraici si è ispirato alla “strategia del cuneo”, finalizzata a impedire la continuità spaziale e l'integrità geografica delle aree occupate dai palestinesi. Funziona così: si colonizza una località lontana, dopodiché si rivendica come esclusivamente ebraica l'area che si frappone fra Israele e il nuovo insediamento (ivi comprese le strade che vi conducono). In questo modo si crea continuità territoriale tra gli insediamenti ebraici e discontinuità fra villaggi e le città palestinesi che diventano enclave isolate le une dalle altre e “incistate” in un continuum sempre più esteso di territori annessi a Israele.


Detto che il bastone è sempre quello del 48 - demolizione di abitazioni, arresti di massa senza processo, coprifuoco, irruzioni violente nelle case ecc. - qual è la carota? La risposta rinvia all’uso dell’economia come strumento di pacificazione. Il reclutamento di forza lavoro palestinese a basso costo, presentata come una “ricompensa” per buona condotta (in barba al fatto che i lavoratori palestinesi non sono pagati come quelli ebrei, né tantomeno godono dei loro diritti e delle loro tutele), ha creato una situazione di relativa prosperità fino all’esplosione delle due Intifada. Una situazione che non ha tuttavia consentito lo sviluppo di un’economia palestinese autonoma, visto che fra Israele e i Territori esistono solo due flussi: quello di merci israeliane in entrata e quello di mano d'opera in uscita, per cui l’unica altra fonte di risorse sono gli aiuti internazionali. Questo bastò a ottenere la collaborazione di una minoranza di palestinesi benestanti (sindaci, commercianti, avvocati ecc.) almeno finché collaborare non ha significato rischiare la pelle.


Le due Intifada


Basandosi sulla relativa prosperità dei Territori di cui si è appena detto, la propaganda israeliana attribuisce lo scoppio della prima Intifada all’azione sobillatrice dei “terroristi” , sottacendo i motivi di scontento della popolazione (confinamento in aree sovrappopolate, negazione dei più elementari diritti umani e civili, sfruttamento della forza lavoro, ecc.). La famosa provocazione di Sharon (la passeggiata alla Spianata delle Moschee) fu solo un pretesto occasionale che fece esplodere la rabbia popolare. Rabbia che, sottolinea Pappé, si espresse inizialmente con metodi pacifici: scioperi, boicottaggio delle merci israeliane, rifiuto di pagare le tasse, nella peggiore delle ipotesi lancio di pietre, manifestazioni cui l’esercito reagì con inusitata violenza provocando numerosi morti e feriti (nei primi due anni quasi 30000 bambini, un terzo dei quali sotto i dieci anni, dovettero ricorrere a cure mediche per le ferite subite), mentre le reazioni internazionali non andarono al di là di blande critiche a quello che fu eufemisticamente definito un “uso eccessivo della forza”. Questa ferocia fu il carburante che alimentò il radicalismo di Hamas, e gli attacchi di Hamas furono a loro volta il pretesto per l’ulteriore inasprimento della repressione che, fra i tanti aspetti odiosi, aggiunse la negazione della libertà di movimento e di iniziativa privata: si iniziò infatti a richiedere permessi per ogni cosa lavorare, studiare, edificare, commerciare (permessi concessi o negati a totale arbitrio dei burocrati).


Pietre contro carri armati



Veniamo alla seconda Intifada, esplosa dopo gli “accordi di pace” di Oslo (1993). Pappé smonta la narrazione mediatica (non solo israeliana) che a quei tempi si fondò su due mistificazioni: la prima era che si trattasse di un autentico tentativo di pacificazione; la seconda che sia stato deliberatamente fatto naufragare da Arafat. Quanto alla prima menzogna: la proposta israeliana consisteva nella creazione di un mini stato palestinese demilitarizzato con capitale Abu Dis (un villaggio vicino a Gerusalemme), al quale sarebbe stata sottratta larga parte della Cisgiordania, che non avrebbe goduto del diritto di condurre politiche economiche ed estere indipendenti e che avrebbe dovuto rinunciare a rivendicare il diritto al ritorno degli esuli del 48. Spacciata come la soluzione “dei due Stati”, questa farsa prevedeva che Israele avrebbe deciso unilateralmente sia quanto territorio concedere sia quanto sarebbe dovuto accadere nel territorio in questione. 


Arafat con Rabin



Quanto al presunto sabotaggio di Arafat: la verità, sostiene Pappé, è che certe clausole fissate dal negoziato, a partire da quella secondo cui le autorità palestinesi avrebbero dovuto gestire la sicurezza dei Territori, garantendo che non ospitassero attività di resistenza, erano impossibili da rispettare. Questa capitolazione, e la complicità dei Paesi arabi che la accettarono, fece infuriare la popolazione palestinese che considerò l’accordo come “il tradimento di Oslo”, rafforzò l’egemonia di Hamas e fece ripartire la protesta in forme assai meno pacifiche della prima Intifada, per cui la reazione israeliana fu ancora più violenta: non operazioni di polizia bensì una vera e propria guerra: invece di dare la caccia ai terroristi si iniziò a usare armi pesanti (carri armati e cannoni) contro la popolazione civile, adottando il principio della punizione collettiva applicato dalle rappresaglie naziste dopo gli attacchi partigiani. In particolare, dopo che Hamas ha assunto il controllo di Gaza, la striscia viene ripetutamente attaccata come una nazione nemica, attraverso operazioni militari in grande stile di terra, cielo e mare che provocarono pesantissime perdite fra i civili. Le ultime pagine del libro sono una cronistoria di questa guerra strisciante che si trascina dagli anni Novanta a oggi (l’edizione originale è del 2017).


L’impotenza dell’opinione pubblica interna e internazionale


Si è detto dell’estrema debolezza delle forze di opposizione israeliane, sovrastate dall’ideologia sionista condivisa da tutti i grandi partiti, di destra e sinistra, laici e religiosi, silenziate da un sistema informativo unanimemente schierato a favore del progetto della Grande Israele, e minoritarie anche nei campi della cultura accademica e letteraria. Pressoché nulle le reazioni occidentali: nella prima fase del processo – la pulizia etnica del 48 - l'Europa doveva espiare i crimini commessi sul suo territorio contro gli ebrei per poter approdare alla pace e alla riconciliazione, per cui accettò senza battere ciglio la colonizzazione ebraica proprio nel momento storico in cui la comunità internazionale bollava il colonialismo come un odioso retaggio del passato. Dal 67 in poi, l’appoggio incondizionato dell’Occidente a Israele divenne un tassello fondamentale della Guerra fredda, in quanto lo Stato ebraico fungeva da avamposto nella lotta contro i regimi dell’area alleati con Mosca e, caduta l’Urss, contro i Paesi arabi che insistevano a opporsi all’egemonia occidentale (da Johnson in poi, nessun presidente americano ha rifiutato di fornire agli israeliani gli armamenti più avanzati). Prima di concludere segnalo che ho trascurato, per motivi di spazio, uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Pappé, vale a dire l’accurata analisi dei dispositivi giuridici con cui Israele ha legittimato anche le azioni più efferate del proprio esercito (e delle bande di coloni ultra ortodossi). Mi limito a ricordare ciò che l’autore annota in merito al coinvolgimento della Corte Suprema: chiamata a svolgere un ruolo di garanzia, si è limitata a legittimare gli atti compiuti dalle autorità militari nei Territori, coprendoli con il manto della legalità.



Qualche considerazione a margine


In due occasioni (mi riferisco al giudizio sulle regole mandatarie inglesi emesso dagli stessi sionisti che le hanno a loro volta adottate, e al metodo della punizione collettiva che colpisce un’intera comunità invece del colpevole) ho usato l’aggettivo nazista. Preciso che nel libro di Pappé, che pure è una delle più dure denunce dei crimini israeliani che mi sia capitato di leggere, questo accostamento (“proibito” non solo dalla sensibilità ebraica per la memoria dell’Olocausto, ma anche dalla correttezza politica che vige nei Paesi occidentali) non viene mai proposto. Mi tocca quindi rispondere alla domanda se e in che misura il sottoscritto lo ritenga giustificato.


L’elenco dei fatti che potrebbero indurmi a sfidare l’accusa di antisemitismo che colpirebbe immediatamente chiunque osasse tanto (in effetti oggi si rischia tale accusa per molto meno) è lungo: pulizia etnica (anche se qui è in gioco la purezza religiosa più che etnica: gli ebrei di origine africana, per esempio, non sono discriminati); violenza contro la popolazione civile (uomini, donne, vecchi e bambini); violazione dei più elementari diritti civili ed umani; sfruttamento intensivo del lavoro; violazione del diritto internazionale, ecc. Manca tuttavia un fattore essenziale: non è stato messo in atto uno sterminio sistematico del popolo palestinese. Ciò detto, sono assai meno sicuro che si possa respingere l’accusa di genocidio, se si applicano i criteri di colui che ha coniato il termine, il giurista polacco di origine ebraica Raphael Lemkin, il quale parlava di “distruzione di una nazione o di un gruppo etnico”, non intendendo solo l’annientamento fisico, bensì pratiche quali la soppressione delle istituzioni di autogoverno, la distruzione della struttura sociale, la privazione dei mezzi di sussistenza, la distruzione dei luoghi di culto, l’umiliazione e la degradazione morale. Come si vede è lecito nutrire più di un dubbio.


Lo scopo di questa breve appendice, tuttavia, non è puntare ulteriormente il dito contro le responsabilità dello Stato israeliano, bensì smascherare l’insopportabile ipocrisia della propaganda occidentale: per i crimini commessi durante la guerra nella ex Jugoslavia (innescata dagli interessi geopolitici europei, tedeschi in primis) è stato processato Milosevic; sui presunti crimini cinesi contro i popoli tibetano e uiguro i media occidentali versano ogni giorno fiumi di inchiostro; infine, dall’inizio della guerra in Ucraina, stiamo vivendo la più forsennata campagna antirussa dai tempi della Rivoluzione d’ottobre. In merito all’ultimo punto faccio notare che, a prescindere dalla legittimità dell’intervento militare nel Dombass (che visto da Mosca potrebbe essere giustificato, con argomenti più solidi di quelli accampati da Israele nel 1967, come una mossa preventiva per evitare l’accerchiamento da parte della NATO) la Russia ha invaso aree abitate da minoranze russofone che erano oggetto di pulizia etnica da parte delle milizie parafasciste di Kiev e non, come nel caso delle guerre israeliane, aree abitate da secoli da un popolo che non aveva aggredito né minacciato nessuno. Ammesso che ciò non basti a evocare i fantasmi del nazismo né a parlare di genocidio, nessuno può negare che si tratti di azioni aggressive di natura colonialista, né che l’Occidente le abbia assolte applicando il metodo dei due pesi e delle due misure, un atteggiamento dettato dal più cinico interesse geopolitico e nel quale principi e valori non hanno peso alcuno.




venerdì 5 agosto 2022

DICHIARAZIONE DI VOTO



Cari amici e compagni

Il 25 settembre, che casualmente è anche la data del mio 75° compleanno, ammesso e non concesso che l’infame dispositivo che obbliga le poche forze realmente di opposizione a raccogliere le forme in tempi ridicolmente brevi, voterò per il PC di Rizzo. Scelta scontata, penseranno alcuni, visto che a quel partito sono iscritto e che negli ultimi uno/due anni l’ho sostenuto in varie occasioni, anche accettando di candidarmi alle recenti elezioni comunali di Milano. Invece la scelta non è affatto scontata per i motivi che cerco di spiegare qui di seguito.

In primo luogo perché sulla scheda elettorale non troverò il simbolo di quel partito ma un per me indigesto simbolo in cui non vedo né una falce e martello né la parola comunista, e nemmeno la parola socialista, rimpiazzata dall’aggettivo popolare che sta sotto le parole Italia e sovrana. Chiarisco che non è il riferimento alla sovranità nazionale a imbarazzarmi: è dai tempi in cui assieme ad altri amici avevo fondato il gruppo Nuova Direzione che vengo sistematicamente accusato di rossobrunismo per cui ci ho fatto il callo. Il punto è che quell’esperienza, che mi ha consentito di conoscere dall’interno la galassia dei gruppuscoli del sovranismo di sinistra e dalla quale mi sono dissociato quando ho capito l’impossibilità di spostarla su posizioni coerentemente socialiste, fa sì che consideri ingiustificata la rinuncia a una chiara connotazione socialcomunista per mettere in piedi un’alleanza con quindici (15!) gruppi non tutti – per usare un eufemismo - di specchiata connotazione anticapitalista.

Certo ci sono situazioni in cui la tattica suggerisce l’opportunità di fare compromessi, ma questa è davvero una di quelle? E ancora: siamo sicuri che il gioco valga la candela? Non sono mai stato astensionista di principio, ma ammesso e non concesso (sbaglierò, ma temo che i 15 raggruppamenti di cui sopra non rappresentino un consistente bacino potenziale di voti, né un’ampia parte di opinione pubblica) che il compromesso ci consenta di piazzare uno o due rappresentanti in questo parlamento ridotto a un simulacro privo di potere decisionale, e persino del ruolo di cassa di risonanza di opinioni diverse dal pensiero unico neoliberale, quale potrà essere il loro contributo alla lotta contro il sistema? Non sarebbe stato meglio mantenere una chiara identità e sfruttare la tribuna elettorale per fare agitazione e propaganda onde raccogliere nuove adesioni al partito? Invece, e questa è l’altra nota dolente per chi come il sottoscritto si sta spendendo con gli amici di Cumpanis per creare le condizioni di un processo unitario dei tanti comunisti italiani rimasti senza un’organizzazione in cui riconoscersi, la strada che si è scelta è costata l’allontanamento di tanti bravi militanti, il che rende ancora più problematici e lontani l’obiettivo dell’unità e il momento in cui le classi subalterne italiane potranno tornare a contare sulla guida di un vero partito di classe. 

Torniamo al dubbio:  ne valeva davvero la pena? Il grado di marcescenza del sistema politico italiano ha raggiunto livelli tali che nessun’altra democrazia parlamentare borghese può esibire. Non penso solo all’immondo balletto orchestrato da Letta e soci per mettere in piedi un pastrocchio di centro, non per contendere la vittoria  (scontata) alla destra, ma per sedersi al tavolo dei vincitori e collaborare con loro nel mettere a punto gli strumenti per rendere questo Paese ancora più povero e servo di Washington e Bruxelles; penso anche al miserando spettacolo offertoci dalle “sinistre”:  Fratoianni e Bonelli, prima disposti a mettersi a novanta gradi accettando i veti di Calenda pur di restare attaccati al carro di Letta, poi col cappello in mano a pietire un accordo con l’M5S, il neo arcobaleno messo in piedi dalla mummia di Rifondazione, PAP e De Magistris, una vetrina delle varie versioni di sinistrese politicamente corretto, con posizioni sfumate sull’Unione Europea e genericamente pacifiste sulla guerra scatenata dalla NATO (che si appresta ad aprire un secondo fronte nel Mar della Cina), per cui mi chiedo che fine abbiano fatto gli amici della Rete dei Comunisti: anche loro intenti a tessere compromessi tattici alla Tafazzi? Sorvolo infine sul gruppo parlamentare di Alternativa convolato a giuste nozze con il fascio leghista Paragone. 

Di fronte a questa marea di merda, è venuto il momento di prendere atto che gli appelli all’unità per la Costituzione lasciano il tempo che trovano. La carta nata dalla Resistenza è morta e sepolta da decenni di “riforme” che l’hanno irreversibilmente snaturata. Viviamo un terribile passaggio d’epoca in cui la crisi, prima ancora di avere assorbito gli effetti della pandemia, è destinata a divenire ancora più tragica in conseguenza della guerra; è iniziato lo scontro finale fra imperialismi occidentali (con l’Europa al carro degli Usa) e resto del mondo (Paesi socialisti più tutti quelli non disposti a inchinarsi ai diktat dell’Occidente); si annuncia un futuro di miseria e conflitti feroci. Tempi in cui occorrerebbe accelerare la costruzione del partito per far fronte alla guerra imperialista e trasformarla in guerra di classe piuttosto che perdere tempo in giochetti elettorali (si partecipi pure ma al solo scopo di fare propaganda). Quanto alla Costituzione, se esistesse un vero partito dovrebbe rivendicare la convocazione di una nuova Assemblea Costituente che liquidi un sistema politico costruito per impedire al popolo di esprimere la propria volontà: rafforzare i vincoli alla proprietà privata per garantire la piena occupazione e condizioni di vita e di lavoro dignitose; abolire le regioni che invece di avvicinare i cittadini al potere espropriano lo Stato del potere decisionale su questioni vitali e fungono da collettori di interessi lobbistici e mafiosi; regolare il sistema dei media per renderlo pluralista e aperto a tutte le opinioni; dettare leggi elettorali che consentano una effettiva rappresentanza dei soggetti sociali;  reintrodurre l’obbligo del servizio militare per cittadini e cittadine, perché solo un esercito popolare può difendere la Repubblica dai nemici interni ed esterni.

Per concludere: voterò comunque per il PC di Rizzo, ancorché camuffato dietro quel brutto simbolo elettorale, non tanto perché sono iscritto al partito, ma perché è l’unico ad avere posizioni chiare sulla NATO, sull’Europa, sulla Cina e sulla guerra, e scusate se è poco. Dopodiché, passata l’ennesima dispersione di energie per partecipare a elezioni truccate, spero di poter contribuire a una seria discussione sui temi strategici.  

 










  

DODICI PROVOCAZIONI PER UN RINNOVAMENTO DEL MARXISMO Premessa. Un bilancio critico e autocritico dopo 20 anni di ricerca di una casa politic...

più letti