Lettori fissi

lunedì 9 ottobre 2023

IL CALCIO SENZ'ANIMA AI TEMPI DELLA FINANZIARIZZAZIONE 






“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. E’ rito nel fondo anche se è evasione.  Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci” (Pier Paolo Pasolini). Possiamo ancora condividere tali parole in questi tempi di finanziarizzazione del gioco più popolare del mondo? La natura rituale degli eventi che si celebrano settimanalmente (oggi più spesso bisettimanalmente) negli stadi di tutto il mondo è tuttora innegabile (anche se la partecipazione di massa al rito, pur maggiore di quanto non fosse ai tempi del poeta, si è in larga misura trasferita dalle gradinate alle poltrone davanti allo schermo tv), ma sul loro carattere "sacro" è lecito nutrire più di un dubbio.


A sinistra esiste una lunga tradizione di condanna dell'uso della passione sportiva come espediente per distogliere l'attenzione dai veri problemi che affliggono la gente (vedi la famosa canzone che addebita all'euforia per la vittoria di Bartali al Tour de France la responsabilità di avere neutralizzato la rabbia popolare per l'attentato a Togliatti). Un approccio che evoca la strategia di imperatori e patrizi romani che tenevano buona la plebe con l'offerta di "panem et circenses". Resta il fatto che molti militanti non hanno rinunciato al proprio amore per il Milan negli anni in cui la squadra mieteva successi grazie ai quattrini del pur odiato Silvio Berlusconi. Insomma: il tifo prevale non solo sulla ragione ma persino sulla passione politica. Eppure le ragioni per dubitare della fede nel Dio del pallone negli ultimi decenni si sono fatte pressanti, come argomentano Antonio Massari e Gianluca Zanella nel libro Fuori gioco. Non solo Juve: sceicchi e false plusvalenze, ecco chi sta uccidendo il nostro calcio (pubblicato an cura dell'Editoriale de "Il Fatto Quotidiano")


Il discorso sull'uso politico dello spettacolo calcistico resta attuale (anzi, come vedremo, è oggi più attuale che in passato), ma il vero punto, sostengono gli autori, è che il calcio non è più uno spettacolo reso possibile da ricchi mecenati disposti a sperperare milioni per far scende in campo i più celebrati artisti del pallone: è diventato una vera e propria industria, un business formidabile che vanta un fatturato globale di 47 miliardi di dollari, pari al 28% del giro d'affari generato dallo sport mondiale. A generare questo enorme flusso di danaro sono tre fonti (che contribuiscono più o meno paritariamente ad alimentare il malloppo): stadio (vendita dei biglietti, sempre più cari), diritti televisivi (che contribuiscono alla mondializzazione del tifo, con le grandi squadre come il Real Madrid che vantano fan in tutto il mondo) e marketing (sponsorizzazioni, gadget, introiti pubblicitari, ecc.).


Il modello di business di questi colossi, spiegano Massari e Zanella, somiglia sempre più a quello della Disney e delle major di Hollywood. Se Maradona era ancora un gladiatore, super pagato ma identificabile con un Paese (l'Argentina) e una città (Napoli) che lo hanno eletto a simbolo di riscatto del Sud nei confronti dell'imperialismo angloamericano e nord italico, Ronaldo è un giramondo senza una precisa identità etnico-politica, un Mikey Mouse del calcio che, con la sua abilità di giocoliere, promuove la vendita di tv, gadget, videogame, ecc. Il suo approdo miliardario in Arabia, assieme a quello di altri fuoriclasse europei (e di un allenatore-star come Mancini), è la logica conseguenza della svolta nelle politiche finanziarie che i Paesi del Golfo hanno effettuato  allorché si sono resi conto dell'esigenza di differenziare gli investimenti, in previsione della progressiva riduzione degli introiti legati al petrolio.      


I soldi non bastano per vincere, pontificano i sacerdoti di una stampa sportiva impegnata a giustificare il nuovo regime dei paperoni del calcio, così come i loro colleghi delle reazioni economia, politica ed esteri legittimano i regimi neoliberisti e i loro crimini. Ciò può essere vero quando ai soldi non si accompagna un'adeguata capacità tecnico-manageriale per farli fruttare (vedi il caso del PSG) ma la storia del Manchester City, ora di proprietà dello sceicco Mansour, sta a lì a dimostrare che i soldi contano eccome: salito in pochi anni dalle serie minori alla vittoria in Champions League, questo club integrato nella Holding City Football Group, è diventato uno dei   più vincenti al mondo da quando è anche diventato  uno dei più ricchi - se non il più ricco - al mondo. 


Si potrebbe obiettare che anche ai vecchi tempi del calcio dei padroni-mecenati era così. Ma non è vero, o almeno non è del tutto vero. I giocatori e i fan possono accettare di perdere, fa parte dello sport, scrivono Massari e Zanella, ma le cose cambiano quando e se scoprono che una parte non stava giocando secondo le stesse regole. Infatti, così come il processo di finanziarizzazione e deregulation seguito alla controrivoluzione neoliberista ha generato un regime oligarchico dominato da élite economiche, politiche e mediatiche strettamente integrate fra loro e in grado si sovvertire le regole del gioco democratico in tutti i campi della vita sociale, lo stesso è avvenuto nel calcio, dove gli interessi dei super ricchi sono in grado di plasmare (o alla bisogna violare impunemente) le regole delle istituzioni sportive, condizionandone le decisioni e, se necessario, ricorrendo alla corruzione. 


Lo Sceicco Mansour festeggia la vittoria in Champions League



Per esempio, il cosiddetto fair play finanziario che la UEFA ha istituito per riequilibrare i rapporti di forza fra club ricchi e meno ricchi è rimasto poco più di una grida manzoniana che i potenti aggirano impunemente grazie a una serie di trucchi legali e contabili. Ma c'è di più e di peggio: questo gioco sporco protende i suoi tentacoli be oltre i confini dello sport. Poco sopra scrivevo che l'uso politico dello sport è oggi ancora più diffuso ed efficace che in passato. L'intreccio fra sport, finanza e politica ha infatti fatto sì che il successo sportivo sia divenuto uno strumento strategico per promuovere campagne elettorali, "ripulire" l'immagine di Paesi, imprese, imprenditori e politici, ecc. 


L'esempio più clamoroso dell'impatto negativo di questa commistione di interessi fra sport, finanza e politica è probabilmente il cosiddetto Qatargate. Per ottenere la possibilità di ospitare il campionato del mondo in barba alle migliaia di lavoratori (ma sarebbe il caso di definirli schiavi) deceduti mentre costruivano stadi in condizioni climatiche spaventose (e alle accuse di violazione sistematica dei diritti civili), il Qatar ha corrotto i vertici della FIFA e goduto dei buoni uffici del governo francese in cambio dell'acquisto della squadra parigina del PSG, dei diritti tv del calcio francese e di un congro numero di Airbus. Ma soprattutto ha versato centinaia di migliaia di euro alla parlamentare greca del Pasok, nonché vicepresidente del Parlamento europeo, Eva Kaili, e a un altro parlamentare europeo, nonché ex dirigente della CGIL, l'italiano Panzeri, perché svolgessero azione di lobbing a favore del Qatar. 


In merito a questo scandalo,  Massari e Zanella scrivono che la procura belga ha scoperto che il team di Panzeri ha scritto il discorso pronunciato dal ministro del Lavoro del Qatar davanti alla commissione Diritti umani del Parlamento UE e orientato le domande di alcuni parlamentari presenti, dopodiché commentano: "Questo è il calcio fuori degli stadi. E lontano dagli occhi dei tifosi. Questa è la fumeria d'oppio in cui, novanta minuti per volta, ogni appassionato di questo sport dimentica tutto per vedere quella palla rotolare, se possibile, nella porta avversaria. Ma quello che non vede è il legame sempre più indissolubile fra calcio e potere". 


La seconda parte del libro è dedicata al modo in cui l'Italia si inquadra in questo contesto globale. Gli autori ricordano come anche in questo campo Berlusconi si è rivelato un precursore del nuovo corso mondiale, prima costruendo un vero e proprio impero calcistico-televisivo grazie ai suoi colossali investimenti sulla squadra del Milan (non mancando di ironizzare sul ruolo dell'ex PCI nel favorire, o almeno nel non contrastare, il business calcistico targato Mediaset), poi sfruttando l'enorme potenza di fuoco mediatica così accumulata per lanciare la sua "discesa in campo" e rimodellare le regole di funzionamento del nostro sistema istituzionale. 



Luciano Moggi 




Dopodiché si passa a una puntuale ricostruzione della resistibile ascesa dell'impero Juve e dell'era di Calciopoli: dalla progettazione del "sistema Moggi" per condizionare sistematicamente gli arbitraggi, ai maneggi contabili per aggirare le regole del fair play finanziario grazie al trucco delle plusvalenze "gonfiate". Non è il caso di seguire passo passo la ricostruzione dettagliata di queste vicende, che non aggiunge molto a quanto già abbiamo appreso dalle cronache (ad eccezione della possibilità di leggere ampi estratti dai verbali delle registrazioni telefoniche delle conversazioni fra i dirigenti bianconeri che lasciano pochi dubbi sulle loro responsabilità). Mi limito a qualche nota a margine: rispetto al panorama internazionale, lo scenario italiano si caratterizza - analogamente a quanto avviene in campo politico ed economico - per certe sfumature cialtronesche. La scarsità di capitali (tutti i club sono indebitati fino al collo) e l'inettitudine di gran parte dei manager del settore  ha fatto sì che "vizietti" comuni a quelli della concorrenza internazionale, si siano qui presentati in  forma para mafiosa. Uno "stile" associato, purtroppo, alla palese indulgenza con cui le vicende sono state trattate dalla giustizia sportiva, nonché ai prevedibili insabbiamenti cui andranno  incontro i procedimenti giudiziari, nonché al diffuso servilismo di una stampa specializzata (il giornalismo sportivo in Italia è forse ancora più conformista e allineato agli interessi dei potenti del giornalismo politico ed economico) impegnata a sventolare il principio di presunzione di innocenza anche di fronte alle prove più schiaccianti. 


Che altro dire? Non credo che questa marea di merda riuscirà a togliere le fette di salame dagli occhi dei tifosi. Il rito del calcio ha forse definitivamente perso la sua sacralità, ma resta una delle poche consolazioni, ancorché del tutto illusoria, offerte da un mondo impoverito e incanaglito che ha sottratto alle masse quasi ogni altra fonte di appagamento. Anche il sottoscritto deve confessare che un riflesso condizionato acquisito in età infantile lo induce a compiacersi dei risultati positivi della "sua" squadra. Anche se devo ammettere che l'esigenza di vincere a ogni costo - imposta dalle poste economiche, politiche e di immagine in gioco - ha talmente rovinato lo spettacolo, al punto che sono ormai rari i lampi di classe che interrompono la monotonia di uno sport fatto perlopiù di prestanza fisica, velocità e frenesia, per cui guardo ormai quasi solo le partite di serie C, che conservano un certo fascino ruspante.  


Post Scriptum. La commistione di sport economia e politica non ha fottuto solo il calcio. Basti pensare a un sistema dell'antidoping che finge di ignorare il fatto che il ciclismo di oggi, con le sue prestazioni pompate  al limite dell'umano, può reggersi solo chiudendo non uno ma entrambi gli occhi sul fatto che certi sforzi possono essere sopportati solo grazie all'aiuto della chimica, o che tende a colpire sistematicamente gli atleti che non fanno parte del blocco anglofono. Per tacere dell'esclusione della Russia e dei suoi atleti dalle competizioni internazionali: un atto di guerra propagandistica che testimonia dell'assoluto asservimento delle istituzioni dello sport mondiale agli interessi dell'imperialismo occidentale. 









sabato 30 settembre 2023


SONG CI. UN EROE DEL RINASCIMENTO CINESE






Oltre che un accanito lettore di letteratura “alta”, sono un consumatore seriale di romanzi di genere (gialli, noir e science fiction) qualche esemplare dei quali difficilmente manca sul comodino accanto al letto. Se vado in libreria per acquistare un saggio, butto un occhio anche sugli scaffali che ospitano questo tipo di libri e, quando passo dall’edicola, verifico se lo spazio riservato alla letteratura pop (vedi Giallo Mondadori e Urania) offre qualche novità. Ecco perché, qualche giorno fa, non mi è sfuggito un giallo intitolato Final Witness. Incuriosito per l’insolita lunghezza (quasi seicento pagine, laddove i testi di questa collana raramente raggiungono le trecento) e per il nome dell’autore, Wang Hongjia (avevo letto con gusto i romanzi di genere di altri autori cinesi), mi sono affrettato ad acquistarlo.


Nei giorni successivi l’ho praticamente divorato, pur essendomi subito reso conto che il testo che avevo fra le mani non era un giallo “classico” – benché del giallo presenti alcuni ingredienti – bensì un intrigante romanzo storico ambientato nella Cina del XIII secolo. Wang Hongjia, oltre a occupare un ruolo di primo piano nell’Associazione degli Autori Cinesi, e ad avere vinto importanti premi letterari, è uno studioso della società dell’informazione, ma soprattutto è un romanziere e un esperto di storia cinese. Questo Final Witness è il suo lavoro più conosciuto (tradotto in molte lingue occidentali) e ha come protagonista Song Ci, un funzionario della dinastia Song (960-1279), medico, magistrato e scienziato forense ante litteram, noto per avere pubblicato (nel 1247) un libro intitolato L’eradicazione dei mali. Casi di ingiustizia rettificata che documenta la sorprendente modernità dei suoi metodi d'indagine, che anticipavano di secoli quelli dell’Occidente contemporaneo. Ma soprattutto, come spiegherò più avanti, aiuta a capire certi aspetti della Cina di oggi e il suo peculiare mix di marxismo e confucianesimo.


Prima di entrare nel merito del racconto, è il caso di ricordare che è ambientato al tempo della dinastia Song, prima che questa soccombesse all’occupazione da parte del mongolo Kublai Khan (l’imperatore di cui riferisce il Milione di Marco Polo), cioè in un’epoca associata a una straordinaria fioritura della civiltà cinese. Il governo Song, fra le altre cose, è stato il primo a livello mondiale a emettere vera carta moneta, ha costruito una marina militare permanente, ha sviluppato il commercio marittimo su lunga distanza, utilizzato la bussola e la polvere da sparo e a dotato il proprio esercito di nuove tecnologie belliche. Nello stesso periodo la produzione agricoltura subì un forte incremento grazie all’introduzione di nuove tecniche, propiziando l’aumento della popolazione e accrescendone il benessere. Infine diede un forte impulso alla crescita della burocrazia statale, che ridimensionò i poteri locali dell’aristocrazia terriera e creò le condizioni per lo sviluppo dell’arte, della cultura e delle scienze filosofiche, matematiche e ingegneristiche, anche grazie allo viluppo dell’editoria, che sfruttava l’invenzione della stampa a xilografia e dei caratteri mobili, risalente al secolo XI. 


Song Ci fu un esponente di spicco di questa specie di Rinascimento in salsa cinese ma, prima di raccontarne la storia, va detto che quella di Wang Hongjia è una biografia romanzata, in cui l’autore  scioglie le briglie alla fantasia onde integrare le scarse informazioni storiche di cui si dispone sulla vita e le opere del protagonista, e - ciò che farà sicuramente piacere ai lettori più portati all’intrattenimento che allo studio - “condisce” la narrazione con intrighi, delitti e duelli di arti marziali che evocano i colossal storici di registi come John Woo (controbilanciando certe lungaggini descrittive che, ancorché interessanti come documenti della vita quotidiana e delle relazioni sociali e familiari dell’epoca, rischiano di annoiare il lettore medio occidentale). 


Song Ci era figlio di un alto funzionario governativo, il quale, prima di morire, gli lasciò in eredità  l’ingiunzione tassativa di seguire la sessa strada. Prima di farcela, il giovane Song Ci dovette affrontare i durissimi esami per divenire funzionario imperiale, riuscendovi solo al terzo tentativo, malgrado l’assiduo impegno e la brillante intelligenza (a leggere la descrizione che Daniel Bell fa (1) fa dell’arduo percorso che i candidati devono affrontare per accedere alle alte cariche del Partito Comunista e dello Stato cinesi, da allora le cose non sono così cambiate). 


Un ritratto di Song Ci



Dopodiché scopriamo che superare gli esami non comportava automaticamente la nomina a un incarico governativo (così come ai tempi nostri chi vince un concorso universitario, per poter insegnare deve attendere la “chiamata” da parte di un ateneo). Per Song Ci l’attesa sarà particolarmente lunga: solo a quarant’anni otterrà il posto di cancelliere presso un tribunale  provinciale. Ma tutto quel tempo non andrà sprecato: il funzionario in pectore lo impiegherà per accumulare una cultura mostruosa attraverso lo studio di centinaia di libri nei campi della scienza medica, del diritto, nonché della casistica di celebri processi e della filosofia. Questa vasta erudizione, assieme alle straordinarie capacità intuitive, ne faranno una sorta di Sherlock Holmes ante litteram, consentendogli di ricostruire le dinamiche di innumerevoli delitti, incastrando molti colpevoli e scagionando molti innocenti (il pensiero corre al monaco-detective medievale del Nome della rosa di Umberto Eco). Per ottenere questi brillanti risultati, il nostro sviluppa inedite tecniche di indagine: esami autoptici, test biologici, metallurgici e chimici su armi, tessuti, residui vegetali e alimentari raccolti sulla scena del delitto, ecc. Applicherà inoltre le conoscenze mediche acquisite in anni di studio per curare ferite, avvelenamenti e malanni vari. Si circonderà inoltre di un gruppo di assistenti e guardie del corpo che lo accompagneranno per tutta la vita, salvandolo da alcuni attentati e aiutandolo a catturare pericolosi delinquenti. 


Superando i confini provinciali la sua fama gli vale una serie di promozioni che lo obbligano a viaggiare per tutto l’impero assieme alla moglie e alla figlia (che perde la vita in un attentato che avrebbe dovuto togliere di mezzo lui). Finché verrà chiamato a ricoprire il ruolo di supervisore delle carceri imperiali. In questa veste scopre gli orrori di un sistema giudiziario che si basa sulla presunzione di colpevolezza: coloro che vengono accusati di determinati crimini, anche se non sussistono prove, vengono trattenuti in carcere a tempo indeterminato, in attesa di un improbabile chiarimento dei rispettivi casi. Song Ci ribalta questa logica, adottando di fatto il principio di presunzione di innocenza, per cui fa scarcerare migliaia di detenuti (in larga maggioranza contadini poveri) e impone ai giudici di riesaminare i casi che considera dubbi. Descrivendo quest’azione riformatrice, Wang Hongjia mette in luce lo scontro di classe che genera simili ingiustizie. I contadini, oltre a subire gli effetti di carestie e disastri ambientali, come le frequenti inondazioni, sono vittime dei tiranni locali (proprietari terrieri e grandi commercianti) i quali, per difendere i propri privilegi contro i tentativi governativi di ridimensionarne il potere, assoldano bande di mercenari e ricorrono alla corruzione sistematica dei funzionari locali (2). Song Ci si trova così impegnato in una lotta senza esclusione di colpi con aristocratici, burocrati corrotti e soldataglie al servizio degli uni e degli altri. Spinto da una inestinguibile sete di giustizia e al tempo stesso frustrato dall’impossibilità di riparare tutti i torti di cui viene a conoscenza, paga la tensione invecchiando rapidamente e andando incontro a una morte precoce (nel racconto di Hongjia, pur malato e confinato sul letto di morte, riuscirà ugualmente a risolvere un ultimo caso).


Wang HongJia



Perché ho detto che questo romanzo ci fa capire certe cose della Cina moderna? Provo a sintetizzare. In primo luogo, è difficile non vedere nell’opera di Hongjia una metafora del ruolo del Partito Comunista Cinese come una sorta di gramsciano Principe moderno (3). Così come il grande regista russo Sergej Ejzenstejn mise in scena nel film Ivan il Terribile la lotta dello zar contro i boiardi per celebrare quella di Stalin contro i kulaki, analogamente Hongjia descrive il conflitto fra il potere imperiale (incarnato dal funzionario onesto Song Ci) i tirannelli locali e i burocrati corrotti come una metafora della lotta del PCC contro i nemici del popolo e della rivoluzione cinese. Al tempo stesso, Song Ci incarna un potere buono che difende gli interessi delle masse contadine contro i potenti che le opprimono, un potere che può apparire paternalistico agli occhi della cultura occidentale ma che, come è stato osservato (4), risponde allo specifico concetto di democrazia di un popolo che non bada al rispetto delle procedure ma al fatto se il potere agisce concretamente per tutelare gli interessi delle masse. Comprendiamo così come l’attuale relazione fra Stato, comunità e partito sia profondamente radicata nella tradizione millenaria di un grande Paese che non è mai passato sotto le forche caudine di un feudalesimo paragonabile a quello del nostro Medio Evo (5) e, al tempo stesso,  capiamo i motivi della rivalutazione dell’etica confuciana da parte del PCC. 


In conclusione,  mi pare che il romanzo possa essere considerato come un’operazione di “soft power” che, valorizzando le conoscenze scientifiche e filosofiche, le invenzioni tecniche e le pratiche empiriche in auge nella Cina del XIII secolo - che testimoniano di un livello di civiltà che anticipava di secoli quello dei popoli e delle culture occidentali – riscatta la storia cinese dalle umiliazioni infertegli dalla colonizzazione da parte delle potenze europee. Senza dimenticare che il guru del liberalismo inglese Adam Smith, come ricorda Giovanni Arrighi (6), era consapevole che, non solo la civiltà, ma anche l’economia cinese, almeno fino alla fine del secolo XVIII, era di gran lunga più prospera, equilibrata ed armoniosa di quella del nascente capitalismo occidentale. Più la Cina popolare si avvia a rappresentare una potenza mondiale in grado di contrastare l’egemonia degli Stati Uniti, più le sue élite moltiplicano l’impegno per riscoprire e valorizzare le radici della sua civiltà millenaria, più diventa importante per tutti noi coglierne il senso. 


Note


(1) Cfr. D. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, Luiss, Roma 2019. Nel mio ultimo libro (Guerra e rivoluzione, vol. II, p. 45) scrivo a proposito delle tesi di Bell:” Per definire questo complesso sistema di governance (in continua evoluzione sul piano legislativo e istituzionale), Bell utilizza la formula di “meritocrazia democratica verticale”. Alle nostre orecchie suona come un ossimoro, ma Bell ce ne spiega il significato descrivendo  le procedure di selezione della leadership politica. Come nell’antica Cina imperiale, il sistema ha lo scopo di selezionare una élite attraverso esami e valutazioni delle prestazioni ai livelli di governo locali. La proverbiale durezza e competitività dei percorsi universitari è il primo ostacolo che devono affrontare tanto i candidati alla carriera politica quanto quelli alla carriera statale. Il passo successivo consiste nei non meno impegnativi esami per il pubblico impiego, dopodiché si può accedere ai livelli più bassi di governo, e ogni successiva promozione dipende esclusivamente dalla qualità delle prestazioni realizzate”.


(2) Il conflitto fra potere centrale e tiranni locali, in cui il primo si allea con le classi subalterne, e/o crea un proprio apparato professionale (burocrati, magistrati, polizia, ecc.) estraendone i quadri dalle classi intermedie, per sconfiggere i secondi è un leitmotiv di diverse epoche storiche in differenti contesti socioeconomici e culturali. Si pensi al ruolo di sovrani come il Re Sole o Ivan il Terribile nella formazione dello stato moderno. Quanto al tema della corruzione dei magistrati locali da parte delle vecchie aristocrazie per contrastare il potere dello stato centrale, si tratta di un problema ancora più diffuso nello spazio e nel tempo, che non riguarda solo la transizione fra il medioevo e il mondo moderno, ma permane in quest’ultimo persino laddove si siano verificate rivoluzioni sociali: vedi le periodiche campagne contro la corruzione condotte dallo Stato-Partito della Repubblica Popolare Cinese.


(3) Sulla concezione gramsciana del Partito come Principe moderno cfr. A. Gramsci, Quaderni dal carcere, 4 voll., Einaudi, Torino 2014.


(4) Cfr. D. Bell, op. cit. In Guerra e rivoluzione (cit., pp. 42, 43) scrivo: “Le accuse di totalitarismo, di disprezzo per le regole e i principi democratici nonché per i diritti umani nei confronti della Cina sono un mantra che media, governi e partiti occidentali ripetono ossessivamente. A confutare questo luogo comune è, fra gli altri, Daniel Bell, uno studioso canadese che da anni vive e insegna in Cina. Bell parte da un dato di fatto: il sistema cinese rappresenta la definitiva smentita della tesi secondo cui la democrazia liberale di tipo occidentale è il sistema verso cui tutti i Paesi evolvono “naturalmente”, a mano a mano che al loro interno si sviluppa un’economia di mercato e si raggiungono diffusi livelli di benessere. Tutte le ricerche rivelano che i cittadini cinesi  non condividono la nostra concezione “procedurale” di democrazia, cui non attribuiscono alcun valore. Il loro concetto di democrazia è di carattere “sostanziale”, nel senso che si preoccupano soprattutto delle conseguenze che un determinato sistema politico è in grado di produrre per le loro vite e i loro interessi. Per il cinese comune, la democrazia non si misura in termini di principi e i valori, bensì in relazione al livello di sicurezza che lo Stato-partito è in grado di garantire, al fatto se fa o meno gli interessi della maggioranza del popolo, ciò che fa sì che il livello di legittimità del sistema politico cinese, grazie ai risultati ottenuti in termini di lotta alla povertà, aumento dei livelli di reddito e delle opportunità di accesso ai servizi sociali nella seconda fase del processo riformista, è molto più elevato di quello che i cittadini di molti Paesi occidentali riconoscono ai rispettivi governi.”


(5) Nel suo libro Eurocentrismo (La Città del Sole, Napoli-Potenza 2022) un grande teorico marxista come Samir Amin sostiene che il “sorpasso” delle nazioni europee nei confronti della Cina (ben più avanzata di esse fino al secolo XVIII) è potuto avvenire grazie a un paradosso: la maggior arretratezza del nostro Medioevo rispetto al florido Oriente, ha alimentato rivoluzioni borghesi radicali che hanno accelerato il processo della storia.


(6) A proposito del giudizio di Smith sulla Cina, e della interpretazione che ne dà Giovanni Arrighi in Adam Smith a Pechino (Feltrinelli, Milano 2007), scrivo nel mio Guerra e rivoluzione (cit., p, 12): “ Adam Smith non fu tanto l’apologeta del mercato autoregolantesi che basta lasciare operare liberamente perché generi spontaneamente la ricchezza delle nazioni, quanto colui che auspicò l’esistenza di uno Stato forte, in assenza del quale non possono darsi le condizioni di esistenza del mercato stesso. I suoi consigli al legislatore, aggiunge Arrighi, furono sempre di ordine sociopolitico piuttosto che economico, né si proponevano esclusivamente di agevolare l’interesse e il potere dei capitalisti: la sua idea di fondo era che, se si vuole perseguire l’interesse generale, occorre stimolare la competizione per tenere il più basso possibile il saggio di profitto. Detto altrimenti: i mercati non devono essere abbandonati al loro sviluppo spontaneo, bensì “usati” come strumenti di controllo e di governo, una tesi, sostiene Arrighi, che ci consente di capire la logica delle “economie di mercato non capitalistiche”, delle quali la Cina rappresenta un esempio tipico. Smith lo aveva intuito già nel 1776, allorché scriveva che la Cina era più ricca di qualsiasi Paese europeo, attribuendo il carattere “stazionario” della sua economia – cioè il fatto che non fosse mossa dalla spinta all’accumulazione illimitata – al fatto che essa aveva raggiunto la pienezza di ricchezze consentita dalla natura del suolo, dal clima e dalla posizione geografica.  Ma ciò che è più interessante è che Smith definiva come “naturale” questo tipo di sviluppo, basato sull’agricoltura e sul commercio interno, mettendolo in contrapposizione con lo sviluppo “innaturale” delle economie europee, basato sul commercio estero (e sulla potenza militare forgiatasi dai conflitti intereuropei, aggiunge Arrighi), un modello, secondo Smith, assai meno favorevole di quello “naturale” all’interesse nazionale.”






   


 



mercoledì 27 settembre 2023

 A PROPOSITO DEL COSIDDETTO CAPITALISMO WOKE 






Leggendo il libro dell’australiano Carl Rhodes, esperto di teorie dell’organizzazione e docente dell’Università di Sidney (Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi editore) è difficile non rendersi conto di un paradosso: scritto con l’intenzione di denunciare i veri obiettivi politici che si nascondono dietro la svolta “progressista” di alcune grandi imprese multinazionali, finisce invece per svelare (sia pure involontariamente) le ragioni per cui la sinistra “politicamente corretta”, con la quale Rhodes si identifica, ha poche chance di contrastare gli obiettivi in questione. 


Partiamo dal senso del termine woke, ormai di uso comune nel mondo anglofono ma che non tarderà a diffondersi in un’Europa sempre più “americanizzata”. Coniato dagli afroamericani nel contesto dei movimenti per i diritti civili degli anni Sessanta, e rilanciato nel corso delle mobilitazioni del movimento Black Lives Matter, nato per protestare contro gli assassinii a sangue freddo di cittadini neri ad opera di poliziotti bianchi (sistematicamente impuniti), è stato adottato anche dalle altre componenti della nuova sinistra Usa con il significato di essere attento, sensibile e ben informato rispetto a ogni genere di discriminazione e ingiustizia razziale o sociale (in particolare Rhodes elenca temi come sessismo, razzismo, ambientalismo, diritti LGBTQI+ e disuguaglianza economica, quest’ultima lasciata non a caso per ultima, ma su ciò tornerò più avanti). Ad adottare questa postura etica, tuttavia, non sono solo i militanti che inalberano le bandiere del politically correct, bensì un numero crescente di grandi marchi multinazionali, i quali non si limitano a sponsorizzare il mondo woke promuovendone obiettivi e slogan attraverso campagne di opinione e/o integrandoli sistematicamente nel linguaggio delle proprie strategie di marketing e pubblicitarie, ma lo sostengono attivamente, sia attraverso consistenti donazioni, sia promuovendo gli ideali woke fra i propri dipendenti (al punto di  licenziare chi non vi si adegua). L'interrogativo cui Rhodes cerca di dare risposta nel proprio lavoro è se questa “conversione” non nasconda secondi fini. 


L’autore prende le mosse dallo scontro ideologico che la presunta svolta a “sinistra” di manager di colossi come la finanziaria Black Rock, di multimiliardari come Bill Gates e Jeff Bezos, di aziende simbolo della New Economy quali Amazon, Google, Apple, Facebook ecc., per tacere di molti esponenti dello star system hollywoodiano e di grandi campioni sportivi, ha innescato fra progressisti liberal ed esponenti delle destre più reazionarie e retrograde, sia in ambito politico che in ambito giornalistico e religioso. I conservatori accusano i settori capitalistici convertitisi alla retorica del politicamente corretto di essersi accodati agli slogan dei movimenti femministi, LGBTQI+, ambientalisti, pacifisti, antirazzisti ecc. al solo scopo di “ripulire” (greenwashing)  la propria immagine, ma soprattutto li accusano di avere così rinnegato il proprio ruolo fondamentale, che consiste nel generare profitti per gli azionisti; li accusano infine di ipocrisia, cioè di simulare idee e sentimenti che non provano realmente, contribuendo in questo modo al dilagare di un moralismo di massa che danneggia i principi e i valori tradizionali del popolo americano.


Curiosamente, quest’ultima accusa che arriva da destra converge con la critica più diffusa da parte delle sinistre. Tipica, in tal senso, la posizione assunta da un’esponente della sinistra democratica come la senatrice Elisabeth Warren, la quale invita le aziende ad essere woke non solo a parole ma anche nei fatti. Non si può essere veramente woke, argomenta la Warren assieme ad altri esponenti della sua parte politica, se l’impegno di manager e imprese si riduce a chiacchiere e a donazioni  che, per quanto cospicue, sono poco più che briciole rispetto ai mostruosi profitti realizzati dai soggetti in questione. In particolare, certi slogan sulla giustizia sociale stridono con i mostruosi livelli di disuguaglianza che queste imprese hanno contribuito in prima persona ad alimentare negli ultimi decenni, né sono associate ad azioni concrete per ridurli. In poche parole: il “buonismo” ipocrita delle imprese non apporta cambiamenti reali in seno ai programmi del capitalismo. 


Pur condividendo tale osservazione, Rhodes non la considera il nodo centrale delle questioni sollevate dall’ascesa di questo inedito”capitalismo di sinistra”. In primo luogo, sgombra il campo dalle ubbie di coloro che vedono nel fenomeno il rischio di un crollo dei profitti e un grave danno per gli interessi degli azionisti, che manager “plagiati” dalla sinistra sarebbero disposti a sacrificare sull’altare della propaganda liberal progressista. La verità è, argomenta citando una serie di dati in merito, che questa svolta non solo non ha danneggiato gli interessi aziendali ma ha anzi contribuito ad aumentare significativamente i profitti. Insomma: sposare l’ideologia woke sembra un ottimo affare. Ma i veri obiettivi della svolta, argomenta, sono altri e decisamente preoccupanti, nella misura in cui, sostiene, mettono a rischio la sopravvivenza stessa del sistema democratico. Il fatto che le imprese divengano woke, scrive, non potrebbe essere un mezzo per estendere il potere e l’egemonia del capitalismo? Non si tratta di “capitalizzare” la moralità pubblica, in modo che il dibattito civico e il dissenso democratico vengano sostituiti da campagne di marketing e pubbliche relazioni? 


Per rispondere, Rhodes affronta la questione dal punto di vista storico. In primo luogo, ricorda che il fenomeno attuale presenta evidenti analogie con quello della filantropia dei robber barons, i  rapaci monopolisti che dominarono l’economia americana negli ultimi decenni dell’Ottocento e nei primi del Novecento. Superata la Grande Crisi del 29 e la parentesi bellica, personaggi come Carnegie e Rockefeller, per citare i più noti, si trovarono negli anni Cinquanta a fronteggiare la sfida dell'alternativa socialista incarnata dall’Unione Sovietica e reagirono investendo una consistente fetta dei loro immensi profitti (Carnegie dispose che, alla sua morte, il 90% del patrimonio che aveva accumulato dovesse essere impiegato in iniziative benefiche di vario tipo). Il loro impegno filantropico era parte di una strategia lucidamente finalizzata a contrastare le possibili tentazioni socialiste da parte dei lavoratori americani. Né si trattava semplicemente di tener buono il popolo con il vecchio trucco di elargirgli panem et circenses: l’obiettivo era  assumere il controllo delle politiche pubbliche onde sostituire progressivamente il sistema democratico con una plutocrazia benevola. Ebbene, scrive Rhodes, l’attuale capitalismo woke ripropone la stessa logica, con l’unica differenza che, oggi, a impegnarsi socialmente non sono più (o almeno non sono solo) i singoli magnati ma le aziende stesse. Come si spiega questo ricorso storico?

iIl fatto è che, nel corso del “trentennio dorato” del secondo dopoguerra, un potere politico ispirato ai principi ridistributivi keynesiani aveva favorito un compromesso fra capitale e lavoro che garantiva alti livelli di occupazione, salari decenti e servizi pubblici accessibili ed efficienti nel contesto di un ampio sistema di welfare, contribuendo a neutralizzare i progetti di instaurazione d’un regime plutocratico. La controrivoluzione liberista avviata negli anni Ottanta dai governi Tatcher e Reagan, e successivamente diffusasi in tutto il mondo occidentale, ha sistematicamente smantellato questo dispositivo. Liberalizzazione selvaggia, delocalizzazioni e globalizzazione finanziaria hanno invertito il corso della storia, generando livelli di disuguaglianza ancora più estremi di quelli dell’era dei robber barons, legittimati da narrazioni in merito alle chance di mobilità sociale che il libero mercato offrirebbe a tutti i soggetti dotati di spirito imprenditoriale, e dal mito del “trickle down” (cioè dalla tesi secondo cui una parte dei superprofitti accumulati dalle megaimprese “sgocciolerebbe” fino alla base della piramide sociale, garantendo benessere a tutti). 


Queste narrazioni neoliberiste sono naufragate sugli scogli delle crisi del 2000-2001 e 2007-2008 scatenando la rabbia di lavoratori, consumatori ed elettori e aprendo la strada ai movimenti populisti (da notare che Rhodes sembra associare automaticamente al fenomeno populista le forze politiche di destra, ma anche su questo tornerò più avanti). E’ per fronteggiare la rabbia popolare che nasce il capitalismo woke (“una polizza assicurativa contro lavoratori, consumatori ed elettori esasperati” scrive Rhodes). Appropriandosi dei temi e degli slogan delle sinistre, le grandi imprese tentano di costruirsi delle credenziali etiche per distogliere l’attenzione dalle proprie rapine a danno dei beni pubblici, cui non hanno alcuna intenzione di rinunciare (non a caso, fra le cause che perorano, non viene quasi mai menzionata la lotta alle disuguaglianze di reddito e all’evasione fiscale). Il populismo aziendale è l’altra faccia del populismo di destra: se il secondo difende le ragioni del capitalismo selvaggio, il “progressismo” del primo è ancora più insidioso in quanto rivendica la propria capacità di risolvere problemi che i governi non possono né vogliono più risolvere. L’idea è che, più le imprese si dimostrano in grado di gestire le proprie “responsabilità sociali” meno ci sarà bisogno di intromissioni politiche in campo economico. Le grandi imprese, sostiene Rhodes, costituiscono una nuova élite il cui potere sulla società ambisce a rimpiazzare quello del governo democratico. Se questo obiettivo si realizzasse, si avvererebbe il sogno dei robber barons: il potere politico non sarebbe più la posta dello scontro pubblico fra opinioni contrastanti, bensì del dibattito fra le voci di coloro che detengono il potere economico, l’equilibrio del potere verrebbe quindi irreversibilmente spostato dalla sfera della democrazia alla sfera dell’economia. A questo punto cercherò di spiegare perché ritengo che gli argomenti di Rhodes e della cultura politica della sinistra politicamente corretta di cui questo autore è espressione non hanno alcuna chance di contrastare i fenomeni che il suo libro analizza e denuncia.      


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Parto da una constatazione: il regime plutocratico che Rhodes presenta come un rischio da scongiurare è già da tempo un dato di fatto. Basti considerare che una buona metà dei senatori e deputati che siedono nei due rami del parlamento americano appartengono alla minoranza dei super ricchi. Ciò non è solo dovuto ai costi proibitivi delle campagne elettorali che fanno sì che solo pochi privilegiati possano “comprarsi” un seggio (sia con le proprie risorse personali sia con quelle che vengono loro offerte dalle lobby finanziarie che li sponsorizzano, le quali ne condizioneranno il voto dopo  che verranno eletti), ma è anche e soprattutto l’esito di un progressivo processo di integrazione fra élite economiche, politiche, accademiche e mediatiche, ben simboleggiato dal meccanismo delle “porte girevoli” che fa sì che le stesse persone assumano in successione le più alte cariche direttive nelle imprese private, nelle istituzioni pubbliche, nei partiti e nel mondo culturale (università, giornali, tv, ecc.). Questo sistema “truccato” (come è stato definito dall’esponente dell’ala socialista del Partito Democratico Bernie Sanders) non ha più nulla a che vedere con le regole della democrazia, ma è espressione di un regime che autori come Colin Crouch hanno definito post democratico (vedi Colin Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2013).


Se le cose stanno così, è evidente che nessun ritorno alle politiche socialdemocratiche appare possibile in assenza di radicali sconvolgimenti economici, politici e culturali, senza cioè che si verifichi una vera e propria rivoluzione. I fallimenti dei progetti neo socialisti di Sanders negli Stati Uniti e di Corbyn in Inghilterra dimostrano che queste nuove sinistre non sono all’altezza del compito, non solo perché condizionate dagli apparati delle sinistre tradizionali ormai convertite al credo neoliberista (con le quali i leader appena citati non hanno avuto il coraggio di tagliare i ponti), ma anche perché è fallito il loro tentativo di saldare i movimenti femministi, antirazzisti, LGBTQI+, ambientalisti ecc. con i movimenti dei lavoratori e, per capire le ragioni per cui è fallito, occorre interrogarsi sul perché le classi lavoratrici preferiscono in larga maggioranza votare per i populisti di destra (tutte le ricerche sui flussi elettorali confermano che in tutto l’Occidente a votare per le sinistre sono i membri delle classi medio-alte che abitano nei centri gentrificati delle metropoli, mentre le masse che vivono nelle periferie votano in massa a destra). 


Uno dei pochi seri tentativi di rispondere all’interrogativo è quello della coppia di sociologi francesi Boltanski-Chiapello (vedi L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014) i quali, analizzando la scissione fra “critica artistica” e “critica sociale” verificatasi alla fine dei Settanta (la prima concentrata su rivendicazioni dei diritti di specifiche minoranze, di fatto compatibili con il sistema capitalistico e sempre meno attenta a quelle delle classi lavoratrici), hanno ben descritto il nuovo spirito del capitalismo (che altro non è se non il capitalismo woke di cui parla Rhodes). Il merito di questi autori è avere colto le radici di classe del fenomeno: a mano a mano che le classi medie riflessive che erano state protagoniste delle lotte anti autoritarie della fine dei Sessanta e dei primi Settanta entravano a far parte di una rinnovata casta dirigente (nelle imprese, nei media e nelle istituzioni), plasmavano una nuova cultura manageriale “progressista”, ma sostanzialmente compatibile con le regole del sistema. In altre parole: non è che il capitalismo woke abbia manipolato le nuove sinistre o che, al contrario – secondo la narrazione conservatrice – si sia fatto manipolare da esse, si tratta piuttosto della spontanea formazione di un blocco socioculturale che incarna l’illimitata capacità adattiva del capitalismo alle mutate condizioni storiche in cui si trova via via ad operare. 


Rhodes è del tutto incapace di cogliere questa realtà perché ancorato a una visione ingenua, irenica, di una democrazia che non è mai realmente esistita, se non come facciata politica di un sistema socioeconomico fondato sullo sfruttamento e sull’oppressione capitalistica della forza lavoro. Per lui il conflitto sociale non è lotta di classe bensì confronto fra opinioni. Così leggiamo, fra le altre cose, che “l’etica può sfidare il sistema stesso su cui poggia il capitalismo”; che non si tratta di condannare l’attività imprenditoriale in sé perché “le imprese possiedono il potenziale per sostenere la democrazia”; che “la politica democratica si fonda sulla convinzione che le persone (cioè gli individui non i popoli!) abbiano il diritto di governarsi da sole”; che “i consumatori detengono il potere della domanda (!!??)”; che, citando Greta Thunberg, “è l’opinione pubblica che governa il mondo libero (!!??); infine che non c’è niente di sbagliato nel fatto che gli attivisti LGBTQI+ si siano rivolti alle aziende per raccogliere consensi, in quanto si tratta di ”un'azione democratica dei cittadini che hanno utilizzato l’influenza delle imprese”. 


Il nostro ritiene di essere portatore di una cultura anticapitalista, ma il suo anticapitalismo si riduce in buona sostanza a combattere l’evasione fiscale da parte delle imprese e delle minoranze dei super ricchi. Sembra cioè convinto che, una volta che tali risorse siano state recuperate e messe al servizio del bene pubblico, sarà possibile restaurare il paradiso socialdemocratico (ammesso sia mai realmente esistito). Il guaio è che anche questo programma minimo appare irrealizzabile nel contesto di un capitalismo come quello americano che domina oggi l’intero Occidente (e in particolare le sue propaggini anglofone come quell’Australia di cui Rhodes è cittadino) e che sta lottando con le unghie e i denti contro tutte le nazioni emergenti che ne minacciano l’egemonia. Le nuove sinistre credono che basti vincere le battaglie per il riconoscimento dei diritti delle minoranze che esse rappresentano per minare le basi del sistema, ma è proprio un fenomeno come il capitalismo woke a dissipare simili illusioni: è vero che il capitalismo ha via via saputo sfruttare i conflitti razziali, di genere, etnici e religiosi per dividere i lavoratori e rafforzare la propria egemonia, ma è altrettanto vero che è in grado di sopravvivere anche riconoscendo i diritti di neri, donne, e minoranze varie cooptandone una parte nell’élite. 


Un esempio? Le star dello spettacolo e dello sport che “lottano” per gli obiettivi cari a Rhodes godono di retribuzioni di entità scandalosa perché percepiscono una quota dei sovraprofitti capitalistici. Le rivendicazioni di uguaglianza di genere, razza e quant’altro sono tutte realizzabili nel quadro del sistema esistente, purché non mettano in questione l’unica vera rivendicazione incompatibile, vale dire la distribuzione egualitaria del plusvalore prodotto dai lavoratori. In verità non è che Rhodes manchi di porre questo obiettivo, ma lo inserisce nell’elenco al pari di altri, mettendolo cioè sullo stesso piano delle varie rivendicazioni delle sinistre politicamente corrette. Finché non gli verrà invece attribuito il posto d’onore, finché non gli verrà cioè riconosciuto il ruolo di conditio sine qua non per la realizzazione di tutti gli altri, i lavoratori continueranno a lasciarsi sedurre dalla demagogia dei populisti di destra, e a tenersi alla larga dal chiacchiericcio politicamente corretto che percepiscono come un discorso oggettivamente divisivo rispetto agli interessi generali del popolo degli ultimi. In effetti, mentre si indigna per le accuse di autoritarismo che i conservatori rivolgono agli ayatollah del politically correct, Rhodes tace sulle pratiche di certi movimenti (dalla caccia alle streghe scatenata dal movimento MeToo, alla cancel culture che pretende di riscrivere la storia “correggendo” i capolavori del passato accusati di sessismo e razzismo, passando per una serie di paradossali manifestazioni di intolleranza condannate anche dalle più avvedute esponenti del movimento femminista come Nancy Fraser) siano effettivamente autoritarie, intolleranti e cariche di disprezzo nei confronti delle classi inferiori (vedi in proposito J. Friedman, politicamente corretto. Il conformismo culturale come regime, Mimesis, Milano-Udine 2018).


Concludo con un’ultima annotazione critica. Nel lavoro che sto qui discutendo ho trovato ben pochi accenni all’oppressione e allo sfruttamento dell’Occidente capitalistico nei confronti delle altre nazioni. Si aggiunga che, partendo evidentemente dalla convinzione che all’Occidente spetti il monopolio dell’unica vera forma di democrazia, Rhodes non condanna l’arroganza criminale con cui ci  auto attribuiamo il diritto di “esportarla” – anche con la violenza – nel resto del mondo, quasi questa pretesa fosse un aspetto marginale della disuguaglianza. Vedi in merito il capitolo in cui esalta la lotta “democratica” dei cittadini di Hong Kong contro il regime “totalitario” di Pechino, senza fare cenno 1) al fatto che Hong Kong è una ex colonia dell'imperialismo inglese da poco restituita alla sovranità cinese; 2) che sfruttando il regime transitorio di questa enclave in attesa della sua piena integrazione nella madre patria, essa viene utilizzata come rifugio per autori di crimini (soprattutto economici) commessi in Cina, nonché come paradiso fiscale di capitali sottratti al controllo della Cina popolare; 3) che serve da base logistica di quei servizi occidentali che alimentano, organizzano e finanziano i movimenti anticinesi perseguendo gli stessi obiettivi di “regime change” che perseguono in tutti gli altri Paesi che si oppongono all’egemonia angloamericana.  

    



 


  


   


  





        


       



 

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