Lettori fissi

sabato 20 novembre 2021

LA LUNGA MARCIA VERSO IL SOCIALISMO

UNA GUIDA PER RAGIONARE SULLA RIVOLUZIONE CINESE SENZA PREGIUDIZI EUROCENTRICI 

di Carlo Formenti







Nota introduttiva 


A dare la misura dell’incomprensione occidentale nei confronti della realtà cinese è un curioso paradosso: mentre gli intellettuali liberali si arrovellano sui motivi per cui la crescita economica non si sia portata dietro – come speravano e ritenevano inevitabile – la caduta dei comunisti e la transizione a un regime liberal democratico, ragion per cui considerano la Cina come la più grave minaccia alla sopravvivenza del capitalismo, gli intellettuali marxisti (o sedicenti tali) danno per scontato che in Cina non esista più – se mai è esistito – un regime socialista, ritengono che quel Paese rappresenti oggi la seconda potenza capitalistica mondiale e pensano che il dissidio ideologico con l’Occidente mascheri un conflitto interimperialistico. Questa cecità simmetrica replica il doppio abbaglio sulla caduta del regime sovietico: Fukuyama e soci vi scorgevano la conferma della superiorità del capitalismo sull’utopia social comunista, le “nuove sinistre” replicavano che in Russia il socialismo non esisteva più da decenni (per alcuni dalla morte di Lenin per altri da quella di Stalin). 


Nel campo del marxismo occidentale le voci fuori dal coro, libere da dogmatismi dottrinari e pregiudizi eurocentrici, sono rare. Penso, per citarne alcune, a economisti come Samir Amin, Giovanni Arrighi e Vladimiro Giacché (1), a filosofi come Domenico Losurdo (2), a storici come Rita di Leo (3) o, a un livello più militante e limitandomi al contesto italiano, a formazioni politiche e associazioni culturali come il Partito Comunista di Marco Rizzo e le riviste Marx21 e Cumpanis. In precedenti lavori ho cercato di dare una serie di indicazioni bibliografiche (4) utili per fare piazza pulita della selva di luoghi comuni che ingombrano la discussione sul tema. Aggiungo ora a questo elenco l’eccellente lavoro di Diego Angelo Bertozzi Cina Popolare. Origini e percorsi del socialismo con caratteristiche cinesi (con una Prefazione di Vladimiro Giacché, Edizioni l’Antidiplomatico) di cui mi occuperò in questo post. Più che di una recensione, si tratta di un riassunto delle parti più significative della ricostruzione storica dell’autore, corredato da una serie di incisi, note e appunti e da un lungo paragrafo conclusivo sulle implicazioni teorico politiche del tutto. 



I. Un percorso storico complesso. 


a) Dall’umiliazione al risveglio nazionale


Alla fine del 1700 il Celeste Impero era ancora il Paese più prospero, ordinato e stabile del mondo, capace di suscitare l’invidia (e gli appetiti) di un’Europa che aveva appena iniziato il cammino verso il dominio sul pianeta. Per ragioni che non ho qui lo spazio di analizzare in profondità, questo suo invidiabile status si fondava però su fattori che ne hanno decretato la rovina non appena è entrato in contatto con l’Occidente. Mi riferisco, in particolare, al modello stazionario e “introverso” della sua economia (nessuna tendenza alla riproduzione allargata e mancato sviluppo degli scambi commerciali via mare), nonché alla scarsa vocazione a proiettare all’esterno la propria potenza politico militare (Bertozzi ricorda come il Celeste Impero preferisse esercitare l’egemonia sui popoli confinanti senza ricorrere all’uso della forza e rifuggisse da conquiste territoriali in stile coloniale, impegnandosi piuttosto a diffondere modelli di governo e ideologici, in una sorta di anticipazione di quello che oggi definiamo soft power). 


Queste caratteristiche erano all’origine di un mal riposto senso di superiorità, non giustificato da adeguate risorse tecnologiche e militari (mentre le continue guerre fra le nazioni europee ne avevano alimentato il rapido avanzamento tecnologico). Così, quando l’Impero inglese, consolidato il proprio dominio sull’India, ha iniziato a guardare a Oriente, presto imitato da altre potenze europee, il destino della Cina era segnato. Le due guerre dell’oppio a metà Ottocento si sono risolte con umilianti sconfitte che hanno comportato, oltre alla cessione di sovranità su alcuni territori,  la concessione di gravosi trattati commerciali. Le radici del risentimento cinese nei confronti della prepotenza straniera affondano in quel periodo storico, come conferma la grandiosa insurrezione dei Taiping (1851-1864) che causò trenta milioni di vittime e arrivò quasi a rovesciare una dinastia, prima di essere soffocata nel sangue. Sempre in quegli anni inizia la pratica della esportazione di forza lavoro cinese semischiavizzata in tutto il mondo (i coolies) e, qualche decennio più tardi, arrivano la sconfitta nella guerra cino-giapponese del 1895 e la rivolta dei Boxer, schiacciata dall’intervento congiunto di tutte le potenze straniere interessate (Italia compresa), due eventi che contribuiscono a rendere ancora più pesante la soggezione dell’economia cinese agli investimenti occidentali e giapponesi e l’indebitamento del Paese nei confronti di consorzi bancari stranieri, appesantito dalle indennità di guerra che la Cina si trovò paradossalmente a dover sborsare pur essendo la nazione aggredita.  


A seguito di questi disastri, che hanno caratterizzato l’intera storia del XIX secolo, viene maturando nelle nuove generazioni di intellettuali che si affacciano all’inizio del Novecento, e guardano con ammirazione al successo del processo di modernizzazione giapponese, la convinzione che l’unica via di salvezza consistesse nell’abbracciare il nazionalismo. Sun Yat-Sen, il leader che incarna con più coerenza e consapevolezza questo zeitgeist, fonda a Tokyo (dove risiede in esilio) un movimento che si raccoglie attorno a un programma fondato su “tre principi del popolo”: nazionalismo, democrazia e benessere. Sono i principi che inspirano la rivoluzione democratico borghese del 1911, e che lo stesso Sun Yat-sen tradurrà, nel 1919-1920, in un progetto politico che, sotto alcuni aspetti, suona come una anticipazione delle riforme che il PCC intraprenderà sessant’anni dopo: collaborare con le potenze industriali occidentali, lasciando balenare le immense opportunità del mercato cinese; “usare” lo sviluppo capitalistico come strumento per creare condizioni atte ad avviare la Cina sulla via del socialismo; sviluppare un’economia mista in cui lo Stato avrebbe dovuto farsi carico di creare le infrastrutture moderne (ferrovie, porti, industrie di base, ecc.). Nel frattempo la Cina aveva partecipato alla Prima guerra mondiale a fianco delle potenze dell’Intesa, anche se il suo contributo si era limitato a fornire mano d’opera per scavare trincee e svolgere altre umili mansioni di retrovia (ma le esperienze maturate dalle migliaia di lavoratori impiegati in quella circostanza si riveleranno importanti nel corso dei successivi eventi storici). La rivoluzione democratico borghese non riuscirà tuttavia a realizzare l’unificazione nazionale della Cina post imperiale, né a evitarne lo smembramento ad opera dei “signori della guerra”, capi militari che si spartiscono il Paese, arrivando a battere monete proprie e praticare politiche fiscali ed estere indipendenti. Sono anni caotici, nel corso dei quali vengono tuttavia maturando le condizioni per la nuova fase del processo rivoluzionario che durerà trent’anni, fino alla vittoria dei comunisti nel 1949. 



Sun Yat Sen 




b) Dalle repressioni degli anni Venti al 1949  


Citando un giudizio di Mao, Bertozzi definisce il movimento (prevalentemente urbano e studentesco) del 4 maggio 1919 come un passo avanti rispetto alla rivoluzione del 1911, a confronto  della quale presenta caratteristiche più coerentemente antimperialiste e antifeudali che risentono dell’influenza della rivoluzione russa. Negli anni successivi nascono i primi sindacati e la stampa operaia, mentre si diffondono le idee marxiste e leniniste nelle quali alcune élite intellettuali riconoscono un’arma efficace per combattere l’arretratezza della Cina e il suo rapporto di subordinazione nei confronti dei paesi occidentali. Nel luglio del 1921 viene fondato il PCC da parte di un gruppo composto da poche decine di militanti che seguono le direttive dell’Internazionale, la quale impone una linea fondata sulla collaborazione fra movimento operaio e borghesia nella lotta di liberazione nazionale. Qualche anno dopo, nel 1925, una nuova ondata di lotte presenta caratteristiche più avanzate: in questo caso, infatti, a guidare lo scontro sono gli operai che sono ora maggioranza nelle file del partito, il quale conta adesso decine di migliaia di iscritti. Questo processo di crescita subisce tuttavia una brusca battuta di arresto nel 1927, anno in cui viene repressa nel sangue l’insurrezione di Shangai.


Da qui inizia la divaricazione fra due linee, con la minoranza maoista convinta della necessità di dotarsi di una base territoriale e di una forza militare autonome, mentre la maggioranza, sostenuta da Stalin, insiste sulla necessità di continuare sulla strada dell’alleanza con l’ala sinistra del partito nazionalista (Kuomintang). Il sesto congresso del PCC si svolge a Mosca, nel 1928, in rappresentanza di una base che conta 130.000 iscritti in maggioranza (70%) contadini, e approva una linea che esclude una politica di espropriazione sistematica delle terre per non mettere a rischio l’alleanza con i contadini medi. Nel frattempo la minoranza maoista si impegna a costruire nei territori sotto il suo controllo un potere statale alternativo, fondato su principi di democrazia diretta, e un esercito che non svolga solo funzioni militari ma anche di propaganda e amministrazione.  


I primi anni Trenta sono teatro di radicali sconvolgimenti. Nel 1930 Il Kuomintang lancia cinque campagne di annientamento contro i comunisti e, mentre le prime quattro falliscono, la quinta costringe questi ultimi a intraprendere la Lunga Marcia (12.000 km) fino a riparare nello Shensi. Bertozzi sottolinea come da questa esperienza sia nata l’intera classe dirigente della futura Cina Popolare, una vera e propria “aristocrazia della rivoluzione” che durerà fino agli anni Novanta, e aggiunge che quell’evento segna il trionfo della linea maoista e l’autonomizzazione dalle direttive di Mosca. Nel 1931 viene proclamata la Repubblica cinese degli operai e dei contadini e, sempre in quell’anno, inizia l’invasione giapponese che si completerà nel 1937 con l’occupazione di Pechino, Tianjin e Nanchino (città martire in cui i giapponesi massacrano 300.000 persone). 


Gli anni che vanno dal 1935 agli anni Quaranta sono caratterizzati da un fronte unito contro l’invasore giapponese che tuttavia non comporta una reale pacificazione fra comunisti e nazionalisti (i due eserciti restano attestati nei rispettivi territori limitandosi a una sorta di tregua armata). Mao lancia comunque un appello a tutti i compatrioti per la resistenza agli invasori e la formazione di un governo popolare di difesa nazionale e stende un programma in dieci punti che recupera e approfondisce i tre principi di Sun Yat-sen: libertà democratiche, confisca dei beni dei collaborazionisti, miglioramento delle condizioni di vita di operai e contadini, pari diritti fra le diverse nazionalità. Attraverso il concetto di “nuova democrazia” si cerca di rassicurare gli strati borghesi, promettendo che la Repubblica popolare non abolirà la proprietà privata né confischerà le imprese della borghesia nazionale, e limiterà gli obiettivi della lotta di classe alla tutela degli interessi operai senza mettere a rischio i profitti. Negli anni Quaranta, durante e immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il fronte unito si rompe anche formalmente e inizia la guerra civile e, benché alla fine della guerra il Kuomintang possa contare su una schiacciante superiorità numerica e sull’appoggio degli Stati Uniti, l’Esercito popolare avanza di vittoria in vittoria fino al definitivo trionfo del 1949, l’anno in cui il Kuomintang è costretto ad abbandonare il continente rifugiarsi a Taiwan.



Mao guida la Lunga Marcia




c) Dal 1949 alla morte di Mao 


Le parti del libro di Bertozzi dedicate a questa fase della rivoluzione chiariscono un equivoco: i critici da sinistra (5) del regime, che spesso si proclamano neo maoisti, sostengono che, già nel decennio successivo alla presa del potere, nel PCC sarebbe stata attiva un’ala di destra che aveva come obiettivo l’esautoramento della leadership di Mao. Questa ricostruzione perde attendibilità ove si tenga conto della moderazione dei provvedimenti socioeconomici assunti in quel periodo, con il pieno avvallo di Mao. Già nel 1947, cioè ancor prima della vittoria definitiva, nelle zone liberate viene attuata una riforma agraria che privilegia l’espropriazione politica degli strati borghesi rispetto alla loro espropriazione economica, e anche nelle città si evita di colpire il capitale privato, per tutelare una produzione già ridotta ai minimi termini dalla guerra civile. Fra le altre cose, Bertozzi segnala che il partito doveva fronteggiare una carenza di personale qualificato per la ricostruzione – un problema che aveva assillato anche i bolscevichi nei primi anni dopo la rivoluzione – e che meno del 15% dei quadri possedeva una laurea (come se non bastasse, i pochi che ne erano dotati provenivano dalle fila del Kuomintang). Ecco perché il consenso e le competenze della borghesia nazionale sono ritenute indispensabili e la fuga di capitali e cervelli viene percepita come un pericolo mortale (com’è noto, furono analoghe considerazioni a indurre Lenin a imboccare la via della Nep, rintuzzando le critiche degli “estremisti” di sinistra (6) ). 


Nei primi anni Cinquanta le scelte si radicalizzano, ma senza abbandonare il criterio di una prudente progressività. La riforma agraria del 1950 ridistribuisce 50 milioni di ettari a 300 milioni di contadini, ma evita di applicare un principio di egualitarismo assoluto. Le nazionalizzazioni riguardano banche, ferrovie, industria pesante e commercio estero, mentre nel ‘53, finita la guerra di Corea, si mette in cantiere, con il sostegno e la consulenza dell’Urss, il primo Piano quinquennale. Ad imprimere l’accelerazione, nota Bertozzi, è il timore di essere accerchiati dal sistema di alleanze messo in campo dagli Stati Uniti. Sempre Bertozzi cita la seguente definizione del regime cinese da parte di Mao : “una economia capitalistica di stato di tipo nuovo che esiste non per il profitto dei capitalisti ma per far fronte ai bisogni del popolo e dello stato”. Una frase che sembra letteralmente copiata dalla definizione di capitalismo di stato con la quale Lenin aveva replicato ai critici della Nep (7). 


Nel 56 si celebra l’VIII Congresso di un Partito che può ora contare su 10 milioni e 700mila iscritti (66% di contadini, 13,7% di operai, 15% di intellettuali) ed è in questa occasione che sorgono i contrasti fra Mao, che spinge il pedale sulla collettivizzazione, e l’ala “moderata” (Zhou Enlai, Liu Shaoqi e altri) che vorrebbe una progressione più lenta e ritiene vada data priorità alla meccanizzazione dell’agricoltura. È significativo che, contemporaneamente a questi conflitti, sorgano anche le prime prese di distanza da Mosca: rifiutando la destalinizzazione, il PCC ritiene che la posizione più corretta consista nel valutare errori e meriti del leader sovietico, senza buttare a mare un’intera fase storica (come vedremo più avanti, il dilemma si ripresenterà vent’anni dopo, quando si tratterà di giudicare l’operato di Mao dopo la sua morte). Arriviamo così al Grande balzo in avanti e ai disastri che ne seguiranno a cavallo fra la fine dei ‘50 e l’inizio dei ’60. A indurre Mao alla svolta non sono tanto motivazioni ideologiche, quanto considerazioni geopolitiche (che riprenderemo nella sezione sulla politica estera): la guerra di Corea convince Mao che gli Stati Uniti si preparano ad attaccare la Cina, per cui si rende necessario passare a una sorta di comunismo di guerra simile a quello adottato dai bolscevichi durante la guerra civile contro i Bianchi sostenuti dalle potenze occidentali. Occorre prepararsi a resistere bruciando le tappe della transizione verso il socialismo e, a tale scopo, bisogna compiere su un enorme sforzo di volontà mobilitando le masse contadine. Vengono lanciati slogan come “il rosso domina l’esperto” e “la politica al posto di comando” che, qualche anno dopo, delizieranno le sinistre radicali occidentali (peraltro del tutto digiune di conoscenze sul contesto economico, storico e sociale cinese). Inoltre si cerca di procedere a un’industrializzazione forzata disseminando migliaia di piccole imprese nelle Comuni popolari (le nuove istituzioni create accorpando le cooperative agricole per ottenere economie di scala). I disastri provocati da questa ubriacatura volontarista sono devastanti: dal ’58 al ’62 il Pil cala del 35% e la produzione cerealicola del 30% mentre, anche a causa di una serie di catastrofi naturali, si riaffaccia lo spettro della carestia che provoca milioni di morti (8). 


Fallito il grande balzo, Mao si fa in disparte, lasciando il compito di gestire la ricostruzione ai suoi critici “di destra”. Ma pochi anni dopo (nel 1966) lo scontro fra le due linee riprende: convinto che la lotta di classe continui nella società socialista (discuterò questa tesi nelle conclusioni) e che solo una rivoluzione permanente possa impedire che la Cina “cambi colore”, il Grande Timoniere lancia la Rivoluzione culturale: il bersaglio è la stessa maggioranza del PCC, accusata di avere imboccata la strada della restaurazione capitalista (di qui la celebre parola d’ordine “fuoco sul quartier generale”). Le guardie rosse (in maggioranza giovani studenti) sfuggono al controllo di chi le ha scatenate generando scontri e violenze generalizzate e provocando il collasso delle strutture del Partito e dello Stato, al punto che lo stesso Mao impone il ritorno alla normalità attraverso dure repressioni affidate all’esercito. Accennavo prima all’entusiasmo delle sinistre europee occidentali per gli slogan maoisti: tale entusiasmo tocca il vertice proprio in occasione della Rivoluzione culturale, che resterà per molti un punto di riferimento ideologico anche dopo il suo fallimento. Personalmente ritengo che il fattore che più ha favorito questa identificazione con gli eventi cinesi siano state le analogie di composizione sociale, generazionale e culturale fra movimento delle guardie rosse e movimenti degli anni ’60 e ’70 in Occidente. Al tempo stesso, come scrivevo poco sopra, è il caso di mettere in luce come tale identificazione ideologica sia scattata in assenza di qualsiasi effettiva conoscenza della realtà cinese, un’ignoranza teorico politica che ha fatto sì che, finita la Rivoluzione culturale, si sia dato per scontato che la Cina si fosse incamminata, al pari dell’Unione Sovietica, sulla via della restaurazione del capitalismo. Da quel momento, con le dovute eccezioni, i marxisti occidentali si sono sostanzialmente disinteressati degli sviluppi successivi alla morte di Mao (1976), finendo per allinearsi ai giudizi dei sinologi accademici occidentali sul  “totalitarismo” e sul “capitalismo di stato” tipici del Paese del Dragone.



d) Gli anni delle grandi riforme (dal 1978 a oggi)     


Morto Mao, le sperimentazioni del decennio successivo alla vittoria della Rivoluzione diventano il modello cui si inspira l’ala “moderata” del PCC che, liquidata l’opposizione della “banda dei quattro” (9), torna a conquistare la maggioranza sotto la guida di Deng. Le “quattro modernizzazioni” (agricoltura, industria, difesa nazionale, ricerca scientifica) sono il faro che illumina questo nuovo tentativo di mettere in atto una Nep in salsa cinese (10). La nuova (o meglio la rinnovata) filosofia del Partito esclude fughe in avanti e ripudia l’idea di un egualitarismo che si riduca di fatto a una condizione di povertà condivisa; l’obiettivo strategico è garantire ai cittadini un tenore di vita decente e colmare il gap tecnologico con le potenze occidentali. 



Deng Xiaoping 




Il nuovo processo (che anche marxisti occidentali poco teneri nei confronti del regime cinese considerano una scelta obbligata: con centinaia di milioni di persone sotto la soglia della povertà, e con un Paese costretto a confrontarsi con i successi economici delle “tigri asiatiche”, scrive ad esempio David Harvey (11), era inevitabile prendere atto del principio secondo cui non può esistere libertà in assenza di libertà dal bisogno) attraversa diverse fasi. La prima - che va dal 1978 al 1989 – è probabilmente quella in cui si producono gli scostamenti più radicali nei confronti del passato maoista. La sperimentazione parte dalle campagne, spiega Bertozzi, dove, ferma restando la proprietà collettiva della terra, viene creato un nuovo sistema di responsabilità che assegna la gestione in affitto dei terreni già affidati alle Comuni alle singole famiglie contadine che possono vendere allo Stato il raccolto a prezzi  stabiliti. Successivamente viene estesa la durata degli affitti e i contadini acquisiscono la libertà di vendere i prodotti nei mercati liberi che vengono istituiti nelle città. Grazie a questa politica il reddito agricolo pro-capite aumenta del 70% e la produzione cresce del 7%.  A colpire di più l’immaginario occidentale, tuttavia, è l’apertura delle zone speciali, che concede alle multinazionali occidentali, giapponesi e taiwanesi di effettuare colossali investimenti diretti nelle aree costiere, usufruendo di agevolazioni fiscali e di enormi masse di forza lavoro a basso costo. È la fase in cui la Cina accetta di fatto il ruolo di “fabbrica del mondo”, diventando la meta preferita dei processi di decentramento produttivo dell’Occidente capitalista e, al tempo stesso, inondando il mercato occidentale di merci di bassa qualità e poco costose che consentono ai capitalisti di tenere bassi i salari degli operai dei propri Paesi (un incastro che alcuni hanno definito Wal Mart Economy (12), dal nome della grande catena discount americana). 


È in questo periodo che le accuse di restaurazione del capitalismo sembrano assumere consistenza, anche perché si moltiplicano le accuse, da parte degli oppositori di sinistra interni, di gravi violazioni dei diritti dei lavoratori così “affittati” al capitale straniero (13). Pur senza negare l’esistenza di gravi problemi sociali (aumento delle disuguaglianze, supersfruttamento della mano d’opera di origine contadina inurbata nelle megalopoli industriali che crescono a ritmo forsennato, riduzione dei servizi sociali, ecc.); Bertozzi sottolinea come il PCC: 1) non abbia mai negato le conquiste dell’era maoista, che aveva costruito le basi infrastrutturali senza le quali lo sviluppo successivo sarebbe stato impossibile; 2) abbia ripetutamente affermato che la liberalizzazione economica e l’importazione di conoscenze tecnologiche e scientifiche non implicavano l’importazione dei valori occidentali; 3) abbia infine sostenuto che lo scopo fondamentale dell’attrazione di capitali stranieri in certe regioni era quello di impadronirsi di tecnologie, conoscenze, e tecniche organizzative e gestionali che sarebbero state successivamente diffuse in tutto il Paese (tecniche che verranno utilizzate anche per riformare le imprese pubbliche, accrescendo il potere del management senza mettere in discussione il diritto di proprietà, che resta in capo allo Stato). 


Le contraddizioni che si accumulano in quegli anni generano tensioni sociali e politiche destinate ad esplodere. La crisi del 1989 nasce, da un lato, dallo scontento degli operai che hanno perso parte delle garanzie sociali di cui disponevano, dall’altra dall’emergere di una classe imprenditoriale che non chiede solo ulteriori privatizzazioni, ma anche riforme democratiche finalizzate a rovesciare il regime comunista. La differenza di motivazioni ha fatto sì che questi due movimenti non abbiano potuto saldarsi (14), ciò non toglie che, anche all’interno del PCC, esistessero posizioni, ancorché minoritarie, che guardavano con  simpatia alle drammatiche trasformazioni che, in quegli stessi anni, stavano provocando il crollo del regime sovietico. La durezza con cui vengono represse queste tendenze dimostra come il principio della espropriazione politica dei ceti borghesi, enunciato già negli anni ’40 e ’50, fosse ancora ritenuto pienamente valido: la Cina non aveva la minima intenzione di “fare la fine dell’Unione sovietica” (15). 


Veniamo così ai fatti di Piazza Tienanmen, a proposito dei quali Bertozzi cita fonti indipendenti – perlopiù occidentali e non sospette di simpatie con il regime  - che, da un lato, sfatano il mito del massacro: pare che nella piazza non vi sia stata nemmeno una vittima, mentre ve ne sono state in aree adiacenti dove l’esercito si sarebbe limitato a reagire dopo essere stato fatto oggetto di attacchi che avevano ucciso diversi militari (uno scenario che si è recentemente ripetuto a Hong Kong); dall’altro lato, esistono fonti altrettanto attendibili che certificano il ruolo attivo svolto dai servizi americani, impegnati a sostenere questo primo esperimento di “rivoluzione colorata”. In ogni caso, alla repressione nei confronti delle destre, non fa eco un analogo comportamento nei confronti dello scontento popolare. Al contrario: nei vent’anni successivi le energie si concentrano sull’obiettivo di recuperare il consenso delle masse. Escludendo a priori qualsiasi importazione del modello occidentale basato sulla competizione elettorale fra partiti, si privilegia una “democrazia consuntiva”, fondata sulla collaborazione fra forze politiche che condividono gli stessi obiettivi. A tale scopo si promuove la nascita di governi popolari eletti a suffragio diretto nelle circoscrizioni di base, dotati di poteri autonomi di controllo sulle ramificazioni provinciali del PCC; si valorizza il ruolo della Conferenza consultiva del popolo che riunisce forze politiche e personalità indipendenti; si moltiplicano i canali di consultazione fra organismi dello Stato, partiti, gruppi politici, organizzazioni di base. Ma soprattutto, a cavallo fra la fine dei Novanta e l’inizio del Duemila, viene lanciato lo slogan della Cina come “società armoniosa”, che allude alla necessaria ricomposizione dei conflitti di classe innescati dallo sviluppo caotico dei decenni precedenti. Usciti da una fase che potremmo definire di accumulazione accelerata, nella quale  si è superato il drammatico ritardo maturato durante gli sconvolgimenti sociali e politici degli anni Sessanta, è ora possibile spostare l’enfasi dall’aumento del Pil all’attenzione nei confronti degli interessi del popolo e a una maggior cura nei confronti di un ambiente che ha pagato a caro prezzo i processi di industrializzazione e di inurbazione. Ma soprattutto è venuto il momento di impegnarsi in una ridistribuzione egualitaria della ricchezza prodotta.  


Modernità e sviluppo, scrive Bertozzi, vengono ora coniugati con le tradizionali istanze socialiste. A partire dal rilancio del welfare: nel 2011 l’assicurazione sanitaria arriva a coprire il 90% della popolazione, mentre è tuttora in atto lo sforzo di garantire a tutti, compresi i senza impiego, l’assicurazione di anzianità.  Si ammette la contrattazione collettiva per difendere l’occupazione e altri diritti dei lavoratori; i salari iniziano a crescere significativamente; viene introdotto l’esonero fiscale per i redditi più bassi; si effettuano massicci investimenti per riequilibrare le condizioni delle regioni povere, viene istituito il Ministero per la protezione ambientale; si scommette sul settore terziario, sull’innovazione tecnologica e scientifica e sull’aumento dei consumi interni, con l’evidente obiettivo di cambiare i motori di una crescita che deve diventare più sostenibile e cambiare radicalmente la collocazione del Paese nella divisione internazionale del lavoro: da fabbrica del mondo a seconda potenza economica mondiale. A sostenere questa rapidissima evoluzione sono anche i massicci investimenti diretti all’estero, destinati in primo luogo ai Paesi in via di sviluppo, che raggiungono dimensioni iperboliche grazie al progetto della Nuova Via della Seta. Benché la via delle riforme imboccata da Deng non venga ripudiata, la marcia verso il socialismo di mercato (16) in stile cinese non mette in discussione il ruolo strategico delle imprese di Stato, che coprono una quota maggioritaria degli IED (Investimenti Diretti all’Estero) e continuano a controllare i beni e servizi pubblici. Nell’analizzare gli ultimi anni presi in esame nel suo lavoro (che arriva più o meno al 2016), già caratterizzati dalla leadership di Xi Jinping, Bertozzi parla di sintesi fra l‘eredità di Mao e quella di Deng. In merito al versante neo maoista di tale sintesi, Bertozzi sottolinea il processo di verticalizzazione attorno alla figura del segretario e la restituzione di una salda presa del PCC sulla cosa pubblica, in controtendenza alla lunga prassi di separazione fra Stato e Partito. Sintomi evidenti di tale svolta sono il ritorno in auge delle campagne di verifica e rettifica, un’etica improntata all’austerità (vengono condannati l’esibizione del lusso e le spese inutili), e la crescente contrapposizione ideologica con l’Occidente. Nel libro mancano gli ultimi anni, caratterizzati dalla nuova guerra fredda fra Stati Uniti e Cina che imprimono una ulteriore accelerazione del recupero di elementi tradizionali, a conferma del peso decisivo che i conflitti geopolitici hanno svolto e continuano a svolgere sull’evoluzione della rivoluzione cinese.



Xi Jinping




II. Evoluzione della composizione di classe della società cinese e suo impatto sul PCC


Nel 1919 (l’anno del movimento del 4 maggio) la classe operaia rappresenta lo 0,1% della popolazione (circa un milione e mezzo di persone concentrate nelle città) e nel 1921 il PCC (fondato nel luglio di quell’anno) conta poche decine di iscritti, quasi tutti studenti e intellettuali. Tuttavia già nel 1925, anno in cui si verifica una seconda ondata di lotte, il numero degli operai è significativamente aumentato (sempre concentrati nelle grandi città e perlopiù in imprese straniere) e la loro presenza nel partito (che nel 1927 arriva ad avere 58.000 inscritti) è cresciuta in proporzione. In questa fase di concentrazione urbana sono attivi numerosi consulenti bolscevichi e il PCC segue in maggioranza (con l’eccezione di Mao e il suo gruppo) la linea dell’Internazionale, che spinge per l’alleanza con il Kuomintang in vista di una rivoluzione democratico borghese che dovrebbe creare le condizioni per l’attività politica legale del Partito.  


Il massacro di Shangai cambia radicalmente la situazione. Benché il VI Congresso si svolga a Mosca e confermi la linea dell’Internazionale, Mao si avvia rapidamente a conquistare l’egemonia nel Partito e a renderlo consapevole della necessità di acquisire una base territoriale e una forza militare autonome. Negli anni Trenta lo scontro con il Kuomintang evolve rapidamente verso la guerra civile, mentre la base del PCC, che nel frattempo è stato annientato ed espulso dalle grandi di città, è sempre più contadina. Negli anni della Lunga Marcia e fino al trionfo del 1949 questa composizione di classe resta sostanzialmente immutata, anche se i numeri crescono notevolmente: nel ’37 gli inscritti sono 40.000 e i soldati (che non svolgono solo funzioni militari ma anche amministrative e di propaganda) 60.000, mentre nel ’45 gli inscritti sono 1.200.000 e i soldati 1.300.000. In questa fase la rivoluzione cinese, di fatto, è una rivoluzione contadina che unisce la lotta di liberazione nazionale a quella per la riforma agraria, con caratteristiche simili a quelle di altre lotte delle nazioni oppresse contro le potenze coloniali. La differenza consiste nell’enorme dimensione di un Paese che ospita una civiltà millenaria, ma soprattutto nel fatto che, in questo caso, l’obiettivo strategico è quello di approdare a una società socialista. Anche se, come si è visto, sia la riforma agraria del 1947, sia i provvedimenti che vengono assunti subito dopo la presa del potere, sono a dir poco moderati, nel senso che la ridistribuzione delle terre viene fatta in modo da non intaccare gli interessi dei contadini medi e di privilegiare la linea dell’espropriazione politica rispetto a quella dell’espropriazione proprietaria (la stessa linea viene adottata nei confronti della borghesia nazionale delle città, per agevolare la ricostruzione del sistema produttivo). Bertozzi richiama l’attenzione, a proposito di tali scelte, sul fatto che in Cina non esisteva una classe agraria paragonabile a quella dei kulaki in Russia, sta di fatto che la scelta di non imboccare la strada della collettivizzazione forzata segna anche sul piano ideologico una significativa differenza rispetto alla politica staliniana. 


Negli anni Cinquanta il processo di integrazione nel Partito di una classe operaia che è in gran parte “di nuovo conio”, generata cioè dall’industrializzazione accelerata voluta dallo Stato/Partito e concentrata nel settore dell’industria pesante, non mette sostanzialmente in discussione il ruolo centrale della classe contadina, che non solo rappresenta ancora la maggioranza schiacciante della popolazione, ma continua ad avere un peso decisivo nelle fila del Partito: al momento dell’ VIII Congresso, dei 10 milioni e 700mila iscritti, il 66% sono contadini, il 15% intellettuali e solo il 13,7% operai. Ed è ancora sulla base contadina che Mao conterà, non diversamente che nel corso della Lunga Marcia, per lanciare il Grande balzo in avanti che, come abbiamo visto, nasce dalla preoccupazione per una probabile invasione da parte americana, che si sarebbe potuta combattere solo con una guerra popolare basata sull’accerchiamento delle città da parte della campagna (di qui l’idea di dotare le Comuni di un apparato industriale disseminato e autonomo).  


Bertozzi non lo dice chiaramente, ma io credo si possa ipotizzare che, dopo il disastro del Grande balzo e il fallimento del tentativo di un’accelerazione volontaristica verso il socialismo, l’ala moderata del Partito abbia potuto contare, nel suo sforzo di far ripartire lo sviluppo delle forze produttive, sull’appoggio sia della classe operaia urbana che della borghesia nazionale, investite di un rafforzato ruolo egemonico rispetto alle masse contadine. Tanto è vero che, qualche anno più tardi, quando Mao scatena la Rivoluzione culturale contro quella che considera una linea “revisionista” destinata a trascinare il Paese sulla via della restaurazione capitalista, è costretto a contare, più che sugli operai, sulle masse studentesche, quasi in una riedizione del movimento del maggio 1919. 


Fallita questa nuova sbornia volontarista, morto Mao e avviato il processo delle riforme alla fine dei Settanta, come si presenta la situazione sociale nel momento in cui esplode la crisi dell’89? Se da un lato i contadini, che beneficiano delle riforme agrarie grazie alle quali hanno acquisito la libertà di vendere i prodotti sul mercato, continuando nel contempo a conservare l’accesso alla terra, possono considerarsi relativamente soddisfatti; dall’altro lato gli effetti delle riforme sugli operai sono tutt’altro che positivi: il massiccio processo di migrazione dalle campagne ai centri industriali, e la tumultuosa crescita nelle Zone speciali, hanno creato una nuova classe operaia che, soprattutto se immigrata e impiegata da padroni stranieri, appare supersfruttata e del tutto priva di quelle garanzie sociali di cui ancora gode (pur se in misura ridotta) la classe operaia tradizionale, perlopiù residente e impiegata nelle imprese di Stato. Nello stesso tempo nelle città è cresciuta una giovane a rampante classe imprenditoriale che, a differenza della vecchia borghesia nazionale, non accetta l’espropriazione politica e chiede apertamente la fine del regime comunista e la transizione a un regime liberal democratico di tipo occidentale. La repressione dell’89 riesce soprattutto perché gli interessi di classe dei due gruppi appena descritti non sono convergenti, ma è chiaro che se vuole riacquistare il consenso sociale il Partito deve offrire rappresentanza anche alle nuove fette di società generate dalla crescita economica, per impedire che diano vita a forze politiche di opposizione più consistenti del limitato e sporadico fenomeno dei “dissidenti”. In poche parole, il PCC deve riuscire a presentarsi come una forza politica ma anche sociale, capace di rappresentare e armonizzare gli interessi di tutti gli strati della popolazione. L’attenzione si rivolge così a una nuova classe operaia cui vanno garantiti servizi e diritti sociali, oltre a un salario dignitoso, così come dev’essere valorizzato il ruolo della nuova intellettualità – tecnici, esperti in tecnologie, scienziati – generata dalle innovazioni del processo produttivo. Quanto agli imprenditori, Bertozzi sostiene che in Cina non esisterebbe una borghesia trionfante di tipo occidentale, bensì una classe di imprenditori “privi di spirito di classe, molti dei quali condividono gli obiettivi del regime e vivono in simbiosi con le élite politiche”. 


Ignoro se tale tesi sia pienamente condivisibile, quel che è certo è che a chi non rientra in questo profilo “non resta che sottomettersi”, come confermano in recenti provvedimenti di Xi Jinping nei confronti di alcuni “oligarchi” come Jack Ma. I canali attraverso i quali il regime cerca di integrare queste soggettività emergenti sono, da un lato, una serie di organismi di rappresentanza paralleli e associazioni professionali che affiancano le tradizionali strutture di massa, dall’altro l’immissione di queste persone nei ranghi del partito che, tuttavia, appare guidata da criteri prudenziali: delle 19 milioni di richieste di iscrizione del 2006, ne sono state accettate solo 2 milioni e 600mila. Nel 2015 gli inscritti sfiorano i 90 milioni con le seguenti quote:  26 milioni di contadini, 21 milioni di tecnici e quadri di imprese e istituzioni pubbliche, 7 milioni e 300mila operai, 16 milioni di pensionati, 7 milioni di liberi professionisti, 2 milioni e 200mila studenti.  Come si vede la base “popolare” (contadini, tecnici, operai e pensionati) è  tuttora largamente prevalente, ma rispecchia un corpo sociale in via di “terziarizzazione” (con i contadini in calo, seppur ancora in maggioranza relativa, e gli operai nettamente distanziati dai tecnici). È con questa nuova composizione che la svolta neo maoista di Xi Jinping dovrà fare i conti negli anni a venire. 




III. Politica estera e ruolo geopolitico della Cina Popolare


A un esame superficiale, la politica estera del Dragone può apparire ondivaga: negli anni Sessanta rompe con l’Unione Sovietica e pochi anni dopo si riavvicina agli Stati Uniti, che fino a poco prima indicava come un nemico mortale, salvo riavvicinarsi alla Russia post comunista di Putin e trovarsi nuovamente ai ferri corti con Washington; si allea con il Pakistan, lontanissimo dalla Cina tanto sul piano ideologico quanto su quello culturale, mentre ha rapporti tesi con l’India con la quale, sulla carta, dovrebbe condividere non pochi interessi nella lotta per rafforzare le posizioni dei Paesi in via si sviluppo nei confronti delle potenze occidentali; i rapporti con gli altri Paesi socialisti sono tutt’altro che idilliaci (vedi la guerra di confine con il Vietnam e i rapporti altalenanti con la Corea del Nord), ecc. Gli “esperti” occidentali attribuiscono queste capriole a un cinico realismo da grande potenza: la Cina, affermano, decide di volta in volta chi contrastare e chi sostenere in base a interessi contingenti (economici, politici o militari), rispetto ai quali le motivazioni ideologiche e le petizioni di principio non sono altro che banali scuse propagandistiche. Dalla lettura del libro di Bertozzi si esce al contrario con la convinzione che tutte le scelte di cui sopra, anche quelle apparentemente contraddittorie, sono riconducibili ad alcuni fattori di fondo rimasti sostanzialmente immutati dal 1949 ad oggi, benché la Cina in questi settant’anni si sia trasformata, da Paese arretrato e poverissimo qual era, nella seconda potenza economica e politica mondiale (sul piano militare è sopravanzata dalla Russia, oltre che dagli Stati Uniti). Ecco i fattori in questione: 


1. Non  bisognerebbe mai dimenticare il peso di una millenaria tradizione pacifista che ha impedito all’Impero di mezzo di praticare una politica espansiva sul piano territoriale, aggredendo o riducendo a colonie le nazione vicine. Il pacifismo cinese non è di maniera, e lo certifica il fatto che i conflitti con India, Unione, Sovietica e Vietnam sono stati poco più che scaramucce di frontiera, mentre l’unica vera guerra – quella di Corea – è stata una guerra difensiva per impedire che gli Stati Uniti si spingessero fino al confine manciuriano che (vedi la guerra con il Giappone) è sempre stata la “porta” da cui sono penetrati gli invasori.


2. La Cina non dimentica le umiliazioni subite dalle potenze occidentali e dal Giappone nell’800 e nella prima metà del Novecento. Lo sviluppo economico e il quasi totale annullamento del ritardo tecnologico, scientifico e militare nei confronti dell’Occidente non bastano a fugare il timore che il passato possa ritornare. Da ex nazione colonizzata, protagonista di una vittoriosa lotta di liberazione, la Cina si è sempre sentita – e continua a sentirsi - più vicina alle nazioni in via di sviluppo che alle altre grandi potenze. Ciò fa sì che, da Mao a Xi passando per Deng, gli obiettivi prioritari della politica cinese siano sempre stati unità, sicurezza, sovranità e indipendenza. Questo spiega le ragioni che hanno provocato i conflitti di frontiera sopra ricordati. Quello con la Russia, ad esempio, nasce soprattutto dal fatto che la Cina rimproverava all’Unione Sovietica la mancata osservanza del principio di eguaglianza fra Paesi socialisti - accusa lanciata anche da Che Guevara nel noto discorso di Algeri (17). A seguito degli interventi in Europa orientale e dei dissidi ideologici provocati dalla destalinizzazione, i cinesi temono che la Russia possa comportarsi allo stesso modo nei confronti della Cina. Di qui il riavvicinamento tattico con gli Stati Uniti. Quanto al conflitto con l’India erano in ballo, oltre che una ridefinizione del confine himalayano funzionale all’acquisizione di migliori postazioni difensive, l’appoggio indiano all’irredentismo dei Lama, sostenuto anche dalle potenze occidentali (18). La necessità di garantire, ad un tempo, l’unità nazionale e la sicurezza dei confini è il filo rosso che lega la politica cinese sulle questioni del Tibet, dello Xinjiang, di Hong Kong e di Taiwan: per la Cina si tratta di mantenere la propria integrità territoriale, rigettando la politica occidentale che ne fa questioni di “diritti umani” per occultare il vero obiettivo: acquisire teste di ponte per indebolire le difese del nemico. Contro queste velleità, la Cina ha costantemente riaffermato i cinque principi della coesistenza pacifica recentemente riproposti da Xi Jinping: rispetto reciproco, sovranità e indipendenza nazionale, non aggressione, non interferenza negli affari interni, uguaglianza e mutuo beneficio. 


3. Il campo di battaglia principale su cui la Cina forgia gli obiettivi della sua politica estera è sempre stato, e resta tuttora, quello dei rapporti con le nazioni di quello che un tempo si definiva Terzo Mondo, mentre oggi è il campo dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, di cui i Brics rappresentano la punta di diamante. Finché è esistita l’Unione Sovietica si trattava di assumere la leadership dei Paesi poveri che rifiutavano di sacrificare la loro sovranità all’una o all’altra delle due superpotenze. Dopo il crollo del sistema socialista nell’Europa dell’Est e dopo la riduzione della Russia al rango di potenza regionale (ancorché dotata di un poderoso arsenale militare), l’obiettivo fondamentale diventa quello di contenere le pretese egemoniche degli Stati Uniti e il loro tentativo di costruire un mondo unipolare. Il rapporto con la Russia torna quindi ad essere fondamentale (nel 2001 i due Paesi firmano un trattato di amicizia e cooperazione come non era più avvenuto dal trattato fra Mao e Stalin del 1950), ma la Cina continua a guardare soprattutto all’Africa come teatro di un’iniziativa diplomatica, economica e politica che può rafforzarla nel confronto con l’Occidente. È una strategia che già aveva pagato in passato, allorché i voti dei Paesi africani le avevano consentito di entrare all’Onu scalzando Taiwan, ma diventa ancora più efficace nel momento in cui la potenza finanziaria, industriale, scientifica e tecnologica della Cina ha raggiunto livelli tali da consentirle di presentarsi come un’alternativa credibile alla politica degli “aiuti” occidentali. Questa offensiva diplomatica nel continente africano, che Stati Uniti ed Europa cercano di presentare (con la complicità di una certa sinistra) come una forma di imperialismo neocoloniale speculare a quello occidentale, ha successo grazie agli otto principi per l’aiuto economico (relazioni fondate sull’uguaglianza e sul vantaggio reciproco, rispetto della sovranità e del principio di non ingerenza negli affari interni, prestiti senza interesse o a basso interesse, aiuto allo sviluppo di economie indipendenti, investimenti su progetti immediatamente redditizi, fornitura delle migliori attrezzature cinesi, formazione dei tecnici locali, eguale trattamento tecnici cinesi e locali) che offrono un’alternativa decisamente appetibile rispetto agli aiuti gestiti dall’FMI e dalla Banca ,che hanno provocato la crisi dei debiti sovrani. Se a questo si aggiunge lo sforzo di rinsaldare i rapporti con i Brics al fine di costruire una sorta di comunità internazionale alternativa attraverso la creazione di organismi finanziari come la Nuova Banca di Sviluppo, l’Asian Infrastructure Investment Bank e un Fondo di riserva che dovrebbe funzionare come una sorta di mini FMI per i Brics, per tacere del colossale piano di investimenti messo in campo con il progetto della Nuova Via della Seta, diventa comprensibile come il Beijing Consensus abbia guadagnato posizioni rispetto al Washington Consensus.


4. Quanto chiarito ai punti 2 e 3 non mette in discussione l’approccio tradizionale illustrato al punto 1:  la Cina non rivendica un ruolo geopolitico egemone, non mira a sostituirsi agli Stati Uniti in quanto superpotenza dominante, ma punta semplicemente a riformare il sistema internazionale in senso meno unipolare e più collegiale. Ciò non impedisce agli Stati Uniti di percepirla come una minaccia mortale alla propria leadership, al punto che negli ultimi anni Trump, ma ancor più Biden, hanno assunto un atteggiamento che non può essere definito altrimenti che come una vera e propria nuova Guerra Fredda che viene combattuta su più fronti: dall’accusa di aver provocato la pandemia del Covid19, che sarebbe sfuggito da un laboratorio di Wuhan (un’inchiesta della OMS che ha escluso tale possibilità non è servita a tacitare la propaganda dei media occidentali), alle denunce di violazioni dei diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang, dalle provocazioni di navi americane nelle acque del Mar Cinese Meridionale alle minacce di intervento militare a sostegno di Taiwan. Il tutto condito dalle campagne propagandistiche contro l’atteggiamento sempre più “assertivo” della Cina, a partire dal potenziamento della Marina militare cinese che, come nota Bertozzi, appare pienamente  giustificato dal timore che gli Stati Uniti e i loro alleati possano attuare un blocco navale per strangolare l’economia cinese. L’ultimo depistaggio è stato tentato in occasione delle recenti conferenze sul clima del G20 e della Cop26, nel corso delle quali si è fatto di tutto per attribuire alla Cina (e in minor misura all’India) la responsabilità del fallimento di questo ennesimo teatrino pseudoambientalista, in cui la Cina si è limitata a riproporre la propria posizione (condivisa da altri Paesi in via di sviluppo) che riconosce l’esistenza di responsabilità “comuni ma differenti” fra nazioni occidentali e il resto del mondo, al quale si vorrebbe negare il diritto allo sviluppo (evitando che sorgano altri pericolosi concorrenti al dominio dei soliti noti).    



Considerazioni conclusive 


Gli interrogativi che solleva il libro di Diego Angelo Bertozzi sono molti né riguardano solo la storia cinese. Provo a elencarne alcuni. La Cina è un Paese socialista, oppure si tratta di capitalismo di stato governato da un regime totalitario? Questa domanda ne solleva immediatamente altre tre: siamo ancora in grado di attribuire un significato preciso alla parola socialismo? Il termine capitalismo di stato basta a descrivere un sistema economico inedito e complesso come quello cinese? La categoria di totalitarismo è adeguata per definire la realtà politica di quel Paese? E ancora: è possibile dividere la storia della Rivoluzione cinese fra una prima fase, socialista, e una seconda fase, segnata dalla restaurazione capitalista? Posto che nessuno può seriamente pensare che l’esperimento cinese possa essere assunto come modello per una rivoluzione anticapitalista occidentale, siamo sicuri che non ci possa offrire alcuni insegnamenti fondamentali? Non nutro l’ambizione di offrire risposte univoche a interrogativi tanto impegnativi, anche se  in lavori precedenti ho cercato di impostare alcune riflessioni in merito, che cercherò qui di rilanciare avvalendomi degli ulteriori elementi che ho potuto ricavare dal contributo di Bertozzi.    


Parto da una prima constatazione di fatto. La rivoluzione cinese è stata in primo luogo – e sotto molti aspetti continua a percepirsi come tale, come abbiamo visto seguendo l’analisi di Bertozzi sulla politica estera – una rivoluzione anticoloniale e nazional popolare, finalizzata alla conquista dell’indipendenza e della sovranità politica del Paese, nonché al suo autonomo sviluppo economico. È stata anche, come rivendica il Partito Comunista che l’ha guidata in ogni sua fase, una rivoluzione socialista? Non è possibile rispondere senza prendere preliminarmente atto di un secondo dato di fatto: a monte di qualsiasi definizione teorica del termine socialismo, la storia del movimento operaio mondiale ci insegna che non si è mai verificata una rivoluzione socialista in un Paese industriale avanzato laddove, secondo i canoni “classici” del marxismo, le condizioni “oggettive” (sviluppo delle forze produttive, ecc.)  avrebbero potuto/dovuto consentirlo (le uniche eccezioni in tal senso sono i moti in Germania, Ungheria e Italia successivi alla Prima guerra mondiale, tutti falliti prima poter dare vita a un solido potere statuale). Tutte le rivoluzioni socialiste riuscite (la russa, la cinese, la cubana e la vietnamita, per citare le principali) sono state, secondo il noto detto di Gramsci, “rivoluzioni contro il Capitale”, nel senso che si sono svolte in Paesi economicamente arretrati e hanno avuto come protagoniste principali le masse contadine, alleate con settori di piccola borghesia urbana ed esigui nuclei di classe operaia in formazione. Tutti coloro che insistono a indicare nella classe operaia – magari sociologicamente “aggiornata” e ridefinita (vedi concetti come quello di “lavoratori della conoscenza”, “operaio sociale” et similia) – l’unico ed esclusivo Soggetto (con la maiuscola) rivoluzionario, dovrebbero riconoscere che a esercitare tale ruolo sono stati piuttosto quei partiti comunisti che ne hanno rivendicato – secondo alcuni usurpato - il destino storico,  offrendo così un clamoroso esempio di “autonomia del politico”. Ecco perché troskisti, operaisti e altri aspiranti custodi dell’ortodossia  marxista sono indotti a negare la natura socialista di rivoluzioni “spurie” come quelle sopraelencate, che infrangono i dogmi dello sviluppo delle forze produttive, del carattere necessariamente mondiale della rivoluzione, ecc. 


È vero che se assumiamo le definizioni “classiche” del socialismo che ci hanno lasciato in eredità i padri fondatori del movimento marxista (20), dobbiamo accettare il fatto che nessuno dei Paesi socialisti del passato e del presente è riuscito a realizzare qualcosa di diverso da una forma di capitalismo di stato. Il guaio è che “capitalismo di stato” è un termine passepartout che vuol dire tutto e niente. Che tipo di capitalismo? Che tipo di stato? L’intervento diretto dello stato in economia è una pratica condivisa dai regimi nazifascista e sovietico, dal New Deal americano e dall’economia mista italiana del dopoguerra, dal Giappone e dalla Cina: si tratta di fenomeni intercambiabili? Evidentemente no. Lenin, per esempio, replicava così a chi criticava la svolta della Nep: “Il capitalismo di stato che abbiamo introdotto nel nostro paese è di un tipo speciale…Noi deteniamo tutte le posizioni chiave. Possediamo il paese, che appartiene allo stato.  Ciò è molto importante anche se i nostri oppositori lo negano”(21). Sono parole che ci fanno capire come la questione non sia puramente economica o giuridica, non riguardi cioè solo le forme di proprietà e l’organizzazione del processo produttivo, ma chiami in causa anche e soprattutto la natura e gli obiettivi delle forze politiche che governano la società. 


Il richiamo alla Nep è fondamentale perché ci consente di liquidare la tesi sulle riforme cinesi degli anni Settanta come rottura radicale con il passato, come un “tradimento” dell’eredità maoista. La ricostruzione storica di Bertozzi, infatti, ci aiuta a capire come la politica economica del PCC sia sempre stata, dal 1947 ad oggi, una ininterrotta messa in atto – sia pure con successive varianti - del metodo leninista della Nep. Mao non è stato meno “moderato” di Deng nel tenere conto degli interessi della borghesia nazionale, tanto nelle campagne quanto nei centri industriali, non ha mai imboccato la via della collettivizzazione forzata e della nazionalizzazione integrale in stile sovietico. Ha sempre creduto nella necessità di “usare il capitalismo” per promuovere la crescita e il benessere delle masse. Se ha parzialmente deviato da questa linea,  non è stato per motivi ideologici, bensì per considerazioni di tipo geopolitico: temendo un’aggressione dall’esterno, ha pensato che ci si dovesse preparare a fronteggiarla adottando una sorta di “comunismo di guerra” simile a quello del 1919/20 in Russia. Le riforme successive alla sua morte non rappresentano dunque una svolta di principio rispetto al passato, ma piuttosto – questo sì – un’applicazione su scala assai più vasta del principio dell’uso del mercato come strumento per promuovere lo sviluppo. Che le riforme abbiano introdotto significativi elementi di capitalismo in Cina è un dato di fatto: dall’abbandono delle comuni popolari all’apertura delle zone speciali che ha spalancato le porte a massicci investimenti di capitali privati internazionali. Basta per parlare di fine del socialismo? Dipende se si pensa che la presenza di estese relazioni di mercato sia di per sé un fattore sufficiente per rispondere positivamente. Giovanni Arrighi non la pensa così, nella misura in cui sostiene la tesi – che condivido – che si possono aggiungere a volontà elementi di mercato in un sistema sociale, ma se e finché il mercato resta embedded in un sistema di relazioni politiche, sociali e culturali non capitaliste che ne subordinano il ruolo ad altre finalità, non è possibile parlare di capitalismo (22). È un punto di vista condiviso da altri autori (23) i quali sottolineano come la Cina mantenga una potente pianificazione ancorché flessibilizzata, come sia dotata di un esteso sistema di servizi pubblici al di fuori del mercato; come le terre (e le banche!) restino in larga misura pubbliche; e infine come il sistema sia caratterizzato da differenti forme di proprietà. 


Vengo alla questione del presunto totalitarismo cinese. Bertozzi –come si è visto – insiste in varie occasioni sul fatto che i leader cinesi negano a priori la possibilità di introdurre nel Paese forme di democrazia analoghe a quelle in vigore in Occidente. Uno studioso canadese che da anni vive e insegna in Cina, Daniel A. Bell, sostiene a sua volta (24) che il sistema cinese è la più clamorosa smentita della tesi secondo cui la democrazia liberale di tipo occidentale è il sistema verso cui ogni Paese evolve “naturalmente”, a mano a mano che sviluppa un’economia di mercato. Cita, fra le altre cose, alcune ricerche che rivelano come i cittadini cinesi non abbiano una idea “procedurale” di democrazia, bensì un’idea sostanziale fondata sulla valutazione delle conseguenze pratiche che un determinato sistema produce. Per il cinese comune, il concetto di democrazia rinvia al grado di tutela e di sicurezza che lo stato e il partito possono garantire, al fatto se fanno o meno gli interessi della maggioranza del popolo; e le stesse ricerche confermano che il livello di legittimità del sistema politico cinese è molto più alto di quello che i cittadini di molti Paesi occidentali riconoscono ai loro governi. Del resto, aggiunge Bell, alla contropropaganda del PCC nei confronti delle accuse occidentali non mancano i buoni argomenti:  dalle percentuali sempre più basse di partecipazione alle elezioni, al peso soverchiante delle élite e delle lobby economiche e finanziarie, che fa sì che esigue minoranze siano in grado di esercitare un’enorme influenza sulle decisioni politiche.


Citando gli stessi canali di partecipazione popolare elencati da Bertozzi, sui quali il regime cinese sta costruendo un esperimento di democrazia consultiva in continua evoluzione anche sul piano legislativo e istituzionale, Bell adotta poi, per definire questo complesso sistema di governance, il termine di “meritocrazia democratica verticale” che, a suo avviso, ben descrive le procedure di selezione della leadership politica del PCC. Il sistema ha lo scopo di selezionare una élite attraverso esami e valutazioni delle prestazioni ai livelli di governo locali. La competitività dei percorsi universitari è il primo ostacolo che devono affrontare i candidati sia alla carriera politica che a quella statale. Il passo successivo consiste nei non meno impegnativi esami per il pubblico impiego, dopodiché si può accedere ai livelli più bassi di governo, e ogni successiva promozione dipende esclusivamente dalla qualità delle prestazioni realizzate. Negli ultimi tempi, la formazione politica dei quadri prevede inoltre che trascorrano lunghi periodi in comunità rurali povere, una sorta di riedizione delle pratiche in auge nel periodo della Rivoluzione Culturale che conferma la rivalutazione di certi aspetti del maoismo da parte di Xi Jinping.  Infine Bell enumera i vantaggi di questo sistema rispetto alla procedure di selezione liberal democratiche , puntando il dito contro la “vista corta” dei politici occidentali, costantemente condizionati dalle scadenze elettorali e dalla necessità di compiacere questa o quella tendenza dell’opinione pubblica senza tenere conto degli interessi generali della società nel lungo periodo; per tacere degli effetti collaterali del processo di mediatizzazione e personalizzazione della politica. I leader cinesi possono al contrario impegnarsi in pianificazioni lungimiranti, svolgendo esperimenti che impiegano anni per dare frutti senza preoccuparsi delle elezioni successive. 


Resta da affrontare l’ultima domanda che sollevavo introducendo queste considerazioni conclusive: posto che le differenze storiche, culturali e sociali fra la Cina e i Paesi occidentali   sono tali da impedirci di pensare che l’esperimento cinese possa essere preso a modello per una rivoluzione anticapitalista alle nostre latitudini, quali insegnamenti possiamo trarne? Non potendo affrontare argomenti che occuperebbero svariati volumi, mi concentro esclusivamente su due elementi: il primo è la necessità di prendere consapevolezza del fatto che il socialismo ha assunto e assumerà forme radicalmente diverse e peculiari nei vari contesti geografici, storici e culturali, tanto diverse da trascendere il punto di vista universalistico, astratto ed eurocentrico connaturato alla nostra tradizione politica; il secondo consiste nel prendere atto che è arrivato il momento abbandonare il mito del comunismo come paradiso in terra. 


Rinunciare al punto di vista universalistico ed eurocentrico implica rinunciare a un’idea che ci accompagna dai tempi del Manifesto di Marx: cioè quella secondo cui l’estensione del dominio imperiale delle metropoli capitalistiche sul resto del mondo avrebbe il “merito” di creare i presupposti per la transizione al socialismo. Questo errore è frutto di un condensato di deformazioni ideologiche: economicismo, evoluzionismo, progressismo, fede in presunte “necessità” storiche, feticismo delle forze produttive, ecc. Tale condensato è divenuto una sorta di pensiero unico delle sinistre radicali, a mano a mano che le analisi dei teorici della dipendenza (25) venivano accantonate con l’accusa di “terzomondismo” e sostituite dalla certezza che solo la sussunzione del mondo intero sotto il rapporto di capitale può creare le condizioni per una rivoluzione mondiale. A smentire tale visione non sono solo le disastrose sconfitte subite dalle classi subalterne occidentali, ma anche il fatto che nel resto del mondo la penetrazione del mercato non si è automaticamente tradotta in omologazione ai valori, ai principi e ai rapporti sociali e politici tipici delle società capitaliste occidentali. 


Non basta più riconoscere il dato di fatto – più volte richiamato nelle pagine precedenti - che le sole rivoluzioni socialiste siano avvenute in regioni del mondo “arretrate”, e che ne siano state protagoniste classi operaie in formazione e larghe masse contadine, alleate con strati di piccola borghesia urbana e sotto la guida di partiti di matrice marxista-leninista: è giunto il momento di riconoscere che difficilmente le cose avrebbero potuto andare altrimenti. Più la classe operaia è sviluppata, organizzata, capace di contrattare migliori condizioni di vita e di lavoro, più essa rischia infatti di ridursi a capitale variabile, a fattore di accelerazione dell’accumulazione capitalistica. Al contrario le masse popolari periferiche e semiperiferiche, soggette all’oppressione coloniale e neocoloniale, oltre che a forme di supersfruttamento, si percepiscono e si considerano come esterne al rapporto di capitale, e si oppongono con tutte le forze alla sua violenza colonizzatrice. 


Assai prima delle riforme cinesi degli anni Settanta, questo rovesciamento di punto di vista era già avvenuto con la Rivoluzione russa del 1917: l’eresia leninista non è consistita solo nell’avere sostituito la tesi dell’attacco all’anello più debole della catena a quella dell’attacco al livello più elevato di sviluppo del capitale: è consistita ancor più nell’aver liquidato negli ultimi anni di vita, le visioni estremiste che pretendevano di applicare il modello “classico” di transizione alla costruzione del socialismo in Russia; nell’avere compreso che imboccare la via del capitalismo di stato, non avrebbe automaticamente significato la restaurazione del capitalismo tout court; sempre a condizione che tutto il potere politico fosse rimasto concentrato nelle mani del partito (26). Come si è visto, la svolta post maoista in Cina presenta chiare analogie con la Nep di Lenin: dopo il fallimento del Grande Balzo in avanti e della Rivoluzione culturale, in una situazione che vedeva ottocento milioni di cittadini sotto la soglia di povertà, si è capito che, per avanzare verso il regno della libertà, ci si sarebbe dovuti in primo luogo sbarazzare dei vincoli della necessità. Certo, i successi cinesi non hanno nulla a che fare con l’avvento del paradiso in terra profetizzato da autori come Ernst Bloch (27). Lo stesso vale per quelli realizzati dai Paesi dell’America Latina impegnati a costruire quello che definiscono il socialismo del secolo XXI  (28).  Delineano però le condizioni di un socialismo possibile, di una lunga transizione dall’esito aperto e imprevedibile, caratterizzata dalla convivenza fra economia pubblica ed economia di mercato e dal persistere della lotta di classe. 


Riconoscere che la società socialista non comporta il superamento di tutti i conflitti economici, politici e culturali, ed è del tutto compatibile con l’esistenza della lotta di classe, vuol dire fare i conti con quello che Costanzo Preve definiva il discorso grande narrativo del marxismo (29), vale a dire con quella visione profetico religiosa del futuro che trova espressione, fra gli altri, nel pensiero di un Bloch, nell’idea del comunismo come mondo emancipato da tutti i conflitti e da tutte le contraddizioni, come transizione dal regno della necessità a un regno della libertà in cui l’umanità potrà attingere la sua “essenza autentica”.  Se vogliamo riscattare almeno in parte quel sogno – che del resto gli stessi comunisti cinesi continuano ad alimentare con la loro visione del futuro della Cina come Società Armoniosa – occorre rivolgersi, come suggeriva ancora Preve, all’ontologia sociale dell’ultimo Lukács (30). In un libro che uscirà il prossimo gennaio per i tipi di Meltemi provo a sintetizzare la lezione lukacsiana in una serie di tesi filosofiche e politiche che riassumo qui di seguito:  


Sul piano filosofico: 1) Lukács assume il lavoro quale unico esempio di attività consapevolmente e finalisticamente orientata esistente al mondo, mentre esclude a priori l’esistenza d’una direzionalità predefinita nel cammino evolutivo della specie umana. Ponendosi obiettivi sempre più ambiziosi per soddisfare i propri bisogni e desideri, ed inventando mezzi sempre più sofisticati per indurre tanto la natura che gli altri esseri umani a collaborare ai loro progetti, gli uomini hanno costruito inconsapevolmente (essi fanno ciò ma non sanno di farlo, scrive Lukács citando Marx) società sempre più complesse e sempre più difficili da trasformare, se non attraverso progetti dall’esito difficilmente prevedibile; 2)  la storia si presenta come una successione di “salti”, descrivibili come aperture di inediti campi di possibilità. Tali salti non configurano una scala ascendente verso il “progresso”, ma solo l’emergere di possibilità di assumere decisioni alternative; che queste decisioni generino un miglioramento o un peggioramento delle condizioni umane, dipende anche da fattori contingenti, il che fa sì che le “leggi” della storia siano analizzabili solo post festum; 3) la libertà non è mai assoluta: si esercita esclusivamente come libertà di scelta socialmente e storicamente determinata, cioè come facoltà di assumere decisioni alternative in un campo di possibilità rigorosamente predefinito dai vincoli di una specifica fase storica;  4) Dal momento in cui il processo storico ha generato una società divisa in gruppi portatori di interessi contrapposti in merito alla gestione del surplus generato dall’attività lavorativa, è nata l’esigenza per i gruppi dominanti di produrre una giustificazione ideale del proprio dominio, identificando i propri interessi con il bene comune; lo stesso vale per i gruppi dominati in cerca di una giustificazione ideale della loro volontà di cambiare lo stato di cose presente. Tali giustificazioni ideali assumono la forma di ideologie che, per Lukács come per Gramsci, non sono riducibili a “falsa coscienza”, ma rappresentano potenze materiali in grado di trasformare in profondità la realtà sociale; 5) la rivoluzione è possibile solo se e quando le classi dirigenti non sono più in grado di difendere lo status quo, cioè quando si è in presenza di una crisi che trascende la dimensione economica per divenire crisi istituzionale, politica e culturale; essa è un evento la cui radicalità rispecchia il rapporto asimmetrico fra dominanti e dominati, nel senso che ai primi basta la riproduzione normale per mantenere in piedi lo status quo, mentre i secondi hanno bisogno di un energico e unitario atto di volontà; nessun dominio crolla da solo: deve esistere una volontà politica organizzata in grado di trasmettere dall’esterno la coscienza politica nelle classi dominate; infine il passaggio dal regno della necessità al regno della libertà è una possibilità, non l’esito di presunte “leggi” della storia, la quale non può fare altro se non generare il campo di possibilità affinché ciò avvenga. 


Sul piano politico: 1) La concezione lukacsiana della storia liquida le interpretazioni “oggettiviste” del marxismo: le classi subalterne non possono sperare che la propria emancipazione arrivi da presunte “leggi” di sviluppo dell’economia. La storia non contiene alcun principio immanente che la indirizzi necessariamente verso il “progresso”. Al tempo stesso, ciò non significa immaginare la rivoluzione come un puro atto di volontà soggettiva, bensì rendersi conto che le sue condizioni di possibilità incorporano una buona dose di fattori casuali, contingenti e individuali; 2) l’idea di progresso – che è un prodotto della moderna cultura borghese – non va accettata acriticamente, come viceversa hanno fatto quasi tutte le forze politiche di matrice marxista. La rivoluzione socialista non è la prosecuzione/compimento della rivoluzione borghese, la messa in pratica di principi e valori che quest’ultima si è limitata a enunciare senza metterli in pratica, è il passaggio a una forma di vita, a una civiltà, radicalmente alternative; 3) il futuro non matura spontaneamente nel grembo del presente.  La rivoluzione proletaria non può replicare il modello delle rivoluzioni borghesi, perché i rapporti sociali capitalistici non consentono ai proletari di acquisire potere sufficiente per sostituirsi facilmente alle classi dominanti. Si tratta di un’impresa che implica un formidabile sforzo di accumulazione di consapevolezza politica e di mezzi organizzativi (per questo Lukács resta fedele alla concezione leninista del partito rivoluzionario); 4) Il fatto che Lukács valorizzi l’ideologia come fattore materiale di trasformazione dell’esistente non comporta tentazioni di tipo idealistico: egli considera l’ideologia come strumento della lotta di classe, un’arma politica che serve a imporre l’egemonia delle classi dominanti sui dominati. Il fatto che questo rapporto possa essere invertito, il fatto cioè che l’ideologia possa essere usata come arma controegemonica dai dominati, fa sì che il tardo capitalismo compia ogni sforzo per de-ideologizzazione la società e la politica.


Lukács non ha fatto in tempo ad assistere al crollo dell’Unione Sovietica  e all’ascesa della Cina Popolare, né possiamo sapere quale sarebbe stato il suo giudizio su questi eventi storici. Quello che mi sento di affermare è che tanto la sua visione filosofica (rigorosamente materialista quanto lontana da ogni suggestione determinista, aperta al ruolo della progettualità soggettiva ma scevra da tentazioni idealistiche) quanto quella politica (sostanzialmente fedele alla lezione leninista) mi paiono in sintonia con lo spirito della Rivoluzione cinese, per cui credo che il suo pensiero possa funzionare come un buon dispositivo concettuale per tradurre/adattare gli insegnamenti che ci giungono da Oriente al contesto in cui ci troviamo oggi a vivere e lottare. 


Note


(1) Cfr. Cfr. G. Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del XXI secolo, Feltrinelli, Milano 2008; vedi anche Samir Amin, L’implosion du capitalisme contemporain, Nouvelles Editions Numeriqués Africaines, Dakar 2014 e, dello stesso autore, Classe et nation, Nouvelles Editions Numeriqués Africaines, Dakar 2015; vedi infine V. Giacché, Socialismo e fine della produzione mercantile nell’ Anti-Duhring di Friedrich Engels” in MarxVentuno,  n. 1, gennaio-febbraio 2021, pp. 105-125. 


(2) Cfr. D. Losurdo, la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2013; Il marxismo occidentale, Laterza, Roma-Bari 2017 e infine La questione comunista, opera postuma uscita nel 2021 per i tipi di Carocci. 


(3) Cfr. R. di Leo, L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Ediesse 2012; Cento anni dopo: 1917-2017. Da Lenin a Zuckerberg, Ediesse 2017 e L’età della moneta. I suoi uomini, il suo spazio, il suo tempo, il Mulino 2018. 


(4) Cfr. le bibliografie in coda ad alcuni miei ultimi lavori, come Il socialismo è morto. Viva il socialismo, Meltemi,  Milano 2019 e Il capitale vede rosso, Meltemi, Milano 2020. 


(5) Cfr. R. Di Leo,  L’esperimento profano, cit.


(6) Cfr. Lenin. L'estremismo, malattia infantile del comunismo, Edizioni Lotta Comunista, Milano  2005; Vedi anche l’articolo del 1923 “Meglio meno ma meglio”, scaricabile a questo indirizzo web https://www.marxists.org/italiano/lenin/1923/3/megliomenomameglio.htm 


(7)  Ecco la definizione in questione: “il capitalismo di stato discusso in tutti i libri di economia è quello che esiste sotto il sistema capitalista, laddove lo stato mette sotto il proprio controllo alcune imprese capitaliste. Ma il nostro è uno stato proletario che dà al proletariato tutti i privilegi e che attraverso il proletariato attrae a sé gli strati inferiori della classe contadina. Ecco perché molti vengono sviati dal termine capitalismo di stato. Il capitalismo di stato che abbiamo introdotto nel nostro paese è di un tipo speciale…Noi deteniamo tutte le posizioni chiave. Possediamo il paese, che appartiene allo stato.  Ciò è molto importante anche se i nostri oppositori lo negano”. Il brano è citato in A. Gabriele, Enterprises, Industry and Innovation in the People’s  Republic of China. Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War, Springer, Berlino 2020.


(8) Minqi Li, nel suo The Rise of China and the Demise of the Capitalist World Economy, Pluto Press, London 2008, insiste sulle cause naturali del fallimento del Grande balzo in avanti, oltre che su presunti sabotaggi da parte dell’ala destra del Partito.  


(9) Bertozzi sottolinea come la propaganda occidentale abbia sfruttato questo evento per dipingere Mao come un mostro e paragonarlo a Hitler, come se le vittime fossero state provocate da un genocidio sistematicamente programmato e attuato, e non dall’effetto congiunto di errori di valutazione e catastrofi naturali. 


(10) I componenti della cosiddetta banda dei quattro erano Jiang Qing, vedova di Mao e sua quarta e ultima moglie, e tre suoi associati, ossia Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen, arrestati dopo la morte di Mao con l’accusa di preparare un colpo di stato. Il loro processo segnò la fine definitiva della Rivoluzione culturale. 


(11) Secondo Rita di Leo (cfr. opp. citt.), se Lenin  fosse vissuto più a lungo e avesse continuato a imporre le politiche economiche della Nep, la Russia avrebbe probabilmente seguito un percorso evolutivo non molto dissimile da quello cinese.  


(12) Cfr. D. Harvey, The Anti-Capitalist Chronicles, Pluto Press, London 2020. 


(13) A usare questa definizione è stato, fra gli altri, G. Arrighi (cfr. Adam Smith a Pechino, cit.). Altri marxisti occidentali hanno utilizzato questa “divisione del lavoro” fra Stati Uniti e Cina come argomento decisivo per dimostrare la piena integrazione di Pechino nel sistema capitalistico mondiale. 


(14) Per un atto d’accusa particolarmente duro sulle condizioni di lavoro degli operai cinesi nelle fabbriche straniere, come la Foxconn (impresa taiwanese che produce semilavorati per la Apple) vedi  Pun Ngai, Morire per un IPhone, Jaca Book, Milano 2016.


(15) A spiegare i motivi di questa mancata alleanza è, fra gli altri, Minqi Li (op. cit.) che partecipò alla rivolta di Tienanmen dalla parte delle destre liberali per poi convertirsi al neo maoismo in carcere.


(16) Non fare la fine dell’Urss è divenuta una preoccupazione ossessiva per il PCC dopo l’89. Anche per questo il Partito si è assiduamente impegnato nell’analizzare le cause del disastro che, secondo Bertozzi, avrebbe individuato nell’abbandono dell’ideologia marxista leninista, nelle spese eccessive sostenute per reggere il confronto con gli Stati Uniti, nella sottovalutazione del ruolo dei settori dei beni di consumo e dei servizi ai fini della conservazione del consenso popolare, nella stagnazione economica, nell’esplosione dei nazionalismi periferici aizzati dagli occidentali, nella corruzione dei gruppi dirigenti e nella spoliticizzazione dell’esercito che ha disarmato il partito. 


(17) Sulle diverse sfumature di significato fra formule come socialismo di mercato, socialismo con mercato ed altre ancora che vengono utilizzate dagli studiosi marxisti di cose cinesi, cfr. R. Herrera, Z. Long, La Chine est-elle capitaliste? Editions Critiques, Parsi 2019 (il volume è ora disponibile in edizione italiana per i tipi di Marx21).


(18) A fare riferimento al discorso in questione è, fra gli altri, Alessandro Visalli nel suo Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.  


(19) Bertozzi si occupa estesamente della questione tibetana, contribuendo a smitizzare le narrazioni occidentali che, anche attraverso libri, film e campagne promosse da attori come Richard Gere e altri artisti americani, hanno presentato il lamaismo come un idilliaco mondo di pace, soffuso di misticismo e vittima della brutalità di Pechino. La verità è che prima dell’integrazione del Tibet nella Cina Popolare i contadini e i pastori tibetani erano schiavi sottoposti al potere di vita e di morte da parte da parte dei loro padroni (che spesso erano monasteri). La politica cinese è stata all’inizio morbida nei confronti della ragione, cui consentiva un certo margine di autonomia, mentre i servizi americani si impegnavano ad alimentare la resistenza anticinese. Infine, negli anni Settanta, la ribellione viene definitivamente schiacciata, dopodiché Pechino attua una serie di riforme che spezzano il potere economico e politico delle vecchie élite locali. 

 

(20) Cfr. quanto scrivo in merito in Ombre rosse, di prossima uscita per i tipi di Meltemi. Vedi inoltre l’articolo di Giacché su Marx21 citato alla nota (1).


(21) per la citazione completa vedi alla nota (7).


(22) Cfr. G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, cit.


(23) Cfr. R. Herrera, Z. Long, op. cit e a. Gabriele, op. cit.


(24) Cfr. D. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, Luiss, Roma 2019.

(25) Cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.


(26) Vedi i testi citati alla nota (6).


(27) Cfr. E. Bloch, Il principio speranza, 3 voll. , Mimesis, Milano 2019.


(28) Cfr. in merito tre lavori dell’ex vicepresidente boliviano A. G. Linera: La potencia plebeya, Clacso/Prometeo Libros, Buenos Aires 2013; Forma valor y forma comunidad, traficantes de sueños, Quito 2015 e Democrazia, stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020. Vedi inoltre quanto ho scritto sulle rivoluzioni andine ne Il socialismo è morto. Viva il socialismo, Meltemi,  Milano 2019 e Il capitale vede rosso, Meltemi, Milano 2020. 


(29) Cfr. C. Preve, La filosofia imperfetta. Proposta di ricostruzione del marxismo contemporaneo, Franco Angeli, Milano 1984


(30) Cfr. G. Lukács, Ontologia dell’essere sociale, 4 voll. Pigreco, Milano 2012. 





  

  

 

       









domenica 7 novembre 2021

STORIA DELL’UTOPIA NEOLIBERALE 

Con qualche considerazione finale sulle sinistre hayekiane 





Quinn Slobodian è autore di un libro (Globalists. La fine dell’impero e la nascita del neoliberalismo, Meltemi editore) che mi è parso la più esaustiva e intrigante analisi che mi sia capitato di leggere sull’evoluzione delle teorie neoliberali nei sessant’anni che vanno dalla fine della Prima guerra mondiale alla riforma del GATT e alla successiva nascita del WTO. Slobodian ricostruisce le principali varianti teoriche di questa corrente di pensiero, i loro rapporti reciproci, l’influenza che hanno esercitato su governi nazionali e istituzioni economiche e accademiche internazionali; infine cerca di spiegare i motivi che ne hanno favorito il trionfo sul keynesismo e altre scuole di pensiero a partire dalla crisi degli anni Settanta. 

Dalla lettura di questo lavoro si esce liberati da alcuni luoghi comuni. Come quello secondo cui il neoliberalismo sarebbe un paradigma socioeconomico relativamente recente, che avrebbe fatto il proprio esordio in occasione del colloquio Lippmann tenutosi a Parigi nel 1938, per poi consolidarsi con la fondazione della Mont Pelerin Society, avvenuta nel 1947. È vero che il termine neoliberalismo fu adottato per la prima volta nel 1938, tuttavia un gruppo organizzato di individui che condividevano un preciso insieme di principi, valori e idee all’interno di un comune quadro di riferimento intellettuale esisteva già da almeno vent’anni, per la precisione a partire dalla fine della Prima guerra mondiale, allorché nacque quella Scuola di Vienna che perfezionerà poi la propria visione attraverso la Scuola di Ginevra. Queste persone – Fra gli esponenti più noti figurano i nomi di von Mises, von Hayek, Ropke, Robbins, Haberler, Heilperin, Petersmann – condividevano un punto di vista preciso sulle linee generali da seguire per dare vita a un nuovo ordine mondiale, a partire dalla necessità di difendere l’economia globale dagli “eccessi” di una democrazia che rischiava di metterla in crisi, lanciando una sfida che il liberalismo classico non era in grado di gestire. 

Un altro luogo comune consiste nell’associare al neoliberalismo il concetto di Stato minimo. In realtà, anticipa Slobodian nella Introduzione, il problema di questi teorici non è mai stato quello di stabilire quanto Stato fosse necessario per proteggere la salute del mercato, bensì che tipo di Stato sarebbe stato più adatto a svolgere tale ruolo. Certamente tutti costoro erano convinti assertori del laissez faire, ma erano altrettanto convinti che il laissez faire non potesse funzionare se non entro una attiva e cosciente polizia del mercato, e ciò perché, a loro avviso, il mercato non è il prodotto di un’evoluzione sociale spontanea, bensì di un lavoro di costruzione politica da parte delle istituzioni in cui è inscritto: “il focus delle proposte neoliberali non era tanto il mercato come tale quanto la riprogettazione degli Stati, delle leggi e di altre istituzioni allo scopo di proteggere il mercato (…) l’oggetto [del loro pensiero] non era l’economia in sé bensì le istituzioni incaricate di creare per essa uno spazio” (1). 

La natura eminentemente politica di questa visione traspare infine dalla convinzione di questi intellettuali – le cui idee furono a lungo minoritarie, se non marginali, all’interno dello stesso campo borghese – che sarebbe stato necessario condurre una “guerra di posizione” per imporle e che, a questo scopo, avrebbero dovuto contrapporsi ai socialisti sul piano della narrazione utopistica. Un altro sintomo significativo in tal senso, è il fatto che il termine ordo, dal quale la corrente ordoliberale prende il nome, deriva dalla teologia medievale, a conferma della sua contiguità al campo della teologia politica. Ma veniamo al racconto dell’evoluzione storica del neoliberalismo tracciato da Slobodian, che meglio consente di ricostruire le molte sfaccettature e la complessità del fenomeno (un buon rimedio contro il semplicismo con cui a sinistra si parla spesso del neoliberalismo come di una mera ideologia che maschera inconfessabili interessi: in realtà gli interessi in questione sono esplicitamente dichiarati, chi li difende è sinceramente convinto che coincidano con l’interesse generale della società mondiale, e le applicazioni concrete dei principi neoliberali che si sono succedute nel corso del tempo sono parziali e contraddittorie, nella misura in cui, fortunatamente, hanno dovuto, e devono, fare i conti con varie forme di resistenza sociale e politica). 

Slobodian comincia la sua narrazione avanzando una tesi che contesta la tendenza complessiva che ha interpretato il pensiero neoliberale dal lato anglo-americano: “sono stati i neoliberali europei a dedicare più attenzione alle problematiche internazionali”, scrive, quindi aggiunge che questo è avvenuto perché “i loro paesi non godevano di un ampio mercato interno come gli Stati Uniti e ciò li obbligava a una maggiore sensibilità verso le questioni di accesso al mercato mondiale mediante il commercio” (2). Non è per caso se la culla del neoliberalismo è stata Vienna, la capitale di quella che, dopo il crollo dell’impero asburgico seguito alla Prima guerra mondiale, si presentava ormai come una piccola nazione centroeuropea. Ad alimentare la nostalgia dell’Impero dei liberali austriaci non era tanto il rimpianto per la perduta potenza politica del proprio paese, bensì un immaginario globale forgiato da Carl Schmitt, secondo il quale esistevano due mondi ben distinti: “il primo suddiviso in stati territoriali nei quali i governi detenevano il dominio sugli esseri umani (imperium), l’altro era il mondo della proprietà dove le persone possedevano cose denaro e terreni (dominium)” (3). Schmitt considerava questa suddivisione come un ostacolo all’esercizio della piena sovranità nazionale, viceversa i liberali austriaci assumevano una prospettiva del tutto opposta: la dissoluzione dell’impero aveva creato le condizioni per il proliferare di autonomie e sovranità nazionali che minacciavano l’ordine economico cosmopolita del dominium, il carattere sovranazionale dei diritti di proprietà e del libero commercio. 


Ludwig von Mises



Di fronte a quella che per loro appare una vera e propria catastrofe, i vari von Hayek e von Mises iniziano a ragionare su un modello di governance mondiale che, caduti gli imperi, inserisse le nazioni in un ordine istituzionale che salvaguardasse il capitale e il suo diritto a muoversi liberamente attraverso le frontiere.  La nuova utopia liberale, posto che la “felice” epoca della prima globalizzazione, conclusasi con la Prima guerra mondiale, appariva irreversibilmente perduta, implicava già allora l’idea di una “costituzione economica” in grado di implementare la totalità delle regole che governano la vita economica a una scala superiore a quella nazionale. Per realizzare tale obiettivo era necessario isolare l’attività legislativa dalle richieste di breve termine del governo quotidiano a scala nazionale. Il problema politico fondamentale, per questi autori, è quindi da subito quello di sterilizzare i potenziali  effetti negativi della democrazia : è necessario bypassare le decisioni popolari ogniqualvolta contravvengano il superiore principio dell’ordine economico globale. Questo “globalismo militante”, scrive Slobodian, “non avrebbe sostituito gli stati-nazione ma avrebbe operato attraverso di essi per assicurare il corretto funzionamento del tutto [economico], non contro lo stato in quanto tale ma contro lo stato-nazione” (4).

Il contesto internazionale, negli anni in cui la Scuola di Vienna viene elaborando queste idee, è a dire poco sfavorevole alla loro messa in pratica. Laddove la nuova utopia liberale presupponeva che economisti, governi e imprese si mettessero al lavoro per “ricostruire il mondo in frantumi del capitalismo globale” (5), tutte le potenze belligeranti andavano in direzione opposta, verso un capitalismo organizzato e un collettivismo di guerra, mentre la sacralità della proprietà privata transnazionale veniva sistematicamente violata. Di più: l’appoggio della neonata Unione Sovietica alla lotta dei popoli coloniali e il principio di autodeterminazione dei popoli di cui anche il presidente americano Thomas Woodrow Wilson si faceva portavoce, favorivano la proliferazione di nuovi stati nazione. Tre fattori, scrive Slobodian, spingono potentemente verso il rafforzamento del primato della politica sull’economia: 1) la generalizzazione del suffragio universale rafforza la sovranità popolare; 2) cresce la fiducia sulla capacità dei governi di allocare le risorse; infine 3) “si afferma l’idea che la nazione fosse la categoria più importante per l’organizzazione delle attività umane”(6). 

Questa contingenza sfavorevole non scoraggia il gruppo di intellettuali che decenni dopo avrebbe dato vita al neoliberismo, i quali continuano a sfornare i loro progetti di “internazionalismo capitalista”, che dovrebbero proteggere la proprietà privata dalle insidie delle legislazioni nazionali. Pur se le loro idee non riescono a influenzare le scelte dei governi, esse trovano riscontro nella Camera di Commercio Internazionale e nella Società delle Nazioni, tanto è vero che nella Conferenza economica mondiale del 1927 organizzata da queste due istituzioni “si ragiona sul ripristino del libero scambio internazionale e sugli ostacoli interni rappresentati dai sindacati” (7), nonché sulla necessità di abbattere le barriere all’interno del mercato che vengono erette da muri tariffari e rivendicazioni salariali. Contestando la definizione foucaultiana dell’ideologia liberale come “fobia di stato”; Slobodian ricorda che un autore come von Mises “definisce lo stato come un produttore di sicurezza, diffida dello stato che cerca consensi dal popolo, pensa allo stato che può ottenere legittimità solo nella difesa della sacralità della proprietà privata e delle forze della concorrenza” (8). Le ricette care a questo pensatore ferocemente antisocialista (che inneggia alla repressione dei moti operai di Vienna del 27) anticipano di un secolo quelle che ci sentiamo oggi proporre dalla totalità dei governi occidentali in carica: privatizzare le imprese pubbliche, eliminare tanto le barriere ai movimenti di capitali, merci e forza lavoro quanto i sussidi ai lavoratori. Tanto per lui quanto per von Hayek la democrazia è un optional: va bene finché è funzionale agli obiettivi del capitalismo, ma non appena cessa di essere tale non esistono ragioni per mantenerla. 

Nel periodo che va dalla fine degli anni Venti allo scoppio della Seconda guerra mondiale, tuttavia, nubi ancora più minacciose si affacciano all’orizzonte per questi sacerdoti del libero mercato. Dopo la dissoluzione dell’impero asburgico, essi avevano riposto le loro speranze in quello britannico che, almeno in parte, sembrava mantenere la capacità di garantire l’equilibrio fra le opposte esigenze del dominium e dell’imperium. Ma l’Inghilterra tradisce le loro aspettative decretando la fine del Gold Standard, una decisione che, assieme alla Grande Crisi del 29, contribuisce a far sì che “le potenze europee si affidino alle proprie colonie per accedere a materie prime scambiate all’interno dei muri tariffari dei blocchi imperiali” (9). Abbandonando il Gold Standard, l’Inghilterra “rompe l’unità del mondo e apre la strada all’idea keynesiana dell’autosufficienza nazionale”, tradendo così l’universalismo economico. Se a ciò si aggiungono la svolta che Franklin Delano Roosevelt impone alla politica americana con il New Deal e le politiche protezioniste dei regimi fascisti, è chiaro che il mercato mondiale va verso la balcanizzazione, piuttosto che verso l’apertura auspicata da quella che si è nel frattempo convertita da Scuola di Vienna a Scuola di Ginevra (anche per la diaspora degli autori costretti ad abbandonare l’Austria dopo l’Anschluss). 

È in questo periodo che nasce (nel 38 a Parigi, nel corso del colloquio Lippmann) la definizione di neoliberali per questa corrente teorica, ed è in questo periodo che la sua  componente europea si caratterizza per la sfiducia nei confronti della matematizzazione che la scienza economica sta subendo in quegli anni (soprattutto oltreoceano). Von Hayek contesta esplicitamente il concetto di mercato perfetto, in quanto non esiste qualcosa come la conoscenza perfetta che tale concetto implica, ed arriva a teorizzare l’utilità dell’ignoranza: se esiste un equilibrio, sostiene, è solo “perché alcune persone non hanno possibilità alcuna di apprendere fatti che, in caso contrario, li porterebbero a mutare i loro piani” (10). Per parte sua Wilhelm Ropke imputa alla sofisticazione dei modelli macroeconomici la responsabilità di generare “una cecità nei confronti dei contesti extraeconomici che costituiscono il vero problema del mondo reale” (11). Di più: attribuisce a questo paradigma matematico la colpa di avere incoraggiato una politica a base nazionale, tipica di quell’approccio keynesiano secondo il quale “lo stato nazione era il contenitore implicito dei progetti di pianificazione e delle politiche di ridistribuzione attraverso servizi pubblici e welfare state” (12). A partire da questi presupposti la Scuola di Ginevra concentra l’attenzione sulla progettazione di istituzioni sovranazionali capaci di salvaguardare il mercato, accentuando il carattere utopistico delle proprie speculazioni teoriche - speculazioni che, a cavallo fra i Trenta e i Quaranta, approdano alla proposta di un governo sovranazionale di tipo federale.


Walter Lippmann



I modelli federali proposti dai singoli autori erano diversi (Ropke assumeva la sua Svizzera a esempio di un mondo in cui gli stati sarebbero stati come i cantoni, von Hayek guardava piuttosto all’impero asburgico come modello di un regime liberale cosmopolita) ma condividevano lo stesso obiettivo strategico: rompere il legame fra cittadinanza politica e proprietà economica. Ciò non si ottiene indebolendo lo stato; al contrario, si tratta di rafforzarlo cambiandone al contempo ruolo e funzioni. Nelle condizioni generate dalla democrazia di massa, argomentano i neoliberali, lo stato appare debole “perché cerca di compiacere tutti i gruppi di pressione nello stesso momento”, così gli illusori vantaggi che si spera di ottenere grazie alla pianificazione nazionale finiscono per generare il caos su scala internazionale. Per venire a capo di tale paradosso, si sarebbe dovuto dare vita a federazioni ampie ma lasche, in cui i singoli stati nazione avrebbero mantenuto il potere politico, anzi questo potere sarebbe stato rinforzato, ma esclusivamente in funzione dell’obiettivo di tutelare il libero commercio e la libera circolazione dei capitali. In poche parole, si cercava un modo per tenersi la nazione ma privandola degli artigli democratici, spegnendone cioè le velleità di politiche industriali e redistributive. “Lo stato socialdemocratico era appena in gestazione, commenta Slobodian, e già i neoliberali elaboravano uno schema che vi si opponesse” (13). Senza dimenticare che l’internazionalismo neoliberale che viene così definendo il suo progetto negli anni della Seconda guerra mondiale ha una chiara connotazione geopolitica: “la federazione e l’unione erano proposte come configurazioni atlantiche, anglosassoni ed europee occidentali, capaci di riportare gli isolazionistici Stati Uniti all’interno della comunità occidentale e agire da bastione contro fascismo e comunismo” (14). 

Ma il mondo che emerge dalla guerra non è quello sperato dai neoliberali. È il mondo del compromesso fordista fra capitale e lavoro, il mondo del welfarismo keynesiano in cui anche un presidente repubblicano come Eisenhower viene accusato di “socialismo” da una destra americana che cerca alternative in Europa, guardando, oltre che a teorici come Ropke e von Hayek, a esponenti politici come il ministro tedesco dell’economia Erhard e il presidente italiano Einaudi. È soprattutto il mondo della decolonizzazione, in cui nascono decine di nuovi stati che, in nome dello sviluppo, rivendicano il diritto di nazionalizzare i capitali esteri, di proteggere le proprie industrie dalla concorrenza dei paesi avanzati, perseguire politiche di piena occupazione, ecc. Questa svolta fa temere ai neoliberali, scrive Slobodian, “di avere vinto la guerra ma perso la pace”, per cui si armano per una nuova guerra di posizione in cui difendono l’idea secondo cui “lungi dal consentire alle nazioni postcoloniali di mettersi al riparo della concorrenza globale, esse andavano educate alle dinamiche dell’economía mondiale e a rispondere correttamente alle direttive della domanda di mercato” (15). Ma ciò che soprattutto terrorizza i neoliberali, è il tentativo dei paesi del Sud del mondo di tradurre il principio democratico una testa un voto nello slogan una nazione un voto da applicare negli organismi internazionali in cui si decidono le regole del commercio internazionale. In questa battaglia ideologica fra Nord e Sud del Mondo si distingue in particolare lo svizzero Ropke, il quale viene assumendo posizioni apertamente razziste, facendosi promotore di politiche che possano impedire che la fine degli imperi coloniali decreti la fine del dominio della razza bianca. Così, rilanciando a modo suo i caveat di Tocqueville in merito ai pericoli che la democrazia apra la strada a una “dittatura della maggioranza”, prende le difese del regime dell’apartheid sudafricano, suggerendo che, se si voleva evitare il rischio di un “imperialismo nero”, in quel Paese si sarebbe dovuto consentire al massimo un voto “ponderato” basato sul reddito. Questa posizione di Ropke resta però isolata in un filone neoliberale che non mirava a imporre un mondo di razze bensì un mondo di regole. 


Wilhelm Ropke



Si è detto come Slobodian sottolinei più volte che il punto di vista neoliberale è assai più giuridico-politico che economico. Questa caratteristica emerge ancora più chiaramente nel trentennio postbellico a cui l’autore dedica gli ultimi capitoli della sua analisi. Uno snodo fondamentale in tal senso, nonché il momento in cui maturano le condizioni per un rovesciamento dei rapporti di forza fra paradigma socialdemocratico e paradigma neoliberale, è quel Trattato di Roma che getta le basi per la nascita dell’Unione Europea. Di fronte al fenomeno dell’integrazione europea il fronte neoliberale si spacca. Da un lato, la corrente “universalista” (Ropke e altri) vede nella coalizione europea un nuovo espediente per tenersi al riparo dalla concorrenza globale, e insiste nell’indicare la soluzione in un più ampio processo di integrazione di tipo federale, soluzione che non riesce tuttavia a liberarsi dei suoi connotati utopistici (anche perché, annota Slobodian, non prevede meccanismi di enforcement delle regole). Dall’altro lato, la corrente costituzionalista riconosce viceversa nell’integrazione europea il ponte che avrebbe potuto colmare la distanza fra il loro disegno istituzionale e la sua attuazione concreta. Gli aderenti a questa corrente – in maggioranza di formazione giuridica – “leggono il Trattato come una costituzione economica in grado di gettare le basi di futuri modelli di governance multilivello” (16). Nella costituzionalizzazione della CEE  vedono la chance di costruire un meccanismo di supervisione e di esecuzione effettiva delle regole nell’ambito dello stato nazione: “si trattava dell’applicazione delle teorie di Hayek”, ma non quelle degli anni Trenta, bensì quelle che costui delinea nei decenni successivi, allorché “suggerisce di progettare le costituzioni in modo da ancorare le libertà economiche contro i tentativi dei legislatori di applicare politiche protezioniste e redistributive” (17). 

Con l’avvio del processo di integrazione europea il sogno che von Mises e von Hayek avevano accarezzato fin dal primo dopoguerra, allorché guardavano con nostalgia all’impero asburgico in quanto cornice cosmopolita in grado di garantire le regole del dominium globale del capitale mondiale, si avvia a divenire realtà. Dopo avere sfornato per decenni progetti astratti, che non avevano speranza di essere accolti in un contesto caratterizzato da feroci conflitti geopolitici, politiche economiche “stataliste” ed egemonia del paradigma keynesiano, vedono sorgere un quadro istituzionale capace di scippare la sovranità agli stati nazione: “i soggetti giuridici europei non sono solo gli stati membri ma anche gli individui [Slobodian insiste giustamente sul fatto che, per i neoliberali, i diritti individuali si riferiscono anche a soggetti come le imprese] e se emerge un conflitto è la legge nazionale a dover cedere il passo” (18). Ci si avvia quindi verso la separazione fra diritto pubblico e privato che regala agli attori del mercato la facoltà di appellarsi a un forum al di fuori del proprio stato nazionale. Siamo ormai prossimi all’ultima parte dell’excursus storico di Slobodian, nella quale vengono esaminati, fra gli altri temi: 1) lo scontro ideologico fra Nord e Sud del mondo attorno alla questione del “diritto allo sviluppo” – scontro che avrà un ruolo determinante nella definizione delle regole del nuovo processo di globalizzazione; 2) la divaricazione di modelli teorici fra Scuola di Chicago e Scuola di Ginevra; 3) l’evoluzione del pensiero di von Hayek, sempre più affascinato dai modelli cibernetici e dalla teoria dei sistemi. 

Gli anni Cinquanta e Sessanta sono caratterizzati dall’offensiva dei paesi del Sud del mondo che aspirano a dare vita al NOEI (nuovo ordine economico internazionale). Alla base del NOEI si colloca il cosiddetto “diritto allo sviluppo”, che a sua volta implica la definizione di nuovi standard giuridici che dovrebbero consentire deviazioni dalle regole del libero commercio e la possibilità di nazionalizzare asset domestici (materie prime, terre, ecc.) di proprietà straniera (Slobodian ricorda che fra il 1967 e il 1971 vengono espropriate 79 imprese nordamericane). Le stesse nazioni che lottano per affermare il diritto allo sviluppo attaccano il celebre rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma, accusandone gli estensori di non distinguere fra le responsabilità delle diverse regioni del mondo (un tema che, come abbiamo potuto constatare nel corso delle recenti conferenze dei G20 e della Cop26, è ancora al centro dei conflitti fra Nord e Sud del mondo) e dell’intenzione di frenare lo sviluppo del Sud, per impedire che sorgano concorrenti alle ex potenze coloniali. I pensatori neoliberali, scrive Slobodian, “attaccano il NOEI manifestando un’ira sproporzionata rispetto alla percentuale del commercio globale  dei G77 (il gruppo dei paesi sottosviluppati) e ai mezzi di cui dispongono per far rispettare risoluzioni dell’ONU puramente simboliche (19). Ma questa volta i guru del neoliberalismo non sono profeti disarmati: i loro principi sono ormai integrati nelle strategie di organismi e istituzioni internazionali che, contrariamente alla vecchia Società delle nazioni, dispongono di efficaci strumenti di governance: i nuovi criteri per la gestione degli “aiuti” allo sviluppo adottati da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale si avviano a costruire quella gabbia di acciaio che verrà più tardi battezzata come il Washington Consensus, mentre a dare il colpo di grazia alle velleità del NOEI provvederà il Volcker shock del 1979: alzando i tassi di interesse Usa si faranno lievitare i costi del debito per le nazioni del Sud, dando avvio alla crisi debitoria che metterà la museruola agli stati nazione. 

Più tardi non saranno solo i paesi del Sud del mondo a finire in una trappola che scatterà anche per i paesi del Sud e dell’Est europeo entrati a far parte della UE e assoggettati alle regole del Trattato di Maastricht, a conferma della giustezza dell’intuizione di von Hayek e altri che avevano visto nel modello europeo di governance multilivello e nella costituzione economica della UE l’arma strategica per realizzare il loro decennale progetto di separazione fra dominium ed imperium. La giuridicizzazione dell’economia globale attribuisce alla magistratura il carattere di “strumento per eludere l’interferenza di organi democraticamente eletti” e per consentire alle regole stabilite in sede internazionale di “pesare sulle decisioni legislative”, per cui “a quel punto sono le corti interne ad applicare il diritto economico globale” (20). La lex mercatoria internazionale prevale sulle leggi emanate dai parlamenti nazionali democraticamente eletti. I riformatori del GATT si atterranno a questo modello, dando vita al laboratorio di un progetto hayekiano su scala mondiale che porterà alla nascita del WTO. Secondo Slobodian questa evoluzione conferma che il vero motore ideologico della rivoluzione neoliberale non sta oltreoceano, bensì nella vecchia Europa. Non solo perché, come si è visto, tutte le idee forza sin qui analizzate vengono dai pensatoi della Scuola di Vienna prima e della Scuola di Ginevra poi, ma anche perché questa visione giuridico-politica del nuovo ordine mondiale nasce in contrapposizione alla fiducia nella possibilità nella modellizzazione matematica formale delle “leggi” dell’economia, e nella possibilità di prevederne tendenze e sviluppi, tipica della Scuola di Chicago. Ai teorici liberisti d’oltreoceano i neoliberali europei rimproverano di avere provocato una serie di crisi finanziarie, a causa delle loro illusioni di poter prevedere, controllare e gestire “scientificamente” i processi economici, così come rimproverano di alimentare – non meno dei loro rivali keynesiani - illusioni relative alla possibilità di pianificare certi meccanismi del sistema economico. 

Questa divergenza di prospettive emerge con grande chiarezza ove si consideri la “conversione” cibernetica dell’ultimo Hayek. La svolta filosofica dell’ultimo Hayek è radicale. Le convinzioni di fondo che aveva maturato nel corso della sua lunga militanza intellettuale nel campo neoliberale restano immutate, ma l’incontro con la teoria dei sistemi e la cibernetica, mediato dallo studio di autori come Ludwig von Bertalanffy (21) e Norbert Wiener (22), introduce elementi inediti nella sua visione. Si è ricordato a più riprese che, per lui, l’economia non è un sistema di cui si possano descrivere le leggi di funzionamento né prevedere le tendenze, ma ora questo punto di vista viene portato alle estreme conseguenze: il mercato viene descritto come un “sistema di comunicazione” (l’analogia con le tesi che anni dopo verranno avanzate da un altro grande teorico conservatore che si inspira alla teoria dei sistemi, Niklas Luhmann (23), sono evidenti) rispetto al quale non si possono estrarre dati concreti sul futuro (a dispetto dei modelli macroeconomici sviluppati dagli economisti neoclassici) ma al massimo previsioni di tendenze. Quel che succede in campo economico è il risultato dell’azione umana ma non di un consapevole disegno umano. Qui l’analogia con il punto di vista dell’ultimo Lukács (24) (che riprende a sua volta il pensiero di Marx) è sorprendente: citando a più riprese il detto marxiano “non sanno ciò che fanno ma lo fanno”, costui ribadisce che, per Marx, l’unica scienza è la storia, le cui “leggi” (cioè le catene causali che hanno prodotto determinati effetti) sono tuttavia conoscibili solo post festum. Detto altrimenti: gli uomini fanno la storia, ma non sanno di farla perché la loro azione è sovradeterminata da fattori ad essi sconosciuti. La differenza sta nel fatto che, per Marx e Lukács, è possibile appropriarsi della conoscenza dei fattori in questione per indirizzare consapevolmente il corso degli eventi in una determinata direzione. Viceversa per von Hayek questo è un errore catastrofico: l’economia è una sorta di scatola nera, un sistema cibernetico autoregolato da meccanismi di feed back negativi, e tentare di “pianificarne” il funzionamento può generare solo disastrosi effetti controintuitivi. L’ignoranza è insomma una virtù costituiva, nella misura in cui indica alla politica e al diritto la via regia da seguire, che consiste precisamente nell’impedire/vietare questi maldestri tentativi di governare ciò che è per definizione ingovernabile. La totalità è inconoscibile, si conoscono solo le regole necessarie a mantenerla, regole che si apprendono attraverso l’esperienza politica e non la scienza economica: “la forma più alta di razionalità consiste nell’arrendersi alla maggiore conoscenza delle istituzioni, essendo queste il prodotto dell’accumularsi di strategie di successo determinate da processi di selezione naturale di lungo periodo” (25). 

C’è infine un ultimo importante elemento di novità nella svolta teorica dell’ultimo Hayek: il suo pensiero non può in alcun modo essere definito “individualista”, non presenta cioè quella caratteristica che, a sinistra, viene automaticamente associata a questa ideologia. Von Hayek è sicuramente un autore antisocialista, reazionario, anticomunitario ma non individualista. Nei suoi ultimi scritti e discorsi non troviamo alcuna esaltazione della libertà individuale: “Il soggetto scompare, il protagonista è il sistema stesso, l’individuo autonomo è un effetto illusorio, gli individui vengono concepiti come guidati dagli imperativi della divisione internazionale del lavoro. Il timoniere è lo stesso mercato mondiale” (26). A dire alle persone cosa devono fare sono i prezzi delle merci (compresi quelli delle finte merci, come terra, denaro e forza lavoro NdA). Il valore centrale cui il nostro si inchina come a una entità trascendente, quasi divina, non è la libertà individuale bensì “l’interdipendenza del tutto” (che risponde alle imperscrutabili leggi del mercato). E anche qui è difficile non riconoscere una eco delle riflessioni marxiane dedicate al feticismo della merce (anche se il contesto politico appare capovolto).  

Concludo questa prima parte, nella quale mi sono sostanzialmente limitato a sintetizzare l’analisi storica di Slobodian, ricordando: 1) che l’autore, nella Introduzione, elenca quindici principi che, a suo avviso, stanno a fondamento dell’ordine mondiale auspicato da von Hayek e dagli altri teorici neoliberisti, qui ne richiamo solo i cinque che considero fondamentali: il mercato perfetto non esiste; l’ordine economico mondiale dipende dalla protezione del dominium dagli eccessi dell’imperium; la democrazia è una minaccia per l’ordine del mercato perché legittima le domande di ridistribuzione (è noto che von Hayek ha dichiarato che una dittatura liberale è preferibile a una democrazia senza liberalismo); la conoscenza umana è in gran parte inconscia; il commercio internazionale deve essere sancito da un codice giuridico che deve prevalere sulle leggi nazionali; 2) infine nelle ultime pagine del libro si avanza la tesi secondo cui il decennale sforzo dei teorici neoliberisti mirava, fra le altre cose, a rendere “naturale” l’ordine che si proponevano di costruire, a far sì che risultasse invisibile agli occhi delle masse, laddove il loro tentativo di depoliticizzare le relazioni economiche, a mano a mano che si calava dal mondo delle idee nella realtà concreta delle politiche economiche, ha finito per dare vita a un progetto altamente visibile “che non poteva non renderlo oggetto di controversia politica”(27). In quest’ultima parte dell’articolo cercherò di dimostrare, basandomi sul materiale fin qui illustrato, come e perché la cultura di sinistra si è rivelata sostanzialmente incapace di combattere il paradigma neoliberale, restando a un livello di contrapposizione puramente ideologica nei confronti dell’avversario. 


Friedrich von Hayek



Inizio spiegando perché parlo di contrapposizione puramente ideologica (non nel senso positivo – cioè di battaglia delle idee – bensì in quello negativo di lettura superficiale e depistante della realtà). Nella polemica contro il neoliberismo si punta il dito – anche giustamente, sia chiaro – contro le politiche economiche che i governi occidentali hanno adottato a partire dagli anni Ottanta del Novecento: privatizzazioni dei servizi pubblici, tagli al welfare e alla spesa sociale (sanità, scuola, pensioni, ecc.), politiche antisindacali ecc. raggruppando il tutto sotto l’etichetta del “pensiero unico”. Ora questa definizione è corretta se e finché ci si riferisce ai programmi dei maggiori partiti e alla narrazione dei media mainstream, ma appare semplicistica e fuorviante ove applicata alle varie correnti del pensiero neoliberale di cui Slobodian ricostruisce origini e storia nel libro appena recensito. Come si è visto, infatti, il dibattito fra le varie scuole – sia al loro interno sia fra il campo angloamericano e il campo europeo – è sempre stato vivace, ma soprattutto le teorie neoliberali, nate nel primo dopoguerra, sono rimaste inascoltate e marginali per mezzo secolo, riuscendo a imporsi sul piano dell’azione politica soltanto a partire dalla crisi degli anni Settanta (28). In questo mezzo secolo la loro è stata quasi esclusivamente una battaglia ideale, tanto è vero che, per definirla, ho usato il termine gramsciano di “guerra di posizione”. Potrebbe sembrare un uso arbitrario, se non fosse che qui è in gioco una questione ideologica da intendersi “in senso forte”. Se infatti assumiamo l’ideologia nell’accezione gramsciana e lukacsiana del termine, dunque non come falsa coscienza, bensì come espressione consapevole di interessi di classe, sostenuta dall’intima convinzione che tali interessi coincidano con quelli generali dell’umanità (per cui mobilita principi e valori sostenuti da una sincera fede ideale e politica), occorre riconoscere che ciò non vale solo per l’ideologia social comunista ma anche per l’ideologia neoliberale che vi si contrappone. Non riconoscerlo – limitandosi a contrastare la narrazione del nemico di classe solo sul piano della comunicazione e della propaganda - significa correre il rischio di perdere la battaglia per l’egemonia, che per le classi subalterne è già più difficile nella misura in cui le idee dominanti sono sempre quelle della classe dominante, ma che diventa ancora più difficile se non si riconosce il potere di manipolazione culturale, antropologica che si annida in teorie che devono la loro efficacia ai meccanismi materiali che governano il modo di produzione sotto cui viviamo. Non averlo riconosciuto, ha fatto sì che principi e valori tipici del paradigma neoliberale analizzato nelle pagine precedenti siano penetrati in profondità nella cultura delle sinistre occidentali, al punto da renderle incapaci di contrastare l’avversario.

Uno snodo storico fondamentale che ha visto aprirsi le prime brecce alla penetrazione di idee neoliberali nel campo del marxismo occidentale è la crisi degli anni Settanta. Abbiamo visto come, in quegli anni, una delle battaglie strategiche dei neoliberisti fosse quella contro le velleità stataliste e nazionaliste dei paesi del Sud del mondo che rivendicavano il “diritto allo sviluppo”. Sul fronte opposto i migliori cervelli teorici  del marxismo schieravano autori come Samir Amin, Giovanni Arrighi, Immanuel Wallerstein e Gunder Frank che, aggiornando le teorie di Lenin sull’imperialismo e sulle lotte di liberazione dei paesi coloniali, avevano sviluppato quelle teorie della dipendenza (29) che analizzavano il rapporto necessario e speculare fra sviluppo delle metropoli e sottosviluppo delle periferie del mondo. Samir Amin, in particolare, con la sua teoria del delinking (30) offriva robusti argomenti a sostegno della necessità dei paesi sottosviluppati di sganciarsi dal mercato globale per proteggersi dalla concorrenza delle industrie capitalistiche, e di imboccare la via del capitalismo di stato come primo passo verso la transizione al socialismo. Viceversa le sinistre “radicali” dei paesi occidentali consideravano chiusa la fase delle lotte di liberazione coloniale, sostenendo l’idea di un’economia mondiale unificata in cui la lotta non era più fra grandi potenze e nazioni oppresse e sfruttate ma solo fra capitale e lavoro, considerati entrambi come entità sovranazionali. Questo “internazionalismo” astratto, cieco alle dinamiche reali del sistema capitalista mondiale offriva, di fatto, una sponda ideale all’ “internazionalismo capitalista” dei vari Von Hayek, Ropke e von Mises. L’unificazione del mercato mondiale era visto dagli uni e dagli altri come un fattore positivo, certamente per motivi opposti, ma in un contesto che garantiva vantaggi strategici solo ai fautori dell’internazionalismo capitalista. 

Globalismo di destra e di sinistra convergevano inoltre sul terreno dell’antistatalismo e dell’odio per la sovranità nazionale. Com’è noto un autore come Negri è arrivato a sostenere la tesi che le lotte dei popoli coloniali possono essere sostenute finché non approdano a conquistare il “dono avvelenato dello stato nazione”. In autori come lui e altri teorici della galassia post operista e trotskista l’odio è rivolto sia nei confronti dello stato, in quanto emanazione di un potere politico visto come incarnazione del male assoluto, sia nei confronti della nazione, in quanto ricettacolo di sentimenti patriottici considerati reazionari per definizione. Viceversa i neoliberisti, come si è visto, non sono antistatalisti (anche se concepiscono lo stato solo come strumento della tutela delle regole del mercato globale) ma sono ferocemente contrari allo stato-nazione, nel quale riconoscono (più lucidamente di Negri e soci) la cornice che rende possibile alle classi subalterne di contrattare diritti sociali e migliori condizioni di lavoro e di vita. Ebbene fra queste due visioni globaliste l’egemonia spetta chiaramente alla seconda. Entrambe si oppongono all’ imperium della politica, ed entrambe lo fanno in nome della tutela del dominium, che i neoliberisti intendono come autonomia del mercato e i libertari di sinistra come autonomia di un’astratta moltitudine: definire a quale delle due visioni spetti l’egemonia non è difficile. 

Credo valga la pena di sottolineare come anche la divaricazione fra versione angloamericana e versione europea del neoliberismo si rispecchi all’interno della cultura di una sinistra sempre più subalterna all’internazionalismo capitalista. La versione americana è quella con caratteristiche più spiccatamente individualiste e libertarie, per cui influenza più direttamente le componenti movimentiste impegnate nella lotta per i diritti civili di minoranze che poco o nulla hanno a che fare con la lotta di classe. Viceversa la versione europea, che si incarna nelle istituzioni e nella costituzione economica della UE, alimenta l’ideologia delle sinistre tradizionali, ossessivamente concentrata sul controllo delle regole del mercato. E ancora: un libro come Impero (31) riflette le condizioni di un paese come gli Stati Uniti che, grazie all’estensione del suo mercato interno e al controllo sulla finanza internazionale, può permettersi margini di manovra più ampi sul piano della politica economica rispetto ai paesi europei. Viceversa la visione “austeritaria” delle sinistre post comuniste e post socialdemocratiche europee affonda le radici in una tradizione che ha sempre interpretato il marxismo in chiave economicista e meccanicista. Da qui un “realismo” che ben si sposa con la svolta sistemica dell’ultimo Hayek il quale, in base alla fede nell’esistenza di una necessità sistemica immanente che, come si è visto, può essere (indebitamente) associata a certe formulazioni della teoria marxista, ha via via adottato una prospettiva che si fonda sulla inconoscibilità di meccanismi economici, che vanno solo rispettati e lasciati operare, evitando di disturbarli con turbative politiche. Concludo notando per inciso  che l’infatuazione per la teoria della complessità e per i paradigmi cibernetico-sistemici, che ha caratterizzato certi ambienti della cultura di sinistra nell’ultimo ventennio del Novecento, ha a sua volta potentemente contribuito a indebolire le difese immunitarie del marxismo occidentale nei confronti della controparte neoliberista. Dipanare questo groviglio è il compito tutt’altro che agevole che spetta a chi si propone di rilanciare un progetto socialista capace di rappresentare gli interessi delle classi subalterne traditi da queste sinistre hayekiane.


Note

(1) Q. Slobodian, Globalists. La fine dell'impero e la nascita del neoliberalismo, Meltemi, Milanom 2021, p. 25.

(2) Ibidem, p. 29.

(3) Ibidem, p. 30.

(4) Ibidem, p. 38.

(5) Ibidem, p. 55.

(6) Ibidem, p. 56. 

(7) Ibidem, p. 57.

(8) Ibidem, p. 62.

(9) Ibidem, po. 96.

(10) Ibidem, p. 136.

(11) Ibidem, p. 99.

(12) Ibidem, p. 144.

(13) Ibidem, p. 166.

(14) Ibidem, p. 161.

(15) Ibidem, p. 234.

(16) Ibidem, p. 291.

(17) Ibidem pp. 324-325.

(18) Ibidem, p. 333.

(19) Ibidem, p. 352.

(20) Ibidem, p. 406.

(21) Cfr L. von Bertalanffy, Teoria generale dei sistemi, Mondadori, Milano 2004. 

(22) Cfr. N. Wiener, Introduzione alla cibernetica, Boringhieri, Torino 1966.

(23) Cfr. N. Luhmann, Potere e complessità sociale, Il Saggiatore, Milano 1979;  vedi anche Illuminismo sociologico, il Saggiatore,  Milano 1983 e Struttura della società e semantica, Laterza, Roma-Bari 1983.

(24) Cfr. G. Lukács, Ontologia dell'essere sociale, 4 voll. Pigreco, Milano 2012.  

(25) Globalists, cit. p. 374.

(26) Ibidem, p. 371.

(27) Ibidem, p. 437.

(28) Sulla lunga latenza del paradigma neoliberale come alternativa "orizzontalista" al paradigma "verticale" keynesiano, cfr. Onofrio Romano, la libertà verticale, Meltemi, Milano 2019.

(29) Cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.

(30) Cfr. S. Amin, La déconnextion. Pour sortir du système mondial, La Découvert, Paris 1986.

(31) Cfr. M. Hardt, A. Negri, Impero, Rizzoli, Milano 2000








   


           


  

    


    


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