Lettori fissi

martedì 6 giugno 2023






Si è costituito il Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”: presentazione e prime adesioni

                                            

A cura del Consiglio Direttivo Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”







Si è costituito, dopo mesi di contatti, costruzione di relazioni, discussioni e intenso lavoro collettivo, il Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”. Ringraziamo innanzitutto la famiglia Losurdo per averci concesso la possibilità di dedicare il Centro Studi a colui che giudichiamo essere stato ed essere, nella vitalità del suo pensiero, uno dei più grandi filosofi marxisti del ‘900, sia in Italia che a livello internazionale. La liberazione dal positivismo, dalla moderazione subordinata e l’antidogmatismo sono alcuni dei tratti peculiari del profondo pensiero filosofico e politico di Losurdo e il Centro Studi lavorerà per farli propri e divulgarli.

Il Centro Studi “Domenico Losurdo”, partendo dalla constatazione oggettiva della crisi profonda – ideologica, teorica, politica, organizzativa – dell’attuale movimento comunista in Italia, che produce inevitabilmente, dialetticamente, la stessa crisi dell’odierno pensiero marxista italiano, intende fornire il proprio contributo per il riaffermarsi, nel nostro Paese, di un pensiero marxista e comunista degno della propria grande storia, degno di quella grande teoria e di quella grandi prassi rivoluzionarie che hanno per sempre cambiato il mondo e che tuttora annunciano un nuovo mondo. Degno della Rivoluzione d’Ottobre e della storia del movimento comunista e marxista mondiale.

Nello Statuto già approvato dall’Assemblea generale del Centro Studi si afferma all’Articolo 2: “Il Centro Studi ‘Domenico Losurdo’, che si caratterizza per la sua natura democratica e antifascista, ha come scopo l’analisi e l’approfondimento della società contemporanea e la promozione di molteplici attività culturali, politiche, di documentazione e di informazione storica e sociale, su scala nazionale, con particolare riferimento al pensiero, all’esperienza storica e alla prassi internazionale del marxismo e al pensiero e alla prassi, in Italia, di Antonio Gramsci”.

Il pensiero e la prassi marxista mondiali e il pensiero e la prassi di Antonio Gramsci: la lotta, cioè, contro il dogmatismo, il neo positivismo, il determinismo, il meccanicismo, per il rilancio di un pensiero marxista rivoluzionario, un pensiero e una prassi capaci di ricollocare al centro del divenire storico l’azione soggettiva della “classe” e delle avanguardie, del movimento operaio complessivo e di una direzione politica rivoluzionaria.

Un lavoro del Centro Studi “Domenico Losurdo” che sarà innanzitutto caratterizzato dall’analisi sull’attuale imperialismo e le sue irrefrenabili pulsioni di guerra; dall’analisi dell’odierno quadro internazionale segnato dallo scontro tra fronte imperialista e NATO e fronte antimperialista; sulla lotta tra i difensori reazionari dell’ordine unipolare e il fronte che persegue un nuovo ordine mondiale, quello del multilateralismo. Sullo studio, da un punto di vista di classe e antimperialista, dell’Unione europea.

Un lavoro del Centro Studi che si caratterizzerà per uno studio sulla storia del movimento marxista e comunista nel mondo e in Italia, per un’analisi dei rapporti di classe e sulla “classe” in Italia, sulle grandi questioni del lavoro e dei nuovi lavori e conseguentemente sull’odierno movimento sindacale italiano; sullo Stato borghese e le sue degenerazioni, sulla Questione Meridionale oggi, sul welfare, sulla centrale questione, da un punto di vista anticapitalista, ambiente/territorio, sul rapporto, tutto da costruire nella sua positiva dialettica, tra diritti sociali diritti civili.

Le adesioni al Centro Studi “Domenico Losurdo” sono già vaste, importanti e prestigiose e ciò sarà possibile constatarlo attraverso la lettura dei nomi degli intellettuali, dei “quadri” operai e dei dirigenti del movimento comunista e sindacale italiano che di seguito rendiamo noti.

Abbiamo, in modo consapevole e determinato, deciso di costruire un Centro Studi di carattere marxista formato sia da intellettuali che da “quadri” operai, da dirigenti del movimento operaio e sindacali e leader delle odierne grandi lotte italiane di fabbrica, e ciò affinché il lavoro del Centro Studi sia caratterizzato dall’unità tra pensiero e prassi, tra ricerca teorica ed esperienza sul campo.

Una novità essenziale caratterizzerà il Centro Studi “Domenico Losurdo”: la costituzione, sin da subito, di Gruppi di Lavoro su questioni tematiche – dalle questioni internazionali a quelle teoriche; dalle questioni relative all’economia politica a quelle relative alla “classe” – , Gruppi che saranno chiamati a produrre elaborati del più alto livello possibile che l’organizzazione del Centro Studi dovrà poi “popolarizzare”, far conoscere e portare al dibattito pubblico generale, soprattutto coinvolgendo, anche attraverso corsi di Formazione e Scuola Quadri sul piano nazionale, le lavoratrici e i lavoratori, le giovani generazioni e gli intellettuali.

Già ora, diversi altri intellettuali e “quadri” operai, oltre coloro che hanno già aderito e dato la loro disponibilità al lavoro collettivo, stanno aderendo al Centro Studi “Domenico Losurdo”.

Il Centro Studi “Domenico Losurdo” sarà un Centro aperto, disponibile al confronto e alla messa a valore delle energie intellettuali e popolari. Dunque, altre adesioni saranno benvenute, dunque vi aspettiamo, nell’obiettivo comune del rilancio di un pensiero rivoluzionario forte nel nostro Paese, per la “classe”, per le avanguardie, per il superamento dell’attuale atomizzazione e solitudine dell’intellettualità marxista italiana, per la messa in campo del necessario, e ora inesistente, “intellettuale collettivo” marxista e comunista italiano.

(Il Consiglio Direttivo del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”)


Intellettuali e dirigenti del movimento operaio e sindacale che hanno sinora aderito al Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”


Nunzia Augeri, Milano. Saggista, storica della Resistenza, traduttrice in italiano dell’opera di Samir Amin e, tra l’altro, dell’opera “Oltre il capitale”, del filosofo ungherese Ivan Metzaros. 

Laura Baldelli, Ancona. Docente di Storia e Letteratura. Esperta e studiosa di storia del cinema.  

Maurizio Belligoni, Ancona. Psichiatra, già primario di psichiatria; già Direttore Generale Agenzia Regionale Sanitaria Marche.

Fulvio Bellini, Milano. Ricercatore ed esperto di questioni economiche, geopolitiche ed internazionali. 

Annita Benassi, Roma/Lisbona. Docente, militante comunista e antimperialista, iscritta e militante del Partito Comunista Portoghese. 

Adriana Bernardeschi, Milano. Direttrice de “La Città Futura”. 

Ascanio Bernardeschi, Volterra (Pisa). Della Redazione de “La Città Futura”, studioso di questioni economiche. 

Rodolfo Bersaglia, Ancona. Docente di Storia dell’Arte, critico d’Arte ed artista. 

Erdmuthe Brielmayer, Urbino. Vedova di Domenico Losurdo; traduttrice di diverse opere di Losurdo in lingua tedesca.

Alberto Bradanini. Reggio Emilia. Già Ambasciatore a Theran e a Pechino. Diplomatico in Belgio, Venezuela, Norvegia; Console Generale ad Hong Kong. Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina, è attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina contemporanea. Saggista (“Oltre la Grande Muraglia”; “Cina, l’irresistibile ascesa”). 

Giovanni Cadoppi, Reggio Emilia. Esperto e studioso di questioni storiche, internazionali e geopolitiche. Tra i più importanti studiosi di questioni cinesi in Italia, scrittore e saggista.

Liliana Calabrese, editor, Napoli.

Massimiliano Calvo, Torino. Responsabile Esteri di “Interstampa”. 

Mariella Cao, Cagliari. Leader storica delle grandi lotte contro le Basi nucleari USA e NATO in Sardegna. 

Candida Caramanica, Roma. Insegnante, presidente dell’Associazione Nazionale GEA in difesa delle donne. 

Domenico Carofiglio, Fabriano. Operaio, Whirlpool di Melano (Fabriano), già dirigente FIOM. 

Sandro Carucci, Matelica (Macerata). Operatore Sanità Pubblica, presidente Associazione Politico-Culturale “Itidealia”.

Giuseppe Casali, Portorecanati (Macerata). Medico. Vice sindaco di Portorecanati, con deleghe alla Sanità e al Turismo.

Luigi Cavalli (in arte Frank Dobrin), Plovdiv (Bulgaria). Regista cinematografico. Ultimo film girato, 2018, “Mon cochon et moi”, con Gérard Depardieu. 

Massimo Cazzanelli, Trento. Fisico, esperto di questioni economiche, militante comunista.

Alessandra Ciattini, Roma. Docente universitaria di Antropologia Culturale, presidente Università popolare “A. Gramsci”, redazione de “La Città Futura.

Roberto Comandè, Venezia. Laureato in Filosofia della Conoscenza: scienza, politica, comunicazione presso La Sapienza di Roma. Progettista Formativo.

Giancarlo Costabile, Cosenza. Docente di Pedagogia dell’Antimafia Università della Calabria.  

Wasim Dahmash, Cagliari. Intellettuale palestinese. Già docente di letteratura e lingua araba all’Università di Cagliari. Saggista e scrittore (“Voci palestinesi dall’Intifada”; “Alfabeto Arabo-Persiano”; “Letteratura plaestinese: Antologia”).

Alessandro D’Angelo, Hong Kong. Studioso di questioni internazionali e di questioni cinesi.

Lorenzo Fascì, Reggio Calabria. Avvocato, già segretario regionale PCI Calabria. 

Gianni Favaro, Torino. Presidente “Interstampa”. 

Alberto Fazolo, Roma. Saggista, militante internazionalista e antifascista. 

Salvatore Fedele, Genova. Già primario di chirurgia. 

Felix (pseudonimo di un noto dirigente e intellettuale comunista italiano), Torino. Laurea in Scienze Politiche. Docente. Studioso della Storia del movimento comunista italiano e internazionale; esperto di politica internazionale, già Deputato della Repubblica Italiana XIII Legislatura. 

Federico Fioranelli, Loreto (Ancona). Docente di Diritto ed Economia. 

Antonella Folliero, Crotone. Docente. 

Guglielmo Forges.  Docente di economia politica Università del Salento.

Carlo Formenti, Genova. Sociologo, saggista. Ultima opera, in due volumi, “Guerra e Rivoluzione”.

Francesco Galofaro, Milano. Professore associato di semiotica, Università IULM di Milano.

Domenico Gallo, Roma. Presidente Emerito della Sezione della Corte di Cassazione; già Senatore della Repubblica.

Stefano Gatti, Fabriano. Docente di Storia, storico del movimento operaio.

Rolando Giai-Levra, Milano. Direttore di “Gramsci Oggi”. 

Michele Giambarba, Molise. Chirurgo, già segretario regionale PC Molise. 

Fosco Giannini, Ancona. Già Senatore della Repubblica, direttore di “Cumpanis”. 

Giada Giannini, studentessa in Scienze Politiche, Università di Padova.

Federico Giusti, Pisa. Del Comitato “No Nato-No Camp Darby” Pisa, esperto di questioni del lavoro e sindacali.

 Raffaele Gorpìa, Potenza. Sociologo. 

Dario Leone, Molise. Sociologo, portavoce Nazionale Costituente Comunista. 

Sergio Leoni, Ancona. Dottore in Lettere. 

Fabio Libretti, Milano. Già dirigente FIOM- CGIL Milano. 

Lucia Mango, Pisa. Giurista. Esperta di questioni del lavoro. Responsabile Servizio Prevenzione e Protezione (RSPP) Metalmeccanici. 

Piero Manunta, Sassari. Dirigente Movimento Comunista Sardegna.  

Giovanni Marcenaro, Genova. Ricercatore questioni filosofiche. 

Federico Martino, Messina. Giurista. Saggista. Esperto Questioni del Medio Oriente. Docente Università di Messina. 

Antonino Tommy Massara, Reggio Calabria, farmacista, studioso di farmacologia. 

Vladimiro Merlin, Milano. Docente e dirigente del movimento comunista e sindacale, già Consigliere comunale Milano.

Manolo Monereo, Madrid. Dirigente del movimento comunista spagnolo e già deputato Podemos

Giusy Montanini, Fermo. Già segretaria FIOM-CGIL Fermo e già dirigente FIOM-CGIL. 

Giuseppe Morese, Desenzano del Garda (Brescia). Operaio, già militante e dirigente FIOM TyssenKrupp di Torino, amico e collega, sulla famigerata Linea 5, dei 7 operai bruciati vivi nel rogo TyssenKrupp del 6 dicembre del 2007. 

Giovanni Moriello Campobasso. Docente. 

Manolo Morlacchi, Milano. Storico del movimento operaio e rivoluzionario; direttore editoriale della Casa Editrice Meltemi.

Piero Pagliani, Laureato in Filosofia. Docente di logica, algebra e topologia applicate all’analisi dei dati, nonché esperto di geopolitica. In India collabora da diversi anni col Dipartimento di Matematica Pura dell’Università di Calcutta. Autore, tra l’altro, di “Alla conquista del cuore della Terra. Gli USA dall’egemonia sul “mondo libero” al dominio sull’Eurasia”.

Francesco Pappalardo, Piombino. Medico del Lavoro. 

Davide Pinardi, Milano. Docente di Tecniche della Narrazione (storytelling) all’Accademia di Brera e al Politecnico di Milano; romanziere, sceneggiatore e regista cinematografico.

Maria Grazia Pippia, Sassari.  Laurea specialistica in Scienze filosofiche e della formazione continua con una tesi improntata sul cinema espressionista tedesco. 

Gianmarco Pisa, Napoli. Studioso di questioni internazionali e specificatamente dell’America Latina, saggista. 

Giorgio Raccichini, Fermo. Docente di Lettere e Storia, storico del movimento operaio.

Giuseppe Redondi, Abruzzo. Operaio Fiat/Stellantis Abruzzo, già dirigente FIOM-Cgil. 

Luca Ricaldone, Milano. “Comunisti Milano”. 

Lucio Rigotti, Milano. Docente, già militante e dirigente del Partito Comunista di Spagna. 

Onofrio Romano, Roma. Sociologo Università Roma III

Davide Rossi, Milano. Direttore Centro Studi "Anna Seghers" di Milano e Direttore dell'ISPEC Istituto di Storia e Filosofia del Pensiero Contemporaneo della Svizzera Italiana.  

Bassam Saleh’, Roma. Giornalista palestinese in Italia. Presidente “Associazione Amici dei Prigionieri Palestinesi”.

Marco Savelli, Pesaro. Già segretario regionale PRC Marche; studioso di Storia del movimento operaio.  

Giustino Scotto d’Aniello, Torino. Già segretario regionale PCI Piemonte, esperto in questioni dell’abitazione e in difesa del territorio. 

Alberto Sgalla, Ancona. Docente di Diritto e scrittore. 

Davide Scutece, Abuzzo. Già operaio metalmeccanico. Artista, pittore, disegnatore, autore di graphic novel.

Silvano Tagliagambe, Cagliari. Professore Emerito di Filosofia della Scienza. Erede ed interprete del pensiero filosofico di Ludovico Geymonat.

Stefano Tenenti, Ancona. Dirigente del movimento operaio, membro del Coordinamento regionale USB Marche. 

Alessandro Testa, Genova. Studioso di questioni filosofiche e teologiche.

Betty Toffolo, Venezia. Presidente Comitato Regionale PCI Veneto.

Michelangelo Tripodi, Reggio Calabria. Dirigente del movimento comunista in Calabria, dirigente comunista nazionale, tre volte Assessore Regionale in Calabria. 

Evgheni Utchin, Milano. Già docente di Matematica ed Economia Università “Lomonosov” di Mosca, giornalista e politologo; collaboratore di Literaturnaja Gazeta, Rossijskaia Gazeta, de “Il Fatto Quotidiano” e vice direttore di Eurasia News. 

Stefano Verzegnassi, Udine. Dirigente del movimento comunista e sindacale. 

Alessandro Visalli. Urbanista, sociologo ed esperto di tematiche energetiche.

Alessandro Volponi, Fermo. Docente di Filosofia, studioso di questioni economiche. 

Paola Volponi, Fermo.  Medico. 

Stefano Zecchinelli, Pisa.  Giornalista, della redazione di “Interferenze”, del Comitato “No Nato/No Camp Darby” di Pisa. Studioso di questioni internazionali e specificatamente della questione palestinese. 

Chiara Zoccarato, Padova. Si occupa di tematiche economiche, legate in particolare alla piena occupazione e ai programmi di lavoro garantito. Ha curato, tra l’altro, l’edizione di un libro di Randall L.Wray per Elsevier, “A Great Leap Forward. Heterodox Economic Policy for the 21st Century” uscito nel 2020.


28 maggio 2023: relazione introduttiva di Alessandro Volponi all’Assemblea di costituzione del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”

Di Alessandro Volponi, docente di filosofia e studioso di questioni economiche; membro del Consiglio Direttivo del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”





Si svolge questo nostro incontro sullo sfondo di un Paese segnato da una decadenza pluridecennale, nel corso della quale conformismo e opportunismo sono dilagati ben oltre l’orto della politica politicante. Non mancano, però, focolai di rivolta o movimenti monotematici che perseguono obbiettivi sacrosanti, episodi straordinari di protagonismo operaio (GKN) e minuscoli partiti antisistema invisibili e immobili, insomma “non tutto è di plastica, qualcosa ancora freme, frigge” per dirla con Paolo Volponi, ma il panorama è desolante e, apparentemente, senza via d’uscita. Costituire un Centro Studi intitolato a un grande del marxismo, fondato su inequivocabili premesse teoriche, mirato a socializzare conoscenze, a proporre temi di ricerca e a preparare, in definitiva, un programma di alternativa di società, è un progetto ambizioso e impegnativo che va realizzato con umiltà e tenacia.

“Solo da un lavoro comune e solidale di rischiaramento, di persuasione e di educazione reciproca nascerà l’azione concreta di costruzione”, questa asserzione, contenuta in un articolo intitolato “Democrazia operaia” apparso ne L’ordine nuovo del 21 giugno 1919, ci ricorda lo straordinario esordio di un intellettuale collettivo formato da giovani eccezionali studiosi e da addetti alla produzione, l’avanguardia operaia torinese, che insieme progettarono di governare le fabbriche e lo Stato.

Potrà sembrare stravagante, a questo punto della relazione, un panegirico della memoria finché non si consideri che la memoria è un nemico giurato del trasformismo, del malgoverno, della criminalità organizzata, del fascismo e dell’imperialismo ed è chiaro che la Storia e il suo uso pubblico sono un grande, importante, terreno di lotta tra progresso e reazione. Non solo, ma se “il vero è l’intero”, per intero dobbiamo intendere anche la storia di ogni singolo problema: le cause fisiche di un disastro ambientale, ad esempio, sono le cause prossime ma la storia del disastro è fatta di paludi bonificate, di fiumi tombati, di sviluppo agricolo intensivo, di mancata disciplina urbanistica, etc.

Così il disastro della pubblica amministrazione o la stagnazione lunghissima della nostra economia andrebbero affrontati a partire dalle loro storie e dalla loro storia comune.

L’uso politico della storia può sconfinare nel ridicolo come quando si ricercano collegamenti diretti tra i fascisti al governo e il ventennio, accompagnati da richieste di dichiarazioni nette di antifascismo, autentiche istigazioni all’ipocrisia; non perché manchino quei collegamenti ma perché ha pesato, e ancora pesa, come un macigno sulla nostra società il fascismo DOPO il fascismo. Non solo l’eredità del fascismo – corruzione e inefficienza burocratica, anticomunismo fanatico, conformismo e spirito gerarchico, annientamento del senso dello Stato (quel poco che l’Italia liberale aveva diffuso) e della dignità nazionale (si pensi all’Italia fascista nel rapporto con la Germania nazista ) –, non solo l’eredità ma l’attività: lo stragismo e il golpismo, sempre al servizio del più forte, stavolta gli Stati Uniti, ieri il Terzo Reich, con degne collaborazioni, mafia, ndrangheta, P2 e apparati dello Stato “deviati”.

L’attuale connubio NATO-nazisti ucraini (anch’esso ha una storia e risale all’immediato dopoguerra), NATO-terroristi, è per noi un orribile film già visto fino alla nausea. Storia italiana dunque, in primo luogo, del lungo dopoguerra, inseparabile, però, dal contesto internazionale, storia difficile, opaca, costellata di crimini, storia di una democrazia ricattata e snaturata, di una Costituzione ignorata, di una sovranità limitata, per usare un eufemismo, condizioni che non impediscono al movimento operaio e alla sua espressione politica di crescere lentamente, attraversando gli anni ‘50 (il fascismo in camicia bianca) e gli anni ’60 quando le minacce golpiste inibiscono o condizionano pesantemente i timidi tentativi di riforme del centrosinistra.

A cavallo dei due decenni, intanto, si è compiuta la grande trasformazione del Paese col contributo decisivo delle Partecipazioni statali e in particolare dell’ENI di Mattei che costruisce una politica economica estera indipendente (è semplicemente grottesco il tentativo di intestare a Mattei la politica economica estera della Meloni, la giovane recluta del più servile atlantismo). È, però, nel biennio ’68-’69 che affonda le sue radici la breve stagione “costituzionale” del nostro dopoguerra; dal dicembre ‘69 al ‘78 si succedono: la liberalizzazione degli accessi all’Università, l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, il divorzio, gli asili nido pubblici per bambini da zero a tre anni, la tutela delle lavoratrici madri, la scuola a tempo pieno, l’obiezione di coscienza, la tutela del lavoro a domicilio, i “decreti delegati” sulla democrazia nella scuola, il nuovo diritto di famiglia, i consultori per la maternità e la contraccezione, la riforma penitenziaria, la legge per la prevenzione e cura della tossicodipendenza, la legge per la tutela delle acque, la legge di parità di genere sul lavoro, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, la legalizzazione dell’aborto, la chiusura dei manicomi e l’abrogazione delle attenuanti per delitto d’onore e del “matrimonio riparatore”.

Sono tutti figli della rivolta dei giovani, che mise al centro il Vietnam e la struttura autoritaria della società italiana, e dell’autunno caldo (’69), momento straordinario nella storia del movimento operaio italiano: salario, diritti, salute, sicurezza e democrazia nei luoghi di lavoro. Né vanno dimenticate le fortune elettorali del PCI, quanti diritti civili sono stati strappati con un partito che ancora metteva al centro il lavoro e il salario! Ma proprio nel giorno in cui il Senato approva lo Statuto dei diritti dei lavoratori (12-12-1969) ha inizio la strategia della tensione con la bomba di piazza Fontana a Milano; mentre i massacri di sindacalisti e lavoratori nell’immediato dopoguerra riuscirono a depotenziare il vivacissimo movimento contadino in Sicilia, con la mafia in prima linea, il nuovo stragismo sembra fallimentare sino all’affaire Moro. Nel 1975 il salario reale del metalmeccanico italiano è il più alto in Europa, presto l’inflazione a due cifre e poi lo svuotamento progressivo del meccanismo di rivalutazione automatica si incaricheranno di ridimensionarlo drasticamente; nel 1976 il PCI vede il culmine del consenso, l’anno prima aveva fatto man bassa nelle amministrative, Roma conobbe la sua prima amministrazione onesta ed efficiente dall’epoca di Ernesto Nathan, così Napoli, già feudo dei Lauro e dei Gava, sembrò avviata ad una luminosa rinascita democratica, le regioni rosse, oasi di buongoverno nel mondo mefitico della politica italiana, rompevano l’isolamento. Il leader di quel PCI incarnava la diversità comunista e seduceva i ceti medi “riflessivi”.

Quello che Pasolini chiamò uno Stato nello Stato, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, sembrava raccogliere i frutti di una lunghissima battaglia per l’egemonia che affondava le sue radici nei Quaderni del carcere. La reazione è tremenda, pensate a quanti fatti avvengono tra il ‘78 e l’81 sul piano interno e internazionale: l’assassinio di Moro, la rapidissima scomparsa di Luciani, l’elezione di Wojtyla, sodale di Brzezinski, la strage di Bologna, la marcia dei sedicenti 40.000 a Torino e la resa immediata dei sindacati, l’elezione della Thatcher e di Reagan, l’attentato a Wojtyla e l’invenzione della pista bulgara, capaci di incendiare la Polonia. Intanto in Sicilia si spara: Terranova, Chinnici, Costa, Mattarella, Boris Giuliano, secondo La Torre condannati da un tribunale internazionale, e la sua stessa morte rinvia ad un duplice movente, il disegno di legge antimafia e il movimento contro i missili a Comiso del quale è il principale animatore. Ma si spara anche a Milano, nel ’79 è assassinato Ambrosoli, mandante Sindona, e in quello stesso anno vengono arrestati Baffi e Sarcinelli, la Banca d’Italia aveva rifiutato di salvare la banca di Sindona e la magistratura romana era al servizio di Andreotti, il presidente del Consiglio che fu sostenuto anche dall’astensione del PCI. Il compromesso storico, figlio anche del trauma cileno, proposto da Berlinguer, fu una risposta adeguata a tale sfida? Fu il risultato dell’analisi concreta della situazione concreta? 

A fronte dello spietato realismo di Lenin, Berlinguer è un “cavaliere della virtù” destinato a infrangersi contro il duro scoglio della realtà ma la sua proposta non discende neanche da un’analisi “molecolare” della società italiana di impronta gramsciana, non solo le masse cattoliche sono idealizzate ma la stessa NATO diviene un “ombrello protettivo”. La NATO non è mai stata un’alleanza difensiva (con tutte le sue guerre illegali, l’art. 5 è scattato una sola volta per la strage del Bataclan contro l’Isis, lo Stato islamico ), inoltre, i suoi padroni negli ultimi anni avevano finanziato, diretto o ispirato la distruzione fisica dell’enorme Partito comunista indonesiano (un milione di morti?) nel ’65, l’anno dei bombardamenti a tappeto sul Vietnam del Nord, il golpe in Grecia nel ’67 (dove saranno addestrati molti stragisti italiani), il golpe cileno del ‘73 e intanto continuavano a istruire i torturatori e gli specialisti antiguerriglia sudamericani (i capiscuola furono importati dalla Germania nei primi anni del dopoguerra) e a rifornire di esplosivi i terroristi neofascisti in Italia.

A mio avviso, Aldo Moro aveva un’idea molto più realistica della D.C. e dei suoi elettori e quando comprende, da prigioniero, che gli americani hanno una sponda importante nel suo partito comincia a raccontare la D.C. e a raccontare il doppio Stato ma i “rivoluzionari” gli tappano la bocca per sempre e occultano parte delle sue carte. Anche in questa vicenda, che segna una svolta nella storia del Paese, il PCI si attesta sulla linea della solidarietà nazionale, si confonde nel partito della fermezza con i complici nostrani della più insidiosa tra le trame atlantiche. Da questo terribile ’78 inizia il declino inarrestabile del comunismo italiano, interrotto soltanto dall’omaggio postumo che il Paese rende alla statura morale di Enrico Berlinguer alle europee dell’84 ma il processo degenerativo che ha portato alla Bolognina, e che tocca il fondo con Renzi, non è iniziato col declino elettorale; l’ultimo Amendola chiama all’impegno per sostenere il marxismo tra le culture del partito ed esprime la sua preoccupazione: i giovani non dicono quello che pensano e si guardano intorno prima di parlare. Schietto sino alla brutalità, ci informò che i non comunisti erano dentro e minacciavano l’egemonia marxista nel partito; guardando meglio intorno a sé avrebbe realizzato che anche tra i meno giovani c’erano non comunisti, magari destinati ad una prestigiosa carriera. A scanso di equivoci, non abbiamo nulla in contrario alla collaborazione nella ricerca e nello studio con non comunisti onesti e capaci di fornire contributi interessanti in questioni rilevanti. Uno dei compiti dei nostri gruppi di lavoro sui temi che andrò ad illustrare dovrebbe essere proprio il confronto col meglio della cultura borghese.

Il processo degenerativo del PCI, scandito dalla scomparsa progressiva dei grandi vecchi, coinvolge inevitabilmente il circostante: CGIL, mondo delle cooperative, stampa di area, etc. È stato un processo lento e graduale, almeno fino all’ultima fase, al pari di tante socialdemocrazie europee e dello stesso PCUS, all’interno del quale un Eltsin costruisce la sua carriera. Impressionante è, invece, la rapidità con cui si consuma la vicenda del partito che nutrì e dichiarò l’ambizione di rifondare il comunismo. A pochi anni dalla sua nascita, una parte di quel partito si trova al governo quando dagli aeroporti italiani la NATO bombarda Belgrado, pochi anni più tardi il monarca di quel giovane partito baratterà la presidenza della Camera con la totale irrilevanza nel governo del Paese. Ed è proprio dalla storia che vengono i primi segnali: la resistenza “angelicata”, il riconoscimento delle foibe, etc. Insomma, il segretario del sedicente partito della rifondazione comunista era un anticomunista! L’altro segnale, meno vistoso, è la dissoluzione del Comitato scientifico per il programma, ostacolo ad un accordo senza programma col centrosinistra. Intanto, gli ex comunisti rivalutano Craxi nel confronto impudente con Berlinguer, dimostrano la loro affidabilità atlantica e lo zelo europeista, avviano, in nome del riformismo, tutte le controriforme che caratterizzano il centrosinistra e che Berlusconi non è in grado di realizzare. Il riformismo, spero di non scandalizzare nessuno, può essere una cosa seria; pensate al giudizio di Gramsci su Matteotti: non è uno di quegli avvocati socialisti che fa i comizi sull’aia dei contadini ogni cinque anni, Matteotti organizza cooperative, difende i diritti dei lavoratori.

Se questa rozza descrizione dei fatti si avvicina alla realtà, possiamo meravigliarci della catastrofe politica, sociale e, prima di tutto, culturale che oggi viviamo? La stessa narrazione della guerra in Ucraina ne è testimone, il delirio propagandistico ha costruito il capovolgimento della realtà per cui la NATO è al fianco della democratica Ucraina combattente per la libertà, dove non si tratta di misurare il grado di democrazia o di presenza criminale nei due Paesi belligeranti, non sarebbe difficile in base a dati oggettivi, e neppure di misurare l’autenticità della solidarietà putiniana verso il martoriato Donbass, la questione vera è la NATO e la lunga transizione in corso degli USA dall’egemonia al dominio, col ricorso sempre più frequente alla guerra. Mai, forse, abbiamo avuto condizioni oggettive così favorevoli (crisi dell’imperialismo, crisi ambientale, povertà di massa nei Paesi “ricchi”, assenza di futuro per i giovani), mai condizioni soggettive più sfavorevoli per la prospettiva socialista. È infinitamente più presente l’idea della fine del pianeta che l’alternativa al capitalismo e, d’altra parte, che la civiltà sopravviva al capitalismo è tutt’altro che una certezza.

Come dovrà articolarsi, dunque, il Centro studi? Secondo la nostra proposta, in gruppi di lavoro distinti per aree tematiche che sono le seguenti:

 – Questioni internazionali: questo gruppo potrà disporre, tra l’altro, dei rapporti internazionali politici e culturali che sono stati costruiti negli anni e che continuano ad estendersi e ad approfondirsi, dovrà insegnarci a guardare il mondo e l’Occidente con gli occhi degli altri.

– Marxismo e teoria della rivoluzione in Occidente: la chiarezza delle premesse teoriche è la migliore garanzia di unità e di produttività.

– Storia del movimento comunista: penso dovrà dedicare particolare attenzione al più recente passato con uno sguardo aperto all’Europa e soprattutto al mondo.

– Economia e politiche economiche: i temi forse più urgenti sono il salario, il fisco, il problema del debito e della povertà dello Stato che è anche un problema per la democrazia ma l’obiettivo di fondo è costruire un programma organico di medio periodo per l’economia italiana.

– Lavoro e Sindacato: retribuzione e tempi di lavoro in Italia sembrano il risultato di una resa senza condizioni, la manomissione del diritto del lavoro, i nuovi lavori, rappresentanza e democrazia sindacale sono temi cruciali che richiedono proposte innovative oltre che il ripristino di garanzie “classiche”.

– Stato, autonomie, democrazia, Giustizia: anche la crisi dello Stato si manifesta in Italia con una specifica, particolare gravità e l’attuazione del PNRR mostrerà anche all’Europa il disastro della pubblica amministrazione.

– Diritti civili e questioni di genere: per noi i diritti civili sono una cosa seria non una bandierina, quasi unica distinzione tra destra e centrosinistra praticamente omogenei, in particolare il più dimenticato, il diritto di cittadinanza per la parte del proletariato che vive e lavora in Italia, che in Italia paga le tasse ma non può votare.

– Sanità e Stato sociale: il collasso della Sanità pubblica e la povertà di massa costituiscono emergenze drammatiche.

– Questione meridionale: in realtà, la questione meridionale è questione nazionale e la sua soluzione è parte decisiva della risposta necessaria alla crisi italiana ma agli straordinari compagni meridionali spetta il compito principale di istruzione e proposta.

– Scuola, università, ricerca: al di là delle chiacchiere su istruzione e ricerca=futuro, questi settori versano in una crisi profonda, dovuta, in parte, al sotto finanziamento mentre il diritto allo studio è sempre più compromesso.

– Arte, cultura, comunicazione: entrare in sintonia con le antenne più sensibili ai movimenti profondi della società è forse il modo più utile di prepararsi a comunicare i nostri contenuti, anche i più complessi, traducendoli nel linguaggio più semplice e attraente.

– Ambiente, territorio, urbanistica: molti danni sono irreparabili e la gestione capitalistica della transizione energetica contiene un ossimoro insuperabile, profitto-ambiente; solo un cosciente movimento di massa può arginare la crisi ambientale se, però, saprà superare i limiti inevitabili di ogni movimento monotematico. 

 I gruppi di lavoro saranno, naturalmente, liberi di modificare le denominazioni proposte, di scorporare ambiti di ricerca o di accorparli, tutti i compagni potranno suggerire nuovi campi di studio o ridefinire i confini delle aree proposte, quel che salta agli occhi è l’esistenza di intersezioni profonde tra diverse aree, di qui la necessità di apertura reciproca tra i gruppi di lavoro che nel tempo, ne sono certo, si arricchiranno di nuove competenze e si gioveranno di un coordinamento unitario assicurato dal Consiglio direttivo. Essi potranno operare con disparati strumenti: convegni, seminari, pubblicazioni, attivando corsi di formazione, richiedendo interviste per ricercare interlocuzioni.

Malgrado la sua lunghezza questa relazione non è stata esauriente, spero almeno sia stata stimolante.

Vi ringrazio per l’attenzione.


28 maggio 2023: conclusioni di Fosco Giannini all’Assemblea di costituzione del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”.

                                                         





Fosco Giannini, già Senatore della Repubblica; membro del Consiglio Direttivo del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”


Innanzitutto un saluto ed un ringraziamento agli oltre 50 compagni/e, docenti, intellettuali, quadri operai e dirigenti del movimento comunista, operaio e sindacale, sui 62 che sinora hanno aderito al nascente Centro Studi Nazionale che oggi – domenica 28 maggio 2023 – sono presenti a quest’assemblea on-line di costituzione del Centro Studi.

Sintetizzando in una sorta di formula, potremmo asserire che l’obiettivo strategico del Centro Studi che oggi prende forma è quello di contribuire a riprogettare e riconsegnare un pensiero forte, marxista, comunista, rivoluzionario, al movimento comunista e antimperialista italiano.

Un obiettivo che non potrà che incardinarsi, essenzialmente, su due pilastri analitici, su due questioni centrali: 

-primo, l’odierna, inequivocabile pulsione alla guerra, e persino alla guerra mondiale, del fronte imperialista guidato dagli Usa e dalla Nato e, conseguentemente, la questione dell’abbandono, da tanta parte della “sinistra” italiana, dell’analisi e della prassi dell’antimperialismo e dunque la necessità di ricostruire un senso comune di massa antimperialista come necessaria avanguardia per un movimento unitario e di massa contro la guerra;

- secondo, la ricostruzione di un pensiero e di una prassi della rivoluzione in Occidente.

Di conseguenza, vi sono due problematiche da mettere a fuoco: l’attuale quadro internazionale e i suoi “movimenti” carsici e di superficie che lo caratterizzano e la lotta contro il neopositivismo e il neoidealismo di ritorno che oggi gravano, in Italia, su tanta parte della “sinistra”, a volte anche su parti non secondarie di quella comunista.

Per ciò che riguarda il primo punto, il quadro internazionale, potremmo, per comodità analitica, dividere l’ultimo e recente periodo storico in tre fasi - la prima è quella che inizia il 26 dicembre del 1991, con l’ammainamento della gloriosa bandiera sovietica dalle cupole del Cremlino. L’Unione Sovietica, con la drammatica responsabilità di Gorbaciov, si autodissolve e immediatamente l’imperialismo, tramite il suo cantore Fukujama, “ratifica” la “fine della storia”. Il mondo appare alle forze imperialiste e capitaliste uno sterminato mercato da conquistare, con le buone o con le cattive. Si liberano gli spiriti animali dell’imperialismo che vuol credere davvero nella propria follia idealistica di “fine della storia”. Una sorta di “superstizione” antistorica e antiscientifica che tuttavia produce un lungo e terrificante ciclo di guerre imperialiste: contro la Jugoslavia (che sebbene inizi nell’agosto del 1990, è già un prodotto del combinato disposto tra crisi “gorbacioviana” dell’URSS e conseguente scatenamento imperialista), Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen, guerre alle quali si aggiunge – tra tentativi  di golpe e golpe riusciti-  la nuova stagione golpista nordamericana in America Latina (Cuba, Venezuela, Brasile, Bolivia, Nicaragua).

-Seconda fase: Fukujama non fa in tempo a decretare la fine della storia e la morte del socialismo che l’intera America Latina è attraversata da una potente pulsione antimperialista: non solo Cuba resiste, ma il Venezuela di Chávez annuncia la costruzione del socialismo, Daniel Ortega rilancia il potere sandinista in Nicaragua, Lula vince in Brasile, il MAS (Movimento per il Socialismo) di Evo Morales apre una grande stagione di trasformazioni sociali in Bolivia e altri Paesi dell’America Latina si liberano dal giogo statunitense e iniziano a costruire un fronte unitario antimperialista. Nel continente africano, il Sud Africa imperniato sul grande Partito Comunista, SACP, non solo rafforza la propria rivoluzione anti apartheid ma inizia a segnare positivamente di sé l’intera Africa australe e diversi altri Paesi africani iniziano a scrollarsi di dosso le mosche americane e a girare il capo verso un mondo diverso e più solidale. L’Asia e l’Eurasia sono segnate dal più grande sviluppo economico della storia dell’umanità, quello cinese, dallo sviluppo vietnamita, dalla grande forza dei due partiti comunisti indiani, dalla vittoria socialista nel Laos e nel Nepal, dalla forza del grande partito comunista che lotta all’interno di uno dei più classici imperialismi, quello giapponese, e dalla politica di Putin che chiude le porte al tentativo, che Eltsin aveva iniziato ad agevolare, di penetrazione imperialista in Russia, per sgretolare la Russia e trasformarla in un unico e subordinato mercato americano ed occidentale.

Questa è la seconda fase nella quale, attorno al cardine cinese, si materializza un immenso fronte antimperialista mondiale che produce l’esperienza dei BRICS e la Nuova Banca di Shangai, alternativa al Fondo Monetario Internazionale. In questa seconda fase i rapporti di forza tra fronte imperialista e fronte antimperialista mutano a favore del secondo, la Cina emerge quale nuova potenza mondiale in grado di porsi come partner oggettivo di tanti Paesi in via di decolonizzazione e il nuovo fronte antimperialista spunta le unghie all’imperialismo.

-La terza fase è quella che viviamo, caratterizzata dallo stupore dell’imperialismo nel constatare quanto irrisorio fosse il suo sogno di fine della storia, dall’improvvisa paura di passare dalla “vittoria eterna” alla fine della propria egemonia mondiale, di veder svanire quel mondo unipolare vissuto come base materiale del proprio dominio, una serie di profonde frustrazioni che si rovesciano in una feroce e rinnovata spinta bellica e golpista sul piano planetario.

 Una terza fase segnata da un rabbioso ritorno imperialista alla guerra totale, disseminata tra i continenti e consapevole premessa persino di una Terza guerra mondiale. È all’interno di questo nuovo atteggiamento iper bellicista degli Usa e della Nato che vanno collocati sia il golpe nazifascista del 2014 a Kiev e il progetto di trasformare l’Ucraina in una sterminata base NATO dotata di testate nucleari puntate contro Mosca, che il summit del G7 del giugno 2021 in Cornovaglia, in cui Biden fa genuflettere e ordina a tutti gli alleati – compresa l’Ue e compresa la Merkel- di firmare il sanguinario Documento di Carbis Bay, ove prende corpo il progetto di costruzione di un vasto fronte militare imperialista volto ad attaccare militarmente la Cina e la Russia. Un documento, questo di Carbis Bay, che gronda sangue e che, se davvero vi fosse una Terza guerra mondiale, ne sarebbe il documento ufficiale.

La guerra imperialista è dunque all’ordine del giorno e, nonostante ciò, il movimento marxista e comunista italiano non riesce a mettere in campo, a promuovere, nessuna lotta di massa, nessuna mobilitazione contro la guerra degna di questo nome, né tantomeno ad unirsi, unire comunisti e marxisti, per questa lotta.

È anche a partire da ciò che possiamo asserire di essere, in Italia, di fronte ad una crisi profonda del marxismo. Ma il marxismo è in crisi in Italia – è bene subito specificarlo per non essere irretiti nelle maglie di quel mainstream generale, italiano e occidentale, tendente a “ratificare” la fine del marxismo e del comunismo nel mondo – mentre è in grande sviluppo, politico e teorico, in aree sempre più vaste del mondo e solo sotto la pressione della cultura dominante, che trova una sponda in uno storico e vasto provincialismo italiano, si può negare tale evidenza.

 Oggi possiamo, con totale onestà intellettuale e lontani da ogni sterile propaganda, affermare che le forze internazionali che si rifanno al marxismo, all’antimperialismo e al comunismo governano, o assieme ad altre forze governano, circa un quinto dell’intera umanità, dalla Repubblica Popolare Cinese al Sud Africa e altre regioni dell’Africa, passando per il Vietnam, il Nepal, il Laos, sino a vaste aree dell’America Latina. Un arco governativo rivoluzionario mondiale al quale si aggiungono forze considerevoli, di massa, di natura marxista, comunista e antimperialista che dall’opposizione influenzano positivamente, orientando centinaia di milioni di proletari, Paesi immensi come la Russia, l’India, il Giappone e altri Paesi dell’Africa e, seppur in misura minore - in virtù della crisi del marxismo europeo prodotta anche dall’eurocomunismo, alla quale si sottraggono comunque importanti partiti comunisti come il PC Portoghese e l’Akel di Cipro - dell’Unione europea.

Un quadro reale e totalmente diverso e “rovesciato”, rispetto al quadro mainstream, che ci spinge a riflettere e ad asserire quanto segue: questo contesto internazionale, segnato da una grande avanzata del fronte marxista, comunista, antimperialista, rivoluzionario, appare oggi – per il proletariato mondiale e per le forze rivoluzionarie mondiali e  rispetto alla falsa pietra tombale che la cultura dominante occidentale vorrebbe posare sul movimento operaio complessivo occidentale, italiano – persino più favorevole dello stesso quadro delineatosi nel 1917, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, quando la stessa Rivoluzione, pur suscitando immensi entusiasmi nel proletariato mondiale, non aveva ancora consolidato se stessa, mentre il vastissimo e attivissimo fronte marxista, antimperialista, comunista attuale ha già piantato bene i piedi sulla terra, conquistato aree intercontinentali di popoli e Stati, cambiando i rapporti di forza internazionali, a sfavore dell’imperialismo, tra fronte imperialista e antimperialista. Spuntando le unghie all’imperialismo. 

Un contesto internazionale che sarebbe oltremodo favorevole alla ripresa, anche nei Paesi ad alto sviluppo capitalistico, anche in Europa e in Italia, del processo di trasformazione sociale e anticapitalista. Un contesto oggettivo favorevole al quale, tuttavia, non si unisce una condizione soggettiva rivoluzionaria favorevole. E ciò in virtù della crisi profonda del marxismo in diverse aree dell’Occidente e, specificatamente, in Italia.

Una crisi del marxismo in Occidente e nel nostro Paese sovraordinata dal ritorno di un’egemonia dogmaticamente neopositivista e dunque produttrice di un neo moderatismo subordinato che contrasta visibilmente con il coraggio rivoluzionario, ad esempio, sul piano prettamente filosofico, teorico e politico, di quell’antidogmatismo e di quella rivitalizzazione del marxismo che segnano di sé la rivoluzione economico-politica della Repubblica Popolare Cinese e del Partito Comunista Cinese che, attraverso il rilancio storico e su basi immense di una NEP leninista segnata dai caratteri cinesi, non solo ha risolto il problema, conquistandola, dell’accumulazione originaria mancante, ma ha lanciato e sostenuto il più grande sviluppo economico della storia dell’umanità offrendosi, a partire da ciò, come cardine del nuovo fronte antimperialista mondiale, catalizzatore e sponda dei popoli e degli Stati del mondo volti a liberarsi dal domino statunitense.

Naturalmente, per un intero mondo che cambia, e cambiato per tanta parte dalle forze d’ispirazione marxista, in campo non vi è solo il Partito Comunista Cinese ad agire attraverso un rinnovamento antidogmatico e anti determinista del marxismo. Il Partito Comunista del Sud Africa, il Partito Comunista del Vietnam, i due grandi Partiti Comunisti Indiani, Cuba, il Venezuela, l’intero Socialismo latino-americano del XXI Secolo rivivificano il marxismo attraverso sia le loro originali vie nazionali che attraverso innovazioni – il tipo di sviluppo economico, la democrazia popolare diffusa e rivoluzionaria – che battono in breccia il neopositivismo e il neo moderatismo di tanta parte della sinistra, a volte anche comunista, occidentale e italiana.

Crisi del marxismo in Italia: sarebbe surreale, idealistico, antimarxista porre la questione in sé, come se tale crisi fosse una crisi del mondo accademico, intellettuale e teorico.  Marx, Engels: il loro pensiero rivoluzionario prende corpo, si alimenta, si rilancia solo attraverso la realizzazione concreta di quella loro filosofia. Centrale, nel marxismo, è il rapporto dialettico tra la storia nel suo farsi e lo sviluppo teorico. La crisi del marxismo italiano è frutto di un idealismo sempre in fieri nel mondo culturale italiano ma che ha trovato nuova vitalità e nefasto ruolo attraverso la crisi politica del marxismo, attraverso l’involuzione ideologica profonda del contenitore politico più grande del marxismo: il PCI.

A partire da ciò, il carattere già difficilmente estirpabile del pensiero idealista italiano, dell’attualismo gentiliano, si è riorganizzato in un corpo, via via sempre più potente e strutturato. Appunto, il grande corpo, in “mutazione genetica”, del PCI.

Per estirpare dalla cultura italiana, dalla coscienza operaia italiana il male oscuro dell’idealismo  sarebbe occorsa un’offensiva, di lungo corso, ideologica, culturale, politica condotta dal materialismo dialettico, dal marxismo non dogmatizzato, da un marxismo anti determinista, che invece ha cessato troppo presto la propria battaglia, la propria vitalità poiché, già nella prima parte degli anni ’70, il PCI andava mano a mano abbandonando tale battaglia per imboccare la strada, sul piano prettamente filosofico, di un positivismo di maniera attraverso il quale, di nuovo, come negli anni della Seconda Internazionale e del PSI di Turati, tornava la fondamentale osservanza del perimetro politico entro cui agire e il conseguente divieto di oltrepassare quel limite politico auto imposto, giungendo così ad una sorta di superfetazione dello “stato di cose presenti” quale cavallo di Troia per l’abbandono dell’azione soggettiva, la rimozione del senso ultimo del leninismo, di Lukács, di Gramsci, della filosofia della scienza di Ludovico Geymonat e di Silvano Tagliagambe, la cui adesione al Centro Studi a cui stiamo lavorando ci onora.  

Come in modo straordinario ci onora il poter chiamare il nostro Centro Studi “Domenico Losurdo”, che nella sua fondamentale opera “Il marxismo Occidentale- Come nacque, come morì. Come può rinascere”, casa editrice Laterza, 2017, scriveva, a pagina 159: “La rottura del marxismo occidentale con la rivoluzione anticoloniale è anche il rifiuto di farsi carico dei problemi in cui questa si imbatte con la conquista del potere. Anche a tale proposito chiaro è il contrasto tra marxismo occidentale e orientale. Assuefatto al ruolo di opposizione e di critica in varia misura influenzato dal messianesimo, il primo guarda con sospetto o riprovazione al potere che il secondo è chiamato dalla vittoria della rivoluzione a gestire. È il potere in quanto tale a essere oggetto della requisitoria del giovane Bloch”.  Il giovane Bloch che infatti scriverà che il potere è male in sé, indipendentemente dalla natura del potere, rivoluzionario o borghese, anticipando così un’intera schiera di intellettuali, filosofi, dirigenti politici   del marxismo occidentale, volti a spaccare il capello della critica in sedici, rispetto alle esperienze dell’Unione Sovietica, della Cina popolare, dei poteri costruiti dalle vittorie anticolonialiste,  critiche che finivano spesso nella liquidazione di quelle stesse esperienze, senza mai, peraltro, sviluppare autocritiche in relazione all’abbandono, di fatto, dei progetti rivoluzionari del marxismo occidentale nel proprio campo d’azione.

Il 24 dicembre del 1917, su “L’Avanti”, Antonio Gramsci pubblicava un articolo che avrebbe rappresentato un vero e proprio spartiacque nella storia del socialismo e del comunismo italiano, e non solo.

L’articolo trattava della Rivoluzione d’Ottobre e il titolo era “Una rivoluzione contro il Capitale”. Il Capitale con la C grande, il Capitale di Marx, il suo libro, e il senso ultimo dell’articolo era il seguente: una lettura, un’interpretazione distorta, non dialettica, essenzialmente positivista del pensiero di Marx ha portato ad una degenerazione dell’analisi (mai propriamente elaborata da Marx) per cui al socialismo ci si sarebbe arrivati solo attraverso e dopo il pieno sviluppo della forze produttive capitalistiche, che da sole (ecco il positivismo svuotato dall’azione soggettiva), nella lettura deterministica, avrebbero prodotto le condizioni per l’inverarsi del socialismo. Un’impostazione politico-filosofica quale abbandono di ogni pensiero e pratica della rivoluzione, un’impostazione sbaragliata e resa risibile da Lenin, dalla rivoluzione d’Ottobre, dalla rivoluzione cinese, vietnamita, cubana, venezuelana, nicaraguense…

Il recupero, da parte di Gramsci, dell’azione soggettiva umana e della “classe” nel farsi storico avrebbe segnato di sé la prima, lunga fase storica del PCI. Ma quando questa spinta ideologica, teorica, politica leninista-gramsciana tende ad esaurirsi (anni ’70?), il PCI inizia a recuperare il positivismo e il determinismo della Seconda Internazionale, tende a rimuovere non solo Gramsci ma l’essenza filosofica stessa del Lenin del “Materialismo ed Empiriocriticismo”, tende ad una sorta di drammatica, per il movimento comunista e rivoluzionario italiano, oggettivazione dell’“immodificabilità” dello stato presente delle cose. 

Esempi tipici del neo positivismo del PCI sono stati il pensiero e la prassi di uno dei più grandi leader del Partito: Giorgio Amendola. Nel connubio apparentemente inestricabile di filosovietismo e “socialdemocrazia” di Amendola vi è racchiuso molto del “mistero” del neo positivismo del Partito Comunista Italiano. In verità il filosovietismo amendoliano (che dignitosamente resisteva di fronte al sempre più profondo smarcarsi del PCI dall’Unione Sovietica e persino dall’Ottobre), attribuendo in modo totalmente determinista all’URSS il compito di allargare continuamente il campo socialista a livello mondiale, affidando alla stessa URSS il compito, destinale, della rivoluzione mondiale, poteva permettere al PCI di attestarsi in una posizione essenzialmente socialdemocratica, tanto il socialismo era garantito dall’URSS e dal campo socialista. Nulla vi è di più positivista di questa posizione amendoliana (che avrebbe segnato di sé tanta parte del PCI per poi degenerare in politiche anti amendoliane – quelle “occhettiane” - essenzialmente radical e liberal), nulla contribuisce, più di questa posizione, a rimuovere l’azione soggettiva nella storia che Lenin e Gramsci avevano riconquistato per i movimenti operai nazionali e per il proletariato mondiale.

La riassunzione oggettiva del positivismo, tra l’altro, spesso si affiancava – dialettica tra le cose – ad un piegarsi ad un dogmatismo tanto pigro quanto opportunista sino a che la libertà rivoluzionaria del pensiero marxista, di cui Ludovico Geymonat era stato uno dei più grandi esponenti, veniva rimossa.

Occorrerebbe, da questo punto di vista, rivalutare e rilanciare tanta parte dell’opera di Geymonat, ora pressoché inesistente nella coscienza dei militanti marxisti italiani. Di quel Geymonat che ad esempio scrive, sul volume numero 9 della propria “Storia del pensiero filosofico e scientifico”, edizioni Garzanti, nel coraggioso capitolo “I rapporti tra scienza e filosofia in URSS” e in relazione al famoso caso “Lysenko” (l’agronomo sovietico che tentò di trasformare il proprio, discutibile, progetto di rivitalizzazione dell’agricoltura russa in una totale concezione del mondo pseudo marxista, a partire da stravaganti assunti quali quello di piantare i semi molti vicini tra loro, violando così la legge naturale e affermando che “le piante della stessa classe non sarebbe mai state in conflitto tra loro”) scrive Geymonat che “La linea su cui ci si era attestati nel 1939 (in URSS, n.d.r.) subì un sostanziale arretramento ed il materialismo dialettico venne scopertamente utilizzato come semplice strumento di ratifica e giustificazione ideologica di un verdetto che era già stato pronunciato in altra sede…” (pag. 441) e, a pagina 443, che la filosofia di Marx, di Engels e di Lenin fu costretta ad assumere facce diverse secondo l’opportunità del momento e che “la pretesa di farne il parametro di riferimento ultimo, alla luce del quale valutare la correttezza delle ipotesi scientifiche, costituiva una patente deformazione  del suo significato, una grave violazione dei principi che ne avevano occasionato la nascita e accompagnato lo sviluppo”.

Non si mette qui in discussione la grandezza di una formazione politica, il PCI, senza la quale non vi sarebbe stata la democrazia in Italia, senza la quale il fascismo, nella sua forma postfascista, avrebbe ancora avviluppato l’Italia, senza la quale non vi sarebbero state le grandi conquiste per il movimento operaio italiano né la costruzione di un senso comune di massa avanzato, progressista, di classe.

Qui, vogliamo dire che il consumarsi della spinta rivoluzionaria antipositivista leninista-gramsciana porta pian piano, ma inesorabilmente, il PCI ad arretrare il proprio baricentro ideologico ricollocandolo sul terreno del dogmatismo, del positivismo, del moderatismo dell’antico socialismo italiano anteriore a Gramsci e al Partito Comunista d’Italia. 

Il neopositivismo del PCI pian piano degenera nell’accettazione della pseudo realtà fenomenologica come ultimo orizzonte strategico, in quella visione hegeliana per cui “il reale è razionale

”; nella “grata accettazione della realtà” della filosofia greca antica e persino- “sul tardi”, verso la fine, attraverso l’avvenuto dominio politico della piccola borghesia intellettuale sul PCI- nella, per molti versi famigerata, “gelassenheit”, la contemplazione del mondo che si fa arrendevolezza.

Ma dove trova le proprie basi materiali questa involuzione di tipo dogmatico e determinista che segna di sé il PCI dagli anni ’70 in poi, attraverso una spirale sempre più degenerata che sbocca nella Bolognina e poi nel XX° Congresso di scioglimento del PCI a Rimini, il 31 gennaio del 1991?

Possiamo qui evidenziare solo alcune tappe di un lungo percorso:

- attraverso la rottura col movimento comunista mondiale;

- attraverso una critica “da destra” (la condivisione del progetto “gorbacioviano” volto sia al sostanziale superamento dell’antimperialismo che allo smantellamento del partito comunista dell’Unione Sovietica quale forza guida del socialismo) e non “da sinistra”, come sarebbe stato necessario, (rilancio del PCUS come partito d’avanguardia, superamento della stagnazione e rilancio dell’economia sovietica anche attraverso un nuovo e proficuo rapporto tra democrazia popolare – i Soviet da ricostruire – e il potere comunista centrale);

- attraverso il progressivo abbandono del leninismo e del pensiero e la prassi di Gramsci, abbandono che si realizza anche tramite la totale rimozione della forma-partito comunista leninista-gramsciana costruita essenzialmente nei luoghi di lavoro e nello scontro diretto capitale-lavoro, recuperando invece, e appieno, l’unica istanza organizzativa conosciuta dalla Seconda Internazionale: quella della sezione territoriale che, privata dell’apporto politico e ideologico dell’organizzazione nei luoghi di lavoro, diviene il luogo di elezione della mediazione politica interclassista e di promozione dei quadri – sia a livello di direzione politica che sul piano istituzionale – non operai e non proletari;

- attraverso la piena assunzione politica e ideologica dell’eurocomunismo, una formulazione apparentemente innocua (tant’è che ancora molti militanti comunisti odierni credono che l’eurocomunismo semplicemente sia, sia stato, l’azione dei comunisti in Europa), ma che in verità rompe, eleggendo di nuovo la classe operaia europea e la sinistra europea ad avanguardie internazionali, con la visione mondiale di Lenin del processo rivoluzionario, rompe con la concezione leninista dell’anello debole della catena, con l’analisi leninista della “classe operaia aristocratica”, rompe con l’azione di spostamento sulle spalle dell’immenso mondo extra occidentale del processo rivoluzionario, recuperando appieno, l’eurocomunismo, il dogma positivista del processo rivoluzionario come “inevitabile” portato dei punti alti dello sviluppo capitalista;

- attraverso la scelta dell’ombrello della NATO come condizione migliore per la costruzione del socialismo;

- attraverso la mitizzazione dello Stato borghese e delle istituzioni borghesi come uniche vie per la costruzione del socialismo, dell’illusione di un socialismo “approvato” dallo Stato borghese;

- attraverso la scelta del compromesso storico come sbocco finale del grande processo di crescita – politica, elettorale e sociale – del PCI, in alternativa allo sbocco finale dell’accumulazione di forze verso la trasformazione sociale e la transizione al socialismo.

Una degenerazione del marxismo che, a partire dalla pulsione suicidaria del PCI e dalla negazione della propria, gloriosa, storia, si riverbererà su tutte le formazioni politiche comuniste post-PCI.

Si riverbererà sul Partito della Rifondazione Comunista, che entrerà ben presto in un trend iper movimentista alla Eduard Bernstein per il quale “il movimento è tutto e il fine è niente” e per il quale, spentosi l’ardore movimentista, lo sbocco naturale è il revisionismo marxista, il deliquio moderato e accomodante;

- si riverbererà sul partito comunista nato dalla scissione dal PRC, il PdCI, che farà dell’istituzionalismo totale, a scapito della lotta di classe, lo strumento principe per l’organizzazione del consenso elettorale e politico;

- si riverbererà sul partito comunista nato dalla scissione del PdCI, il PC, che sceglierà infine anch’esso, attraverso lo snaturamento totale della propria natura politica iniziale e la propria, sostanziale e ambigua trasformazione in altro da sé, la strada del più cieco elettoralismo quale strada maestra del proprio essere e della propria “riproduzione politica”;

- si riverbererà nel partito nato direttamente dallo scioglimento del PdCI, l’attuale PCI, che pienamente investito dalla crisi marxista italiana, scivola sempre più in una sorta di imbarazzato opportunismo filosofico, teorico e politico che lo paralizza letteralmente nell’opera di ricerca politica e teorica aperta, costringendolo persino a rimasticare un neo berlinguerismo acritico e di maniera e di tipo prettamente sentimentale ma, consapevolmente quanto idealisticamente, volto alla conquista di consenso elettorale attraverso la “nostalgia” dell’uomo Berlinguer e della sua storia personale tanto specchiata quanto ideologicamente e politicamente ambigua. 

Da notare che, attraverso questa lunga trafila di scissioni comuniste che iniziano, per non finire più, dalla sostanziale scissione di Rifondazione Comunista dal PDS, emerge un dato che assume il carattere di una coazione a ripetere: ogni partito comunista che si costituisce in Italia dopo l’autodissoluzione del PCI storico, nasce da una “gemmazione” dal partito comunista precedente e mai attraverso un progetto ideologico, politico e teorico autonomo. Di modo che ogni, piccolo, partito comunista che viene alla luce si porta dietro, a volte peggiorandoli, i difetti e i “pesi” ideologici della casa madre, nell’impossibilità, in questa muta malsana, di mettere a fuoco un proprio, autonomo profilo politico-teorico costruito nella ricerca e nella lotta antimperialista e anticapitalista e all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe.

È su questa lunga, quarantennale, “stagnazione filosofica”, culturale, politica che il marxismo italiano attuale trova le radici profonde della propria, alquanto grave, crisi.

Ed è a partire da tali constatazioni, da tale lettura dello stato delle cose, che il Centro Studi Nazionale che vogliamo chiamare “Domenco Losurdo” – poiché è nel pensiero profondo e vasto di questo di nostro grande filosofo che possiamo trovare un potente aiuto per riattualizzare e rilanciare il marxismo italiano – vorrà procedere, al fine di mettere a fuoco quei grandi temi volti alla trasformazione sociale e alla transizione al socialismo che la lunga crisi del marxismo italiano ha reso rugginosi. 

Il Centro Studi darà un ruolo centrale ai Gruppi di Lavoro tematici: questioni Internazionali e relazioni Internazionali; il primato della lotta contro la guerra imperialista, per l’uscita dalla Nato e dall’Ue; l’attualità del marxismo, la sua involuzione italiana in senso di nuovo idealista e la necessità che esso si rinvigorisca in un bagno di realtà, attraverso l’analisi compiuta della natura dell’attuale scontro di classe; la degenerazione antidemocratica dello Stato borghese e la diffusa illegalità come produzione della stessa degenerazione dello Stato borghese; le fondamentali questioni dell’Economia e dell’Economia Politica; la centralità del lavoro, del conflitto capitale-lavoro e le questioni sindacali; l’esigenza politico-teorica (altra lezione di Losurdo) di intrecciare la lotta per i diritti sociali con quella per i diritti civili, prendendo le massime distanze da quelle posizioni “comuniste” e volgarmente neo machiste e persino neo razziste che, constatando la rimozione (reale) da parte della sinistra radical del conflitto di classe, tentano di rimettere al centro (a parole) il conflitto capitale-lavoro demonizzando i diritti civili, in un rovesciamento politico-filosofico contrario e speculare a quello della sinistra radical e che ottiene come unico obiettivo quello di impoverire ancor più il già macilento marxismo italiano.

I Gruppi di Lavoro Tematici del Centro Studi saranno l’architrave del lavoro complessivo del Centro Studi: a tali Gruppi sarà dato il compito di produrre elaborati, i più alti possibile, sul piano della ricerca marxista, affinché poi questi elaborati, dall’organizzazione del Centro Studi, vengano popolarizzati, portati alla discussione, al confronto con “la classe”, con gli intellettuali e con le giovani generazioni, divenendo temi di Convegni e di iniziative pubbliche, nelle città e nelle università, nelle fabbriche e nelle scuole, giungendo ad essere materia per la Formazione e per le Scuole Quadri che il Centro Studi intende aprire al nord, al centro e al sud del Paese.

Il Centro Studi sta conquistando a sé, in quest’ottica generale, di giorno in giorno nuove e prestigiose adesioni, tra le tante quella del filosofo Silvano Tagliagambe, erede intellettuale in Italia di Ludovico Geymonat e della sua filosofia della scienza; di Carlo Formenti, sociologo e saggista volto al rilancio antidogmatico del pensiero e della prassi del marxismo; di Mariella Cao, leader storica delle grandi lotte contro le Basi nucleari USA e NATO in Sardegna, del professor Giancarlo Costabile, docente di pedagogia dell’antimafia all’università della Calabria; del professor Federico Martino, giurista, docente all’università di Messina e particolarmente incline a lavorare sul tema della “rivoluzione in Occidente”; di Erdmuthe Brielmayer, la vedova di Domenico Losurdo e traduttrice in tedesco di tante opere di “Mimmo”, di Domenico Gallo, presidente emerito di sezione della Corte di Cassazione e già senatore della Repubblica, di Nunzia Augeri, saggista, storica della Resistenza, traduttrice in italiano, tra l’altro, delle opere di Samir Amin e dell’opera “Oltre il capitale”, del filosofo ungherese István Mészáros, di Evgheni Utchin, già docente di Matematica ed Economia all’università “Lomonosov” di Mosca, giornalista e politologo; collaboratore di Literaturnaja Gazeta, Rossijskaja Gazeta e, in Italia, de “Il Fatto Quotidiano” e tanti e tante altre i cui nomi prestigiosi troverete nella lunga lista di adesioni al Centro Studi. 

Una lunga lista nella quale campeggiano anche i nomi di diversi leader delle lotte operaie nelle grandi fabbriche italiane e i nomi di dirigenti del movimento operaio e sindacale italiano. Poiché – e su questo il Centro Studi lavorerà – solo il connubio tra intellettuali e quadri operai, tra l’intelligenza delle accademie e l’intelligenza delle fabbriche potrà farci cogliere l’obiettivo del rilancio del marxismo italiano, per il quale obiettivo il Centro Studi “Domenico Losurdo” è nato e vuole impegnarsi.

 




 

 








 













Quando la denuncia ideologica serve solo a coprire l'assenza di linea politica 


Con questo post inauguro il nuovo corso di questo blog. Infatti ho deciso di smettere di alimentare il mio profilo Facebook (in considerazione dei limiti sempre più stringenti che tendono ad allineare la piattaforma ai criteri imposti dal "pensiero unico" veicolato dai media mainstream; della sua efficacia limitata come veicolo di informazione/mobilitazione relativa a eventi politici, culturali e sociali; dell'insipienza di dibattiti in cui la ricerca narcisistica di visibilità prevale sul confronto costruttivo delle idee; dell'impossibilità di andare a fondo sui temi affrontati nei post in quanto quelli troppo lunghi non vengono letti, per cui si finisce per esprimere "opinioni" piuttosto che pareri motivati). In conseguenza di questa scelta il blog non ospiterà solo articoli lunghi di taglio teorico come è stato finora, ma anche brevi commenti sull'attualità politica, culturale e mediatica, come quello che trovate qui di seguito.

Non sono un fan di Travaglio, anche se gli riconosco straordinarie doti di polemista. Nei suoi articoli, le osservazioni puntute e intelligenti si mischiano spesso a luoghi comuni e cliché tipici di quella sinistra liberale che, dai Girotondi a oggi, passando per l'M5S nelle sue varie (e a dir poco contraddittorie) incarnazioni, ben poco hanno inciso nella lotta contro le lobby finanziarie, industriali e politiche che governano questo Paese in nome degli interessi della NATO e del capitalismo mondiale. Ciò detto, nel suo fondo sul "Fatto quotidiano" di oggi (martedì 6 giugno) ci azzecca in pieno: dopo aver ironizzato su una pseudo(opposizione) di sinistra che si limita a etichettare come fascista l'attuale compagine governativa, in assenza di qualsiasi seria riflessione storica sul "vero" fascismo degli anni Trenta, ma soprattutto cadendo nella trappola dell'effetto "al lupo al lupo" (se tutto è fascismo nulla è fascismo) ed emettendo ipocrite condanne su pratiche "autoritarie" (leggi lottizzazione Rai) che nessuna forza politica al governo si è mai risparmiata, si domanda quali discorsi sarebbero assai più mobilitanti per un elettorato che si è rifugiato in massa nell'astensione. Ecco la risposta: denuncia della guerra ai poveri (mezzo milione senza reddito di cittadinanza da luglio), denuncia del folle bellicismo atlantista, denuncia dei disastri su Pnrr e 110%, "schiforme" su giustizia penale, miliardi "buttati nel Ponte e in altri regali a ricchi e ladri, promesse tradite su bollette e accise. Condivido parola per parola. Naturalmente manca qui del tutto una strategia politica in grado di inquadrare queste parole d'ordine in un progetto di trasformazione sistemica. Ma non è questo che possiamo chiedere a Travaglio e al suo giornale. Questo sarebbe piuttosto quanto aspettarsi da una forza socialcomunista degna di tale nome che, purtroppo, sappiamo che oggi in Italia non esiste.

lunedì 17 aprile 2023

Si dice occhio ai rischi della IA
ma si legge occhio alla minaccia cinese 

Ricevo da Fosco Giannini (direttore della rivista "Cumpanis") questo articolo che riflette sugli obiettivi dell'appello di Elon Musk contro "i seri rischi per l'umanità" associati alla ricerca sull'Intelligenza Artificiale: il vero bersaglio del magnate americano, sostiene l'autore, non sono le minacce generate da una ricerca scientifica fuori controllo bensì il timore che i rapidi progressi della Cina in questo settore (che ha fondamentali ricadute sia in campo industriale che in campo militare) possano mettere in discussione l'egemonia americana sul piano tecnologico e scientifico. 


                                    

Elon Musk e l’Appello del capitalismo contro la scienza e contro la Cina  


di Fosco Giannini


L'occhio di Hal 9000, l'incubo tecnologico di 2001 Odissea nello spazio




Nel marzo 2023 il “Future of Life Institute” lancia un Appello attraverso il quale oltre mille accademici, intellettuali, tecnici e imprenditori delle tecnologie digitali, in buona parte nordamericani, denunciano, per ciò che specificamente riguarda l’Intelligenza Artificiale (Ai), “seri rischi per l’umanità”.

Innanzitutto: che cos’è il “Future of Life Institute”? È “un’associazione di volontariato impegnata a ridurre i rischi esistenziali che minacciano l’umanità, in particolare quelli che possono essere prodotti dall’Intelligenza Artificiale”. Un’associazione molto americana e con sede a Boston, e la doppia notazione potrà essere utile in sede di analisi dell’Appello che lo stesso “Future of Life Institute” ha lanciato.


L’Appello, all’interno della propria denuncia generale, chiede una moratoria di sei mesi per ciò che riguarda la ricerca relativa al sistema di Ai denominato Gpt4, un sistema ancor più sofisticato e potente rispetto al già rivoluzionario sistema ChatGpt. Quest’ultimo, acronimo di Generative Pretrained Transformer, è sinteticamente definito, dagli scienziati, come “uno strumento di elaborazione del linguaggio naturale che utilizza  algoritmi avanzati di apprendimento automatico  per generare risposte simili a quelle umane all’interno di un discorso”.  Nell’essenza: il ChatGpt è definibile come un mezzo tecnologico dell’Ai volto alla costruzione di una relazione più attiva tra macchina ed essere umano. Mentre il nuovo Gpt4 è definito sinteticamente dalla letteratura scientifica come “un modello linguistico multimodale di grandi dimensioni, un modello di quarta generazione della serie GPT-n”. Un modello creato da OpenAi, un laboratorio di ricerca sull'intelligenza artificiale con sede a San Francisco, con Elon Musk come co-fondatore.


E attraverso questa puntualizzazione (Elon Musk come co-fondatore del Gpt4) si può iniziare a decodificare “politicamente” il senso ultimo di questo Appello lanciato dagli oltre mille “addetti ai lavori” – “addetti” sia sul piano scientifico che imprenditoriale – che getta allarme sull’Ai e sullo stesso Gpt4, chiedendo addirittura di sospendere per almeno sei mesi la ricerca scientifica su questo modello di ultima generazione. 

Perché si può iniziare a leggere politicamente (ed economicamente) l’Appello attraverso il fatto che Elon Musk sia co-fondatore del Gpt4? Perché Musk è anche, e in apparenza surrealisticamente, anche il primo firmatario e “capocordata” dell’Appello. Un Appello contro se stesso?


Ma chi è Elon Musk? 

Elon Reeve Musk, probabilmente l’uomo più ricco del mondo, è un imprenditore sudafricano con cittadinanza canadese e naturalizzato statunitense. È come si può leggere dalla sua biografia ufficiale – “fondatore, amministratore delegato e direttore tecnico della compagnia aerospaziale SpaceX, fondatore di The Boring Company, cofondatore di Neuralink e OpenAi, proprietario e product architect della multinazionale Tesla e proprietario e presidente di Twitter”. Sta, inoltre, lavorando ad una compagnia mondiale per un sistema di trasporto ad altissima velocità denominato Hyperloop. 

Un proto capitalista, se mai ve n’è stato uno. Un imprenditore su scala mondiale che incarna in sé l’essenza imperialista. Un ricercatore strenuo e senza scrupoli di profitto, come dimostra il fatto che è stato, e molto probabilmente lo è ancora, un venditore privato di droni da guerra e altri sistemi bellici ad altissima densità scientifica a Zelensky per il conflitto contro la Russia. Un imprenditore contemporaneo che “santifica” le proprie merci (spesso in verità diaboliche, come quelle militari) attraverso l’aureola dell’iper modernità “positiva” e “liberatrice” dell’individuo.


Elon Musk



Dunque, Elon Musk (che al contrario di quel Lorenzo Valla del quale, incongruamente, pare indossare sui “media” l’immagine umanista, è piuttosto l’esatta proiezione contemporanea di quell’agente del capitalismo belga (Kurtz) che nel “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad semina l’orrore imperialista in Congo per poi riconoscere il proprio assassinio e il proprio abominio pronunciando le parole finali, “Quale orrore! Quale Orrore!”) è il capofila dell’Appello critico verso l’Ai e il Primo Crociato, in apparenza, in difesa di un’umanità minacciata dalla tecnologia digitalizzata. Ancora: in difesa – vestito da filosofo umanista da se stesso imprenditore imperialista?


Una gag sui pericoli della seduzione della IA  



Entriamo, allora, per la questione dirimente che affronta, densa di contenuti per il futuro dell’umanità, del proletariato mondiale e per la lotta di classe a livello planetario, nel cuore dell’Appello lanciato dal “Future of Life Institute” di Boston. 

La prima questione da enucleare è quella che lo stesso Massimo Gaggi, giornalista del “Corriere della Sera”, evidenzia nel suo articolo di giovedì 30 marzo sul quotidiano di via Solferino, dal titolo “Perché l’intelligenza artificiale spaventa i re della tecnologia”.

Scrive Gaggi, riferendosi all’Appello: “Suscita qualche sospetto: ad alcuni il messaggio appare troppo enfatico, altri sottolineano come sia impensabile fermare il lavoro dei ricercatori. Non sarà che si vuole semplicemente rallentare l’integrazione della tecnologia degli scienziati di OpenAi nei prodotti Microsoft in attesa che gli altri concorrenti recuperino il gap? Nel mondo della Silicon Valley il buonismo delle origini è stato da tempo travolto dalla logica della massimizzazione del profitto importata da Wall Street… E gli scettici sottolineano il fatto che Sam Altam, fondatore di OpenAi e padre di Chat Gpt, non abbia firmato la lettera…”.


Gaggi, da una postazione non certamente anticapitalista, come quella del “Corsera”, mette tuttavia il dito nella piaga. L’Appello capeggiato dal pirata capitalista Elon Musk ha, innanzitutto, tutti i crismi di un documento politico atto alla lotta inter-capitalista, inter-imperialista, per la conquista dei mercati: Musk, co-fondatore di Gpt 4, in ritardo tecnologico rispetto al sistema Chat Gp, chiede alla OpenAi di Sam Altman (OpenAi della quale, nella sua versione di capitalista tentacolare, Musk fa parte), produttrice di Chat Gp, di fermarsi. Per sei mesi, ma di fermarsi, gettando ombre inquietanti sullo stesso sistema Chat Gp.

Ma è del tutto evidente che l’attacco di Musk e della frazione capitalista e imperialista che questo corsaro nero del capitalismo mondiale rappresenta, nei mercati internazionali e nell’Appello, non è diretto solo contro la OpenAi guidata da Sam Altman (che infatti non firma l’Appello), non è diretta solo contro la Microsoft di Bill Gates (che come Altam non firma l’Appello),ma soprattutto, con lo sguardo visionario del grande imperialista, è diretta contro i sistemi produttivi, ormai ad altissimo tasso tecnologico, della Cina e dell’India.


In Cina, l’utilizzo in ogni segmento del sistema produttivo generale, in ogni area dell’attività sociale e nel campo militare delle tecnologie digitali e dell’Ai è un obiettivo da tempo messo a fuoco e ritenuto centrale per lo sviluppo generale cinese, un obiettivo strategico che molto ha preso slancio sin dal “Piano di attuazione triennale Internet+ e Produzione intelligente 2025” che dal “Piano di sviluppo dell’industria robotica 2016-2020″, per essere poi rilanciato con forza anche dall’ultimo Congresso del Partito Comunista, il XX°, celebrato nell’ottobre del 2022.


In seguito a questa “pianificazione” politico-economico-tecnologica, oggi la Cina va decisamente superando gli USA anche nel campo tecnologico avanzato e specificatamente in quello dell’Ai. Dalle università e dalle aziende ad altissimo tasso tecnologico di Pechino la nuova frontiera dello sviluppo tecnologico va rapidamente irradiandosi in tanta parte delle università e delle fabbriche cinesi: università, aziende e fabbriche sotto il segno della tecnologia digitalizzata e dell’Ai e in grandissima parte sotto il controllo pubblico. E ciò proprio perché, per la Cina socialista, l’intelligenza artificiale riveste un ruolo di fondamentale importanza, non solo come cardine per una vincente competizione mondiale sui mercati d’avanguardia, ma anche come motore centrale per un nuovo ciclo – ritenuto imprescindibile dalla Cina di Xi Jinping di rivoluzione scientifica e industriale nazionale.

Oggi, in seguito al fortissimo impulso dell’ultimo ventennio operato dal socialismo cinese e ai suoi titanici investimenti sul campo della tecnologia digitalizzata e dell’Ai, anche l’intera intelligenza artificiale cinese sta vivendo uno sviluppo senza paragoni sul piano mondiale. Progressi enormi e persino inaspettati nella loro grandezza ottenuti sui diversi campi big data, cloud computing, internet, robotica, tecnologia dell’informazione, auto elettriche, tecnologia aerospaziale e, appunto, Ai. Con una conseguente e alta discussione filosofico-politica in relazione al rapporto uomo-macchina, uomo-macchina intelligente, macchina intelligente-macchina intelligente. 

Una vasta discussione filosofico-politica su questi temi che si inserisce all’interno di quella vera e propria “effervescenza culturale” (“wenhua re”, ossia “febbre culturale”, “frenesia culturale”) che contraddistingue non solo l’attuale mondo accademico e intellettuale cinese, ma che si popolarizza attraverso una grande e positiva grancassa di dibattiti sostenuta anche da una sempre più vasta rete editoriale di stampo filosofico, letterario e culturale. Un fenomeno, peraltro, che contraddice platealmente e sonoramente quell’immagine di Paese chiuso e autocratico che l’Occidente affibbia alla Cina attuale. Una Cina odierna che vede la presenza di almeno una settantina di diverse riviste di filosofia – in discussione dialettica tra loro – a fronte delle quattro riviste che vi erano prima della fase Deng e, solo in apparenza paradossalmente, nella stessa fase della Rivoluzione Culturale. 

I progressi tecnologici sono stati naturalmente messi a valore anche sul versante militare, in grande, e necessitato sviluppo di fronte alla crescente aggressività bellica USA e Nato, a partire dal progetto secessionista per Taiwan sostenuto dagli USA. Le aziende cinesi di intelligenza artificiale detengono il 70% delle quote mondiali del mercato dei velivoli senza pilota. Imprese colossali come  Tencent, Alibaba, TikTok e Jingdong sono stabilmente piazzate ai primi posti, a livello planetario, nel mercato degli algoritmi, registrando ogni anno il maggior numero di brevetti. Ed è tutto questo che allarma il capitalismo mondiale e quello nordamericano, con Elon Musk in testa. 

Un progetto generale di informatizzazione e automazione del Paese che trova, in Cina, un terreno già reso fertile dalle grandi “riserve intellettuali” del popolo cinese, nel senso che l’inclinazione alla matematica e alla scienza applicata fa parte del senso comune di massa del popolo cinese, nasce da testi antichissimi come “Il libro dei procedimenti matematici”, dalla stessa vocazione alla scienza e alla tecnologia delle grandi dinastie Han e Tang (la prima inizia nel 206 a.C. e la seconda finisce nel 907 d.C.) ed è ispirato da grandi matematici come Qin Jiushao (1202-1261 circa). La stessa inclinazione cinese verso il marxismo scientifico e non verso “il marxismo esistenzialista” (come il grande filosofo marxista Domenico Losurdo notava) trova, forse, le sue basi materiali anche in questa antica “riserva intellettuale scientifica” del popolo cinese.


Ma anche l’India, scegliendo la strada obbligata (al fine di evitare una colonizzazione tecnologica e dunque economico-politica da parte di altre potenze) del pieno sviluppo informatico e legato all’Ai, sta bruciano le tappe al fine di potersi presentare, entro un decennio, come una delle grandi nazioni tecnologiche del pianeta e malgrado possibilità, disponibilità e asset per ora diversi da quelli di  Usa e Cina, anch’essa va rapidamente attrezzandosi per essere protagonista della quarta rivoluzione industriale a livello mondiale. Peraltro, il già significativo e oggettivo sviluppo strutturale indiano nel campo informatico e dell’intelligenza artificiale (basti pensare a quanta sia vasta “l’esportazione”, negli USA, dei tecnici e degli ingegneri informatici indiani) è totalmente funzionale e dunque assolutamente necessario al progetto volto a trasformare stabilmente l’India in un polo  manifatturiero globale (“make in India”) integrato nelle catene mondiali del valore e volto a conquistare sia l’autosufficienza (“atmanirbhar bharat”), che ad aprire il proprio, sterminato, mercato interno. 

 Anche lo sviluppo indiano, dunque, popola gli incubi delle multinazionali nordamericane dell’informatica e dell’intelligenza artificiale. Anche Nuova Delhi ha spinto Musk e i mille firmatari dell’Appello del “Future of Life Institute” a chiedere che le aziende produttrici del sistema avanzato Gpt4 sospendano le ricerche. E non certo per “i rischi esistenziali che minacciano l’umanità”, ma ben più banalmente e prosaicamente per i rischi di perdere. In un periodo medio-lungo, profitti e leadership mondiale nel campo dell’informatica e dell’Ai.



L’Appello dei mille accademici, intellettuali, tecnici e imprenditori, con il suo carico di critica ombrosa ed equivoca nei confronti del sistema di Ai Gpt4 (come se il sistema ChatGpt, in sé e nel suo intrinseco e inevitabile sviluppo, non ponesse le stesse questioni relative al rapporto uomo-macchine) evoca essenzialmente la questione della concezione filosofica della scienza. 

È del tutto evidente che la richiesta di sospensione della ricerca scientifica in relazione al sistema Gpt4 espressa dall’Appello sia segnata da una disarmante quanto volgare (innanzitutto sul piano filosofico) pulsione idealistica. Essa somiglia, nella sua totalità idealistica, al tentativo di ratifica della “fine della storia” che venne tanto disinvoltamente quanto infantilmente lanciato da Francis Fukuyama un poco prima (1989, di fronte ad un’era Gorbaciov in evidente e gravissima crisi) e subito dopo l’autodissoluzione dell’Unione Sovietica.

In verità, esattamente come per la storia, il processo di sviluppo della scienza non è arrestabile. E tale asserzione nulla ha a che fare chi scrive sente la necessità di affermarlo con quella concezione feticista dello “sviluppo delle forze produttive” che nella vastissima ala storica del movimento operaio e socialista, da Kautsky a Turati sino alla versione socialdemocratica del PCI, sfociava in quel pigro accomodamento positivista svuotato di pulsione e prassi rivoluzionaria in nome di un comunismo immanente allo stesso sviluppo capitalistico: se il comunismo è immanente e sarà lo sviluppo delle forze produttive capitalistiche a deciderne la genesi, perché anticipare “maldestramente” la storia? Perché immettere una soggettività rivoluzionaria nel fluire predeterminato del divenire? 

A questa distorsione, come sappiamo, risposero Lenin, Gramsci, Mao Zedong, Fidel Castro, Ho Chi Minh attraverso la riproposizione dell’elemento soggettivo nella storia, attraverso la rottura dell’anello debole della catena.


Nemmeno vogliamo affermare la neutralità della scienza e del suo impiego nella produzione di merci (da quelle che ingolfano e deturpano la nostra vita, automobili e cellulari, alle armi da fine mondo).

Ciò che vogliamo affermare, rimarcando l’impossibilità oggettiva della fine dello sviluppo scientifico, della sua “sospensione”, come chiedono ambiguamente Musk e i suoi “mille”, è che in questo modo di approcciarsi alla scienza riappaiono sia la deleteria superstizione mistico-religiosa tendente a consegnare a Dio i misteri della vita e dell’energia, che un neo luddismo ingannatore del movimento operaio complessivo e antirivoluzionario.


Proponiamo qui, poiché ci sembrano molto utili alla nostra riflessione, alcune righe del primo capitolo (“La cassetta degli attrezzi”), facente parte dell’ultimo libro di Carlo Formenti “Guerra e Rivoluzione”. Scrive Formenti, dopo aver elencato i primi punti relativi ad una certa e vasta superfetazione dello sviluppo delle forze produttive: “infine la fede nel potere di emancipazione delle forze produttive, che ha impedito a Marx (ma anche a Lenin e Gramsci) di cogliere appieno il carattere distruttivo della tecnologia al servizio del capitale”.

Appunto, sottolineiamo noi a partire da Formenti: quella al servizio del capitale, non della tecnologia in sé, non dello sviluppo della ricerca scientifica in sé.


Oggi sappiamo che la fusione nucleare (quella auspicata dalla grande astrofisica – comunista Margherita Hack) sarebbe la positiva risposta planetaria all’esigenza di energia. L’energia che scaturisce dalla fusione nucleare, la stessa prodotta dal sole e dalle stelle, essendo priva di scorie radioattive, superando il problema della temporalmente lunghissima e devastante decantazione degli isotopi radioattivi liberati, sarebbe la risposta all’esigenza di energia dei popoli e degli Stati poveri del mondo, che potrebbero dotarsi di una grande, infinita energia pulita funzionale al loro sviluppo economico e sociale liberandoli dal giogo imperialista.

Oggi, la scienza si sente vicina alla possibilità di produzione di energia (infinita e possibile per tutti i popoli del mondo) attraverso la fusione nucleare positiva, cioè priva di scorie radioattive.

Ma come si è giunti a questa, ancora in fase di studio ma ormai quantomeno fortemente verosimile, fusione nucleare?


Attraverso la scoperta della fissione nucleare, la stessa che portò alla costruzione della bomba atomica e al suo criminale sganciamento, da parte degli USA – ancora unico e solo Paese al mondo ad aver distrutto intere città e intere popolazioni con l’arma radioattiva su Hiroshima e Nagasaki.

Quando Otto Hahn e Fritz Strassmann, il 6 gennaio del 1933, documentarono sulla rivista “Die Naturwissenschaften” la scoperta della fissione dell’uranio, i grandi fisici del mondo, da Niels Bohr ad Enrico Fermi, compresero immediatamente l’immensa portata, ai fini dello sviluppo umano, ai fini della liberazione dell’umanità dal lato oscuro della Natura, che la scoperta recava in sé. Compresero immediatamente quanto fosse liberatoria, per l’umanità, la possibilità di produzione infinita di energia. 

Ci furono, naturalmente, anche scienziati, fisici, come l’ungherese Leó Szilárd, che riuscirono sin da subito a mettere a fuoco la dialettica dai caratteri anche nefasti e “demoniaci” insita nella scoperta della fissione dell’uranio: la possibilità, cioè, che assieme a tanta energia elettrica si potesse giungere anche a produrre la bomba atomica per uso militare. Di straordinario valore scientifico ed etico, a questo proposito, fu il carteggio tra Szilárd ed Einstein, il quale, pur apprezzando la scoperta dal punto di vista scientifico, metteva anch’egli in rilievo le possibilità nefaste della fissazione dell’uranio. E la sorprendente spregiudicatezza anti umanistica e il cinismo delle classi dirigenti americane gli dettero ragione.


Ma la storia ha assodato almeno tre questioni cardinali: 

- primo: solo a partire dalla scoperta della fissione nucleare in un tutt’uno dialettico la scienza oggi può concretamente giungere alla fusione nucleare, priva di rischi e capace di produrre, a costi possibili per tutti, energia pulita per ogni popolo del mondo, liberando gli stessi popoli dal potere dei detentori e dei produttori di gas e petrolio, dal potere imperialista delle compagnie petrolifere e dall’intera “governance” imperialista;

- secondo: il flusso della scienza, come quello della storia, non è sospendibile da un decreto politico, da un ordine umano di qualsiasi natura: ciò evocherebbe soltanto, assieme al risultato che la scienza proseguirebbe comunque il suo inevitabile corso, un regime dittatoriale oscuro e folle, antistorico e antiumano;

- terzo: che il vero problema, come insegna storicamente il fatto che l’atomica è stata usata solo dall’imperialismo americano, è quello di quale ordine politico, sociale, morale gestisce, padroneggia, mette a valore la scienza. O un ordine volto ad uno sviluppo sociale egualitario e alla fine del dominio di una parte ristretta dell’umanità sulla sua parte immensamente più grande, un ordine che sulla struttura materiale del socialismo proietti una sovrastruttura etico-morale fortemente umanistica e antitetica alla guerra; oppure un ordine segnato dall’“esigenza” strutturale del profitto e della spoliazione mondiale, del loro mantenimento e dunque della guerra e dell’uso – legittimato e consentito dalla stessa “morale” capitalista di sempre più orrendi ordigni bellici (chissà cosa, oltre il nucleare) per vincere la guerra di classe mondiale. 


La certezza dell’esistenza del rapporto dialettico tra fissione nucleare e fusione nucleare (senza la prima non potrebbe, non potrà esserci la seconda), come del rapporto dialettico, per ciò che riguarda l’intelligenza artificiale, tra il sistema ChatGpt e il sistema Gpt4, rimanda direttamente al problema della concezione filosofica della scienza, che in Elon Musk e i suoi seguaci imperialisti sembra piuttosto essere una sorta di materia inerte, indipendente dalla storia, dallo spazio e dal tempo, subordinabile al profitto e plasmabile, a loro piacimento, dai padroni della terra. 

In verità, l’insopprimibile natura dialettica della scienza, che un potere umanamente “giusto” (e quello più giusto che oggi storicamente conosciamo è il potere politico socialista) può piegare agli interessi dei popoli ma che anch’esso non può fermare, è stato chiarito in modo insuperabile da Ludovico Geymonat, non per niente il più grande filosofo italiano della scienza e tra i più grandi filosofi europei. Marxista, peraltro, col marxismo che segna il suo intero pensiero. 


In un’estrema e rozza sintesi possiamo affermare che tutta la lotta filosofico-politica di Ludovico Geymonat è diretta a battere quel positivismo filosofico e politico che, in Italia, lungo l’asse crociano-gentiliano, riduce, ossifica la storia e la scienza attorno ad “assoluti” tanto idealisti quanto irrazionali che “dettano”, nel processo storico, tutti i tempi del divenire dogmatico (prima il pieno sviluppo capitalistico e poi la rivoluzione, che tanto serve ai Turati al fine di non fare mai la rivoluzione...), rimuovendo ogni azione soggettiva della “classe”, delle avanguardie, dei popoli, e nella scienza fissando gli “assoluti” – o, nella migliore ipotesi, il nocciolo duro degli “assoluti” di ogni tempo presente. Mentre Geymonat, rimarcando le fasi a strappi della scienza, le sue crisi violente, i suoi cicli di continua negazione di sé e di una continua e nuova riproposizione di sé, immette la stessa scienza nel fluire della dialettica storica, del materialismo dialettico, negando così ogni “assoluto” della scienza, come della storia. Non per niente Geymonat prende chiaramente a supporto delle sue tesi anche il Lenin di “Materialismo ed empiriocriticismo”, quel Lenin inevitabilmente non compreso da quel marxismo occidentale ancora malato di “hegelismo di sinistra”, quel Lenin che, strapazzando Ernst Mach, ricolloca al centro il materialismo dialettico.


Una riproposizione della scienza come un fluire vivo e inarrestabile nel suo svolgersi dialettico che, se ve n’era bisogno, ridicolizza la richiesta di Musk e dei seguaci imperialisti di “sospensione” (per ordine politico? Per ordine giuridico? Per uno stesso contraddittorio ordine “scientifico”?) della ricerca scientifica, richiesta tanto malmostosa poiché dietro essa, come abbiamo visto, si nasconde un’altra e indicibile verità: la paura storica di perdere la partita del secolo, innanzitutto a favore della Cina, sulla tecnologia digitale e sulla Ai e con essa perdere profitto ed egemonia imperialista. Le stesse paure che spingono gli Usa e la NATO, peraltro, alla guerra contro la Cina attraverso, per ora, la guerra contro la Russia. 


Ma vi è un’altra questione dirimente, nella medioevale richiesta, da parte di Musk e dei suoi “mille”, di critica – da postazioni oscure che sfruttano la superstizione alla scienza e nella conseguente richiesta di sospendere il fluire della scienza: la paura, pienamente consapevole o meno, ma comunque politicamente agente, di non poter controllare il prodotto sociale dello sviluppo scientifico, di non poterlo più subordinare al profitto capitalistico.


È del tutto evidente, infatti, che lo sviluppo pieno dell’intelligenza artificiale oltre i problemi oggettivi che potrà produrre nel rapporto tra macchina e uomo, problemi affrontabili e risolvibili solo da un potere rivoluzionario e antitetico ai disvalori anti umanistici capitalisti – produrrà un contesto sociale nel quale la richiesta di forza-lavoro tenderà sempre più a ridursi, sino alla fuoriuscita, in un mondo ancora capitalista, di centinaia di milioni di esseri umani dalla produzione, sostituiti da robot sempre più intelligenti e capaci. In questo contesto si porrà la questione, che già segna il presente e ancor più segnerà il futuro, della riduzione secca dell’orario di lavoro a scapito del profitto capitalista. Una contraddizione forse finale che difficilmente il capitalismo potrà sopportare, se non cambiando strutturalmente i propri connotati e la propria concezione del rapporto forza-lavoro/capitale, del mercato e del mondo (e una trasformazione così profonda di sé appare impossibile persino alla luce delle grandi capacità di adattamento ai tempi continuamente nuovi che il capitalismo ha sempre dimostrato).


Una contraddizione, quella capitalistica, che potrebbe essere segnata da una ciclopica crisi di sovrapproduzione inevitabilmente prodotta dal dispiegamento globale dell’Ai, probabilmente impossibile da portare a sintesi, comunque di difficilissima soluzione per il capitale, quanto densa di spinta rivoluzionaria per la “classe”, per il mondo del lavoro e del non lavoro, per le avanguardie. Una contraddizione nefasta e infelice per il capitalismo quanto felice per “la classe”, per il proletariato, per l’umanità nel suo insieme, se è vero, come è vero, che “il lavoro è la lotta dell’uomo contro la natura” (Marx) e, come ogni lotta, ha in sé una dose massiccia di sofferenza da cui liberarsi. Lo sviluppo della scienza, al di là di ogni superstizione pseudofilosofica e nichilista, è anche liberazione dell’uomo e della donna dal lavoro. La gestione della dialettica della scienza da parte di un potere rivoluzionario vorrà dire rendere la scienza funzionale alla liberazione umana. Non più, com’è inscritto nell’Appello di Elon Musk, al profitto capitalista. 


 


lunedì 3 aprile 2023

ELOGIO DEI SOCIALISMI IMPERFETTI


Fra qualche giorno sarà in libreria il Secondo Volume di "Guerra e rivoluzione"  (del Primo Volume, intitolato "Le macerie dell'Impero", ho dato alcune anticipazioni su questa pagina un paio di mesi fa, poco prima che uscisse). Il tema di fondo di questa seconda parte del lavoro è il socialismo: in che misura i Paesi che oggi si definiscono socialisti meritano di essere definiti tali, qual è il contributo che le loro esperienze possono dare alla rinascita del marxismo occidentale e alla ripresa di un progetto di trasformazione socialista nei nostri Paesi? Qui di seguito anticipo alcuni stralci dalla Nota conclusiva alla Prima Parte, dedicata alla Rivoluzione cinese e alle rivoluzioni latinoamericane. 







Conclusioni alla Prima Parte del Secondo Volume


I tre capitoli di questa Parte contengono quella che considero la tesi più importante del libro: contro i “puristi” che sostengono che oggi nel mondo non esiste alcun Paese socialista, ma solo differenti forme di capitalismo in competizione reciproca, io sostengo che nel mondo i socialismi esistono, anche se “imperfetti”. Imperfetti non perché non corrispondono al modello ideale elaborato da Marx ed Engels e rimasto sostanzialmente immutato in tutta la storia novecentesca. Chi ha letto il primo Volume, sa che considero quel modello del tutto obsoleto, sia perché frutto di elaborazioni condotte in un contesto economico, politico e sociale radicalmente diverso dall’attuale, sia perché ibridato con paradigmi – evoluzionismo, positivismo, progressismo e modernismo borghesi, ecc. – estranei alle stesse fondamenta della ontologia sociale marxiana (1). Né a rendere imperfetti questi socialismi  è il fatto che si tratta di formazioni sociali in cui permangono il mercato e la proprietà privata (2), bensì il fatto che, pur avendo incredibilmente migliorato le condizioni della stragrande maggioranza delle persone che in esse vivono e lavorano, convivono con una serie di contraddizioni che ne rendono imprevedibile l’ulteriore evoluzione. Si tratta cioè di società in transizione che potranno approdare a esiti differenti in base all’evoluzione delle contraddizioni di cui sopra, e ancor più in base ai rapporti di forza che riusciranno a instaurare con i Paesi capitalisti del blocco occidentale (...).


Tutto questo ci porta alla guerra che Stati Uniti ed Europa hanno scatenato non solo contro questi Paesi ma anche contro tutti quelli che, pur non essendo socialisti, tentano di sottrarsi al loro dominio. Molti marxisti occidentali vedono, in questa alleanza “spuria” fra Paesi in via di sviluppo con regimi fra loro ideologicamente assai diversi, l’ulteriore conferma del fatto che Paesi come Cina, Bolivia, Venezuela, Cuba non sono “veramente” socialisti. Analogamente  non viene digerito il fatto che queste nazioni mantengono un ferreo controllo politico sulle dinamiche di mercato presenti al proprio interno, il che induce a definirli totalitari e antidemocratici (laddove si intende che l’unica “vera” forma di democrazia è, per definizione, la democrazia rappresentativa occidentale). Tali accuse non vengono rivolte solo alla Cina, dove vige un regime di partito unico, ma anche a Bolivia e Venezuela, benché in questi Paesi le forze rivoluzionarie siano andate al potere per vie legali e abbiano continuato a governare rispettando le procedure della democrazia formale (...).


Nel discutere di questi e altri problemi ho richiamato l'attenzione  sulle molte e significative differenze fra il sistema cinese e i socialismi latinoamericani. Ritorno sul tema evidenziando alcuni aspetti emersi nel corso dell’analisi. Il più importante mi pare il seguente: il PCC ha costruito letteralmente ex novo lo Stato cinese, già demolito dalla colonizzazione occidentale e poi definitivamente dissolto da decenni di guerra civile e di lotta contro l’invasione giapponese, il che vuol dire che dispone di un poderoso strumento progettato “su misura” per le esigenze del processo rivoluzionario. Tutti i processi rivoluzionari latinoamericani hanno invece ereditato Stati plasmati da secoli di dominio borghese e coloniale, con caste burocratiche, giuridiche, militari e accademiche abituate a servire gli interessi delle élite dominanti e in larga misura provenienti da quelle stesse élite. Ciò ha creato gravissimi problemi nell’implementazione dei progetti di trasformazione sociale dei governi post-neoliberisti. Problemi altrettanto gravi ha creato la necessità di far convivere le nuove istituzioni di democrazia diretta e partecipativa inserite nelle Costituzioni approvate dopo le rivoluzioni  con la democrazia rappresentativa. 


Una seconda differenza strategica si riferisce al ruolo delle classi medie. Anche in questo caso la Cina è in vantaggio: un partito e uno Stato espressione di una rivoluzione eminentemente contadina hanno in qualche modo potuto “dosare” la crescita delle classi medie, educandole ad accettare e condividere i valori del progetto socialista. Viceversa in America Latina sussistevano, e sussistono, ampi settori di classi medie tradizionali profondamente reazionarie, mentre è mancato il tempo di educare le nuove classi medie, cresciute in fretta e disorientate dalla crisi globale.


La mia tesi è che, paradossalmente, sono questi fattori di maggior debolezza delle esperienze rivoluzionarie latinoamericane a rendercele più “vicine” di quella cinese. Sia perché in Europa è difficile immaginare situazioni rivoluzionarie che contemplino la possibilità di costruire ex novo lo Stato, per cui anche qui si porrebbero problemi analoghi, se non più gravi, a quelli incontrati da Bolivia e Venezuela; sia perché i nostri legami culturali con l’America Latina sono tradizionalmente più stretti di quelli con la Cina. Tutto ciò comporta la difficoltà, non dico di progettare/praticare ma anche di immaginare, percorsi rivoluzionari che non restino impastoiati in logiche di tipo elettoralistico. 


Un’altra affinità riguarda l’orizzontalismo: analizzando le tesi dell'ex vicepresidente boliviano Linera (3) ho evidenziato come costui, pur polemizzando con l’antistatalismo di certe opposizioni “di sinistra”, conservi una visione che associa il socialismo realizzato a un processo progressivo di dissoluzione dello Stato, che verrebbe sostituito da  istituzioni popolari di autogestione dal basso. Come è noto, questa ideologia è largamente prevalente nei movimenti della sinistra radicale europea e nordamericana, ed è stata uno degli ostacoli che più hanno impedito di ricostruire una forza politica anticapitalista dopo il crollo delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio (...).


Questa maggiore affinità fra marxismi occidentali e marxismi latino-americani rispetto a quello cinese ci riporta alla divaricazione fra marxismo orientale e marxismo occidentale (4) cui ho più volte fatto riferimento in questo lavoro, con il marxismo latinoamericano che si colloca in una posizione intermedia: più vicina a quella cinese sul piano dell’agire concreto, più vicina a quella europea sul piano del progetto utopistico (5).


Tirando le somme: sbarazzato il campo dalle ubbie puriste e preso atto dei meriti (e dei limiti) dei socialismi imperfetti di cui abbiamo ragionato; posto che il salto di paradigma compiuto da Arrighi, che ha messo in luce la necessità di superare l’equazione fra capitalismo e mercato (6), è un’acquisizione irrinunciabile per chiunque non voglia attardarsi in nostalgiche celebrazioni delle utopie ottocentesche; posto infine che la guerra che Stati Uniti ed Europa hanno scatenato contro i socialismi imperfetti e i loro alleati disegna due campi contrapposti dai quali i marxisti rivoluzionari non possono dirsi equidistanti; posto tutto ciò, resta il compito di discutere a quali condizioni possa essere fatto rinascere un marxismo occidentale che torni a porsi l’obiettivo della presa del potere e della costruzione del socialismo.



Note

(1) Cfr. G.  Lukács, Ontologia dell’essere sociale (4 voll.), PGRECO, Milano 2012.

(2) Sulla possibilità che nella prima fase di transizione al socialismo possano convivere socialismo e mercato, e sul modo in cui questa convivenza si è realizzata nella concreta esperienza di costruzione del socialismo in Cina, cfr.G. Arrighi,  Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007. 

(3) Cfr. A. G. Linera, Democrazia, stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.

(4) Cfr. D. Losurdo,  Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Roma-Bari 2017.

(5) A dire il vero, nemmeno i comunisti cinesi rinnegano l’utopia marxista classica, ma la proiettano in futuro talmente vago e lontano da disattivarne l’impatto sulla prassi politica quotidiana.

(6) Vedi nota (2).

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