Lettori fissi

domenica 22 ottobre 2023

PULIZIA LINGUISTICA O PULIZIA ETNICA?
NOTE A MARGINE DI DUE ARTICOLI SULLA GUERRA FRA ISRAELE E PALESTINA


Questo non è un articolo sulla questione palestinese, tema che richiederebbe argomentazioni più complesse e approfondite di quelle contenute nelle seguenti righe, ma su un paio di equivoci semantici e mistificazioni ideologiche che governi, forze politiche e media occidentali utilizzano per giustificare in tutto o in parte la politica israeliana e per condannare senza se e senza ma la resistenza palestinese. A tal fine prenderò in esame due articoli apparsi il 20 ottobre, rispettivamente, su “Repubblica” e sul “Fatto quotidiano”. Userò il primo (Edgar Morin, “Respingere l’odio” pagina 41 di “Repubblica”) per ragionare su una mistificazione ideologica che, pur essendo stata a più riprese contestata, sembra assolutamente inscalfibile; userò invece il secondo (Marco Travaglio, “Pulizia linguistica”, articolo di fondo del “Fatto Quotidiano) per mettere in luce un equivoco semantico altrettanto radicato nel senso comune occidentale. 


Nel suo scritto Edgar Morin solleva un interrogativo radicale che già molti prima di lui si sono (purtroppo inutilmente) posti: la maledizione di Auschwitz è il privilegio che giustifica ogni repressione israeliana? Per la quasi totalità dei politici e degli intellettuali occidentali la risposta è sì. Da un lato molti intellettuali ebrei, un tempo esponenti di una cultura universalista e progressista, sono progressivamente diventati più sensibili al destino di Israele piuttosto che a quello del resto del mondo, e hanno sostituito la Torah al Manifesto del partito comunista, dall’altro lato la totalità dei loro colleghi occidentali (politici, giornalisti, accademici, ecc.) sembrano portatori di un complesso di colpa collettivo per i genocidi provocati da secoli di antisemitismo, per cui appaiono disposti a giustificare tutte le scelte – anche le più scellerate e criminali – dello stato ebraico. A confermare tale atteggiamento, argomenta Morin, è il fatto che la colonizzazione della Cisgiordania è iniziata proprio nel momento in cui si completava il processo di decolonizzazione dei popoli di Asia, Africa e America Latina. Si è trattato cioè di una politica contraria ai nuovi principi del diritto internazionale, formalmente (ma non unanimemente) condannata, ma di fatto tollerata se non giustificata, come testimonia il fatto che non è mai stata oggetto di concrete sanzioni. 


La giustificazione “morale” di questa palese ingiustizia è talmente paradossale (nessuno può giustificare le proprie azioni persecutorie per il solo fatto di essere stato a sua volta perseguitato in passato, soprattutto se le sue vittime di oggi non erano i suoi persecutori di ieri) che l’argomento del complesso di colpa occidentale suggerito da Morin, benché non privo di fondamento, non è sufficiente. La verità è che il complesso di colpa in questione è stato sistematicamente e scientificamente inoculato nelle masse attraverso un incessante bombardamento di film, documentari, convegni, eventi celebrativi, lezioni scolastiche e universitarie, atti legislativi ecc. finalizzato a occultare le tutt’altro che ideali motivazioni geopolitiche che inducono l’imperialismo occidentale a sostenere Israele.   


Passo all’articolo di Travaglio, nel quale ho trovato: una verità (nelle ultime righe), una mezza verità (nel corpo dell’articolo) e una palese falsità nelle prime righe, nelle quali l’autore si arroga il diritto di esercitare quella che definisce “pulizia linguistica”, operazione che consiste nel denunciare l’uso improprio di termini come apartheid, genocidio, olocausto in nome del frusto e storicamente insostenibile argomento della “unicità” della Shoah. La verità arriva a conclusione di una motivata  critica della propaganda occidentale che accosta la guerra contro la Russia e quella contro il terrorismo palestinese come due momenti di una guerra globale per la “difesa della democrazia”, dopodiché Travaglio scrive che i palestinesi “hanno capito cos’è la democrazia per noi ’buoni’: una finzione che evapora se vince chi non vogliamo noi”. La mezza verità coincide invece con l’affermazione secondo cui israeliani e palestinesi non si massacrano a vicenda per odio etnico (e qui manca un pezzo: l’aggettivo religioso che dovrebbe venire subito dopo l’aggettivo etnico) ma per gli opposti interessi geopolitici. Spiegherò perché penso che si tratti di una mezza verità nell’ultima parte dell’articolo, prima voglio sbarazzare il campo dalla falsità associata alla pretenziosa operazione di “pulizia linguistica” di cui sopra.  


Travaglio scrive che solo per ignoranza si può parlare di genocidio e apartheid a proposito della politica di Israele nei confronti dei palestinesi, e invita chi commette tale errore ad informarsi leggendo un po’ di libri sull’argomento. Io, più modestamente, gli propongo due sole letture che, ammesso e non concesso che la sua opinione sia dettata da assoluta buona fede e non da pregiudizio, dovrebbero bastare a fargli cambiare idea  


La prima lettura che gli propongo è un libro di Leonardo Pegoraro (I dannati senza terra. I genocidi dei popoli indigeni in Nord America e in Australia, Editore Meltemi), il quale spiega perché la definizione di genocidio non può essere considerata prerogativa esclusiva della Shoah. Il termine, ricorda Pegoraro, fu coniato da un giurista polacco di origine ebraica, tale Raphael Lemkin, durante la Seconda Guerra mondiale. Lemkin definì genocidio la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico, non riferendosi solo all’annientamento fisico di una comunità, ma anche ad una serie di pratiche: la soppressione delle istituzioni di autogoverno, la distruzione della struttura sociale e della classe intellettuale, il divieto di usare la propria lingua, la privazione dei mezzi di sussistenza, il divieto di matrimoni inter razziali, il divieto di praticare un determinato culto religioso e la distruzione dei suoi luoghi, l’umiliazione e la degradazione morale. Se si accetta questa definizione, commenta Pegoraro,  è evidente che non possiamo concedere alla Shoah il privilegio di unico evento storico suscettibile di essere classificato come genocidio. Così respinge la tesi di Foucault, secondo il quale il genocidio sarebbe un fenomeno eminentemente moderno, mentre approva quella di Sartre, il quale sostiene che il genocidio è un evento che si è presentato più volte nel corso della storia (anche se solo nell’era moderna lo si è battezzato così). Schierandosi con Sartre, Pegoraro scrive che la parola è nuova ma il fatto è antico: basti pensare alle molte testimonianze di eventi genocidari contenute nella letteratura antica, dall’Iliade alla Bibbia (1), allo sterminio dei Galli da parte di Cesare, agli eccidi commessi dai Crociati in Medio Oriente; alla scia di milioni di morti associata alle conquiste di Gengis Khan. In breve: le stragi perpetrate dalle civiltà classiche e antiche sono state – tenuto conto della percentuale di vittime rispetto alle dimensioni delle popolazioni interessate – pari se non peggiori di quelle moderne. 


Perché allora il mito della unicità della Shoah resta inscalfibile? Complessi di colpa della cultura cristiano-occidentale (come sostiene fra gli altri Edgar Morin, vedi sopra)? Il vero scopo del mito, scrive Pegoraro, non è sopire il senso di colpa, né è quello di coltivare la memoria di ciò che ha subito il popolo ebraico per esorcizzare il ripetersi di analoghi orrori, bensì quello di nascondere gli scheletri nell’armadio dell’Occidente. E’ per questo che si associa il concetto di genocidio alla mera dimensione fisica degli eccidi, rimuovendo gli altri aspetti descritti da Lemkin, ma soprattutto è per questo che si alimenta la narrativa secondo cui il genocidio è un crimine compatibile esclusivamente con i regimi totalitari, mai con quelli liberal democratici (2). 





Per smontare questa tesi Pegoraro ci offre una raggelante descrizione dei massacri contro i popoli nativi perpetrati da Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, insistendo su un dato di fatto storico: in tutti i casi in questione la responsabilità non fu della monarchia britannica, bensì degli Stati “democratici” nati dall’autonomizzazione di quei Paesi dal dominio della Corona. Finché quei territori furono sotto amministrazione britannica, ai nativi venivano riconosciute alcune tutele; una volta ottenuta la libertà e l’autogoverno, i cittadini bianchi delle ex colonie li sterminarono senza pietà per appropriarsi delle loro terre. Il genocidio non è dunque un fenomeno prevalentemente, se non esclusivamente, totalitario, bensì un fenomeno intrinsecamente coloniale. Non a caso Hitler, ammiratore del colonialismo inglese e dei suoi metodi, lo assunse come modello da applicare all’Europa dell’Est, dalla quale voleva estirpare l’etnia e la cultura slave per sostituirle con quella germanica (3). 


L’Occidente liberal democratico rimuove questa parentela e nasconde i propri peccati ricorrendo a strategie narrative come la minimizzazione: i pellerossa non erano poi così tanti, e se furono commessi crimini ed eccessi è assurdo classificarli come un genocidio. Ma recenti ricerche valutano il numero dei nativi al momento dell’arrivo dei coloni in non meno di un milione (4), ma soprattutto sono noti i sistemi con cui, dal Seicento al massacro contro gli adepti del culto della Danza degli Spiriti avvenuto negli anni Novanta del secolo XIX, la loro etnia venne eradicata: stragi che non risparmiarono donne e bambini (anche i loro scalpi, oltre a quelli degli adulti, erano ambiti gadget), trattati di pace violati unilateralmente subito dopo la firma, deportazioni in riserve prive di risorse sufficienti alla sopravvivenza, epidemie sparse intenzionalmente attraverso la distribuzione di coperte contaminate dal vaiolo e dal morbillo. Quello statunitense (al pari di quello di altre potenze coloniali) è un vero e proprio caso di “negazionismo”, eppure non viene punito come il negazionismo che mette in discussione la realtà della Shoah. 


Il dogma della unicità della Shoah fa sì che i crimini di Israele nei confronti del popolo palestinese non possano in alcun caso essere definiti come genocidio, poco importa se il primo premier dello Stato ebraico ebbe a dire: “Ogni attacco dovrà terminare con l’occupazione, la distruzione e l’espulsione, senza alcun bisogno di distinguere fra chi è colpevole e chi non lo è, e colpendo tutti senza pietà, comprese donne e bambini”, in perfetta sintonia con lo spirito di certi passaggi del testo biblico (vedi nota 1). Ma per convincere Travaglio che il divieto “politicamente corretto” dell’uso del termine genocidio (e, come vedremo fra poco, del termine apartheid) ove riferito alla politica di Israele è tanto ingiusto quanto privo di fondamento, gli offro un secondo consiglio di lettura: La prigione più grande del mondo, di Ilan Pappé, autorevole storico israeliano docente all’Università di Exeter (Inghilterra) .


Quella contenuta nel libro di Pappé è una ampia esposizione di fatti storici, corredata da un’altrettanto ampia documentazione: verbali di riunioni di governo, memorie dei protagonisti, cronache nazionali e internazionali, sentenze di tribunali militari e civili, testi di legge, decreti, regolamenti emanati dalle autorità di occupazione, dichiarazioni di leader di partito, ecc. Da questi documenti emerge una verità incontestabile: nessuna delle guerre israeliane contro gli arabi dal 1948 a oggi è stata provocata dalla necessità di fronteggiare le provocazioni e le minacce di un nemico deciso a distruggere lo Stato ebraico; si è trattato piuttosto di un premeditato disegno strategico, perseguito con spietata determinazione. L’ occupazione di nuovi territori non fu mai concepita come un fatto transitorio, del resto gli eventi storici successivi a tali occupazioni hanno confermato che per Israele la sovranità assoluta su Gaza e Cisgiordania non è negoziabile, né i media israeliani hanno mai fatto mistero sull’esistenza di un progetto “imperiale”, invocando a gran voce la creazione del Grande Israele. Nel 1967, scrive Pappé, non era pronto alla guerra solo l'esercito, era pronto anche l'apparato burocratico deputato a gestire le conquiste, quanto alla necessità di sferrare un attacco preventivo per neutralizzare un nemico che si preparava ad annientare Israele, è una bufala paragonabile al presunto attacco vietnamita alle navi americane nel Golfo del Tonchino e alle “prove” sulle armi di distruzione di massa in mano irachena; da un lato le élite israeliane erano consapevoli dell'inferiorità militare araba, dall’altro Siria ed Egitto ne erano altrettanto consapevoli, per cui non si sarebbero mai sognati di attaccare per primi.


Passiamo ora alle decisioni draconiane in merito alla gestione dei Territori Occupati assunte dal governo che guidava il Paese durante la guerra del 67 (e da quelli successivi). Pappé ricorda che il governo in questione abbracciava tutte le correnti ideologiche: laburisti, liberali laici, religiosi e ultra religiosi, rappresentava cioè il più ampio consenso sionista possibile. La scelta fu quella di estendere l'autorità militare, già imposta alla minoranza araba entro Israele, agli abitanti della Cisgiordania e di Gaza, traendo ispirazione dai regolamenti mandatari di emergenza emessi dagli inglesi, che gli stessi capi sionisti avevano definito nazisti. Il guaio che sta alla radice di tutti i problemi successivi (le due Intifada, il terrorismo di Hamas, il fallimento di tutte le trattative di pace, ecc.) consiste nel fatto che i territori acquisiti nel 67 potevano essere annessi de facto ma non de iure, sia perché il diritto internazionale li considera territori occupati, diversamente da quelli acquisiti nel 48 che sono riconosciuti come parte integrante dello Stato di Israele, sia perché i palestinesi non possono essere espulsi ma nemmeno integrati come cittadini con pari diritti, dal momento che con il il loro numero e il loro ritmo di crescita demografica metterebbero in pericolo la maggioranza ebraica. 





Questa compresenza di tre obiettivi contraddittori (conservare i territori, non espellerne gli abitanti ma non concedere loro la cittadinanza ) ha generato la realtà disumana di una immensa prigione a cielo aperto che non viene imposta a singoli individui bensì a una intera società. A gestire questo mega carcere provvede una quantità enorme di personale (che Pappé definisce “la burocrazia del male”) il cui ruolo consiste nell’amministrare cinque milioni di “carcerati” rinchiusi in quelli che prima erano i loro territori. Il genocidio secondo la definizione originaria di Lemkin (vedi sopra) è servito, in barba alle contorsioni semantiche di Travaglio, il quale, come tutti i suoi colleghi occidentali, se la cava limitando il senso della parola alla programmazione e realizzazione industriale dei campi di sterminio nazisti (in questo modo, anche lo sterminio di milioni di nativi in America, Africa e Australia da parte delle potenze coloniali europee, per tacere di quello di milioni di cinesi da parte dell'imperialismo giapponese, non può essere definito genocidio, con buona pace delle nostre coscienze cristiane). 

Ancora più insostenibile il tentativo di negare l’esistenza di pratiche razziste e di apartheid: Pappé smaschera l’ipocrisia che si nasconde dietro questa “pulizia linguistica” che mistifica la realtà delle pratiche di “pulizia etnica” descrivendo la “strategia del cuneo” che ispira l’insediamento dei coloni ebraici. La strategia in questione, finalizzata a impedire la continuità spaziale e l'integrità geografica delle aree occupate dai palestinesi, funziona in questo modo: si colonizza una località lontana, dopodiché si rivendica come esclusivamente ebraica l'area che si frappone fra Israele e il nuovo insediamento (ivi comprese le strade che vi conducono). In questo modo si crea continuità territoriale tra gli insediamenti ebraici e discontinuità fra villaggi e le città palestinesi che diventano enclave isolate le une dalle altre e “incistate” in un continuum sempre più esteso di territori annessi a Israele. 


Come promesso, concludo con una breve riflessione in merito a quella che ho sopra definito la mezza verità contenuta nell’articolo di Travaglio. E’ vero che è sbagliato ridurre le ragioni del conflitto fra israeliani e palestinesi a questioni etnico religiose, rischiando di oscurare il fatto che il vero motivo del contendere è politico (per la precisione geopolitico), vale a dire la lotta fra due popoli che si contendono il diritto di affermare la propria sovranità sugli stessi territori (nel contesto, è il caso di aggiungere, di un più ampio conflitto di interessi fra grandi potenze). E’ altrettanto vero, tuttavia, che le motivazioni etnico religiose hanno assunto negli ultimi decenni un peso crescente nell’alimentare/legittimare lo scontro globale. In Occidente torna comodo concentrare l’attenzione sull’integralismo islamico, ma l’integralismo ebraico non è meno influente nel determinare le scelte politiche israeliane, così come l’integralismo cristiano-protestante ispira quelle della corrente neocons delle élite statunitensi e l’integralismo ortodosso dona argomenti a entrambe le sponde del conflitto fra Russia e Ucraina (l’unica nazione che si sottrae a questa logica è la Cina che, per sua fortuna, non ha mai ospitato una vera religione ma solo una pluralità di codici di prescrizioni etiche). 


Note


(1) Cfr. l’agghiacciante passo del Deuteronomio che recita: “Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei” (20:16-17)


(2) A legittimare tale narrazione fu, fra gli altri, Hannah Arendt che indicò nei totalitarismi nazista e sovietico le “culle” della vocazione genocidaria (genocidio di razza nazista e genocidio di classe staliniano), assolvendo – in barba a ogni evidenza storica - le democrazie occidentali da analoghe accuse. Questa mossa della Arendt resterà una macchia indelebile sul pensiero di questa autrice, che ancora oggi (basti pensare alla recente deliberazione del Parlamento europeo che equipara nazismo e comunismo) viene utilizzata per legittimare ignobili falsificazioni storiche.


(3) Pegoraro ricorda come nel Mein Kampf  Hitler tributasse lodi sperticate ai metodi dei coloni americani per liquidare la resistenza dei nativi: il Führer considerava le migrazioni forzate degli indiani verso le riserve come deliberate politiche di sterminio, da cui trarre inspirazione per risolvere la questione ebraica.


(4) La popolazione dell’America del Sud all’arrivo degli spagnoli contava decine di milioni di persone. Le dimensioni dell’eccidio furono dunque maggiori rispetto a quelle dei massacri commessi nell’America del Nord. Tuttavia va ricordato che, mentre nel subcontinente meridionale la Chiesa cattolica respinse la tesi secondo cui gli indigeni erano privi di anima, il che non impedì la strage ma ne rese problematica la legittimazione, la cultura protestante del Nord legittimò l’idea che i pellerossa fossero poco più che animali ai quali era lecito dare la caccia.  

lunedì 9 ottobre 2023

IL CALCIO SENZ'ANIMA AI TEMPI DELLA FINANZIARIZZAZIONE 






“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. E’ rito nel fondo anche se è evasione.  Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci” (Pier Paolo Pasolini). Possiamo ancora condividere tali parole in questi tempi di finanziarizzazione del gioco più popolare del mondo? La natura rituale degli eventi che si celebrano settimanalmente (oggi più spesso bisettimanalmente) negli stadi di tutto il mondo è tuttora innegabile (anche se la partecipazione di massa al rito, pur maggiore di quanto non fosse ai tempi del poeta, si è in larga misura trasferita dalle gradinate alle poltrone davanti allo schermo tv), ma sul loro carattere "sacro" è lecito nutrire più di un dubbio.


A sinistra esiste una lunga tradizione di condanna dell'uso della passione sportiva come espediente per distogliere l'attenzione dai veri problemi che affliggono la gente (vedi la famosa canzone che addebita all'euforia per la vittoria di Bartali al Tour de France la responsabilità di avere neutralizzato la rabbia popolare per l'attentato a Togliatti). Un approccio che evoca la strategia di imperatori e patrizi romani che tenevano buona la plebe con l'offerta di "panem et circenses". Resta il fatto che molti militanti non hanno rinunciato al proprio amore per il Milan negli anni in cui la squadra mieteva successi grazie ai quattrini del pur odiato Silvio Berlusconi. Insomma: il tifo prevale non solo sulla ragione ma persino sulla passione politica. Eppure le ragioni per dubitare della fede nel Dio del pallone negli ultimi decenni si sono fatte pressanti, come argomentano Antonio Massari e Gianluca Zanella nel libro Fuori gioco. Non solo Juve: sceicchi e false plusvalenze, ecco chi sta uccidendo il nostro calcio (pubblicato an cura dell'Editoriale de "Il Fatto Quotidiano")


Il discorso sull'uso politico dello spettacolo calcistico resta attuale (anzi, come vedremo, è oggi più attuale che in passato), ma il vero punto, sostengono gli autori, è che il calcio non è più uno spettacolo reso possibile da ricchi mecenati disposti a sperperare milioni per far scende in campo i più celebrati artisti del pallone: è diventato una vera e propria industria, un business formidabile che vanta un fatturato globale di 47 miliardi di dollari, pari al 28% del giro d'affari generato dallo sport mondiale. A generare questo enorme flusso di danaro sono tre fonti (che contribuiscono più o meno paritariamente ad alimentare il malloppo): stadio (vendita dei biglietti, sempre più cari), diritti televisivi (che contribuiscono alla mondializzazione del tifo, con le grandi squadre come il Real Madrid che vantano fan in tutto il mondo) e marketing (sponsorizzazioni, gadget, introiti pubblicitari, ecc.).


Il modello di business di questi colossi, spiegano Massari e Zanella, somiglia sempre più a quello della Disney e delle major di Hollywood. Se Maradona era ancora un gladiatore, super pagato ma identificabile con un Paese (l'Argentina) e una città (Napoli) che lo hanno eletto a simbolo di riscatto del Sud nei confronti dell'imperialismo angloamericano e nord italico, Ronaldo è un giramondo senza una precisa identità etnico-politica, un Mikey Mouse del calcio che, con la sua abilità di giocoliere, promuove la vendita di tv, gadget, videogame, ecc. Il suo approdo miliardario in Arabia, assieme a quello di altri fuoriclasse europei (e di un allenatore-star come Mancini), è la logica conseguenza della svolta nelle politiche finanziarie che i Paesi del Golfo hanno effettuato  allorché si sono resi conto dell'esigenza di differenziare gli investimenti, in previsione della progressiva riduzione degli introiti legati al petrolio.      


I soldi non bastano per vincere, pontificano i sacerdoti di una stampa sportiva impegnata a giustificare il nuovo regime dei paperoni del calcio, così come i loro colleghi delle reazioni economia, politica ed esteri legittimano i regimi neoliberisti e i loro crimini. Ciò può essere vero quando ai soldi non si accompagna un'adeguata capacità tecnico-manageriale per farli fruttare (vedi il caso del PSG) ma la storia del Manchester City, ora di proprietà dello sceicco Mansour, sta a lì a dimostrare che i soldi contano eccome: salito in pochi anni dalle serie minori alla vittoria in Champions League, questo club integrato nella Holding City Football Group, è diventato uno dei   più vincenti al mondo da quando è anche diventato  uno dei più ricchi - se non il più ricco - al mondo. 


Si potrebbe obiettare che anche ai vecchi tempi del calcio dei padroni-mecenati era così. Ma non è vero, o almeno non è del tutto vero. I giocatori e i fan possono accettare di perdere, fa parte dello sport, scrivono Massari e Zanella, ma le cose cambiano quando e se scoprono che una parte non stava giocando secondo le stesse regole. Infatti, così come il processo di finanziarizzazione e deregulation seguito alla controrivoluzione neoliberista ha generato un regime oligarchico dominato da élite economiche, politiche e mediatiche strettamente integrate fra loro e in grado si sovvertire le regole del gioco democratico in tutti i campi della vita sociale, lo stesso è avvenuto nel calcio, dove gli interessi dei super ricchi sono in grado di plasmare (o alla bisogna violare impunemente) le regole delle istituzioni sportive, condizionandone le decisioni e, se necessario, ricorrendo alla corruzione. 


Lo Sceicco Mansour festeggia la vittoria in Champions League



Per esempio, il cosiddetto fair play finanziario che la UEFA ha istituito per riequilibrare i rapporti di forza fra club ricchi e meno ricchi è rimasto poco più di una grida manzoniana che i potenti aggirano impunemente grazie a una serie di trucchi legali e contabili. Ma c'è di più e di peggio: questo gioco sporco protende i suoi tentacoli be oltre i confini dello sport. Poco sopra scrivevo che l'uso politico dello sport è oggi ancora più diffuso ed efficace che in passato. L'intreccio fra sport, finanza e politica ha infatti fatto sì che il successo sportivo sia divenuto uno strumento strategico per promuovere campagne elettorali, "ripulire" l'immagine di Paesi, imprese, imprenditori e politici, ecc. 


L'esempio più clamoroso dell'impatto negativo di questa commistione di interessi fra sport, finanza e politica è probabilmente il cosiddetto Qatargate. Per ottenere la possibilità di ospitare il campionato del mondo in barba alle migliaia di lavoratori (ma sarebbe il caso di definirli schiavi) deceduti mentre costruivano stadi in condizioni climatiche spaventose (e alle accuse di violazione sistematica dei diritti civili), il Qatar ha corrotto i vertici della FIFA e goduto dei buoni uffici del governo francese in cambio dell'acquisto della squadra parigina del PSG, dei diritti tv del calcio francese e di un congro numero di Airbus. Ma soprattutto ha versato centinaia di migliaia di euro alla parlamentare greca del Pasok, nonché vicepresidente del Parlamento europeo, Eva Kaili, e a un altro parlamentare europeo, nonché ex dirigente della CGIL, l'italiano Panzeri, perché svolgessero azione di lobbing a favore del Qatar. 


In merito a questo scandalo,  Massari e Zanella scrivono che la procura belga ha scoperto che il team di Panzeri ha scritto il discorso pronunciato dal ministro del Lavoro del Qatar davanti alla commissione Diritti umani del Parlamento UE e orientato le domande di alcuni parlamentari presenti, dopodiché commentano: "Questo è il calcio fuori degli stadi. E lontano dagli occhi dei tifosi. Questa è la fumeria d'oppio in cui, novanta minuti per volta, ogni appassionato di questo sport dimentica tutto per vedere quella palla rotolare, se possibile, nella porta avversaria. Ma quello che non vede è il legame sempre più indissolubile fra calcio e potere". 


La seconda parte del libro è dedicata al modo in cui l'Italia si inquadra in questo contesto globale. Gli autori ricordano come anche in questo campo Berlusconi si è rivelato un precursore del nuovo corso mondiale, prima costruendo un vero e proprio impero calcistico-televisivo grazie ai suoi colossali investimenti sulla squadra del Milan (non mancando di ironizzare sul ruolo dell'ex PCI nel favorire, o almeno nel non contrastare, il business calcistico targato Mediaset), poi sfruttando l'enorme potenza di fuoco mediatica così accumulata per lanciare la sua "discesa in campo" e rimodellare le regole di funzionamento del nostro sistema istituzionale. 



Luciano Moggi 




Dopodiché si passa a una puntuale ricostruzione della resistibile ascesa dell'impero Juve e dell'era di Calciopoli: dalla progettazione del "sistema Moggi" per condizionare sistematicamente gli arbitraggi, ai maneggi contabili per aggirare le regole del fair play finanziario grazie al trucco delle plusvalenze "gonfiate". Non è il caso di seguire passo passo la ricostruzione dettagliata di queste vicende, che non aggiunge molto a quanto già abbiamo appreso dalle cronache (ad eccezione della possibilità di leggere ampi estratti dai verbali delle registrazioni telefoniche delle conversazioni fra i dirigenti bianconeri che lasciano pochi dubbi sulle loro responsabilità). Mi limito a qualche nota a margine: rispetto al panorama internazionale, lo scenario italiano si caratterizza - analogamente a quanto avviene in campo politico ed economico - per certe sfumature cialtronesche. La scarsità di capitali (tutti i club sono indebitati fino al collo) e l'inettitudine di gran parte dei manager del settore  ha fatto sì che "vizietti" comuni a quelli della concorrenza internazionale, si siano qui presentati in  forma para mafiosa. Uno "stile" associato, purtroppo, alla palese indulgenza con cui le vicende sono state trattate dalla giustizia sportiva, nonché ai prevedibili insabbiamenti cui andranno  incontro i procedimenti giudiziari, nonché al diffuso servilismo di una stampa specializzata (il giornalismo sportivo in Italia è forse ancora più conformista e allineato agli interessi dei potenti del giornalismo politico ed economico) impegnata a sventolare il principio di presunzione di innocenza anche di fronte alle prove più schiaccianti. 


Che altro dire? Non credo che questa marea di merda riuscirà a togliere le fette di salame dagli occhi dei tifosi. Il rito del calcio ha forse definitivamente perso la sua sacralità, ma resta una delle poche consolazioni, ancorché del tutto illusoria, offerte da un mondo impoverito e incanaglito che ha sottratto alle masse quasi ogni altra fonte di appagamento. Anche il sottoscritto deve confessare che un riflesso condizionato acquisito in età infantile lo induce a compiacersi dei risultati positivi della "sua" squadra. Anche se devo ammettere che l'esigenza di vincere a ogni costo - imposta dalle poste economiche, politiche e di immagine in gioco - ha talmente rovinato lo spettacolo, al punto che sono ormai rari i lampi di classe che interrompono la monotonia di uno sport fatto perlopiù di prestanza fisica, velocità e frenesia, per cui guardo ormai quasi solo le partite di serie C, che conservano un certo fascino ruspante.  


Post Scriptum. La commistione di sport economia e politica non ha fottuto solo il calcio. Basti pensare a un sistema dell'antidoping che finge di ignorare il fatto che il ciclismo di oggi, con le sue prestazioni pompate  al limite dell'umano, può reggersi solo chiudendo non uno ma entrambi gli occhi sul fatto che certi sforzi possono essere sopportati solo grazie all'aiuto della chimica, o che tende a colpire sistematicamente gli atleti che non fanno parte del blocco anglofono. Per tacere dell'esclusione della Russia e dei suoi atleti dalle competizioni internazionali: un atto di guerra propagandistica che testimonia dell'assoluto asservimento delle istituzioni dello sport mondiale agli interessi dell'imperialismo occidentale. 









sabato 30 settembre 2023


SONG CI. UN EROE DEL RINASCIMENTO CINESE






Oltre che un accanito lettore di letteratura “alta”, sono un consumatore seriale di romanzi di genere (gialli, noir e science fiction) qualche esemplare dei quali difficilmente manca sul comodino accanto al letto. Se vado in libreria per acquistare un saggio, butto un occhio anche sugli scaffali che ospitano questo tipo di libri e, quando passo dall’edicola, verifico se lo spazio riservato alla letteratura pop (vedi Giallo Mondadori e Urania) offre qualche novità. Ecco perché, qualche giorno fa, non mi è sfuggito un giallo intitolato Final Witness. Incuriosito per l’insolita lunghezza (quasi seicento pagine, laddove i testi di questa collana raramente raggiungono le trecento) e per il nome dell’autore, Wang Hongjia (avevo letto con gusto i romanzi di genere di altri autori cinesi), mi sono affrettato ad acquistarlo.


Nei giorni successivi l’ho praticamente divorato, pur essendomi subito reso conto che il testo che avevo fra le mani non era un giallo “classico” – benché del giallo presenti alcuni ingredienti – bensì un intrigante romanzo storico ambientato nella Cina del XIII secolo. Wang Hongjia, oltre a occupare un ruolo di primo piano nell’Associazione degli Autori Cinesi, e ad avere vinto importanti premi letterari, è uno studioso della società dell’informazione, ma soprattutto è un romanziere e un esperto di storia cinese. Questo Final Witness è il suo lavoro più conosciuto (tradotto in molte lingue occidentali) e ha come protagonista Song Ci, un funzionario della dinastia Song (960-1279), medico, magistrato e scienziato forense ante litteram, noto per avere pubblicato (nel 1247) un libro intitolato L’eradicazione dei mali. Casi di ingiustizia rettificata che documenta la sorprendente modernità dei suoi metodi d'indagine, che anticipavano di secoli quelli dell’Occidente contemporaneo. Ma soprattutto, come spiegherò più avanti, aiuta a capire certi aspetti della Cina di oggi e il suo peculiare mix di marxismo e confucianesimo.


Prima di entrare nel merito del racconto, è il caso di ricordare che è ambientato al tempo della dinastia Song, prima che questa soccombesse all’occupazione da parte del mongolo Kublai Khan (l’imperatore di cui riferisce il Milione di Marco Polo), cioè in un’epoca associata a una straordinaria fioritura della civiltà cinese. Il governo Song, fra le altre cose, è stato il primo a livello mondiale a emettere vera carta moneta, ha costruito una marina militare permanente, ha sviluppato il commercio marittimo su lunga distanza, utilizzato la bussola e la polvere da sparo e a dotato il proprio esercito di nuove tecnologie belliche. Nello stesso periodo la produzione agricoltura subì un forte incremento grazie all’introduzione di nuove tecniche, propiziando l’aumento della popolazione e accrescendone il benessere. Infine diede un forte impulso alla crescita della burocrazia statale, che ridimensionò i poteri locali dell’aristocrazia terriera e creò le condizioni per lo sviluppo dell’arte, della cultura e delle scienze filosofiche, matematiche e ingegneristiche, anche grazie allo viluppo dell’editoria, che sfruttava l’invenzione della stampa a xilografia e dei caratteri mobili, risalente al secolo XI. 


Song Ci fu un esponente di spicco di questa specie di Rinascimento in salsa cinese ma, prima di raccontarne la storia, va detto che quella di Wang Hongjia è una biografia romanzata, in cui l’autore  scioglie le briglie alla fantasia onde integrare le scarse informazioni storiche di cui si dispone sulla vita e le opere del protagonista, e - ciò che farà sicuramente piacere ai lettori più portati all’intrattenimento che allo studio - “condisce” la narrazione con intrighi, delitti e duelli di arti marziali che evocano i colossal storici di registi come John Woo (controbilanciando certe lungaggini descrittive che, ancorché interessanti come documenti della vita quotidiana e delle relazioni sociali e familiari dell’epoca, rischiano di annoiare il lettore medio occidentale). 


Song Ci era figlio di un alto funzionario governativo, il quale, prima di morire, gli lasciò in eredità  l’ingiunzione tassativa di seguire la sessa strada. Prima di farcela, il giovane Song Ci dovette affrontare i durissimi esami per divenire funzionario imperiale, riuscendovi solo al terzo tentativo, malgrado l’assiduo impegno e la brillante intelligenza (a leggere la descrizione che Daniel Bell fa (1) fa dell’arduo percorso che i candidati devono affrontare per accedere alle alte cariche del Partito Comunista e dello Stato cinesi, da allora le cose non sono così cambiate). 


Un ritratto di Song Ci



Dopodiché scopriamo che superare gli esami non comportava automaticamente la nomina a un incarico governativo (così come ai tempi nostri chi vince un concorso universitario, per poter insegnare deve attendere la “chiamata” da parte di un ateneo). Per Song Ci l’attesa sarà particolarmente lunga: solo a quarant’anni otterrà il posto di cancelliere presso un tribunale  provinciale. Ma tutto quel tempo non andrà sprecato: il funzionario in pectore lo impiegherà per accumulare una cultura mostruosa attraverso lo studio di centinaia di libri nei campi della scienza medica, del diritto, nonché della casistica di celebri processi e della filosofia. Questa vasta erudizione, assieme alle straordinarie capacità intuitive, ne faranno una sorta di Sherlock Holmes ante litteram, consentendogli di ricostruire le dinamiche di innumerevoli delitti, incastrando molti colpevoli e scagionando molti innocenti (il pensiero corre al monaco-detective medievale del Nome della rosa di Umberto Eco). Per ottenere questi brillanti risultati, il nostro sviluppa inedite tecniche di indagine: esami autoptici, test biologici, metallurgici e chimici su armi, tessuti, residui vegetali e alimentari raccolti sulla scena del delitto, ecc. Applicherà inoltre le conoscenze mediche acquisite in anni di studio per curare ferite, avvelenamenti e malanni vari. Si circonderà inoltre di un gruppo di assistenti e guardie del corpo che lo accompagneranno per tutta la vita, salvandolo da alcuni attentati e aiutandolo a catturare pericolosi delinquenti. 


Superando i confini provinciali la sua fama gli vale una serie di promozioni che lo obbligano a viaggiare per tutto l’impero assieme alla moglie e alla figlia (che perde la vita in un attentato che avrebbe dovuto togliere di mezzo lui). Finché verrà chiamato a ricoprire il ruolo di supervisore delle carceri imperiali. In questa veste scopre gli orrori di un sistema giudiziario che si basa sulla presunzione di colpevolezza: coloro che vengono accusati di determinati crimini, anche se non sussistono prove, vengono trattenuti in carcere a tempo indeterminato, in attesa di un improbabile chiarimento dei rispettivi casi. Song Ci ribalta questa logica, adottando di fatto il principio di presunzione di innocenza, per cui fa scarcerare migliaia di detenuti (in larga maggioranza contadini poveri) e impone ai giudici di riesaminare i casi che considera dubbi. Descrivendo quest’azione riformatrice, Wang Hongjia mette in luce lo scontro di classe che genera simili ingiustizie. I contadini, oltre a subire gli effetti di carestie e disastri ambientali, come le frequenti inondazioni, sono vittime dei tiranni locali (proprietari terrieri e grandi commercianti) i quali, per difendere i propri privilegi contro i tentativi governativi di ridimensionarne il potere, assoldano bande di mercenari e ricorrono alla corruzione sistematica dei funzionari locali (2). Song Ci si trova così impegnato in una lotta senza esclusione di colpi con aristocratici, burocrati corrotti e soldataglie al servizio degli uni e degli altri. Spinto da una inestinguibile sete di giustizia e al tempo stesso frustrato dall’impossibilità di riparare tutti i torti di cui viene a conoscenza, paga la tensione invecchiando rapidamente e andando incontro a una morte precoce (nel racconto di Hongjia, pur malato e confinato sul letto di morte, riuscirà ugualmente a risolvere un ultimo caso).


Wang HongJia



Perché ho detto che questo romanzo ci fa capire certe cose della Cina moderna? Provo a sintetizzare. In primo luogo, è difficile non vedere nell’opera di Hongjia una metafora del ruolo del Partito Comunista Cinese come una sorta di gramsciano Principe moderno (3). Così come il grande regista russo Sergej Ejzenstejn mise in scena nel film Ivan il Terribile la lotta dello zar contro i boiardi per celebrare quella di Stalin contro i kulaki, analogamente Hongjia descrive il conflitto fra il potere imperiale (incarnato dal funzionario onesto Song Ci) i tirannelli locali e i burocrati corrotti come una metafora della lotta del PCC contro i nemici del popolo e della rivoluzione cinese. Al tempo stesso, Song Ci incarna un potere buono che difende gli interessi delle masse contadine contro i potenti che le opprimono, un potere che può apparire paternalistico agli occhi della cultura occidentale ma che, come è stato osservato (4), risponde allo specifico concetto di democrazia di un popolo che non bada al rispetto delle procedure ma al fatto se il potere agisce concretamente per tutelare gli interessi delle masse. Comprendiamo così come l’attuale relazione fra Stato, comunità e partito sia profondamente radicata nella tradizione millenaria di un grande Paese che non è mai passato sotto le forche caudine di un feudalesimo paragonabile a quello del nostro Medio Evo (5) e, al tempo stesso,  capiamo i motivi della rivalutazione dell’etica confuciana da parte del PCC. 


In conclusione,  mi pare che il romanzo possa essere considerato come un’operazione di “soft power” che, valorizzando le conoscenze scientifiche e filosofiche, le invenzioni tecniche e le pratiche empiriche in auge nella Cina del XIII secolo - che testimoniano di un livello di civiltà che anticipava di secoli quello dei popoli e delle culture occidentali – riscatta la storia cinese dalle umiliazioni infertegli dalla colonizzazione da parte delle potenze europee. Senza dimenticare che il guru del liberalismo inglese Adam Smith, come ricorda Giovanni Arrighi (6), era consapevole che, non solo la civiltà, ma anche l’economia cinese, almeno fino alla fine del secolo XVIII, era di gran lunga più prospera, equilibrata ed armoniosa di quella del nascente capitalismo occidentale. Più la Cina popolare si avvia a rappresentare una potenza mondiale in grado di contrastare l’egemonia degli Stati Uniti, più le sue élite moltiplicano l’impegno per riscoprire e valorizzare le radici della sua civiltà millenaria, più diventa importante per tutti noi coglierne il senso. 


Note


(1) Cfr. D. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, Luiss, Roma 2019. Nel mio ultimo libro (Guerra e rivoluzione, vol. II, p. 45) scrivo a proposito delle tesi di Bell:” Per definire questo complesso sistema di governance (in continua evoluzione sul piano legislativo e istituzionale), Bell utilizza la formula di “meritocrazia democratica verticale”. Alle nostre orecchie suona come un ossimoro, ma Bell ce ne spiega il significato descrivendo  le procedure di selezione della leadership politica. Come nell’antica Cina imperiale, il sistema ha lo scopo di selezionare una élite attraverso esami e valutazioni delle prestazioni ai livelli di governo locali. La proverbiale durezza e competitività dei percorsi universitari è il primo ostacolo che devono affrontare tanto i candidati alla carriera politica quanto quelli alla carriera statale. Il passo successivo consiste nei non meno impegnativi esami per il pubblico impiego, dopodiché si può accedere ai livelli più bassi di governo, e ogni successiva promozione dipende esclusivamente dalla qualità delle prestazioni realizzate”.


(2) Il conflitto fra potere centrale e tiranni locali, in cui il primo si allea con le classi subalterne, e/o crea un proprio apparato professionale (burocrati, magistrati, polizia, ecc.) estraendone i quadri dalle classi intermedie, per sconfiggere i secondi è un leitmotiv di diverse epoche storiche in differenti contesti socioeconomici e culturali. Si pensi al ruolo di sovrani come il Re Sole o Ivan il Terribile nella formazione dello stato moderno. Quanto al tema della corruzione dei magistrati locali da parte delle vecchie aristocrazie per contrastare il potere dello stato centrale, si tratta di un problema ancora più diffuso nello spazio e nel tempo, che non riguarda solo la transizione fra il medioevo e il mondo moderno, ma permane in quest’ultimo persino laddove si siano verificate rivoluzioni sociali: vedi le periodiche campagne contro la corruzione condotte dallo Stato-Partito della Repubblica Popolare Cinese.


(3) Sulla concezione gramsciana del Partito come Principe moderno cfr. A. Gramsci, Quaderni dal carcere, 4 voll., Einaudi, Torino 2014.


(4) Cfr. D. Bell, op. cit. In Guerra e rivoluzione (cit., pp. 42, 43) scrivo: “Le accuse di totalitarismo, di disprezzo per le regole e i principi democratici nonché per i diritti umani nei confronti della Cina sono un mantra che media, governi e partiti occidentali ripetono ossessivamente. A confutare questo luogo comune è, fra gli altri, Daniel Bell, uno studioso canadese che da anni vive e insegna in Cina. Bell parte da un dato di fatto: il sistema cinese rappresenta la definitiva smentita della tesi secondo cui la democrazia liberale di tipo occidentale è il sistema verso cui tutti i Paesi evolvono “naturalmente”, a mano a mano che al loro interno si sviluppa un’economia di mercato e si raggiungono diffusi livelli di benessere. Tutte le ricerche rivelano che i cittadini cinesi  non condividono la nostra concezione “procedurale” di democrazia, cui non attribuiscono alcun valore. Il loro concetto di democrazia è di carattere “sostanziale”, nel senso che si preoccupano soprattutto delle conseguenze che un determinato sistema politico è in grado di produrre per le loro vite e i loro interessi. Per il cinese comune, la democrazia non si misura in termini di principi e i valori, bensì in relazione al livello di sicurezza che lo Stato-partito è in grado di garantire, al fatto se fa o meno gli interessi della maggioranza del popolo, ciò che fa sì che il livello di legittimità del sistema politico cinese, grazie ai risultati ottenuti in termini di lotta alla povertà, aumento dei livelli di reddito e delle opportunità di accesso ai servizi sociali nella seconda fase del processo riformista, è molto più elevato di quello che i cittadini di molti Paesi occidentali riconoscono ai rispettivi governi.”


(5) Nel suo libro Eurocentrismo (La Città del Sole, Napoli-Potenza 2022) un grande teorico marxista come Samir Amin sostiene che il “sorpasso” delle nazioni europee nei confronti della Cina (ben più avanzata di esse fino al secolo XVIII) è potuto avvenire grazie a un paradosso: la maggior arretratezza del nostro Medioevo rispetto al florido Oriente, ha alimentato rivoluzioni borghesi radicali che hanno accelerato il processo della storia.


(6) A proposito del giudizio di Smith sulla Cina, e della interpretazione che ne dà Giovanni Arrighi in Adam Smith a Pechino (Feltrinelli, Milano 2007), scrivo nel mio Guerra e rivoluzione (cit., p, 12): “ Adam Smith non fu tanto l’apologeta del mercato autoregolantesi che basta lasciare operare liberamente perché generi spontaneamente la ricchezza delle nazioni, quanto colui che auspicò l’esistenza di uno Stato forte, in assenza del quale non possono darsi le condizioni di esistenza del mercato stesso. I suoi consigli al legislatore, aggiunge Arrighi, furono sempre di ordine sociopolitico piuttosto che economico, né si proponevano esclusivamente di agevolare l’interesse e il potere dei capitalisti: la sua idea di fondo era che, se si vuole perseguire l’interesse generale, occorre stimolare la competizione per tenere il più basso possibile il saggio di profitto. Detto altrimenti: i mercati non devono essere abbandonati al loro sviluppo spontaneo, bensì “usati” come strumenti di controllo e di governo, una tesi, sostiene Arrighi, che ci consente di capire la logica delle “economie di mercato non capitalistiche”, delle quali la Cina rappresenta un esempio tipico. Smith lo aveva intuito già nel 1776, allorché scriveva che la Cina era più ricca di qualsiasi Paese europeo, attribuendo il carattere “stazionario” della sua economia – cioè il fatto che non fosse mossa dalla spinta all’accumulazione illimitata – al fatto che essa aveva raggiunto la pienezza di ricchezze consentita dalla natura del suolo, dal clima e dalla posizione geografica.  Ma ciò che è più interessante è che Smith definiva come “naturale” questo tipo di sviluppo, basato sull’agricoltura e sul commercio interno, mettendolo in contrapposizione con lo sviluppo “innaturale” delle economie europee, basato sul commercio estero (e sulla potenza militare forgiatasi dai conflitti intereuropei, aggiunge Arrighi), un modello, secondo Smith, assai meno favorevole di quello “naturale” all’interesse nazionale.”






   


 



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