Lettori fissi

venerdì 30 aprile 2021




    IL GRANDE GIOCO DI LENIN 



La distinzione fra marxismo orientale e occidentale, proposta dal filosofo Domenico Losurdo (1), è senza dubbio una delle più efficaci chiavi interpretative per comprendere un ampio ventaglio di fenomeni contemporanei: dal clamoroso successo della via cinese al socialismo al fallimento dei partiti comunisti occidentali, trasformatisi – salvo meritevoli eccezioni – in altrettante varianti “di sinistra” dell’ideologia liberale, che oggi esercita un’egemonia incontrastata sull’intero emisfero occidentale; dal fatto che le uniche rivoluzioni socialiste vittoriose sono avvenute – contro le previsioni di Marx ed Engels - in Paesi industrialmente arretrati e non laddove le forze produttive erano più sviluppate, al fatto che la questione nazionale – della quale quasi il solo Lenin seppe valutare adeguatamente il peso strategico – ha finito per svolgere un ruolo più importante delle lotte del proletariato industriale delle metropoli come fattore di resistenza alle politiche imperialiste. Non intendo tornare qui sull’ampio e complesso dibattito teorico suscitato dalle tesi di Losurdo, cui ho dato a mia volta un sia pur modesto contributo (2). Voglio piuttosto sfruttare le suggestioni inspiratemi dalla lettura di un affascinante libro del giornalista inglese Peter Hopkirk (Avanzando nell’Oriente in fiamme. Il sogno di Lenin di un impero in Asia, Mimesis editore), per mettere in luce come la storia - poco conosciuta - di eventi accaduti in Asia Centrale nei decenni immediatamente successivi alla Rivoluzione d’Ottobre, offra una conferma empirica alla validità del punto di vista di Losurdo. 

Attingendo a documenti dei governi inglesi dell’epoca, a vecchi articoli di riviste e giornali, ma soprattutto alle memorie di alcune spie britanniche, di russi bianchi e di ex bolscevichi fuggiti dall’Unione Sovietica, Hopkirk descrive la spietata guerra che, dal 1920 alla metà degli anni Trenta, oppose – perlopiù indirettamente, appoggiando l’una o l’altra delle fazioni ed etnie locali in conflitto reciproco – inglesi e russi su un’area di migliaia di chilometri che si estende dall’Afghanistan alla Mongolia, passando per lo Xinjiang. Rievocando il Grande Gioco, che già aveva opposto la Russia zarista e l’Impero inglese, i quali si contendevano il controllo di quegli stessi territori – immortalato da Rudyard Kipling nel suo famoso romanzo Kim - Hopkirk presenta le storie che racconta come una sorta di Grande Gioco 2.0, tende cioè a descriverle come una “seconda puntata” - sostanzialmente in continuità sul piano geopolitico – con il conflitto precedente. Ciò emerge chiaramente dal sottotitolo “Il sogno di Lenin di un impero in Asia”, che allude esplicitamente a una supposta continuità fra le mire espansioniste degli zar in Asia e quelle del leader della Rivoluzione d’Ottobre. Mire alle quali gli inglesi si opposero con tanta maggiore energia in quanto, a quei tempi, rappresentavano l’avanguardia del fronte capitalista mondiale che tentava di soffocare sul nascere la minaccia bolscevica. 

È il caso si chiarire subito che il punto di vista di Hopkirk è tutt’altro che obiettivo: nella sua narrazione ai russi (o meglio ai bolscevichi, perché con i russi bianchi adotta tutt’altro atteggiamento) spetta la parte dei cattivi e agli inglesi quella dei buoni, senza se e senza ma. Così le imprese dell’agente britannico Frederick Marsham Bailey, maestro di travestimenti e astuto manipolatore di uomini, vengono descritte con lo stesso entusiasmo con cui Ian Fleming ha costruito il mito del suo eroe immaginario, James Bond. Lo stesso dicasi per Percy Thomas Etherton, incaricato di presidiare lo Xinjiang, impedendo qualsiasi cedimento del debole governo cinese alle mire egemoniche dei sovietici, o della spia al servizio dei Bianchi Pavel Nazarov. Sul fronte opposto i bolscevichi vengono viceversa descritti come bande disorganizzate, guidate da comandanti tanto feroci quanto sprovveduti, i quali, in assenza dell’appoggio della lontanissima Mosca, riescono a stento a controllare la resistenza delle tribù musulmane centroasiatiche che li considerano invasori al pari degli zaristi (Hopkirk insiste sull’atteggiamento neocoloniale dei bolscevichi, sostenendo che le spie britanniche potevano contare sul risentimento delle popolazioni autoctone nei loro confronti). Che poi gli eserciti dei “resistenti” – siano essi locali o russi bianchi – alleati degli inglesi si rivelassero ben più feroci dei bolscevichi è un dettaglio che non turba Hopkirk: lo ammette senza reticenze, ma lascia al tempo stesso capire che, per preservare gli interessi dell’Impero, tutto era lecito. 

Il "barone pazzo"



Il libro descrive l’ascesa e la caduta di una serie di signori della guerra come il barone pazzo von Ungern-Sternberg, un generale bianco rifugiatosi in Mongolia dove sperava di emulare le gesta di Gengis Kahn, del quale credeva di essere la reincarnazione, il generale Enver Pasha, fuggito dalla Turchia dopo la rivoluzione di Ataturk, inseguendo il sogno di creare un proprio impero personale unificando tutte le etnie centroasiatiche di religione islamica, e Ma Zhongying, un brigante che per poco non riuscì a conquistare lo Xinjiang. Tutti costoro vengono liquidati a mano a mano che la presa dell’Unione Sovietica su quei remoti territori si fa più salda, grazie all’arrivo di reparti scelti dell’Armata Rossa guidati dal generale Frunze, che si rendono disponibili dopo avere sbaragliato la resistenza dei Bianchi sui fronti occidentali. 


Il generale Frunze




Tuttavia, benché il racconto di queste storie sia affascinante, rivelando fatti storici noti solo agli specialisti di quel periodo e di quelle regioni, la cosa più interessante, come stiamo per vedere è un’altra. È chiaro che Lenin, e più in generale il partito bolscevico, non erano tanto sprovveduti da sognare di costruire un impero in Asia – come recita il sottotitolo del libro -, dal momento che la debolezza economica e industriale della Russia postrivoluzionaria, l’assedio da parte dell’intero concerto delle potenze occidentali, e la necessità di consolidare il regime nei suoi primi anni di vita, facevano sì che la mera sopravvivenza della neonata repubblica fosse allora l’obiettivo più ambizioso perseguibile. Ciò che faceva davvero paura a Londra, come lo stesso Hopkirk spiega, è il cambiamento degli obiettivi di politica internazionale voluto da Lenin dopo il fallimento delle rivoluzioni in Europa occidentale (in Germania e Ungheria, per tacere dell’avanzata fascista in Italia). Coerentemente con la sua analisi dell’Imperialismo, e con la comprensione del ruolo strategico che le lotte dei popoli coloniali avrebbero potuto svolgere per accelerare la prospettiva di una rivoluzione socialista mondiale, l’attenzione di Lenin si sposta decisamente ad Oriente. Se gli imperialisti accerchiano la Russia, e se dai proletari dei loro Paesi non ci si può più aspettare un appoggio decisivo, allora non resta che contro accerchiarli, sottraendo loro il controllo e il dominio sulle colonie, dalle quali traggono le risorse per garantire l’accumulazione allargata del capitale metropolitano (e la pace sociale, ottenuta distribuendo le briciole del saccheggio coloniale alla classe operaia). 


Soldati dell'Armata Rossa in marcia




Particolarmente interessante, in tal senso, è la ricostruzione che Hopkirk fa del rapporto privilegiato che Lenin instaura con il comunista indiano Manabendra Nath Roy, uno dei pochi “cattivi” nei confronti dei quali Hopkirk non può esimersi di esprimere ammirazione per il coraggio, lo spirito di iniziativa e l’intelligenza che saprà manifestare, sia barcamenandosi nei meandri delle diverse correnti presenti nel Comintern della Terza Internazionale, sia quando sarà inviato sul campo per coordinare gli agenti comunisti infiltrati in Afghanistan e in India, con lo scopo di scatenare una rivolta contro il dominio coloniale inglese. Lenin infatti individua giustamente nell’imperialismo inglese il nemico principale e nel subcontinente indiano la sua miniera d’oro, perdendo la quale perderebbe gran parte del suo potere. Nessuna mira “imperiale” dunque, ma un brusco cambio di strategia che, secondo quanto racconta Roy nelle sue memorie - citate da Hopkirk - risultò indigesto ad altri capi bolscevichi (a Zinoviev in particolare), senza che Lenin si lasciasse tuttavia sviare. 


Borodin (al centro) in Cina




Morto Lenin e falliti i tentativi di esportare la rivoluzione in India, Roy viene progressivamente emarginato, mentre l’interesse dell’Unione Sovietica, ora guidata da Stalin, si sposta progressivamente sulla Cina. E qui Hopkirk rende omaggio al coraggio e all’abilità di un altro “cattivo”, quel Michail Borodin che fu appunto incaricato di coordinare le attività del neonato Partito Comunista Cinese. Com’è noto, l’appoggio tattico che Stalin concesse al Kuomintang guidato da Chiang Kai Shek (i comunisti erano stati invitati a entrare nel Kuomintang, agendo come ala sinistra al suo interno) si risolse in un disastro, con il massacro seguito all’insurrezione di Canton, mentre Borodin riuscì avventurosamente a fuggire e rientrare a Mosca (dove ritrovò la moglie che si riteneva fosse stata assassinata dagli sgherri di un signore della guerra cinese). 

Hopkirk conclude recitando il de profundis per il presunto sogno imperiale sovietico in Asia, ma in realtà, al netto dei tanti errori commessi, si può dire che alla lunga distanza la svolta di Lenin abbia prodotto i frutti sperati, ove si consideri che il seme trapiantato in Cina è germogliato nel trionfo del socialismo in quel grande Paese, che ha raccolto l’eredità dell’Unione Sovietica, nella misura in cui incarna il nuovo incubo che turba il sonno dell’imperialismo occidentale (che oggi ha dismesso l’Union Jack per ammantarsi della bandiera a stelle e strisce). Tornando a Losurdo, questo racconto – ancorché apologetico nei confronti dell’Occidente - ci aiuta a collocare con una certa precisione (diciamo fra il 1920 e il 1924) la data del divorzio fra marxismo occidentale e marxismo occidentale. Divorzio che – come auspicava lo stesso Losurdo - si spera possa essere sanato quanto prima con la rinascita del marxismo occidentale. 

Un ultima cosa: agli appassionati del fumetto d’autore, e in particolare delle graphic novel di Hugo Pratt, consiglio di procurarsi Lanterne Rosse, un album che contiene un’avventura di Corto Maltese ambientata negli stessi luoghi e nello stesso periodo di cui abbiamo appena parlato (nella storia compare anche, fra gli altri il barone pazzo von Ungern-Sternberg).

NOTE
(1) Cfr. D. Losurdo, Il marxismno occidentale. Come nacque, comne morì, come può rinascere, Laterza, Roma-Bari 2017
(2) Cfr. C. Formenti, Il socialismo è morto. Viva il socialismo, Meltemi, Milano 2019. 

domenica 25 aprile 2021





METAMORFOSI DEL TAYLORISMO

Le insidie della "umanizzazione" del lavoro


L’atteggiamento dei movimenti operai di ispirazione marxista nei confronti della tecnologia è sempre stato determinato dalla convinzione che lo sviluppo delle forze produttive è di per sé -a prescindere dal suo essere prodotto del processo di accumulazione capitalistica - un fattore progressivo, nella misura in cui crea le condizioni per la transizione a una forma più avanzata di civiltà. Per questo motivo, la rivolta luddista contro l’introduzione dei telai meccanici nell’Inghilterra dell’Ottocento - benché gli storici ne riconoscano il ruolo nella genesi di una embrionale coscienza di classe (1) – è stata generalmente classificata come una vana resistenza – eroica, ma oggettivamente conservatrice – al processo di industrializzazione, dal momento che questo avrebbe favorito la crescita numerica degli “affossatori” del modo di produzione capitalistico. Per la stessa ragione Marx, tanto nel Manifesto quanto nel Capitale, esalta la funzione “rivoluzionaria” del capitale che, nella sua irresistibile avanzata, spazza via tutte le forme economiche e sociali “arretrate” (arrivando a celebrare la missione “civilizzatrice” dell’imperialismo britannico in India (2) – pur riconoscendone i crimini). Per lo stesso motivo, infine, tanto Lenin che Gramsci diedero un giudizio positivo sulle “scoperte” di Taylor, ritenendo che i principi dell’organizzazione “scientifica” del lavoro rappresentassero un’importante innovazione di cui la classe operaia avrebbe dovuto impadronirsi, per sviluppare la produzione e avanzare più rapidamente verso il socialismo. 

Del resto, anche la variante fordista del taylorismo ha riscosso la sua quota di approvazione, nella misura in cui la si è potuta considerare uno dei fondamenti del compromesso capitale/lavoro che ha dato vita al trentennio “dorato” del secondo dopoguerra. In concomitanza con il ciclo di lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, questo atteggiamento subisce una radicale trasformazione, senza però che venga messo in discussione il dogma di fondo in merito al ruolo intrinsecamente rivoluzionario del progresso tecnologico. Pesa il fatto che si è acquisita crescente consapevolezza della durezza della condizione operaia - sofferenza mentale e fisica, ridotta qualità di vita, perdita di dignità, ecc. – associata a tale progresso, e se quest’ultimo viene ancora considerato positivamente, non è tanto perché aumenta la produttività del lavoro, quanto perché favorisce l’unità di classe – cementata dalla condivisione delle stesse esperienze da parte di centinaia di migliaia di lavoratori concentrati in grandi fabbriche, dove vengono costretti a svolgere mansioni puramente esecutive – e alimenta la volontà di lotta.

Sorvolando sull’ideologia operaista e sulla sua tesi di fondo – secondo la quale questa nuova condizione operaia attribuisce alla lotta di fabbrica un carattere direttamente politico, in quanto consapevolmente anticapitalista –, tesi di cui mi sono ampiamente occupato altrove (3), mi limito a ricordare come le sinistre radicali di quegli anni considerassero conservatrice e reazionaria la linea del sindacato tradizionale, il quale si batteva per la tutela della professionalità degli strati superiori della forza lavoro e per la riqualificazione professionale della massa dei lavoratori esecutivi. Questa politica, si argomentava, mirava a neutralizzare lo spirito ribelle dell’operaio-massa, alimentando l’illusione di poter salvare quel compromesso fordista che la crisi stava inesorabilmente spazzando via.

Nel mezzo secolo che va dalla metà degli anni Settanta ad oggi, la narrazione sul conflitto capitale/lavoro subisce una dislocazione radicale. L’impatto della ristrutturazione tecnologica delle imprese, dei processi di finanziarizzazione e globalizzazione dell’economia e della svolta liberal liberista delle sinistre socialdemocratiche, è talmente duro da alimentare il mito della “fine del lavoro”. Il lavoro operaio trasmigra in Cina e negli altri Paesi in via di sviluppo, si diluisce nelle catene di subappalto, ma soprattutto perde – oltre ai tradizionali strumenti organizzativi e di rappresentanza politica e sindacale – la propria identità antropologica, il proprio status socioculturale. Infatti il processo di terziarizzazione “camuffa” il lavoro industriale, il quale  – pur restando tale nella sostanza, come osserva David Harvey (4) – sembra sparire a mano a mano che si disperde nei mille rivoli della logistica, della gig economy, dell’intrattenimento, del turismo, della ristorazione, ecc., e si “imbastardisce”, mescolando ex operai industriali autoctoni, immigrati, studenti, finti lavoratori “autonomi”, ecc. Una massa individualizzata e dispersa, quasi del tutto priva di qualsiasi consapevolezza della propria comune appartenenza di classe. I nuovi soggetti della narrazione sono ora gli eredi di quegli strati di forza lavoro in formazione che, negli anni Sessanta e Settanta, avevano trasformato scuole e università in altrettante casematte della alleanza studenti/lavoratori. 

Un’alleanza effimera fra “critica sociale” e “critica artistica”, secondo l’azzeccata definizione di Boltanski e Chiapello (5), destinata a sciogliersi a mano a mano che le lotte operaie rifluiscono, fino a sparire quasi del tutto sotto i colpi di  maglio della crisi e della ristrutturazione capitalistiche. Dopodiché il conflitto sociale viene raccontato quasi esclusivamente in base ai canoni ideologici della “critica artistica”: antiautoritarismo, no al paternalismo e alle gerarchie famigliari, aziendali e politiche, riconoscimento delle differenze di genere, culturali, di orientamento sessuale ecc. Un bagaglio politico-culturale che i nuovi movimenti sociali (femminismo, pacifismo, no global, ecc.) hanno ereditato dal 68,  e che riversano nel mondo del lavoro, a mano a mano che entrano a farne parte in quanto membri di quella nuova classe media variamente definita “classe creativa”, “lavoratori della conoscenza”,  “Quinto Stato”, ecc. (6). 

Con il salto tecnologico della rivoluzione digitale - il quale, a partire dagli anni Novanta, ridisegna sia l’organizzazione del lavoro e le filosofie gestionali all’interno delle grandi imprese (non solo nelle Internet Company e nel settore High tech), sia le reti che interconnettono flussi commerciali e finanziari, produttori e consumatori (generando la figura ibrida del prosumer), metropoli e periferie, catene di subfornitura e lavoro autonomo - emerge progressivamente un nuovo paradigma che si inspira soprattutto alle teorie post operaiste. In questo nuovo modello, il ruolo di avanguardia di classe un tempo appannaggio dell’operaio massa, dell’operaio comune unskilled, viene trasferito ai “lavoratori della conoscenza” (una categoria dai confini imprecisi, al punto che si tende ad estenderli progressivamente, fino ad abbracciare l’insieme degli strati tecnico – impiegatizi, le nuove forme di lavoro autonomo e finto autonomo, o addirittura gli utenti-consumatori dei social network). 

Il ruolo virtualmente “sovversivo” di queste “moltitudini” è nuovamente associato alle opportunità generate dalla tecnologia, anche se, nel racconto, il digitale prende il posto della fabbrica fordista, e anche se ora la tecnica non è più considerata come mero fattore “oggettivo”, in grado di generare condizioni favorevoli all’unificazione della classe e ad alimentarne lo spirito e la volontà di lotta, non viene più percepita cioè come lavoro morto che domina il lavoro vivo, bensì come prodotto immediato delle inedite capacità di cooperazione sociale di una forza lavoro (7) che non ha più bisogno del capitale per innovare e aumentare la forza produttiva del lavoro sociale. Al Marx del Manifesto e del Capitale è subentrato il Marx dei Grundrisse, in particolare laddove si profetizza l’emancipazione del general intellect dal comando capitalistico, a partire dal momento in cui lo sviluppo delle forze produttive diverrà tale da non potere più essere contenuto nei confini della legge del valore-lavoro. In sintonia con questo scenario, le nuove condizioni di lavoro – che si presumono caratterizzate da accresciuti margini di autonomia, allentamento delle regole gerarchiche, lavoro di gruppo, mansioni più creative, ecc. (8) – vengono salutate come il tramonto del fordismo/taylorismo e come il prodotto dell’egemonia culturale che i nuovi movimenti avrebbero conquistato, sia nella società in generale, sia nei confronti dello stesso universo aziendale.

In Felici e sfruttati, un libro di dieci anni fa (9) ho lanciato un  primo attacco – reiterato in opere successive – a questa rappresentazione irenica della magnifiche sorti e progressive dei lavoratori della conoscenza. In quel lavoro avevo cercato di dimostrare: 1) che non esiste una classe omogenea di “lavoratori della conoscenza”, bensì un mondo del lavoro altamente differenziato e gerarchicamente stratificato in relazione alla maggiore o minore contiguità ai centri di comando capitalistico, dai quadri manageriali giù giù fino alla massa dispersa e individualizzata dei lavoratori pseudo autonomi della gig economy; 2) che questa galassia dei nuovi lavori non è unificata sul piano culturale né, tantomeno, su quello politico, per cui i suoi livelli di conflittualità nei confronti del capitale sono a dire poco scarsi (la critica alle tradizionali forme di gestione delle imprese non si estende mai al mercato e al controllo privato sui mezzi di produzione, ma si inspira, quando c’è, a una visione anarco-capitalista che combatte il monopolio in nome della libertà di iniziativa individuale e della concorrenza (10)): 3) che la cooperazione spontanea all’interno delle comunità di utenti consumatori dei network digitali assume sempre più il carattere di lavoro gratuito per i giganti della Net Economy (produzione gratuita di Big Data, che sono la materia prima del modello di business di questi ultimi); 4) che il taylorismo classico non è stato soppiantato da modelli produttivi più liberi, creativi e autonomi, bensì da una inedita forma di taylorismo digitale, che ha una capacità di controllo ancora più pervasiva – in quanto si estende dall’attività lavorativa a tutti gli ambiti della vita quotidiana – sul lavoro. Qualche anno dopo, leggendo l’edizione italiana del già citato lavoro di Boltanski e Chiapello (vedi nota 5), ho avuto conferma della fondatezza di una quinta critica che avevo formulato, relativa al fatto che la penetrazione dei modelli culturali dei movimenti sociali post sessantottini nel mondo aziendale, non è il prodotto della loro egemonia culturale, bensì della capacità di quest’ultimo di appropriarsi di strumenti ancora più sofisticati di manipolazione e controllo nei confronti della forza lavoro. È quindi con molto interesse che ho accolto la pubblicazione dell’edizione italiana del libro di Danièle Linhart (La commedia umana del lavoro. Dal taylorismo al management neoliberale), una sociologa francese che smonta ancora più crudamente questi miti sulla “emancipazione” del lavoro, svelando come, dietro la sua presunta “umanizzazione” da parte delle nuove tecniche di gestione aziendale, si celi una realtà di autosfruttamento e servitù volontaria (11).  

Come spiega Enrico Donaggio nella Postfazione, La tesi della Linhart è che l’intera storia del rapporto fra capitale e lavoro è caratterizzato, da un lato, dallo sforzo ininterrotto del capitale per espropriare i lavoratori delle loro competenze professionali, dall’altro dal tentativo  di questi ultimi di preservarle quanto più possibile, nella misura in cui in esse riconoscono, più o meno consapevolmente, un’arma fondamentale di resistenza contro l’intensificazione dello sfruttamento: “La storia del lavoro salariato è quella di una deprofessionalizzazione sistematica dei lavoratori da parte di un management preoccupato di controllare/dominare il loro lavoro”. 





In apertura di questo scritto, citavo la lotta dei luddisti contro l’introduzione dei telai meccanici, ricordando che la loro resistenza fu giudicata, dai padri fondatori del pensiero socialista, tanto eroica quanto inutile e controproducente, in quanto si opponeva allo sviluppo delle forze produttive, il quale, a sua volta, avrebbe favorito la crescita numerica del proletariato industriale, avvicinando la possibilità di abbattere il modo di produzione capitalistico. Ho anche ricordato come questo punto di vista si sia riproposto nel corso della storia del movimento operaio, citando l’apprezzamento di Lenin e Gramsci nei confronti del taylorismo, e il loro invito a utilizzare l’organizzazione “scientifica” del lavoro per aumentare la produttività del lavoro sociale. L’ultima versione di questa narrazione è l’entusiasmo con cui Antonio Negri e altri intellettuali post operaisti (ma non solo quelli) accolgono la rivoluzione digitale, nella quale vedono addirittura le condizioni per un passaggio diretto al comunismo senza transitare dal socialismo (e senza che sia necessario conquistare il potere politico). Ora è evidente che la costante di tutti questi discorsi consiste nell’invitare implicitamente i lavoratori a sopportare i sacrifici immediati imposti dai salti tecnologici (resta inteso che parlare di tecnologia del lavoro non significa parlare solo di macchinario, computer e algoritmi ma anche, se non soprattutto, di organizzazione del lavoro, tanto nell’impresa fordista quanto in quella neo liberale) in vista di una possibile emancipazione futura. 

Posto che la fede nella concreta possibilità di tale emancipazione è sempre meno diffusa fra i lavoratori, dopo decenni di quella controrivoluzione liberale che è riuscita a sradicarla dal loro immaginario. Posto che in passato, quando era ancora diffusa, il proletariato occidentale ha avuto ripetute e tragiche esperienze che gli hanno dimostrato come le aspettative di emancipazione apparivano tanto meno credibili quanto più elevato si faceva lo sviluppo tecnologico (e il corrispondente aumento del tasso di oppressione e sfruttamento), mentre le sole rivoluzioni socialiste si sono verificate in Paesi industrialmente “arretrati”. Posto tutto ciò, è naturale che i lavoratori di oggi nutrano sentimenti di nostalgico attaccamento nei confronti di quei metodi di lavoro che consentivano di dare all’attività che si svolge la propria impronta, che offrivano la possibilità di riconoscervisi. “Rispettare l’umano al lavoro, argomenta la Linhart una volta significava rispettare il professionista e il suo punto di vista, la sua esperienza”. E ancora: “possedere un mestiere consente di non mettere in pericolo la propria persona in ogni  istante”. Fin qui il mestiere come arma di difesa individuale, ma c’è poi l’aspetto collettivo, perché i saperi, le conoscenze e le regole professionali sono un patrimonio condiviso che rimanda a riferimenti comuni e consente tanto ai singoli che ai gruppi di mettersi al riparo dalle intrusioni che vengono dall’alto. 


Frederick Taylor 



Questo patrimonio tanto individuale che collettivo è vissuto da padroni e manager come un intollerabile fattore di resistenza al proprio controllo/comando. Ecco perché quelle conoscenze e quei saperi devono lasciare il posto a regolamenti, prescrizioni e procedure formali. Ed è esattamente questo che ha fatto l’organizzazione “scientifica” del lavoro “scoperta” da Taylor. Ironizzando su questo aggettivo – dal quale anche Lenin e Gramsci si sono fatti incantare - Linhart ne svela la natura di narrazione volta a legittimare il vero obiettivo, cioè spoliticizzare la fabbrica, spegnere il conflitto di classe che vi si annida. Per questo occorreva spiegare all’operaio che il suo interesse coincide con quello padronale, che i nuovi metodi di lavoro avrebbero regalato più soldi, più tempo libero, più posti di lavoro. Intanto le sue competenze venivano trasmesse alla direzione, che diveniva così l’unico vero attore del sistema di fabbrica. Il fordismo  ha condotto a perfezione il modello: prima ha completato il processo di trasformazione del lavoratore in semplice esecutore di compiti predefiniti;  poi è uscito dalla fabbrica, sconfinando nella vita privata dell’operaio, al quale si dettano veri e propri comandamenti, imponendogli di essere sobrio e frugale, marito fedele e buon padre di famiglia; ha cominciato a interessarsi anche del suo equilibrio psicologico, inventando il movimento delle relazioni umane; ma soprattutto ha imposto il suo marchio sull’intera società, promuovendo il “circolo virtuoso” fra salari relativamente alti e consumi di massa che è stato a fondamento del “trentennio dorato” postbellico (per questo Ford, uomo di idee notoriamente conservatrici e reazionarie, venne accusato dalla destra repubblicana di essere “socialista”). 


Henry Ford



Linhart descrive come, nel corso del tempo, gli operai abbiano reagito a questo attacco sviluppando pratiche collettive “clandestine” (cioè  al di fuori del, se non addirittura in aperto contrasto con il, sistema delle procedure aziendali) per migliorare il contenuto del lavoro, per introdurvi frammenti di autonomia e si senso, ma soprattutto sentimenti di solidarietà. Sulla base di questi saperi informali, che combattono il senso di impotenza e di dipendenza totale nei confronti del management, nascono collettivi di lavoro che accumulano “micropoteri”. Chi, come il sottoscritto, abbia vissuto dall’interno del mondo del lavoro il ciclo di lotte fra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, non può non ricordare come proprio questi collettivi informali siano divenuti l’ossatura su cui è venuta costruendosi l’esperienza dei consigli dei delegati di fabbrica, che ha caratterizzato la breve stagione della democratizzazione del sindacato italiano. Linhart non si occupa di questo aspetto (probabilmente perché troppo specifico della nostra storia sindacale rispetto a quella francese) ma concentra piuttosto l’attenzione sulle leggi promosse dal Partito Socialista del suo Paese negli anni Ottanta, le quali avevano l’obiettivo di “democratizzare” le imprese, valorizzando i suddetti collettivi informali di lavoro e investendoli di funzioni istituzionali di rappresentanza. La sua tesi, apparentemente paradossale, è che questo nuovo modello di democrazia formale ha contribuito a rafforzare il dominio reale delle direzioni d’impresa. La trasformazione dei collettivi informali nella pletora di gruppi di progetto, circoli di qualità, team e collettivi ad hoc, ecc. promossi dall’impresa così “democratizzata”, ne ha infatti neutralizzato il potenziale di contropotere che si basava sulla loro “segretezza”, sulla possibilità di agire in un “cono d’ombra” che li metteva al riparo dagli sguardi gerarchici, e dalla possibilità che il management li espropriasse di saperi e conoscenze volgendoli a proprio favore.

Ciò che distingue i collettivi informali dalle loro versioni istituzionalizzate è, fondamentalmente, il fatto che i primi sono espressione di identità collettive auto costituite, che incorporano un potenziale conflittuale nei confronti delle direzioni d’impresa per il solo fatto che si sottraggono al loro controllo, viceversa le seconde sono assemblaggi di persone singole messe assieme per perseguire finalità eteronome (aziendali). I “diritti” e i “riconoscimenti” che i singoli membri di queste entità artificiali ottengono dalla democratizzazione formale dell’impresa, sono beni illusori che si scambiano con l’adesione del dipendente ai valori e agli interessi dell’impresa (e con la contemporanea rinuncia ai propri interessi e valori, i quali non possono essere che collettivi). Linhart, sulle tracce di Boltanski e Chiapello, e a partire dal racconto delle sue esperienze di partecipazione a una serie di convegni e seminari sul tema del rapporto con i dipendenti, organizzati da associazioni di manager e quadri, mette in luce come a fornire la materia prima della nuova filosofia manageriale sia stata la “critica artistica” dei nuovi movimenti sociali, con il suo progressivo slittamento dalla lotta per obiettivi politici e sociali alle lotte per il riconoscimento di bisogni, desideri e diritti personali (12) (do you remember “il personale è politico”?). 





A chi individua le ragioni della sofferenza dei lavoratori di oggi nella delusione per il mancato riconoscimento economico e professionale del capitale culturale accumulato attraverso la formazione, o nell’anomia di lavori standardizzati dall’impatto omologante delle nuove tecnologie, Linhart controbatte che “il dramma del lavoro oggi non è che viene disumanizzato, ma che si giochi con gli aspetti più profondamente umani degli individui. È l’interezza della persona che si cerca di mobilitare”.  Sulle tracce di Ford, ma usando metodi assai più sofisticati e solo apparentemente meno autoritari, l’impresa neoliberale aspira a estendere il suo dominio “sulla fibra stessa dell’umano” (13). L’impresa “si prende cura” del dipendente, della sua felicità, ma, al tempo stesso, procura di fargli capire che è lui che deve farsi imprenditore della propria felicità (“la felicità è in noi stessi, essere felici dipende da ciascuno di noi, dalla nostra capacità di nutrire fiducia, di pensare positivo”). Procura soprattutto di fargli capire che la precarietà non è una cosa negativa ma un potente fattore di stimolo: spinge a lottare per affermarsi, a competere, insegna a contare sulle proprie forze, “fa crescere”. Lo stesso dicasi del cambiamento continuo: il dipendente non deve adagiarsi, scavare una nicchia in cui si senta sicuro e protetto, dev’essere obbligato ad adattarsi a un ambiente in costante evoluzione, l’idea stessa di essere “superato”, non aggiornato deve diventare un incubo fonte di terrore. La professionalità tradizionalmente intesa dev’essere rimossa, dimenticata (produrre amnesia, spiegare che tutto ciò che sapevate non serve più a nulla: così Linhart descrive la guerra aziendale contro la memoria, giustamente identificata come una pericolosa arma di resistenza), sostituita con le “competenze”, identificate con qualità come adattabilità, flessibilità, capacità di fidarsi, bisogno di mettersi alla prova, di “scoprire i propri limiti” (qualità destinate a salire nella scala degli obiettivi formativi prioritari della scuola di ogni ordine e grado, dall’asilo all’università). Cerchiamo ora di tirare le fila di quanto finora esposto.

Riassumendo,  la tesi della Linhart può essere formulata così: il taylorismo non è uno strumento contingente, limitato a una ben definita fase storica, del controllo capitalistico sul lavoro; esso incarna piuttosto un metodo, una vera e propria filosofia del dominio che attraversa l’intera storia del rapporto fra capitale e lavoro, e che consiste nello sforzo sistematico di “deprofessionalizzare” il lavoro,  di espropriare i saperi e le conoscenze dei singoli lavoratori, ma soprattutto i saperi condivisi da comunità informali e sottratte allo sguardo padronale, per trasferirle al management, che diventa così il dominus incontrastato del processo produttivo. È per questo che i lavoratori hanno sempre tentato di preservare, per quanto possibile, questo patrimonio di conoscenze collettive, in modo da proteggere le proprie identità individuali e collettive dietro lo schermo impersonale della professionalità. 

Se si condivide questo punto di vista, una prima conseguenza da trarre è che il paradigma “classico” che attribuisce agli avanzamenti tecnologici (sia che riguardino l’introduzione di nuovi macchinari, sia che si riferiscano a processi di razionalizzazione dei metodi e dell’organizzazione del lavoro) una valenza comunque progressiva (per i motivi ideologici spiegati in precedenza) dev’essere sottoposto a una seria revisione critica, nella misura in cui non tiene conto dei rapporti di forza fra capitale e lavoro che sovradeterminano il significato di tali innovazioni e che, sistematicamente, finiscono per rivelarsi strumenti di rafforzamento del controllo e del dominio del capitale sui lavoratori. Per dirla con altre parole: modernizzazione e razionalizzazione non sono valori positivi di per sé. 

Il secondo punto sollevato dalla sociologa francese riguarda i “danni collaterali” generati dalla cultura libertaria, antipolitica, orizzontalista e antigerarchica dei nuovi movimenti sociali, votata alla rivendicazione di diritti individuali più che di diritti collettivi, alla richiesta di riconoscimento delle differenze di ogni sorta, più che alla richiesta di giustizia e uguaglianza per le classi subalterne, ossessivamente concentrata sui principi e i valori della “cura” nei confronti dei singoli. Riprendendo la tesi di Boltanski e Chiapello, Linhart sostiene che questa cultura sta a fondamento del progetto di “umanizzazione” del lavoro che il management neoliberale è venuto mettendo in pratica negli ultimi decenni. Un progetto apparentemente lontano dallo spirito del taylorismo ma che, in realtà, ne condivide l’obiettivo di fondo: distruggere i saperi “segreti” che stanno a fondamento delle comunità informali dei lavoratori, o meglio, farli emergere per appropriarsene, smontando i collettivi di cui sono espressione e rimpiazzandoli con la “sollecitudine” aziendale nei confronti del singolo lavoratore, di cui si coltivano le “doti” di flessibilità, adattabilità, capacità di sopravvivere in ambienti in rapida e continua trasformazione, fiducia nella “mission” aziendale e identificazione con i suoi valori. 

Posto che entrambe le tesi mi paiono convincenti e condivisibili, credo tuttavia valga la pena di fare due precisazioni. La prima è che mi pare che l’universo aziendale da lei esplorato si riferisca soprattutto alle grandi imprese e, in particolare, alle grandi imprese che operano nei settori più innovativi e tecnologicamente avanzati (pur se è vero che anche le grandi imprese del settore pubblico assumono modelli simili, se non identici). La massa dei lavoratori delle piccole e medie imprese, dei lavoratori della logistica e dei servizi tradizionali, dei lavoratori pseudo autonomi (gig economy e dintorni) e di altri settori marginali, restano esclusi o vengono sfiorati solo tangenzialmente da questo processo di “umanizzazione” (in questi luoghi controllo e dominio si inspirano spesso a modelli più tradizionali). La seconda considerazione riguarda gli effetti controintuitivi della emersione dei collettivi informali. In apertura citavo l’esempio dei consigli dei delegati di reparto degli anni Sessanta e Settanta: ebbene, è indubbio che quella esperienza, finché è servita da strumento di mobilitazione e di lotta dei lavoratori – cioè finché ha avuto valenza antagonistica, conflittuale – sia stata altamente positiva in termini di avanzamento della coscienza di classe. Che poi la si sia potuta “addomesticare” non è dovuto al fatto in  sé che i collettivi sono passati da uno statuto informale a un ruolo istituzionale, bensì alla loro spoliticizzazione, dovuta alla sconfitta del movimento operaio, piegato dalla crisi, dall’opportunismo sindacale e dall’assenza di un credibile progetto politico anticapitalistico. È chiaro che per combattere contro il dominio del capitale i collettivi operai “devono” uscire dalla clandestinità, perché solo così possono connettersi fra loro, mettersi in relazione con l’insieme della società, in una parola politicizzarsi. Dopodiché è vero che, se tutti questi passaggi vengono a mancare, ha ragione Linhart nell’affermare che la loro emersione finisce inevitabilmente per rivoltarglisi contro.                





Note

(1) Cfr. E. P. Thompson, The Making of the English Working Class, Penguin Books, London 1991.

(2) Cfr. C. Marx, F. Engels, India Cina Russia, il Saggiatore, Milano 1960.

(3) Cfr. C. Formenti, Utopie letali, Jaka Book, Milano 2013. 

(4) Cfr. D. Harvey, Cronache anticapitaliste. Guida alla lotta di classe per il XXI secolo, Feltrinelli, Milano 2021.

(5) Cfr. L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

(6) Sul concetto di classe creativa cfr. R. Florida, L’ascesa della nuova classe creativa, Mondadori, Milano 2003; per una critica dei concetti di lavoratori della conoscenza e di Quinto Stato, vedi quanto ho scritto in Utopie letali, op. cit.; vedi anche un mio precedente lavoro: Felici e sfruttati, Egea, Milano 2011.

(7) Si tratta di una visione che ritorna in tutti i lavori di Antonio Negri, da Impero (Rizzoli, Milano 2002) in poi. Vedi anche A. Gorz, Miserie del presente, ricchezza del possibile, manifestolibri, Roma 1998 e, dello stesso autore, L’immateriale. Conoscenza, valore e capitale, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

(8) Questa immagine idilliaca è costruita sull’autorappresentazione dei protagonisti della cultura hacker e del boom delle startup californiane, nonché di comunità virtuali come Wikipedia. Cfr W. McKenzie, La classe hacker, Feltrinelli, Milano 2004. Vedi anche P. Himanen, L’etica hacker e lo spirito della società dell’informazione, Feltrinelli, Milano 2001.

(9) Op. cit.

(10) Il massimo teorico dell’anarco capitalismo digitale è Yochai Benkler (La ricchezza della Rete, Università Bocconi Editore, Milano 2007) ma si trovano tracce di questa concezione – ancorché meno ideologizzate – anche nell’opus magnum di Manuel Castells (L’età dell’informazione: economia, società, cultura, 3 voll. Università Bocconi Editore, Milano 2002-2003). 

(11) D. Linhart, La commedia umana del lavoro. Dal taylorismo al management digitale; Mimesis, Milano-Udine 2021. 

(12) La persona – presentata come singolarità concreta, in realtà del tutto astratta nella misura in cui viene descritta come un’entità cosmopolita, come una “cittadina del mondo” avulsa da ogni riferimento geografico, storico e sociale (di classe) – viene posta come il centro di imputazione della pletora dei “nuovi diritti” che la società tardo capitalista sforna a getto continuo, a partire dai dispositivi che connettono desideri e bisogni individuali, tecnologia e mercato. Cfr. in merito S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza, Roma-Bari 2012.  

(13) Una delle critiche più organiche e approfondite dei dispositivi grazie ai quali l’economia neoliberale produce non solo prodotti e servizi, ma gli uomini e le donne che li producono e li consumano, si trova in P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2013.    





   

       

       

martedì 20 aprile 2021




BORDIGA. OVVERO IL RITORNO DEL RIMOSSO

Perché parlare di Amedeo Bordiga? Lo spunto mi è venuto dalla lettura di un’antologia di testi del primo leader del Partito Comunista d’Italia, tradotti in inglese e pubblicati da un editore di Boston a cura di Pietro Basso: The Science and Passion of Communism. Selected Writings of Amedeo Bordiga (1912-1965). Anche se, a dire il vero, era da tempo che mi tentava l’idea di ragionare su questa ingombrante figura storica del marxismo italiano, sia perché la mia prima esperienza di militanza politica (parlo del 1962-63, anni in cui ero poco più che adolescente), fu in una formazione bordighista; sia perché ho sempre pensato che la damnatio memoriae alla quale Bordiga è stato condannato dal Partito Comunista Italiano sia stata un grave sbaglio, da un lato perché i suoi errori teorici e politici non furono tali da giustificare questa rimozione totale, dall’altro perché proprio analizzando quegli errori – invece di rimuoverli -, assieme ad alcuni suoi illuminanti contributi sulle tendenze del capitalismo dopo la Seconda guerra mondiale, si sarebbe potuto arricchire il patrimonio teorico del marxismo contemporaneo. 

Il lavoro di rimozione è stato molto accurato, per cui immagino che moltissimi compagni (soprattutto se al di sotto dei cinquanta - sessant’anni) non sappiano nemmeno chi fosse. Perciò credo sia prima di tutto il caso di tracciarne un sintetico profilo biografico. Nato a Ercolano nel 1889, Bordiga ha compiuto il suo apprendistato politico nella federazione giovanile del Partito Socialista, a partire dal 1910. In quegli anni i socialisti erano in grande crescita: nelle varie leghe erano inquadrati più di un milione e mezzo di lavoratori, e il partito controllava la CGIL, nata nel 1906. La sua linea politica era ispirata a una visione gradualista, secondo cui era possibile avanzare verso il socialismo pacificamente e democraticamente, attraverso una infinita espansione della democrazia accompagnata da una lunga marcia nelle istituzioni. Le cooperative e le altre associazioni mutualiste, le case del popolo, ecc. erano concepite come altrettante “isole rosse” che anticipavano i rapporti sociali e umani della futura società socialista (come si vede, i movimenti sociali post rivoluzionari dell’ultimo mezzo secolo non hanno inventato nulla).  

Bordiga fu da subito ferocemente contrario a questa linea. In particolare, si oppose all’elettoralismo (posizione che si fece ancora più radicale dopo la rivoluzione del 1917) e agli sbandamenti nazional sciovinisti del Partito Socialista in occasione della guerra coloniale in Libia (1911) e della partecipazione italiana alla Grande Guerra 1915-18. Fu, assieme ad altri compagni della sinistra socialista e al gruppo torinese dell’Ordine Nuovo guidato da Gramsci, promotore della costruzione della frazione comunista e della scissione di Livorno nel 1921 che portò alla nascita del Partito Comunista d’Italia, del quale fu alla guida fino al 1924. La crisi del Partito, legata alla repressione fascista (e al deterioramento della situazione internazionale, con la sconfitta dei processi rivoluzionari in Germania e Ungheria), i contrasti con la direzione della Terza Internazionale (sui quali tornerò più avanti) e con l’ala del partito guidata da Gramsci, portarono alla sua progressiva emarginazione (benché il suo rapporto con Gramsci, che gli successe alla guida del partito, restasse - come nota il curatore dell’antologia Pietro Basso - improntato alla stima reciproca, anche dopo la rottura maturata al Congresso di Lione del 1926). 


Militanti della frazione comunista a Livorno 



Dopo il 1926 fu alternativamente incarcerato e inviato al confino dal regime fascista che lo rilasciò nel 1930 (presumibilmente in concomitanza con la sua espulsione dal partito, decisa da Mosca). A partire da quell’anno e fino alla fine della II Guerra mondiale, rimase in silenzio e sospese qualsiasi attività politica. Anche se Togliatti, che lo considerava un potenziale e pericoloso avversario, una delle prime cose che chiese quando rientrò in Italia fu “cosa fa Bordiga”, non fidandosi di questa apparente inerzia. Gli anni del dopoguerra (fino alla morte nel 1970) furono caratterizzati quasi esclusivamente da un approfondito lavoro di analisi teorica sull’evoluzione della società capitalista e di quella sovietica, attività che ebbe effetti politici marginali (il Partito Comunista Internazionalista e altri micropartiti che si inspiravano al suo pensiero ebbero scarsissimo seguito) il che contribuì non poco, assieme al protrarsi della “scomunica” del PCI, alla mancata diffusione delle sue idee, e del contributo che avrebbero potuto offrire, se sottoposte a un serio dibattito. In particolare un simile dibattito avrebbe potuto influire positivamente sulla comprensione di due questioni fondamentali: la definizione della natura della società sovietica (che assume oggi ulteriore rilievo in relazione all’evoluzione di quella cinese); e le tendenze di fondo del capitalismo contemporaneo. 

Il rapporto di Bordiga con il partito bolscevico e la III Internazionale fu sempre problematico e ricco di contrasti, benché lui considerasse la rivoluzione russa come un modello e venisse a sua volta considerato dai russi un interlocutore di tutto rispetto. I temi di dissenso furono molti. Bordiga tendeva ad essere astensionista di principio (anche se in alcune circostanze si dimostrò più duttile) mentre l’Internazionale riteneva che il tema della partecipazione alle elezioni fosse una questione puramente tattica, da affrontare concretamente in base alle situazioni contingenti. A differenza di Lenin, Bordiga – a causa della sua idiosincrasia nei confronti di qualsiasi tipo di ideologia nazionalista – non comprese la necessità di costruire l’alleanza fra movimento comunista e lotte per la liberazione nazionale dei popoli coloniali (per esempio nel 1911, quando era ancora nel partito socialista,  pur dichiarandosi contrario alla guerra di Libia, non dedicò la dovuta attenzione alla resistenza del popolo libico all’aggressione straniera). Del resto, concentrato com’era sul conflitto fra capitale e lavoro nei Paesi industriali, gli sfuggiva il nesso fra lotta di classe e lotta contro l’oppressione nazionale. Inoltre fu accusato di settarismo nella conduzione della lotta contro il fascismo, in quanto si oppose all’ipotesi di una riunificazione con i socialisti né seppe sfruttare l’opportunità di stringere un’alleanza con gli Arditi del Popolo (che garantivano un livello di efficienza militare superiore a quello delle improvvisate milizie comuniste). 


tessera del PCd'I



A onore del vero, per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, va ricordato che a Mosca le idee in merito alla lotta antifascista furono oscillanti e tutt’altro che chiare (anche perché i vertici dell’Internazionale spesso non conoscevano la situazione interna dei vari Paesi: per esempio, i socialisti italiani erano i primi a non voler far fronte con i comunisti).  Ciò detto il problema nasceva anche e soprattutto anche a causa della peculiare concezione del partito di Bordiga. Dal suo punto di vista, il partito non era semplicemente l’avanguardia della classe operaia ma ne era l’organo politico. In un certo senso, per lui il partito era  la classe, nella misura in cui rappresentava la classe per sé, ne incarnava la coscienza politica a fronte della spontanea coscienza tradeunionista della classe in sé (per citare la classica formula marxiana). Non a caso criticava l’Ordine Nuovo accusandolo di operaismo e sindacalismo, in quanto l’organo per la liberazione della classe non erano per lui i consigli ma il partito (più avanti vedremo come questa concezione suoni contraddittoria rispetto a quanto pensava a proposito della futura società socialista). Di conseguenza diffidava di qualsiasi tattica (1) implicasse una limitazione dei margini di autonomia del partito dovuta ad accordi e compromessi con altre forze politiche e altri strati sociali, per cui non accettò mai il concetto gramsciano di blocco sociale, né la necessità di costruire un partito di massa, capace di garantire l’egemonia operaia nei confronti delle altre classi subalterne. 

Anche sulla questione della natura del fascismo la sua fu una posizione eretica, rispetto a quelle di chi, come Gramsci, pensava che esso fosse espressione degli interessi della classe agraria, o di chi, come Radek e altri dirigenti della III Internazionale, ne rintracciavano le radici sociali nella piccola borghesia. Viceversa Bordiga, in un primo tempo sottovalutò il fenomeno, ritenendo che la grande borghesia sarebbe ben presto tornata ad affidarsi a ideologie più adatte ai suoi interessi, come il liberalismo e la socialdemocrazia, ma poi fu più rapido nel rendersi conto che le classi dominanti sarebbero riuscite ad adattarsi a questo nuovo movimento politico e a renderlo funzionale ai loro obiettivi.  In particolare seppe riconoscere, come sottolinea Pietro Basso nell’Introduzione all’antologia citata in apertura, il carattere moderno, sofisticato dell’ideologia nazifascista, la sua capacità di mobilitare ampi strati popolari (anche proletari), e la sua formidabile efficienza militare. 


una riunione del Comintern della III Internazionale



Torniamo all’interpretazione della società sovietica. Molti confondono la sua posizione con quella dei trotskisti, cioè con l’idea che si trattasse di un capitalismo di stato dominato da una nuova classe di burocrati. Tuttavia, pur condividendo la tesi di Trotsky sull’impossibilità di costruire il socialismo in un solo Paese (2), la sua lettura era più sofisticata. Bordiga accolse la svolta della NEP decisa da Lenin come un passo giusto, ma soprattutto inevitabile, come un cedimento alle leggi del mercato imposto dall’accerchiamento della Russia. Ciò detto, era convinto che questo compromesso avrebbe potuto reggere per non più di dieci - vent’anni, dopodiché, se non fossero sopravvenute rivoluzioni in altri Paesi industriali, la Russia sarebbe necessariamente evoluta verso il capitalismo. Questa sua convinzione era così incrollabile che, morto Lenin, osò attaccare la politica della “bolscevizzazione” dei partiti comunisti e a sostenere davanti a Stalin che l’Unione Sovietica - visto che dal suo destino dipendeva quello dell’intero movimento comunista mondiale – avrebbe dovuto seguire le direttive dell’Internazionale e non viceversa (ardire che gli costò la definitiva emarginazione e la successiva espulsione). 

Dopo la II Guerra mondiale, la sua posizione subì una ulteriore evoluzione, per cui finì per definire il regime sovietico non come una pura restaurazione del capitalismo, ancorché in forma di capitalismo di stato, bensì come una formazione sociale sui generis, generata da un processo rivoluzionario che aveva assunto forma socialista sul piano politico e capitalista sul piano economico. Inoltre attribuì lo status di nuova classe dominante, non tanto alla burocrazia dello stato/partito, quanto agli strati tecnico manageriali e alle loro reti sociali (3) (per lui il carattere capitalista non si annidava nelle pieghe dello stato bensì nelle imprese, laddove vigevano concorrenza e legge del valore, e quindi sfruttamento). Questa visione, al contrario delle rozze analisi liquidatorie del “socialismo reale” partorite dalle sinistre radicali nate dopo gli anni Sessanta, offre spunti di discussione di grande interesse ed attualità, che chiamano in causa il dibattito sulla natura della società cinese che appassiona i teorici marxisti dei giorni nostri (4). 

È chiaro che Bordiga avrebbe negato a priori la possibilità di definire socialista una società come quella cinese, nella quale permangono mercato, moneta e legge del valore. Ed è altrettanto chiaro che avrebbe reiterato la dogmatica convinzione sulla impossibilità di costruire il socialismo in un solo Paese. Al tempo stesso il suo discorso sul dualismo fra potere politico, che nel caso della Cina appare saldamente in mano allo Stato-partito (che inoltre controlla i settori strategici di industria, commercio e finanza) e potere economico (con la presenza di grandi imprese private nazionali ed estere), ma soprattutto il suo discorso sull’apparire di forme inedite della lotta di classe in questo contesto ibrido, può essere rovesciato fino ad assumere una prospettiva del tutto diversa. Ciò è possibile: 1) perché la tenuta temporale e lo straordinario successo dell’esperimento cinese smentiscono la diagnosi che Bordiga formulò ai tempi della NEP: dalla convivenza di socialismo e mercato non deriva necessariamente la vittoria di quest’ultimo in tempi relativamente brevi; 2) decisivo appare, inoltre, il fatto che il Partito Comunista Cinese riconosca esplicitamente (al contrario di quanto avvenne in Unione Sovietica) l’esistenza della lotta di classe e subordini agli esiti di quest’ultima la possibilità o meno di progredire verso forme più avanzate di socialismo. 

Quanto a quali debbano essere i criteri per riconoscere un “vero” regime socialista, la visione di Bordiga è classicissima e ritagliata sui dogmi “classici” del marxismo, ben riassunti da un recente articolo (5) di Vladimiro Giacché sull’Antiduhring di Engels: eliminazione degli scambi mercantili e monetari già nella prima fase di transizione, estinzione delle classi sociali e dello stato, rimpiazzato dalla auto amministrazione dei produttori associati nella fase del comunismo realizzato. Ho già espresso in varie occasioni i miei dubbi in merito alla credibilità di questo scenario utopistico (6), ma non è qui il caso di riproporli, mi basta avere messo in luce in che misura la visione di Bordiga fosse più complessa e stimolante di quella di certi critici “libertari” del socialismo reale. Aggiungo solo che, paradossalmente, come anticipavo in precedenza, la sua visione del socialismo – scriveva che mentre il capitalismo è “verticale” il socialismo sarà “orizzontale” (7) perché caratterizzato dalla massima autonomia amministrativa locale – stride con la sua concezione ultra centralista e settaria del partito (vedi sopra) e con le critiche che rivolgeva alla concezione socialista delle “isole rosse” come anticipazioni locali dei futuri rapporti sociali (per cui avrebbe aborrito i discorsi dei movimenti sociali degli ultimi decenni, ancora più orientati in tale direzione). Insomma il massimo del verticismo per approdare al massimo di orizzontalismo.     

Concludo con un sintetico accenno (invitando chi volesse approfondire l’argomento a procurarsi l’edizione italiana dell’antologia di cui stiamo ragionando, in via di pubblicazione presso le edizioni Punto Rosso) ad alcune geniali anticipazioni sulle tendenze del tardo capitalismo che Bordiga elaborò dagli anni Cinquanta alla seconda metà dei Sessanta: 1) già negli anni Cinquanta intuì il crescente ruolo che le problematiche ambientali avrebbero assunto nell’aggravare la crisi sistemica, scrivendo che la critica del capitalismo non doveva limitarsi ad analizzare il rapporto capitale-lavoro, ma affrontare anche il rapporto capitale-natura e quello fra il capitale e le altre specie viventi; 2) criticò la tesi che associava il militarismo ai regimi fascisti e ultranazionalisti, dimostrando come, al contrario, esista una stretta correlazione fra militarismo e democrazia perché (riprendo una citazione dalla Introduzione di Basso) la guerra moderna è fondata sulle caratteristiche tipiche di uno  stato “che dispone delle maggiori risorse industriali , commerciali, amministrative e finanziarie e in cui il potere ha assunto forme democratiche”, e soprattutto solo lo stato liberal democratico è oggi in grado di ottenere quel consenso sociale che è prerequisito di qualsiasi sforzo bellico; 3) seppe anticipare le tendenze alla finanziarizzazione e alla sostituzione della grande borghesia tradizionale con forme più impersonali, “socializzate” della proprietà capitalistica e mise in relazione tali tendenze con il fatto che gli stati capitalisti postbellici si sarebbero rivelati sempre meno liberali e sempre più totalitari; 4) infine, da ingegnere qual era, quando uscirono le prime edizioni dei Grundrisse, si entusiasmò per lo scenario dipinto da Marx, laddove lo sviluppo del sistema automatico delle macchine veniva descritto come un annuncio dell’imminente trionfo del general intellect sulla legge del valore. Un entusiasmo che ha contagiato anche Antonio Negri, alimentandone i deliri post operaistici sul “comunismo del capitale” (8), con la differenza che Negri non è mai più uscito dal delirio, mentre Bordiga, se avesse potuto assistere all’uso capitalistico delle tecnologie digitali (9), avrebbe a mio avviso saputo rettificare il tiro. 


Note

(1) E’ nota la sua convinzione in merito alla necessità di calcolare una serie di tattiche da applicare in ogni possibile situazione – convinzione compatibile con la sua professione di ingegnere più che con la dialettica marxista. 

(2) Trovo francamente incredibile che questo dogma possa sopravvivere in un’epoca come l’attuale, caratterizzata da un elevato livello di complessità economica, politica e sociale e di differenziazione fra contesti regionali. Posto che nessuno è così folle da pensare che la rivoluzione possa scattare contemporaneamente nella maggior parte dei Paesi, tocca pensare che l’ipotesi rispecchi una visione “crollista”, secondo la quale il capitalismo dovrebbe subire in tutto il mondo una crisi catastrofica di proporzioni tali da scatenare una rivolta universale delle classi subalterne. Ma come dimostra la crisi pandemica che stiamo vivendo, e come già aveva dimostrato la crisi del 1929, questa ipotesi è destituita di ogni fondamento. Chi fa affidamento sulla maturazione delle condizioni “oggettive” per sperare in una rivoluzione mondiale, dovrà armarsi di infinita pazienza perché, come ironizzava qualcuno, “il capitalismo ha i secoli contati”. 

(3) Che questa lettura non fosse destituita di fondamento è dimostrato dal fatto che, crollato il potere politico socialista, i grandi manager si sono repentinamente trasformati in imprenditori privati. 

(4) Cfr. la bibliografia su questo tema che ho citato nei miei due ultimi lavori (Il socialismo è morto. Viva il socialismo, Meltemi 2019 e Il capitale vede rosso, Meltemi 2020).

(5) Cfr. V. Giacché, Socialismo e fine della produzione mercantile nell’Anti-Duhring di Friedrich Engels” in MarxVentuno,  n. 1, gennaio-febbraio 2021, pp. 105-125. 

(6) Vedi, in particolare, i due testi citati in nota (4)

(7) Sul conflitto fra immaginario verticale e orizzontale che attraversa l’intero dibattito teorico politico dell’ultimo secolo, vedi O. Romano, La libertà verticale, Meltemi, Milano 2019. 

(8) Dell’uso dei Grundrisse nel discorso post operaista ho discusso in Utopie letali, Jaka Book, Milano 2013. 

(9) Cfr. C. Formenti, felici e sfruttati, Egea, Milano 2011. 


mercoledì 14 aprile 2021


 LA RIVINCITA DEI SOCIALISTI IN BOLIVIA

Prospettive e dilemmi politici dopo il ritorno al potere del MAS  



Il recente ritorno al potere del MAS dopo il golpe del 2019, orchestrato dalle destre e appoggiato dai militari e dagli Stati Uniti, è un evento che suscita interrogativi politici di vasta portata per due ragioni: in primo luogo, perché la Bolivia è uno dei rari casi in cui una forza politica che non solo si dice socialista, ma dichiara esplicitamente di voler avviare un processo di transizione al socialismo, è riuscita da andare al potere per via legale; ma soprattutto perché è un esempio ancora più raro di un esperimento del genere che, dopo essere stato interrotto con la forza (come capitò con il Cile di Allende), riesce a riprendere il cammino dopo solo un anno, e a farlo anche questa volta  pacificamente, vincendo le elezioni e non attraverso la resistenza armata. 

Va detto che già nel corso del cosiddetto giro a la izquierda, come fu battezzato il processo che, che dagli anni Novanta al primo decennio del Duemila, ha insediato governi socialisti, o comunque post neoliberisti, alla guida della maggioranza dei Paesi latinoamericani, si era riattivato il classicissimo dibattito otto/novecentesco (1) in merito alla possibilità di arrivare al socialismo per via pacifica, attraverso un processo riformista radicale, piuttosto che per via rivoluzionaria. La fase di riflusso che quasi tutte quelle esperienze hanno subito nell’ultimo decennio, con una serie di sconfitte elettorali di cui quella in Ecuador di pochi giorni fa è solo l’ultima, sembrava avere dato ragione a coloro che liquidavano come illusorie le speranze suscitate dalla svolta progressista, addebitandone il fallimento al mancato superamento del quadro istituzionale pre rivoluzionario, all’assenza di una radicale messa in discussione dei rapporti di proprietà, e al persistere del  controllo delle vecchie oligarchie su risorse economiche (banche e imprese), politiche (burocrazia), culturali (università e media), militari (polizie ed eserciti), fattori che hanno permesso alle forze reazionarie di riconquistare alla prima occasione il potere politico, con l’appoggio dell’imperialismo Usa, deciso a mantenere il controllo sul “cortile di casa”. In che misura la rivincita del MAS boliviano rimette in discussione questa diagnosi? 

Ho avuto modo di farmi un’idea della complessità del dibattito appena evocato in occasione dei miei ultimi due viaggi in America Latina, il primo nell’estate del 2013 in Ecuador, il secondo qualche anno dopo a Cuba. In Ecuador, come scrivevo in un libro del 2014 (2), mi era parso, benché Correa avesse appena trionfalmente ottenuto la riconferma a presidente, di poter indicare il punto debole della Revolución Ciudadana nella scarsa incisività del suo impegno nel contrastare gli interessi del grande capitale nazionale e internazionale, nella mancata riforma agraria, ma soprattutto nella scelta di privilegiare l’appoggio delle classi medie urbane rispetto a quello dei movimenti indigenisti. Elementi in base ai quali ritenevo che difficilmente – come hanno confermato gli eventi successivi – il regime avrebbe saputo/potuto fronteggiare una controffensiva delle destre. A Cuba ho invece cercato di capire – sia pure a grandi linee - gli obiettivi delle riforme economiche successive alla morte di Castro, caratterizzate da una moderata apertura alla privatizzazione di alcune attività e dallo sguardo rivolto al “socialismo di mercato” cinese (anche se l’assedio del bloqueo, le limitate dimensioni del mercato interno e il venir meno del sostegno venezuelano, a causa della grave crisi di quel Paese, rendono ardua, per non dire impossibile, l’applicazione del modello asiatico). 

Quella della Bolivia, pur non avendo accesso a conoscenze dirette, mi era sembrata, basandomi soprattutto sugli scritti dell’ex vice presidente Alvaro G. Linera (3), una situazione diversa e ricca di potenzialità. Secondo Linera, le radici socioeconomiche della rivoluzione affondano in un processo di ristrutturazione neoliberista che, accantonate le strategie di modernizzazione che puntavano alla sostituzione delle tradizionali forme produttive urbane e agricole, si è fondato su un nuovo ordine imprenditoriale che agisce da anello di congiunzione fra il flusso finanziario globale e le reti locali dell’economia informale (lavoro a domicilio e comunità familiari). Un modello di accumulazione ibrido, che unifica in forma gerarchizzata strutture produttive tradizionali tramite complessi meccanismi di subordinazione delle reti produttive domestiche, comunitarie, artigiane, contadine e microimprenditoriali. In questo contesto, la classe operaia cresce di numero ma è frammentata e precarizzata, mentre le comunità contadine, pur parzialmente inglobate nelle relazioni di mercato, non subiscono processi di stratificazione sociale radicali ed irreversibili, conservando relazioni fondate sulla reciprocità e sulla solidarietà. Linera identifica in questa forma-comunità che resiste attivamente ai processi di subordinazione, l’equivalente di una vera e propria classe antagonista. In effetti, questi soggetti tradizionali hanno dato vita a organismi di democrazia diretta e partecipativa in grado di unificare e mobilitare altri strati sociali. Sono stati questi cabildos a sfidare il potere delle oligarchie neoliberali, occupando il territorio e sottraendolo al controllo di prefetti, sindaci e polizia. 


Alvaro G. Linera



Queste strutture orizzontali hanno vinto anche grazie all’apporto del MAS (Movimento al Socialismo) guidato da Morales, un partito politico sui generis nato come aggregatore di diverse associazioni, partiti e movimenti. Il MAS è riuscito a saldare due blocchi sociali diversi: da un lato, le associazioni e i movimenti indigeni e urbani, affiancati e sostenuti dai partiti e dai sindacati della sinistra tradizionale; dall’altro, ceti medi, gruppi imprenditoriali, partiti democratici. Lo ha fatto elaborando un programma politico capace di mediare fra interessi diversi: nazionalizzazione di alcune imprese strategiche avendo cura di non intaccare gli interessi della piccola-media imprenditoria; promessa di procedere a un cambio di matrice produttiva ispirato ai principi della cultura indigena del buen vivir (4) senza rinunciare, tuttavia, alle politiche estrattiviste (indispensabili per finanziare la spesa sociale); trasformazione in senso plurinazionale e plurilinguistico dello stato. In ragione di questa visione “pattista” del potere (che i critici accusano di corporativismo), si sono attivate procedure di contrattazione permanente fra i vari gruppi sociali del blocco. Linera parla, a tale proposito, del tentativo di garantire rappresentanza a una moltitudine in cui nessuno parla a titolo individuale, ma in nome di identità collettive locali alle quali deve rendere conto (5).


A chi avrebbe voluto che la rivoluzione imboccasse un cammino più marcatamente anticapitalista, Linera replica, da un lato, che l’obiettivo immediato non poteva essere altro che la costruzione d’una sorta di capitalismo postneoliberale, fondato sulla triangolazione fra piccola e media imprenditoria privata, attività produttive tradizionali e comunitarie e politiche pubbliche orientate al trasferimento di tecnologie e risorse a favore di quest’ultime; dall’altro lato, ribadisce l’intenzione di marciare verso il socialismo. Anche Luis Arce, ministro dell’economia durante la presidenza Morales, e oggi subentrato allo stesso Morales dopo la vittoria alle elezioni del 2020, ribadiva, nel 2012, che non si era mai pensato a una transizione immediata al socialismo bensì a risolvere i problemi sociali più urgenti e a consolidare la base economica con una adeguata ridistribuzione degli eccedenti. A elaborare il modello su cui si è fondata la politica economica del regime era stato lo stesso Arce nel 1999, assieme a un gruppo di ex militanti del Partito Socialista Uno (PS-1). In poco più di un decennio, periodo nel quale lo stato ha agito da primo fattore di crescita e sviluppo, il PIL è aumentato da 9000 a 40.000 milioni di dollari, il PIL pro capite è triplicato, la povertà estrema è calata dal 38% al 15% e i salari reali sono fortemente cresciuti.  


Veniamo ora alla diagnosi sui motivi della crisi dell’ondata progressista in America Latina che Linera aveva formulato tre anni prima del golpe. Dopodiché discuteremo alcuni passaggi di un’intervista che lo stesso Linera ha rilasciato a “Jacobin” (6) dopo la vittoria di Luis Arce alle elezioni presidenziali che hanno riportato il MAS al potere. Nel corso di una conferenza tenuta il 27 maggio 2016 a Buenos Aires, inserito nell’antologia di scritti tradotti in italiano citata in nota (3), Linera analizza le ragioni del riflusso - allora già in atto – del giro a la izquierda, addebitandolo, oltre che alla crisi economica, a una serie di errori soggettivi quali: 1) la sottovalutazione della difficoltà di trasformare dall’interno la struttura dello Stato; 2) la sopravvalutazione delle possibilità di integrazione dei ceti medi nel blocco progressista; 3) l’incapacità di gestire le contraddizioni generate dalla convivenza fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta e partecipativa.   


Sullo stato. In scritti precedenti, Linera era parso ipotizzare che il processo di trasformazione delle strutture del potere avviato dalla rivoluzione fosse in qualche modo irreversibile. Viceversa, nell’intervento appena citato ammette che cambiare la macchina statale dall’interno si è rivelato un obiettivo utopistico: le destre non hanno ripreso l’iniziativa solo grazie al controllo sui media, sull’università, sulle case editrici e su una serie di reti sociali, ma anche e soprattutto perché non si è riusciti a “rieducare” i quadri dell’apparato burocratico (magistrati, militari, accademici, amministrativi ecc.). A ciò si è aggiunto il fallimento della “riforma morale” contro la corruzione, e l’idea che “governare per tutti” significasse fare concessioni alle destre, dimenticando che corteggiare la destra non produce vantaggi perché questa lo interpreta come un segnale di debolezza. 


Sui ceti medi. La ridistribuzione della ricchezza che i regimi postneoliberisti hanno messo in atto attraverso le loro politiche economiche (vedi sopra) ha generato un ampliamento delle classi medie. Per esempio, il 20% dei boliviani è passato in dieci anni a essere classe media. Tuttavia, lamenta Linera, all’aumento della capacità di consumo e della giustizia sociale non si è accompagnata la politicizzazione della società. Il che non vale solo per le classi medie tradizionali, ma anche per quelle create dal nuovo regime (cita in merito gli scioperi indetti dagli insegnanti, pur fra i maggiori beneficiari degli aumenti salariali voluti dal governo). Per evitare la spinta alla frammentazione corporativa del blocco sociale rivoluzionario, mantenendo su di esso l’egemonia indigena, operaia e contadina sul blocco, si sarebbero dovute “rieducare” le altre classi al riconoscimento degli interessi collettivi.


Sulla democrazia. Linera ammette che il problema di dare continuità al processo rivoluzionario in condizioni di democrazia rappresentativa è un compito arduo. Il caso dei socialismi latinoamericani, giunti al potere attraverso elezioni, è una eccezione nella storia delle rivoluzioni sociali, che appena si è verificata, si è trovata di fronte alla sfida di garantire il ricambio delle leadership senza mettere in discussione la democrazia rappresentativa. Il fatto che in alcuni Paesi siano state introdotte costituzioni che promuovono e riconoscono nuove forme di democrazia diretta e partecipativa, complica ulteriormente la questione, nella misura in cui genera una sorta di dualismo istituzionale. Non è un caso se alcuni leader hanno promosso riforme che consentissero loro di ripresentare più volte la propria candidatura al seggio presidenziale: più che da ambizioni “bonapartiste”, ciò è dipeso dal fatto che il ricambio delle leadership richiede tempi lunghi che le scadenze della democrazia rappresentativa non concedono. Ne consegue che la rivoluzione è costantemente esposta al rischio di sconfitte elettorali che possono annullare in pochi mesi anni e anni di sforzi per cambiare l’economia, la società e la politica di un Paese (più avanti vedremo come la maggiore capacità di resilienza del processo rivoluzionario boliviano sia dovuta alla etnicizzazione dello scontro di classe, per cui gli organismi di autogestione delle comunità andine tradizionali hanno potuto svolgere un ruolo strategico nella tenuta del blocco sociale rivoluzionario). 


Facciamo un passo indietro. Si è detto poco sopra delle critiche delle sinistre radicali alla rivoluzione boliviana (e più in generale agli analoghi processi di altri Paesi del subcontinente): quello che si è instaurato non è socialismo ma una variante di “capitalismo di stato”, sul tipo di quelli esistenti nell’ex blocco sovietico, in Cina e a Cuba; inoltre si sono traditi i valori e i principi del buen vivir andino in nome della tradizionale ideologia “industrialista” e “sviluppista” delle sinistre latinoamericane. A queste accuse Linera replica proponendo una visione della transizione al socialismo come processo di lungo periodo. Il mercato e l’economia capitalistica non possono essere aboliti per decreto, e del resto neanche nazionalizzazioni più estese e radicali avrebbero potuto realizzare tale obiettivo, per cui il compito più urgente consisteva nel restituire alla società il controllo politico sui processi di distribuzione del reddito, sui flussi commerciali e finanziari, oltre ad assicurare tutti l’accesso a sanità, educazione superiore, assistenza sociale. Come si è visto sopra, questi obiettivi sono stati in larga misura realizzati. Si è inoltre restituita alla Bolivia la sua dignità di nazione sovrana, emancipandola dal dominio nordamericano, e si è ottenuto il riconoscimento della natura plurinazionale e plurilinguistica della repubblica, facendo giustizia di secoli di oppressione coloniale sulla maggioranza indigena. Dopodiché Linera ammette che per un lungo periodo, di durata imprevedibile, esisteranno ancora conflitti e contraddizioni “in seno al popolo”. 


Ma la replica più significa è, a mio avviso, quella che contesta l’ideologia “antistatalista” delle sinistre radicali. Se non si prende il potere, argomenta Linera, ci si autocondanna all’irrilevanza politica, perché la lotta per l’emancipazione passa necessariamente attraverso la lotta per il potere dello Stato. L’idea che il mondo si possa cambiare facendo secessione dal sistema politico, operando dal basso, negli interstizi della vita quotidiana, “toglie alle classi subalterne i successi ottenuti nelle strutture istituzionali dello stato e rimuove la storia delle lotte che lo hanno attraversato”. Ma soprattutto non coglie la vera essenza dello stato, lo scambia per una “cosa”, per uno “strumento” mistificandone la reale natura di processo, di relazione sociale. In una conferenza dedicata al pensiero di Poulantzas Linera afferma che lo stato “è un processo, un agglomerato di rapporti sociali che si istituzionalizzano, si regolarizzano e si stabilizzano”; è “il processo di formazione di egemonie e blocchi di classe”. Il che significa che non è un Moloch da abbattere perché incorpora tutte le forme di oppressione, autoritarismo, ecc., bensì un campo di forze su cui è fondamentale che le classi subalterne si misurino con i propri avversari per assumerne il controllo” (7). 


Veniamo all’intervista a “Jacobin”. È chiaro che un’intervista non ha lo stesso peso dei testi citati in precedenza, e tuttavia ne emergono diversi significativi slittamenti del punto di vista dell’autore (alcuni dei quali mi lasciano perplesso) che fra poco cercherò di analizzare. Prima però un paio di considerazioni. Quando l’intervistatore gli chiede perché non vi sia stata una resistenza attiva al golpe (visto che ci sono state grandi manifestazioni di massa, è chiaro che qui ci si riferisce a un qualche tipo di resistenza militare), Linera risponde che Morales ha detto che non voleva mandare a morte i suoi compagni (in effetti, il confronto fra una popolazione pressoché disarmata, o male armata, e l’esercito avrebbe provocato un bagno di sangue), per cui ha preferito rassegnare le dimissioni. Dopodiché ammette che il governo era impreparato all’eventualità che le forze armate si schierassero attivamente dalla parte dei golpisti, aggiungendo che, visto che nessuna nazione può fare a meno di un esercito, in futuro occorrerà valorizzarne lo status e la funzione istituzionale, coltivarne lo spirito di corpo e cambiarne la composizione di classe (8). Infine esalta la capacità di mobilitazione di contadini, poveri urbani e classe operaia che si sono organizzati per mantenere il controllo del territorio, così come avevano fatto all’inizio del processo rivoluzionario,  e garantire così che le elezioni del 2020 si potessero effettuare, in barba alle pressioni interne e internazionali che hanno fatto di tutto per impedirne lo svolgimento. 


scontri fra manifestanti e polizia 



Fin qui nessuna particolare osservazione. Le perplessità iniziano laddove Linera traccia l’identikit del nemico. In precedenza abbiamo riportato le sue riflessioni autocritiche in merito: 1) alla mancata integrazione politico-culturale delle classi medie nel blocco sociale rivoluzionario; 2) all’errore di avere, in alcune circostanze, concesso troppo agli interessi dei loro strati superiori. Va inoltre ricordato come nel concetto di classi medie non si riferisse solo a quelle tradizionali, ma anche a quelle create dalla politica redistributiva del governo (citando casi in cui queste ultime hanno adottato comportamenti corporativi in contrasto con il bene comune). Ebbene, nell’intervista sembra invece puntare il dito esclusivamente contro le classi medie tradizionali e la loro ideologia reazionaria e razzista (nel caso della Bolivia, come si è detto, odio di classe e odio razziale sono strettamente associati, per cui la sola idea di vedere degli indios che occupano ruoli di potere appare ad alcuni inconcepibile). Tace invece sul “tradimento” da parte di quegli strati sociali emergenti – e dei loro movimenti politici (9) – di cui in precedenza (vedi sopra) denunciava le tendenze corporative. Di più: auto smentendosi, parla della necessità di mediare fra i loro interessi e quelli delle classi subalterne. 


Ora, non conoscendo abbastanza la situazione socioeconomica boliviana, non mi permetto di criticare una svolta che presumibilmente riflette esigenze tattiche, soprattutto dopo la dura esperienza del colpo di stato. Ma il punto è che Linera sembra estendere la sua analisi oltre i confini boliviani, per cui descrive lo scenario globale come una fase di controffensiva liberista guidata dalle forze più retrive e ultraconservatrici, e quel che è peggio sostiene che le oligarchie non avrebbero soluzioni da offrire alla crisi economica e politica. Posto che, come diceva Lenin, non esiste alcuna crisi che la borghesia non sia in grado di risolvere, in assenza di forze in grado di rovesciarne il dominio, questa diagnosi mi pare pericolosamente cieca di fronte al fatto che il dopo Trump ci regala una controffensiva ben più pericolosa, guidata dai settori più progressivi e liberal del capitalismo globale. Una controffensiva che, impugnando i diritti umani e esibendo un linguaggio “politicamente corretto” è riuscita a integrare i movimenti sociali  “di sinistra” (espressione delle classi medie emergenti di cui sopra) in un fronte “antifascista”. E una controffensiva che, nella misura in cui riuscirà a imporre una svolta neokeynesiana alla politica economica e a fare qualche concessione sul piano del welfare e della riduzione delle disuguaglianze, distoglierà l’attenzione popolare dalla guerra di aggressione che sta preparando contro Cina, Russia e tutti i Paesi che non si piegano agli interessi occidentali. Capisco che Linera ritenga prioritaria l’esigenza di costruire un ampio fronte sociale, politico e ideologico per impedire che si ripetano situazioni come quelle che il suo Paese ha vissuto nel 2019 (e immagino che durante l’esilio sia stato sottoposto alle pressioni di quelle sinistre radicali che aveva criticato mentre era al potere), ma questo non giustifica il fatto di elevare tale esigenza tattica a chiave di lettura della situazione mondiale della lotta di classe (questo è quanto hanno fatto, fra gli altri, i compagni di Podemos, con gli esiti disastrosi che ho analizzato altrove (10)).  


L’altro punto dolente – che non è tattico, ma teorico-strategico – riguarda la concezione dello stato. Abbiamo visto come Linera critichi l’ideologia antistatalista di alcuni movimenti. Questa critica nell’intervista viene ribadita, adducendo la necessità di nazionalizzare certi settori sia per poter disporre delle risorse per costruire scuole, ospedali, ecc. e per aumentare i salari, sia perché se lo stato controlla almeno il 30% del PIL è meno esposto ai ricatti delle grandi imprese private nazionali ed estere. Ribadisce poi che nella fase di transizione i capitali privati possono contribuire a trainare lo sviluppo, e inoltre sottolinea che le nazionalizzazioni non risolvono il problema della socializzazione e democratizzazione dei mezzi di produzione. Del resto, aggiungo io, anche in Cina, dove il PCC è andato al potere con una rivoluzione, la classe capitalistica è stata espropriata del potere politico ma non di quello economico (anche se lo stato/partito mantiene il controllo sull’intero sistema produttivo, commerciale e finanziario). E anche in Cina si ammette che questa situazione è propria della prima fase del socialismo, il quale potrà essere realizzato solo in capo a una lunga fase di transizione. 

Mettendo fra parentesi la questione se a tale proposito sia lecito parlare di capitalismo di stato (11), vengo al punto dolente. Nell'intervista, Linera afferma che il salto alla fase successiva non potrà né dovrà avvenire sotto l’egida dello stato, del governo o del partito bensì “quando la società stessa si metterà in marcia per democratizzarsi”. La sua visione del socialismo coincide con un processo di costruzione comunitaria “dal basso” rispetto alla quale partito governo e stato hanno solo il compito di facilitatori del processo. Purtroppo, come insegna il golpe (ma basta perdere le elezioni, come è avvenuto in Ecuador) senza il monopolio del potere politico da parte dello stato/partito tutte le utopie di costruzione dal basso sono esposte al rischio di venire spazzate via da un giorno all’altro, e tutte quelle finora tentate o anche solo immaginate, da Owen ai giorni nostri, sono rimaste appunto confinate nel regno dell’immaginazione. È vero che il popolo boliviano ha tenuto botta, almeno per ora, ma è altrettanto vero che ciò è stato possibile solo grazie alla peculiare realtà di una nazione in cui sono sopravvissute alla colonizzazione del mercato capitalistico antiche forme comunitarie (12). Non credo si debba cedere alla tentazione di elevare a modello questa realtà a dir poco idiosincrasica.  


Il neo presidente Luis Arce



Chiudo con qualche breve cenno alle prospettive del dopo Morales, per quel poco che si può capire dalle ancora scarne informazioni disponibili. Secondo varie fonti giornalistiche (tutte da verificare) le manifestazioni dei mesi fra il golpe e le elezioni del 2020, più che chiedere il ritorno di Morales (che pure resta una figura simbolica di grande peso, anche se non va dimenticato che, quando ha indetto il referendum per potersi candidare per la terza volta alla presidenza, è stato sconfitto), si opponevano alla visione razzista e reazionaria del governo golpista e di coloro che lo sostenevano. Il neo presidente Luis Arce, dopo la vittoria, ha parlato di costruire un governo di unità nazionale, annunciando provvedimenti a favore delle micro, piccole, medie e grandi imprese, del settore pubblico e di tutte le famiglie che hanno vissuto per 11 mesi in una condizione di incertezza. Ha preso atto di una situazione internazionale che vede una guerra commerciale fra Usa e Cina, che è fonte di rischi ma anche di opportunità (in tal senso ha accennato a negoziati con Cina e Russia). Infine ha affermato di voler riprendere il processo del cambiamento, ponendo riparo agli “errori” commessi dal MAS. Ignoro quali siano gli errori cui si riferisce, ma non bisogna dimenticare che il MAS non è un partito tradizionale, bensì una sorta di federazione in cui confluiscono numerose associazioni, partiti e movimenti, per cui è scontato che al suo interno convivano posizioni diverse, non senza tensioni e conflitti. Quel che certamente resta invariato è il saldo riferimento alla cosmovisione aymara, incarnata dal vicepresidente indigenista Choquehuanca. 


Note


(1) Cfr. R. Regalado, G. Rodas (a cura di), America Latina hoy. Reforma o Revolución, Ocean Sur, 2009. A proposito del dibattito fra riformisti e rivoluzionari nella Socialdemocrazia tedesca di fine Ottocento - primo Novecento, va ricordato che F. Engels e R. Luxemburg sostennero che il problema non era riforme sì o riforme no, bensì se le riforme erano intese come strumenti per creare le condizioni per una transizione rivoluzionaria oppure concepite come fine a sé stesse. 


(2) Cfr. C. Formenti, Magia bianca magia nera. Ecuador, la guerra fra culture come guerra di classe, Jaka Book, Milano 2014. 


(3) Cfr. A. G. Linera, Forma valor y forma comunidad, Traficantes de sueños, Quito 2015; La potencia plebeya. Acción colectiva e identidades indígenas, obreras y populares en Bolivia, Clacso/prometeo libros, Buenos Aires 2013; Democrazia, stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.


(4) Per una definizione del termine buen vivir vedi Magia bianca…op. cit.


(5) Pablo Stefanoni sostiene che il concetto di moltitudine di Linera differisce da quello di Toni Negri in quanto il primo si riferisce a una totalità di soggetti collettivi mentre il secondo connota un insieme di singolarità. Cfr. P. Stefanoni, Posneoliberalismo cuesta arriba,  in “Nueva Sociedad” N. 239, Maggio-giugno 2012. 


(6)  https://jacobinmag.com/2021/04/interview-alvaro-garcia-linera-mas-bolivia-coup  


(7) Le citazioni sono tratte da Democrazia, stato, rivoluzione, op. cit. 


(8) La composizione di classe dell’esercito venezuelano ha svolto un ruolo determinante nella rivoluzione chavista. Cfr. C. Colotti, Talpe a Caracas, Jaka Book, Milano 2012 e, della stessa autrice, Dopo Chavez, Jaka Book, Milano 2018. 


(9) A tale proposito: sono rimasto esterrefatto nell’apprendere che certe femministe boliviane (ovviamente bianche della classe media) dopo il golpe hanno dichiarato di non voler prendere posizione fra Morales e i militari golpisti perché entrambi “machos”. Forse sono le stesse che anni prima (come riferisco in Magia bianca magia nera, cit.) votarono contro la regolarizzazione delle collaboratrici domestiche di origine india, guadagnandosi l’appellativo di femministe señorial da parte di alcune loro compagne. E in ogni caso non credo che nelle sinistre movimentiste boliviane manchino personaggi come quelli che affliggono gli scenari di altri Paesi latinoamericani (per tacere di quelli europei), sempre pronti ad attaccare i governi socialisti perché non sufficientemente radicali sul piano economico e “antidemocratici” su quello politico (in Venezuela alcuni sono arrivati a schierarsi con le opposizioni di destra). 


(10) vedi i due post su Podemos che ho pubblicato sul questo blog. Vedi anche M. Monereo, Oligarquia o Democracia, El Viejo Topo, 2020. 


(11) Linera loda il realismo delle scelte di Lenin al tempo della NEP. Al tempo stesso, sembra ritenere che lo stesso Lenin, ai tempi, fosse convinto che il capitalismo di stato adottato da un Paese socialista fosse un male necessario e comunque non sostanzialmente diverso da quello in vigore nei paesi capitalisti. Ma basta leggere questa citazione ripresa da A. Gabriele (cfr. Enterprises; Industry and Innovation in the People’s Republic of China, Springer, Berlino 2020) per capire che le cose non stanno esattamente così: << il capitalismo di stato discusso in tutti i libri di economia è quello che esiste sotto il sistema capitalista, laddove lo stato mette sotto il proprio controllo alcune imprese capitaliste. Ma il nostro è uno stato proletario che dà al proletariato tutti i privilegi e che attraverso il proletariato attrae a sé gli strati inferiori della classe contadina. Ecco perché molti vengono sviati dal termine capitalismo di stato. Il capitalismo di stato che abbiamo introdotto nel nostro paese è di un tipo speciale…Noi deteniamo tutte le posizioni chiave. Possediamo il paese, che appartiene allo stato.  Ciò è molto importante anche se i nostri oppositori lo negano>>. In altre parole il punto, per Lenin, non è la forma giuridica della proprietà statale bensì quale classe ne detiene il controllo politico. Né Lenin pensava, diversamente da Linera, che per riconoscere la natura di classe di tale controllo fosse necessario il controllo diretto dei proletari sull’industria di stato.  


(12) La discussione sul ruolo politico di queste forme comunitarie tradizionali in ambito marxista non è inedito: vedi il dibattito fra Marx e i Narodniki a proposito del destino della obščina, l’antica comunità di villaggio dei contadini russi. Vedi, in particolare, la celebre lettera a Vera Zasulic contenuta nella antologia di scritti di Marx ed Engels India Cina Russia (il Saggiatore, Milano 1960); vedi infine P. P. Poggio, L’Obščina. Comune contadina e rivoluzione in Russia, Jaka Book, Milano 1978.      

LA SFIDA DI SANDERS NON SPAVENTA IL CAPITALISMO Leggendo il titolo del nuovo libro di Bernie Sanders, Sfidare il capitalismo (Fazi Editore)...

più letti