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domenica 8 febbraio 2026

C’ERA UNA VOLTA IL GIAMBELLINO
MEMORIE DI UN QUARTIERE “SCOMODO”



Fra me e l'amico Manolo Morlacchi c'è una differenza d’età di più di vent'anni (io del 47 lui del 70) ridotta dalla comune passione politica, tinta di rosso. Ovviamente abbiamo avuto percorsi di vita diversi, visto che si sono svolti in contesti temporali lontani, non tanto in termini assoluti (per la storia vent'anni sono un battito di ciglia), quanto relativi (il peso tremendo di quei vent'anni si rispecchia nella ininterrotta sequenza di sconfitte che hanno annullato le conquiste di un secolo di lotte proletarie). 


Quando Manolo gattonava e io militavo da qualche anno nei movimenti filocinesi, mi è capitato d'incontrare, sia i compagni del Gruppo Luglio 60 nato al Giambellino (e chissà, forse c’era anche uno dei suoi genitori, se non entrambi), sia alcuni membri della redazione di "Lavoro Politico", la rivista nata all'Università di Trento sulle cui pagine scriveva, fra gli altri, Renato Curcio, il quale, assieme a Morlacchi padre e altri proletari, avrebbe di lì a poco fondato il nucleo originario delle Brigate Rosse. 


Oggi quella storia è stata ridotta a una narrazione tragica intessuta di tenebrosi luoghi comuni (anni di piombo, terrorismo rosso, ecc.) associata a piccole frange di giovani intellettuali infarciti di utopie e ideali astratti. In un libro precedente, La fuga in avanti, Morlacchi ne ha riscattato la memoria, mettendo allo scoperto le radici di una realtà del tutto diversa: minoranze sì, ma minoranze proletarie, accomunate dalla delusione nei confronti della svolta moderata del PCI – nel quale la maggior parte aveva militato - e decise a rilanciare  il sogno rivoluzionario della Resistenza. Un'eresia che ha suscitato condanne più feroci da parte dei comunisti "ortodossi" - preoccupati per il "danno di immagine" - che degli stessi partiti borghesi. 


Certo quell'assalto al cielo è stato, come recita il titolo del libro appena citato, e come la maggior parte di noi militanti delle sinistre radicali del tempo pensavamo, una "fuga in avanti". Ma se le masse non sono insorte, come nella scena finale del film "Tempi moderni", nella quale a un ignaro Charlot basta raccogliere casualmente una bandiera rossa per ritrovarsi alla testa d’un corteo di migliaia di persone, solo la malafede dei pennivendoli liberal democratici può negare che nelle fabbriche e nei quartieri “quelli della stella a cinque” punte godessero di diffuse simpatie. Soprattutto in un quartiere storicamente comunista e proletario qual era il Giambellino. 


Io l'ho frequentato episodicamente, perché i gruppi extraparlamentari in cui militavo quand’ero ancora studente, mi inviavano a diffondere la stampa rivoluzionaria in altre zone della cerchia periferica. Dopodiché, divenuto lavoratore e dirigente sindacale, i proletari li ho frequentati nelle fabbriche e negli uffici. Eppure, quando ho letto Fuga in avanti, mi è venuto un gruppo in gola: fabbrica e quartiere potevano cambiare ma gli operai comunisti erano quelli che descriveva lui.


Nostalgia canaglia, come canta una banale canzonetta? Piuttosto dolore e rabbia per le sconfitte che quegli uomini e quelle donne hanno subito, finendo stritolati nei meccanismi della ristrutturazione capitalistica e della globalizzazione liberista. Volgersi indietro non è, o almeno non è detto sia, una postura nostalgica, può essere, come scrive, citando Benjamin, Maurizio Guerri nella Introduzione al nuovo libro di Morlacchi, Memorie della periferia. Storie del Giambellino (Milieu Edizioni) speranza di redenzione. Il grande filosofo tedesco usa la metafora dell'Angelo che, trascinato dal vento della storia, si volge indietro a contemplare i disastri del passato per significare che "nulla di ciò che è avvenuto dev'essere mai dato per perso", che non può darsi emancipazione degli oppressi di oggi "fino a quando saranno dimenticate le vite degli sconfitti di ieri". Vista da questa angolazione, la memoria è dunque speranza di redenzione, non nostalgia. 


In Memorie della periferia, Morlacchi fa un balzo in avanti di dieci/vent'anni rispetto agli anni Sessanta/Settanta in cui è ambientato il libro precedente, ma lo scenario è ancora il Giambellino, o meglio, questa volta si parla piuttosto delle sue rovine, d'un quartiere sventrato, degradato, dal quale sono stati espulsi gran parte dei proletari (ad eccezione dei vecchi), sostituiti da una fauna di individualità deprivate di identità sociale: sottoproletari, balordi, bulli, pazzi, "scarti di produzione" di ogni tipo, destinati a essere a loro volta espulsi dal processo di gentrificazione che avanza. Nel corso di una lunga passeggiata - reale o immaginata, poco importa - Morlacchi incontra una serie di questi esemplari, o meglio i loro fantasmi, le tracce che hanno lasciato di sé nei luoghi in cui hanno vissuto, o in cui tuttora vivono. 


Ho detto della distanza generazionale che ci divide, ma nel "mood" con cui Manolo ricostruisce questo catalogo di "vite perdute", ho avvertito una eco dello spirito con cui mi sono aggirato per il Parco Lambro nel 1976, in quella fatidica edizione inaugurale del Festival di re Nudo che ho vissuto come profezia della fine imminente di una stagione di lotta, destinata a squagliarsi e ad affondare nella retorica della pseudo trasgressione e dello sballo. Nel momento in cui propongo questo accostamento, mi rendo però conto che può suonare un po’ “proiettivo”, quindi rimedio citando un paio fattori che rappresentano altrettanti elementi – il primo, per dir così “oggettivo”, il secondo soggettivo - di differenza fra i due contesti. 


In primo luogo, la composizione socioculturale del pubblico del Parco Lambro (ancor più nelle edizioni successive del Festival) era radicalmente diversa da quella del Giambellino raccontato da Morlacchi: prevalentemente, anche se non esclusivamente, piccolo borghese-studentesca nel primo caso, prevalentemente, anche se non esclusivamente, sottoproletaria o post proletaria nel secondo. Passando all’aspetto soggettivo: il mio stato d’animo di allora era un misto di frustrazione e rabbia, perché i picchi d’intensità raggiunti dalla lotta di classe e dalle speranze che vi erano associate erano troppo vicini nel tempo per permettermi di accettare serenamente quello scenario di conversione della cultura antagonista in pratiche trasgressive individuali, pop e americanizzate (o pseudo-orientalizzate, vista la linea culturale di ”Re Nudo”). Il che determinava la mia radicale sfiducia nei confronti della possibilità di “redenzione” di quei soggetti. 


Viceversa lo sguardo di Morlacchi appare in una certa misura pacificato, se non rassegnato, dal fatto che la sconfitta si è consumata da tempo in tutta la sua portata, e nei soggetti sui cui si posa riconosce un profondo legame di classe – ancorché anestetizzato – con i protagonisti d’antan (in qualche caso sono gli stessi, invecchiati), per cui sulla rabbia prevalgono la pietas e la volontà di salvare alcune storie dall’oblio, perché come scrive ancora Guerri nella Introduzione sulle tracce di Benjamin, “neppure i morti saranno al sicuro dal nemico se vince” e solo ricordandosi di loro è possibile “tenere accesa per noi oggi una piccola scintilla della speranza”. 


A questo punto non mi resta che evocare alcune delle ombre che, novello Ulisse in visita agli Inferi, Morlacchi richiama dalla sua memoria.


C’è Arturo che “come gli uomini della sua epoca, è capace di fare tutto:l’idraulico, l'elettricista, l’antennista, il falegname, il meccanico, il calzolaio, il vetraio” e che, mentre lavora, manda giù un bicchiere di rosso dopo l’altro, bestemmia senza interruzione in dialetto milanese, non sa dire con precisione quanto gli è dovuto per la riparazione e finisce per accettare qualsiasi offerta, magari solo una promessa di pagamento dilazionato. 


C’è il barbiere detto “mano gialla” per la pelle delle dita intrisa di nicotina, che distribuisce fumetti erotici ai ragazzini in attesa del proprio turno e si raggiunge solo passando da una via che le deiezioni canine hanno trasformato in una specie di campo minato, dove ogni passo può risultare fatale per lo stato delle proprie scarpe. Ci sono i negozi dove si può ritirare la merce riferendo che “mamma ha detto di segnare che a fine settimana paga lei” e le case popolari (ora semidiroccate o in fase di demolizione per lasciare posto alla speculazione del momento) dove il PCI raccoglieva l’80%. C’è Dante, già grande promessa del pugilato trasformato dalla vita in relitto umano, che si diverte a spaventare i ragazzini, ma appena ne trova uno che ha il coraggio di guardarlo negli occhi se ne va borbottando “No scusa, scherzavo. Sei bravo tu! Non ti spaventi!”


Poi ci sono i veri squinternati. Come Giovanna La Pazza che urla contro tutto e tutti ma nessuno le dà retta, gli sguardi le scivolano addosso come fosse trasparente, anche se alza le gonne e si mette a cagare in strada davanti a tutti. O come le bande di tamarri che aggrediscono e picchiano senza ragione il primo malcapitato, a meno che non sia più cattivo di loro. Sono figli di proletari disoccupati che scaricano la rabbia contro i propri simili, a proposito dei quali Morlacchi scrive: “La delinquenza perdeva il suo alone romantico, descritto da canzoni, e diventava essa stessa strumento di coercizione”. 


C’è il ricettatore che garantisce orgogliosamente “è tutta roba regolarmente rubata”. C’è Ercole, un bestione che pare un incrocio fra un musicista punk e un motociclista degli Hells Angels, il quale entra in piscina scavalcando la recinzione perché “Quelli come lui non pagavano. Punto” e poi si tuffa vestito fra l’entusiasmo dei ragazzini.


Infine c’è un racconto sul carcere di San Vittore dove vengono descritte le gesta di personaggi come un certo Troiano (ignoriamo se anche lui apparteneva alla fauna del Giambellino). Costui, quando viene distribuita della carne alla pizzaiola dura e secca, condita con un sugo rancido: “Prende la carne, la sciacqua nel lavandino e toglie l’insulso intingolo. Poi taglia a pezzettini piccolissimi le bistecche e le mette a friggere in padella con i nostri pomodori in scatola. Alla fine, salta fuori un ragù e siamo tutti un po’ più contenti”.


Se fra una quindicina d’anni a Morlacchi verrà in mente di scrivere una terza puntata della sua epopea del Giambellino, è assai probabile che io non sarò più fra i vivi. Gli auguro solo di non dover descrivere uno scenario di grattacieli in stile Piazza Gae Aulenti e/o di locali da movida in stile Corso Como. 

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