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mercoledì 18 febbraio 2026

Marco Rubio a Monaco: il ritorno del suprematismo civilizzazionale


di Alessandro Visalli



Avendo letto in anteprima il testo del post sul discorso del Segretario di Stato americano Rubio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco che l'amico Visalli ha pubblicato sul suo blog, gli ho chiesto il permesso di rilanciarlo integralmente su questa pagina, perché condivido il suo sgomento di fronte all'arrogante rivendicazione del progetto di restaurare il dominio dell'Occidente sul mondo facendo girare indietro le lancette della storia fino ai tempi "felici" dell'imperialismo coloniale ottocentesco e primo novecentesco. Una vignetta sul "Fatto Quotidiano" di qualche giorno fa, dedicata alle divergenze fra Stati Uniti e Ue recitava: "ora abbiamo un'alternativa: essere nazisti americani o nazisti europei". In realtà, come certificano gli applausi scroscianti dei boss europei a Rubio, non abbiamo alcuna alternativa: possiamo essere solo nazisti occidentali. Con buona pace di quei "sinistri" che si beano della volontà europea di contiuare a foraggiare il regime ucraino per consentirgli di proseguire la guerra, ignorando che questo è solo il primo passo verso la Terza guerra mondiale. 


Carlo Formenti




Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il 14 febbraio 2026, il Segretario di Stato Americano, Marco Rubio, ha pronunciato un atteso discorso (1) nel quale ha invitato i leader europei ad unirsi agli USA nella difesa della civiltà occidentale. E proprio di quella civiltà che dal XV secolo in poi, per cinquecento anni, ha di fatto oppresso, schiavizzato, barbaramente trucidato, oscurato e calpestato millenarie civiltà colpevoli di essere solo troppo deboli.

Oggi, al primo quarto del sesto secolo, quando troppo debole il resto del mondo non è più, Rubio, come un novello conquistador, invita ad unirsi sotto lo stendardo della ‘civiltà’ per rinnovarne i fasti.  




Un anno fa anche il vicepresidente Vance pronunciò nella stessa occasione un vibrante discorso (2) nel quale, tuttavia, spostava con vigore il tema dalla sicurezza esterna a quella dei valori. In quella occasione disse apertamente che l’Amministrazione era impegnata e credeva di poter “raggiungere un ragionevole accordo tra Russia e Ucraina” e che lo preoccupava, casomai, “la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali”. In particolare, dalla democrazia (l’Unione si era appena vantata del fatto che il governo rumeno avesse annullato un’elezione non gradita), tramite il controllo dei social, le restrizioni alla libertà di espressione, di opinione (nella fattispecie contro l’aborto). Uno dei passaggi più forti, echeggiante un apocrifo Voltaire fu “a Washington c’è un nuovo sceriffo in città e sotto la guida di Donald Trump potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro diritto di esprimerle nella piazza pubblica, che siate d’accordo o meno.” Insomma, Vance si travestiva da più puro e coerente liberale, di fronte al totalitarismo europeo.  


Ora, invece, l’amministrazione americana ha mandato un funzionario di livello meno alto, il Segretario di Stato, ma, soprattutto, lo ha mandato a dire una cosa del tutto diversa: mentre Vance parlava di democrazia e di pace, Rubio parla di scontro e di espansione. Gli elementi fondamentali del discorso sono adesso la fuoriuscita dalla cornice universalista liberale, in favore di un approccio “civilizzazionale”. Un approccio che, al contempo, rifiuta di pensarsi come opzione tra altre, e rilancia l’idea che esista qualcosa come l’Occidente, guidato dagli Stati Uniti ed ai quali l’Europa deve aderire per “sopravvivenza”. Inoltre, espone l’idea che questo Occidente deve smettere di avere paura (un tema presente anche in Vance) ed espandersi, di nuovo.


Tutto il discorso, pronunciato con un tono fermo e assertivo, mostra in realtà l’opposto di quel che dice. Gli Stati Uniti erano sicuri di poter controllare la situazione, dodici mesi fa, di chiudere la ferita ucraina (dove la Russia non sembrava proprio voler perdere) e di raddrizzare con mezzi legali, se pure bruschi, le ragioni di scambio al fine di suturare le proprie vene aperte e creare le condizioni di inversione del declino. Infine, di poter porre sotto controllo con i medesimi mezzi, minacciando dazi, le catene di fornitura strategiche. I primi sei, o nove, mesi dopo quel discorso sono stati impiegati a cercare di portare avanti quell’agenda. È partita prima una guerra dei dazi, con tutto il mondo, poi delle catene di fornitura. I risultati sono stati modesti, c’è stata un poco di inflazione, meno dell’un per cento, la Cina ha opposto una vigorosa stretta sulle ‘terre rare’ che ha costretto rapidamente a ripiegare. L’India non è sembrata piegarsi. Così il resto. 

Allora nell’ultimo trimestre l’amministrazione è passata alle maniere forti: prima ha attaccato l’Iran per evitare che Israele subisse troppi danni nella “Guerra dei 12 giorni” contro l’Iran; poi ha assediato il Venezuela. Infine, ha minacciato direttamente il Canada, la Danimarca sui possedimenti della Groenlandia. Ma anche qui le reazioni non sono state confortanti.

L’amministrazione sembra aver capito ed essere passata, malgrado le apparenze “muscolari”, ad una percezione difensiva del momento del mondo. Ovvero di essere passata all’idea di essere effettivamente sotto assedio. E che questo si risolve solo con una vigorosa sortita. Dunque, è passata all’invito di andare nuovamente all’offensiva. Coerente, peraltro, con una Conferenza che ha proposto venti di guerra.


Richiamando l’origine della Conferenza, al tempo della Guerra Fredda (1963), Rubio nel suo discorso ha evocato la vittoria finale sull’Urss e, dopo di questa, la “pericolosa illusione” per la quale la storia sarebbe stata allora finita. Che ogni nazione sarebbe, al termine di un percorso di apprendimento e crescita, diventata “liberale” e “democratica”. Affermando anche l’altra grande idea settecentesca per la quale i legami del “dolce commercio” avrebbero prevalso, sostituendo le passioni obsolete e, con esse, le nazionalità. 

Queste venerabili, vecchie, idee sono state definite, nel discorso, “sciocche”. Una idea che “ignora la natura umana” e le “lezioni di 5000 anni di storia”. Dopo aver quindi evocato un’antropologia hobbesiana il Segretario ha individuato i quattro nemici dell’amministrazione e la meccanica della loro azione: il libero commercio, colpevole di aver provocato la deindustrializzazione e la perdita di controllo delle supply chain (ad esempio, nelle terre rare), la deviazione di risorse dalla difesa allo Stato Assistenziale e, il culto del clima, per il quale sono state imposte politiche energetiche che “impoveriscono la nostra gente”. Quindi l’apertura ad una immigrazione di massa che “minaccia la coesione delle nostre società”. 

Quattro temi che sono dei “fatti” nella mente del Segretario. Ma fatti che vengono tutti attribuiti a forze esterne e decisioni politiche. Si tratta di retorica, Rubio sa bene che si è trattato piuttosto di una dinamica dello stesso capitalismo americano, ovvero, casomai, di mancanza di politica. Si è trattato della resa della direzione politica a quelle grandi aziende internazionali monopolistiche che, loro, hanno delocalizzato per decenni per ridurre il costo del lavoro, estrarre più profitti da lavoratori e consumatori e nasconderli nei paradisi fiscali (riciclandoli nell’alta finanza). È stata la ricerca parossistica della prossima migliore trimestrale, al prezzo di scegliere fornitori insicuri, purché costassero un dollaro in meno. Infine, la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico in particolare dopo shock che hanno provocato all’Europa le guerre americane in Medio Oriente dell’amministrazione Bush (e qui, palesemente Rubio parla da venditore, essendo l’Amministrazione Trump alla ricerca di acquirenti per quello shale gas nel quale la grande finanza Usa di Black Rock e Vanguard ha investito migliaia di miliardi negli ultimi anni, dopo il 2008 come abbiamo visto nell’ultimo post (3)). L’immigrazione, infine, è stata di nuovo per anni una risposta esattamente alla ricerca costante di minore costo del lavoro e aumento del plusprofitto da parte del capitalismo monopolistico occidentale.

Ancora una volta, l’anno scorso Vance pensava di combattere una battaglia di ‘valori’, fidando nella forza per raddrizzare l’economico, Rubio è stato mandato a recuperare i sospesi. Deve salvare il capitale nazionale statunitense, gli investimenti ciclopici della finanza americana nei gassificatori sulla costa e nei campi nell’interno, trovare soldati di ventura per le prossime incursioni. Prima che la Cina pareggi il conto delle portaerei, nel prossimo decennio, bisogna battere il ferro e passare dalla fiducia nella mano “invisibile” del “dolce commercio” (se mai incoraggiato con qualche spintarella) al semplice saccheggio diretto delle risorse minerarie. In Venezuela come altrove.

L’obiettivo esplicito del Segretario è invertire il declino, rigettare l’ordine multilaterale e riaprire la storia. Con le sue parole, “rinnovamento e restaurazione”, un “futuro orgoglioso, sovrano e vitale come il passato della nostra civiltà”. In questa battaglia, per Rubio, Stati Uniti ed Europa sono “intrecciati”, in quanto “parte della stessa civiltà”. Ovvero “secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri antenati hanno fatto insieme”. Parola alate, come sempre, quando bisogna alzare gli stendardi di guerra.


A seguito di questa ri-essenzializzazione dell’Occidente come soggetto storico unitario si crea un campo polare “Noi/Altri”, che fronteggia direttamente la visione cinese di “tutti sotto il cielo” e “destino comune dell’umanità”. Nessuna dimensione planetaria viene dunque ammessa come legittima. Né il diritto di movimento (come visto l’immigrazione è espressamente denunciata come minaccia identitaria), né la tutela del clima come bene comune (anche qui la questione ecologica è derubricata a leva geopolitica ed industriale). Il mondo immaginato da Rubio è piuttosto un’arena nella quale grandi guerrieri combattono per la vita. Un “Grande spazio” da occupare e contendere.

C’è una conseguenza ovvia, se l’universalismo è abbandonato e la lotta tra civiltà è l’unica verità del mondo, allora, per il Segretario di Stato, il centro normativo deve essere a Washington e l’Europa si deve allineare. Abbandonando le sue politiche ed i propri valori, la migrazione ed il clima sono minacce alla civiltà comune.

Quella civiltà che ha “piantato i semi della libertà che hanno cambiato il mondo”, che ha concepito – qui, in Europa – “il diritto, le università e la rivoluzione scientifica”, un continente che ha prodotto “Mozart e Beethoven, di Dante e Shakespeare, di Michelangelo e da Vinci, dei Beatles e dei Rolling Stones”. Ma anche “i soffitti a volta della Cappella Sistina e le torri imponenti della grande cattedrale di Colonia”. Una eredità, dunque, di cui essere fieri, orgogliosi. Un sentimento, questo, che è l’unica condizione necessaria per plasmare il futuro.


Insieme alla paura che si legge tra le righe, emerge dal testo una specifica visione, un sentimento ed una percezione acuta: la civiltà è minacciata e il declino è alle porte, il male è da identificare non più nell’autoritarismo (come nella posizione dell’universalismo liberale che Vance ha rovesciato nel suo discorso di un anno fa), ma nella dissoluzione identitaria, perdita di sovranità e declino, frammentazione. Se la dissoluzione è davanti a noi, dice Rubio, resta solo la forza. Ciò che ostacola il male è solo la forza. Chiaramente quella dell’Occidente a guida americana, un blocco forte, orgoglioso, sovrano. Portatore di una forma di vita e di un ordine che ha diritto di sopravvivere e usare la spada verso i “barbari”. 

Questa postura tragica, questi toni drammatici, da ultimo scontro, risaltano con l’antropologia armonica e relazionale proposta dal mondo orientale, e cinese in particolare. Con l’idea di Dao, di tessitura di destini, di riferimento all’unico Cielo. Con l’orientarsi alla stabilità, all’equilibrio (4). 


Ma il punto è che questo ritorno del tragico, nel discorso di Rubio, evidenzia ed esplicitamente la fine della fase liberale. O meglio, la transizione nella polarità liberale dal volto delle regole a quello del suprematismo civilizzazionale (entrambi sempre presenti). 


In uno dei passaggio più densi dice:


“L'unica paura che abbiamo è la vergogna di non lasciare le nostre nazioni più orgogliose, più forti e più ricche per i nostri figli. Un'alleanza pronta a difendere il nostro popolo, a salvaguardare i nostri interessi e a preservare la libertà d'azione che ci consente di plasmare il nostro destino – non un'alleanza che esiste per gestire uno stato sociale globale ed espiare i presunti peccati delle generazioni passate. Un'alleanza che non permette che il suo potere venga esternalizzato, limitato o subordinato a sistemi al di fuori del suo controllo; un'alleanza che non dipende da altri per le necessità critiche della sua vita nazionale; e un'alleanza che non mantiene la cortese pretesa che il nostro stile di vita sia solo uno tra i tanti e che chieda il permesso prima di agire”.


In un discorso di preparazione alla guerra, dentro una Conferenza che ha solo questo scopo, Rubio parla quindi di “difendere il nostro popolo”, non la “libertà e democrazia” come i suoi predecessori, “salvaguardare i nostri interessi” e preservare una specifica forma di libertà, quella “di azione”. 

Ciò che attacca è la visione per la quale l’Occidente promuove universalmente il benessere (lo “stato sociale globale”). 

Soprattutto, afferma che lo “stile di vita” occidentale (ma, chiaramente, attaccando lo Stato Sociale, intende quello americano) non è “uno dei tanti”. Non si affianca a quello russo, o cinese, quello iraniano, africano, sudamericano, etc… ma viene prima, non deve “chiedere il permesso”. Può agire (rivendica le azioni recenti). Rifiuta la contingenza e non riconosce nessuna autorità sovranazionale, decide da solo. Invade, bombarda, rapisce.


Compete anche, con le economie del “Sud globale”. E lo fa nei settori che definiranno il XXI secolo, che elenca così: “viaggi spaziali commerciali e intelligenza artificiale all'avanguardia, automazione industriale e produzione flessibile, una catena di approvvigionamento occidentale per minerali critici non vulnerabile alle estorsioni di altre potenze”. 


In uno dei passaggi più shoccanti del suo discorso Rubio, dopo aver ricordato le aggressioni unilaterali in Iran e Venezuela, ha chiesto all’Europa di unirsi all’America per ricolonizzare il mondo. Come ha detto, 


“un percorso che abbiamo già percorso insieme e speriamo di percorrere di nuovo. Per cinque secoli prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l'Occidente si era espanso. I suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il mondo. Ma nel 1945, per la prima volta dall'epoca di Colombo, l'Occidente ha iniziato a contrarsi. L'Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino terminale, accelerato dalle rivoluzioni comuniste senza Dio e dalle insurrezioni anticoloniali che avrebbero trasformato il mondo e avrebbero steso il martello e la falce rossa su vaste aree della mappa negli anni a venire”.


Dunque, molti credettero che “l’era di dominio dell’Occidente” fosse terminata. Che restasse da “espiare i presunti peccati delle generazioni passate”. 

Questo “dominio” è ciò che gli USA vogliono riattivare, contro la paura, “del cambiamento climatico, della guerra, della tecnologia”. Vogliono restituirsi “un posto nel mondo” (centrale, ovviamente) e respingere “le forze di cancellazione della civiltà che oggi minacciano sia l'America che l'Europa”.


I due discorsi, separati solo da un anno, segnano quindi uno spartiacque: dalla destra “populista” di Vance, che cercava accordi esterni per concentrarsi sulla cura delle fratture interne ed il disciplinamento ideologico dell’Europa si passa, con Rubio alla destra “imperiale”, che cerca proiezioni di potenza esplicitamente neocoloniali e le rivendica. Questa nuova chiamata alle armi invita ad una ricolonizzazione delle materie prime, dei flussi finanziari e della moneta, che è vissuta, dopo il fallimento della politica del primo anno di mandato, come necessità industriale. Quando si è giunti alla conclusione che il controllo sulle catene di fornitura del blocco alternativo è inscalfibile e che la sfida per l’efficienza di sistema è persa, allora resta la mentalità dei conquistadores. Prendere tutto, semplicemente. 

Serve controllare le rotte marine, possedere letteralmente la geopolitica dell’energia, è indispensabile punire chi alza la testa (l’Iran in primo luogo), sacrificare chi non è indispensabile (il popolo ucraino), prendere le risorse minerarie (in Groenlandia come in Sudamerica, poi in Africa). Una “chiamata alle armi” che potrebbe essere ascoltata con entusiasmo da quella parte delle élite europee più legate al sistema militare-industriale e ai circoli che ruotano intorno ad esso. 

Tuttavia, in Usa come in Europa, alla fine una posizione molto meno sicura di sé, divenuta incapace di pensarsi nel mondo e aggressivamente rivolta a imporsi sopra questo.


Note


(1) Qui il video dell’intervento, https://www.youtube.com/watch?v=yOjBJ89aeXA qui l’abstract del Governo americano, https://www.state.gov/releases/2026/02/secretary-of-state-calls-on-european-leaders-to-defend-western-civilization-in-munich-security-conference-speech-2/ qui il testo trascritto www.astrid-online.it/static/upload/marc/marco-rubio-remarks-at-msc-2026.pdf

(2) https://it.insideover.com/politica/letture-il-discorso-integrale-di-j-d-vance-alla-conferenza-di-monaco.html

 (3) Strutture, energia, gioco imperiale: lo shale gas”, in Tempofertile, 8 febbraio 2026.

(4) Tema comunque complesso, e non senza angoli strategici e posture ambigue, si veda “La Caccia al Cervo nella Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán”, Tempofertile, 19 gennaio 2026.

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