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domenica 22 marzo 2026


LA NATO: UN'ISTITUZIONE CRIMINALE
FONDATA SULLA VIOLENZA E SULLA MENZOGNA




Se mi domandassero quando, a mio parere, è apparso evidente che il Partito Comunista Italiano aveva imboccato la china che lo ha portato a convertirsi in partito liberale, non avrei esitazioni: è stato nel momento in cui Enrico Berlinger dichiarò che i comunisti italiani si sentivano sicuri sotto l'ombrello protettivo della NATO (1). Da allora è passato mezzo secolo, nel corso del quale l'abiura della tradizione, della storia, dei valori e degli ideali del movimento comunista italiano ed europeo è progredita a ritmi accelerati, fino a culminare con la vergognosa delibera del parlamento Europeo che equipara comunismo e nazismo, un atto di revisionismo storico che si è consumato con l'avvallo di una "sinistra" che annovera nelle proprie file non pochi ex comunisti. 


Ma non sono solo i transfughi del vecchio PCI ad avere rimosso dalla propria coscienza la consapevolezza della natura criminale di un'istituzione che incarna le peggiori oscenità del capitalismo occidentale: anche settori non marginali delle sinistre "radicali" hanno accantonato lo slogan "fuori l'Italia dalla NATO, fuori la NATO dall'Italia", motivando tale scelta, nella migliore delle ipotesi, con il fatto che si tratta di un obiettivo "irrealistico" (in altre parole: sappiamo che, se fosse possibile lottare per un cambiamento in senso socialista del sistema in cui viviamo, quest'obiettivo sarebbe irrinunciabile, ma visto che dobbiamo rassegnarci a rinunciare a tale lotta, tanto vale non parlarne più), nella peggiore con l'adesione al mito in base al quale solo in Occidente esisterebbero condizioni di vita "democratiche", il che è tanto più ridicolo in quanto la fine di ogni parvenza di democrazia alle nostre latitudini non è più un'opinione, bensì un dato di fatto che sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle. 


Credo quindi si debba essere grati alla compagna Sevim Dağdelen, membro del Consiglio direttivo del partito SBW fondato da Sahra Wagenknecht, per il suo sforzo di spiegare anche ai più duri d'orecchio cosa è veramente la NATO in un libro appena uscito in edizione italiana per i tipi di Meltemi  (La NATO alla resa dei conti. Un bilancio dell'Alleanza Atlantica), del quale cercherò qui di seguito di sintetizzare le tesi essenziali. 







La NATO è un baluardo della democrazia e dei diritti umani? Falso!


Questa spudorata menzogna, che i media occidentali spacciano contro ogni evidenza, è ormai smentita da tali e tanti dati di fatto che solo chi sia stupido, ingenuo o palesemente in malafede può ancora tollerarla. Vediamo gli argomenti con cui Dağdelen la contesta.


Uno. Durante la Guerra Fredda, la NATO ha sistematicamente predisposto delle organizzazioni sovversive per impedire con qualsiasi mezzo, atti di terrorismo inclusi, che le forze politiche che contestavano l’appartenenza dei propri Stati all’Alleanza Atlantica potessero acquisire influenza o potere politico.  Si trattava dei cosiddetti gruppi Stay Behind, vale a dire formazioni destinate ad agire dietro le quinte, segretamente e in modo illegale. È noto il caso della forza terroristica denominata Gladio, che ha operato in Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la cui esistenza venne ufficialmente confermata da Andreotti in un’audizione al Senato nel 1990 (circostanza in cui fu appurato che tale organizzazione era tuttora operativa e godeva della copertura del servizio segreto militare italiano SISMI). Ma l’Italia, scrive Dağdelen, non era un’eccezione: la NATO ha organizzato depositi segreti di armi in tutti i Paesi dell’Europa Occidentale. Inoltre ponti e autostrade sono state dotate di speciali cavità in modo che potessero essere fatti saltare all’occorrenza. Anche negli altri Paesi europei i partner incaricati di favorire la creazione di queste reti terroristiche erano i rispettivi servizi militari e le persone reclutate per farne parte erano ex militari con un comprovato passato fascista (nazista in Germania).


Due. Così come gli Stati Uniti hanno sistematicamente appoggiato i colpi di Stato delle destre in America Latina (vedi il caso del Cile) e sostenuto ogni genere di dittatura fascista nel subcontinente che, in base alla Dottrina Monroe, considerano il proprio “cortile di casa”, allo stesso modo non hanno guardato per il sottile nel scegliere i propri alleati NATO in Europa (l’unica condizione era la disponibilità a schierarsi contro l’Unione Sovietica). La dittatura fascista portoghese è stata un membro fondatore dell’alleanza, e l’appartenenza della Grecia alla NATO, in barba ai campi di concentramento e agli omicidi dei membri dell'opposizione perpetrati dopo il colpo militare di Stato del 1967, non è mai stata posta in discussione. 


Tre. La NATO garantisce la più totale impunità per qualsiasi crimine di guerra commesso dai suoi stati membri. Chi li rende pubblici rischia di fare la fine del giornalista australiano Julian Assange, costretto a passare anni nel consolato ecuadoriano, finché il governo di questo Paese (rientrato nell’orbita Usa dopo la parentesi del regime progressista di Correa) non lo ha consegnato alla giustizia britannica che lo ha a sua volta trattenuto in carcere sotto la spada di Damocle dell’estradizione negli Stati Uniti (per tacere della compiacente giustizia svedese che ha fabbricato contro Assange false accuse di stupro: un buon viatico per l’integrazione della un tempo neutrale Svezia nel branco euroatlantico). Sempre in tema di diritti umani la Dağdelen cita i cosiddetti “voli di consegna”: è appurato l’uso delle basi americane in Germania per i voli di prigionieri della CIA destinati alla tortura, pratica in cui risulterebbero coinvolte anche Italia e Spagna, mentre Romania e Polonia ospitano prigioni segrete statunitensi.


Quattro. Gi Stati Uniti  e la NATO sono complici attivamente coinvolti nel genocidio che il governo fascista, razzista e criminale di Netanyahu sta perpetrando ai danni del popolo palestinese: non solo gli Usa usano sistematicamente il proprio diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU per bloccare ogni  risoluzione di condanna nei confronti di Israele, ma senza le forniture di armi che i Paesi NATO europei garantiscono a Tel Aviv, lo sterminio dei palestinesi (e le ripetute guerre di aggressione israeliane contro i vicini fino all’attuale conflitto con l’Iran) non sarebbero possibili.


Cinque. Il Segretario Generale della NATO non ha speso una parola sull’efferato assassinio del giornalista saudita Khashoggi, ucciso nel 2018 nel consolato dell’Arabia Saudita (i Paesi amici dell’Alleanza possono contare sulla più totale omertà anche se calpestano i più elementari diritti umani).


La NATO è un’alleanza a scopo difensivo? Falso!


“La difesa reciproca non era la motivazione principale quando la NATO venne fondata, né si può definire difensivo il comportamento della NATO nel corso degli ultimi decenni”. Così si esprime  Dağdelen che poi elenca le occasioni in cui questa autodefinizione è stata clamorosamente smentita. Nel 1999 l’alleanza militare ha attaccato la Repubblica Federale Jugoslava, avviando una guerra con cui ha inaugurato una sequela di violazioni del diritto internazionale. Nel 2003 Usa e Gran Bretagna scatenano una guerra illegale di aggressione contro l’Iraq, giustificandola con le inesistenti armi di distruzione di massa detenute da Saddam Hussein (fa ancora arrossire l’esibizione della falsa “pistola fumante” esibita come prova davanti all’Assemblea dell’ONU) . Seguono il riconoscimento del Kosovo nel 2008 (2) (i separatismi ispirati dall’Occidente sono buoni e giusti altrimenti sono da condannare a priori); l’aggressione alla Libia nel 2011; la palese mistificazione in base alla quale la libertà e la sicurezza dell’Occidente avrebbero dovuto essere difese dalla “minaccia” dei Talebani, oggi felicemente reinsediati a Kabul. Siamo in attesa di verificare se e quando l’aggressione illegale contro l’Iran concordata fra Usa e Israele troverà una partecipazione attiva da parte dei nani europei (magari con la motivazione della difesa delle “democrazie” sunnite del Golfo).


In seguito a queste azioni “difensive”, scrive la Dağdelen, “Per i paesi del Sud del mondo, la NATO appare come l’organizzazione custode di un ordine mondiale profondamente ingiusto con tendenze neocoloniali. Ciò è dimostrato dal fatto che nella loro guerra economica contro la Russia, i più potenti Stati della NATO stanno cercando di utilizzare sanzioni secondarie per imporre la propria politica a ‘Stati terzi’ come Cina, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, in tal modo violando la sovranità di questi Stati”.


Qualcuno potrebbe obiettare che le imprese appena elencate sono attribuibili perlopiù agli Stati Uniti piuttosto che alla NATO, che vi ha partecipato marginalmente. Ma il punto è esattamente questo: la NATO è sempre stata un’istituzione funzionale agli interessi americani. Non è mai esistito un partenariato paritario fra le due sponde dell’Atlantico. La totale subordinazione dei Paesi europei agli interessi d’oltreoceano è emersa in tutta la sua imbarazzante evidenza con la guerra in Ucraina (di cui ci occuperemo in dettaglio più avanti). Sono i nani europei, totalmente dipendenti dalla potenza militare Usa, che li ricatta minacciandoli di liquidare l’Alleanza e di abbandonarli al loro destino, a farsi carico della guerra economica contro la Russia (e contro i loro stessi interessi economici e geopolitici) e ad aggravare il proprio status di clienti rimpiazzando le forniture energetiche di Mosca con quelle, assai più care, di Washington. Nel frattempo la NATO progetta di traslocare in Estremo Oriente arruolando il Giappone e la Corea del Sud in funzione anticinese. Dağdelen cita in merito l’allora Segretario Generale dell’Alleanza Stoltenberg che annunciava, in occasione del vertice di Madrid del 2022, la svolta “trasformativa” del nuovo Concetto Strategico nel quale, scrive, “a NATO identifica la Cina come il suo secondo nemico principale dopo la Russia ed estende il suo raggio d’intervento dall’area originaria dell’alleanza nell’area euro-atlantica, alla regione Asia-Pacifico. Se consideriamo lo scenario di continua avanzata degli Stati Uniti e di altri Stati membri in Asia nel corso degli anni precedenti, con questa mossa la NATO inaugura decisamente un duro confronto con la Cina” (3). 



La guerra in Ucraina e chi l’ha provocata


“In Ucraina la NATO ha condotto una guerra per procura contro la Russia, in reazione all’illegale guerra di aggressione della Russia”. In merito a questa definizione dell’intervento della Russia in Ucraina come “illegale”, mi permetto di osservare che il giudizio in questione rispecchia a mio avviso la preoccupazione dell’autrice di non contrapporsi frontalmente al senso comune prevalente nel sistema politico tedesco, del quale è lei stessa esponente e membro attivo. Aggiungo inoltre che l’analisi delle vere cause della guerra che Dağdelen conduce nel suo libro va in tutt’altra direzione (4).


Primo argomento. La cosiddetta “aggressione” russa è una risposta alla politica di espansione a Est della NATO. Una politica occidentale che non è solo chiaramente minacciosa e provocatoria nei confronti di Mosca, ma rappresenta una palese violazione delle promesse formulate nel 1990 dall’amministrazione Bush e dal governo della Germania occidentale a Gorbaciov “che la NATO “non si sarebbe allargata di un solo centimetro verso Est”. Promessa ribadita non solo da Usa e Germania ma anche da Regno Unito e Francia. Questi impegni trovano conferma in una nota dell’archivio nazionale britannico resa pubblica nel 2022 che si riferisce a una riunione tenutasi a Bonn nel 1991 fra i rappresentanti dei Ministeri degli Esteri di Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania, nella quale si chiarisce che “gli Stati partecipanti concordarono sul fatto che l’adesione alla NATO degli europei dell’Est sarebbe stata inaccettabile”. 


Commentando in un articolo apparso sul “New York Times” nel 1997 il fatto che tale impegno veniva disatteso, il diplomatico George Kennan scrisse che ciò “sarebbe stato il peggior errore della politica estera statunitense dalla fine dell’Unione Sovietica”. Poco più di dieci anni dopo, qualche settima dopo il vertice NATO di Bucarest (aprile 2008), gli Stati Unitit caldeggiarono una risoluzione che offriva l’adesione alla NATO dell'Ucraina e della Georgia, “una decisione che ha gettato i semi della guerra” commenta  Dağdelen.


Secondo argomento. Dopo il colpo di Stato del 2014, orchestrato dall’estrema destra ucraina con l’appoggio dell‘Occidente, “la leadership russa si fidò delle promesse dell’Occidente riguardanti gli accordi di Minsk, che sarebbero stati usati per imporre alcuni vincoli ai nazisti e ai nazionalisti in Ucraina”. Anche questa promessa è stata disattesa, al punto che, nel 2015, la Germania tollerò che l’ambasciatore ucraino deponesse una corona sulla tomba del collaboratore nazista Stepan Bandera, coinvolto nel massacro di centinaia di migliaia di persone durante la Seconda guerra mondiale. 


Terzo argomento. Nel 2022 la NATO ha impedito una possibile pace allorché Russia e Ucraina avevano concordato una piattaforma denominata Comunicato di Istanbul. Benché questo compromesso apparisse favorevole all’Ucraina tenuto conto della situazione del momento, esso fu fatto fallire dalla NATO. In particolare, fu l’allora ministro britannico Johnson in visita a Kiev a fare pressione sulla leadership ucraina perché proseguisse la guerra. Questa politica era ispirata dall’illusione che l’Ucraina, armata fino ai denti dall’Occidente, avrebbe potuto sconfiggere la Russia. Del resto i maggiori leader europei hanno a più riprese dichiarato che “la sconfitta della Russia è indispensabile per la sicurezza e la stabilità dell'Europa”, e gli Stati europei non hanno fornito all’Ucraina solo armi ma consulenza militare, volontari e addestratori. Così gli occidentali “hanno trasformato questa guerra nella loro guerra. Ma proprio per questo, le sconfitte militari dell’Ucraina sono anche sconfitte della NATO. È ora in gioco la credibilità globale degli Stati Uniti e della NATO. Pertanto, l’appello proveniente dai ranghi dei capi di Stato e di governo è “la Russia non deve vincere”, anche se questo appello suona sempre più disperato. Per giustificare le enormi spese per gli aiuti all’Ucraina e il gigantesco accumulo di armi, viene evocata l’immagine di un imminente attacco russo sui territori della NATO nei prossimi anni”. Quest’ultima colossale fandonia introduce l’argomento della politica di disinformazione occidentale e di quella che la  Dağdelen definisce “guerra cognitiva”.



La guerra cognitiva, ovvero: propaganda e manipolazione come arma strategica 


Propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione di massa non sono ovviamente fenomeni nuovi. La “scoperta” dell’uso sistematico della propaganda per eliminare qualsiasi consapevolezza critica dei cittadini nei confronti di un determinato regime è stata una delle caratteristiche distintive del nazifascismo, ma non ne è certamente stata un attributo esclusivo: le liberal democrazie vi hanno fatto ugualmente ricorso, e non soltanto in occasione della Seconda guerra mondiale: basti pensare alla massiccia propaganda anticomunista e antisovietica condotta in tutti i Paesi del blocco occidentale durante la Guerra Fredda. 


Di più: nel mondo “libero” le tecniche di manipolazione del senso comune hanno toccato vertici di sofisticazione ben più raffinati rispetto a quelle messe in atto da parte dei cosiddetti totalitarismi, nella misura in cui hanno potuto usufruire delle maggiori conoscenze acquisite grazie all’enorme importanza che la comunicazione di massa ha assunto per la promozione dei consumi nella società tardocapitalista (pubblicità, marketing, pubbliche relazioni, ecc.). Tuttavia, secondo la Dağdelen, il fenomeno ha assunto da qualche anno una dimensione inedita nella misura in cui la lotta per il controllo dei pensieri e dei sentimenti umani è diventata uno dei fronti, se non il fronte, principale della guerra moderna. Termini come soft power, guerra ibrida, fact checking sono altrettanti sintomi del fatto che siamo appunto entrati nell’era di una vera e propria guerra cognitiva.


Il motto è, scrive Dağdelen, che sono sempre e solo gli altri a fare propaganda e disinformazione. L’autrice cita in merito, fra le altre cose, il fatto che sotto la copertura della “comunicazione strategica” per contrastare la “disinformazione russa”, “il governo federale tedesco sta ora creando o ampliando veri e propri dipartimenti di propaganda nei suoi ministeri”.  La necessità di un’opera costante di fact checking con cui veniamo quotidianamente bombardati è una prova evidente che si tratta di un’arma fondamentale della guerra ibrida nella misura in cui rivendica il monopolio sulla verità oggettiva da parte di sistema mediatico mainstream sempre più “embedded”, integrato negli obiettivi geopolitici dell’Occidente collettivo e incaricato di contrastare gli spazi di controinformazione che sopravvivono nelle pieghe dei social media. 


Giustamente la Dağdelen insiste sul caso Assange, imputato di avere fatto il proprio lavoro di giornalista, di avere cioè rivelato i crimini di guerra americani in Iraq e Afghanistan e di avere  reso pubbliche “sia le torture nella prigione speciale americana di Guantánamo, che il programma di estradizione giudiziaria della CIA, che coinvolgeva basi militari e prigioni segrete in numerosi Stati della NATO”. La persecuzione di Assange ha avuto, come un proprio calcolato e intenzionale danno collaterale, la fine della libertà di stampa. Quanto ai tentativi degli Stati Uniti per estradarlo hanno come obiettivo dichiarato la ridefinizione del giornalismo investigativo come spionaggio, vale a dire “la criminalizzazione del lavoro giornalistico sgradito ai poteri forti”. 


Per inciso, è il caso di notare che in Israele, Paese che Usa e NATO considerano come avamposto della democrazia occidentale in Medio Oriente malgrado la sua politica, colonialista, razzista e genocida, la repressione sistematica di qualsiasi tentativo di informare l’opinione pubblica sulla verità di quanto avviene a Gaza e in tutto il Paese ha toccato vertici di inaudita ferocia, non limitandosi a censurare il lavoro dei giornalisti indipendenti, ma assassinandone un gran numero.


Prima di concludere, è importante precisare che l’obiettivo dichiarato del libro di cui stiamo parlando non è la denuncia dei crimini sin qui elencati, del resto arcinoti ancorché rimossi dalla guerra cognitiva di cui sopra, bensì “creare le condizioni per immaginare in termini concreti delle alternative alla NATO”. Il seguente e conclusivo paragrafo sarà dunque dedicato alle alternative proposte dall’autrice e ad esporre le ragioni per cui le ritengo utopistiche. 


Invece della NATO la pace? I suggerimenti della Dağdelen fra utopia e speranza 


Nelle sue conclusioni propositive la Dağdelen parte da una premessa giusta ma incompleta: la NATO, scrive, è in grave crisi perché non sta vincendo né la guerra ”per procura” in Ucraina né la guerra economica contro la Russia. Ciò non impedisce a un’Europa in cui prevale il partito dei guerrafondai (e gli interessi delle industrie belliche) di alimentare le inverosimili speranze di vittoria di Kiev e di rilanciare provocazioni contro la Russia, atteggiamento tanto più paradossale in quanto in contrasto con  gli interessi della stessa Europa e fonte di crescenti tensioni, provocate dai costi sempre più elevati della guerra che impongono consistenti tagli alla spesa sociale. 


Giusto, ma manca un tassello, certamente dovuto al fatto che l’autrice non ha avuto modo di analizzare gli sviluppi più recenti dello scenario geopolitico mondiale. Il paradosso di un’Europa che agisce contro i propri interessi perché integrata in una NATO totalmente egemonizzata dagli Stati Uniti, sottoposta dunque al ricatto dell’unica superpotenza occidentale, si acuisce nel momento in cui gli USA guidati da Trump prendono le distanze dalla NATO e tendono a delegarne all’Europa il ruolo, nonché l’onore esclusivo dei costi economici, politici e sociali associati a tale ruolo. 


Nella misura in cui le cose stanno così, diventa meno vero quanto affermato dalla Dağdelen laddove sostiene che “Al momento, qualsiasi forma dissoluzione della NATO, accompagnata dalla creazione di un sistema di sicurezza alternativo sembra improbabile”. Sarà pure  improbabile ma rischia di divenire l’unica condizione in grado di evitare che il suicidio dell’Europa degeneri in una guerra mondiale a rischio di estinzione della specie (5). 


Ammesso e non concesso che l’obiettivo di dissolvere la NATO sia da escludere, quali sono i cinque suggerimenti che la Dağdelen avanza per evitare una ulteriore escalation? Li elenco nell’ordine scelto dall’autrice: tornare alla diplomazia; ritorno al diritto internazionale; il coraggio della neutralità; tornare al disarmo; porre fine alla guerra economica. Devo dire francamente che quasi tutte queste proposte mi paiono ancora più improbabili della dissoluzione della NATO, ad eccezione del coraggio della neutralità che, applicato all’Italia (ma anche a qualsiasi altro Paese europeo), vorrebbe dire rilanciare il sempre più valido e attuale slogan “fuori dalla NATO”. 


Quanto agli altri: il più debole è senza dubbio l’auspicio di un ritorno del diritto internazionale, sia perché, come ho affermato in varie occasioni, tale diritto non è mai esistito se non sulla carta, sia perché ormai tutti gli intellettuali al servizio delle élite occidentali dichiarano apertamente che, se mai è esistito, oggi è definitivamente morto e sepolto. Quanto al ritorno della diplomazia e al disarmo è evidente che tali soluzioni torneranno a essere praticabili solo se e quando la fase acuta della crisi si sarà risolta con la sconfitta di una della parti in campo, o con un armistizio imposto dall’esaurimento di una di esse o di entrambe. Infine la questione della guerra economica trascende lo scenario delle guerre in corso sul campo (non solo di quella in atto in Ucraina): la fine conclamata del processo che abbiamo per anni chiamato globalizzazione, spacciandolo per progressivo e irreversibile, implica infatti il ritorno alla “normalità” delle relazioni fra grandi potenze economiche, vale a dire alla più feroce e spietata competizione per la conquista dei mercati: vedi le ultime decisioni assunte da Trump in materia di dazi, che non hanno colpito solo i nemici da “punire” ma anche i paesi alleati. In poche parole: se per assurdità finissero tutte le guerre sul campo, non finirebbe la guerra economica, che è condizione irrinunciabile per la sopravvivenza stessa del capitalismo. 



Note


(1) Il libro di Sevim Dağdelen di cui mi occupo in questo articolo demolisce la tesi secondo cui l’adesione all’Alleanza atlantica offre uno scudo protettivo per la democrazia e la sovranità dei membri aderenti. Questa menzogna, argomenta l’autrice, si regge sulla rimozione del fatto che gli Stati firmatari del Patto Nord-Atlantico sono completamente disuguali in termini di potere e capacità militare. “Il principio su cui si basa la NATO, scrive, è un compromesso che offre agli altri membri della NATO la parziale rinuncia alla sovranità democratica (in realtà quanto sta succedendo oggi, con l’Europa indotta a compiere scelte in contrasto con i propri interessi geopolitici ed economici, fa capire che la rinuncia in questione è tutt’altro che parziale, nota mia), in cambio di una garanzia di sicurezza da parte della NATO, che in realtà proviene dagli Stati Uniti, che in effetti sono l’unica potenza in grado di usare armi nucleari su scala significativa”.


(2) Il carattere del tutto illegale (in base ai criteri mistificatori con cui l’Occidente usa il concetto di guerra illegale: vedi nota 4) dell'intervento in Kosovo fu mascherato con una serie di fake news come quella secondo cui sarebbero esistiti “gravi indizi di campi di concentramento in Kosovo”. La Dağdelen cita “Der Spiegel” che nel 2000 scrisse che “l’accusa circa lo stadio di Pristina che sarebbe stato trasformato in un campo di concentramento con 100.000 detenuti, sembrò fin dall’inizio inverosimile agli esperti”. Ma mentre la guerra infuriava, commenta Dağdelen, la falsa propaganda si dimostrò piuttosto efficace: “Chiunque metteva in dubbio le storie del ministro veniva denunciato come amico di Milošević”.


(3) Secondo Dağdelen, l’espansione della NATO in Asia ripropone in modo allarmante l'espansione della NATO verso Est in Europa: “Purtroppo, gli Stati Uniti stanno perseguendo una politica di deliberata provocazione nei confronti della Cina e chiaramente vorrebbero trasformare Taiwan nell’Ucraina dell’Asia, mediante uno spropositato aiuto militare in aggiunta alla cooperazione, e intensificando visite diplomatiche che sono in contrasto con la politica ufficiale di Una Sola Cina, che prevede relazioni diplomatiche solo con la Repubblica Popolare e non con Taiwan”.


(4) Non a caso la Dağdelen scrive anche che “fosse anche vero che la Russia sta conducendo una guerra di aggressione illegale, anche gli Stati della NATO hanno spesso violato il diritto internazionale con le loro guerre”. Se a tutto ciò aggiungiamo quanto è successo negli ultimi mesi con l’aggressione degli Usa a Venezuela e Iran e con il genocidio perpetrato da Israele a Gaza, è sempre più evidente che, come ho affermato in precedenti articoli su queste pagine, il cosiddetto diritto internazionale non è altro che un insieme di principi astratti che servono esclusivamente a mascherare il fatto che l’unico diritto vigente nei rapporti interstatuali è il diritto del più forte.


(5) La demenziale sottovalutazione dei rischi di guerra atomica da parte dei leader europei rispecchia il fatto che sembrano ignorare il fatto che “La dottrina militare di Mosca rispecchia quella di Washington, quando prevede una risposta anche nucleare a certi attacchi con armi convenzionali, ovvero non nucleari Le conseguenze sarebbero catastrofiche per l’intera Europa”.

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