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lunedì 30 marzo 2026

IL FUTURO DELL'ORDINE MONDIALE
SECONDO AMITAV ACHARYA
UN'ANALISI CRITICA




Mentre è partito il conto alla rovescia per l'uscita, prevista fra tre mesi per i tipi di Meltemi, dei due volumi di Oltre l'Occidente, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, il tema della crisi dell'egemonia dell'Occidente collettivo è al centro di un numero crescente di opere. Una delle più corpose e recenti è Storia e futuro dell'ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell'Occidente, dell'accademico di origine indiana Amitav Acharya (Fazi editore). Il punto di vista di questo autore è decisamente diverso sia da quello di chi scrive che da quello di Visalli, accomunati da un approccio marxista ancorché eretico: Acharya, come vedremo, è un progressista liberal democratico, assai lontano tanto dal marxismo teorico quanto dalle sue messe in pratica sociopolitiche (vedi la sua scarsa simpatia, per usare un eufemismo, nei confronti dell'esperimento cinese). Tuttavia è proprio questo a renderlo interessante, in quanto certifica che l'egemonia dell'Occidente - gramscianamente intesa come capacità di una élite dominante nazionale o mondiale, di influenzare le idee di classi, popolazioni e nazioni subalterne - non fa più presa nemmeno su quegli esponenti delle élite culturali del Sud mondiale che riconoscono il valore universale di certi aspetti della civiltà occidentale (sia pure contestandone - come in questo caso - il merito esclusivo di averli "inventati"). Articolerò l’analisi delle idee di questo autore in cinque sezioni: definizioni e concetti generali; critica delle presunte radici storiche dell'ordine mondiale occidentale; debiti della civiltà occidentale nei confronti delle civiltà del resto del mondo; ascesa e declino dell'Occidente; l'ordine mondiale post occidentale. 







Concetti e definizioni


 Per ordine mondiale Acharya intende “il modo in cui il mondo, o parte di esso, è organizzato politicamente, economicamente e culturalmente e il modo in cui le strutture del potere, i legami economici, le idee politiche e la leadership operano allo scopo di garantire la pace e la stabilità del genere umano”. Il concetto in questione si applica sia agli imperi (per esempio l’impero romano), sia ai sistemi di Stati sovrani (per esempio l’Europa dopo la pace di Vestfalia), sia ai sistemi tributari (per esempio l’impero cinese e gli Stati confinanti).


Prima osservazione. Come vedremo dagli esempi di ordini mondiali pre occidentali che l’autore ci propone, per mondo si intende sempre una parte del mondo stesso, sia perché nessuna delle civiltà precedenti a quella occidentale è mai riuscita a dominare l’intero pianeta, sia perché ognuna di esse concepiva il mondo come il proprio mondo, si autoconcepiva cioè come il centro dell’ordine mondiale. Del resto lo stesso Acharya specifica che “l'ordine mondiale non deve necessariamente includere l'intero pianeta”. 


Seconda osservazione. L’unico processo di mondializzazione che sia riuscito a estendersi al punto da abbracciare (quasi) l’intero pianeta è quello messo in atto dal concerto delle potenze occidentali. Il motore del processo in questione è stato – ma questo non è il punto di vista di Acharya, che come si è detto non è marxista - il modo di produzione capitalistico e non, o almeno in misura assai minore e prevalentemente come ideologia di legittimazione, l’intento di “civilizzare” il resto del mondo. Ciò detto, nemmeno in campo marxista il concetto di “sistema mondo” (1) si applica necessariamente alla totalità del pianeta. Per Fernand Braudel (2), per esempio, nessuno dei sistemi-mondo che si sono succeduti dal Cinquecento a oggi ha mai raggiunto dimensioni realmente planetarie. Viceversa il concetto rigorosamente marxista di sistema-mondo (3) tende ad attribuire al sistema egemone, e allo Stato-nazione che lo incarna in una determinata fase, un dominio planetario. 


Terza osservazione. Che lo scopo degli ordini mondiali – e ciò vale sia per quelli pre occidentali che per quello occidentale – sia quello di “garantire la pace e la stabilità del genere umano” è ad avviso di chi scrive a dir poco opinabile. Del resto, come lo stesso Acharya dimostra, tutte le “paci” imperiali, da quella romana a quella statunitense, sono state ben poco pacifiche e, più che un fine, sono state il mezzo per garantire il dominio della (o delle) potenza/e egemone/i di turno. Ciò è evidente nel caso dell’ordine occidentale che, mentre celebrava il libero mercato come agente di pace, ne imponeva le regole a colpi di cannone, ma vale anche per quelli precedenti, anche se nel loro caso gli obiettivi prioritari non erano quelli della conquista di nuovi mercati e dell’accumulazione allargata del capitale. Certo, nessun ordine mondiale si è mai basato sul puro dominio, ma ha potuto imporre e conservare tale dominio anche e soprattutto grazie alla propria capacità di esercitare egemonia culturale (senza egemonia il puro dominio non dura a lungo), ma ciò non vuol dire che lo scopo prioritario dei padroni di turno fosse quello di assicurare la pace e la stabilità del genere umano.  


Descritto il modo in cui Acharya definisce il concetto di ordine mondiale, e anticipate le mie perplessità su tale definizione, passo alle tre tesi di fondo che l’accademico indiano si propone di dimostrare: 1) la costruzione di un ordine mondiale non è appannaggio di una singola nazione o civiltà ma di un'impresa collettiva; 2) nemmeno l’ordine mondiale che nascerà dopo la fine di quello occidentale sarà fondato su una singola nazione; 3) il nuovo ordine post occidentale non sarà il regno dell’utopia ma non sarà una catastrofe e rischierà invece di essere migliore di quello attuale. In linea generale mi sento di condividere tali affermazioni, al tempo stesso condivido solo in parte gli argomenti con cui l’autore le sostiene, ma mi riservo di avanzare le mie critiche a mano a mano che verrò esponendo i contenuti del libro. 


A proposito delle radici immaginarie della civiltà occidentale


La costruzione delle presunte radici “classiche” dell’Occidente è un’operazione che ha richiesto cinque secoli, dal Rinascimento ai giorni nostri passando per l’Illuminismo, e ha impegnato generazioni di storici, filosofi e intellettuali europei. Acharya si occupa, in particolare, dell’esaltazione della civiltà greco-romana come antenata dei valori che fondano l’ordine occidentale del mondo. 


La cultura del sistema greco delle città stato, scrive, è forse quella che più di ogni altra è stata mitizzata a tale proposito. Come già sostenuto da altri (4), Acharya argomenta che quella della Grecia non fu una civiltà “europea” – né del resto si considerò mai tale – bensì mediterranea, “con solide fondamenta asiatiche” (anche se sarebbe più appropriato parlare di fondamenta afroasiatiche, visto l’enorme debito – peraltro riconosciuto - dei Greci nei confronti della civiltà egizia). 


Dopodiché osserva giustamente che la tesi secondo cui la Grecia avrebbe inventato la democrazia è del tutto insostenibile, se per democrazia intendiamo il sistema che oggi denotiamo con tale parola. Non solo perché la partecipazione del demos alla gestione della cosa pubblica era limitato a un’esigua minoranza di cittadini (ne erano esclusi schiavi, donne e meteci), ma perché ad Atene, come conferma la condanna a morte di Socrate per empietà, le libertà personali potevano essere revocate in ogni momento dal demos. Né la cultura greca, come argomentato più approfonditamente da altri autori (5), può essere in alcun modo considerata “individualista”, era cioè del tutto priva di uno dei principali fattori caratterizzanti della moderna civiltà occidentale. 


Quanto all’opposizione fra una Grecia democratica, civile ed evoluta a una Persia tirannica e barbara – un’idiozia sancita dai nostri manuali di storia e ribadita da sofisticati filosofi (6), Acharya la liquida ricordando che l’impero persiano ha rappresentato una potenza ben più importante e stabilizzante ai fini degli sviluppi storici successivi, a partire dall’impero alessandrino, il cui fondatore non sgominò l'impero persiano ma ne usurpò il trono, preferendo la monarchia di tipo orientale alla repubblica alla greca. Per tacere del fatto che il lascito della civiltà greca ci è stato trasmesso dalla cultura islamica in un momento in cui quest’ultima ci surclassava sotto ogni aspetto. 


Ancora più problematico il riferimento al lascito dell’antica Roma. La “democrazia” della Roma repubblicana, assunta a modello dalle grandi rivoluzioni borghesi (in particolare da quella americana che ne esaltava il principio del bilanciamento dei poteri) si fondava su istituzioni che avevano un carattere indiscutibilmente oligarchico. Roma, tanto in età repubblicana quanto in età imperiale, fu una società fondata sulla schiavitù e una potenza espansionista e militarista spietata con i popoli nemici (vedi l’annientamento di Cartagine e il milione di Galli sterminati da Giulio Cesare). Quindi posto che, come sopra affermato, ritengo che nessun ordine mondiale sia mai stato costruito “per garantire la pace e la stabilità del genere umano”, non esiste alcuna possibilità di attribuire tale intenzione a una potenza che, come dichiarò ironicamente una delle sue vittime, “fece un deserto e poi lo chiamò pace”.


Quanto al presunto contributo romano all’idea di Occidente, scrive Acharya, esso fu piuttosto un costrutto della Chiesa cattolica, elaborato dopo la caduta dell’impero. Il che rinvia all’altra radice storica della civiltà occidentale che è la religione cristiana, aspetto che nel libro di Acharya non è a mio avviso adeguatamente sviscerato, anche se gli va riconosciuto il merito di non sbandierare le presunte radici ebraico-cristiane che siamo abituati a sentirci spiattellare fino alla nausea da intellettuali che ignorano il carattere ossimorico di quel trait d’union - vedi in proposito l’analisi, fra gli altri, di Costanzo Preve (7). 



I debiti dell’Occidente nei confronti del resto del mondo


Parto da tre affermazioni di Acharya che trovo illuminanti del suo approccio al tema dei debiti occidentali nei confronti delle storie del resto del mondo. Scrive il nostro: 1) “mi oppongo all'idea che l'odierno ordine mondiale sia un prodotto della storia occidentale”; 2) ”gli ingredienti (di questo) ordine c’errano già negli ordini mondiali precedenti”; 3) “molti degli ideali che riteniamo inventati dall'Occidente sono in realtà nati in altre civiltà”. Queste tesi ci fanno capire che l’operazione di Acharya è, al tempo stesso, idealistica e comparatistica. Mi spiego: Acharya mette a confronto idee, valori ed istituzioni che sono nate in contesti storico geografici profondamente diversi, dalle quali estrae essenze “idealtipiche” che possono essere considerate equivalenti solo se si prescinde dalle concrete matrici storico-culturali che le hanno generate. 


Si tratta di un metodo che, mentre si propone di rivendicare il primato temporale di certi aspetti culturali delle civiltà pre occidentali che l’Occidente si sarebbe limitato ad ereditare e rielaborare, finisce paradossalmente per portare acqua al mulino dell’ideologia occidentalocentrica (termine da preferire al classico eurocentrica, da quando il dominus dell’Occidente collettivo sono gli Stati Uniti), nel senso che rafforza il pregiudizio secondo cui le idee, i valori e le istituzioni occidentali hanno carattere universale, trans storico. Il fatto che l’Occidente non le abbia inventate ma ereditate, da questo punto di vista, è marginale, se non irrilevante, nel senso che basterebbe che l’Occidente riconoscesse il proprio debito per ristabilire un giusto equilibrio fra gli apporti che le varie civiltà hanno dato alla costruzione dell’odierno ordine mondiale. 


In realtà le cose sono assai più complicate, come dimostrano sia il fatto che la critiche dei Paesi del Sud del mondo alle pretese egemoniche occidentali rivendicano la differenza e l’originalità delle proprie tradizioni civili e culturali, sia il fatto che lo stesso Acharya ammette che l’odierno ordine del mondo è in crisi e che un nuovo ordine post occidentale dovrà necessariamente fondarsi sui contributi innovativi del resto del mondo, e non semplicemente sulla riscoperta delle loro antiche tradizioni.  Ciò detto elenco qui di seguito alcune delle civiltà che, secondo Acharya, avevano già sviluppato idee, valori ed istituzioni che sono state fatte proprie dall’Occidente. 


Il primo ordine mondiale (pur tenendo conto dei limiti con cui tale aggettivo va inteso, vedi sopra) descritto da Acharya è quello costruito dalle antiche civiltà sumer ed egizia che, argomenta il nostro, rappresentano altrettanti esempi, da un lato, di un concerto di città stato autonome benché unite da una comune cultura (Sumer, anche se in epoche successive la Mesopotamia ospiterà imperi quali l’assiro e i persiano), dall’altro di una civiltà che si struttura fin dall’inizio come imperiale e centralizzata (l’Egitto). Fra questi due grandi potenze si costruisce una rete di scambi economici e culturali, di alleanze e rapporti diplomatici, che garantiscono a lungo la stabilità e la pace in un’ampia regione che abbraccia il Medio Oriente e l’Africa Nord Orientale. Un area che, fra le altre cose, ha lasciato in eredità ai successivi ordini mondiali il concetto di monarchia di diritto divino e principi giuridici “progressisti” che garantivano i legami comunitari e la protezione dei più deboli. 


I due esempi successivi riguardano India e Cina, due subcontinenti che hanno a loro volta ospitato civiltà assai più antiche di quella occidentale e che, come quella sumerica, hanno attraversato una fase “anarchica” (convivenza di una pluralità di entità statuali) successivamente evolutesi in imperi. 

Nel metterne a confronto antichità e meriti Acharya auspica che gli storici indiani e cinesi rinuncino alle rispettive preferenze nazionalistiche, ma poi smentisce tale premessa non nascondendo la propria predilezione per quella indiana. Entrambe sono antiche, sostiene, ma quella indiana lo è di più; entrambe hanno elaborato raffinati sistemi filosofici che nulla hanno da invidiare alla filosofia occidentale, ma quello cinese è tributario degli apporti del Buddhismo indiano che ha contaminato le tradizioni confuciana e taoista cinese (8).


Quanto alla tradizione pacifista che entrambe le civiltà rivendicano, a partire dalle modalità con cui hanno sviluppato i propri rapporti con i popoli e le nazioni confinanti, Acharya considera valida solo la rivendicazione dell’India, della quale scrive che si tratta dell’ “esempio più straordinario di come una civiltà possa esportare le proprie idee politiche e la propria religione in terra straniera senza conquista o coercizione” e celebra l’apologia di Asoka, terzo imperatore della dinastia Maurya (terzo secolo a.C.) in quanto antesignano di una cultura dei diritti umani e della tolleranza religiosa (ma deve ammettere l’esistenza di altre fasi storiche, tutt’altro che “pacifiche”). 


Della Cina Acharya afferma invece – con giudizio tranchant in contrasto con altre valutazioni (9)  – “che non è stata una nazione pacifica”. Per esempio, pur ammettendo che i suoi rapporti di vicinato erano ispirati al modello tributario (vedi sopra) piuttosto che basati sull’aggressione coloniale, aggiunge che tali rapporti erano comunque imposti dai rapporti di forza. Inoltre, citando la celebre spedizione navale dell’ammiraglio Zheng He, la descrive come un progetto colonialista ante litteram, anche se riconosce che si tratta di una tesi opinabile (10). Ciò detto, come cita il regno di Asoka quale esempio di una cultura dei diritti umani e della tolleranza religiosa ante litteram, così ricorda che la civiltà cinese fu ammirata da grandi intellettuali europei – economisti, filosofi e pensatori politici - come Leibniz, Voltaire, Quesnay e Adam Smith e che il suo metodo di reclutamento tramite concorsi dei quadri della burocrazia statale venne assunto come modello democratico, alternativo della tradizione di cooptazione per censo dell’Ancien Regime europeo. 


Dell’espansione islamica, che attinse una dimensione globale in misura maggiore di quelle sinora citate, Acharya scrive che il suo carattere fu assai meno violento di quanto venga generalmente sostenuto, che si trattò di un dominio tollerante, sotto il quale veniva lasciato spazio ai non musulmani che non di rado assumevano incarichi di vertice nell’apparato burocratico e anche in quello militare; ma soprattutto ricorda che l’Islam si appropriò di ideali greci, persiani, indiani e cinesi arricchendoli con tratti propri, dando vita, nella Spagna islamica, a un bazar di risorse intellettuali caratterizzate da una visione universalista (e in alcuni casi di modernissime concezioni materialiste ed evoluzioniste) che permise a un’Europa sprofondata nell’ignoranza e nel fondamentalismo religioso di recuperare le sue stesse radici cadute nell’oblio.


Con l’impero mongolo si raggiungono dimensioni mai più raggiunte in seguito – perlomeno sul piano del dominio territoriale, se non su quello del dominio indiretto mediato dal mercato (11) – da un ordine mondiale. Acharya riscatta l’impero mongolo dall’accusa di essere stato in assoluto il più efferato per le modalità con cui ha realizzato le proprie conquiste (a suo avviso il numero delle vittime dell’espansione mongola è sopravvalutato) e gli riconosce il merito di avere a sua volta contribuito a generare certi presupposti dell’ordine mondiale moderno, fra i quali il fatto di non avere imposto alcun dogma religioso o culturale alle popolazioni sottomesse, il fatto di avere associato a una struttura centralizzata la concessione di autonomie locali e infine di avere operato come un potente “connettore” fra culture e civiltà diverse, in particolare grazie alla sua capacità di garantire la sicurezza degli scambi mediati dalla via della seta, più precari sotto la gestione di Cina e India. 


Infine Acharya denuncia la sistematica rimozione dei contributi delle civiltà latinoamericane e africane da parte di una cultura occidentale che nega loro qualsiasi rilevanza storica. Vedi l’affermazione di autorevoli monumenti della cultura europea (a partire da Hegel) che hanno definito l’Africa un “continente senza storia”, legittimando la cancellazione della sua vita politica, sociale e culturale (basti citare gli “imperi dimenticati” di Ghana, Mali e Songhai e i vasti sistemi tributari sviluppati sotto il loro dominio). Vedi anche la cancellazione della memoria del fiorente commercio interafricano su lunghe distanze, stroncato dai monopoli coloniali imposti dalle potenze europee, nonché di una visione del mondo comunitaria e solidaristica condivisa da popolazioni anche molto lontane e diverse fra loro (visione che riemerge oggi nell’ideologia panafricanista). Una visione del mondo olistica che ritroviamo nelle antiche culture latinoamericane come l’impero incaico, del quale Acharya ricorda sia i caratteri moderni – una burocrazia e un sistema delle comunicazioni efficienti – sia la capacità d’ispirare ancora oggi una concezione alternativa di sviluppo economico, sociale e umano (12). 



Ascesa e crisi dell’ordine mondiale occidentale


Nella parte del libro dedicata all’ascesa e crisi dell’ordine mondiale occidentale, Acharya affronta una serie di temi troppo ampia per poterli analizzare e descrivere nello spazio ridotto di un articolo, per cui scelgo di evidenziarne quattro: come sono riusciti l’Europa prima e l’Occidente collettivo poi a stabilire il proprio dominio sul mondo; come si sono auto assolti dai crimini commessi per costruire il proprio ordine mondiale; quali effetti ha avuto tale dominio sulla loro capacità di capire il resto del mondo; quali fattori hanno determinato la crisi dell’ordine mondiale occidentale.


Acharya identifica la nascita dell’ordine mondiale occidentale con la pace di Vestfalia che, nel Seicento, ha posto fine alle guerre di religione che avevano a lungo dilaniato l’Europa. Si tratta di un evento che ha creato un sistema di Stati sovrani nel Vecchio Continente e ha instaurato un “doppio standard” globale: all’interno del sistema si afferma un ordine antiegemonico almeno in linea teorica (13) - in ragione del quale è proibito sottomettere i vicini più deboli e vigono i principi di non ingerenza negli affari altrui, nonché di parità e uguaglianza fra i vari membri del sistema; al suo esterno, la Pax europea favorisce l'imperialismo delle singole potenze che possono liberamente occupare i territori del resto del mondo e opprimerne e sfruttarne le popolazioni.


Come ha potuto l’Occidente, che fino a poco prima era a un livello inferiore, tanto sul piano economico quanto sul piano culturale (14), rispetto agli ordini mondiali descritti nel paragrafo precedente? Come è nato il sorpasso o, come altri l’hanno definita- vedi Kenneth Pomeranz (15) - , la Grande Divergenza fra Occidente e resto del mondo? Com’è noto, la stragrande maggioranza degli storici occidentali la attribuiscono a fattori di supremazia endogeni al sistema, quali la superiorità tecnologica (navi, vele e cannoni), la crescita economica stimolata dalla concorrenza reciproca fra Stati europei, le scoperte scientifiche (16), o addirittura le condizioni sociopolitiche create dalla stessa “arretratezza” dell’Europa (è la tesi di Samir Amin (17)).  


Contro questa vulgata, Acharya si schiera con la minoranza di coloro, vedi fra gli altri i già citati Pomeranz e un autore come Eric Williams (18) che associano la sostituzione dei precedenti ordini mondiali da parte di quello occidentale con il ruolo strategico giocato da imperialismo e colonialismo. Senza la “scoperta” dell’America e la sanguinosa espropriazione delle risorse dei popoli amerindi cui hanno partecipato Spagna, Portogallo, Inghilterra e Francia; senza lo sfruttamento e l’impoverimento dell’India (19) e di altri Paesi asiatici da parte delle Compagnie delle Indie Orientali inglese e olandese, senza l’osceno commercio triangolare di schiavi fra Africa, Europa e America, l’economia europea non avrebbe potuto svilupparsi ai ritmi con cui si è sviluppata grazie alla rapina delle risorse altrui.


Mentre la supremazia occidentale alimentava instabilità, ingiustizia e disordine, secoli di dominio hanno indotto l'Occidente a coltivare arroganza e ignoranza nei confronti del resto (in questo termine, "resto", sono implicite l’arroganza e l’ignoranza in questione) del mondo. E su questi sentimenti si sono bastate le giustificazioni ideologiche del dominio. Come la giustificazione della schiavitù da parte di un campione del liberalismo europeo quale fu John Locke; come lo specioso argomento in base al quale la schiavitù era esistita in Africa anche prima dell’arrivo dei colonialisti occidentali (20); come l’appello al superiore standard di civiltà occidentale (“il fardello dell’uomo bianco”) che venne fatto valere anche nei confronti di civiltà come l’indiana e la cinese, nate quando l’Europa era ancora territorio di tribù selvagge; come la piaga del razzismo, alimentata persino da giganti del pensiero illuminista come Kant, Hume ed Hegel, (per inciso, Acharya condivide la tesi del sopra citato Eric Williams, secondo il quale fu la schiavitù a generare il razzismo come giustificazione ideologica di una lucrosa pratica commerciale, e non viceversa).  


Acharya smonta infine il mito del presunto “anticolonialismo” degli Stati Uniti. A smentirlo basterebbe il genocidio delle popolazioni autoctone, sistematicamente sterminate con l’obiettivo di impadronirsi delle loro terre – considerate terrae nullius in quanto non tutelate dal diritto di proprietà, vale a dire la principale, se non l’unica, attestazione di appartenenza al mondo “civile”. Si aggiunga la guerra aggressiva contro il Messico che ha permesso agli Stati Uniti di appropriarsi di un terzo del territorio di quella nazione, per concludere con la dottrina Monroe, formulata nel 1823 dall’omonimo presidente e rinnovata e ampliata da Theodore Roosevelt a fine Ottocento e da Donald Trump ai nostri giorni, che stabilisce la clausola di esclusione di altri interessi occidentali nell’area caraibica e centro-sud americana, riservate al dominio esclusivo statunitense. 


Quanto alla pretesa di erigersi a garante delle libertà e della democrazia mondiali da parte di Washington, non si vede come possa essere rivendicata da una nazione che ha fondato la propria ricchezza sullo sfruttamento della schiavitù e sul prolungamento dei suoi effetti fino ai giorni nostri, nei quali la parità di diritti per la popolazione afroamericana resta un miraggio. Del resto, i ricorrenti riferimenti al modello “democratico” della Roma repubblicana conferma che l’ideale di democrazia statunitense si ispira all’ammirazione dei Padri fondatori della Rivoluzione per il sistema romano del bilanciamento dei poteri, mentre sorvola sul carattere oligarchico di quel modello “classico”, che viene oggi riproposto da un sistema di rappresentanza che garantisce ai super ricchi il monopolio pressoché esclusivo sugli incarichi di rappresentanza politica. 


***


Ragionando sulle cause della progressiva erosione dell’ordine mondiale occidentale, Acharya respinge la tesi secondo cui la decolonizzazione del Terzo Mondo sarebbe stato l’esito di un “ritrarsi” volontario delle potenze occidentali dai loro possedimenti. Così come rifiuta l’idea che i nuovi Paesi nati dal processo di decolonizzazione avrebbero “copiato” il modello westfaliano dell’Occidente. In particolare, contro coloro che descrivono il processo di emancipazione del Terzo Mondo come frutto di una serie di riforme dall’alto, promosse da élite formatesi nelle capitali occidentali, sostiene che tale processo fu l’esito di movimenti rivoluzionari guidati da leader locali sostenuti dalle masse popolari e non da ristrettì strati intellettuali. 


Il concetto stesso di Terzo Mondo (oggi sempre più rimpiazzato da quello di Sud globale) nasce negli anni Cinquanta alla Conferenza di Bandung, un’assemblea di nazioni di recente autonomia che venne fortemente osteggiata dalle grandi potenze occidentali le quali tentarono in tutti i modi di manipolarne gli esiti. A quell’evento fece seguito la nascita del movimento dei Paesi non Allineati che, svincolandosi dalla polarizzazione fra Usa e Urss generata dalla Guerra fredda, tentò di indirizzare verso obiettivi autonomi di sviluppo economico, politico e sociale i Paesi usciti dalla lunga interruzione che l'imperialismo e il colonialismo avevano imposto alla loro evoluzione storica. 


Nell’analizzare la lunga fase storica che ha portato al rovesciamento dei rapporti di forza fra Occidente e resto del mondo, emergono tuttavia i limiti connaturati all’approccio liberal democratico di Acharya e alla sua manifesta idiosincrasia nei confronti del marxismo e delle sue incarnazioni storico-politiche. Parlando del principio di autodeterminazione dei popoli, per esempio, manca qualsiasi riferimento alla formulazione che ne diede Lenin e all’apporto decisivo che la Rivoluzione Russa ha dato ai movimenti di liberazione nazionale prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Parlando della lotta della Cina contro il dominio straniero (occidentale e giapponese) esalta Sun Yat-sen ma non spende una parola su Mao e sulla Rivoluzione del 1949, che fu il vero inizio della emancipazione e della successiva ascesa della Cina. Parlando delle rivoluzioni latinoamericane valorizza - giustamente – l’ispirazione che tali movimenti hanno ricevuto dalle civiltà originarie del subcontinente, ma si limita a citare in merito le tesi di Mariategui (il grande marxista peruviano che forse apprezza in quanto “eretico”) senza accennare alla rivoluzione cubana né, tanto meno, a Fidel Castro. 


La crisi dell’ordine mondiale occidentale e i sintomi dell’emergenza di un ordine alternativo sono descritti in termini prevalentemente economici: la crescita esponenziale dell'interscambio commerciale fra Paesi del Sud globale e la percentuale sempre più elevata del PIL mondiale che essi rappresentano. Ma come si è arrivati a tale risultato malgrado la feroce opposizione politico-militare oltre che economica dell’Occidente collettivo, malgrado l’ininterrotta catena di golpe, militari, regime change, manovre finanziarie e altre aggressioni perpetrate in Africa (21), America Latina  e altrove? Acharya non riesce a dare risposte convincenti a questi interrogativi, né come stiamo per vedere, a delineare uno scenario convincente di ordine mondiale post occidentale.



L’ordine post occidentale secondo Acharya. Considerazioni conclusive


Lo spazio che Acharya dedica alla propria visione dell’ordine mondiale post occidentale è collocato nella parte finale del libro ed occupa uno spazio relativamente limitato rispetto alle parti precedenti. Le sue tesi in merito (parzialmente anticipate all’inizio di questo articolo) sono sintetizzabili in tre affermazioni: 


1) Il futuro ordine mondiale sarà post occidentale e non solo post americano. Si tratta di un punto di vista che considero non solo condivisibile ma anche essenziale per il seguente motivo: l’idea dei teorici del sistema mondo, e in minor misura di uno storico della lunga durata come Braudel, è che ogni ordine mondiale sia incarnato da una determinata potenza e che il suo tramonto coincida con l’emergere di un nuovo ordine, incarnato da un'altra potenza egemone. Agli Stati Uniti potrebbe per esempio subentrare la Cina. Acharya nega quest’ultima possibilità (lo stesso vale per chi scrive, anche se i motivi con cui la neghiamo sono radicalmente diversi, come vedremo fra poco) e sostiene che in futuro non ci saranno più le condizioni perché una sola potenza svolga tale ruolo.


2) In assenza di un nuovo dominus dell’ordine mondiale, scrive, non emergerà un ordine multipolare (caratterizzato cioè dall’equilibrio fra un limitato numero di grandi potenze) bensì un ordine che definisce multiplex, alla cui costruzione parteciperanno cioè non solo i Paesi di ogni parte del mondo, ivi comprese le piccole-medie potenze, ma anche imprese, ONG, movimenti, associazioni e quant’altro. Dissento da questa visione irenica che mette sullo stesso piano entità eterogenee sia per natura (statuali, politiche, economiche, culturali, ecc.) che per “peso” specifico. Tale visione potrà apparire gradevole agli occhi delle sinistre postmoderne, che la vedranno come una realizzazione dei propri valori pacifisti, “orizzontalisti” e politicamente corretti, ma è solo apparentemente e ingannevolmente irenica, come lo stesso Acharya

ammette implicitamente con la terza affermazione che riporto qui di seguito. 


3) Il nuovo ordine, scrive, non sarà il paradiso perché nessun ordine mondiale sarà, così come non è mai stato, esente da conflitti e guerre. E con questo presupposto “realista”, che ritengo difficilmente contestabile, viene a cadere la tesi precedente. Quest’ultima è equiparabile sia all’utopia degli economisti piccolo borghesi che negano l’inevitabile tendenza alla concentrazione dei capitali (la concorrenza, che dovrebbe mettere tutti sullo stesso piano, divora se stessa creando i presupposti che consentono al grande di mangiare il piccolo), sia alla ridicola finzione secondo cui capitalista e lavoratore si presenterebbero sul mercato del lavoro con gli stessi diritti (a parità di diritti, commenta Marx, prevale la legge del più forte). Il mondo multiplex sognato da Acharya non si realizzerà mai e, ove si realizzasse, si convertirebbe rapidamente, nella migliore delle ipotesi, in un mondo multipolare.


La critica che ho appena avanzato è analoga a quelle anticipate in precedenza, con le quali converge nell’identificare il limite principale dell’analisi di Acharya nella sua visione liberal-democratica (ancorché in versione “altermondista”), che manca della lucidità analitica che solo  un approccio storico di ispirazione marxista è in grado di fornire. Così il suo elenco dei “meriti” degli ordini mondiali pre occidentali rischia di vedere in caratteristiche come la tolleranza religiosa e culturale, la mitezza nei confronti dei sudditi in generale e dei più deboli in particolare, l'atteggiamento pacifico verso le nazioni e i popoli confinanti, ecc. altrettante anticipazioni che la civiltà occidentale avrebbe “copiato” da quelle precedenti, pur misconoscendone il valore. Ma in questo modo, da un lato, si pecca di anacronismo (si attribuiscono cioè a certi tratti culturali un’essenza e un valore trans storici) e dall'altro si confermano paradossalmente le pretese di universalismo della civiltà occidentale (può darsi che hanno “copiato” dal passato certi valori, ma ciò non ne inficia il presunto carattere universale). Del resto Acharya fatica a riconoscere il fatto che civiltà diverse possono elaborare valori, non solo diversi da quelli certificati dall’attuale ordine mondiale, ma anche ugualmente, se non più, in grado di contribuire alla stabilità e alla pace mondiali. Tipico il suo radicale pregiudizio anticinese (antimarxista e anticomunista) che gli fa affermare che la Cina non sarà la nuova potenza egemone non perché, come afferma la sua leadership politica, non nutre affatto tale ambizione, bensì perché non dispone di sufficiente forza militare per realizzarla. 


Concludo dicendo che, malgrado tutti questi limiti, il libro di Acharya è un’opera lodevole e utilissima per vari motivi. In primo luogo perché, malgrado le sue cinquecento pagine, può essere definito una specie di pamphlet per la chiarezza espositiva che lo rende una lettura gradevole anche per non addetti ai lavori; poi perché contiene un’ampia messe di notizie e informazioni sulla storia delle civiltà non occidentali e pre occidentali (da raccomandare caldamente alle nostre nuove generazioni, alle quali viene tuttora insegnata una storia anacronisticamente eurocentrica); infine perché pur peccando di un certo utopismo, e di una visione “di parte” (leggi filo indiana) nel delineare i tratti di un ordine post occidentale, ha il merito indiscutibile di far capire anche al lettore sviato da pregiudizi eurocentrici che la fine dell’attuale ordine mondiale non sarà un’apocalisse, bensì un’occasione di cambiamento positivo. 


Note


(1) Cfr. I. Wallerstein, Comprendere il mondo. Introduzione all’analisi dei sistemi-mondo, Asterios, Trieste 2013.

(2) Cfr. F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.


(3) Vedi G. Arrighi,  . Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano 1996. Metto a confronto il concetto di sistema mondo che Arrighi elabora in quest’opera con quello di Braudel citato nella nota precedente in Oltre l'Occidente (in via di pubblicazione presso Meltemi).


(4) La presunta natura europea della civiltà greca è contestata, fra gli altri, da Samir Amin (cfr. 

Eurocentrismo. Modernità, religione e democrazia. Critica dell’eurocentrismo, critica dei culturalismi, La Città del Sole, Napoli-Potenza 2022) e da Costanzo Preve (cfr.

Opere, vol. II, Manifesto filosofico del comunismo comunitario. Elogio del comunitarismo, Inschibboleth, Roma 2022). 


(5) Scrive in merito Costanzo Preve: “Esiste un luogo comune nella cultura filosofica occidentale, di cui è stato purtroppo parzialmente responsabile il grande Hegel, per cui il concetto moderno di libera coscienza individuale nasce nella Grecia antica, contrapposta al dispotismo orientale, che conoscerebbe unicamente l’arbitrio del despota”. In realtà, aggiunge Preve nella pagina successiva, “il profilo antropologico greco non era individualistico, ed è allora fuorviante attribuire ai greci la scoperta della libertà dell’individuo” (op. cit.).


(6) Ne Il socialismo è morto. Viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista (Meltemi, Milano 2019), ho polemizzato con Roberto Esposito che legittima questa tesi in un articolo apparso sulla rivista aut aut (Europa e filosofia, in “aut aut”, n. 378, 2018, pp. 51-63).


(7) Nell’opera citata Preve sostiene che, laddove cristianesimo e islamismo sono modelli di universalismo religioso, ebraismo e induismo sono modelli di religione “tribale”. Dopodiché aggiunge che, mentre la cultura semitica conosce solo la feroce onnipotenza dell’Uno, quella cristiano-cattolica si basa su una triade dialettica: la verità (Padre) esce da sé nel mondo (Figlio) e torna a sé stessa (Spirito Santo). Viceversa il protestantesimo veterotestamentario privilegia il Padre, divenendo così una sorta di “eresia ebraica”.


(8) Ma Acharya rimuove il fatto che il Buddhismo adottato dalla Cina, dai Paesi del Sud Est asiatico e dal Giappone è quasi del tutto sparito dall’India, dove è stato marginalizzato dall’induismo, religione assai meno “pacifica”.


(9) Sulla lunga tradizione pacifista della politica estera cinese, cfr. G. Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo, Feltrinelli, Milano 2008.


(10) Della spedizione di Zheng He si occupano, fra gli altri, F. Braudel (op. cit.) G. Arrighi (op. cit.) e K. Pomeranz (La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna, Il Mulino, Bologna 2004) , nessuno dei quali sposa la tesi degli intenti colonialisti dell’impresa in questione. Viceversa Acharya, che sostiene la tesi opposta pur ammettendo che è controversa, dovrebbe spiegare perché gli imperatori Ming ordinarono la distruzione della flotta di Zheng He quando costui fece ritorno in patria.


(11) A distinguere fra dinamiche imperiali territorialiste e capitaliste è Giovanni Arrighi in  Il lungo XX secolo, cit.


(12) Alla cultura originaria dei popoli andini e al loro concetto di buen vivir fondato sulle loro tradizioni solidaristiche, comunitarie e rispettose  dell’ambiente naturale si sono ispirate le rivoluzioni ecuadoriana e boliviana (oggi travolte dalla controffensiva delle destre neoliberiste). Vedi ciò che ho scritto in proposito in Magia bianca magia nera. Ecuador: la guerra fra culture come guerra di classe (Jaca Book, Milano 2014); vedi inoltre A. G. Linera La potencia plebeya. Acción colectiva e identidades indígenas, obreras y populares en Bolivia (Clacso/Prometeo libros, Buenos Aires 2008); vedi infine, dello stesso autore, Forma valor y forma comunidad (Traficantes de sueños, Quito 2015).


(13) Un tragico esempio di applicazione dell’ideologia colonialista da parte di una potenza europea nei confronti di altri Paesi del Vecchio Continente, che ha sovvertito i principi dell’ordine westfaliano, è quello dell’aggressione nazista nei confronti dall’Unione Sovietica e di altri popoli slavi. L’accostamento fra l’ideologia nazista e il colonialismo razzista delle potenze europee liberal democratiche è il grande rimosso di una cultura storica che tenta di liquidare il nazismo come una parentesi aliena alla tradizione occidentale. Una rimozione denunciata da Aimée Césaire che in 

Discorso sul colonialismo (Ombre Corte, Verona 2020) scrive: “Varrebbe la pena di studiare, clinicamente, in dettaglio, tutti i passi di Hitler e dell’hitlerismo, per rivelare al borghese distinto, umanista, cristiano del XX secolo, che anch’egli porta dentro di sé un Hitler nascosto, rimosso; ovvero che Hitler abita in lui, che Hitler è il suo demone e che, pur biasimandolo, manca di coerenza, perché in fondo ciò che non perdona a Hitler non è il crimine in sé, non è il crimine contro l’uomo, non è l’umiliazione dell’uomo in quanto tale, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di avere applicato in Europa quei trattamenti tipicamente coloniali che sino ad allora erano stati prerogativa esclusiva degli arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei negri dell’Africa”. 


(14) Ciò era riconosciuto, fra gli altri da giganti del pensiero occidentale come Voltaire e Adam Smith.


(15) Cfr. K. Pomeranz, op. cit.


(16) La storia occidentale sottovaluta sistematicamente l’apporto della scienza e della tecnologia cinesi (carta, stampa, bussola, fusione dell’acciaio, ecc.) alla civiltà europea. (


(17) Cfr. Samir Amin, Eurocentrismo, cit,


(18) Cfr. E. Williams, Capitalismo e schiavitù. Il colonialismo come motore della Rivoluzione industriale (Meltemi, Milano 2024).


(19) Per una denuncia ancora più spietata di quella formulata da Acharya dei crimini commessi dall'imperialismo inglese in India vedi C. Elkins, Un’eredità di violenza. Una storia dell’Impero britannico, Einaudi, Torino 2024.


(20) Nessuno storico onesto può sostenere che la tratta transatlantica sia, per numero delle vittime, ferocia, oppressione, sfruttamento e impatto sulla demografia e sulle società dei Paesi e dei popoli colpiti, anche solo lontanamente paragonabile a precedenti fenomeni storici.


(21) Sulla spietata controffensiva messa in atto dall’imperialismo occidentale contro le lotte di liberazione in Africa Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.

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