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domenica 10 maggio 2026

INDONESIA 1965 L'ARCIPELAGO ROSSO SANGUE
IL GENOCIDIO DEL COMUNISTI







Il genocidio nei confronti del popolo palestinese da parte del regime colonialista, razzista e fascista di Tel Aviv ha riaperto il dibattito sulla pretesa sionista di rivendicare alla tragedia della Shoah il diritto di fregiarsi del titolo di unico evento degno di essere definito genocidio. Pretesa che solo la macchina propagandistica delle potenze imperialiste occidentali – interessate a sostenere lo stato israeliano come proprio avamposto nel Vicino Oriente – consente di resistere alle critiche che tutti gli storici onesti le rivolgono da tempo, elencando i purtroppo innumerevoli esempi di genocidio che costellano la storia umana antica, moderna e contemporanea. 


Curiosamente (ma non troppo, ove si consideri la ventata di furore anticomunista che spira dalla cultura politica, accademica e mediatica occidentali in questo inizio di millennio) da tale elenco viene sistematicamente espunto uno dei casi più atroci – se non il più atroce – della seconda meta del Novecento: il massacro sistematico di non meno di mezzo milione, ma più verosimilmente di più di un milione, di comunisti indonesiani perpetrato a metà degli anni Sessanta dall’esercito di quel Paese, con la partecipazione attiva delle milizie dei movimenti islamici e cattolici e dei partiti di estrema destra. 


A rompere questo colpevole, imbarazzante silenzio provvede un libro di Nicola Tanno, Arcipelago Rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968) appena pubblicato dall’editore Mimesis. Tanno parte da lontano, ricostruendo le origini e la storia del Partito Comunista Indonesiano (PKI), le sue vicissitudini (prima dell'olocausto del 1965 aveva già subito dure sconfitte e repressioni in diverse occasioni), i suoi legami con il resto del movimento comunista mondiale, i suoi successi, le sue sconfitte e i suoi (molti) errori. Mette in luce la lucida pianificazione della strage da parte dei servizi Usa, le complicità di cui questi ultimi hanno potuto usufruire all’interno del Paese, il ruolo ambiguo del presidente Sukarno, la sostanziale connivenza dell’intera opinione pubblica occidentale. Infine descrive gli spaventosi dettagli della carneficina e l’incomprensibile (che resta tale anche agli occhi dell’autore) facilità con cui il crimine si è potuto compiere, anche grazie alla pressoché totale assenza di una resistenza organizzata da parte delle vittime. 


Per ragioni di spazio, mi occuperò qui solo della parte del libro dedicata agli ultimi quindici anni di questa storia (dai primi anni Cinquanta alla tragedia finale), rinviando chi fosse interessato a un’analisi più ampia e dettagliata alla lettura del libro. Parto quindi all’ascesa (nel 1951) al ruolo di segretario generale del PKI di Aidit (allora ventottenne). Per quanto giovane, costui aveva già alle spalle una lunga esperienza di lotta politica e anche militare. Apparteneva, infatti, alla generazione dei premuda, come venivano chiamati i giovani militanti che erano stati coinvolti nella resistenza ai colonialisti olandesi e agli invasori giapponesi, nonché nelle lotte contadine con le loro aspirazioni utopistiche.


Non va dimenticato che il centro della scena politica indonesiana di quegli anni è saldamente presidiato dal presidente Sukarno, il popolarissimo leader nazionalista che aveva una posizione radicalmente anticoloniale e antimperialista (non a caso la conferenza di Bandung, che diede origine al movimento dei Paesi Non Allineati, si svolse nel 1955 in Indonesia). Un’originale figura di intellettuale che professava posizioni marxiste eterodosse – fu autore di un libro intitolato Nazionalismo, Islam, Marxismo – funzionali alla realizzazione di un vago “socialismo indonesiano”. Sukarno non fu mai anticomunista e mantenne sempre rapporti amichevoli con i Paesi del blocco socialista, a partire dalla Cina, però senza mai sbilanciarsi (come del resto quasi tutti gli altri leader “non allineati”) a favore dell’uno o dell'altro fronte della Guerra fredda. Una figura che, secondo i criteri attuali, potremmo definire “populista” (ma che, visto che non è mai stato espressione di un movimento politico coerente e organizzato, ma si è sempre destreggiato in equilibrio fra forze di orientamento diverso e persino opposto, si potrebbe ascrivere alla più classica categoria di “bonapartismo”).


Sotto l’ombrello di Sukarno, che li mette al riparo dalle velleità repressive dei generali, i comunisti del PKI prosperano fino a diventare il più grande partito comunista fra quelli che non sono arrivati a conquistare il potere (tre milioni e mezzo di iscritti e venti milioni di simpatizzanti aderenti a varie organizzazioni di massa come sindacati, movimenti contadini, femminili e studenteschi). Negli anni Cinquanta a ispirarne la linea politica è Stalin, il quale scoraggia il PKI dal replicare l’esperienza cinese, in quanto il territorio non offre caratteristiche sfruttabili per mettere in atto una guerra di popolo di lunga durata, e lo invita a costruire piuttosto un fronte ampio fra operai, contadini e borghesia nazionale e a perseguire una line moderata ispirata a criteri di gradualità, consenso e radicamento nelle istituzioni. 


Con la svolta krusceviana (e con la teorizzazione della coesistenza pacifica e della possibilità di conquistare il potere per vie legali), questo approccio si converte da tattico in strategico. Il Partito fa di tutto per costruire rapporti positivi con altre forze politiche: invita il sindacato a tenere posizioni di moderatismo salariale, cerca di non mettersi in contrapposizione con i partiti religiosi, si accredita fra le masse impegnandosi in campagne di alfabetizzazione e svolgendo funzioni di welfare e assistenza sociale.


Gli esiti di questa strategia sono ambivalenti. Da un lato, essa favorisce l’enorme crescita numerica ricordata poco sopra, dall’altro si scontra con l’irriducibile ostilità dei soggetti politici con cui vorrebbe sviluppare rapporti di tolleranza, se non amichevoli. La mitica “borghesia nazionale” è debole, dipendente da clientelismi pubblici, non ha la tempra né le risorse per favorire il processo di di industrializzazione, è composta in larga parte da strati professionali parassitari. I partiti religiosi continuano a incitare le masse all’odio contro l’ateismo marxista. Quanto al nemico storico, l’esercito, è paradossalmente il primo beneficiario delle nazionalizzazioni delle imprese dei colonialisti olandesi, delle quali assume il controllo e, a mano a mano che dispone di ampie risorse economiche, le impiega per competere con il PKI sul piano dell’assistenza alle classi popolari.


Alla fine dei Cinquanta, la democrazia indonesiana entra in una fase di stallo: nessuna maggioranza sembra possibile, anche perché nessun partito è disposto a coalizzarsi con il PKI, in crescita ma non tanto da poter assumere un ruolo di governo. In questa situazione Sukarno instaura la cosiddetta Democrazia Guidata, un sistema che, pur mantenendo le prerogative formali di un regime democratico, concentra il potere nelle mani del presidente, il quale deve però fare i conti con l’esercito, per cui si barcamena appoggiandosi sul PKI che gli garantisce un ampio sostegno popolare. In poche parole il PKI si fa scudo del potere presidenziale e viceversa, entrambi insidiati dal fantasma di un golpe militare. 


È in questa situazione che maturano le condizioni che permettono agli Stati Uniti e alle altre potenze occidentali di regolare i conti con l’anomalia che Sukarno incarna. A fare paura non è tanto il marxismo nazional popolare del leader indonesiano, quanto il movimento antimperialista e anticoloniale che egli ha contribuito a mettere in moto dopo la conferenza di Bandung. Occorre fare come in Africa e America Latina, laddove le velleità di indipendenza sono già state (o stano per esserlo) stroncate da una serie di golpe militari. I vertici dell’esercito indonesiano sono già cooptati nel progetto (molti generali si sono formati in Occidente). L’obiettivo è distruggere il PKI e isolare Sukarno, che verrà lasciato formalmente al potere ma esautorato di fatto (verrà deposto nel 1968).


Il libro di Tanno offre molti materiali che documentano come i servizi americani hanno progettato l’operazione. Il più inquietante è l’accenno all’opportunità di provocare un intempestivo tentativo di insurrezione comunista per dare il via all’operazione di annientamento. Nel descrivere il modo in cui il PKI cade nella trappola e paga le conseguenze del proprio errore, Tanno non riesce a chiarire tutti i dubbi suscitati da una serie di eventi paradossali. Sappiamo che i servizi occidentali fanno circolare la voce di un golpe imminente. Sappiamo che Sjam, capo del settore clandestino del PKI, (un inetto o un agente provocatore, il libro non dà un giudizio univoco ma è lecito sospettare che la  seconda ipotesi sia plausibile), e il segretario Aidit decidono di appoggiare un controgolpe condotto da una fazione dell’esercito “di sinistra” (ma incredibilmente non rivelano il piano né al partito né alle masse, per cui non ci sono i presupposti per una sollevazione popolare che appoggi l’iniziativa!). Sappiamo che il piano originario (approssimativo per non dire patetico) era arrestare sette generali, condurli davanti al presidente (anche lui ignora quanto sta per avvenire!) per indurli a confessare e dar modo a Sukarno di chiamare il popolo alla mobilitazione).  


Ovviamente non funziona niente. Sei dei sette generali vengono uccisi invece che arrestati (il settimo fugge e guiderà la repressione), Sukarno in un primo tempo non viene trovato e, quando è messo al corrente dei fatti, invita alla conciliazione e alla soluzione politica della crisi invece che alla mobilitazione generale. L’azione militare è debole e si sfalda rapidamente. Fallita l’operazione Aidit fugge (di nuovo senza avvertire partito e masse e senza chiamare alla mobilitazione popolare: inettitudine, viltà o peggio?).


Il resto è cronaca nera, anzi nerissima. Suharto (il generale che assume il potere di fatto mentre Sukarno diventa una silhouette impotente fino alle deposizione del 1968), guida il genocidio sistematico (le liste di chi doveva essere eliminato erano pronte da tempo, gli altri cadono per la “spontanea iniziativa” della canaglia fascista organizzata da destre e religiosi integralisti). Assunto il controllo totale dei media inizia una campagna tambureggiante che indica come responsabili di complotti e crimini orrendi tutti i comunisti e tutti i loro simpatizzanti, senza distinzione, che accusa la Cina di avere organizzato il tentativo di rovesciare Sukarno e che invita a eliminare sistematicamente e senza pietà tutti i “nemici del popolo indonesiano”.


In tempi brevissimi vengono uccise (spesso dopo orrende torture) centinaia di migliaia di persone, al punto che i fiumi si riempiono di cadaveri mutilati. Come detto, è impossibile stabilirne il numero esatto, da mezzo milione a un milione. I media occidentali tacciono o raccontano menzogne. Quando diventa impossibile nascondere del tutto gli orrori perpetrati, incolpano l’amok, il sanguinario delirio collettivo che coglie periodicamente le popolazioni dell’arcipelago indomalese (una grottesca bufala “orientalista” per mistificare un crimine scientificamente progettato nelle capitali occidentali). 


Ovviamente contribuisce a legittimare l’orrore il clima anticomunista generato dalla Guerra fredda. Dopodiché suscita stupore retrospettivo il fatto che nemmeno le sinistre occidentali del tempo abbiano dato soverchio spazio alla denuncia dell’accaduto (diffidenze anticinesi? Era il tempo del dissidio Cina-Urss e forse venne dato credito alla tesi che erano stati i cinesi a istigare il fallito golpe del PKI). Resta il fatto che quel genocidio è uno dei meno conosciuti e denunciati della storia recente. Quanto al mistero degli incredibili errori (tradimenti?) commessi dalla dirigenza del PKI e della mancata resistenza di milioni di militanti (per quest’ultima è lecito dubitare che abbia influito anche la svolta moderata e legalista imposta da Aidit) restano entrambi irrisolti anche dopo il libro di Tanno, cui però va riconosciuto il merito di avere riaperto il dossier e che, si spera, può stimolare  ulteriori indagini e approfondimenti sul tema.

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