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martedì 7 luglio 2026


OLTRE L'OCCIDENTE (2)

Ieri ho ricevuto le copie staffetta del secondo volume di Oltre l'Occidente. Il libro è già acquistabile online e, salvo ritardi, sarà in libreria fra un paio di giorni. Qualche giorno fa ho anticipato la mia Introduzione al primo volume (quello di Visalli), qui anticipo la Introduzione di Visalli al secondo volume, il mio. Entrambi gli autori saranno a Pisa sabato prossimo, 11 Luglio, per discutere di questa atipica opera a due mani al festival di Ottolina TV. Se sarete da quelle parti vi aspettiamo. 





 Introduzione

Quello che leggerete è il secondo volume di un’opera che è stata concepita a due mani e scritta separatamente. Si tratta di due saggi che si guardano reciprocamente, pur nelle differenze stilistiche, espositive e in alcuni casi di accentuazione. Questo libro, come l’altro che è il primo volume di una insolita sequenza, può essere letto da solo, ma gioverebbe del rispecchiamento in quello complementare. Durante tutta la lunga concezione e preparazione, infatti, si è tenuto un fitto scambio di stesure, osservazioni e suggerimenti, in particolare bibliografici, tra gli autori. Non per caso molti testi sono presenti in entrambi, ma letti secondo la prospettiva ed angolazione specifica.

Il medesimo titolo, Oltre l’Occidente, indica l’ambizione dell’opera; al contempo, la sua enormità ha costretto ad allargare le reti e optare per un’opera come quella che avete per le mani. Oltre indica la direzione verso la quale gli autori ritengono si debba andare per portarsi all’altezza delle sfide del presente. Quel che chiamiamo Occidente, con dizione che è essa stessa scelta politica e separa ciò che è storicamente rinvio e coevoluzione, non è per gli autori finito, tramontato, non è sconfitto, per ripercorrere formule illustri, è piuttosto chiamato a confrontarsi e superarsi, per salvare la parte migliore della sua storia. Siamo, a questo torno del primo quarto del secolo, infatti, ad uno snodo critico dal quale è possibile prendere la strada della mutua distruzione come quella del superamento della modernità. Di quella postura che vede la libertà individuale e del progresso come possesso di una parte, il cosiddetto ‘Occidente’. Ma che, nel presumerlo e pretenderlo, in effetti afferma solo la cosmotecnica dell’Occidente (in particolare anglosassone). Ovvero, secondo la nomenclatura presentata nel primo volume, la forma storica del rapporto tra la tecnica e i quadri di senso propri dell’Occidente.

I due testi hanno in comune l’esplorazione di questa modernità, nella convinzione che giunge oggi ai suoi limiti la hybris che l’ha guidata nel lungo periodo di affermazione della centralità europea. Con essa l’incubazione e poi affermazione dei capitalismi e dell’industrialismo, ma anche del sistema-mondo, imperniato su scambi ineguali e strutture di dipendenza, come qui si vedrà a partire dalle lezioni di Arrighi. Inoltre, condividono lo sforzo di saggiare dall’interno la tenuta della tradizione critica marxista, per molti versi coinvolta in questa postura. Infine, di ripercorrere la difficile storia dei soggetti storici della liberazione. In questo libro saranno protagonisti quei rivoluzionari, quei partiti e movimenti che hanno posto la domanda della rivoluzione e tentato il cambiamento e superamento del capitalismo insieme alle strutture del dominio dei popoli e delle nazioni. Si troveranno Cabral, Rodney, Mariátegui, poi Lukács e la rilettura della storia del capitale tramite Braudel e Arrighi. Si esplorerà con cura il fuori dell’Occidente, o meglio, quel che lui ritiene essere fuori di sé.

Il testo è diviso in quattro Parti.

Nella Prima, viene individuato il ‘nemico’, identificato in noi stessi. Si tratta di sviluppare un racconto orientato a mettere in evidenza la logica, i valori e le pratiche che trascinano l’Occidente verso una costante postura bellicista. Ogni volta proposta per difendere “valori” universali e non negoziabili nei quali è presente quella particolare cecità alla esistenza stessa dell’Altro tipica della postura ‘monoteista’. Nel Primo Interludio vengono ripercorse le ultime idee di Lukács, e nella Seconda parte quelle di Fernand Braudel e Giovanni Arrighi, per esplorare i limiti di quelle potenti categorie marxiane e soprattutto marxiste che possono contribuire, se non riguardate alla luce dell’esperienza trascorsa e le sfide del presente, ad accecarci verso l’Altro. La Seconda Parte prosegue e porta a termine questa impresa.

Nella Terza Parte, come nella Quarta, vengono osservati e raccontati i tentativi di alcuni paesi del Sud del mondo di emanciparsi dal dominio e imboccare, ognuno secondo i suoi termini, la via del socialismo. Come nel primo volume, una particolare attenzione viene prestata a quello che è il principale punto di dinamizzazione della situazione contemporanea: l’incredibile successo del socialismo con caratteristiche cinesi nell’emancipare centinaia di milioni di persone e transitare verso una modernità non occidentale.

Segue un’Appendice nella quale il testo prende le distanze dalle sinistre postmoderne occidentali che diventano parte del problema, contribuendo ad accecare l’Occidente collettivo verso la necessità di oltrepassarsi ed aprirsi ad una modernità finalmente plurale.


All’avvio viene richiamata l’appassionata requisitoria di Césaire contro l’ipocrisia dell’Occidente che produce i suoi crimini sentendosi innocente. Nascondendosi dietro giustificazioni morali, proiettando costrutti come la direzione della Storia, sin dall’inizio costruiti per la giustificazione del dominio. Orientati di fatto all’affermazione di quel capitalismo razziale denunciato dalla prima generazione degli intellettuali panafricanistichi. Per fornire il quadro di contesto di questa denuncia vengono ripercorsi il colonialismo inglese, e poi quello belga, ricordando la tragedia del Congo.

Andare Oltre l’Occidente, significa fare fino in fondo i conti con questa eredità. Ma non nel senso superficiale di abbattere qualche statua, come se fosse questione di individui. Ciò che va compreso nei suoi termini ed oltrepassato è quella strana idea per la quale qualunque crimine, massacro, bombardamento (a Dresda, come a Falluja, a Gaza o Belgrado) servono uno scopo superiore. Se una volta si trattava di salvare le anime immortali, ora si tratta di affermare i ‘diritti dell’uomo’, la ‘libertà individuale’, la ‘democrazia’. Ogni volta si dice, sulla base di una tradizione storica affermatasi non per caso mentre l’Europa espandeva i suoi imperi, che si tratta di ‘valori universali’, figli unici del “miracolo greco”.

Nel Secondo Capitolo viene posto sotto attenzione un secondo nodo esplicativo di questa postura: la tragedia mediorientale, qui l’occupazione della Palestina, seguendo il racconto di Caroline Elkins e di Pegoraro, ma anche di Ilan Pappé, arrivando fino al genocidio di Gaza di questi anni, viene messo in relazione con gli effetti ultimi di quella costruzione del mito dell’unicità della Shoa (una tragedia genocidiaria enorme, ma certo non unica), che viene cinicamente sfruttato per perseguire le mire di dominio regionale ed espansione territoriale.

Nel Terzo Capitolo si arriva al presente da un altro angolo: la sfida geopolitica della Cina e dei paesi non allineati del Brics, o multiallineati, sollecita antiche posture. L’Occidente è tentato di chiamare la “guerra santa” contro gli eretici che non ne riconoscono il primato. Non c’è forse un unico Dio? A questo fine l’economia entra in campo, insieme alla sua gemella, la sociologia. Il declino relativo dell’egemonia statunitense, mostrato in controluce molto bene dalle posture muscolari della nuova amministrazione, dovrebbe portare ad una sorta di ritirata strategica sul difficile crinale tra una fuga precipitosa “alla Kabul” e una difficilmente sostenibile guerra sulle frontiere avanzate. Qui aiuta la lettura culturalista di Emmanuel Todd, la quale pure nei suoi limiti ha il merito di evidenziare l’erosione interna della coesione che spicca rispetto alla superiore omogeneità esibita dalle controparti. Secondo la sua tesi, al di là dei fattori economici e strutturali (come i fratelli siamesi della deindustrializzazione e della finanziarizzazione, ed il loro figlio bastardo della distruzione della classe media) è la caduta del senso collettivo, fondato a suo dire sull’antropologia protestante, a rendere impossibile la competizione all’Occidente. Nel primo volume avevamo, in proposito, parlato di competizione per la “Piattaforma tecnologica”, per l’affermazione del proprio ambiente tecnico e normativo e della propria ‘cosmotecnica’.

L’interludio su Lukács individua qui, nella capacità umana di darsi progetti, la posizione teleologica, l’essere sociale umano. Fondato quindi sul lavoro. La coscienza è determinata (in senso hegeliano) dal ‘complesso di complessi’ che incarna il ricambio organico uomo-natura ed è in questa determinazione che si rende disponibile la libertà soggettiva. Ovvero il fattore soggettivo della libertà. Sarà l’insieme di entrambi i momenti a costituire la totalità dell’essere sociale. È questo il livello dello scontro in essere, o, visto dal punto di vista delle forze controegemoni, il necessario oltrepassamento della postura dell’Occidente. Ma anche del marxismo, nella misura e quando presume di avere scoperto “leggi di movimento” della storia verso una finalità trascendente (sia pure secolarizzata). Piuttosto, l’ampliamento della ‘libertà’, nel contesto di una costante ed ineliminabile dialettica con la ‘necessità’ (ovvero il complesso dei complessi e le loro conseguenze) è un obiettivo ideologico. Ma, nel senso di Lukács, ciò significa che è stimolo e traguardo attivo, se pure irraggiungibile compiutamente. Secondo la famosa formula di Marx, richiamata nel Secondo Interludio, la libertà “può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca”. Questa formula densissima, dove troviamo i concetti di ‘uomo socializzato’, che regola ‘razionalmente’ la produzione (il ricambio organico) e ‘sotto il comune controllo’, è finalizzata all’esclusione del dominio da forze cieche.

Oltrepassando la prospettiva implicitamente eurocentrica del grande tedesco, figlia del tempo nel quale è vissuto, questa può essere la traccia della liberazione. Ma si tratta di vederla dal punto di vista del mondo e non da quello di una sua parte che si pensa tutto. L’uomo è sociale e come tale opera, definendo il suo ricambio con la natura ed esprimendo su di essa un comune controllo. Ma questo accade sempre nelle diverse forme storiche del sociale e dell’essere umano. Forme che non sono ricondotte all’una. Costrette sotto l’unità del dominio, imposto da una forma che da particolare si pensa e pretende universale. E come tale si dichiara come progresso

Nella Parte Seconda questa costruzione viene messa alla prova nel confronto con l’ultima parte de Il capitale di Marx. Salire a questo livello di astrazione può far girare la testa al lettore. Tuttavia, la ricostruzione ha un fine: mostrare come l’impostazione immanentista e teleologica marxiana, derivata filosoficamente da Hegel, conduce per sua dinamica alla irrealizzata diagnosi dell’estensione erga omnes del ‘modo di produzione capitalistico’. Questa è, in sostanza, la versione critica della medesima diagnosi progressista dell’Occidente. Versione che riconosce l’accumulazione per espropriazione, ovvero il fatto dello sfruttamento coloniale e post-coloniale, ma lo confina in una fase ‘immatura’, operando sulla base della logica hegeliana. Questo schema è posto in crisi e contestato. Con esso il suo scolio per il quale sarebbe solo la produzione industriale, e in conseguenza la lotta tra capitalisti e salariati, a rappresentare l’intima natura del capitalismo. L’accumulazione ‘primitiva’ non è una ‘fase’ e non è ‘primitiva’. Rappresenta, al contrario, l’espressione organica dei rapporti ineguali e di dipendenza che si generano a livello di sistema-mondo dal confronto tra ‘sistemi tecnici’ e ‘piattaforme tecnologiche’. O, in altre parole, tra diversi modi di relazione organica con la natura.

D’altra parte, anche l’analisi successiva, imperniata sul III libro del Capitale, mostra come anche per Marx la produzione, e l’estrazione di plusprodotto, dipendesse sempre dall’intero sistema di divisione sociale del lavoro stesso. Ovvero, dalla totalità del sistema tecnico nel quale si agisce. Il capitale è dunque una potenza sociale, e il suo detentore pro tempore ne è funzionario. Questa considerazione può essere estesa a livello mondo. Il tema diventa riportare sotto controllo collettivo questa potenza alienata. Ma qui compare la questione dei ‘tre mondi’ di Mao, o della lotta internazionalista leniniana. Ovvero quella della comprensione della lotta di classe come conflitti delle libertà e con il capitale, nel sistema-mondo. Sapendo che, come sostiene Zhao Tingyang, lo sfruttamento internazionale, che deriva dalla dialettica tra capitali e tra sistemi tecnici, è ancora più forte ed oppressivo di quello entro il singolo paese. Come ricordava anche Lenin, anzi, capita che le classi lavoratrici in un paese ‘metropolitano’ siano beneficiari, se pure minori, dell’estrazione di valore dai popoli sfruttati ‘periferici’. Questa è la molla nascosta del conflitto in corso.

Qui interviene l’allargamento analitico che questo secondo volume ripercorre sistematicamente, ed è solo accennato nel primo, facendo uso dei fondatori della World History, Fernand Braudel in primo luogo. Rileva, in particolare, la centralità storica da questo attribuito al commercio di lunga distanza, la sua natura ‘contro mercato’ e ‘congiunturale’. Una forza adattiva, parassitaria, intrinsecamente opportunista, ed estrattiva. Imbricata con il potere, statuale in particolare, e gerarchica. In relazione simbiontica con lo Stato e da questo costantemente potenzialmente minacciata. Si tratta, come si vedrà, di una delle caratteristiche che divaricano la traiettoria cinese da quella occidentale (ed anglosassone in particolare). Infatti, come appare ancora evidente nel contesto cinese il rapporto strumentale tra capitalismo e direzione collettiva (di stato, commercio e produzione) è invertito.

Dopo aver attraversato diversi interludi, trattando di autori importanti come Samir Amin e (nel Secondo interludio) il testo capitale di Robert James I giacobini neri, Formenti arriva nella Parte Terza a concentrare tematicamente l’attenzione sul marxismo nero e la “blackness”. Qui si intrecciano autori contemporanei come Kevin Ochieng Okoth, che inquadra nel contesto di quella che vede come controrivoluzione, il riflusso postmoderno e la normalizzazione dei Black Studies soprattutto nel contesto americano. Spazio elettivo della ‘ontologizzazione’ della Blackness, o in altri termini di una tendenza essenzialista che dimentica le dinamiche strutturali, per concentrare la critica in forme radicali di culturalismo. E spazio, come si è visto anche nel primo volume, per l’ascesa degli Studi decoloniali sulle braci fredde della Teoria della Dipendenza e di quella dei Sistemi-Mondo.

Il delinking promosso da Amin (autore, peraltro in contatto con il vasto mondo post-coloniale) viene rimpiazzato da una sorta di delinking dall’episteme occidentale. Si tratta di temi che hanno qualche buona ragione, e che, infatti, sono attraversati anche da questi due libri. Ma in Oltre l’Occidente, in entrambi i volumi, non si propone un approccio culturalista né essenzialista. La liberazione è, infatti, un processo che non può darsi senza muovere la totalità. E questa si compone dell’insieme delle questioni sollevate in entrambi: la lotta per l’affermazione della propria cosmotecnica e l’indipendenza della propria ‘piattaforma tecnologica’; la rivendicazione del proprio diritto allo sviluppo autocentrato; il contrasto al potere del capitale di istituire relazioni ineguali e stati di dipendenza; l’affermazione del potere collettivo sulle tendenze disgregatrici dell’egoismo individuale, in particolare quando fondato sul possesso.

A partire dal Secondo Capitolo della Terza Parte, Formenti si dedica ad un compito non facile: dare conto del vastissimo dibattito di quella che chiama una ‘informale internazionale nera’, nella quale hanno operato autori famosissimi come Frantz Fanon, Malcom X, ed altri di minore successo mediatico, ma importanti come Eric Williams, George Padmore, Aimée Césaire, Walter Rodney, Cedric Robinson, per dire alcuni. I temi sono diversi. In primo luogo, la centralità della Tratta degli schiavi nella formazione del capitale e quindi nella specializzazione e autonomizzazione di questo dalle forme di controllo dello Stato (ovvero, in altri termini, per l’insorgenza del capitalismo nel contesto europeo), oltre che della progressiva evoluzione tecnico-industriale, la quale, a sua volta, retroagisce sulla capacità di istituire rapporti ineguali estrattivi. La relazione tra colonialismo e fascismo, o, in altri termini, l’esperienza coloniale come brodo di coltura di questo. Il focus sulla traiettoria del sottosviluppo africano, condotta senza sconti da Walter Rodney in Come l’Europa ha sottosviluppato l’Africa. Ed, infine, la traiettoria rivoluzionaria e originale di Amilcar Cabral in Guinea Bissau. Questi ha rifiutato una visione schematica dell’opposizione analitica tra struttura e sovrastruttura, comprendendo in profondità la capacità di mobilitazione delle differenze culturali e la possibilità di rifunzionalizzare anche forze ordinariamente considerate inaffidabili, come le piccole borghesie urbane (il cui strato acculturato è, tuttavia, come mostra Rodney, storicamente il motore umano della mobilitazione anticolonialista in Africa), rivolgendole verso un progetto socialista. Di qui l’utilizzo di parole d’ordine come return to the source e ri-africanizzazione di cui comprendeva perfettamente l’ambiguo rischio. Rielaborare la propria esperienza e tradizione culturale non è necessariamente ripiegamento su sé stessi e fuga antimoderna (dove a questa parola, si “attacca” nella mente occidentale tutta un’ontologia sulla quale non è qui necessario tornare), quanto esercizio di libertà, se ancorato all’esperienza della lotta antimperialista.

Dopo l’ultimo interludio, dedicato al caso della rivoluzione e del socialismo originario in America Latina, la Quarta Parte giunge a trattare il caso della Cina.

In questa ultima e decisiva parte, Formenti parte dalla storia, poco conosciuta, del gigante asiatico. Il problema è spiegare la Grande Divergenza tra le traiettorie di sviluppo europea e cinese. Divergenza che si fissa nella sorprendente (per i contemporanei) e netta sconfitta del Celeste impero ad opera degli Inglesi prima e di una larga coalizione i paesi europei con l’apporto anche degli Stati Uniti, poi. Formenti cita la tesi di Braudel, alla quale oppone Pomeranz. Per il primo l’Europa prese il sopravvento in quanto a partire dal XVIII secolo il relativo abbandono dei commerci di lunga distanza e l’invadenza di uno Stato centralizzato e fortemente burocratizzato, determinò la stagnazione tecnologica e socioeconomica. Il secondo, sulla base di una valutazione comparativa ad ampio spettro, individua la divergenza a partire dal 1750 e in particolare dal contributo delle terre coloniali. La Cina sarebbe stata, cioè, intrappolata in una sorta di crisi ecologica, mentre ampie aree dell’Europa, e l’Inghilterra in particolare, potevano sfruttare enormi aree altamente produttive e masse di forza lavoro servile nelle colonie. La dinamica di crescita non sarebbe sostanzialmente endogena (come voleva anche Marx), quanto combinazione di fattori naturali, come la disponibilità di carbone, e geopolitici.

Contribuisce in modo probabilmente decisivo a determinare la parabola del “secolo delle umiliazioni” la duplice sconfitta nelle Guerre dell’Oppio, i decenni in cui questa potente droga distrugge dall’interno la società cinese e drena verso l’Occidente le sue immense ricchezze, la rivolta dei Taiping alla metà del XIX secolo e, infine, quella dei Boxer, dopo la sconfitta della guerra cino-giapponese del 1895. Insomma, una sequenza di tracolli, tutti interconnessi e provocati sostanzialmente da forze esterne.

In questo contesto Formenti racconta come il processo di modernizzazione e nazionalista dell’avvio del Novecento sia intrecciato con l’ascesa del marxismo, poi con la guerra civile che infuriò nel paese per oltre quindici anni, fino al trionfo di Mao nel 1949. Dopo il Grande Balzo e la Rivoluzione Culturale e la morte del Grande Timoniere l’ala destra del PCC prese però il sopravvento e avviò le “Quattro modernizzazioni”. Si trattava, sostiene Formenti, di una sorta di NEP in salsa cinese. Di certo fu il più incredibile successo di una linea politica registrato dall’epoca moderna ad oggi. Prima le Zone Speciali, poi dopo l’esplodere delle contraddizioni sociali inevitabili in processi di impetuoso sviluppo, la vicenda di Piazza Tienanmen. Qui, nel 1989, sincronicamente con la dissoluzione del mondo sovietico europeo (lo stesso anno della caduta del Muro di Berlino e degli altri paesi europei del Patto di Varsavia e poco prima della dissoluzione della stessa Urss), ceti sociali emergenti nella vivace economia cinese rivendicarono “libertà” di tipo liberale e “riforme” probabilmente finalizzate a far cessare l’egemonia del Partito Comunista. Anche se enormemente sopravvalutata, quanto a vittime effettive, la repressione della protesta, dopo una lunga esitazione, fu decisa e risolutiva.

Come racconta Formenti, nei venti anni successivi la lezione portò a recuperare il tradizionale approccio della “società armoniosa” di lascito confuciano. Da un’economia rivolta all’esportazione di prodotti a basso costo e valore aggiunto, la cui redditività era sostanzialmente fondata sull’estrazione di valore dai lavoratori di recente urbanizzazione dalle immense campagne, si passò ad un’economia sempre più sviluppata. L’obiettivo diventò transitare nella fascia di medio reddito, ridurre l’impatto ambientale, innalzare il livello tecnologico. Questa è la strada, accelerata con il mandato di Xi Jimping, che porta la Cina ad essere oggi una grande potenza mondiale.

Nel Secondo Capitolo Formenti prende di petto la questione-Cina. Ovvero la questione se il “Socialismo con caratteri cinesi” possa essere considerato, o meno, una forma di “socialismo”, anziché, semplicemente, “capitalismo”. La medesima questione, con altri strumenti, è stata affrontata anche nel Primo volume di Oltre l’Occidente. Il punto si risolve ragionando sulla nozione marxiana di “Modo di produzione”, che va resa più flessibile, e la “Teoria della transizione”.

Partendo da quest’ultima Formenti ricorda brevemente le polemiche che seguirono alla svolta della NEP, voluta da Lenin per risollevare la società e l’economia russa, piegata dalla guerra civile e nella quale, letteralmente, nelle città si moriva di fame. Già nel 1918 la necessità di riattivare le fabbriche e di sviluppare un’economia moderna, nel mezzo di una guerra, portò Lenin a combattere le minoranze parolaie ed estremiste che avrebbero voluto, sulla scorta di alcuni testi di Marx e Engels, l’immediata cessazione dell’economia monetaria e della proprietà privata. Il punto non è, afferma Formenti sulla scorta di Lenin, definire su “vecchi libri” quanto spazio resti al libero mercato, quanto al controllo pubblico, quanto alle cooperative consiliari, e via dicendo: ciò che conta è chi detiene il potere politico e quali interessi di classe difende e promuove. Inoltre, conta farlo nella situazione concreta.

La domanda chiave, pur nelle contraddizioni che non mancano e di fronte alle tensioni e rischi incorporati in percorsi di sviluppo che sono per loro natura squilibranti, è cioè in che direzione si muove la situazione. Da questo punto di vista ha ben ragione di preoccuparsi l’Occidente, perché non si muove verso di lui.

Nel prosieguo, sulla scorta di alcuni lavori di Gabriele, Formenti ricostruisce la traiettoria e la consistenza dell’economia cinese e riproduce alcune definizioni non dogmatiche di socialismo e capitalismo. Altri autori utilizzati a tal fine sono Cheng Enfu e Vladimiro Giacché.

La questione successiva è se la Cina sia da pensare come una forma di ‘totalitarismo’ o di ‘democrazia non Occidentale’. Posto che per il pensiero standard questa formula, ‘democrazia non Occidentale’ non esiste e non può esistere, il punto è che, semmai, è l’Occidente a non essere, da tempo, più democratico. Come ricorda Formenti all’avvio del capitolo, quella occidentale è ormai per lo più formalità della democrazia. Ciò in quanto il potere reale è transitato verso l’alto in organismi sovranazionali (in Europa) altamente schermati e sotto il controllo dell’alta finanza, oltre che di aziende enormi (le prime sette negli Usa hanno una patrimonializzazione simile al Pil dell’intera UE). È del tutto evidente, per rovesciare il test chi qui detiene il potere politico e quali interessi di classe difende e promuove.

“Democrazia” e “Totalitarismo” sono, è evidente, etichette polemiche che servono da armi nella lotta per il dominio sulla scena del mondo. Tutte le altre forme di governo, anche se elette ripetutamente, sono tacciate di “totalitarismo”, se ostili, e, viceversa, tutte, anche se uscite dai più sanguinosi regimi di apartheid sono “democratiche”, se utili o amiche. Il “doppio standard” è, in pratica, la religione dell’Occidente.

La vera differenza figlia delle diverse tradizioni filosofiche e politiche, come del differente percorso di sviluppo, è che la concezione di consenso e di governo per il popolo cinese non è “procedurale” come quella occidentale. Non è imperniata sulla figura della persona individuale (figura di derivazione cristiana). La scena originaria vede piuttosto il mondo come soggetto politico ed il wuwai (niente fuori). La figura metafisica centrale, affermatasi in epoca Zhou, è qui il Cielo (Tian) e quindi tutto ciò che gli sta sotto (xia). E con esso quello di Datong (“Grande Armonia”) messo a punto da Xunzi (Confucio). La ricerca, insomma, della sicurezza, pace, reciproco supporto e aiuto, senza richiedere uniformità culturale o religiosa. Se pure questo sta cambiando, resta una differenza di aspettativa e attesa. Come scrive Formenti, la totale, sollecita ed efficace risposta dei governanti nei confronti dei bisogni e delle esigenze dei governati è infatti vissuto come un imprescindibile obbligo morale. È parte della costituzione metafisica del mondo.

Al contrario, non sembra replicata nel “totalitario” sistema di governo cinese la straordinaria capacità delle élite occidentali di imporre, sistematicamente, politiche del tutto impopolari ed antipopolari, ignorando completamente ogni protesta, quando non criminalizzandola. Sistema, quello cinese, nel quale sono attivi plurimi e sistematici processi di consultazione, per quella che Daniel Bell chiama una “meritocrazia democratica verticale”, fondata su una tradizione millenaria che risale alla dinastia Ming. La formula sarebbe: democrazia in basso, sperimentazione nel mezzo, meritocrazia ai vertici.

L’ultima parte del capitolo ripercorre alcuni temi del primo volume, intorno al tema del confronto tra l’universalismo “monoteista” occidentale e il singolare universalismo cinese del Tianxia. Infine, lo svolgimento dell’ultimo capolavoro di Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino, per dare conto della traiettoria cinese antevista dal grande teorico italiano.

In questi due volumi ci sono spesso gli stessi autori citati, in sostanza la medesima letteratura con differenze di accentuazione. Resta quindi un progetto comune, strettamente intrecciato e figlio di quasi quotidiani confronti. Indubbiamente figlio del suo tempo, delle emergenze di questo presente tragico e delle contraddizioni che in esso stanno venendo al pettine.

Per questo in entrambi c’è l’urgenza di un conflitto, da dichiarare, alzare e condurre a termine. Ma c’è anche una differenza. Di temperamento e priorità. Nel libro che avete per le mani sono tracciati confini netti. Amici e nemici chiari. In questo è un testo profondamente occidentale, e radicato nella tradizione critica marxista. Avevo diciotto anni quando iniziai a leggere Il Capitale, non capivo molto, direi nulla. Ma sono sempre stato ostinato ed ho continuato. Tuttavia, una cosa passava subito: la chiara passione, la determinazione a definire il mondo e farlo per la lotta. Essere insieme filosofo, che cerca il vero del mondo, scienziato, che del mondo ricerca l’utile e l’efficace, politico, che nulla trattiene se non porta all’azione.


Questo è il maggior pregio di Carlo Formenti.


 

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