SOLO IL SOCIALISMO CI PUO' SALVARE
Appunti a margine di un libro di Giorgio Cremaschi
e di un documento del CICIR
(China Institutes of Contemporary International Relations)
Giorgio Cremaschi, leader storico della sinistra sindacale (prima CGIL-FIOM poi USB) oggi portavoce nazionale di Potere al Popolo, interviene nel dibattito politico italiano rinverdendo la tradizione del pamphlet. Solo il socialismo ci può salvare (Mimesis Editore) è un classico esempio di questo genere letterario, che si distingue per il fatto che l’autore espone un insieme di analisi, ipotesi e tesi politiche attraverso un linguaggio chiaro e comprensibile, evitando di appesantire il testo con un apparato di note e/o con complesse argomentazioni teoriche. Si tratta di una soluzione che incorpora pregi e difetti, a partire dal fatto che, alla chiarezza, fa riscontro il carattere apodittico di affermazioni che richiederebbero maggiore approfondimento. Ma qui non intendo vestire i panni del critico “accademico” per fare le pulci ai limiti formali di questo tipo di operazione. Mi interessa piuttosto mettere in luce tanto i contenuti del libro che mi sento di condividere più o meno integralmente quanto quelli che mi lasciano insoddisfatto o perplesso.
Parto dal titolo. Affermando che solo il socialismo ci può salvare, Cremaschi ha in mente il celebre slogan – Socialismo o barbarie - che Rosa Luxemburg coniò nel momento in cui i partiti socialisti aderenti alla II Internazionale sprofondavano – con rare eccezioni – nell’ignominia votando i crediti di guerra, sacrificando cioè sull’altare del patriottismo borghese i principi della solidarietà internazionale fra i proletari delle diverse nazioni europee. Il grido della Luxemburg, scrive Cremaschi, è più che mai attuale di fronte all’incombente minaccia di una Terza guerra mondiale, di cui il carnaio ucraino, il genocidio di Gaza e l’aggressione imperialista all’Iran sono altrettanti preludi.
Oggi come un secolo fa la follia bellicista contamina l’Europa, con la differenza che questa volta non mette l’una contro l’altra le nazioni europee, ma scaglia l’intera Europa Occidentale contro la Russia. Va detto che nel libro di Cremaschi manca una chiara ed esplicita ricostruzione delle modalità con cui l’Occidente euroatlantico ha provocato la Russia, mettendola nelle condizioni di intervenire militarmente in Ucraina per proteggere le popolazioni russofone dalla pulizia etnica scatenata dal regime neonazista di Kiev, e per impedire alla Nato di piazzare le proprie armi atomiche a poche centinaia di chilometri da Mosca.
In compenso, l’autore denuncia senza remore la natura reazionaria, antisocialista e guerrafondaia di una Unione Europea che: 1) ha scelto la via del riarmo come soluzione alla crisi economica, sacrificando la spesa sociale agli interessi dell’industria bellica; 2) ha accettato supinamente il diktat di Washington che le impone di farsi carico di un conflitto con la Russia che va contro i propri interessi, proprio nel momento in cui gli Usa tendono a disimpegnarsi dal teatro europeo (“I leader europei credono di poter continuare la politica di ossequio agli Usa senza gli Usa”, commenta ironicamente Cremaschi e, mentre accettano la propria posizione subalterna nei confronti del dominus d’oltreoceano, aggiunge, lo scavalcano a destra sabotando ogni soluzione negoziata del conflitto russo-ucraino); 3) non si pone in posizione subalterna solo nei confronti degli Usa, ma anche nei confronti di quel modello reazionario per tutto l’Occidente che è Israele. Così politici, media e accademici occidentali (salvo eccezioni) negano la natura genocida della guerra israeliana contro i palestinesi, alimentano la propaganda filo-israeliana (di destra, centro e “sinistra”) che equipara antisionismo e antisemitismo, si allineano all’integralismo cristiano che, dimentico dei propri trascorsi antisemiti, riconosce ed esalta Israele come “Stato della Bibbia” (la legge fondamentale di Israele del 2017, ricorda Cremaschi, definisce Israele come “stato degli ebrei”, svelando la propria vocazione colonialista e razzista); 4) si macchia infine di quella vergognosa operazione di revisionismo storico in ragione della quale il Parlamento europeo (nel 2019) ha equiparato comunismo e nazismo, con la complicità delle “sinistre” socialdemocratiche.
Vengo ora a una serie di definizioni utilizzate da Cremaschi che combinano i termini di liberalismo, democrazia e fascismo; definizioni che, mentre evidenziano processi reali, rischiano di restare impigliate in significati obsoleti. I processi reali in questione sono nell’ordine: la conservazione puramente formale (procedurale) della democrazia, che viene progressivamente svuotata di contenuto mentre i suoi principi e i suoi valori continuano ad essere esaltati a parole (soprattutto per giustificare le guerre contro Paesi definiti autoritari o totalitari in quanto si oppongono all’imperialismo occidentale!); la fine della cosiddetta globalizzazione: a fronte del fatto che i suoi effetti sono stati, da un lato, il ripetersi di crisi finanziarie sempre più frequenti e catastrofiche, dall’altro, la formidabile ascesa dell’economia cinese e la crescente leadership di Pechino nei confronti dei Paesi del Sud del mondo, cui è seguita la liquidazione del liberismo rimpiazzato dal ritorno al protezionismo (del resto mai abbandonato, ma selettivamente applicato a danno dei Paesi periferici e semiperiferici: viviamo in un sistema guidato da élite che si proclamano liberali ma agiscono in tutt’altro modo, scrive Cremaschi); il fatto che la controrivoluzione neoliberista non ha travolto solo il modello sovietico ma anche quello socialdemocratico, come certifica il crollo elettorale dei partiti occidentali che si richiamano a tale tradizione (“simul stabunt simul cadent”, per citare quanto disse Bertinotti in un dialogo (1) con il sottoscritto pubblicato qualche anno fa); infine la gentrificazione delle metropoli occidentali, vedi il caso di Milano, trasformata in “parco giochi dei ricchi” e abbandonata da quattrocentomila persone che non potevano più permettersi di viverci.
Cremaschi ascrive questi e altri fenomeni (crescita esponenziale delle disuguaglianze, crollo dei salari, aumento del tempo di lavoro, riduzione dei diritti sociali e civili, tagli alle spese sociali, ecc.) tipici dell’attuale sistema occidentale, a un regime “liberal fascista”. Liberal fascista (e social fascista) sono termini coniati un secolo fa dai partiti comunisti della III Internazionale per denunciare la debolezza ì, se non la sostanziale connivenza, dei partiti liberali e socialdemocratici nei confronti del movimento fascista. Entrambi gli aggettivi furono abbandonati dopo l’ascesa al potere del nazifascismo in Germania, Italia e altri Paesi europei in seguito alla decisione di aderire ai fronti di unità popolare. Posto che, negli anni fra le due guerre mondiali, parlare di liberal fascismo era pienamente giustificato dalle dichiarate simpatie della borghesia angloamericana (basti citare, fra gli altri, Churchill, Edoardo VIII e Ford) per Hitler e Mussolini in quanto punte di diamante della lotta contro il comunismo, è lecito ri-attualizzare il termine liberal fascismo nell’attuale contesto storico?
Partiamo dalla definizione che ne dà Cremaschi. Il liberal fascismo, scrive, consiste nel fatto che tutti i contenuti reazionari del neofascismo vengono assunti dietro una facciata liberale. Il che avviene in assenza di una sostanziale resistenza della sinistra ufficiale, venuta meno a mano a mano che le socialdemocrazie si convertivano al credo liberista. Oggi, conclude Cremaschi, la sinistra liberale vuole conservare il presente mentre la destra vuole tornare al passato, e qui sorgono due obiezioni. In primo luogo, negli ultimi decenni, le sinistre ufficiali non hanno affatto conservato il presente. Al contrario, come ricorda lo stesso Cremaschi, si sono fatte promotrici di “riforme” quali l’abolizione della scala mobile e dell’articolo 18, la riforma dell’articolo V della Costituzione, la conversione delle unità sanitarie locali in aziende sanitarie locali (i manager al posto di comando), l’autonomia scolastica, la riforma delle pensioni ecc. Hanno cioè avviato un processo di trasformazione del pubblico in azienda gestita con criteri privati; per tacere di scelte di politica internazionale quali la partecipazione attiva alle guerre promosse dalla Nato. In poche parole: hanno spianato la strada alla svolta reazionaria di un liberalismo che aveva divorziato dalla democrazia perlomeno a partire dagli anni 80 del 900, e hanno contribuito a diffondere il senso comune secondo cui qualsiasi atto che limiti il privilegio dei più ricchi è socialismo.
Ma anche l’affermazione che la destra vuole tornare al passato è inesatta. Il marchio dell’attuale destra ultrareazionaria (da Trump a Merz passando per Egon Musk e compagnia bella) non è la nostalgia per il fascismo d’antan, è un’utopia ultraliberista (libero mercato più dura repressione del conflitto sociale) teorizzata dalla scuola di Chicago e da von Hayek, sperimentata dal Cile di Pinochet e rilanciata dai vertici della Ue (vedi il massacro sociale perpetrato ai danni del popolo greco). E un’utopia “futurista” e ultra-tecnologica di conio ultramoderno e anzi postmoderno (vedi i deliri postumani associati al’Intelligenza Artificiale).
Se il termine liberal fascista è improprio, come definire gli attuali regimi occidentali? Personalmente preferisco definirli tour court liberali, perché il liberalismo senza democrazia è per sua stessa natura reazionario, quanto al binomio liberalismo-democrazia è un costrutto artificiale frutto dei compromessi che decenni di lotte proletarie avevano imposto alle borghesie occidentali prima che la controrivoluzione liberale li spazzasse via. Sono consapevole che è una verità dura da digerire per una tradizione marxista occidentale che ha lungamente coltivato e alimentato l’illusione di una possibile convivenza, se non addirittura di una possibile sintesi, fra principi liberali e principi socialisti. Basti pensare che persino un feroce critico marxista del liberalismo quale fu Domenico Losurdo ebbe a scrivere che i comunisti avevano qualcosa da imparare dai liberali (2). Ma se è vero – e io credo sia vero – che, come scrive Cremaschi, non dobbiamo avere paura di dichiararci comunisti, e se è vero, come scrive ancora – e anche qui condivido – che questo sistema non è riformabile e ogni cambiamento reale richiede lotte radicali e rivoluzionarie (io direi rivoluzionarie più che radicali, aggettivo usurato), allora tocca dire che il sistema in questione è liberale, non liberal fascista, tanto per non alimentare l'equivoco che, una volta depurato dal fascismo, anche chi si dichiara comunista potrebbe conviverci.
In quanto comunisti siamo contro la guerra e, se si è contro la guerra, bisogna essere contro il riarmo e, se si è contro il riarmo bisogna essere contro la Nato e la Ue. Ancora: in quanto comunisti siamo necessariamente anche ambientalisti, ma non esiste un ambientalismo che non sia socialista. Sono sempre parole di Cremaschi, che a loro volta rinviano al detto della Luxemburg socialismo o barbarie. Parole giustissime, ma possiamo condividerle con una sinistra liberale che si è fatta euroatlantica e che “si è rifugiata tra i benestanti e i benpensanti”? Come si vede lo spartiacque non è fra socialismo e liberal fascismo, bensì fra socialismo e liberalismo, perché la sinistra ufficiale si dichiara antifascista ma, in quanto liberale, condivide con la destra l’anticomunismo. Le categorie di destra e sinistra sono morte dal momento in cui, con la conversione della sinistra al liberalismo, esistono solo due destre. Ecco perché il sottoscritto da tempo non si considera più “di sinistra” perché, se si ha il coraggio, come ci esorta Cremaschi, di dichiararsi comunisti, non ha più senso dichiararsi “di sinistra” (cioè liberali!).
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Esaurite queste questioni, apparentemente terminologiche in realtà sostanziali, tocca affrontare il nodo di che cosa comporti avere il coraggio di dirsi comunisti qui (cioè in Italia e in Occidente) e oggi. Il rischio che tale rivendicazione si riduca a un atto simbolico di testimonianza è palese, ove si consideri che in Europa i partiti comunisti- laddove esistono - sono ridotti ai minimi termini o – è il caso italiano – a una galassia di gruppuscoli in competizione reciproca per contendersi una manciata di voti. Per darle un significato concreto occorre definire i soggetti politici e sociali che dovrebbero tradurre lo slogan socialismo o barbarie in azione concreta. Dò per scontato che Cremaschi, visto che ricopre il ruolo di portavoce nazionale di Potere al Popolo, identifichi in tale formazione il nucleo di un progetto politico in grado di creare i presupposti, se non di realizzare, d’un processo trasformativo dell’esistente, ma non intendo qui giudicare la validità di tale scelta. Mi limiterò piuttosto ad analizzare il modo in cui Cremaschi immagina possa/debba avvenire tale processo e chi potrebbe/dovrebbe realizzarlo.
Mi pare si possa dire che lo immagina come una ripresa del processo storico – bruscamente e brutalmente interrotto dalla controrivoluzione liberale – avviato dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Un processo che ha visto, a livello mondiale, da un lato l’espansione del campo del socialismo reale (per inciso: manca nel libro un chiaro giudizio sulla natura di quell’esperienza, ma questo sarebbe chiedere troppo, visto che la questione è troppo complessa per essere affrontata in un pamphlet), dall’altro l’emancipazione delle nazioni e dei popoli sottoposti a secoli di dominio e oppressione coloniale, a livello nazionale, l’approvazione di una Costituzione “segnata da idee e principi socialisti” (questo è il giudizio che ne danno i giganti della finanza mondiale, giudizio che personalmente considero dettato dal fatto che, per questi soggetti, basta porre qualche limite alla “libertà” dei super ricchi per essere definiti socialisti); un certo controllo pubblico sull’economia, alcune nazionalizzazioni, riforme progressive di sanità, scuola e servizi pubblici, welfare e diritti del lavoro ecc.
In poche parole, Cremaschi guarda con nostalgia al compromesso keynesiano del trentennio postfascista che evidentemente vede attraverso gli occhiali togliattiani della democrazia progressiva, di una lunga marcia nelle istituzioni destinata a concludersi con la transizione al socialismo. E guarda, con ancora maggiore nostalgia, alla stagione delle grandi lotte operaie del decennio Sessanta-Settanta, a quel sindacato dei delegati di base che chiama “socialismo dei lavoratori” e che ritiene destinato a rinascere: infatti, malgrado tutte le sconfitte, scrive che “non dobbiamo avere paura ma avere fiducia nel futuro”.
Da dove ricava tanto ottimismo, ma soprattutto come giustifica la disastrosa sequenza di sconfitte che ha consentito il trionfo di quello che chiama il regime liberal fascista? Parto dalla seconda domanda. Fu tutta colpa del “tradimento” dei burocrati che guidavano il PCI e i sindacati? I suoi ricorrenti moniti a non affidare mai più il controllo del ponte di comando ai burocrati sembrano confermare tale tesi. Personalmente, sono piuttosto convinto che la svolta liberale e atlantista di quella sinistra fosse iscritta nel suo codice genetico ben prima della fine degli anni Ottanta. Vedi la dichiarazione di Berlinguer sull’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre e sul sentirsi protetti sotto lo scudo della Nato (che nel frattempo tramava complotti golpisti!). Vedi inoltre la repressione nei confronti della base operaia da parte di Lama e soci, un vertice sindacale deciso a restaurare la “normalità” interrotta dall’esplosione delle lotte.
Sono infine convinto che il “trentennio glorioso” del compromesso keynesiano non sia stato il primo passo verso la transizione socialista ma una tattica contingente, imposta al capitalismo occidentale dalle particolarissime condizioni socioeconomiche dell’era postbellica. Il punto è che il marxismo occidentale era contaminato fin dalle origini dal virus liberale: di qui la sua radicale diffidenza nei confronti del socialismo “reale”, così sporco e diverso da quello sognato dalle anime belle dei nostri intellettuali, per tacere del socialismo “autoritario” della Cina Popolare.
Ma quand’anche si ammetta che il trentennio dorato abbia rappresentato ciò che sostiene Cremaschi, come possiamo sperare che rinasca? “Perché il genocidio palestinese ha suscitato un grande movimento che ha detto ora basta”, risponde. La grande mobilitazione contro il genocidio dello stato fascista israeliano (nel caso del regime di Tel Aviv l’aggettivo è pienamente adeguato) è senza dubbio un evento straordinario, però negli ultimi decenni ne abbiamo visti altri, alcuni dei quali non meno imponenti (dal “partito mondiale della pace”, come fu battezzata la gigantesca mobilitazione internazionale contro la guerra in Iraq, a Occupy Wall Street, dalle Primavere arabe ai gilet gialli, a Black Life Matter e gli esempi si potrebbero moltiplicare) eppure nessuno di essi è evoluto in un movimento radicalmente anticapitalista e antimperialista. Sono ondate di rabbia e indignazione che crescono, furoreggiano e poi rifluiscono. Né le cose potranno andare altrimenti, finché non si costituirà un nucleo progettuale e organizzativo in grado di dare continuità al moto ondoso. Ma soprattutto finché questo nucleo, se e quando nascerà, non si sarà vaccinato contro il virus liberale che alligna anche nelle fila delle sinistre “radicali”, dove si incista nelle vesti di una cultura woke che promuove mentalità identitarie, individuali e/o di gruppo.
Cremaschi non è inconsapevole del problema. Nel capitolo dedicato al femminismo, per esempio, scrive che “alcune femministe occidentali si sono prestate a questo gioco del potere per cui la liberazione delle donne passerebbe attraverso l’affermazione dei valori del capitalismo occidentale nel mondo”. Il guaio è che non si tratta di “alcune” femministe. Il femminismo degli anni Settanta era in larga misura di ispirazione marxista e, pur rivendicando la propria autonomia, era consapevole che non si dà liberazione della donna (né tutela dell’ambiente, né liberazione da razzismo, colonialismo ecc.) se non nel socialismo. Nel movimento femminista mainstream di oggi, tale consapevolezza è marginale, mentre la maggioranza, come ammettono autorevoli autrici (3), è allineata ai principi e ai valori del liberalismo occidentale.
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Torniamo al tema del soggetto della trasformazione. I movimenti degli anni Settanta teorizzavano l’alleanza fra operai e studenti, descritti come un’avanguardia politica generata dal processo di proletarizzazione dei ceti medi. Quell’alleanza si è sciolta come neve al sole non appena le lotte operaie hanno iniziato a rifluire e gli studenti sono rientrati nei ranghi di un ceto medio meno proletarizzato di quanto si fosse supposto , conservando parte delle proprie aspirazioni individualiste-libertarie e rimuovendo quelle socialistiche-egualitarie. Un divorzio che Boltanski e Chiapello (4) hanno magistralmente descritto come divaricazione fra critica sociale e critica artistica, e che ha consentito alle élite neoliberali di integrare nel proprio strumentario egemonico il liberalismo “di sinistra”.
Progetti come quello di Potere al Popolo, del quale le analisi di Cremaschi e altri compagni sono parte integrante, si fondano sull’idea che, nel nuovo contesto sociale, politico ed economico generato dalla crisi economica e dalla incombente minaccia di guerra, sia possibile ricostruire, sia pure su basi nuove, l’alleanza di mezzo secolo fa. Ovviamente per Cremaschi – né potrebbe essere altrimenti, vista la sua storia di leader della sinistra sindacale – la nuova classe operaia – con particolare attenzione ai settori della logistica e del nuovo terziario – è chiamata a svolgere un ruolo di primo piano nell’alleanza in questione.
Viceversa c’è chi – vedi la lunga analisi critica (5) che Alessandro Visalli rivolge ai lavori di un autore come Emiliano Brancaccio, in particolare al suo ultimo libro, dal sintomatico titolo di Libercomunismo (6) – descrive il variegato e multiforme soggetto “oggettivamente” antagonista (in ragione della sua presunta unificazione in seguito al processo di centralizzazione capitalistica) come sommatoria di una pletora di soggetti (donne, giovani, studenti, omosessuali, queer, lgbtq, migranti, ecc. ecc.) in cui la classe operaia si con-fonde fino a scomparire. Paradossalmente questi due punti di vista, apparentemente divergenti, finiscono per convergere di fatto sulla concezione negriana della soggettività antagonista come “moltitudine”, concezione falsificata dall’impotenza dei “nuovi movimenti” di fronte ad ogni salto qualitativo compiuto dalla controrivoluzione liberale.
Ogni volta che avanzo questo tipo di critiche, mi viene chiesto: ok e tu allora che proponi? La risposta è che francamente non lo so. Ho sviluppato una serie di idee e analisi teoriche mei miei libri, ma non mi sento in grado di avanzare proposte concrete in assenza di un soggetto politico con il quale possa riconoscermi e confrontarmi. Dobbiamo dunque arrenderci all’ineluttabilità della guerra con cui il sistema liberale si prepara a risolvere la crisi? Ovviamente non penso questo, ma resto pessimista – nella speranza di essere smentito - in merito alla capacità di un marxismo inquinato dai principi e valori liberali di suscitare ed egemonizzare un’opposizione pacifista suscettibile di evolvere in processo rivoluzionario.
Spero piuttosto negli effetti che lo scossone cui l’Occidente andrà incontro a seguito della sua inevitabile sconfitta economica, politica e militare (7), i quali potranno forse creare le condizioni per riaprire uno spiraglio di futuro alternativo. Così come spero che tale sconfitta possa maturare senza replicare la macelleria delle guerre mondiali novecentesche. Ma se ciò avverrà, lo dovremo a quella Cina socialista che i liberal comunisti si ostinano a considerare come una grande potenza capitalista in competizione con gli Stati Uniti per il dominio mondiale.
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In questa seconda parte si dà per scontato che la Cina sia un Paese socialista, per cui non verranno riproposte le argomentazioni con cui ho motivato tale giudizio in una serie di libri e in vari articoli pubblicati su queste pagine, mentre rinvio, per ulteriori approfondimenti sul tema, ai due volumi di Oltre l’Occidente, di prossima pubblicazione per i tipi di Meltemi (il primo, di Alessandro Visalli, uscirà fra due settimane, il secondo, del sottoscritto, entro la prima decade di Luglio). Ciò posto, spiegherò perché è precisamente l’esistenza di una grande potenza socialista come la Cina a consentirci di sperare che la Terza guerra mondiale a pezzi, per usare la formula di Papa Francesco, non degeneri in devastante conflitto globale. Dopodiché sosterrò che, se è vero che “solo il socialismo ci può salvare” da questa minaccia, non è detto che ciò basti a evitare che l’Europa si precipiti verso il baratro di una suicida guerra “regionale” contro la Russia.
A ispirare il mio (moderato) ottimismo in merito alla possibilità di evitare una Terza guerra mondiale estesa all’intero pianeta è un documento dal titolo “I grandi cambiamenti nel mondo e la via per la coesistenza tra Cina e Stati Uniti” pubblicato lo scorso 13 maggio dal Cina Institute of Contemporary International Relations (CICIR) (8). Il documento parte dal fatto che il mondo attuale è scosso da cambiamenti epocali di rapidità e intensità senza precedenti che provocano turbolenze e rischi di portata altrettanto inedita, per cui la ricerca di nuovi equilibri e di nuove garanzie di stabilità e sicurezza diventa un imperativo imprescindibile. La manifestazione più evidente di questi sconvolgimenti è la crisi dell’ordine geopolitico mondiale. “il vecchio ordine, scrivono gli autori del documento con implicita citazione gramsciana, si sta sgretolando ma un nuovo ordine deve essere ancora instaurato”.
In questa situazione, il mondo soffre di un “deficit globale in materia di pace, sviluppo, sicurezza e governance”, come dimostrano gli eventi di questi primi mesi del 2026, nei quali, al prolungarsi della guerra tra Russia e Ucraina di cui non si intravvede ancora soluzione, si è sommata la crisi venezuelana e lo scontro fra Stati Uniti, Israele e Iran. L’impatto di questi conflitti, leggiamo nel documento, “influenza le aspettative del mercato nei settori globali dell'energia, dei trasporti marittimi, della chimica e dell’alimentazione”, e i rischi per la sicurezza si diffondono “attraverso le catene di approvvigionamento, i mercati finanziari e le aspettative sociali”.
Non meno foriero di sfide appare lo sviluppo rivoluzionario della tecnologia. Il documento insiste in particolare sul tema dell’intelligenza artificiale che “rappresenta al contempo una forza trainante significativa della nuova ondata di rivoluzione tecnologica e una nuova fonte di rischi per la sicurezza” in ambiti quali il nucleare, il biologico, l'informatico, il finanziario e il sociale. Ma la novità più importante, per gli autori del documento che stiamo commentando, è il nuovo equilibrio di potere che si sta delineando fra Cina e Stati Uniti. Durante il XIV Piano quinquennale, la forza della Cina è cresciuta significativamente sul piano economico, scientifico, tecnologico, culturale e militare. Al punto che gli stessi Stati Uniti hanno dovuto prenderne atto, tanto che la Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense del 2025 “riconosce che la relazione fra Cina e Stati Uniti si è trasformata in una relazione quasi paritaria”. Il documento definisce “stallo strategico” questo “pareggio” fra le due superpotenze. Detto che si tratta di un concetto elaborato decenni fa da Mao, in riferimento al conflitto cino-giapponese (9), si tratta di spiegare perché, secondo gli autori, questa situazione, che molti commentatori equiparano alla cosiddetta “trappola di Tucidide” (l’inversione di ruolo fra vecchi e nuovi egemoni genera inevitabilmente una o più guerre), può invece condurre a un’inedita forma di convivenza pacifica.
La parola chiave per interpretare il senso dello stallo strategico è interdipendenza. La differenza fra la situazione attuale e lo scenario della Guerra Fredda Usa-Urss consiste nel fatto che, mentre Russia e America erano due mondi “paralleli”, con scarsi livelli di connessione e interscambio reciproci, Cina e Stati Uniti sono due economie che dipendono fortemente l’una dall’altra sotto molteplici aspetti. Gli Stati Uniti hanno tentato in tutti i modi di indebolire la Cina, colpendola con dazi, divieti e sanzioni di ogni tipo (soprattutto in campo tecnologico), ma la Cina “ha dimostrato coraggio e abilità nel contrastare questi attacchi, affrontando con risolutezza e fiducia le politiche di contenimento e repressione degli Stati Uniti, difendendo così i propri legittimi diritti e interessi “, tanto da far capire all’interlocutore che le politiche aggressive si ritorcevano contro i suoi stessi interessi. Lo stallo strategico, argomenta il documento, è così entrato in una nuova fase in cui ognuna delle parti è indotta a riconoscere nell'altra “un avversario rispettabile”. Affinché le relazioni sino-americane siano stabili “il requisito fondamentale è il rispetto reciproco della sovranità territoriale, dei sistemi sociali e dei percorsi di sviluppo”; in particolare, gli Stati Uniti “non possono facilmente tentare di ‘plasmare’ il contesto strategico cinese, né tantomeno cercare di ‘cambiare la Cina’ attraverso la massima pressione”. Devono capire che l’atteggiamento cooperativo è vantaggioso per entrambe le parti così come l’atteggiamento aggressivo le danneggia entrambe.
Fra le considerazioni conclusive, citiamo il ruolo di leadership della Cina nei confronti dei Paesi del Sud del mondo, la diffidenza, anche presso le nazioni “alleate”, nei confronti della politica destabilizzante che gli Stati Uniti hanno condotto in anni recenti, il monito in merito ai limiti invalicabili e agli errori di valutazione strategica che potrebbero sfociare in conflitti e scontri, con particolare insistenza sul carattere di “linea rossa” della questione di Taiwan (“gli Stati Uniti dovrebbero comprendere che la riunificazione delle due sponde dello stretto di Taiwan è un'inevitabile tendenza storica” e riconoscere appieno “la natura e la pericolosità delle forze separatiste che auspicano l'indipendenza di Taiwan”, astenendosi dal sostenerle). Quanto ai riferimenti a interessi comuni, collaborazione, coesistenza pacifica, scambi culturali ecc. ecc., non intaccano a mio avviso il carattere fortemente assertivo del documento, elaborato da esperti che appartengono ai massimi livelli del Partito Comunista. Il succo del discorso è che la Cina ritiene che gli Stati Uniti vorrebbero contrastarne l’ascesa ma non possono farlo, nella misura in cui fra questa volontà e la possibilità di metterla in atto la distanza si è ormai fatta incolmabile.
Certamente questo ragionamento ha un punto debole, che consiste in un certo eccesso di fiducia nella razionalità della controparte, fiducia che mi pare sottovaluti l'imprevedibilità, non tanto di una personalità ondivaga qual è quella dell’attuale presidente americano, quanto della delirante visione del ruolo escatologico che Dio assegnerebbe a Washington, condivisa da molti esponenti della élite neocons a stelle e strisce (10). Ciò detto, resta il fatto che, comunque si consideri il regime cinese, la sua stessa esistenza, nonché il fatto che esso risulti assai meno esposto ai ricatti economici americani (proprio in ragione delle peculiari caratteristiche del socialismo in stile cinese) di quanto non fosse l’Unione Sovietica, sono la migliore garanzia contro la degenerazione delle attuali guerre regionali in guerra globale. Dopodiché questo non ci protegge dalla follia bellicista dell’Europa che non può essere contrastata da una mobilitazione genericamente pacifista, ancorché imponente. Ha dunque ragione Cremaschi ad affermare che solo il socialismo ci può salvare, a patto che le sinistre radicali che si dicono socialiste (o addirittura comuniste) si liberino dal virus liberale e si decidano ad assumere posizioni chiare, non solo sul genocidio palestinese e sulle aggressioni a Venezuela, Iran e Cuba, ma anche sulla questione ucraina: dopo le infinite prove del carattere ferocemente reazionario del regime di Kiev, non ci si può più allineare ai media occidentali che cianciano di “aggressione illegale” all’Ucraina in nome di un “diritto internazionale” ritagliato su misura degli interessi dell’imperialismo euroatlantico.
Note
(1) Cfr. F. Bertinotti (intervista con C. Formenti), Rosso di sera, Jaka Book, Milano 2015.
(2) L’affermazione si trova in D. Losurdo, La questione comunista. Storia e futuro di un’idea, Carocci, Roma 2021.
(3) Cfr. N. Fraser, Fortune of femminism, Verso, New York 2013.
(4) Cfr. L. Boltanski, L. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo,Mimesis, Milano-Udine 2014.
(5) Cr. A Visalli, “Intorno a Emiliano Brancaccio e il ‘Libercomunismo’ ”, https://tempofertile.blogspot.com/2026/05/intorno-emiliano-brancaccio-e-il.html
(6) E. Brancaccio, Libercomunismo. Scienza dell’utopia, Feltrinelli, Milano 2026.
(7) Cfr. E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024.
(8) Il documento è consultabile all’indirizzo https://chinadiplomacy.org.cn/2026-05/13/content_118491806.shtml
(9) In uno scritto del 1938, “Sulla guerra prolungata”, Mao scrisse che ci sono tre fasi per vincere una guerra prolungata da parte di una potenza più debole contro un avversario più forte (all’’epoca si riferiva alla guerra fra Cina e Giappone): difesa strategica, stallo strategico, controffensiva strategica. L’uso del termine stallo strategico (che connota la fase di equilibrio fra le forze dopo la prima fase in cui la parte debole riesce a evitare l’annientamento) è implicitamente assertivo, nella misura in cui contempla la fase successiva in cui la parte inizialmente più debole assume l'iniziativa e vince.
(10) All’integralismo cristiano (di ispirazione evangelica e filosionista), che ispira l’ala più radicale dei neocons americani, sono dedicati molti articoli pubblicati nei primi numeri di quest’anno della rivista mensile di geopolitica “Limes”.