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mercoledì 17 giugno 2026

QUELLI CHE LA CINA NON E' SOCIALISTA

Burgio, Chinappi, Leoni e Sidoli spiegano alla sinistra radicale
perché la Cina è socialista
 ma è come descrivere il rosso ai ciechi 



Nell’ultimo post, in coda a una recensione del libro di Cremaschi Solo il socialismo ci può salvare (1), ho commentato un documento, pubblicato sul sito chinadiplomacy.org da un think tank cinese che si occupa di relazioni internazionali. Quel testo, a conclusione di un’ampia analisi dell’evoluzione delle relazioni Cina-USA, sostiene che tale rapporto si trova oggi in un fase di “stallo strategico”(2) e che ciò alimenta la possibilità di evitare lo scoppio di una Terza guerra mondiale. Nel post, prima di discutere il documento, avvertivo che avrei dato per scontato che la Cina è socialista e, a sostegno di tale giudizio, rinviavo a precedenti testi del sottoscritto e a Oltre l'Occidente, un libro di imminente uscita (3). 


In attesa di presentare i due volumi dell’opera in questione, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, mi occupo volentieri di un testo di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, La Cina (prevalentemente) socialista, pubblicato su “World Politics Blog” (4). Molti degli argomenti avanzati in questa raccolta di articoli convergono con quelli che potete trovare in alcuni miei lavori. Mi riferisco, in particolare, al primo articolo che polemizza con Ernesto Screpanti, assunto a esempio e modello dei pregiudizi ideologici (e degli svarioni teorici) che ispirano l’atteggiamento delle sinistre radicali occidentali che etichettano il sistema cinese come “capitalismo di Stato”.In un precedente post su queste pagine (5), mi ero a mia volta occupato delle tesi di Screpanti, che liquidavo ironicamente senza attribuirvi peso. Gli autori dell’articolo le prendono invece sul serio, sfruttandole come spunto per stilare un elenco delle “rimozioni” che impediscono a un certo marxismo occidentale di prendere atto dell’immensa portata storica dell’esperimento cinese. 


Prima di entrare nel merito delle argomentazioni dell’articolo richiamo l’attenzione sul titolo: “La Cina (prevalentemente) socialista”. L’aggettivo fra parentesi evoca un punto di vista che si pone a centottanta gradi rispetto alla vulgata secondo la quale un determinato sistema socioeconomico può essere solo socialista o capitalista. Gli autori condividono cioè l'approccio di Alberto Gabriele (6) , il quale nega la possibilità di classificare i sistemi socioeconomici in campi nettamente distinti e contrapposti, applicando in modo astratto e formale (antistorico) il concetto marxiano di modo di produzione. Nella concreta realtà storica, secondo Gabriele, il primato di un determinato modo di produzione può essere, in differenti contesti, assoluto o relativo. Gli Stati Uniti sono un esempio di supremazia assoluta del modo di produzione capitalistico, viceversa in altre formazioni socioeconomiche, due o più modi di produzione possono coesistere, né si può stabilire a priori quale di essi prevarrà nel lungo periodo.


Ricordando che la forza storica del marxismo consiste appunto “nella capacità di analizzare la realtà concreta, di coglierne le trasformazioni, di sviluppare nuove categorie e di misurarsi con il progresso delle forze produttive”, gli autori dell’articolo apparso sul “World Politics Blog” adottano un punto di vista analogo, per cui osservano che la presenza di imprese private, investimenti esteri e relazioni mercantili non giustificano l’affermazione di chi, come Screpanti, sostiene che la Cina è un Paese capitalista. Per definirne la natura occorre, piuttosto che stabilirne l’appartenenza a uno dei due campi contrapposti che esistono nella testa dei marxisti volgari, chiedersi qual è la sua posizione nel continuum di sistemi concreti, storicamente esistenti, che va dal capitalismo al socialismo, il che significa stabilire “quali rapporti di proprietà siano egemoni nei settori decisivi, chi controlli la terra, le infrastrutture, il credito, l’energia, le grandi imprese, le reti logistiche, le telecomunicazioni, le risorse strategiche e gli strumenti della pianificazione”.


Prima di rispondere a tali interrogativi, occorre sgombrare il terreno da un equivoco che è inscritto nel concetto stesso di capitalismo monopolistico di Stato. Concetto, notano gli autori dell’articolo, che una sinistra occidentale in cui convivono subalternità ideologica al liberalismo e radicalismo verbale mutua dalla propaganda occidentale, ignorandone le stesse origini nella tradizione teorica del marxismo rivoluzionario. Già Lenin, polemizzando con la “sinistra” bolscevica e con alcuni esponenti dei partiti comunisti occidentali (7), aveva chiarito la radicale differenza fra il capitalismo monopolistico di Stato dei Paesi capitalisti e la proprietà pubblica dei mezzi di produzione instaurata dalla Rivoluzione d’Ottobre. Riferendosi implicitamente a quelle critiche, Burgio Chinappi Leoni e Sidoli sottolineano come nel capitalismo di Stato che esiste negli Stati Uniti, nella Ue, in Giappone e in Corea del Sud, l’azione dello Stato è finalizzata a servire la riproduzione del capitale privato, salvando dalla crisi banche e grandi gruppi industriali, finanziando monopoli, coprendo perdite, garantendo mercati di sbocco e proteggendo le rendite, viceversa in Cina il settore pubblico non agisce come stampella degli interessi del capitale privato, ma come motore e supervisore dell’accumulazione, della modernizzazione industriale e della sicurezza economica della nazione. In altre parole: non ogni intervento dello Stato è “capitalismo di Stato”, e non ogni mercato implica egemonia capitalistica (8).


Inoltre il capitalismo di Stato occidentale è stato, tanto durate l’era coloniale quanto in quella postcoloniale, uno strumento (finanziario, politico, diplomatico e militare) dell’oppressione e dello sfruttamento imperialista nei confronti dei popoli del Sud del mondo, laddove la Cina, scrivono i nostri, “non si limita a crescere dentro l’ordine esistente, ma contribuisce a incrinarne le gerarchie, offrendo a molti Paesi del Sud globale margini più ampi di sovranità, sviluppo infrastrutturale, accesso al credito, cooperazione tecnologica e autonomia rispetto ai vecchi centri imperialisti”. Per inciso, ricordo che, come ho messo in luce nel post citato in precedenza, lo stesso Screpanti riconosce quest’ultimo dato fatto, dopodiché afferma – con supremo sprezzo del ridicolo – che questo “imperialismo di tipo particolare”, ancorché apprezzato dai Paesi che ne sono beneficiari, non cessa di essere tale, perché la Cina trae a sua volta vantaggio dai propri investimenti esteri...


Veniamo ora alla lunga serie di omissioni e rimozioni dei marxisti occidentali nei confronti di tutti quegli aspetti dell’economia e della società che connotano in senso socialista (ancorché assumendo l’aggettivo nel significato “debole” che vi attribuisce Gabriele - vedi sopra) il sistema cinese. Qui di seguito cito quasi parola per parola alcuni passaggi dell’articolo che sto commentando. 


1) Proprietà della terra. “molti economisti occidentali non informano i loro lettori sul fenomeno indiscutibile per cui in Cina, da molti decenni e senza soluzione di continuità, vige la proprietà statale (di tipo collettivo nelle campagne, invece) del suolo e del sottosuolo, forniti in usufrutto a precise condizioni dal Governo e dalle autorità locali rurali”.


2) Fonti energetiche. “le preziose terre rare vengono estratte e raffinate sul suolo cinese solo da parte di grandi imprese pubbliche, sotto lo stretto controllo dell'apparato statale; un ragionamento analogo va effettuato anche per le risorse di idrocarburi del gigantesco paese asiatico, quasi tutte in mano a potenti aziende di matrice statale”.


3) Cooperative di produzione. “Molti studiosi occidentali hanno commesso la non piccola "dimenticanza" di non citare mai i due milioni di cooperative di produzione agricola registrate ufficialmente nel 2024 in Cina: strutture organizzative con molte decine di milioni di soci e di lavoratrici/lavoratori che operano al loro interno, tutelati da una serie di associazioni di carattere nazionale”.


4) Finanza. “Anche all’interno del centrale e strategico settore finanziario, la Cina è contraddistinta, senza soluzione di continuità, dall’egemonia quasi totale delle banche statali, le Big Four, e cioè Industrial and Commercial Bank of China, Agricultural Bank of China, China Construction Bank e Bank of China.


5) Pianificazione e regolazione economica. “Troppi analisti occidentali fingono di ignorare che in Cina, anche dopo il 1976, è continuato il processo di pianificazione economica, il quale incide in modo sensibile sulla dinamica e sulle priorità dell’intero processo produttivo cinese: non a caso, all’inizio del 2026 è stato approvato il XV Piano Quinquennale, di grande rilevanza. Uno degli scopi centrali del piano in oggetto è costituito dal progetto concreto di stimolazione della domanda interna introducendo ampi sussidi per la sostituzione di elettrodomestici, mobili e veicoli, migliorando il settore dei servizi destinati agli anziani e alla sanità e innalzando il reddito del mondo rurale e dei ceti con guadagni medio-bassi”.


6) Infrastrutture. “Negli ultimi decenni ferrovie e/o autostrade sono state privatizzate in importanti Paesi quali Australia, Argentina, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna, mentre negli USA prevale il settore privato del trasporto merci su rotaie e opera altresì una gestione mista tra pubblico e privato per le strade; invece in Cina le infrastrutture sopracitate rimangono di proprietà pubblica, a partire dai circa 200.000 chilometri di autostrade e gallerie costruite nel paese asiatico durante gli ultimi decenni. Un discorso analogo vale per il sistema ferroviario (…). La China State Railway Group Co. Ltd. è infatti una impresa integralmente statale sottoposta alla gestione del governo centrale, e proprio sotto questa direzione pubblica la rete ferroviaria cinese ha raggiunto nel 2025 i 165.000 chilometri complessivi, di cui oltre 50.000 di linee ad alta velocità: la più grande rete ferroviaria veloce del pianeta”.


7) Moneta e finanza digitale. “Oltre al continuo controllo statale del tasso di cambio della moneta nazionale con le altre valute, nel febbraio del 2026 la Cina ha proibito la legalità sia dell’emissione non statale di bitcoin/stablecoin sullo yuan che di patrimoni tokenizzati: ossia beni fissi (immobili, ecc.) o finanziari (azioni, obbligazioni) che sono stati convertiti in unità di valore crittografiche, registrate su un elenco digitalizzato”.


8) Composizione della forza lavoro e salari. “persino Milanović, che valuta la Cina come un capitalismo di Stato, ha ammesso che nel gigantesco paese asiatico gli agricoltori sono ‘principalmente lavoratori autonomi inquadrati in quella che la terminologia marxista chiama semplice produzione di merci’. Non è quindi casuale che gli studi di A. Gabriele abbiano dimostrato come, ancora nel 2018, solo poco più di un quarto del totale della popolazione attiva cinese lavorasse all’interno di imprese capitaliste, mentre la grande maggioranza di essa era invece costituita da lavoratori autonomi o da persone impiegate in organizzazioni non capitalistiche” (…). Nel 2017, persino l’insospettabile istituto Euromonitor International aveva attestato come, tra il 2005 e il 2016, i salari operai cinesi fossero triplicati”. 


9) Rapporti con il Sud del mondo. Le accuse di coloro che descrivono la Cina come un Paese imperialista non reggono a fronte di alcuni dati di fatto: “Agli inizi di maggio 2026, la Cina ha esteso il trattamento a dazio zero alle importazioni provenienti da tutti i 53 Paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche. La misura (…) punta a favorire l’accesso dei prodotti africani al mercato cinese, in controtendenza rispetto al protezionismo occidentale”. Questa politica, aggiungono gli autori, “si inserisce in una strategia più ampia di cooperazione con il Sud globale. La Global Development Initiative promossa dalla Cina concentra infatti la propria azione su settori come riduzione della povertà, sicurezza alimentare, sanità, finanziamento dello sviluppo, transizione verde, industrializzazione, economia digitale e connettività”. Niente a che fare con l'approccio dei Paesi occidentali che utilizzano “aiuti”, prestiti e accordi commerciali come strumenti di pressione politica. 


Secondo i quattro autori, queste caratteristiche, assieme ad altre che non ho inserito nell’elenco, smentiscono categoricamente la tesi di Screpanti (e di gran parte degli intellettuali della sinistra “radicale”) secondo la quale la Cina sarebbe una peculiare forma di capitalismo di Stato. È infatti grazie ad esse, cioè al fatto che i rapporti di produzione prevalenti al suo interno sono di tipo collettivistico, al ruolo determinante della pianificazione, nonché all’egemonia della proprietà pubblica in settori strategici (credito, infrastrutture, energia, moneta, ecc.)  che il Paese non ha sofferto se non in misura marginale degli effetti delle crisi cicliche del capitalismo mondiale. 


L’esempio più recente di tale differenza è il modo in cui la Repubblica Popolare ha saputo assorbire il colpo che il conflitto mediorientale scatenato da USA e Israele ha inferto al mercato mondiale, certificando la propria capacità di sottrarsi al ricatto delle avventure militari occidentali. Da un  lato, lo Stato ha dimostrato di essere in grado di creare una barriera politica “contro l’effetto domino che, in altre economie, trasforma uno shock esterno in inflazione interna, panico, accaparramento e instabilità sociale”, dall’altro lato è emersa l’efficacia della gestione cinese della transizione energetica. 


“È qui, leggiamo, che la superiorità del sistema cinese appare nella sua forma più concreta (…) si tratta della superiore capacità di uno Stato socialista di assorbire gli urti, distribuire i costi, proteggere i settori popolari e coordinare il lungo periodo con il breve. Laddove il neoliberismo tende a scaricare l’intero prezzo delle crisi sulle famiglie, sui lavoratori e sulle piccole imprese, la Cina interviene per smorzare l’onda d’urto. Laddove le potenze occidentali rispondono spesso agli shock che esse stesse provocano con ulteriori militarizzazioni o con misure tampone, Pechino integra l’emergenza nel quadro più ampio della transizione energetica, della sicurezza nazionale e della stabilità sociale”. 


Gli intellettuali della sinistra radicale ignorano i fatti elencati dai quattro autori del documento? È vero che i livelli di ignoranza in quest’area politico-culturale sono a dir poco scoraggianti (soprattutto in merito alla storia passata e recente dei popoli e delle nazioni non occidentali). Tuttavia mi pare difficile sostenere che il mancato riconoscimento della natura (prevalentemente: vedi sopra) socialista della Cina derivi dall’ignoranza. 


La causa va dunque cercata nella disonestà e nella mala fede? La realtà è nota ma si finge di ignorarla? Nemmeno questa tesi, che pure aleggia in alcuni passaggi del testo di cui sto qui discutendo, mi sembra convincente (anche se in certi casi appare giustificata). La vera questione è, a mio avviso, per quale motivo certi fatti, anche se conosciuti, non vengono considerati sufficienti a definire socialista il sistema cinese. 


Nella seconda parte di questo post, descriverò in primo luogo le critiche che i quattro autori rivolgono alle sinistre “negazioniste” in merito al tema in questione, poi spiegherò perché, dal mio punto di vista, i negazionisti hanno ragione se definiamo il socialismo in base ai criteri classici (ottocenteschi) enunciati dai padri fondatori del marxismo, hanno torto marcio se lo definiamo in relazione ai concreti processi storici di costruzione del socialismo. Spiegherò inoltre (anticipando alcune tesi del libro di prossima pubblicazione cui accennavo in apertura) perché, sempre dal mio punto di vista, da un lato la conversione al liberalismo del marxismo occidentale, dall’altro il trasferimento della guida della lotta anticapitalista ai movimenti marxisti dei Paesi del Sud del mondo, siano l’esito storico, altamente probabile se non necessario, che alcuni autori avevano previsto da tempo, dei profondi processi di trasformazione che il sistema capitalista mondiale ha subito a partire dalla seconda metà del secolo scorso. 


***


I testi raccolti ne La Cina (prevalentemente) socialista danno giustamente spazio alla lotta delle idee fra capitalismo e socialismo, al peso enorme della “guerra fredda culturale” nella battaglia fra due visioni del mondo che sono l’incarnazione ideale di due formazioni socioeconomiche che - se pur possono convivere in determinate fasi storiche – tendono necessariamente a prevalere l’una sull’altra. L’odio dei liberali di destra centro e sinistra nei confronti della parola stessa comunismo, nonché per gli emblemi e i simboli che ne incarnano il significato storico politico, è dunque comprensibile, per cui il fatto che, qualche anno fa, il Parlamento europeo si sia macchiato dell’infamia di equiparare nazismo e comunismo, può suscitare indignazione ma non stupore. 


Meno scontato il fatto che il PCI, a partire dal 1989, abbia a sua volta ripudiato il proprio nome, una decisione che, come ha dimostrato la storia successiva di quell’organizzazione, ha significato anche abbandonare l’identità di classe associata al nome. Il partito post comunista nato alla Bolognina non si è infatti trasformato in partito socialdemocratico, non ha cioè abbracciato una tradizione politico-culturale che rappresenta gli interessi del proletariato con programmi più riformisti, “moderati”di quelli tipici della tradizione comunista, si è trasformato direttamente in partito liberale “di sinistra”, scegliendo di rappresentare gli interessi, la cultura e i valori “postmoderni” delle nuove classi medie generate dalla transizione al capitalismo “terziarizzato” e “postindustriale” e concentrate nei centri delle grandi città (9). 


Tornerò più avanti sulle radici profonde che hanno favorito questa mutazione – apparentemente sorprendente – di larga parte del marxismo occidentale. Radici che non vengono adeguatamente approfondite dal documento dei quattro, i quali, come si è detto, si concentrano – giustamente ma con enfasi troppo esclusiva - sulla storia della guerra fredda della cultura, il che li porta, fra le altre cose, a dare un peso a mio avviso eccessivo al ruolo del trotzkismo in quanto personificazione della strategia USA di “combattere i comunisti con gli ex comunisti”. 


Il documento cita, fra gli altri, Arthur Schlesinger, laddove costui spiega che “elementi del governo erano giunti sempre più a comprendere e a sostenere le idee di quegli intellettuali che, disillusi del comunismo, rimanevano tuttavia fedeli agli ideali del socialismo”. Questi intellettuali “di sinistra” che avevano preso le distanze dal comunismo - ma soprattutto dal cosiddetto “socialismo reale” – rappresentavano il “nerbo” di un “socialismo democratico” che, sono ancora parole di Schlesinger, era il baluardo più efficace contro il totalitarismo”, di quella Non-Communist Left che mandava in estasi i burocrati che gestivano la politica estera USA. 


Gli eredi di quella tradizione, vicina alla Quarta Internazionale, leggiamo nel documento, sono oggi coloro che appoggiano apertamente gli studenti anticomunisti di piazza Tienanmen, la causa del separatismo tibetano (“riuscendo persino a cercare di far dimenticare la matrice feudale del Dalai Lama”), oppure gli studenti – anch’essi anticomunisti e filo-occidentali – di Hong Kong, “senza aver alcun problema nel ritrovarsi all’interno dello stesso fronte politico anticinese con Salvini e Trump, oltre che senza mostrare reazioni negative di fronte al vergognoso spettacolo delle bandiere inglesi e statunitensi sventolate dalle forze separatiste di Hong Kong, servi dei legittimi eredi di quel colonialismo occidentale che scatenò la prima e atroce ‘guerra dell’oppio’ contro la Cina nel 1839-1842”.


Giusto. Ma magari simili atteggiamenti si limitassero agli eredi della Quarta Internazionale: i trozkisti, ridotti a una galassia di sparuti gruppuscoli in competizione reciproca, sono un’infima frazione di una sinistra radicale occidentale, con gli allievi post operaisti di Antonio Negri in testa, la cui stragrande maggioranza condivide queste posizioni, senza distinguersi dagli ex comunisti transitati dal PCI al PD. Ecco perché, evitando la facile tentazione di aderire alla tesi del “tradimento” e/o dell’incapacità di resistere all’enorme potenza di mezzi di persuasione in mano al nemico di classe, occorre indagare le radici del problema, analizzando, in particolare: 1) gli intrinseci limiti teorici e ideologici connaturati al marxismo occidentale; 2) le mutazioni socioeconomiche che hanno consentito al capitalismo delle metropoli di integrare larghi settori delle proprie classi subalterne (e quindi anche le formazioni politiche che le rappresentano e i cosiddetti “nuovi movimenti sociali”); 3) l’incapacità di superare la visione ottocentesca (eurocentrica) dell’utopia socialista e di riconoscere nei concreti processi storici di costruzione del socialismo il prodotto del rinnovamento teorico del marxismo messo in atto dalle lotte rivoluzionarie dei popoli del Sud del mondo. Sono i temi di fondo del sopracitato Oltre l’Occidente, di imminente uscita per i tipi di Meltemi. Qui di seguito ne anticiperò alcune argomentazioni.


***

Partendo dall’ultimo dei tre punti appena elencanti, citerò alcuni stralci di un paragrafo del capitolo 14, intitolato “Perché marxisti dogmatici e sinistre radicali negano il carattere socialista della Cina”. 


Chi nega il carattere socialista del sistema cinese può andare in cerca di argomenti nella teoria “classica” della transizione che, in buona sostanza, si fonda sulla Critica al Programma di Gotha e su alcuni passaggi del Capitale di Marx e sull’Antiduhring di Engels. Soprattutto in quest’ultima opera, l’autore scrive che il socialismo, in quanto fase di transizione al comunismo, non è solo caratterizzato dalla socializzazione dei mezzi di produzione ma implica la scomparsa della produzione mercantile e dei rapporti monetari. Lenin manda in pensione tale tesi nei primi anni Venti (siamo ai tempi della NEP), allorché liquida le posizioni della sinistra bolscevica e ammette che la transizione sarebbe stata lunga e inevitabilmente caratterizzata dal persistere di rapporti mercantili e monetari.


Fu già allora che all’interno dell’ala sinistra del comunismo internazionale cominciò a circolare la tesi della restaurazione del capitalismo in Russia e la definizione del sistema sovietico come “capitalismo di Stato”. Nell’antologia di scritti di Lenin Economia della rivoluzione (10), curata da Vladimiro Giacché, troviamo un articolo in cui il leader rivoluzionario replica che “il capitalismo di Stato di cui si parla in tutti i libri di economia è quello che esiste nel sistema capitalistico, dove lo Stato mette sotto il suo diretto controllo alcune imprese capitalistiche. Ma (...) il capitalismo di Stato che abbiamo introdotto nel nostro Paese è di tipo speciale (…) Noi occupiamo tutte le posizioni chiave. La terra è nostra [il che] è estremamente importante…”.


Quel dibattito si trascina da allora ai giorni nostri, soprattutto perché, come nota Rita di Leo (11), tutte le analisi della transizione scontano il fatto che “non esiste una credibile teoria marxista della transizione, o meglio, non esiste una teoria in grado di rendere conto delle dinamiche evolutive di una società in cui uno Stato socialista convive con un'economia in cui permangono elementi di capitalismo”. Di fronte a queste formazioni socioeconomiche “ibride”, la sinistra occidentale (…) reagisce affermando che non si tratta di società ‘veramente’ socialiste bensì di varie forme di capitalismo di Stato. 


La mia tesi è che l’unico criterio in grado di dirimere la controversia in questione è politico: “quello che veramente occorre capire, scrivo, è chi detiene il potere politico e quali interessi di classe promuove e difende”. Tornando alla Cina: è evidente che, in base alla definizione “canonica” di socialismo, non possiamo considerarla tale, la risposta è del tutto opposta se ci chiediamo in che direzione politica si muove questo grande Paese e in questo senso le risposte formulate nel documento dei quattro mi paiono inconfutabili e decisive. 


Naturalmente le sinistre occidentali possono replicare che i successi cinesi dimostrano solo che il capitalismo di Stato funziona, non che non si tratta di capitalismo, e da questo circolo vizioso si esce solo accettando la lezione di Gabriele citata in precedenza: nella concreta realtà storica non esistono formazioni socioeconomiche puramente socialiste, ma concreti processi di transizione che possono o meno sboccare nella realizzazione di una società socialista, la quale, tuttavia, non sarà mai una replica del modello ottocentesco descritto da Marx ed Engels.


Quanto appena affermato ci conduce al secondo punto: i socialismi realmente esistenti non corrispondo all’ideale classico perché sono il prodotto di un’applicazione creativa della teoria marxista alle concrete condizioni socioeconomiche, nonché alle tradizioni storiche, civili e culturali in cui sono avvenute le rivoluzioni che li hanno generati. E le sole rivoluzioni vittoriose sono avvenute in Paesi del Sud del mondo, perché l’evoluzione del sistema capitalistico mondiale ha creato, ad un tempo, le condizioni per l’integrazione di larghi strati delle classi subalterne metropolitane e quelle per la lotta rivoluzionaria delle larghe masse dei Paesi periferici e semiperiferici. Non mi è qui possibile sintetizzare le centinaia di pagine del libro in cui argomento tale tesi, per cui mi limito ad anticipare che essa si fonda, fra i vari argomenti, sulle analisi che storici di lungo periodo come Braudel hanno condotto sulle origini e la storia del capitalismo, sulle analisi di quegli autori marxisti (Luxemburg, Baran, Sweezy e altri) che hanno dimostrato che il sistema capitalista metropolitano può riprodursi solo sfruttando le aree periferiche e semiperiferiche mantenute in condizione di dipendenza (vedi Arrighi, Samir Amin, Frank e Wallerstein), nonché sulla storia delle lotte rivoluzionarie in Asia, Africa e America Latina e sulle teorie elaborate dai loro leader. 


Vengo infine al primo punto, cioè ai limiti intrinseci del marxismo occidentale. I limiti teorici risalgono assai indietro, fino a certi aspetti delle teorie di Marx ed Engels che si fondavano (né avrebbe potuto essere altrimenti) sull’analisi del concreto livello di sviluppo raggiunto dal capitalismo del XIX secolo, per cui ne estraevano generalizzazioni e previsioni che non potevano tenere conto dell’enorme estensione e complessità dei successivi sviluppi storici. Anche se va ricordato che Marx ha messo in guardia contro ogni indebita interpretazione della propria opera come una descrizione delle leggi generali della storia, valide per ogni tempo e in ogni contesto geografico, civile e culturale (12). Ammonizione bellamente ignorata dal marxismo occidentale che ha prodotto una pletora di interpretazioni deterministe, economiciste, meccaniciste e scientiste della teoria marxiana: vedi in merito il geniale, quanto ignorato, lavoro di “restauro” operato da Gyorgy Lukacs (13). 


Quanto ai limiti ideologici, essi sono strettamente associati alle trasformazioni della composizione di classe (l’essere sociale determina la coscienza) che le società occidentali hanno subito dopo la Seconda guerra mondiale. La parabola dei “nuovi movimenti”, dalla fine degli anni Sessanta alla odierna parodia “woke”, coincide con la formazione, il consolidamento e l’ascesa delle nuove classi medie “creative”, generate dai processi di terziarizzazione e deindustrializzazione della seconda metà del secolo XX, vertiginosamente accelerati dalla rivoluzione digitale iniziata alla fine dei Novanta. È in quei decenni che va individuato il crogiolo delle sinistre “liberali”, una cultura che non può comprendere il socialismo cinese perché è “geneticamente” anticomunista.


Note


(1) G. Cremaschi, Solo il socialismo ci può salvare, Mimesis, Milano 2026.


(2) Il termine fu coniato da Mao in un testo del 1938, nel quale scrisse che ci sono tre fasi per vincere una guerra prolungata da parte di una potenza più debole contro un avversario più forte (all’epoca si riferiva al Giappone): difesa strategica, stallo strategico, controffensiva strategica. Il termine stallo strategico si riferisce alla fase di equilibrio fra le forze, dopo la prima fase in cui la parte debole riesce a evitare l’annientamento e prepara la terza fase, in cui la parte inizialmente più debole assume l'iniziativa e vince.


(3) Il primo volume, autore Alessandro Visalli, uscirà fra tre giorni, il secondo, autore il sottoscritto, nella prima metà di Luglio.


(4) Il testo si trova all’indirizzo https://giuliochinappi.com/2026/06/07/la-cina-prevalentemente-socialista/


(5) vedi https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/search?q=Screpanti


(6) Cfr. A Gabriele, Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of China. Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War, Springer Nature, Singapore 2020; vedi anche (con A. Jabbour) Socialist Economic Development in the 21st Century. A Century after the Bolshevik Revolution, Routledge, London-New York 2022; vedi infine L’economia cinese contemporanea. Imprese, industria e innovazione da Deng a Xi, Diarkos, Santarcangelo di Romagna 2024.


7) Fra i critici della NEP vi fu anche Rosa Luxemburg, oltre a Bordiga e ad altri esponenti della sinistra della III Internazionale.


8) Sulla necessità di non identificare il capitalismo con l’esistenza di relazioni di mercato vedi, in particolare, F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.


(9) Sulla distribuzione geografica della composizione di classe nel tardo capitalismo cfr., fra gli altri, C. Guilluy, La France périphérique. Comment on a sacrifié les classes populaires, Flammarion, Paris 2014.


(10) Lenin, Economia della rivoluzione (a cura di V. Giacché), il Saggiatore, Milano 2017.


(11) Cfr R. di Leo, L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Futura editrice, Roma 2012.


(12) Mi riferisco alla nota replica di Marx al recensore russo del Capitale, inserita nell’antologia India, Cina, Russia. Le premesse per tre rivoluzioni, (a cura di B. Maffi), il Saggiatore, Milano 1960.


(13) Del contributo di G. Lukacs alla riattualizzazione della teoria marxiana, con particolare riferimento alla sua Ontologia dell’essere sociale (4 voll. Meltemi, Milano 2023) mi occupo nella prima parte del secondo volume di Oltre l’Occidente, in via di pubblicazione.

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