GLOSSA NUMERO DUE ALLA POLEMICA "CINESE"
ALCUNI APPUNTI DI ALESSANDRO VISALLI
l'articolo di Moreno mette i piedi sulle orme scavate da secoli. Direi che la disputa sul nome, condotta a colpi di autorità del testo (e senza contesto), è a dir poco ammuffita. Ma una questione esiste, per così dire, tra le righe: Moreno teme che chiamare 'socialista' la Cina renda il socialismo analogo ad un capitalismo che produce molto (e alza tutte le barche, per usare una nota immagine liberale). Ma è un punto che si fonda sull'implicita associazione tra 'capitalismo' e 'modernizzazione'. Quel che vede chiunque vada in Cina è, infatti, un'imponente modernizzazione, e, naturalmente, vede anche molto capitalismo. Cioè molti capitalisti. Qui la richiesta di "direzione" di Moreno è giusta ed è, naturalmente, un problema aperto ed un conflitto in corso. Ma, tra le molte cose che si potrebbero dire, la rivendicata "visione teorica ex ante" (usando come elementi dirimenti del 'vero' socialismo una lettura formalistica e statica dei marcatori "assenza di forma-merce", di "denaro", di "lavoro salariato"), riconduce interamente la prospettiva socialista nell'alveo della mera utopia. Non è difficile notare che si sta parlando in effetti di assenza della divisione del lavoro e di società organica (ovvero di non-società).
Il mio punto su questo: confondere modernità e capitalismo disarma qualsiasi possibilità di pensare il nuovo (che non necessariamente assomiglia al vecchio). I suoi marcatori sono marcatori di modernità (o di società complessa tout court), non di capitalismo, e anche l'horror vacui che al termine esprime verso l'evoluzione tecnica (anche se il tema è importante, ma non in questi termini) mostra una tendenza ad immaginare come alternativa una comunità organica.
Propongo una diversa ipotesi di marcatori, oltre la mera divisione del lavoro: 1) l'accumulazione è subordinata a fini politicamente posti, o la politica all'accumulazione? 2) la ricchezza è convertibile in potere politico ed è trasmissibile? 3) chi paga i costi delle crisi. Nel finale del mio "Classe e partito" (Meltemi, 2023) ho scritto: "Nel caso del libro di Formenti, e anche di questo, ci si potrebbe chiedere se tutto questo è ancora marxismo (soprattutto per la profondità della decostruzione), ma è una domanda frivola. È più rilevante chiedersi se individua almeno alcuni problemi cruciali e aiuta a risolverli." La questione non è l'etichetta, è la cosa. E dare all'etichetta-anatema "capitalismo" i caratteri della divisione del lavoro e della pluralità sociale significa individuare come nemico l'intera società umana storicamente nota. Non serve a nulla.
Aggiungo che molto spesso in queste impostazioni, direi tradizionalmente, la critica diventa gnosi — rifiuto del mondo in quanto mondo, con il socialismo come Regno che per definizione non può venire -. Si lamenta una civiltà, tutte le civiltà in effetti, e non si analizza concretamente un modo di produzione. C'è anche un'ironia filologica: Marx quasi non usa "Kapitalismus" come sostantivo — parla di "modo di produzione capitalistico", un aggettivo che serve a focalizzare processi sociali. Il nome-anatema, la reificazione del termine, viene dopo (con Sombart e la Seconda Internazionale), e la disputa sull'estensione del nome è, in definitiva, una disputa interna alla teologia post-marxiana, non al pensiero di Marx stesso. Questo è rilevante perché mostra il carattere liturgico del modo di argomentare del nostro amico, un modo che serve all'appartenenza.
Capital-ismo, se è qualcosa, è l'accumulazione come fine autonomo cui viene subordinata la riproduzione sociale, ovvero la convertibilità illimitata della ricchezza in comando. Io uso raramente la parola "capitalismo", anche se penso spesso dentro quella cornice (dello strapotere della forma-capitale), perché porta automaticamente con sé una teologia ed una trascendenza fantasmatica. Ovvero una promessa del Regno che per definizione qui ed ora non può darsi. Svolge la funzione che alcuni attribuiscono (riduttivamente, ritengo) alle religioni. In altre parole, Moreno difende una sua chiesa. La scomunica ("negazionisti") è il sacramento residuo quando ogni capacità istituente è perduta; la polemica non serve a stabilire nulla sulla Cina ma a mantenere il confine di un campo che si restringe. Moreno pratica una sorta di escatologia negativa — il Regno mai ancora dato, il messianismo senza messia, la purezza dell'attesa come virtù - perché non dispone di una positiva.
C'è, tuttavia, un angolo interessante tra le righe della chiusa: se la posta è il controllo dell'inserimento sociale della tecnica (ovvero, chi definisce gli standard, chi cattura il surplus dei flussi, chi regola e soprattutto per chi e come) allora la formazione cinese andrebbe descritta e non subito classificata. Da questo punto di vista Arrighi ("economia di mercato senza capitalismo", crescita smithiana) introduce elementi da vagliare. Aggiungo, in fine: scriverò una replica a Moreno, perché anche se non mi chiama in causa (ma mi ha mandato il pezzo), la mia vecchia amicizia con Carlo (e con Vladimiro) e, soprattutto, il fatto che insieme abbiamo appena pubblicato "Oltre l'Occidente" (vol.1 mio e vol 2 di Carlo) con Meltemi, mi chiama in gioco. Il punto del mio libro è che l'alternativa a una piattaforma tecnica non è mai nessuna piattaforma, ma un'altra piattaforma: la lotta si svolge anche, se non soprattutto, sul piano della scelta ed adattamento della piattaforma tecnica alla propria società (o meglio la modifica di uomo e società insieme alla tecnica).
Nessun commento:
Posta un commento