Lettori fissi

sabato 15 agosto 2026

 

LA FATWA DI MORENO PASQUINELLI

CONTRO I COSIDDETTI FILO-CINESI


L’amico Visalli mi segnala un lungo articolo di Moreno Pasquinelli apparso sul blog “Sollevazione” (mi era sfuggito perché ho smesso di leggere gran parte dei siti della sinistra radicale, visto che è raro trovarvi significativi spunti di riflessione). Si tratta di un piccolo pamphlet contro le analisi che il sottoscritto e Vladimiro Giacché hanno pubblicato sull’esperimento cinese di costruzione del socialismo.


Non vi ho trovato niente di particolarmente nuovo rispetto ad analoghe posizioni espresse, fra gli altri, da Ernesto Screpanti, al quale mi ero limitato a dedicare poche battute in un post precedente. In quell’occasione osservavo ironicamente che, se si prendessero per buoni gli argomenti che trozkisti, bordighisti, neo e post autonomi e neo maoisti utilizzano per criticare il cosiddetto “socialismo reale” in tutte le sue varianti, se ne dovrebbe dedurre che, in tutta la storia mondiale, non è mai esistito, non esiste né esisterà mai un sistema socialista.


Come si vedrà, ciò vale anche per Pasquinelli, il quale rientra a pieno titolo nell’elenco delle sette sopra elencate. Dal momento che lo considero un amico, non mi limiterò a reiterare la battuta in questione ma gli dedicherò una breve replica (nella quale non terrò conto della parte in cui se la prende con Giacché il quale, se ne avrà tempo e voglia, risponderà a sua volta).


Evito di svolgere un’analisi linguistica del testo, anche se sarebbe divertente, dal momento che abbonda di sostantivi come corifei (perché non mosche cocchiere?) filo-cinesi (la fonetica dei nomi cinesi impedisce di coniare qualcosa di simile a putiniani), mitologie, falsificazioni nonché aggettivi quali assurdo, grottesco, paradossale, ecc. Insomma: un lessico che evoca certe polemiche d’antan, quando ci si accapigliava fra compagni di sezione, gruppuscoli in competizione, ecc. Del resto erano anni in cui si cercava di rinverdire la tradizione degli insulti incrociati fra le diverse correnti del marxismo occidentale (quando contavano ancora qualcosa).


Ma veniamo al sodo. Inizio dalla parte più gustosa, cioè quella in cui Pasquinelli ci spiega quale sarebbe, secondo lui, il “metodo” di Marx. Il pensiero del Moro aveva forse qualcosa a che fare con la dialettica hegeliana? Per carità, si indigna Pasquinelli, il quale odia Hegel (forse è per questo che gli sta sul gozzo Giacché, uno dei massimi esperti italiani del pensiero del grande filosofo1) e, più in generale, il concetto di contraddizione. “Nessuna hegeliana sottigliezza falsifica, sentenzia, il principio aristotelico di non contraddizione”. Ergo: il maestro di Marx è Aristotele e ciò spiega perché, l’analisi “marxista” della natura della società cinese del nostro ha la forma del sillogismo: se la produzione di merci è la forma economico sociale dominante (premessa maggiore) e se esiste il plusvalore, e quindi esistono sfruttamento e alienazione (premessa minore), allora in Cina non c’è il socialismo ma il capitalismo (conclusione).


Più avanti valuteremo l’inconsistenza delle due premesse e “quindi”, per fare il verso al nostro neo aristotelico, ne dedurremo la falsità della conclusione. Per ora andiamo avanti con la sua lezione di metodo. Formenti, pontifica, è un empirista perché la sua verità si fonda sull’accertamento dei fatti, dei dati, dei fenomeni e non su una loro “visione teorica ex ante” che sola ne può illuminare il senso.


Indubbiamente Pasquinelli non perde tempo ad analizzare fatti, dati e fenomeni (che infatti nel suo testo sono drammaticamente assenti): lui non avrebbe mai sprecato, come fece Marx, giorni e giorni a studiare archivi e altri documenti storici, prima di abbozzare una teoria sulle origini del capitalismo e della classe operaia in Inghilterra, perché, al contrario di Marx (del quale cita a sproposito, decontestualizzandolo, il detto sul “metodo di salire dall’astratto al concreto”2) avrebbe già avuto in testa la propria “visione teorica ex ante”, vale a dire un’illuminazione mistica che gli si sarebbe accesa in testa calando dal mondo iperuranio delle idee (e qui siamo a Platone e ai mistici religiosi piuttosto che ad Aristotele).


Il punto è che, per Pasquinelli, la teoria non si fonda su principi e criteri è fatta di principi e criteri (cioè è fede in un insieme di dogmi rivelati e non applicazione dei principi per analizzare la realtà concreta e la sua evoluzione storica). Del resto anche l’evoluzione e la storia gli stanno sul gozzo. Infatti, allorché cerca di definire in concreto che cosa sono il socialismo e la pianificazione socialista, ripete i modelli che Marx ed Engels hanno schizzato nella “Critica al Programma di Gotha” e nell' “Antiduhring”: produzione e scambio di beni come valori d’uso e superamento dell’economia monetaria fondata sul feticcio del denaro. Per Pasquinelli un secolo e mezzo di tentativi di realizzazione del socialismo è come se non esistessero, o meglio: sono aborti dovuti alla natura “arretrata”3 dei Paesi in cui sono stati effettuati (e qui si rivela un pessimo trozkista, visto che Trotzki fu autore di una feroce contestazione della definizione della Russia del 1917 come Paese “arretrato”).


Facciamo un passo indietro. Mi rimprovera di avere elencato fenomeni senza sottoporli ad alcun filtro teorico. È chiaro che non ha letto il libro cui presumo si riferisca4 o, se lo ha letto, non ha letto, visto che non ne fa cenno, nessuno dei maestri teorici che ne ispirano le tesi: Giovanni Arrighi (autore del più importante saggio5 di analisi economica della storia e della società cinesi); Alberto Gabriele6 (cui accenna en passant); Domenico Losurdo (idem: lo cita brevemente solo per dire che marxismo occidentale e marxismo orientale7 sono “categorie” – nella mia ingenuità credevo si trattasse di fenomeni storici – inconsistenti; Costanzo Preve (non pervenuto, laddove gli avrebbe insegnato qualcosa sul fatto che in Marx esistono diversi “regimi narrativi”8); Lukacs9 e Braudel.


A proposito di quest’ultimo: Pasquinelli cita Braudel evocandone il noto modello “a tre strati” (vita quotidiana, mercato, capitalismo) e commette così un clamoroso autogol: infatti è proprio la trilogia braudeliana su civiltà materiale, economia e capitalismo10 a smontare l’equazione produzione di merci = capitalismo, laddove afferma, come ribadisce Arrighi sulle sue tracce, che si possono aggiungere tutte le relazioni di mercato che si vogliono a un sistema, ma se la classe capitalistica non detiene il potere politico non si può parlare di capitalismo.


E qui casca, due volte, l’asino. La prima volta perché, a proposito di Lenin, Pasquinelli deve ingoiare quanto scriveva Lenin a proposito del capitalismo di Stato e della sua funzione insostituibile per la transizione al socialismo. Brutta botta, al punto che gli tocca commettere un peccato di lesa maestà dicendo che “anche Lenin si impigliò in definizioni ambigue”. Peggio (seconda volta) perché gli tocca riconoscere di fatto che fra il Lenin di Stato e rivoluzione e il Lenin della NEP c’è una distanza abissale.


Il leader bolscevico si era rincoglionito? No, semplicemente i marxisti, se sono tali e non ripetitori di formulette preconfezionate, cambiano idea con l’evolversi della situazione storica, perché applicano il metodo dell’analisi concreta della situazione concreta. Del resto lo stesso Marx ne è un esempio: vedi la lettera del 1858, in cui valuta l’ipotesi che il colonialismo avrebbe consentito al capitalismo occidentale di evitare la rivoluzione coltivando e addomesticando un’aristocrazia operaia (tema che torna nella questione del rapporto fra proletari inglesi e irlandesi); vedi la critica al recensore russo del Capitale, nella quale nega di avere voluto costruire una teoria generale dell’evoluzione storica valida per tutti i popoli; vedi infine l’ipotesi di un possibile ruolo rivoluzionario delle comunità contadine russe, lontana mille miglia “dall’idiotismo contadino” che aveva irriso nel Manifesto del 184811 ecc. ecc.


A irritare Pasquinelli, ancor più dell’ambiguità e dei cambiamenti di idea di Lenin, sono le tesi di chi, come il sottoscritto, sostiene, rilanciando quanto scritto da Arrighi e Braudel (vedi sopra), che finché il potere politico non è nelle mani della classe capitalistica non si può parlare di capitalismo. Quest’affermazione, strilla, è “una forma assurda e grottesca di autonomia della politica”, è una indebita sopravvalutazione del ruolo della sovrastruttura statuale e ideologica. Ci risiamo! Dopo che Lukacs e Gramsci (che non a caso il nostro ignora) hanno spiegato anche ai più duri di comprendonio che l’ideologia (per tacere dello Stato!) sono potenze materiali che interagiscono in profondità (e modificano) la base economica ci tocca ancora sorbire simili banalità...


A proposito del fastidio che l’amico Moreno prova nei confronti delle tendenze “eretiche” dell’ultimo Lenin rispetto alla definizione dogmatica di socialismo coniata dai padri fondatori nell’800, gli consiglio vivamente di leggersi l’ultimo libro di Canfora Comunismo un’altra storia12 che spiega molto bene come la Rivoluzione del 1917 e Lenin segnino una rottura di paradigma rispetto alle teorie dei “classici” (i termini stessi di socialismo e comunismo assumono significati diversi dopo quella irreversibile rottura). I veri eretici non erano il “rinnegato” Kautsky e la II Internazionale, che incarnavano la visione “evoluzionista” dell’ultimo Engels, bensì Lenin e i bolscevichi, che rompevano con la tradizione del marxismo occidentale. Ma non nutro eccessive speranze sull’influenza che una simile lettura avrebbe sul nostro, nemico giurato com’è della storia e degli “storicismi”.


Prima di concludere con gli spropositi di Moreno sul capitalismo cinese, apro un inciso sul concetto di modo di produzione e sul contributo di Alberto Gabriele (cui Pasquinelli accenna di sfuggita, lanciandogli una fatwa per violazione del principio di non contraddizione). Gabriele (e il sottoscritto, Giacché ed altri) sostiene – orrore! - che la categoria di modo di produzione è un’astrazione che non rende conto della realtà concreta di tutte le formazioni sociali esistenti. Esistono formazioni sociali che possono essere definite capitalistiche a pieno titolo come gli USA e i Paesi europei, ed esistono formazioni sociali “miste” in cui coesistono diversi modi di produzione (precapitalisti, capitalisti e in transizione verso il socialismo) che hanno fra loro rapporti conflittuali. E qui va sciolto un equivoco che - mi spiace dirlo – Pasquinelli alimenta in assoluta mala fede laddove mi attribuisce la tesi secondo cui la Cina sarebbe già un Paese socialista e non in transizione verso il socialismo (Gabriele usa il neologismo “socialistico” per connotare simili realtà).


Nei miei testi ripeto a più riprese che ritengo che la Cina è un Paese in cui convivono diversi modi di produzione, in cui permane la lotta di classe e nel quale è in atto un processo di transizione di lungo periodo che potrà avere esiti diversi a seconda di chi vincerà. Ciò è esplicitamente riconosciuto da diversi autori cinesi (per inciso: Pasquinelli non ne cita neanche uno – il che è bizzarro visto che gli toccherebbe misurarsi con gli intellettuali che considera avversari – preferendo mettere in bibliografia mezze calzette italiche piuttosto che pezzi da novanta come Zhang Boyng, Quiao Liang e Cheng Enfu13.


Mi avvio alla conclusione citando tre delle tante domande alle quali risponde per dimostrare che la Cina è capitalista. Valgono in Cina le leggi del valore e le leggi di mercato? Sì, risponde, quindi la Cina è capitalista. Ho già contestato in precedenza quel “quindi” a partire dalle tesi di Braudel e Arrighi per cui non sto a ripetermi. Esiste plusvalore e chi se ne appropria? Sì, quindi...Risposta che ignora il contributo di Paul Baran e Paul Sweezy14 sul capitalismo monopolistico e sul surplus come fondamento di tutte le formazioni sociali siano esse precapitalistiche, capitalistiche o socialiste: per riprodursi ogni società deve produrre più di quel che consuma e, a definirne la natura è casomai il modo in cui quel surplus viene ridistribuito (ma Pasquinelli ignora i fatti e i dati che certificano che in Cina la distribuzione non funziona come nei Paesi capitalisti, anche se non è ancora attuato il principio da ciascuno secondo il suo lavoro a ciascuno secondo i suoi bisogni). Esistono in Cina forme di democrazia dal basso alternative alla democrazia borghese? No, quindi. Ma il no in questione è disinformato (come tutto l’articolo di Pasquinelli). Certo, in Cina non ci sono i soviet – che, per inciso, furono il prodotto di una concreta fase storica russa e non della Rivoluzione d’Ottobre15 – ma esistono molte e diverse forme di partecipazione popolare alle decisioni politiche ed economiche: comitati di villaggio, di quartiere e d’impresa, cooperative di produzione ecc. Per una bibliografia in merito rinvio alle edizioni Marx 2116 e alla nota qui sotto.


Vengo a concludere. Per Pasquinelli in Cina non solo c’è il capitalismo, nato sulle rovine della Grande Rivoluzione Culturale17, ma si tratta della forma “più vivace e performativadel capitalismo contemporaneo. In attesa di un suo esauriente trattato sulle forme e sulle leggi di funzionamento di questa nuova, straordinaria formazione sociale la quale, dato che, almeno finora, si è rivelata esente dalle crisi catastrofiche del capitalismo classico, sembra destinata a durare in eterno, mi tocca replicare la battuta che avevo fatto su Screpanti: per questi signori il socialismo non è mai esistito, non esiste e non esisterà mai. Io, che sono buono, penso che si tratti di una idiozia. Un autore come Gabriel Rockhill, che ho conosciuto qualche settimana fa al Festival pisano di Ottolina TV, essendo molto più cattivo di me, pensa che quasi tutti i “marxisti” critici radicali del “socialismo reale” siano stati, siano e saranno anticomunisti al servizio del “vecchio” imperialismo occidentale18. Conoscendo la buona fede di Pasquinelli lo assolvo da tale accusa, ma Rockhill porta tante e tali prove (i fatti che non piacciono a Moreno) sulla mala fede di quasi tutti gli altri, che lo invito caldamente a smarcarsi da questa pessima compagnia.



1Vedi in particolare Hegel. La dialettica. Introduzione al pensiero hegeliano, Diarkos 2023.

2Il movimento della dialettica marxiana procede alternativamente dall’astratto al concreto e dal concreto all’astratto, se seguisse solo il primo movimento sarebbe, a scorno di Pasquinelli, un’idealista hegeliano puro.

3Il concetto di “arretratezza” di Pasquinelli è eurocentrico e antidiluviano. Evoluzionista-eurocentrico perché presume che l’Occidente capitalistico sia il destino verso cui tutti gli altri popoli devono necessariamente, prima o poi, approdare; antidiluviano perché ignora il pluridecennale dibattito teorico sul rapporto sviluppo/sottosviluppo e sui concetti come centro, periferia e semi periferia, dipendenza , ecc. cui hanno contribuito, fra gli altri, Wallerstein, Arrighi, Frank, Samir Amin (cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020).

4C. Formenti, Oltre l’Occidente (secondo volume di un opera in due volumi di cui il primo è firmato da Alessandro Visalli), Meltemi, Milano 2026.

5G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli 2008.

6Vedi in particolare L’economia cinese contemporanea, Diarkos 2024.

7D. Losurdo, Il marxismo occidentale, Laterza, Roma-Bari 2017.

8Vedi, in particolare, La filosofia imperfetta, Franco Angeli 1984.

9Preferibilmente non quello di Storia e coscienza di classe (che magari a Pasquinelli può garbare) bensì quello di Ontologia dell’essere sociale (4 voll.), PIGRECO 2012 (che invece lo sconvolgerebbe. Per inciso, Visalli mi riferisce che il nostro gli avrebbe citato come positive le critiche  della Heller e di altri allievi del grande filosofo ungherese a tale opera. È meglio che si informi: Heller e compagnia bella si sono convertiti tutti al liberalismo occidentale , per cui rischia di mettersi in cattiva compagnia)

10F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.

11Gli ultimi due casi sono consultabili in altrettanti testi raccolti nell’antologia India Cina Russia, il Saggiatore 1960.

12Da poco in libreria per i tipi di Feltrinelli.

13Questi e altri autori sono in catalogo presso le edizioni Marx 21.

14P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi 1968.

15Il modello dei soviet erano le comunità contadine di base (obscina) che gli operai russi (in maggioranza contadini di recente inurbazione) importarono nelle fabbriche. Sul tema vedi l’analisi storica di P. Poggio (L’Obscina. Comune contadina e rivoluzione in Russia, Jaka Book 2013). Ah questi storici: quanti dispiaceri danno a Pasquinelli.

16Vedi anche D. Bell, Il modello Cina, Luiss 2019, D. Bertozzi, Cina Popolare, L’Antidiplomatico 2021. F. Parenti, La via cinese, Meltemi 2021, Cheng Enfu, Dialettica dell’economia cinese, Bari 2024.

17Trovo patetico che la Rivoluzione Culturale venga ancora presentata come un grande movimento rivoluzionario, laddove ne sono ormai arcinoti i disastri che la piccola borghesia studentesca che ne fu protagonista ha provocato, trascinando la Cina sull’orlo del collasso, regalandone il controllo all’imperialismo occidentale. Al punto che lo stesso Mao, che la provocò commettendo un errore non meno terribile del Grande Balzo in Avanti, fu costretto a ordinare all’esercito di schiacciarla.

18Cfr. G. Rockhill, Who Paid the Pipers oif Western Marxism? Monthly Review Press 2025 (il volume è in traduzione e uscirà nella collana di Meltemi diretta dal sottoscritto).s

  LA FATWA DI MORENO PASQUINELLI CONTRO I COSIDDETTI FILO-CINESI L’amico Visalli mi segnala un lungo articolo di Moreno Pasquinelli ap...

più letti