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lunedì 30 marzo 2026

IL FUTURO DELL'ORDINE MONDIALE
SECONDO AMITAV ACHARYA
UN'ANALISI CRITICA




Mentre è partito il conto alla rovescia per l'uscita, prevista fra tre mesi per i tipi di Meltemi, dei due volumi di Oltre l'Occidente, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, il tema della crisi dell'egemonia dell'Occidente collettivo è al centro di un numero crescente di opere. Una delle più corpose e recenti è Storia e futuro dell'ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell'Occidente, dell'accademico di origine indiana Amitav Acharya (Fazi editore). Il punto di vista di questo autore è decisamente diverso sia da quello di chi scrive che da quello di Visalli, accomunati da un approccio marxista ancorché eretico: Acharya, come vedremo, è un progressista liberal democratico, assai lontano tanto dal marxismo teorico quanto dalle sue messe in pratica sociopolitiche (vedi la sua scarsa simpatia, per usare un eufemismo, nei confronti dell'esperimento cinese). Tuttavia è proprio questo a renderlo interessante, in quanto certifica che l'egemonia dell'Occidente - gramscianamente intesa come capacità di una élite dominante nazionale o mondiale, di influenzare le idee di classi, popolazioni e nazioni subalterne - non fa più presa nemmeno su quegli esponenti delle élite culturali del Sud mondiale che riconoscono il valore universale di certi aspetti della civiltà occidentale (sia pure contestandone - come in questo caso - il merito esclusivo di averli "inventati"). Articolerò l’analisi delle idee di questo autore in cinque sezioni: definizioni e concetti generali; critica delle presunte radici storiche dell'ordine mondiale occidentale; debiti della civiltà occidentale nei confronti delle civiltà del resto del mondo; ascesa e declino dell'Occidente; l'ordine mondiale post occidentale. 







Concetti e definizioni


 Per ordine mondiale Acharya intende “il modo in cui il mondo, o parte di esso, è organizzato politicamente, economicamente e culturalmente e il modo in cui le strutture del potere, i legami economici, le idee politiche e la leadership operano allo scopo di garantire la pace e la stabilità del genere umano”. Il concetto in questione si applica sia agli imperi (per esempio l’impero romano), sia ai sistemi di Stati sovrani (per esempio l’Europa dopo la pace di Vestfalia), sia ai sistemi tributari (per esempio l’impero cinese e gli Stati confinanti).


Prima osservazione. Come vedremo dagli esempi di ordini mondiali pre occidentali che l’autore ci propone, per mondo si intende sempre una parte del mondo stesso, sia perché nessuna delle civiltà precedenti a quella occidentale è mai riuscita a dominare l’intero pianeta, sia perché ognuna di esse concepiva il mondo come il proprio mondo, si autoconcepiva cioè come il centro dell’ordine mondiale. Del resto lo stesso Acharya specifica che “l'ordine mondiale non deve necessariamente includere l'intero pianeta”. 


Seconda osservazione. L’unico processo di mondializzazione che sia riuscito a estendersi al punto da abbracciare (quasi) l’intero pianeta è quello messo in atto dal concerto delle potenze occidentali. Il motore del processo in questione è stato – ma questo non è il punto di vista di Acharya, che come si è detto non è marxista - il modo di produzione capitalistico e non, o almeno in misura assai minore e prevalentemente come ideologia di legittimazione, l’intento di “civilizzare” il resto del mondo. Ciò detto, nemmeno in campo marxista il concetto di “sistema mondo” (1) si applica necessariamente alla totalità del pianeta. Per Fernand Braudel (2), per esempio, nessuno dei sistemi-mondo che si sono succeduti dal Cinquecento a oggi ha mai raggiunto dimensioni realmente planetarie. Viceversa il concetto rigorosamente marxista di sistema-mondo (3) tende ad attribuire al sistema egemone, e allo Stato-nazione che lo incarna in una determinata fase, un dominio planetario. 


Terza osservazione. Che lo scopo degli ordini mondiali – e ciò vale sia per quelli pre occidentali che per quello occidentale – sia quello di “garantire la pace e la stabilità del genere umano” è ad avviso di chi scrive a dir poco opinabile. Del resto, come lo stesso Acharya dimostra, tutte le “paci” imperiali, da quella romana a quella statunitense, sono state ben poco pacifiche e, più che un fine, sono state il mezzo per garantire il dominio della (o delle) potenza/e egemone/i di turno. Ciò è evidente nel caso dell’ordine occidentale che, mentre celebrava il libero mercato come agente di pace, ne imponeva le regole a colpi di cannone, ma vale anche per quelli precedenti, anche se nel loro caso gli obiettivi prioritari non erano quelli della conquista di nuovi mercati e dell’accumulazione allargata del capitale. Certo, nessun ordine mondiale si è mai basato sul puro dominio, ma ha potuto imporre e conservare tale dominio anche e soprattutto grazie alla propria capacità di esercitare egemonia culturale (senza egemonia il puro dominio non dura a lungo), ma ciò non vuol dire che lo scopo prioritario dei padroni di turno fosse quello di assicurare la pace e la stabilità del genere umano.  


Descritto il modo in cui Acharya definisce il concetto di ordine mondiale, e anticipate le mie perplessità su tale definizione, passo alle tre tesi di fondo che l’accademico indiano si propone di dimostrare: 1) la costruzione di un ordine mondiale non è appannaggio di una singola nazione o civiltà ma di un'impresa collettiva; 2) nemmeno l’ordine mondiale che nascerà dopo la fine di quello occidentale sarà fondato su una singola nazione; 3) il nuovo ordine post occidentale non sarà il regno dell’utopia ma non sarà una catastrofe e rischierà invece di essere migliore di quello attuale. In linea generale mi sento di condividere tali affermazioni, al tempo stesso condivido solo in parte gli argomenti con cui l’autore le sostiene, ma mi riservo di avanzare le mie critiche a mano a mano che verrò esponendo i contenuti del libro. 


A proposito delle radici immaginarie della civiltà occidentale


La costruzione delle presunte radici “classiche” dell’Occidente è un’operazione che ha richiesto cinque secoli, dal Rinascimento ai giorni nostri passando per l’Illuminismo, e ha impegnato generazioni di storici, filosofi e intellettuali europei. Acharya si occupa, in particolare, dell’esaltazione della civiltà greco-romana come antenata dei valori che fondano l’ordine occidentale del mondo. 


La cultura del sistema greco delle città stato, scrive, è forse quella che più di ogni altra è stata mitizzata a tale proposito. Come già sostenuto da altri (4), Acharya argomenta che quella della Grecia non fu una civiltà “europea” – né del resto si considerò mai tale – bensì mediterranea, “con solide fondamenta asiatiche” (anche se sarebbe più appropriato parlare di fondamenta afroasiatiche, visto l’enorme debito – peraltro riconosciuto - dei Greci nei confronti della civiltà egizia). 


Dopodiché osserva giustamente che la tesi secondo cui la Grecia avrebbe inventato la democrazia è del tutto insostenibile, se per democrazia intendiamo il sistema che oggi denotiamo con tale parola. Non solo perché la partecipazione del demos alla gestione della cosa pubblica era limitato a un’esigua minoranza di cittadini (ne erano esclusi schiavi, donne e meteci), ma perché ad Atene, come conferma la condanna a morte di Socrate per empietà, le libertà personali potevano essere revocate in ogni momento dal demos. Né la cultura greca, come argomentato più approfonditamente da altri autori (5), può essere in alcun modo considerata “individualista”, era cioè del tutto priva di uno dei principali fattori caratterizzanti della moderna civiltà occidentale. 


Quanto all’opposizione fra una Grecia democratica, civile ed evoluta a una Persia tirannica e barbara – un’idiozia sancita dai nostri manuali di storia e ribadita da sofisticati filosofi (6), Acharya la liquida ricordando che l’impero persiano ha rappresentato una potenza ben più importante e stabilizzante ai fini degli sviluppi storici successivi, a partire dall’impero alessandrino, il cui fondatore non sgominò l'impero persiano ma ne usurpò il trono, preferendo la monarchia di tipo orientale alla repubblica alla greca. Per tacere del fatto che il lascito della civiltà greca ci è stato trasmesso dalla cultura islamica in un momento in cui quest’ultima ci surclassava sotto ogni aspetto. 


Ancora più problematico il riferimento al lascito dell’antica Roma. La “democrazia” della Roma repubblicana, assunta a modello dalle grandi rivoluzioni borghesi (in particolare da quella americana che ne esaltava il principio del bilanciamento dei poteri) si fondava su istituzioni che avevano un carattere indiscutibilmente oligarchico. Roma, tanto in età repubblicana quanto in età imperiale, fu una società fondata sulla schiavitù e una potenza espansionista e militarista spietata con i popoli nemici (vedi l’annientamento di Cartagine e il milione di Galli sterminati da Giulio Cesare). Quindi posto che, come sopra affermato, ritengo che nessun ordine mondiale sia mai stato costruito “per garantire la pace e la stabilità del genere umano”, non esiste alcuna possibilità di attribuire tale intenzione a una potenza che, come dichiarò ironicamente una delle sue vittime, “fece un deserto e poi lo chiamò pace”.


Quanto al presunto contributo romano all’idea di Occidente, scrive Acharya, esso fu piuttosto un costrutto della Chiesa cattolica, elaborato dopo la caduta dell’impero. Il che rinvia all’altra radice storica della civiltà occidentale che è la religione cristiana, aspetto che nel libro di Acharya non è a mio avviso adeguatamente sviscerato, anche se gli va riconosciuto il merito di non sbandierare le presunte radici ebraico-cristiane che siamo abituati a sentirci spiattellare fino alla nausea da intellettuali che ignorano il carattere ossimorico di quel trait d’union - vedi in proposito l’analisi, fra gli altri, di Costanzo Preve (7). 



I debiti dell’Occidente nei confronti del resto del mondo


Parto da tre affermazioni di Acharya che trovo illuminanti del suo approccio al tema dei debiti occidentali nei confronti delle storie del resto del mondo. Scrive il nostro: 1) “mi oppongo all'idea che l'odierno ordine mondiale sia un prodotto della storia occidentale”; 2) ”gli ingredienti (di questo) ordine c’errano già negli ordini mondiali precedenti”; 3) “molti degli ideali che riteniamo inventati dall'Occidente sono in realtà nati in altre civiltà”. Queste tesi ci fanno capire che l’operazione di Acharya è, al tempo stesso, idealistica e comparatistica. Mi spiego: Acharya mette a confronto idee, valori ed istituzioni che sono nate in contesti storico geografici profondamente diversi, dalle quali estrae essenze “idealtipiche” che possono essere considerate equivalenti solo se si prescinde dalle concrete matrici storico-culturali che le hanno generate. 


Si tratta di un metodo che, mentre si propone di rivendicare il primato temporale di certi aspetti culturali delle civiltà pre occidentali che l’Occidente si sarebbe limitato ad ereditare e rielaborare, finisce paradossalmente per portare acqua al mulino dell’ideologia occidentalocentrica (termine da preferire al classico eurocentrica, da quando il dominus dell’Occidente collettivo sono gli Stati Uniti), nel senso che rafforza il pregiudizio secondo cui le idee, i valori e le istituzioni occidentali hanno carattere universale, trans storico. Il fatto che l’Occidente non le abbia inventate ma ereditate, da questo punto di vista, è marginale, se non irrilevante, nel senso che basterebbe che l’Occidente riconoscesse il proprio debito per ristabilire un giusto equilibrio fra gli apporti che le varie civiltà hanno dato alla costruzione dell’odierno ordine mondiale. 


In realtà le cose sono assai più complicate, come dimostrano sia il fatto che la critiche dei Paesi del Sud del mondo alle pretese egemoniche occidentali rivendicano la differenza e l’originalità delle proprie tradizioni civili e culturali, sia il fatto che lo stesso Acharya ammette che l’odierno ordine del mondo è in crisi e che un nuovo ordine post occidentale dovrà necessariamente fondarsi sui contributi innovativi del resto del mondo, e non semplicemente sulla riscoperta delle loro antiche tradizioni.  Ciò detto elenco qui di seguito alcune delle civiltà che, secondo Acharya, avevano già sviluppato idee, valori ed istituzioni che sono state fatte proprie dall’Occidente. 


Il primo ordine mondiale (pur tenendo conto dei limiti con cui tale aggettivo va inteso, vedi sopra) descritto da Acharya è quello costruito dalle antiche civiltà sumer ed egizia che, argomenta il nostro, rappresentano altrettanti esempi, da un lato, di un concerto di città stato autonome benché unite da una comune cultura (Sumer, anche se in epoche successive la Mesopotamia ospiterà imperi quali l’assiro e i persiano), dall’altro di una civiltà che si struttura fin dall’inizio come imperiale e centralizzata (l’Egitto). Fra questi due grandi potenze si costruisce una rete di scambi economici e culturali, di alleanze e rapporti diplomatici, che garantiscono a lungo la stabilità e la pace in un’ampia regione che abbraccia il Medio Oriente e l’Africa Nord Orientale. Un area che, fra le altre cose, ha lasciato in eredità ai successivi ordini mondiali il concetto di monarchia di diritto divino e principi giuridici “progressisti” che garantivano i legami comunitari e la protezione dei più deboli. 


I due esempi successivi riguardano India e Cina, due subcontinenti che hanno a loro volta ospitato civiltà assai più antiche di quella occidentale e che, come quella sumerica, hanno attraversato una fase “anarchica” (convivenza di una pluralità di entità statuali) successivamente evolutesi in imperi. 

Nel metterne a confronto antichità e meriti Acharya auspica che gli storici indiani e cinesi rinuncino alle rispettive preferenze nazionalistiche, ma poi smentisce tale premessa non nascondendo la propria predilezione per quella indiana. Entrambe sono antiche, sostiene, ma quella indiana lo è di più; entrambe hanno elaborato raffinati sistemi filosofici che nulla hanno da invidiare alla filosofia occidentale, ma quello cinese è tributario degli apporti del Buddhismo indiano che ha contaminato le tradizioni confuciana e taoista cinese (8).


Quanto alla tradizione pacifista che entrambe le civiltà rivendicano, a partire dalle modalità con cui hanno sviluppato i propri rapporti con i popoli e le nazioni confinanti, Acharya considera valida solo la rivendicazione dell’India, della quale scrive che si tratta dell’ “esempio più straordinario di come una civiltà possa esportare le proprie idee politiche e la propria religione in terra straniera senza conquista o coercizione” e celebra l’apologia di Asoka, terzo imperatore della dinastia Maurya (terzo secolo a.C.) in quanto antesignano di una cultura dei diritti umani e della tolleranza religiosa (ma deve ammettere l’esistenza di altre fasi storiche, tutt’altro che “pacifiche”). 


Della Cina Acharya afferma invece – con giudizio tranchant in contrasto con altre valutazioni (9)  – “che non è stata una nazione pacifica”. Per esempio, pur ammettendo che i suoi rapporti di vicinato erano ispirati al modello tributario (vedi sopra) piuttosto che basati sull’aggressione coloniale, aggiunge che tali rapporti erano comunque imposti dai rapporti di forza. Inoltre, citando la celebre spedizione navale dell’ammiraglio Zheng He, la descrive come un progetto colonialista ante litteram, anche se riconosce che si tratta di una tesi opinabile (10). Ciò detto, come cita il regno di Asoka quale esempio di una cultura dei diritti umani e della tolleranza religiosa ante litteram, così ricorda che la civiltà cinese fu ammirata da grandi intellettuali europei – economisti, filosofi e pensatori politici - come Leibniz, Voltaire, Quesnay e Adam Smith e che il suo metodo di reclutamento tramite concorsi dei quadri della burocrazia statale venne assunto come modello democratico, alternativo della tradizione di cooptazione per censo dell’Ancien Regime europeo. 


Dell’espansione islamica, che attinse una dimensione globale in misura maggiore di quelle sinora citate, Acharya scrive che il suo carattere fu assai meno violento di quanto venga generalmente sostenuto, che si trattò di un dominio tollerante, sotto il quale veniva lasciato spazio ai non musulmani che non di rado assumevano incarichi di vertice nell’apparato burocratico e anche in quello militare; ma soprattutto ricorda che l’Islam si appropriò di ideali greci, persiani, indiani e cinesi arricchendoli con tratti propri, dando vita, nella Spagna islamica, a un bazar di risorse intellettuali caratterizzate da una visione universalista (e in alcuni casi di modernissime concezioni materialiste ed evoluzioniste) che permise a un’Europa sprofondata nell’ignoranza e nel fondamentalismo religioso di recuperare le sue stesse radici cadute nell’oblio.


Con l’impero mongolo si raggiungono dimensioni mai più raggiunte in seguito – perlomeno sul piano del dominio territoriale, se non su quello del dominio indiretto mediato dal mercato (11) – da un ordine mondiale. Acharya riscatta l’impero mongolo dall’accusa di essere stato in assoluto il più efferato per le modalità con cui ha realizzato le proprie conquiste (a suo avviso il numero delle vittime dell’espansione mongola è sopravvalutato) e gli riconosce il merito di avere a sua volta contribuito a generare certi presupposti dell’ordine mondiale moderno, fra i quali il fatto di non avere imposto alcun dogma religioso o culturale alle popolazioni sottomesse, il fatto di avere associato a una struttura centralizzata la concessione di autonomie locali e infine di avere operato come un potente “connettore” fra culture e civiltà diverse, in particolare grazie alla sua capacità di garantire la sicurezza degli scambi mediati dalla via della seta, più precari sotto la gestione di Cina e India. 


Infine Acharya denuncia la sistematica rimozione dei contributi delle civiltà latinoamericane e africane da parte di una cultura occidentale che nega loro qualsiasi rilevanza storica. Vedi l’affermazione di autorevoli monumenti della cultura europea (a partire da Hegel) che hanno definito l’Africa un “continente senza storia”, legittimando la cancellazione della sua vita politica, sociale e culturale (basti citare gli “imperi dimenticati” di Ghana, Mali e Songhai e i vasti sistemi tributari sviluppati sotto il loro dominio). Vedi anche la cancellazione della memoria del fiorente commercio interafricano su lunghe distanze, stroncato dai monopoli coloniali imposti dalle potenze europee, nonché di una visione del mondo comunitaria e solidaristica condivisa da popolazioni anche molto lontane e diverse fra loro (visione che riemerge oggi nell’ideologia panafricanista). Una visione del mondo olistica che ritroviamo nelle antiche culture latinoamericane come l’impero incaico, del quale Acharya ricorda sia i caratteri moderni – una burocrazia e un sistema delle comunicazioni efficienti – sia la capacità d’ispirare ancora oggi una concezione alternativa di sviluppo economico, sociale e umano (12). 



Ascesa e crisi dell’ordine mondiale occidentale


Nella parte del libro dedicata all’ascesa e crisi dell’ordine mondiale occidentale, Acharya affronta una serie di temi troppo ampia per poterli analizzare e descrivere nello spazio ridotto di un articolo, per cui scelgo di evidenziarne quattro: come sono riusciti l’Europa prima e l’Occidente collettivo poi a stabilire il proprio dominio sul mondo; come si sono auto assolti dai crimini commessi per costruire il proprio ordine mondiale; quali effetti ha avuto tale dominio sulla loro capacità di capire il resto del mondo; quali fattori hanno determinato la crisi dell’ordine mondiale occidentale.


Acharya identifica la nascita dell’ordine mondiale occidentale con la pace di Vestfalia che, nel Seicento, ha posto fine alle guerre di religione che avevano a lungo dilaniato l’Europa. Si tratta di un evento che ha creato un sistema di Stati sovrani nel Vecchio Continente e ha instaurato un “doppio standard” globale: all’interno del sistema si afferma un ordine antiegemonico almeno in linea teorica (13) - in ragione del quale è proibito sottomettere i vicini più deboli e vigono i principi di non ingerenza negli affari altrui, nonché di parità e uguaglianza fra i vari membri del sistema; al suo esterno, la Pax europea favorisce l'imperialismo delle singole potenze che possono liberamente occupare i territori del resto del mondo e opprimerne e sfruttarne le popolazioni.


Come ha potuto l’Occidente, che fino a poco prima era a un livello inferiore, tanto sul piano economico quanto sul piano culturale (14), rispetto agli ordini mondiali descritti nel paragrafo precedente? Come è nato il sorpasso o, come altri l’hanno definita- vedi Kenneth Pomeranz (15) - , la Grande Divergenza fra Occidente e resto del mondo? Com’è noto, la stragrande maggioranza degli storici occidentali la attribuiscono a fattori di supremazia endogeni al sistema, quali la superiorità tecnologica (navi, vele e cannoni), la crescita economica stimolata dalla concorrenza reciproca fra Stati europei, le scoperte scientifiche (16), o addirittura le condizioni sociopolitiche create dalla stessa “arretratezza” dell’Europa (è la tesi di Samir Amin (17)).  


Contro questa vulgata, Acharya si schiera con la minoranza di coloro, vedi fra gli altri i già citati Pomeranz e un autore come Eric Williams (18) che associano la sostituzione dei precedenti ordini mondiali da parte di quello occidentale con il ruolo strategico giocato da imperialismo e colonialismo. Senza la “scoperta” dell’America e la sanguinosa espropriazione delle risorse dei popoli amerindi cui hanno partecipato Spagna, Portogallo, Inghilterra e Francia; senza lo sfruttamento e l’impoverimento dell’India (19) e di altri Paesi asiatici da parte delle Compagnie delle Indie Orientali inglese e olandese, senza l’osceno commercio triangolare di schiavi fra Africa, Europa e America, l’economia europea non avrebbe potuto svilupparsi ai ritmi con cui si è sviluppata grazie alla rapina delle risorse altrui.


Mentre la supremazia occidentale alimentava instabilità, ingiustizia e disordine, secoli di dominio hanno indotto l'Occidente a coltivare arroganza e ignoranza nei confronti del resto (in questo termine, "resto", sono implicite l’arroganza e l’ignoranza in questione) del mondo. E su questi sentimenti si sono bastate le giustificazioni ideologiche del dominio. Come la giustificazione della schiavitù da parte di un campione del liberalismo europeo quale fu John Locke; come lo specioso argomento in base al quale la schiavitù era esistita in Africa anche prima dell’arrivo dei colonialisti occidentali (20); come l’appello al superiore standard di civiltà occidentale (“il fardello dell’uomo bianco”) che venne fatto valere anche nei confronti di civiltà come l’indiana e la cinese, nate quando l’Europa era ancora territorio di tribù selvagge; come la piaga del razzismo, alimentata persino da giganti del pensiero illuminista come Kant, Hume ed Hegel, (per inciso, Acharya condivide la tesi del sopra citato Eric Williams, secondo il quale fu la schiavitù a generare il razzismo come giustificazione ideologica di una lucrosa pratica commerciale, e non viceversa).  


Acharya smonta infine il mito del presunto “anticolonialismo” degli Stati Uniti. A smentirlo basterebbe il genocidio delle popolazioni autoctone, sistematicamente sterminate con l’obiettivo di impadronirsi delle loro terre – considerate terrae nullius in quanto non tutelate dal diritto di proprietà, vale a dire la principale, se non l’unica, attestazione di appartenenza al mondo “civile”. Si aggiunga la guerra aggressiva contro il Messico che ha permesso agli Stati Uniti di appropriarsi di un terzo del territorio di quella nazione, per concludere con la dottrina Monroe, formulata nel 1823 dall’omonimo presidente e rinnovata e ampliata da Theodore Roosevelt a fine Ottocento e da Donald Trump ai nostri giorni, che stabilisce la clausola di esclusione di altri interessi occidentali nell’area caraibica e centro-sud americana, riservate al dominio esclusivo statunitense. 


Quanto alla pretesa di erigersi a garante delle libertà e della democrazia mondiali da parte di Washington, non si vede come possa essere rivendicata da una nazione che ha fondato la propria ricchezza sullo sfruttamento della schiavitù e sul prolungamento dei suoi effetti fino ai giorni nostri, nei quali la parità di diritti per la popolazione afroamericana resta un miraggio. Del resto, i ricorrenti riferimenti al modello “democratico” della Roma repubblicana conferma che l’ideale di democrazia statunitense si ispira all’ammirazione dei Padri fondatori della Rivoluzione per il sistema romano del bilanciamento dei poteri, mentre sorvola sul carattere oligarchico di quel modello “classico”, che viene oggi riproposto da un sistema di rappresentanza che garantisce ai super ricchi il monopolio pressoché esclusivo sugli incarichi di rappresentanza politica. 


***


Ragionando sulle cause della progressiva erosione dell’ordine mondiale occidentale, Acharya respinge la tesi secondo cui la decolonizzazione del Terzo Mondo sarebbe stato l’esito di un “ritrarsi” volontario delle potenze occidentali dai loro possedimenti. Così come rifiuta l’idea che i nuovi Paesi nati dal processo di decolonizzazione avrebbero “copiato” il modello westfaliano dell’Occidente. In particolare, contro coloro che descrivono il processo di emancipazione del Terzo Mondo come frutto di una serie di riforme dall’alto, promosse da élite formatesi nelle capitali occidentali, sostiene che tale processo fu l’esito di movimenti rivoluzionari guidati da leader locali sostenuti dalle masse popolari e non da ristrettì strati intellettuali. 


Il concetto stesso di Terzo Mondo (oggi sempre più rimpiazzato da quello di Sud globale) nasce negli anni Cinquanta alla Conferenza di Bandung, un’assemblea di nazioni di recente autonomia che venne fortemente osteggiata dalle grandi potenze occidentali le quali tentarono in tutti i modi di manipolarne gli esiti. A quell’evento fece seguito la nascita del movimento dei Paesi non Allineati che, svincolandosi dalla polarizzazione fra Usa e Urss generata dalla Guerra fredda, tentò di indirizzare verso obiettivi autonomi di sviluppo economico, politico e sociale i Paesi usciti dalla lunga interruzione che l'imperialismo e il colonialismo avevano imposto alla loro evoluzione storica. 


Nell’analizzare la lunga fase storica che ha portato al rovesciamento dei rapporti di forza fra Occidente e resto del mondo, emergono tuttavia i limiti connaturati all’approccio liberal democratico di Acharya e alla sua manifesta idiosincrasia nei confronti del marxismo e delle sue incarnazioni storico-politiche. Parlando del principio di autodeterminazione dei popoli, per esempio, manca qualsiasi riferimento alla formulazione che ne diede Lenin e all’apporto decisivo che la Rivoluzione Russa ha dato ai movimenti di liberazione nazionale prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Parlando della lotta della Cina contro il dominio straniero (occidentale e giapponese) esalta Sun Yat-sen ma non spende una parola su Mao e sulla Rivoluzione del 1949, che fu il vero inizio della emancipazione e della successiva ascesa della Cina. Parlando delle rivoluzioni latinoamericane valorizza - giustamente – l’ispirazione che tali movimenti hanno ricevuto dalle civiltà originarie del subcontinente, ma si limita a citare in merito le tesi di Mariategui (il grande marxista peruviano che forse apprezza in quanto “eretico”) senza accennare alla rivoluzione cubana né, tanto meno, a Fidel Castro. 


La crisi dell’ordine mondiale occidentale e i sintomi dell’emergenza di un ordine alternativo sono descritti in termini prevalentemente economici: la crescita esponenziale dell'interscambio commerciale fra Paesi del Sud globale e la percentuale sempre più elevata del PIL mondiale che essi rappresentano. Ma come si è arrivati a tale risultato malgrado la feroce opposizione politico-militare oltre che economica dell’Occidente collettivo, malgrado l’ininterrotta catena di golpe, militari, regime change, manovre finanziarie e altre aggressioni perpetrate in Africa (21), America Latina  e altrove? Acharya non riesce a dare risposte convincenti a questi interrogativi, né come stiamo per vedere, a delineare uno scenario convincente di ordine mondiale post occidentale.



L’ordine post occidentale secondo Acharya. Considerazioni conclusive


Lo spazio che Acharya dedica alla propria visione dell’ordine mondiale post occidentale è collocato nella parte finale del libro ed occupa uno spazio relativamente limitato rispetto alle parti precedenti. Le sue tesi in merito (parzialmente anticipate all’inizio di questo articolo) sono sintetizzabili in tre affermazioni: 


1) Il futuro ordine mondiale sarà post occidentale e non solo post americano. Si tratta di un punto di vista che considero non solo condivisibile ma anche essenziale per il seguente motivo: l’idea dei teorici del sistema mondo, e in minor misura di uno storico della lunga durata come Braudel, è che ogni ordine mondiale sia incarnato da una determinata potenza e che il suo tramonto coincida con l’emergere di un nuovo ordine, incarnato da un'altra potenza egemone. Agli Stati Uniti potrebbe per esempio subentrare la Cina. Acharya nega quest’ultima possibilità (lo stesso vale per chi scrive, anche se i motivi con cui la neghiamo sono radicalmente diversi, come vedremo fra poco) e sostiene che in futuro non ci saranno più le condizioni perché una sola potenza svolga tale ruolo.


2) In assenza di un nuovo dominus dell’ordine mondiale, scrive, non emergerà un ordine multipolare (caratterizzato cioè dall’equilibrio fra un limitato numero di grandi potenze) bensì un ordine che definisce multiplex, alla cui costruzione parteciperanno cioè non solo i Paesi di ogni parte del mondo, ivi comprese le piccole-medie potenze, ma anche imprese, ONG, movimenti, associazioni e quant’altro. Dissento da questa visione irenica che mette sullo stesso piano entità eterogenee sia per natura (statuali, politiche, economiche, culturali, ecc.) che per “peso” specifico. Tale visione potrà apparire gradevole agli occhi delle sinistre postmoderne, che la vedranno come una realizzazione dei propri valori pacifisti, “orizzontalisti” e politicamente corretti, ma è solo apparentemente e ingannevolmente irenica, come lo stesso Acharya

ammette implicitamente con la terza affermazione che riporto qui di seguito. 


3) Il nuovo ordine, scrive, non sarà il paradiso perché nessun ordine mondiale sarà, così come non è mai stato, esente da conflitti e guerre. E con questo presupposto “realista”, che ritengo difficilmente contestabile, viene a cadere la tesi precedente. Quest’ultima è equiparabile sia all’utopia degli economisti piccolo borghesi che negano l’inevitabile tendenza alla concentrazione dei capitali (la concorrenza, che dovrebbe mettere tutti sullo stesso piano, divora se stessa creando i presupposti che consentono al grande di mangiare il piccolo), sia alla ridicola finzione secondo cui capitalista e lavoratore si presenterebbero sul mercato del lavoro con gli stessi diritti (a parità di diritti, commenta Marx, prevale la legge del più forte). Il mondo multiplex sognato da Acharya non si realizzerà mai e, ove si realizzasse, si convertirebbe rapidamente, nella migliore delle ipotesi, in un mondo multipolare.


La critica che ho appena avanzato è analoga a quelle anticipate in precedenza, con le quali converge nell’identificare il limite principale dell’analisi di Acharya nella sua visione liberal-democratica (ancorché in versione “altermondista”), che manca della lucidità analitica che solo  un approccio storico di ispirazione marxista è in grado di fornire. Così il suo elenco dei “meriti” degli ordini mondiali pre occidentali rischia di vedere in caratteristiche come la tolleranza religiosa e culturale, la mitezza nei confronti dei sudditi in generale e dei più deboli in particolare, l'atteggiamento pacifico verso le nazioni e i popoli confinanti, ecc. altrettante anticipazioni che la civiltà occidentale avrebbe “copiato” da quelle precedenti, pur misconoscendone il valore. Ma in questo modo, da un lato, si pecca di anacronismo (si attribuiscono cioè a certi tratti culturali un’essenza e un valore trans storici) e dall'altro si confermano paradossalmente le pretese di universalismo della civiltà occidentale (può darsi che hanno “copiato” dal passato certi valori, ma ciò non ne inficia il presunto carattere universale). Del resto Acharya fatica a riconoscere il fatto che civiltà diverse possono elaborare valori, non solo diversi da quelli certificati dall’attuale ordine mondiale, ma anche ugualmente, se non più, in grado di contribuire alla stabilità e alla pace mondiali. Tipico il suo radicale pregiudizio anticinese (antimarxista e anticomunista) che gli fa affermare che la Cina non sarà la nuova potenza egemone non perché, come afferma la sua leadership politica, non nutre affatto tale ambizione, bensì perché non dispone di sufficiente forza militare per realizzarla. 


Concludo dicendo che, malgrado tutti questi limiti, il libro di Acharya è un’opera lodevole e utilissima per vari motivi. In primo luogo perché, malgrado le sue cinquecento pagine, può essere definito una specie di pamphlet per la chiarezza espositiva che lo rende una lettura gradevole anche per non addetti ai lavori; poi perché contiene un’ampia messe di notizie e informazioni sulla storia delle civiltà non occidentali e pre occidentali (da raccomandare caldamente alle nostre nuove generazioni, alle quali viene tuttora insegnata una storia anacronisticamente eurocentrica); infine perché pur peccando di un certo utopismo, e di una visione “di parte” (leggi filo indiana) nel delineare i tratti di un ordine post occidentale, ha il merito indiscutibile di far capire anche al lettore sviato da pregiudizi eurocentrici che la fine dell’attuale ordine mondiale non sarà un’apocalisse, bensì un’occasione di cambiamento positivo. 


Note


(1) Cfr. I. Wallerstein, Comprendere il mondo. Introduzione all’analisi dei sistemi-mondo, Asterios, Trieste 2013.

(2) Cfr. F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.


(3) Vedi G. Arrighi,  . Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano 1996. Metto a confronto il concetto di sistema mondo che Arrighi elabora in quest’opera con quello di Braudel citato nella nota precedente in Oltre l'Occidente (in via di pubblicazione presso Meltemi).


(4) La presunta natura europea della civiltà greca è contestata, fra gli altri, da Samir Amin (cfr. 

Eurocentrismo. Modernità, religione e democrazia. Critica dell’eurocentrismo, critica dei culturalismi, La Città del Sole, Napoli-Potenza 2022) e da Costanzo Preve (cfr.

Opere, vol. II, Manifesto filosofico del comunismo comunitario. Elogio del comunitarismo, Inschibboleth, Roma 2022). 


(5) Scrive in merito Costanzo Preve: “Esiste un luogo comune nella cultura filosofica occidentale, di cui è stato purtroppo parzialmente responsabile il grande Hegel, per cui il concetto moderno di libera coscienza individuale nasce nella Grecia antica, contrapposta al dispotismo orientale, che conoscerebbe unicamente l’arbitrio del despota”. In realtà, aggiunge Preve nella pagina successiva, “il profilo antropologico greco non era individualistico, ed è allora fuorviante attribuire ai greci la scoperta della libertà dell’individuo” (op. cit.).


(6) Ne Il socialismo è morto. Viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista (Meltemi, Milano 2019), ho polemizzato con Roberto Esposito che legittima questa tesi in un articolo apparso sulla rivista aut aut (Europa e filosofia, in “aut aut”, n. 378, 2018, pp. 51-63).


(7) Nell’opera citata Preve sostiene che, laddove cristianesimo e islamismo sono modelli di universalismo religioso, ebraismo e induismo sono modelli di religione “tribale”. Dopodiché aggiunge che, mentre la cultura semitica conosce solo la feroce onnipotenza dell’Uno, quella cristiano-cattolica si basa su una triade dialettica: la verità (Padre) esce da sé nel mondo (Figlio) e torna a sé stessa (Spirito Santo). Viceversa il protestantesimo veterotestamentario privilegia il Padre, divenendo così una sorta di “eresia ebraica”.


(8) Ma Acharya rimuove il fatto che il Buddhismo adottato dalla Cina, dai Paesi del Sud Est asiatico e dal Giappone è quasi del tutto sparito dall’India, dove è stato marginalizzato dall’induismo, religione assai meno “pacifica”.


(9) Sulla lunga tradizione pacifista della politica estera cinese, cfr. G. Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo, Feltrinelli, Milano 2008.


(10) Della spedizione di Zheng He si occupano, fra gli altri, F. Braudel (op. cit.) G. Arrighi (op. cit.) e K. Pomeranz (La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna, Il Mulino, Bologna 2004) , nessuno dei quali sposa la tesi degli intenti colonialisti dell’impresa in questione. Viceversa Acharya, che sostiene la tesi opposta pur ammettendo che è controversa, dovrebbe spiegare perché gli imperatori Ming ordinarono la distruzione della flotta di Zheng He quando costui fece ritorno in patria.


(11) A distinguere fra dinamiche imperiali territorialiste e capitaliste è Giovanni Arrighi in  Il lungo XX secolo, cit.


(12) Alla cultura originaria dei popoli andini e al loro concetto di buen vivir fondato sulle loro tradizioni solidaristiche, comunitarie e rispettose  dell’ambiente naturale si sono ispirate le rivoluzioni ecuadoriana e boliviana (oggi travolte dalla controffensiva delle destre neoliberiste). Vedi ciò che ho scritto in proposito in Magia bianca magia nera. Ecuador: la guerra fra culture come guerra di classe (Jaca Book, Milano 2014); vedi inoltre A. G. Linera La potencia plebeya. Acción colectiva e identidades indígenas, obreras y populares en Bolivia (Clacso/Prometeo libros, Buenos Aires 2008); vedi infine, dello stesso autore, Forma valor y forma comunidad (Traficantes de sueños, Quito 2015).


(13) Un tragico esempio di applicazione dell’ideologia colonialista da parte di una potenza europea nei confronti di altri Paesi del Vecchio Continente, che ha sovvertito i principi dell’ordine westfaliano, è quello dell’aggressione nazista nei confronti dall’Unione Sovietica e di altri popoli slavi. L’accostamento fra l’ideologia nazista e il colonialismo razzista delle potenze europee liberal democratiche è il grande rimosso di una cultura storica che tenta di liquidare il nazismo come una parentesi aliena alla tradizione occidentale. Una rimozione denunciata da Aimée Césaire che in 

Discorso sul colonialismo (Ombre Corte, Verona 2020) scrive: “Varrebbe la pena di studiare, clinicamente, in dettaglio, tutti i passi di Hitler e dell’hitlerismo, per rivelare al borghese distinto, umanista, cristiano del XX secolo, che anch’egli porta dentro di sé un Hitler nascosto, rimosso; ovvero che Hitler abita in lui, che Hitler è il suo demone e che, pur biasimandolo, manca di coerenza, perché in fondo ciò che non perdona a Hitler non è il crimine in sé, non è il crimine contro l’uomo, non è l’umiliazione dell’uomo in quanto tale, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di avere applicato in Europa quei trattamenti tipicamente coloniali che sino ad allora erano stati prerogativa esclusiva degli arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei negri dell’Africa”. 


(14) Ciò era riconosciuto, fra gli altri da giganti del pensiero occidentale come Voltaire e Adam Smith.


(15) Cfr. K. Pomeranz, op. cit.


(16) La storia occidentale sottovaluta sistematicamente l’apporto della scienza e della tecnologia cinesi (carta, stampa, bussola, fusione dell’acciaio, ecc.) alla civiltà europea. (


(17) Cfr. Samir Amin, Eurocentrismo, cit,


(18) Cfr. E. Williams, Capitalismo e schiavitù. Il colonialismo come motore della Rivoluzione industriale (Meltemi, Milano 2024).


(19) Per una denuncia ancora più spietata di quella formulata da Acharya dei crimini commessi dall'imperialismo inglese in India vedi C. Elkins, Un’eredità di violenza. Una storia dell’Impero britannico, Einaudi, Torino 2024.


(20) Nessuno storico onesto può sostenere che la tratta transatlantica sia, per numero delle vittime, ferocia, oppressione, sfruttamento e impatto sulla demografia e sulle società dei Paesi e dei popoli colpiti, anche solo lontanamente paragonabile a precedenti fenomeni storici.


(21) Sulla spietata controffensiva messa in atto dall’imperialismo occidentale contro le lotte di liberazione in Africa Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.

domenica 22 marzo 2026


LA NATO: UN'ISTITUZIONE CRIMINALE
FONDATA SULLA VIOLENZA E SULLA MENZOGNA




Se mi domandassero quando, a mio parere, è apparso evidente che il Partito Comunista Italiano aveva imboccato la china che lo ha portato a convertirsi in partito liberale, non avrei esitazioni: è stato nel momento in cui Enrico Berlinger dichiarò che i comunisti italiani si sentivano sicuri sotto l'ombrello protettivo della NATO (1). Da allora è passato mezzo secolo, nel corso del quale l'abiura della tradizione, della storia, dei valori e degli ideali del movimento comunista italiano ed europeo è progredita a ritmi accelerati, fino a culminare con la vergognosa delibera del parlamento Europeo che equipara comunismo e nazismo, un atto di revisionismo storico che si è consumato con l'avvallo di una "sinistra" che annovera nelle proprie file non pochi ex comunisti. 


Ma non sono solo i transfughi del vecchio PCI ad avere rimosso dalla propria coscienza la consapevolezza della natura criminale di un'istituzione che incarna le peggiori oscenità del capitalismo occidentale: anche settori non marginali delle sinistre "radicali" hanno accantonato lo slogan "fuori l'Italia dalla NATO, fuori la NATO dall'Italia", motivando tale scelta, nella migliore delle ipotesi, con il fatto che si tratta di un obiettivo "irrealistico" (in altre parole: sappiamo che, se fosse possibile lottare per un cambiamento in senso socialista del sistema in cui viviamo, quest'obiettivo sarebbe irrinunciabile, ma visto che dobbiamo rassegnarci a rinunciare a tale lotta, tanto vale non parlarne più), nella peggiore con l'adesione al mito in base al quale solo in Occidente esisterebbero condizioni di vita "democratiche", il che è tanto più ridicolo in quanto la fine di ogni parvenza di democrazia alle nostre latitudini non è più un'opinione, bensì un dato di fatto che sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle. 


Credo quindi si debba essere grati alla compagna Sevim Dağdelen, membro del Consiglio direttivo del partito SBW fondato da Sahra Wagenknecht, per il suo sforzo di spiegare anche ai più duri d'orecchio cosa è veramente la NATO in un libro appena uscito in edizione italiana per i tipi di Meltemi  (La NATO alla resa dei conti. Un bilancio dell'Alleanza Atlantica), del quale cercherò qui di seguito di sintetizzare le tesi essenziali. 







La NATO è un baluardo della democrazia e dei diritti umani? Falso!


Questa spudorata menzogna, che i media occidentali spacciano contro ogni evidenza, è ormai smentita da tali e tanti dati di fatto che solo chi sia stupido, ingenuo o palesemente in malafede può ancora tollerarla. Vediamo gli argomenti con cui Dağdelen la contesta.


Uno. Durante la Guerra Fredda, la NATO ha sistematicamente predisposto delle organizzazioni sovversive per impedire con qualsiasi mezzo, atti di terrorismo inclusi, che le forze politiche che contestavano l’appartenenza dei propri Stati all’Alleanza Atlantica potessero acquisire influenza o potere politico.  Si trattava dei cosiddetti gruppi Stay Behind, vale a dire formazioni destinate ad agire dietro le quinte, segretamente e in modo illegale. È noto il caso della forza terroristica denominata Gladio, che ha operato in Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la cui esistenza venne ufficialmente confermata da Andreotti in un’audizione al Senato nel 1990 (circostanza in cui fu appurato che tale organizzazione era tuttora operativa e godeva della copertura del servizio segreto militare italiano SISMI). Ma l’Italia, scrive Dağdelen, non era un’eccezione: la NATO ha organizzato depositi segreti di armi in tutti i Paesi dell’Europa Occidentale. Inoltre ponti e autostrade sono state dotate di speciali cavità in modo che potessero essere fatti saltare all’occorrenza. Anche negli altri Paesi europei i partner incaricati di favorire la creazione di queste reti terroristiche erano i rispettivi servizi militari e le persone reclutate per farne parte erano ex militari con un comprovato passato fascista (nazista in Germania).


Due. Così come gli Stati Uniti hanno sistematicamente appoggiato i colpi di Stato delle destre in America Latina (vedi il caso del Cile) e sostenuto ogni genere di dittatura fascista nel subcontinente che, in base alla Dottrina Monroe, considerano il proprio “cortile di casa”, allo stesso modo non hanno guardato per il sottile nel scegliere i propri alleati NATO in Europa (l’unica condizione era la disponibilità a schierarsi contro l’Unione Sovietica). La dittatura fascista portoghese è stata un membro fondatore dell’alleanza, e l’appartenenza della Grecia alla NATO, in barba ai campi di concentramento e agli omicidi dei membri dell'opposizione perpetrati dopo il colpo militare di Stato del 1967, non è mai stata posta in discussione. 


Tre. La NATO garantisce la più totale impunità per qualsiasi crimine di guerra commesso dai suoi stati membri. Chi li rende pubblici rischia di fare la fine del giornalista australiano Julian Assange, costretto a passare anni nel consolato ecuadoriano, finché il governo di questo Paese (rientrato nell’orbita Usa dopo la parentesi del regime progressista di Correa) non lo ha consegnato alla giustizia britannica che lo ha a sua volta trattenuto in carcere sotto la spada di Damocle dell’estradizione negli Stati Uniti (per tacere della compiacente giustizia svedese che ha fabbricato contro Assange false accuse di stupro: un buon viatico per l’integrazione della un tempo neutrale Svezia nel branco euroatlantico). Sempre in tema di diritti umani la Dağdelen cita i cosiddetti “voli di consegna”: è appurato l’uso delle basi americane in Germania per i voli di prigionieri della CIA destinati alla tortura, pratica in cui risulterebbero coinvolte anche Italia e Spagna, mentre Romania e Polonia ospitano prigioni segrete statunitensi.


Quattro. Gi Stati Uniti  e la NATO sono complici attivamente coinvolti nel genocidio che il governo fascista, razzista e criminale di Netanyahu sta perpetrando ai danni del popolo palestinese: non solo gli Usa usano sistematicamente il proprio diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU per bloccare ogni  risoluzione di condanna nei confronti di Israele, ma senza le forniture di armi che i Paesi NATO europei garantiscono a Tel Aviv, lo sterminio dei palestinesi (e le ripetute guerre di aggressione israeliane contro i vicini fino all’attuale conflitto con l’Iran) non sarebbero possibili.


Cinque. Il Segretario Generale della NATO non ha speso una parola sull’efferato assassinio del giornalista saudita Khashoggi, ucciso nel 2018 nel consolato dell’Arabia Saudita (i Paesi amici dell’Alleanza possono contare sulla più totale omertà anche se calpestano i più elementari diritti umani).


La NATO è un’alleanza a scopo difensivo? Falso!


“La difesa reciproca non era la motivazione principale quando la NATO venne fondata, né si può definire difensivo il comportamento della NATO nel corso degli ultimi decenni”. Così si esprime  Dağdelen che poi elenca le occasioni in cui questa autodefinizione è stata clamorosamente smentita. Nel 1999 l’alleanza militare ha attaccato la Repubblica Federale Jugoslava, avviando una guerra con cui ha inaugurato una sequela di violazioni del diritto internazionale. Nel 2003 Usa e Gran Bretagna scatenano una guerra illegale di aggressione contro l’Iraq, giustificandola con le inesistenti armi di distruzione di massa detenute da Saddam Hussein (fa ancora arrossire l’esibizione della falsa “pistola fumante” esibita come prova davanti all’Assemblea dell’ONU) . Seguono il riconoscimento del Kosovo nel 2008 (2) (i separatismi ispirati dall’Occidente sono buoni e giusti altrimenti sono da condannare a priori); l’aggressione alla Libia nel 2011; la palese mistificazione in base alla quale la libertà e la sicurezza dell’Occidente avrebbero dovuto essere difese dalla “minaccia” dei Talebani, oggi felicemente reinsediati a Kabul. Siamo in attesa di verificare se e quando l’aggressione illegale contro l’Iran concordata fra Usa e Israele troverà una partecipazione attiva da parte dei nani europei (magari con la motivazione della difesa delle “democrazie” sunnite del Golfo).


In seguito a queste azioni “difensive”, scrive la Dağdelen, “Per i paesi del Sud del mondo, la NATO appare come l’organizzazione custode di un ordine mondiale profondamente ingiusto con tendenze neocoloniali. Ciò è dimostrato dal fatto che nella loro guerra economica contro la Russia, i più potenti Stati della NATO stanno cercando di utilizzare sanzioni secondarie per imporre la propria politica a ‘Stati terzi’ come Cina, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, in tal modo violando la sovranità di questi Stati”.


Qualcuno potrebbe obiettare che le imprese appena elencate sono attribuibili perlopiù agli Stati Uniti piuttosto che alla NATO, che vi ha partecipato marginalmente. Ma il punto è esattamente questo: la NATO è sempre stata un’istituzione funzionale agli interessi americani. Non è mai esistito un partenariato paritario fra le due sponde dell’Atlantico. La totale subordinazione dei Paesi europei agli interessi d’oltreoceano è emersa in tutta la sua imbarazzante evidenza con la guerra in Ucraina (di cui ci occuperemo in dettaglio più avanti). Sono i nani europei, totalmente dipendenti dalla potenza militare Usa, che li ricatta minacciandoli di liquidare l’Alleanza e di abbandonarli al loro destino, a farsi carico della guerra economica contro la Russia (e contro i loro stessi interessi economici e geopolitici) e ad aggravare il proprio status di clienti rimpiazzando le forniture energetiche di Mosca con quelle, assai più care, di Washington. Nel frattempo la NATO progetta di traslocare in Estremo Oriente arruolando il Giappone e la Corea del Sud in funzione anticinese. Dağdelen cita in merito l’allora Segretario Generale dell’Alleanza Stoltenberg che annunciava, in occasione del vertice di Madrid del 2022, la svolta “trasformativa” del nuovo Concetto Strategico nel quale, scrive, “a NATO identifica la Cina come il suo secondo nemico principale dopo la Russia ed estende il suo raggio d’intervento dall’area originaria dell’alleanza nell’area euro-atlantica, alla regione Asia-Pacifico. Se consideriamo lo scenario di continua avanzata degli Stati Uniti e di altri Stati membri in Asia nel corso degli anni precedenti, con questa mossa la NATO inaugura decisamente un duro confronto con la Cina” (3). 



La guerra in Ucraina e chi l’ha provocata


“In Ucraina la NATO ha condotto una guerra per procura contro la Russia, in reazione all’illegale guerra di aggressione della Russia”. In merito a questa definizione dell’intervento della Russia in Ucraina come “illegale”, mi permetto di osservare che il giudizio in questione rispecchia a mio avviso la preoccupazione dell’autrice di non contrapporsi frontalmente al senso comune prevalente nel sistema politico tedesco, del quale è lei stessa esponente e membro attivo. Aggiungo inoltre che l’analisi delle vere cause della guerra che Dağdelen conduce nel suo libro va in tutt’altra direzione (4).


Primo argomento. La cosiddetta “aggressione” russa è una risposta alla politica di espansione a Est della NATO. Una politica occidentale che non è solo chiaramente minacciosa e provocatoria nei confronti di Mosca, ma rappresenta una palese violazione delle promesse formulate nel 1990 dall’amministrazione Bush e dal governo della Germania occidentale a Gorbaciov “che la NATO “non si sarebbe allargata di un solo centimetro verso Est”. Promessa ribadita non solo da Usa e Germania ma anche da Regno Unito e Francia. Questi impegni trovano conferma in una nota dell’archivio nazionale britannico resa pubblica nel 2022 che si riferisce a una riunione tenutasi a Bonn nel 1991 fra i rappresentanti dei Ministeri degli Esteri di Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania, nella quale si chiarisce che “gli Stati partecipanti concordarono sul fatto che l’adesione alla NATO degli europei dell’Est sarebbe stata inaccettabile”. 


Commentando in un articolo apparso sul “New York Times” nel 1997 il fatto che tale impegno veniva disatteso, il diplomatico George Kennan scrisse che ciò “sarebbe stato il peggior errore della politica estera statunitense dalla fine dell’Unione Sovietica”. Poco più di dieci anni dopo, qualche settima dopo il vertice NATO di Bucarest (aprile 2008), gli Stati Unitit caldeggiarono una risoluzione che offriva l’adesione alla NATO dell'Ucraina e della Georgia, “una decisione che ha gettato i semi della guerra” commenta  Dağdelen.


Secondo argomento. Dopo il colpo di Stato del 2014, orchestrato dall’estrema destra ucraina con l’appoggio dell‘Occidente, “la leadership russa si fidò delle promesse dell’Occidente riguardanti gli accordi di Minsk, che sarebbero stati usati per imporre alcuni vincoli ai nazisti e ai nazionalisti in Ucraina”. Anche questa promessa è stata disattesa, al punto che, nel 2015, la Germania tollerò che l’ambasciatore ucraino deponesse una corona sulla tomba del collaboratore nazista Stepan Bandera, coinvolto nel massacro di centinaia di migliaia di persone durante la Seconda guerra mondiale. 


Terzo argomento. Nel 2022 la NATO ha impedito una possibile pace allorché Russia e Ucraina avevano concordato una piattaforma denominata Comunicato di Istanbul. Benché questo compromesso apparisse favorevole all’Ucraina tenuto conto della situazione del momento, esso fu fatto fallire dalla NATO. In particolare, fu l’allora ministro britannico Johnson in visita a Kiev a fare pressione sulla leadership ucraina perché proseguisse la guerra. Questa politica era ispirata dall’illusione che l’Ucraina, armata fino ai denti dall’Occidente, avrebbe potuto sconfiggere la Russia. Del resto i maggiori leader europei hanno a più riprese dichiarato che “la sconfitta della Russia è indispensabile per la sicurezza e la stabilità dell'Europa”, e gli Stati europei non hanno fornito all’Ucraina solo armi ma consulenza militare, volontari e addestratori. Così gli occidentali “hanno trasformato questa guerra nella loro guerra. Ma proprio per questo, le sconfitte militari dell’Ucraina sono anche sconfitte della NATO. È ora in gioco la credibilità globale degli Stati Uniti e della NATO. Pertanto, l’appello proveniente dai ranghi dei capi di Stato e di governo è “la Russia non deve vincere”, anche se questo appello suona sempre più disperato. Per giustificare le enormi spese per gli aiuti all’Ucraina e il gigantesco accumulo di armi, viene evocata l’immagine di un imminente attacco russo sui territori della NATO nei prossimi anni”. Quest’ultima colossale fandonia introduce l’argomento della politica di disinformazione occidentale e di quella che la  Dağdelen definisce “guerra cognitiva”.



La guerra cognitiva, ovvero: propaganda e manipolazione come arma strategica 


Propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione di massa non sono ovviamente fenomeni nuovi. La “scoperta” dell’uso sistematico della propaganda per eliminare qualsiasi consapevolezza critica dei cittadini nei confronti di un determinato regime è stata una delle caratteristiche distintive del nazifascismo, ma non ne è certamente stata un attributo esclusivo: le liberal democrazie vi hanno fatto ugualmente ricorso, e non soltanto in occasione della Seconda guerra mondiale: basti pensare alla massiccia propaganda anticomunista e antisovietica condotta in tutti i Paesi del blocco occidentale durante la Guerra Fredda. 


Di più: nel mondo “libero” le tecniche di manipolazione del senso comune hanno toccato vertici di sofisticazione ben più raffinati rispetto a quelle messe in atto da parte dei cosiddetti totalitarismi, nella misura in cui hanno potuto usufruire delle maggiori conoscenze acquisite grazie all’enorme importanza che la comunicazione di massa ha assunto per la promozione dei consumi nella società tardocapitalista (pubblicità, marketing, pubbliche relazioni, ecc.). Tuttavia, secondo la Dağdelen, il fenomeno ha assunto da qualche anno una dimensione inedita nella misura in cui la lotta per il controllo dei pensieri e dei sentimenti umani è diventata uno dei fronti, se non il fronte, principale della guerra moderna. Termini come soft power, guerra ibrida, fact checking sono altrettanti sintomi del fatto che siamo appunto entrati nell’era di una vera e propria guerra cognitiva.


Il motto è, scrive Dağdelen, che sono sempre e solo gli altri a fare propaganda e disinformazione. L’autrice cita in merito, fra le altre cose, il fatto che sotto la copertura della “comunicazione strategica” per contrastare la “disinformazione russa”, “il governo federale tedesco sta ora creando o ampliando veri e propri dipartimenti di propaganda nei suoi ministeri”.  La necessità di un’opera costante di fact checking con cui veniamo quotidianamente bombardati è una prova evidente che si tratta di un’arma fondamentale della guerra ibrida nella misura in cui rivendica il monopolio sulla verità oggettiva da parte di sistema mediatico mainstream sempre più “embedded”, integrato negli obiettivi geopolitici dell’Occidente collettivo e incaricato di contrastare gli spazi di controinformazione che sopravvivono nelle pieghe dei social media. 


Giustamente la Dağdelen insiste sul caso Assange, imputato di avere fatto il proprio lavoro di giornalista, di avere cioè rivelato i crimini di guerra americani in Iraq e Afghanistan e di avere  reso pubbliche “sia le torture nella prigione speciale americana di Guantánamo, che il programma di estradizione giudiziaria della CIA, che coinvolgeva basi militari e prigioni segrete in numerosi Stati della NATO”. La persecuzione di Assange ha avuto, come un proprio calcolato e intenzionale danno collaterale, la fine della libertà di stampa. Quanto ai tentativi degli Stati Uniti per estradarlo hanno come obiettivo dichiarato la ridefinizione del giornalismo investigativo come spionaggio, vale a dire “la criminalizzazione del lavoro giornalistico sgradito ai poteri forti”. 


Per inciso, è il caso di notare che in Israele, Paese che Usa e NATO considerano come avamposto della democrazia occidentale in Medio Oriente malgrado la sua politica, colonialista, razzista e genocida, la repressione sistematica di qualsiasi tentativo di informare l’opinione pubblica sulla verità di quanto avviene a Gaza e in tutto il Paese ha toccato vertici di inaudita ferocia, non limitandosi a censurare il lavoro dei giornalisti indipendenti, ma assassinandone un gran numero.


Prima di concludere, è importante precisare che l’obiettivo dichiarato del libro di cui stiamo parlando non è la denuncia dei crimini sin qui elencati, del resto arcinoti ancorché rimossi dalla guerra cognitiva di cui sopra, bensì “creare le condizioni per immaginare in termini concreti delle alternative alla NATO”. Il seguente e conclusivo paragrafo sarà dunque dedicato alle alternative proposte dall’autrice e ad esporre le ragioni per cui le ritengo utopistiche. 


Invece della NATO la pace? I suggerimenti della Dağdelen fra utopia e speranza 


Nelle sue conclusioni propositive la Dağdelen parte da una premessa giusta ma incompleta: la NATO, scrive, è in grave crisi perché non sta vincendo né la guerra ”per procura” in Ucraina né la guerra economica contro la Russia. Ciò non impedisce a un’Europa in cui prevale il partito dei guerrafondai (e gli interessi delle industrie belliche) di alimentare le inverosimili speranze di vittoria di Kiev e di rilanciare provocazioni contro la Russia, atteggiamento tanto più paradossale in quanto in contrasto con  gli interessi della stessa Europa e fonte di crescenti tensioni, provocate dai costi sempre più elevati della guerra che impongono consistenti tagli alla spesa sociale. 


Giusto, ma manca un tassello, certamente dovuto al fatto che l’autrice non ha avuto modo di analizzare gli sviluppi più recenti dello scenario geopolitico mondiale. Il paradosso di un’Europa che agisce contro i propri interessi perché integrata in una NATO totalmente egemonizzata dagli Stati Uniti, sottoposta dunque al ricatto dell’unica superpotenza occidentale, si acuisce nel momento in cui gli USA guidati da Trump prendono le distanze dalla NATO e tendono a delegarne all’Europa il ruolo, nonché l’onore esclusivo dei costi economici, politici e sociali associati a tale ruolo. 


Nella misura in cui le cose stanno così, diventa meno vero quanto affermato dalla Dağdelen laddove sostiene che “Al momento, qualsiasi forma dissoluzione della NATO, accompagnata dalla creazione di un sistema di sicurezza alternativo sembra improbabile”. Sarà pure  improbabile ma rischia di divenire l’unica condizione in grado di evitare che il suicidio dell’Europa degeneri in una guerra mondiale a rischio di estinzione della specie (5). 


Ammesso e non concesso che l’obiettivo di dissolvere la NATO sia da escludere, quali sono i cinque suggerimenti che la Dağdelen avanza per evitare una ulteriore escalation? Li elenco nell’ordine scelto dall’autrice: tornare alla diplomazia; ritorno al diritto internazionale; il coraggio della neutralità; tornare al disarmo; porre fine alla guerra economica. Devo dire francamente che quasi tutte queste proposte mi paiono ancora più improbabili della dissoluzione della NATO, ad eccezione del coraggio della neutralità che, applicato all’Italia (ma anche a qualsiasi altro Paese europeo), vorrebbe dire rilanciare il sempre più valido e attuale slogan “fuori dalla NATO”. 


Quanto agli altri: il più debole è senza dubbio l’auspicio di un ritorno del diritto internazionale, sia perché, come ho affermato in varie occasioni, tale diritto non è mai esistito se non sulla carta, sia perché ormai tutti gli intellettuali al servizio delle élite occidentali dichiarano apertamente che, se mai è esistito, oggi è definitivamente morto e sepolto. Quanto al ritorno della diplomazia e al disarmo è evidente che tali soluzioni torneranno a essere praticabili solo se e quando la fase acuta della crisi si sarà risolta con la sconfitta di una della parti in campo, o con un armistizio imposto dall’esaurimento di una di esse o di entrambe. Infine la questione della guerra economica trascende lo scenario delle guerre in corso sul campo (non solo di quella in atto in Ucraina): la fine conclamata del processo che abbiamo per anni chiamato globalizzazione, spacciandolo per progressivo e irreversibile, implica infatti il ritorno alla “normalità” delle relazioni fra grandi potenze economiche, vale a dire alla più feroce e spietata competizione per la conquista dei mercati: vedi le ultime decisioni assunte da Trump in materia di dazi, che non hanno colpito solo i nemici da “punire” ma anche i paesi alleati. In poche parole: se per assurdità finissero tutte le guerre sul campo, non finirebbe la guerra economica, che è condizione irrinunciabile per la sopravvivenza stessa del capitalismo. 



Note


(1) Il libro di Sevim Dağdelen di cui mi occupo in questo articolo demolisce la tesi secondo cui l’adesione all’Alleanza atlantica offre uno scudo protettivo per la democrazia e la sovranità dei membri aderenti. Questa menzogna, argomenta l’autrice, si regge sulla rimozione del fatto che gli Stati firmatari del Patto Nord-Atlantico sono completamente disuguali in termini di potere e capacità militare. “Il principio su cui si basa la NATO, scrive, è un compromesso che offre agli altri membri della NATO la parziale rinuncia alla sovranità democratica (in realtà quanto sta succedendo oggi, con l’Europa indotta a compiere scelte in contrasto con i propri interessi geopolitici ed economici, fa capire che la rinuncia in questione è tutt’altro che parziale, nota mia), in cambio di una garanzia di sicurezza da parte della NATO, che in realtà proviene dagli Stati Uniti, che in effetti sono l’unica potenza in grado di usare armi nucleari su scala significativa”.


(2) Il carattere del tutto illegale (in base ai criteri mistificatori con cui l’Occidente usa il concetto di guerra illegale: vedi nota 4) dell'intervento in Kosovo fu mascherato con una serie di fake news come quella secondo cui sarebbero esistiti “gravi indizi di campi di concentramento in Kosovo”. La Dağdelen cita “Der Spiegel” che nel 2000 scrisse che “l’accusa circa lo stadio di Pristina che sarebbe stato trasformato in un campo di concentramento con 100.000 detenuti, sembrò fin dall’inizio inverosimile agli esperti”. Ma mentre la guerra infuriava, commenta Dağdelen, la falsa propaganda si dimostrò piuttosto efficace: “Chiunque metteva in dubbio le storie del ministro veniva denunciato come amico di Milošević”.


(3) Secondo Dağdelen, l’espansione della NATO in Asia ripropone in modo allarmante l'espansione della NATO verso Est in Europa: “Purtroppo, gli Stati Uniti stanno perseguendo una politica di deliberata provocazione nei confronti della Cina e chiaramente vorrebbero trasformare Taiwan nell’Ucraina dell’Asia, mediante uno spropositato aiuto militare in aggiunta alla cooperazione, e intensificando visite diplomatiche che sono in contrasto con la politica ufficiale di Una Sola Cina, che prevede relazioni diplomatiche solo con la Repubblica Popolare e non con Taiwan”.


(4) Non a caso la Dağdelen scrive anche che “fosse anche vero che la Russia sta conducendo una guerra di aggressione illegale, anche gli Stati della NATO hanno spesso violato il diritto internazionale con le loro guerre”. Se a tutto ciò aggiungiamo quanto è successo negli ultimi mesi con l’aggressione degli Usa a Venezuela e Iran e con il genocidio perpetrato da Israele a Gaza, è sempre più evidente che, come ho affermato in precedenti articoli su queste pagine, il cosiddetto diritto internazionale non è altro che un insieme di principi astratti che servono esclusivamente a mascherare il fatto che l’unico diritto vigente nei rapporti interstatuali è il diritto del più forte.


(5) La demenziale sottovalutazione dei rischi di guerra atomica da parte dei leader europei rispecchia il fatto che sembrano ignorare il fatto che “La dottrina militare di Mosca rispecchia quella di Washington, quando prevede una risposta anche nucleare a certi attacchi con armi convenzionali, ovvero non nucleari Le conseguenze sarebbero catastrofiche per l’intera Europa”.

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