Lettori fissi

mercoledì 28 ottobre 2026

IL CORO VERGOGNOSO DI MEDIA E POLITICI
CONTRO LA RABBIA GIOVANILE 


Molti amici si saranno stupiti del mio silenzio sugli eventi degli ultimi giorni (mi riferisco ovviamente alle manifestazioni studentesche). Il motivo è semplice e può essere sintetizzato con uno dei detti che ritengo più azzeccati del presidente Mao: "chi non ha fatto inchieste non ha diritto di parola". Data la mia età (fra un anno saranno ottanta) e dato che la mia esperienza di docente è stata esclusivamente universitaria, oltre che lontana nel tempo, mentre quella attuale riguarda università popolari che non coinvolgono adolescenti e post adolescenti ma adulti già formati e politicizzati, non ne so abbastanza dei ragazzi scesi in piazza. Non ho studiato i loro problemi, la loro condizione, i loro bisogni tanto da poter abbozzare un'analisi sensata. 

Certo posso facilmente intuire le radici di una rabbia alimentata dagli effetti di decenni di politiche neo liberali che hanno fatto strame della scuola, come di tutti gli altri servizi pubblici, dei redditi e dei diritti sociali delle classi subalterne (e quindi delle famiglie di quei ragazzi). Di questo hanno parlato ovviamente molti amici e compagni sui mezzi a loro disposizione , tuttavia, nel leggerli, non ho potuto fare a meno di notare la genericità delle argomentazioni: mancavano analisi approfondite della specificità di questo movimento, dei suoi caratteri inediti,  del perché è scoppiato in modo così imprevedibile e in apparente assenza di preparazione e organizzazione, della sua estraneità a ogni soggetto politico strutturato (movimenti della sinistra radicale e centri sociali compresi). 

Quindi non ho voluto unire la mia voce al coro delle banalità. Ma soprattutto non ho voluto associarmi all'irritante luogo comune con cui tutte queste analisi "di sinistra" iniziano: "detto che le violenze sono da condannare, bisogna indagarne le cause...ecc.".  Questo fa il paio con la formula di rito con cui le sinistre inaugurano i loro discorsi sulla guerra in Ucraina: "Detto che la Russia ha iniziato la guerra violando il diritto (quale!?) internazionale, va riconosciuto che la Nato...ecc.". Dissociare la violenza dalle cause che la generano significa accettare di fatto la logica del potere politico ed economico che produce quelle cause. La violenza di piazza è il prodotto dell'accumularsi di bisogni insoddisfatti così come la "aggressione" russa è il prodotto dell'allargamento della Nato a Est, del golpe fascista del 2014 e della pulizia etnica contro i russofoni del Donbass. La violenza di piazza e la guerra scoppiano quando nessun altro mezzo pacifico riesce a fermare la violenza delle classi (e delle nazioni) dominanti.  

Ma veniamo al perché ho deciso di rompere il silenzio. Non parlerò dei movimenti per le ragioni di cui sopra, parlerò invece della violenza: non della violenza dei cosiddetti "maranza" (ignobile gergo razzista) ma della violenza con cui il sistema sta cercando di terrorizzare un'intera generazione (così come aveva fatto a Genova nel 2001) prima che passi dalle manifestazioni spontanee allo stato di movimento politico organizzato e strutturato, dotato di programmi e ideologie definite. 

Ciò che più colpisce è l'uniformità (parola appropriata per il suo riferimento militaresco all'uniforme). Uniformità di linguaggio (maranza, vandalismo, criminalità, terrorismo, ecc.), di argomentazioni e di soluzioni suggerite per reprimere il fenomeno. Uniformità che accomuna politici, giornalisti, intellettuali di ogni risma e di ogni sponda con pochissime eccezioni (non a caso una di queste ultime, "Il Fatto Quotidiano", stanno cercando di tacitarla facendola acquistare dal tycoon di turno). Leggendo i titoli dei quotidiani e guardando i Tg (ormai tutti rigorosamente meloniani) mi è venuto da arrossire di vergogna per il mio passato di giornalista (professione che ho esercitata anche per editori e testate conservatrici/filogovernative in anni in cui al loro interno vigeva un minimo di dignità e di rispetto per i fatti che oggi non vedo più).  

Abbiamo sentito raccontare la favola sul presunto "organizzatore" dei movimenti, tale Youssef Siher, trentenne bresciano accusato niente di meno che di "terrorismo" per la sua attività sui social e il cui unico "reato", allo stato, pare essere quello di essere un immigrato incazzato di seconda generazione come molti dei ragazzini scesi in piazza. Se non fosse tragico, il fatto sarebbe una ridicola (la storia qui si ripete in farsa e appare addirittura come farsa di una farsa) riedizione del mito del "grande vecchio" delle BR, confezionato dai media degni anni Settanta.

Abbiamo visto varare fascistissime leggi che hanno introdotto ulteriori limiti, oltre a quelli già introdotti di recente, ai diritti di manifestazione ed espressione del pensiero nonché alla libertà individuale, il tutto con il plauso della maggioranza di giornalisti e intellettuali. E fin qui niente di strano, vista l'ideologia delle forze al governo e l'efficace campagna di colonizzazione di tutti gli spazi di comunicazione operata da tali forze negli ultimi anni. 

Più strano (o forse no, ma sicuramente vergognoso) ascoltare il presidente del PD Stefano Bonaccini, ospite del guitto Chiambretti alla trasmissione dall'azzeccatissimo (per questi giorni di fine impero) titolo "Fin che la barca va", inneggiare a una cura a suon di schiaffoni per i giovanissimi casseur, imitato dal sindaco di Salerno De Luca (stesso partito stessa ideologia forcaiola "di sinistra) che ha evocato l'uso di più efficaci mazzate per difendere gli interessi dei bottegai  (che, del resto, sono, assieme alle nuove "classi creative", gli attuali referenti di classe dei Dem). 

Abbiamo visto il centro di Milano, un tempo scenario delle grandi manifestazioni operaie, presidiato dai parà della Folgore mentre altrove agenti Digos in borghese scorrazzavano in moto per individuare, terrorizzare e se del caso punire sul posto pericolosissimi sovversivi quattordicenni. Per tacere dell'uso sistematico di cariche "preventive" anche in assenza di atti vandalici o provocazioni nei confronto delle "forze dell'ordine". 

Mi fermo qui perché mi pare che basti a caratterizzare il clima che si sta cercando di istaurare prima che la situazione "degeneri" (dal punto di vista del potere). 

Mi auguro e spero che lo sciopero generale indetto dai sindacati di base per il 30 funga da occasione per una prima saldatura fra la rabbia studentesca e quella di altri strati sociali schiacciati dal tallone neoliberale. Vedremo se fungerà anche da primo passo verso la ricostruzione di una forza politica in grado di rappresentare gli interessi delle classi popolari.

Aggiungo un chiosa sulla dimensione internazionale di una crisi che sta squassando il cuore (Francia, Spagna, Germania e Italia) di una costruzione europea che, con la sua continua progressione verso lo sfascio sociale, politico ed economico, e con l'unico modo con cui pensa di uscirne, la guerra,  sta confermando la diagnosi formulata più di un secolo fa da Lenin allorché disse che gli Stati Uniti d'Europa erano irrealizzabili e, ove mai si fossero realizzati, sarebbero stati un incubo reazionario. 

Tornando rapidamente sui fatti dei giorni scorsi, e ribadito che non voglio sputare sentenze su un fenomeno agli inizi di cui non sono ancora chiare, almeno per me, le possibili dinamiche e sviluppi,  mi limito a mettere in guardia su troppo facili accostamenti fra certe pratiche del "proletariato giovanile" (per usare il termine ai tempi coniato dai teorici della Autonomia Operaia) e quelle messe in atto nei giorni scorsi dai ragazzini scesi in piazza: altri tempi, altro clima politico-culturale, altra composizione sociale (ed etnica) altra spontaneità (oggi mi pare ben maggiore di allora). Soprattutto meglio non farsi troppe illusioni sulla tenuta di simili esplosioni: siamo in presenza di un "grado zero" della consapevolezza e della lotta di classe, o evolve verso forme politiche più avanzate, o si spegne sotto l'urto della repressione.





 

 

 

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