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mercoledì 17 giugno 2026

QUELLI CHE LA CINA NON E' SOCIALISTA

Burgio, Chinappi, Leoni e Sidoli spiegano alla sinistra radicale
perché la Cina è socialista
 ma è come descrivere il rosso ai ciechi 



Nell’ultimo post, in coda a una recensione del libro di Cremaschi Solo il socialismo ci può salvare (1), ho commentato un documento, pubblicato sul sito chinadiplomacy.org da un think tank cinese che si occupa di relazioni internazionali. Quel testo, a conclusione di un’ampia analisi dell’evoluzione delle relazioni Cina-USA, sostiene che tale rapporto si trova oggi in un fase di “stallo strategico”(2) e che ciò alimenta la possibilità di evitare lo scoppio di una Terza guerra mondiale. Nel post, prima di discutere il documento, avvertivo che avrei dato per scontato che la Cina è socialista e, a sostegno di tale giudizio, rinviavo a precedenti testi del sottoscritto e a Oltre l'Occidente, un libro di imminente uscita (3). 


In attesa di presentare i due volumi dell’opera in questione, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, mi occupo volentieri di un testo di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, La Cina (prevalentemente) socialista, pubblicato su “World Politics Blog” (4). Molti degli argomenti avanzati in questa raccolta di articoli convergono con quelli che potete trovare in alcuni miei lavori. Mi riferisco, in particolare, al primo articolo che polemizza con Ernesto Screpanti, assunto a esempio e modello dei pregiudizi ideologici (e degli svarioni teorici) che ispirano l’atteggiamento delle sinistre radicali occidentali che etichettano il sistema cinese come “capitalismo di Stato”.In un precedente post su queste pagine (5), mi ero a mia volta occupato delle tesi di Screpanti, che liquidavo ironicamente senza attribuirvi peso. Gli autori dell’articolo le prendono invece sul serio, sfruttandole come spunto per stilare un elenco delle “rimozioni” che impediscono a un certo marxismo occidentale di prendere atto dell’immensa portata storica dell’esperimento cinese. 


Prima di entrare nel merito delle argomentazioni dell’articolo richiamo l’attenzione sul titolo: “La Cina (prevalentemente) socialista”. L’aggettivo fra parentesi evoca un punto di vista che si pone a centottanta gradi rispetto alla vulgata secondo la quale un determinato sistema socioeconomico può essere solo socialista o capitalista. Gli autori condividono cioè l'approccio di Alberto Gabriele (6) , il quale nega la possibilità di classificare i sistemi socioeconomici in campi nettamente distinti e contrapposti, applicando in modo astratto e formale (antistorico) il concetto marxiano di modo di produzione. Nella concreta realtà storica, secondo Gabriele, il primato di un determinato modo di produzione può essere, in differenti contesti, assoluto o relativo. Gli Stati Uniti sono un esempio di supremazia assoluta del modo di produzione capitalistico, viceversa in altre formazioni socioeconomiche, due o più modi di produzione possono coesistere, né si può stabilire a priori quale di essi prevarrà nel lungo periodo.


Ricordando che la forza storica del marxismo consiste appunto “nella capacità di analizzare la realtà concreta, di coglierne le trasformazioni, di sviluppare nuove categorie e di misurarsi con il progresso delle forze produttive”, gli autori dell’articolo apparso sul “World Politics Blog” adottano un punto di vista analogo, per cui osservano che la presenza di imprese private, investimenti esteri e relazioni mercantili non giustificano l’affermazione di chi, come Screpanti, sostiene che la Cina è un Paese capitalista. Per definirne la natura occorre, piuttosto che stabilirne l’appartenenza a uno dei due campi contrapposti che esistono nella testa dei marxisti volgari, chiedersi qual è la sua posizione nel continuum di sistemi concreti, storicamente esistenti, che va dal capitalismo al socialismo, il che significa stabilire “quali rapporti di proprietà siano egemoni nei settori decisivi, chi controlli la terra, le infrastrutture, il credito, l’energia, le grandi imprese, le reti logistiche, le telecomunicazioni, le risorse strategiche e gli strumenti della pianificazione”.


Prima di rispondere a tali interrogativi, occorre sgombrare il terreno da un equivoco che è inscritto nel concetto stesso di capitalismo monopolistico di Stato. Concetto, notano gli autori dell’articolo, che una sinistra occidentale in cui convivono subalternità ideologica al liberalismo e radicalismo verbale mutua dalla propaganda occidentale, ignorandone le stesse origini nella tradizione teorica del marxismo rivoluzionario. Già Lenin, polemizzando con la “sinistra” bolscevica e con alcuni esponenti dei partiti comunisti occidentali (7), aveva chiarito la radicale differenza fra il capitalismo monopolistico di Stato dei Paesi capitalisti e la proprietà pubblica dei mezzi di produzione instaurata dalla Rivoluzione d’Ottobre. Riferendosi implicitamente a quelle critiche, Burgio Chinappi Leoni e Sidoli sottolineano come nel capitalismo di Stato che esiste negli Stati Uniti, nella Ue, in Giappone e in Corea del Sud, l’azione dello Stato è finalizzata a servire la riproduzione del capitale privato, salvando dalla crisi banche e grandi gruppi industriali, finanziando monopoli, coprendo perdite, garantendo mercati di sbocco e proteggendo le rendite, viceversa in Cina il settore pubblico non agisce come stampella degli interessi del capitale privato, ma come motore e supervisore dell’accumulazione, della modernizzazione industriale e della sicurezza economica della nazione. In altre parole: non ogni intervento dello Stato è “capitalismo di Stato”, e non ogni mercato implica egemonia capitalistica (8).


Inoltre il capitalismo di Stato occidentale è stato, tanto durate l’era coloniale quanto in quella postcoloniale, uno strumento (finanziario, politico, diplomatico e militare) dell’oppressione e dello sfruttamento imperialista nei confronti dei popoli del Sud del mondo, laddove la Cina, scrivono i nostri, “non si limita a crescere dentro l’ordine esistente, ma contribuisce a incrinarne le gerarchie, offrendo a molti Paesi del Sud globale margini più ampi di sovranità, sviluppo infrastrutturale, accesso al credito, cooperazione tecnologica e autonomia rispetto ai vecchi centri imperialisti”. Per inciso, ricordo che, come ho messo in luce nel post citato in precedenza, lo stesso Screpanti riconosce quest’ultimo dato fatto, dopodiché afferma – con supremo sprezzo del ridicolo – che questo “imperialismo di tipo particolare”, ancorché apprezzato dai Paesi che ne sono beneficiari, non cessa di essere tale, perché la Cina trae a sua volta vantaggio dai propri investimenti esteri...


Veniamo ora alla lunga serie di omissioni e rimozioni dei marxisti occidentali nei confronti di tutti quegli aspetti dell’economia e della società che connotano in senso socialista (ancorché assumendo l’aggettivo nel significato “debole” che vi attribuisce Gabriele - vedi sopra) il sistema cinese. Qui di seguito cito quasi parola per parola alcuni passaggi dell’articolo che sto commentando. 


1) Proprietà della terra. “molti economisti occidentali non informano i loro lettori sul fenomeno indiscutibile per cui in Cina, da molti decenni e senza soluzione di continuità, vige la proprietà statale (di tipo collettivo nelle campagne, invece) del suolo e del sottosuolo, forniti in usufrutto a precise condizioni dal Governo e dalle autorità locali rurali”.


2) Fonti energetiche. “le preziose terre rare vengono estratte e raffinate sul suolo cinese solo da parte di grandi imprese pubbliche, sotto lo stretto controllo dell'apparato statale; un ragionamento analogo va effettuato anche per le risorse di idrocarburi del gigantesco paese asiatico, quasi tutte in mano a potenti aziende di matrice statale”.


3) Cooperative di produzione. “Molti studiosi occidentali hanno commesso la non piccola "dimenticanza" di non citare mai i due milioni di cooperative di produzione agricola registrate ufficialmente nel 2024 in Cina: strutture organizzative con molte decine di milioni di soci e di lavoratrici/lavoratori che operano al loro interno, tutelati da una serie di associazioni di carattere nazionale”.


4) Finanza. “Anche all’interno del centrale e strategico settore finanziario, la Cina è contraddistinta, senza soluzione di continuità, dall’egemonia quasi totale delle banche statali, le Big Four, e cioè Industrial and Commercial Bank of China, Agricultural Bank of China, China Construction Bank e Bank of China.


5) Pianificazione e regolazione economica. “Troppi analisti occidentali fingono di ignorare che in Cina, anche dopo il 1976, è continuato il processo di pianificazione economica, il quale incide in modo sensibile sulla dinamica e sulle priorità dell’intero processo produttivo cinese: non a caso, all’inizio del 2026 è stato approvato il XV Piano Quinquennale, di grande rilevanza. Uno degli scopi centrali del piano in oggetto è costituito dal progetto concreto di stimolazione della domanda interna introducendo ampi sussidi per la sostituzione di elettrodomestici, mobili e veicoli, migliorando il settore dei servizi destinati agli anziani e alla sanità e innalzando il reddito del mondo rurale e dei ceti con guadagni medio-bassi”.


6) Infrastrutture. “Negli ultimi decenni ferrovie e/o autostrade sono state privatizzate in importanti Paesi quali Australia, Argentina, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna, mentre negli USA prevale il settore privato del trasporto merci su rotaie e opera altresì una gestione mista tra pubblico e privato per le strade; invece in Cina le infrastrutture sopracitate rimangono di proprietà pubblica, a partire dai circa 200.000 chilometri di autostrade e gallerie costruite nel paese asiatico durante gli ultimi decenni. Un discorso analogo vale per il sistema ferroviario (…). La China State Railway Group Co. Ltd. è infatti una impresa integralmente statale sottoposta alla gestione del governo centrale, e proprio sotto questa direzione pubblica la rete ferroviaria cinese ha raggiunto nel 2025 i 165.000 chilometri complessivi, di cui oltre 50.000 di linee ad alta velocità: la più grande rete ferroviaria veloce del pianeta”.


7) Moneta e finanza digitale. “Oltre al continuo controllo statale del tasso di cambio della moneta nazionale con le altre valute, nel febbraio del 2026 la Cina ha proibito la legalità sia dell’emissione non statale di bitcoin/stablecoin sullo yuan che di patrimoni tokenizzati: ossia beni fissi (immobili, ecc.) o finanziari (azioni, obbligazioni) che sono stati convertiti in unità di valore crittografiche, registrate su un elenco digitalizzato”.


8) Composizione della forza lavoro e salari. “persino Milanović, che valuta la Cina come un capitalismo di Stato, ha ammesso che nel gigantesco paese asiatico gli agricoltori sono ‘principalmente lavoratori autonomi inquadrati in quella che la terminologia marxista chiama semplice produzione di merci’. Non è quindi casuale che gli studi di A. Gabriele abbiano dimostrato come, ancora nel 2018, solo poco più di un quarto del totale della popolazione attiva cinese lavorasse all’interno di imprese capitaliste, mentre la grande maggioranza di essa era invece costituita da lavoratori autonomi o da persone impiegate in organizzazioni non capitalistiche” (…). Nel 2017, persino l’insospettabile istituto Euromonitor International aveva attestato come, tra il 2005 e il 2016, i salari operai cinesi fossero triplicati”. 


9) Rapporti con il Sud del mondo. Le accuse di coloro che descrivono la Cina come un Paese imperialista non reggono a fronte di alcuni dati di fatto: “Agli inizi di maggio 2026, la Cina ha esteso il trattamento a dazio zero alle importazioni provenienti da tutti i 53 Paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche. La misura (…) punta a favorire l’accesso dei prodotti africani al mercato cinese, in controtendenza rispetto al protezionismo occidentale”. Questa politica, aggiungono gli autori, “si inserisce in una strategia più ampia di cooperazione con il Sud globale. La Global Development Initiative promossa dalla Cina concentra infatti la propria azione su settori come riduzione della povertà, sicurezza alimentare, sanità, finanziamento dello sviluppo, transizione verde, industrializzazione, economia digitale e connettività”. Niente a che fare con l'approccio dei Paesi occidentali che utilizzano “aiuti”, prestiti e accordi commerciali come strumenti di pressione politica. 


Secondo i quattro autori, queste caratteristiche, assieme ad altre che non ho inserito nell’elenco, smentiscono categoricamente la tesi di Screpanti (e di gran parte degli intellettuali della sinistra “radicale”) secondo la quale la Cina sarebbe una peculiare forma di capitalismo di Stato. È infatti grazie ad esse, cioè al fatto che i rapporti di produzione prevalenti al suo interno sono di tipo collettivistico, al ruolo determinante della pianificazione, nonché all’egemonia della proprietà pubblica in settori strategici (credito, infrastrutture, energia, moneta, ecc.)  che il Paese non ha sofferto se non in misura marginale degli effetti delle crisi cicliche del capitalismo mondiale. 


L’esempio più recente di tale differenza è il modo in cui la Repubblica Popolare ha saputo assorbire il colpo che il conflitto mediorientale scatenato da USA e Israele ha inferto al mercato mondiale, certificando la propria capacità di sottrarsi al ricatto delle avventure militari occidentali. Da un  lato, lo Stato ha dimostrato di essere in grado di creare una barriera politica “contro l’effetto domino che, in altre economie, trasforma uno shock esterno in inflazione interna, panico, accaparramento e instabilità sociale”, dall’altro lato è emersa l’efficacia della gestione cinese della transizione energetica. 


“È qui, leggiamo, che la superiorità del sistema cinese appare nella sua forma più concreta (…) si tratta della superiore capacità di uno Stato socialista di assorbire gli urti, distribuire i costi, proteggere i settori popolari e coordinare il lungo periodo con il breve. Laddove il neoliberismo tende a scaricare l’intero prezzo delle crisi sulle famiglie, sui lavoratori e sulle piccole imprese, la Cina interviene per smorzare l’onda d’urto. Laddove le potenze occidentali rispondono spesso agli shock che esse stesse provocano con ulteriori militarizzazioni o con misure tampone, Pechino integra l’emergenza nel quadro più ampio della transizione energetica, della sicurezza nazionale e della stabilità sociale”. 


Gli intellettuali della sinistra radicale ignorano i fatti elencati dai quattro autori del documento? È vero che i livelli di ignoranza in quest’area politico-culturale sono a dir poco scoraggianti (soprattutto in merito alla storia passata e recente dei popoli e delle nazioni non occidentali). Tuttavia mi pare difficile sostenere che il mancato riconoscimento della natura (prevalentemente: vedi sopra) socialista della Cina derivi dall’ignoranza. 


La causa va dunque cercata nella disonestà e nella mala fede? La realtà è nota ma si finge di ignorarla? Nemmeno questa tesi, che pure aleggia in alcuni passaggi del testo di cui sto qui discutendo, mi sembra convincente (anche se in certi casi appare giustificata). La vera questione è, a mio avviso, per quale motivo certi fatti, anche se conosciuti, non vengono considerati sufficienti a definire socialista il sistema cinese. 


Nella seconda parte di questo post, descriverò in primo luogo le critiche che i quattro autori rivolgono alle sinistre “negazioniste” in merito al tema in questione, poi spiegherò perché, dal mio punto di vista, i negazionisti hanno ragione se definiamo il socialismo in base ai criteri classici (ottocenteschi) enunciati dai padri fondatori del marxismo, hanno torto marcio se lo definiamo in relazione ai concreti processi storici di costruzione del socialismo. Spiegherò inoltre (anticipando alcune tesi del libro di prossima pubblicazione cui accennavo in apertura) perché, sempre dal mio punto di vista, da un lato la conversione al liberalismo del marxismo occidentale, dall’altro il trasferimento della guida della lotta anticapitalista ai movimenti marxisti dei Paesi del Sud del mondo, siano l’esito storico, altamente probabile se non necessario, che alcuni autori avevano previsto da tempo, dei profondi processi di trasformazione che il sistema capitalista mondiale ha subito a partire dalla seconda metà del secolo scorso. 


***


I testi raccolti ne La Cina (prevalentemente) socialista danno giustamente spazio alla lotta delle idee fra capitalismo e socialismo, al peso enorme della “guerra fredda culturale” nella battaglia fra due visioni del mondo che sono l’incarnazione ideale di due formazioni socioeconomiche che - se pur possono convivere in determinate fasi storiche – tendono necessariamente a prevalere l’una sull’altra. L’odio dei liberali di destra centro e sinistra nei confronti della parola stessa comunismo, nonché per gli emblemi e i simboli che ne incarnano il significato storico politico, è dunque comprensibile, per cui il fatto che, qualche anno fa, il Parlamento europeo si sia macchiato dell’infamia di equiparare nazismo e comunismo, può suscitare indignazione ma non stupore. 


Meno scontato il fatto che il PCI, a partire dal 1989, abbia a sua volta ripudiato il proprio nome, una decisione che, come ha dimostrato la storia successiva di quell’organizzazione, ha significato anche abbandonare l’identità di classe associata al nome. Il partito post comunista nato alla Bolognina non si è infatti trasformato in partito socialdemocratico, non ha cioè abbracciato una tradizione politico-culturale che rappresenta gli interessi del proletariato con programmi più riformisti, “moderati”di quelli tipici della tradizione comunista, si è trasformato direttamente in partito liberale “di sinistra”, scegliendo di rappresentare gli interessi, la cultura e i valori “postmoderni” delle nuove classi medie generate dalla transizione al capitalismo “terziarizzato” e “postindustriale” e concentrate nei centri delle grandi città (9). 


Tornerò più avanti sulle radici profonde che hanno favorito questa mutazione – apparentemente sorprendente – di larga parte del marxismo occidentale. Radici che non vengono adeguatamente approfondite dal documento dei quattro, i quali, come si è detto, si concentrano – giustamente ma con enfasi troppo esclusiva - sulla storia della guerra fredda della cultura, il che li porta, fra le altre cose, a dare un peso a mio avviso eccessivo al ruolo del trotzkismo in quanto personificazione della strategia USA di “combattere i comunisti con gli ex comunisti”. 


Il documento cita, fra gli altri, Arthur Schlesinger, laddove costui spiega che “elementi del governo erano giunti sempre più a comprendere e a sostenere le idee di quegli intellettuali che, disillusi del comunismo, rimanevano tuttavia fedeli agli ideali del socialismo”. Questi intellettuali “di sinistra” che avevano preso le distanze dal comunismo - ma soprattutto dal cosiddetto “socialismo reale” – rappresentavano il “nerbo” di un “socialismo democratico” che, sono ancora parole di Schlesinger, era il baluardo più efficace contro il totalitarismo”, di quella Non-Communist Left che mandava in estasi i burocrati che gestivano la politica estera USA. 


Gli eredi di quella tradizione, vicina alla Quarta Internazionale, leggiamo nel documento, sono oggi coloro che appoggiano apertamente gli studenti anticomunisti di piazza Tienanmen, la causa del separatismo tibetano (“riuscendo persino a cercare di far dimenticare la matrice feudale del Dalai Lama”), oppure gli studenti – anch’essi anticomunisti e filo-occidentali – di Hong Kong, “senza aver alcun problema nel ritrovarsi all’interno dello stesso fronte politico anticinese con Salvini e Trump, oltre che senza mostrare reazioni negative di fronte al vergognoso spettacolo delle bandiere inglesi e statunitensi sventolate dalle forze separatiste di Hong Kong, servi dei legittimi eredi di quel colonialismo occidentale che scatenò la prima e atroce ‘guerra dell’oppio’ contro la Cina nel 1839-1842”.


Giusto. Ma magari simili atteggiamenti si limitassero agli eredi della Quarta Internazionale: i trozkisti, ridotti a una galassia di sparuti gruppuscoli in competizione reciproca, sono un’infima frazione di una sinistra radicale occidentale, con gli allievi post operaisti di Antonio Negri in testa, la cui stragrande maggioranza condivide queste posizioni, senza distinguersi dagli ex comunisti transitati dal PCI al PD. Ecco perché, evitando la facile tentazione di aderire alla tesi del “tradimento” e/o dell’incapacità di resistere all’enorme potenza di mezzi di persuasione in mano al nemico di classe, occorre indagare le radici del problema, analizzando, in particolare: 1) gli intrinseci limiti teorici e ideologici connaturati al marxismo occidentale; 2) le mutazioni socioeconomiche che hanno consentito al capitalismo delle metropoli di integrare larghi settori delle proprie classi subalterne (e quindi anche le formazioni politiche che le rappresentano e i cosiddetti “nuovi movimenti sociali”); 3) l’incapacità di superare la visione ottocentesca (eurocentrica) dell’utopia socialista e di riconoscere nei concreti processi storici di costruzione del socialismo il prodotto del rinnovamento teorico del marxismo messo in atto dalle lotte rivoluzionarie dei popoli del Sud del mondo. Sono i temi di fondo del sopracitato Oltre l’Occidente, di imminente uscita per i tipi di Meltemi. Qui di seguito ne anticiperò alcune argomentazioni.


***

Partendo dall’ultimo dei tre punti appena elencanti, citerò alcuni stralci di un paragrafo del capitolo 14, intitolato “Perché marxisti dogmatici e sinistre radicali negano il carattere socialista della Cina”. 


Chi nega il carattere socialista del sistema cinese può andare in cerca di argomenti nella teoria “classica” della transizione che, in buona sostanza, si fonda sulla Critica al Programma di Gotha e su alcuni passaggi del Capitale di Marx e sull’Antiduhring di Engels. Soprattutto in quest’ultima opera, l’autore scrive che il socialismo, in quanto fase di transizione al comunismo, non è solo caratterizzato dalla socializzazione dei mezzi di produzione ma implica la scomparsa della produzione mercantile e dei rapporti monetari. Lenin manda in pensione tale tesi nei primi anni Venti (siamo ai tempi della NEP), allorché liquida le posizioni della sinistra bolscevica e ammette che la transizione sarebbe stata lunga e inevitabilmente caratterizzata dal persistere di rapporti mercantili e monetari.


Fu già allora che all’interno dell’ala sinistra del comunismo internazionale cominciò a circolare la tesi della restaurazione del capitalismo in Russia e la definizione del sistema sovietico come “capitalismo di Stato”. Nell’antologia di scritti di Lenin Economia della rivoluzione (10), curata da Vladimiro Giacché, troviamo un articolo in cui il leader rivoluzionario replica che “il capitalismo di Stato di cui si parla in tutti i libri di economia è quello che esiste nel sistema capitalistico, dove lo Stato mette sotto il suo diretto controllo alcune imprese capitalistiche. Ma (...) il capitalismo di Stato che abbiamo introdotto nel nostro Paese è di tipo speciale (…) Noi occupiamo tutte le posizioni chiave. La terra è nostra [il che] è estremamente importante…”.


Quel dibattito si trascina da allora ai giorni nostri, soprattutto perché, come nota Rita di Leo (11), tutte le analisi della transizione scontano il fatto che “non esiste una credibile teoria marxista della transizione, o meglio, non esiste una teoria in grado di rendere conto delle dinamiche evolutive di una società in cui uno Stato socialista convive con un'economia in cui permangono elementi di capitalismo”. Di fronte a queste formazioni socioeconomiche “ibride”, la sinistra occidentale (…) reagisce affermando che non si tratta di società ‘veramente’ socialiste bensì di varie forme di capitalismo di Stato. 


La mia tesi è che l’unico criterio in grado di dirimere la controversia in questione è politico: “quello che veramente occorre capire, scrivo, è chi detiene il potere politico e quali interessi di classe promuove e difende”. Tornando alla Cina: è evidente che, in base alla definizione “canonica” di socialismo, non possiamo considerarla tale, la risposta è del tutto opposta se ci chiediamo in che direzione politica si muove questo grande Paese e in questo senso le risposte formulate nel documento dei quattro mi paiono inconfutabili e decisive. 


Naturalmente le sinistre occidentali possono replicare che i successi cinesi dimostrano solo che il capitalismo di Stato funziona, non che non si tratta di capitalismo, e da questo circolo vizioso si esce solo accettando la lezione di Gabriele citata in precedenza: nella concreta realtà storica non esistono formazioni socioeconomiche puramente socialiste, ma concreti processi di transizione che possono o meno sboccare nella realizzazione di una società socialista, la quale, tuttavia, non sarà mai una replica del modello ottocentesco descritto da Marx ed Engels.


Quanto appena affermato ci conduce al secondo punto: i socialismi realmente esistenti non corrispondo all’ideale classico perché sono il prodotto di un’applicazione creativa della teoria marxista alle concrete condizioni socioeconomiche, nonché alle tradizioni storiche, civili e culturali in cui sono avvenute le rivoluzioni che li hanno generati. E le sole rivoluzioni vittoriose sono avvenute in Paesi del Sud del mondo, perché l’evoluzione del sistema capitalistico mondiale ha creato, ad un tempo, le condizioni per l’integrazione di larghi strati delle classi subalterne metropolitane e quelle per la lotta rivoluzionaria delle larghe masse dei Paesi periferici e semiperiferici. Non mi è qui possibile sintetizzare le centinaia di pagine del libro in cui argomento tale tesi, per cui mi limito ad anticipare che essa si fonda, fra i vari argomenti, sulle analisi che storici di lungo periodo come Braudel hanno condotto sulle origini e la storia del capitalismo, sulle analisi di quegli autori marxisti (Luxemburg, Baran, Sweezy e altri) che hanno dimostrato che il sistema capitalista metropolitano può riprodursi solo sfruttando le aree periferiche e semiperiferiche mantenute in condizione di dipendenza (vedi Arrighi, Samir Amin, Frank e Wallerstein), nonché sulla storia delle lotte rivoluzionarie in Asia, Africa e America Latina e sulle teorie elaborate dai loro leader. 


Vengo infine al primo punto, cioè ai limiti intrinseci del marxismo occidentale. I limiti teorici risalgono assai indietro, fino a certi aspetti delle teorie di Marx ed Engels che si fondavano (né avrebbe potuto essere altrimenti) sull’analisi del concreto livello di sviluppo raggiunto dal capitalismo del XIX secolo, per cui ne estraevano generalizzazioni e previsioni che non potevano tenere conto dell’enorme estensione e complessità dei successivi sviluppi storici. Anche se va ricordato che Marx ha messo in guardia contro ogni indebita interpretazione della propria opera come una descrizione delle leggi generali della storia, valide per ogni tempo e in ogni contesto geografico, civile e culturale (12). Ammonizione bellamente ignorata dal marxismo occidentale che ha prodotto una pletora di interpretazioni deterministe, economiciste, meccaniciste e scientiste della teoria marxiana: vedi in merito il geniale, quanto ignorato, lavoro di “restauro” operato da Gyorgy Lukacs (13). 


Quanto ai limiti ideologici, essi sono strettamente associati alle trasformazioni della composizione di classe (l’essere sociale determina la coscienza) che le società occidentali hanno subito dopo la Seconda guerra mondiale. La parabola dei “nuovi movimenti”, dalla fine degli anni Sessanta alla odierna parodia “woke”, coincide con la formazione, il consolidamento e l’ascesa delle nuove classi medie “creative”, generate dai processi di terziarizzazione e deindustrializzazione della seconda metà del secolo XX, vertiginosamente accelerati dalla rivoluzione digitale iniziata alla fine dei Novanta. È in quei decenni che va individuato il crogiolo delle sinistre “liberali”, una cultura che non può comprendere il socialismo cinese perché è “geneticamente” anticomunista.


Note


(1) G. Cremaschi, Solo il socialismo ci può salvare, Mimesis, Milano 2026.


(2) Il termine fu coniato da Mao in un testo del 1938, nel quale scrisse che ci sono tre fasi per vincere una guerra prolungata da parte di una potenza più debole contro un avversario più forte (all’epoca si riferiva al Giappone): difesa strategica, stallo strategico, controffensiva strategica. Il termine stallo strategico si riferisce alla fase di equilibrio fra le forze, dopo la prima fase in cui la parte debole riesce a evitare l’annientamento e prepara la terza fase, in cui la parte inizialmente più debole assume l'iniziativa e vince.


(3) Il primo volume, autore Alessandro Visalli, uscirà fra tre giorni, il secondo, autore il sottoscritto, nella prima metà di Luglio.


(4) Il testo si trova all’indirizzo https://giuliochinappi.com/2026/06/07/la-cina-prevalentemente-socialista/


(5) vedi https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/search?q=Screpanti


(6) Cfr. A Gabriele, Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of China. Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War, Springer Nature, Singapore 2020; vedi anche (con A. Jabbour) Socialist Economic Development in the 21st Century. A Century after the Bolshevik Revolution, Routledge, London-New York 2022; vedi infine L’economia cinese contemporanea. Imprese, industria e innovazione da Deng a Xi, Diarkos, Santarcangelo di Romagna 2024.


7) Fra i critici della NEP vi fu anche Rosa Luxemburg, oltre a Bordiga e ad altri esponenti della sinistra della III Internazionale.


8) Sulla necessità di non identificare il capitalismo con l’esistenza di relazioni di mercato vedi, in particolare, F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.


(9) Sulla distribuzione geografica della composizione di classe nel tardo capitalismo cfr., fra gli altri, C. Guilluy, La France périphérique. Comment on a sacrifié les classes populaires, Flammarion, Paris 2014.


(10) Lenin, Economia della rivoluzione (a cura di V. Giacché), il Saggiatore, Milano 2017.


(11) Cfr R. di Leo, L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Futura editrice, Roma 2012.


(12) Mi riferisco alla nota replica di Marx al recensore russo del Capitale, inserita nell’antologia India, Cina, Russia. Le premesse per tre rivoluzioni, (a cura di B. Maffi), il Saggiatore, Milano 1960.


(13) Del contributo di G. Lukacs alla riattualizzazione della teoria marxiana, con particolare riferimento alla sua Ontologia dell’essere sociale (4 voll. Meltemi, Milano 2023) mi occupo nella prima parte del secondo volume di Oltre l’Occidente, in via di pubblicazione.

mercoledì 29 ottobre 2025

POST SCRIPTUM
A PROPOSITO DELL'AUTOREFERENZIALITA' 
DELLE SINISTRE OCCIDENTALI (MARXISTE E NON)



Come promesso nel post precedente, dedicato al libro di Pino Arlacchi sulla Cina, pubblico questo post scriptum, nel quale cito un paio di esempi (se ne potrebbero citare a bizzeffe, ma lascio il compito al libro a due mani che io e Visalli stiamo per consegnare all’editore Meltemi) che aiutano a capire che il meritevole tentativo di Arlacchi di spiegare la Cina all’Occidente è, al pari di tutti gli sforzi di aggiornare la cassetta degli attrezzi del marxismo occidentale (1) impresa difficile, al limite dell’impossibile. Ciò è scontato nel caso degli intellettuali delle “sinistre” tradizionali, ormai integrati nella intellighenzia (mai termine fu più usurpato) liberal democratica, un ceto che non vuole semplicemente farselo spiegare, perché i suoi membri considerano la Cina (la giudichino o meno socialista) un nemico, e hanno legittimato l’oscena delibera del Parlamento Ue che ha equiparato comunismo e nazismo. 


Dopodiché quanto appena detto è meno scontato, ma purtroppo altrettanto vero, per la maggior parte dei militanti  delle sette più diffuse - troskisti, bordighisti, operaisti, neo operaisti, neo anarchici ecc. - della cosiddetta sinistra “radicale”. Costoro – se non sono del tutto idioti – possono “tifare” per la Cina finché si parla del suo conflitto – che definiscono “interimperialista”- con gli Stati Uniti, ma non possono ammettere che la Cina è socialista, perché ciò farebbe crollare come un castello di carte l’intero corpus dottrinale che hanno costruito nell’ultimo secolo, a partire dalla negazione del carattere socialista dell’Unione Sovietica (la cui degenerazione capitalista viene da alcuni fatta risalire addirittura alla svolta della NEP avvenuta negli anni Venti del Novecento). 


I due esempi che ho scelto sono disomogenei, sia per contenuto che per spessore teorico. Nel primo discuterò alcuni temi dell’ultimo libro (2) di Ilan Pappé, “La fine di Israele”, che non parla della Cina (citata en passant nelle ultime pagine) ma del progetto di costruire, a partire dal movimento mondiale di solidarietà con la Palestina, un fronte antimperialista, antirazzista e antieurocentrico in cui dovrebbero convergere le sinistre giovanili arabo-palestinesi, ebraiche e statunitensi, nonché i movimenti decoloniali del Sud globale. A mio avviso, come cercherò di dimostrare, il discorso di Pappé alterna intuizioni interessanti a incredibili ingenuità. 


Il secondo esempio si riferisce a un articolo (3) dell’economista “marxista” Ernesto Screpanti (è lui stesso ad autovirgolettarsi, riconoscendo onestamente che l’attributo si applica ormai a una miriade di correnti teoriche diverse, spesso incompatibili). Si tratta di un testo che non presenta novità degne di nota (nel senso che rispolvera i dogmi delle sinistre radicali di cui sopra), ma ha il pregio di proporre una gustosa (al limite del comico) ridefinizione della categoria di imperialismo, che gli permette di arrampicarsi sugli specchi per continuare a definire imperialista la Cina, mentre a chi scrive consente di esemplificare a quali livelli di denegazione arrivino i “marxisti” occidentali, pur di non fare i conti con un esperimento socioeconomico che li costringerebbe a riscrivere la teoria della transizione al socialismo. 



I. Pappé: una dura analisi critica del sionismo, che però ha il difetto di riporre eccessive speranze nella sinistra ebraica statunitense


La speranza di Pappé (nel suo testo le parole spero, speriamo, speranza ricorrono, sintomaticamente, decine di volte) è niente di meno che Israele finisca come Stato entro qualche decennio: il collasso, sostiene, è già in atto, come testimoniano l’acuirsi delle contraddizioni sociali e politiche interne, la perdita di consenso da parte dell’opinione pubblica mondiale, la crescente difficoltà di presentarsi come avamposto della democrazia nel Vicino Oriente, nonché di mantenere la supremazia militare nella regione. Posto che tutti questi fattori non bastano di per sé a legittimate la tesi del crollo (il mondo è pieno di Stati falliti tenuti in piedi dagli interessi dell’imperialismo occidentale), vediamo come Pappé giustifica la sua profezia.


Parto dai temi più scontati, nel senso che l’autore li aveva già ampiamente trattati in libri precedenti (4) mentre qui occupano relativamente meno spazio. Pappé ribadisce che il sionismo, fin dalle origini tardo ottocentesche e primo novecentesche, è sempre stato un progetto colonialista, sostenuto ed appoggiato dall’imperialismo britannico a partire dalla Dichiarazione di Balfour del 1917, e dalle potenze coloniali occidentali che ambivano ad assumere il controllo dell’area, sottratta al dominio ottomano dopo la Prima guerra mondiale. Del resto, come dimostra ampiamente il libro di Caroline Elkins, Un’eredità di violenza (5), nel periodo del mandato britannico sulla Palestina, durato fino al 1948, Londra ha costantemente favorito gli interessi della componente ebraica a danno di quella araba, consentendo un costante flusso migratorio che ha sovvertito la composizione etnico religiosa originaria della regione, agevolando l’acquisizione di terre da parte degli immigrati ebrei attraverso l’esproprio dei contadini poveri arabi e reprimendo duramente i tentativi dei residenti originari di resistere a questa colonizzazione sostituiva.


Tornando al sionismo, Pappé afferma che uno dei suoi principali obiettivi “fu creare uno Stato europeo nel cuore del mondo arabo de-arabizzando un paese arabo”. Un’operazione di colonialismo sostituivo che, aggiunge Pappé, non ebbe mai la piena approvazione della maggioranza del popolo ebraico della diaspora, né tanto meno della sua intellighenzia, che preferiva la prospettiva di un processo di transnazionalizzaione dell’identità ebraica, alternativo alla sua ri-localizzazione in Palestina (tanto che, scrive Pappé, i membri del movimento sionista arrivarono a disprezzare e insultare questi correligionari). Parliamo, dunque, di un movimento politico che condivide l’ideologia colonialista e razzista dell'imperialismo occidentale. Ciò è dimostrato, fra le altre cose: dalla pulizia etnica avviata nel 1948 (l’anno dell’Indipendenza per gli israeliani e della Nakba – la catastrofe – per i palestinesi, 250. 000 dei quali divennero profughi già a quella data); dalle politiche adottate nei confronti del milione e mezzo di palestinesi dei Territori Occupati dopo la guerra del 1967, ai quali non è concesso alcun diritto civile; dall’atteggiamento razzista dei coloni ebrei di origine europea nei confronti degli ebrei di origine etiopica e nordafricana, giunti dopo di loro in Palestina (paradossalmente, scrive Pappé, costoro sono divenuti i più feroci persecutori degli arabi palestinesi per certificare la propria “ebraicità”); infine dall’atteggiamento arrogante e violento dei coloni che occupano illegalmente la Cisgiordania, protagonisti di pogrom contro i vicini palestinesi, tollerati se non appoggiati dalle forze armate.


I coloni in questione, scrive Pappé, sono l’avanguardia violenta del Sionismo Religioso, di quello che chiama lo Stato di Giudea, fondato sulla fusione fra sionismo religioso e giudaismo ortodosso. Agli esponenti di queste correnti, che sono una componente essenziale del governo di estrema destra di Netanyahu, dobbiamo dichiarazioni pubbliche in cui si afferma che “il diritto del popolo ebraico alla Palestina è la volontà di Dio” e che “non esiste un popolo palestinese”. D’altro canto, nemmeno la componente laica, liberale e “progressista”, perlopiù di discendenza europea, che rappresenta lo Stato di Israele che si contrappone allo Stato di Giudea, è contraria alla colonizzazione e alla discriminazione razziale nei confronti dei palestinesi. 


Se a tutto ciò si aggiungono l’indefettibile appoggio degli Stati Uniti (da oltre mezzo secolo il Congresso è quasi universalmente pro Israele) e i “processi di pace” periodicamente promossi da Washington, che si sono regolarmente trasformati in strumenti per normalizzare l’occupazione, per tacere della benevola indifferenza che l’Europa (sinistre comprese) ha costantemente manifestato nei confronti dei crimini di guerra di Tel Aviv, non è difficile comprendere come e perché si sia giunti al genocidio perpetrato a Gaza. Rebus sic stantibus, dove trova Pappé i motivi per sperare in una prossima, se non imminente, decolonizzazione della Palestina? Quale potrebbe essere il modello di una entità statale decolonizzata? Ma soprattutto quali forze politiche e sociali potrebbero realizzare il miracolo?


* * *


Parto dal modello che Pappé ha in testa quando auspica (sogna?) la  nascita di una entità sovranazionale che riassorba e pacifichi la Palestina. Prima del crollo dell’Impero Ottomano c’era il Mashdeq, come veniva chiamata un’ampia regione che comprendeva praticamente tutto il Vicino Oriente  (Siria, Libano, Iraq, Palestina e Giordania). In questi luoghi convivevano pacificamente musulmani, cristiani di varie confessioni, ebrei e altre minoranze etnico-religiose. Questi rapporti di buon vicinato, amicizia e collaborazione erano frutto di una coesistenza laica fra gruppi che si identificavano per religione, cultura o etnia, i cui membri erano ligi all’Impero come cittadini ma non rinunciavano alle proprie identità. Anche gli ebrei e gli arabi palestinesi ebbero questo tipo di rapporto fino alla fine della Prima guerra mondiale. Il governo mandatario inglese, applicando i metodo divide et impera sperimentato in tutto l’Impero (6) ha alimentato le contrapposizioni fra i gruppi, infine ha lasciato alla élite sionista il compito di completare la colonizzazione della Palestina in nome dell’Occidente. È possibile ricreare le condizioni che esistevano sotto il dominio ottomano? Pappé ci crede, ma a mio avviso il suo è un pascaliano credo quia absurdum, ove si tenga conto, non solo dell’odio fra israeliani e palestinesi, ma anche di quello fra sunniti e sciiti, cristiani e musulmani libanesi, curdi e siriani ecc. ecc. Ciò posto, ci sarebbe da discutere sulla visione “imperiale” di Pappé che, nella misura in cui dà per scontata la “fine dello stato-nazione” (un mito della sinistra globale che resiste a ogni smentita fattuale) richiama, pur senza citarla, quella di Antonio Negri che ho criticato in più occasioni (7); non avendone qui lo spazio, preferisco passare ai soggetti politici che, secondo Pappé, dovrebbero metterla in atto.


Partiamo dai palestinesi. Costoro, scrive Pappé, sono i primi a non voler più sentire parlare della soluzione dei due Stati, che definisce “un cadavere in decomposizione”. Quanto ad Hamas, è un problema che Pappé ritiene superabile, a condizione che si smetta di considerarlo un “residuo” integralista religioso, e si riconosca che si tratta d’un fenomeno moderno che si è affermato grazie alla incapacità delle organizzazioni laiche e di sinistra di mantenere le loro promesse. Le giovani generazioni palestinesi (mi pare che Pappé si riferisca soprattutto all’intellighenzia della diaspora, ma su questo tornerò più avanti) sarebbero a suo avviso in grado di integrarlo in un progetto di costruzione di un unico Stato con pari diritti individuali per tutti, tessendo rapporti con gli altri movimenti decoloniali del mondo e superando i limiti delle vecchie organizzazioni di sinistra. In merito a quest’ultimo punto, evoca le forme decentrate di mobilitazione popolare sul tipo delle Primavere Arabe (anche se ammette che, in assenza di forme di organizzazione politica più strutturate, si rischia di non andare da nessuna parte). 


Discorso analogo per i giovani ebrei americani (la sottolineatura è cruciale, nella misura in cui Pappé insiste sul fatto che gli Stati Uniti ospitano la più grande popolazione ebraica dopo Israele): dopo il genocidio di Gaza costoro partecipano sempre più attivamente al movimento di solidarietà nei confronti della Palestina, ma soprattutto sono alla ricerca di nuovi modi di definire il giudaismo senza farlo dipendere dal sionismo e riscoprono tradizioni che li possono aiutare a compiere tale operazione (vedi quanto detto sopra sul conflitto fra sionismo ed ebraismo della diaspora). 


Mi avvio alla conclusione descrivendo il programma sul quale, secondo Pappé, queste componenti giovanili potrebbero convergere. In estrema sintesi si tratta di: 1) rivendicare il diritto al ritorno in Palestina dei sei milioni di palestinesi espulsi dal Paese (sebbene Israele sostenga che non ci sono spazi per accoglierli, la verità, scrive Pappé, è che esistono ampie zone disabitate) 2) i profughi dovrebbero tornare in una Palestina decolonizzata e non in un Israele riformato, cioè in uno Stato Unico con pari diritti per tutti, anche se ciò vorrebbe dire sconvolgere l'equilibrio demografico, e quindi desionizzare il Paese, che i sionisti vorrebbero trasformare in uno Stato etnico; 3) essendo inconcepibile che ciò avvenga “buttando a mare” gli ebrei, l’obiettivo è imitare il modello del Sudafrica post apartheid: riconoscimento dei crimini commessi da parte dei colonizzatori, perdono e rinuncia alla vendetta in cambio di giustizia da parte delle vittime. 


Inutile sottolineare il carattere utopistico di tale visione. Vediamo invece i soggetti ai quali Pappé vorrebbe affidare l’attuazione del programma. Dopo una severa critica delle sinistre tradizionali e del loro appiattimento sulle posizioni del centro liberale, Pappé scommette su una ridefinizione della politica che, partendo dalle esperienze di movimenti spontanei come Occupy Wall Street e Primavere Arabe, si impegni a costruire partiti di tipo nuovo in Occidente, e sfrutti le opportunità create dalla ridefinizione dei rapporti di forza internazionali a favore del Sud globale, Cina compresa, “malgrado i suoi problemi in fatto di rispetto dei diritti umani”. Detto che quest'ultima battuta conferma che anche gli esponenti più intelligenti della sinistra euroatlantica non riescono a sbarazzarsi completamente dei propri pregiudizi occidentalocentrici, il nodo cruciale è, a mio avviso, il fatto che Pappé situa di fatto il suo immaginario quartier generale rivoluzionario nei campus americani, affida cioè alla diaspora degli intellettuali palestinesi e all'intellighenzia giovanile ebraica il compito di contaminare l’opinione pubblica d’oltreoceano con i valori dell'ideologia postcoloniale e decoloniale. Una visione “culturalista” che, da un lato, ignora il fatto che l’ideologia in questione, come spiega Kevin Ochieng Okoth in Red Africa (8), viene spesso usata per disinnescare la carica antagonista dei movimenti rivoluzionari del Sud globale, dall’altro lato, dimentica che, se l’imperialismo americano appoggia senza se e senza ma Israele, non è tanto e solo per motivi di affinità ideologica o per compiacere le lobby ebraiche, ma anche e soprattutto perché Israele è una testa di ponte che gli consente di mantenere il controllo sulle immani risorse naturali e finanziarie concentrate in quella regione del mondo. 




II. Le acrobazie di Screpanti: ancorché “buono” l’imperialismo cinese resta tale


Una seria discussione sulle categorie di capitalismo e socialismo oggi mi sembra che dovrebbe tenere conto (almeno) dei seguenti precedenti: il dibattito fra Lenin, la“sinistra” bolscevica e Rosa Luxemburg sul concetto di capitalismo di stato; il contributo di Paul Baran e Paul Sweezy sui concetti di capitale monopolistico e di surplus (oltre che sulla distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo nella società capitalista e in quella socialista); le analisi di Fernand Braudel e Karl Polanyi che, sia pure con approcci differenti, smontano l’equazione mercato=capitalismo; il contributo di autori come Giovanni Arrighi, Samir Amin, Immanuel Wallerstein e Gunder Frank sul concetto di sistema mondo e sul rapporto sviluppo/sottosviluppo; il contributo degli afromarxisti (da Fanon a Cedric Robinson, passando per Walter Rodney, Eric Williams e molti altri) sul movimento socialista in Africa; il contributo dei marxisti latino americani (cito solo Mariategui e Alvaro Linera) sulle rivoluzioni latinoamericane. Sulla specificità della questione cinese mi pare poi impossibile non tenere conto di Adam Smith a Pechino di Giovanni Arrighi (9) e della discussione interna al PCC  (tuttora in corso) analizzata da Cheng Enfu (10). Restando in ambito italiano, ricordo solo Rita di Leo (11), che ha messo in luce l’assenza di una teoria soddisfacente sulle società di transizione in cui il potere politico socialista convive con settori più o meno estesi di economia capitalista, le analisi di Vladimiro Giacché (12) sull’economia sovietica e di Alberto Gabriele sull’economia cinese e sulla convivenza di diversi modi di produzione nel sistema economico mondiale (13).


Per Gabriele i modi di produzione sono molti e possono convivere in rapporti di simbiosi e/o conflitto reciproco. Viceversa Ernesto Screpanti (nel cui articolo, per inciso, non ho trovato quasi traccia dei dibattiti teorici di cui sopra) sembra che, quando si parla di modi di produzione, non riesca a contare oltre il numero due: o un paese è socialista (con i suoi criteri non ne esiste a tutt’oggi nemmeno uno) o è capitalista (sempre con i suoi criteri tutti i paesi del mondo sono capitalisti). Da giovanissimo ho avuto occasione di militare brevemente in uno dei gruppuscoli bordighisti (alcuni dei quali esistono tuttora, sia pure in guisa catacombale) e di assistere perfino a una conferenza di Bordiga in persona. Certo allora non ero in grado di capire granché di quel che diceva, ma ricordo benissimo che sulla questione della chiara distinzione fra socialismo e capitalismo la pensava come Screpanti, quindi non è un caso se Bordiga e la Dunayevskaya sono le sole fonti “autorevoli” (“e con questo ho detto tutto” come recita Peppino De Filippo in “Totò Peppino e la malafemmina”) citate da Screpanti, il quale però, subito dopo averne evocato i nomi, aggiunge che non è il caso di “scomodarli”: per confondere i reprobi che osano parlare di socialismo cinese basta e avanza lui.


A parte le facezie: come è possibile assumere una posizione del genere (peraltro condivisa da molti militanti dei centri sociali e di certi residuali partitini “comunisti”) nel 2025? La risposta è semplice: basta restare ancorati alle definizioni contenute nell’Antiduhring e nella Critica al programma di Gotha, secondo cui già nella prima fase del comunismo (cioè nel socialismo, a partire da Lenin) vengono aboliti il lavoro salariato e il valore di scambio e ci si avvia “alla realizzazione del regno della libertà”. Detto che Marx ed Engels un secolo e mezzo fa (!) ritenevano che la rivoluzione fosse imminente e che la fase di transizione – la dittatura del proletariato – sarebbe stata breve, è chiaro che questo significa rimuovere completamente tutta la problematica teorica della transizione al socialismo. Su questo punto lo scontro fra Lenin e la “sinistra” bolscevica (ma anche con i critici delle sinistre europee, da Bordiga alla stessa Luxemburg) fu durissimo anche prima del varo della NEP (14). 


La posta in palio era decisiva, in quanto si trattava di prendere atto che la transizione sarebbe stata lunga e difficile, che l’eliminazione delle dinamiche di tipo capitalistico (ma non del mercato, vedi sopra il riferimento a Braudel e Polanyi) avrebbero richiesto non meno tempo, che sarebbero rimaste differenze di classe (e quindi lotta di classe, anche all’interno dello stesso partito). Su questo Screpanti svicola perché mi pare chiaro che, per lui, l’ultimo Lenin è indigesto, nella misura in cui pone una chiara distinzione fra capitalismo di stato in regime socialista e capitalismo di stato in regime capitalista (mentre per Screpanti il capitalismo, di stato o privato che sia, sempre e solo capitalismo resta). 


Ma Screpanti non si accontenta di contestare il carattere socialista del sistema cinese, vorrebbe anche dimostrare che gli straordinari risultati conseguiti sul piano socioeconomico (lotta alla povertà assoluta, miglioramento delle condizioni di vita e dei livelli di benessere di contadini e lavoratori urbani, servizi sociali) sono frutto di mistificazioni statistiche, per cui ingaggia una guerra di cifre contro i dati “ufficiali” forniti dal governo cinese e da una serie di economisti e agenzie internazionali. Detto che le cifre e il modo in cui vengono interpretate e usate da economisti che vogliono dimostrare tesi opposte sono un terreno scivoloso, apro un inciso sull’attendibilità delle fonti. Nel già citato libro di Cheng Enfu si spiega come il dibattito fra economisti cinesi (tanto per smentire la tesi dell’assenza di libertà di espressione) è pubblico e feroce fra una destra neoliberista, una sinistra neomaoista e un centro che difende la linea maggioritaria del PCC guidato da Xi Jinping. Quindi andrebbe verificato a quale di queste correnti appartengono gli autori cinesi citati da Screpanti (alcuni dei quali insegnano negli Usa, per cui mi permetto di considerarli sospetti). 


Dopodiché mi ha colpito vedere come Screpanti, dopo avere citato un autore che attribuisce il 40% del PIL alle imprese pubbliche, ne citi un altro che riduce la percentuale al 25% , sostenendo che l’ultima cifra è più “realistica” (in base a quale criterio: “scientifico” o ideologico?). Aggiungo che una serie di dati con i quali cerca di dimostrare che la Cina è tuttora indietro rispetto ai Paesi occidentali più avanzati gli si ritorcono conto perché, anche se le sue fonti fossero attendibili (il che resta da dimostrare), il fatto che la Cina, che fino agli anni Settanta era mostruosamente più arretrata dei Paesi in questione, li abbia quasi raggiunti dimostra che si è sviluppata ritmi enormemente superiori ai loro. 


Sulle questioni della riabilitazione del confucianesimo e dei criteri meritocratici di selezione dei vertici del PCC (nonché del confronto fra meritocrazia cinese e “democrazia” occidentale”), temi che inquietano Screpanti, rinvio a quanto scritto nel post precedente a proposito del libro di Arlacchi, e al libro di Daniel Bell (15). Passo invece a due chicche contenute nell’articolo del nostro.


Prima chicca, Screpanti scrive che trova agghiacciante la frase “uso del capitalismo”. Ne ha ovviamente tutto il diritto ma perché, mi chiedo, non si misura con un peso massimo come Giovanni Arrighi, che è stata la prima e più autorevole voce a usare questa espressione in campo marxista? Perché preferisce assimilare tutte le tesi che non gli aggradano all’utopia fantapolitica del romanziere ottocentesco americano Edward Bellamy, il quale descriveva una società immaginaria in cui tutta l’industria è statizzata e i lavoratori “sono organizzati in una struttura gerarchica denominata esercito industriale” . Questa visione sarebbe equivalente a quella di Arrighi e degli altri autori che definiscono socialista la Cina? No comment. Mi viene in mente uno spot pubblicitario in cui un adulto sfida un bimbo di tre anni in un gioco in cui quest’ultimo non può palesemente competere, mentre un commentatore invisibile chiede “ti piace vincere facile?” A Screpanti piace vincere facile per cui se la prende con Bellamy (che è pure morto da più di un secolo) piuttosto che con Arrighi (che è morto anche lui, ma evidentemente gli fa ancora paura).


Seconda chicca (la più gustosa). Screpanti ammette: che la Cina non ha mire espansioniste di tipo militare; che investe massicciamente nel Sud globale, specialmente in Africa e in America Latina, fornendo ai paesi in via di sviluppo aiuti sostanziosi al decollo industriale e ai processi di modernizzazione, costruendo strade, ferrovie, porti, aeroporti, scuole, ospedali, dighe e intere città nuove, che i suoi prestiti sono a lungo termine e hanno tassi di interesse assai più bassi di quelli occidentali. Poi scrive “mi sembra credibile l'opinione di chi sostiene che questo tipo di imperialismo (!!??) è gradito ai popoli che lo accolgono” (sic). Ma la Cina è comunque imperialista perché ”estrae plusvalore” e ricchezza da altri paesi. Fermi tutti: Screpanti ci ha appena spiegato che a definire l’imperialismo non sono gli “aiuti” subordinati all’adozione di precise politiche sociali ed economiche, finalizzati a instaurare un’economia del debito che impedisce ai paesi del Sud globale di svilupparsi autonomamente; non sono gli interventi militari per promuovere “rivoluzioni colorate”; non è la logica coloniale neocoloniale che fonda lo sviluppo delle metropoli sul sottosviluppo delle periferie, non è insomma il fenomeno analizzato da Lenin e poi approfondito da Baran, Sweezy e decine di altri autori marxisti. È invece, o perlomeno è anche, il fatto che la Cina, invece di impedire che i Paesi del Sud globale si sviluppino (e quindi diventino potenziali concorrenti!) ne promuove sì lo sviluppo, ma nel contempo cerca a sua volta di trarre vantaggio economico dai rapporti reciproci. 


No comment. Anzi no, un commentino finale ci vuole ma sarò sintetico. Screpanti non sarà un gigante del marxismo nostrano (del resto non è che ce ne siano molti), ma è rappresentativo del crampo mentale che affligge gran parte del marxismo occidentale, cioè l’assoluta incapacità di prendere atto che l’asse della lotta anticapitalista e antimperialista si è da tempo spostato dalle decrepite metropoli occidentali al Sud del mondo e che questa dislocazione ha determinato, sta determinando e determinerà sempre più un radicale aggiornamento della nostra cassetta degli attrezzi teorici.


Note


(1) Cfr. C. Formenti, O. Romano, Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare, DeriveApprodi, Roma 2019.


(2) I. Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi, Roma 2025.


(3) E. Screpanti, “Un capitalismo con caratteri cinesi”, https://transform-italia.it/un-capitalismo-con-caratteristiche-cinesi/?pdf=42007 


(4) Cfr. La pulizia etnica della Palestina (2008); La prigione più grande del mondo (2022); Brevissima storia del conflitto fra Israele e Palestina (2024).


(5) Cfr. C. Elkins, Un’eredità di violenza. Una storia dell’Impero britannico, Einaudi, Torino 2024.


(6) Ivi.


(7) Cfr M. Hardt, A. Negri, Impero, Rizzoli, Milano 2001. Ho polemizzato con le tesi di questo testo ormai celeberrimo in Utopie letali (Jaka Book 2013), La variante populista (DeriveApprodi 2016) e Il socialismo è morto. Viva il socialismo (Meltemi 2019).


(8) Cfr. Kevin Ochieng Okoth, Red Africa, Meltemi 2024.


(9) G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano2007.


(10) Cheng Enfu, Dialettica dell’economia cinese, Marx 21, Bari 2024.


(11) R. di Leo, L’esperimento profano, Futura, Roma 2011


(12) V. Giacché (a cura di), L’economia di Lenin, Il Saggiatore, Milano 2017.


(13) A. Gabriele, L’economia cinese contemporanea, Diarkos, Trieste 2024.


(14) Cfr. V. Giacché, op. cit.


(15) Cfr. D. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, Luiss, Roma 2019.

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